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12.7.05

La guerra dei mondi


War of the Worlds (USA, 2005)
di
Steven Spielberg
con
Tom Cruise, Dakota Fanning, Justin Chatwin, Miranda Otto, Tim Robbins

Ray Ferrier è un povero stronzo. No, non è il classico protagonista banale, trito e ritrito, da blockbuster hollywoodiano. Non lo è perché è un personaggio squallido, triste, che si realizza facendo il bulletto con il figlio in crisi adolescenziale e arriva perfino a fare il grosso con la figlia ("io vado a dormire, perché sai, io lavoro". Questo è e questo rimane, sostanzialmente fino alla fine del film. Certo, riscopre e accetta il suo ruolo di padre, sviluppa un affetto per i figli che comunque non era assente in principio, ma trascorre due ore abbondanti a mostrarci una personalità gretta e meschina, qualunquista e interessata solo al tornaconto suo e dei due suoi creaturi. E' un essere umano, fra quelli più "belli" e credibili che si possano vedere in film di questo genere. E un gran pregio de La guerra dei mondi è che altrettanto credibili e pulsanti sono tutti i personaggi che ruotano attorno a Ray, dai figli, gli unici altri due minimamente approfonditi, alle varie macchiette che incontra nel suo peregrinare, quasi mai "colpevoli" di atteggiamenti o dialoghi improbabili. Macchiette, perché la visione che ci fornisce Spielberg filtra dallo sguardo di Ray, e non può quindi essere che superficiale. A lui interessa sopravvivere e gli interessano i due figli, il resto del mondo può fottersi. Certo, una mano non la si rifiuta mai, ma vediamo di non andare troppo in sbattimento per degli sconosciuti.

Attraverso gli occhi di Ray, Spielberg ci racconta un avvenimento totalmente folle e incredibile, ma lo fa con un taglio assurdamente realistico. Tutta la prima ora di film (vado a spanne, diciamo fino a quando si risvegliano in mezzo alla carcassa dell'aereo) è mostruosamente coinvolgente. La costruzione è classica (e per certi versi simile a un altro remake recente, Dawn of the dead), nel suo presentarci momenti di vita "normale" durante i quali spuntano indizi di anormalità. Per i personaggi del film non c'è nulla di particolarmente folle, ma noi sappiamo di essere andati a vedere un film sugli alieni (zombie) e la tensione prende a salire. Di diverso rispetto al solito c'è, appunto, la "visuale in prima persona", che trascina dentro alla pellicola come meglio non si poteva fare. Tutta la prima oretta di film è un vero e proprio stupro emozionale, angosciante, vivo, trascinante. Troppo credibili le reazioni e gli atteggiamenti, troppo "vicino" al protagonista lo sguardo, troppo ben costruito il susseguirsi degli avvenimenti. In quell'oretta di film ho passeggiato nel prato assieme a Ray, ho preso in simpatia la figlia e desiderato dare due schiaffoni al figlio, mi sono incuriosito e inquietato per i fulmini, sono andato a sbirciare, intimorito e allo stesso tempo intrigatissimo, sull'orlo di quello strano buco nel terreno. E, poi, sono stato preso dal panico. Le urla, il caos, le persone che esplodevano, il desiderio di tornare dai figli. Mi sono lavato di dosso la cenere dei cadaveri, ho raccolto velocemente quattro cose e sono fuggito in macchina in preda al terrore, cercando di fare il padre e controllare una situazione incontrollabile. Tutto incredibilmente bello e senza respiro. Il panico, la paura, l'ignoranza completa.

Poi, la svolta. Dopo la notte trascorsa nella villa dell'ex moglie di Ray, il film prende una piega leggermente diversa. Continua a raccontare i fatti tramite l'esperienza del protagonista, ma senza più limitarsi strettamente al suo sguardo. La visuale si allarga, passa dalla prima alla terza persona, un po' alle spalle di Tom Cruise, di tre quarti. E incominciamo a seguire anche tanti piccoli avvenimenti leggermente al di fuori della sfera personale di Ray, seguendo del resto il suo sviluppo come personaggio che, per quanto poco e male, tende ad aprirsi al di fuori di quella sfera. Svanisce una parte del coinvolgimento, perché non c'è più quella sensazione di totale immersione nel panico della storia, e alcune immagini, pur belle e molto potenti, mancano il bersaglio proprio per questo motivo. Resta comunque un carrozzone coinvolgente e divertentissimo, che accompagna piacevolmente fino alla fine, ma l'impressione è che si sia perso qualcosa. E non a caso i momenti più "stringenti" della seconda parte sono proprio quelli in cui si torna a vivere l'"egoismo" di Ray. A pochi metri dal fronte di battaglia fra uomini e alieni, a un tiro di schioppo da dove decine e decine di persone cercano inutilmente di proteggerlo, riesce solo a pensare ai due figli. Spielberg non ci mostra lo schianto fra le due razze, ci fa vedere solo un uomo in preda alla disperazione, perché si trova a metà fra i suoi due figli, in una situazione completamente assurda e paradossale. Dall'altra parte sta succedendo di tutto, ma non importa, conta solo pensare a Rachel e Robbie.

La guerra dei mondi è un film stupendo, appassionante, divertente, emozionante. Racconta l'impotenza e l'ignoranza dell'uomo comune di fronte a un evento mostruosamente più grande di lui, trasmette in maniera quasi crudele il panico che deriva da un'esperienza del genere e lo fa così bene perché si aggrappa a simboli e situazioni troppo vicine, comuni e di attualità per non funzionare. Ha certamente dei difetti, o comunque presenta delle scelte che mi hanno lasciato perplesso. E no, non sto parlando delle fantomatiche incongruenze, che non mi interessa discutere qui. Il leggero cambio di prospettiva che ho notato da metà in poi può essere un'impressione mia e nulla più, ma i cali di ritmo e coinvolgimento mi paiono ben più palpabili. Se però perde in questo senso, anche nella seconda parte il film mantiene una potenza visiva pazzesca. Le immagini son quelle, le han citate tutti, ormai: il piano sequenza in macchina, la piantagione di sangue, la collina in guerra...

E poi lei, la famigerata sequenza nella cantina di Tim Robbins, che in effetti è davvero discutibile. Per quanto abbia trovato interessanti le premesse e la risoluzione "a vangate", che ribadiscono la psicologia del protagonista e la buona fattura dello script (ebbene sì, a me i dialoghi son piaciuti molto), mi è sembrata del tutto fuori posto la doppia sequenza tentacolo/alieni. Assolutamente distante dal tono cupo e dilaniante che permea tutto il film, sembra quasi una concessione allo Spielberg più avventuroso e favoleggiante. Visto il susseguirsi degli eventi fino a quel punto, mi sarei aspettato di più un momento di reale panico, che una simpatica gara a nascondino in stile Tom & Jerry. Non c'è suspence in quei cinque/dieci minuti, l'unico scompenso è creato dall'irrazionalità del personaggio di Tim Robbins, che dona un minimo di imprevedibilità a una sequenza comunque concepita e realizzata in maniera banale e scontata. E del resto lo stesso manifestarsi degli alieni in cantina sembra quasi voler dire "sì, ok, sono nazisti, ma sono esseri umani pure loro". Il film fino a quel punto funziona proprio perché ci mette di fronte a una minaccia onnipotente, irresistibile, ignota. Mostrare i poligoni unti con le zampe rompe un po' il giocattolo, e ciò che viene dopo è pura accademia, per quanto incredibilmente bella. Ma rimane comunque un momento interessante, per quell'immagine crudele e simbolica della bimba che canta, bendata, fingendo di non sapere l'orrore che si sta consumando nella stanza a fianco per colpa sua.

E in ogni caso di cose "storte" ce ne sono sicuramente altre, su tutte una voce narrante che, per quanto possa essere interessante come citazione, non mi è piaciuta per nulla. Due ore stra-abbondanti in cui vestiamo i panni dell'ignoranza, facendo supposizioni, mettendo assieme indizi presi qua e là, terrorizzati proprio perché presi a pedate in faccia da roba che non può neanche esistere, e tutto questo lavoro viene sminuito dalla vocina che fa la spiega. Ma va bene così, alla fine Spielberg lo amo anche perché in ogni suo film ci trovo qualcosa che non mi convince, e mi ricordo che la perfezione non può esistere. Ma cazzo, se ci si avvicina.

8.7.05

Boogeyman


Boogeyman (USA, 2005)
di
Stephen T. Kay
con Barry Watson, Emily Deschanel, Skye McCole Bartusiak

Dopo decenni di epigoni dell'uomo nero, qualcuno ha pensato di raccontarci quello vero. Il babau, proprio, quello che si nasconde nell'armadio e sotto il letto, che si muove nell'ombra e ti può prendere solo se spegni la luce.
Al di là della pensata "geniale", questo bughimen ha un altro pregio, ed è il tentativo di andare un filino fuori dagli schemi del film di mostri, giocando praticamente fino alla fine sull'ambiguità, non facendoci mai vedere il cattivone e, anzi, proponendo il dubbio che in realtà non ci sia proprio, e si tratti invece di una psicosi partorita dal protagonista per nascondere le sue nefandezze.

Il problema è che da un soggetto se vogliamo interessante han tirato fuori una sceneggiatura zoppicante e l'hanno messa in mano a un cast di attori insulsi e a un regista palesemente incapace. Il risultato, nonostante qualche immagine riuscita (il protagonista che si infila nell'armadio ed esce da sotto il letto, per esempio), è un mediocre bigino di luoghi comuni dell'horror.

Nota di demerito per il prologo, che copia spudoratamente e in peggio quello - stupendo - di Al calar delle tenebre. Ma il peggio arriva alla fine, quando, dopo averci titillati per un'ora abbondante coi dubbi e gli indizi tendenziosi sulla possibilità che l'uomo nero in realtà non ci sia, ovviamente il cattivone spunta fuori per davvero e FA VOMITARE. Ma cazzo, ma se non avete i soldi per fare della CG decente, usate i manichini e gli effetti classici (come nel citato Darkness Falls), che viene sicuramente meglio. Madonna, santa, un mostro tanto ridicolo l'ho visto di rado.