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1.2.01

Cast Away


Cast Away (USA, 2000)
di Robert Zemeckis
con Tom Hanks, Helen Hunt


Cast Away è una perfetta rielaborazione in chiave moderna di uno fra i classici miti della narrativa, quello del naufrago. Ed è una rielaborazione fatta coi controcoglioni, da parte di un regista in grado di gestire il mezzo cinematografico come veramente pochi altri sulla faccia del pianeta (al momento mi viene in mente solo Cameron, ma non dubito ce ne sia qualche altro esemplare).
Quì non c'è un regista che mette in primo piano la ricerca forzata di uno "stile", una firma, qualcosa che lo renda facilmente identificabile.
No, Zemeckis si mette da parte, lavora al servizio del film e realizza del cinema, del vero cinema, come se ne vede di rado.

La parte di film ambientata sull'isola e in mare aperto è di una potenza devastante, è puro cinema sperimentale privo di qualsiasi connotazione hollywoodiana. Non c'è la facile retorica tipica di produzioni come La tempesta perfetta, non c'è il contentino al pubblico, non c'è nulla di quanto ci si potrebbe aspettare da un'americanata. Ci sono solamente l'isola, un unico personaggio su schermo, la totale assenza di dialoghi e un'impegno registico incredibile, toccante, devastante.
Riassumere in poche righe quello che mi ha dato questo film sarebbe impossibile, ma vorrei perlomeno citare i tre momenti forse più impressionanti, quelle che saltano fuori più spesso nelle discussioni sui vari newsgroup.

La sequenza dell'incidente aereo, agghiacciante nel suo realismo, nella sua ricerca del dettaglio, nella capacità di terrorizzare lo spettatore. Tom Hanks aggrappato al canotto in preda alla furia della tempesta nel buio più completo, illuminato solo a tratti dai lampi, è la sequenza più bella che ho visto al cinema negli ultimi anni.
Il momento in cui Tom Hanks sale per la prima volta sulla montagna, con il dolly che scarrozza muovendosi lungo il panorama e mostrando quanto si possa sentire sperduto, impotente, è semplicemente da brivido. E poi il tentativo di fuga a bordo del canotto. Niente musichette retoriche (per tutta la permanenza sull'isola non se ne sente l'ombra), nessuna necessità di mettere in piedi una scena madre, no: solo il crudo realismo di un uomo che soccombe impotente di fronte alla forza della natura.

C'è poi una parte conclusiva che risulta sicuramente più didascalica e retorica, nonostante contenga perle registiche notevoli (basti pensare alla sequenza nella sala d'attesa dell'aeroporto). Questa fase conclusiva del film, sebbene lasci un retrogusto di contentino per il pubblico, denota un'amarezza e un senso di disillusione lancinanti e risulta parte integrante di quello che resta un grandissimo film.