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28.2.06

Azzurri


Non so bene perché, ma ho sempre fatto una gran fatica a tifare Italia nel calcio. Qualsiasi altro sport, penso alle varie discipline olimpiche o al basket (dopo la semifinale olimpica fra Italia e Lituania, vista dal vivo, mi ritrovai completamente senza voce), mi fa esaltare per gli azzurri senza alcun ritegno. Ma il calcio no. La nazionale mi sta sulle palle, a tratti addirittura arrivo a tifare contro. O, perlomeno, mi stava sulle palle. Ecco, dal mio personalissimo punto di vista, Lippi ha sicuramente un merito: quello di avermi fatto diventare simpatica la nazionale di calcio. Quest'estate non sarò forse tifoso sfegatato, ma di sicuro simpatizzero per gli azzurri. Mi sembra già un bel risultato.

Domani si gioca Italia Germania (quattroatre), l'ultima amichevole ufficiale di preparazione per i Mondiali del 2006. Quando Lippi ha diramato le convocazioni si è ovviamente scatenata la solita tarantella di polemiche, dubbi e domande. Personalmente penso che - eventuali infortuni a parte - i convocati di questa settimana siano in sostanza quelli definitivi, seppur con qualche "ma" e qualche "se". Soprattutto, qui Lippi ha fatto le convocazioni "gruppo", chiamando anche gente che è stata parte integrante nelle qualificazioni e adesso non sta attraversando un gran momento, credo per confermare loro la fiducia (penso soprattutto a De Sanctis e Iaquinta). Ma, come detto, ci sono delle cose ancora da decidere.

In porta è abbastanza dichiarato che ci sarà Peruzzi, quindi uno fra Amelia e De Sanctis resterà a casina (al momento credo De Sanctis).

In difesa i quattro centrali mi sembrano abbastanza sanciti: Cannavaro, Nesta, Materazzi e Barzagli. Non ci sono praticamente altre scelte e dubito cambierà qualcosa.

Sui terzini c'è il primo "dubbietto", almeno teorico. Zambrotta e Grosso li vedo abbastanza inamovibili, quindi credo che Zambro giocherà a destra. I panchinari vengono di conseguenza: Oddo e Pasqual (che secondo me con questa convocazione è indicato come nettamente primo davanti a Chiellini e Balzaretti). Comunque, se Zambro dovesse giocare a sinistra, Pasqual starebbe a casa e verrebbe anche Zaccardo. Fra l'altro, è da verificare se Zaccardo sia davvero secondo a Oddo: penso che al momento Lippi preferisca ancora il giocatore del Palermo. Poi è da vedere anche se Pasqual sarà in grado di tenere su questi livelli fino a fine stagione, perché chiaramente non è un inamovibile del gruppo. Panucci ce lo scordiamo: credo proprio che Lippi non lo apprezzi, e io sono con lui.

A centrocampo i titolari sembrano essere Pirlo, Gattuso e Camoranesi. Con loro De Rossi, Barone e Diana. Per questa amichevole, comunque, è giustamente saltato fuori Perrotta. Lippi ha dichiarato che l'avrebbe chiamato anche senza l'infortunio di Totti e questo è importante. Perrotta lo puoi mettere un po' dappertutto a centrocampo, anche a fare il trequartista (per quanto chiaramente non ti dia la qualità del Pupone). Secondo me ruberà il posto a Barone: De Rossi, col campionato che sta facendo, è indiscutibile, e Diana è l'unico vero cambio per Camoranesi (anche se Perrotta può pure giocare sulla destra, quindi il biondo non è proprio proprio irrinuciabile). Se per caso Totti non ce la facesse a tornare, credo che ci sarebbero questi nomi (compreso Barone). Brocchi secondo me la nazionale la vede solo in caso di infortuni seri per chi gli sta davanti. Difficile, infine, che un Semioli o un Marchionni rubino il posto a Diana: troppo offensivi.

Capitolo Corini: Lippi non lo vede, credo, e soprattutto ritiene che Pirlo e De Rossi bastino e avanzino. Di base, c'è anche da dire che negli ultimi tempi Corini gli ha dato un motivo in più: è sempre spaccato. Francamente, un conto è portarsi uno magari non a postissimo (come probabilmente sarà Totti) se è il titolare irrinunciabile, ma almeno in panchina forse è meglio avere garanzie.

In attacco, Toni, Gilardino, Del Piero e Iaquinta (oltre a Totti) sono più o meno gli inamovibili del gruppo. Lippi ha puntato su di loro fin dall'inizio e difficilmente cambierà idea. Sui primi tre penso non ci sia molto da dire e di base credo sia stato giusto convocare Iaquinta, tutto sommato, proprio per fargli capire che ha ancora la fiducia del CT. Non mi sento di escludere, comunque, che se Iaquinta non torna ai livelli di inizio stagione Superpippo gli freghi il posto (se continua a giocare in questo modo, ovviamente). Vieri è un favorito di Lippi, che non aspettava altro di vederlo giocare in maniera appena decente per convocarlo. Credo tenga a lui soprattutto perché è uno che fa spogliatoio e aiuta nella questione gruppo (e grippo). Al 90% Vieri sarà la quinta punta.

Cassano secondo me Lippi non lo vuole, teme possa essere dannoso per lo spogliatoio e teme anche un po' le menate mediatiche che genererebbe. Inoltre, se Lippi vuole insistere coi due centravanti più il trequartista, Cassano è forse un po' troppo offensivo per stare dietro le punte. Comunque, sarò malizioso, ma secondo me spera che nel Real continui a non giocare, così ha la scusa per non chiamarlo (e avrebbe pure tutte le ragioni). Detto questo, se improvvisamente diventasse titolare nel Real e li guidasse alla vittoria in Champions, potrebbe rubare il posto a Iaquinta/Inzaghi, certo non agli altri. Ma mi sembra molto difficile.

Lucarelli non esiste. Magari Lippi non pensa che funzionerebbe col suo sistema di gioco (anche se l'unica volta che l'ha chiamato ha fatto gol), magari crede che fuori dalla squadretta piccola che gioca tutta per lui non andrebbe altrettanto forte, magari teme il caos mediatico che potrebbe generare ("mettialucareeeelliiiii"), magari gli sta semplicemente sul cazzo il comunista. In sostanza, comunque, penso sia praticamente impossibile che venga convocato: dovrebbero infortunarsi Inzaghi e Iaquinta e far ridere da qui alla fine Cassano e Montella. Così, a naso. Fra l'altro, in relazione a Lucarelli, molti sostengono che sia ridicolo non chiamare il terzo cannoniere italiano, ma ricordiamoci che nel 1982 Pruzzo, capocannoniere del campionato, fu lasciato a casa da Bearzot.

Devo dire comunque che, per quanto mi dispiaccia (molto) per Lucarelli, apprezzo lo spirito con cui Lippi sta svolgendo il suo compito e le scelte legate al gruppo da formare. Sta facendo un buon lavoro e, forse, per la prima volta mi troverò a simpatizzare davvero per gli azzurri. Certo, per portarmi al tifo da ultrà ci vorrebbe Cristiano...

27.2.06

Jersey Girl


Jersey Girl (USA, 2004)
di
Kevin Smith
con
Ben Affleck, Raquel Castro, Liv Tyler, George Carlin, Jason Biggs, Jennifer Lopez

Kevin Smith è un regista che ha basato tutta la sua carriera sui film "indipendenti" a basso costo, che oscillano fra la totale idiozia, la blasfemia e l'autocompiacimento nerd. Costui improvvisamente tira fuori la classica commediola dei buoni sentimenti, con protagoniste la coppia "in" del momento e una bambina petulante, in cui oltretutto, per la prima volta in assoluto, non appaiono i personaggi simbolo Jay e Silent Bob. Ovvio che il fan senta puzza di bruciato. Io pure, che proprio fan totale non sono, ma ho bene o male apprezzato tutti i suoi film precedenti, di puzza ne sentivo parecchia. Ma, in effetti, perché farsi bendare gli occhi dai pregiudizi? Proviamo a vederlo, 'sto Jersey Girl...

Ben Affleck e Jennifer Lopez, coppia d'oro poi scoppiata, al cinema aveva già fallito con Amore estremo. Salta quindi subito l'idea di abbindolare lo spettatore pubblicizzando il film con le loro due facce, visto che a quanto pare non erano vendibili. Ma perché "abbindolare"? Perché lo spunto iniziale della pellicola è la morte di J. Lo, che lascia soli al loro destino lo spasimante Ben Affleck e la neonata figlioletta. Da qui nasce una commedia che più classicheggiante non si può, fatta appunto di buoni sentimenti, personaggi di supporto tagliati con l'accetta, catarsi mistica del protagonista che scopre se stesso e finale "vissero tutti felici e contenti".

Tutto questo, però, è realizzato da Kevin Smith, e si vede. Jersey Girl non è sboccato come tutti gli altri suoi film, ma ne eredita l'ottima scrittura, con bei dialoghi, credibili e divertenti, e riesce a non crollare mai nel baratro del lezioso buonismo spinto, anche nei momenti più "lacrimosi". Quindi, alla fin fine, Jersey Girl è una piacevole visione, una commedia molto ben confezionata, senza nessuna particolare pretesa, ma che fa bene il suo lavoro.

26.2.06

Igby Goes Down


Igby Goes Down (USA, 2002)
di Burr Steers
con Kieran Culkin, Claire Danes, Ryan Phillippe, Jeff Goldblum, Amanda Peet, Jared Harris, Susan Sarandon, Bill Pulman


Ennesima pellicola appartenente al filone "nuova alta borghesia un po' strana e con tanto cuore", lanciato da Wes Anderson e ripreso da tanti (troppi?) altri, per esempio in Garden State ed Elizabethtown. Gli ingredienti sono i soliti: situazioni assurde, personaggi "affascinanti", regia compiaciuta e compiacente, Susan Sarandon che interpreta un'insostenibile madre rincoglionita ma tanto intensa... Igby Goes Down, comunque, funziona abbastanza, soprattutto come commedia, grazie a qualche battuta azzeccata e alle buone interpretazioni di Kieran Culkin e Claire Danes, e riesce addirittura ad essere, per un breve momento, un racconto toccante sul rapporto difficile fra due fratelli estremamente diversi. Nulla di memorabile, comunque.

25.2.06

L'anno dell'uragano


The Big Blow (USA, 2000)
di Joe R. Lansdale


C'è stato un tempo in cui Galveston, che sorge su un'isola della costa texana, rivaleggiava con New York per il titolo di città più bella d'America. Poi, nel 1900, giunse la madre di tutte le tempeste, un uragano di potenza devastante, che prese Galveston, la rivoltò come un calzino e se la portò via. In quel contesto Joe R. Lansdale ambienta un breve racconto, che interpreta le ultime ore di Galveston - o, perlomeno, di quella Galveston - attraverso i pensieri, gli atti e le parole di alcuni pittoreschi abitanti. E non solo, perché il personaggio più importante, forse, è il forestiero Jim McBride, antieroe spregevole e sgradevole, incapace di mostrarsi anche solo vagamente simpatico.

Ma a dominare la scena è la furia della tempesta, strabordante e agghiacciante, come mai nessun film catastrofico l'ha dipinta. L'orrore puro dell'impotenza di fronte alla natura incazzata nera. Una roba quasi insopportabile per quanto riesca a creare tensione e angoscia come e meglio del miglior horror. E tutto racchiuso in un centinaio di splendide pagine.

24.2.06

Lucky Luciano



Lucky Luciano (Italia, 1998)
di Ala Sinistra e Mezzala Destra


Nel novembre del 1998 Kaos Edizioni ha pubblicato questo libro, che racconta la carriera e la rapida ascesa ai vertici del calcio italiano di Luciano Moggi. Gli autori hanno scelto di firmarsi con due pesudonimi perché "di questo lavoro sono autori vari cronisti, sportivi e non. E qualcuno conosce il carattere vendicativo di Lucianone; mentre qualcun altro vuole evitare che il proprio nome sia associato a quello del biografato e a molti degli argomenti trattati nel libro". All'epoca dell'uscita, praticamente nessun quotidiano sportivo nazionale ha avuto il coraggio di parlarne e, del resto, di giornalisti che sanno quanto possa essere dannoso per il proprio lavoro mettersi contro Moggi ce n'è più d'uno.

Cinque o sei anni fa, ho scoperto l'esistenza dei libri Kaos dedicati al calcio grazie a una trasmisione dell'allora Tele+. Probabilmente si trattava di una qualche versione de Lo sciagurato Egidio, una di quelle robe in cui Giorgio Porrà e compagni si parlano addosso. Nel caso specifico parlarono di Nel fango del dio pallone, l'autobiografia di Carlo Petrini, ex calciatore del Milan di Nereo Rocco, ormai da tempo passato a scrivere libri "verità" sul mondo del calcio. Comprato, buttato sullo scaffale e letto solo un paio di estati fa. Beh, lì è scattato il trip e mi sono ritrovato a razzolare libri dello stesso genere (mentre cercavo quelli di Lansdale, va detto) e recuperarli più o meno tutti, compreso appunto Lucky Luciano.

Questo volume, firmato Ala Sinistra e Mezzala Destra, mette in fila tutta una serie di fatti più o meno noti relativi alla carriera del Lucianone nazionale. Avvenimenti documentati, ammissioni pubbliche, patetiche figure da cioccolataio davanti ai microfoni, testimonianze, rinvii a giudizio, condanne e via dicendo, tutto ampiamente documentato e ordinato cronologicamente. Non mancano interpretazioni e certo alcuni racconti sono frutto di ipotesi, che provano a riordinare i vari indizi sparsi. E, soprattutto, l'intero libro è caratterizzato da un certo tono sarcastico, che aiuta a prendere le cose dal verso giusto. Come si fa, altrimenti, a raccontare degli arbitri di Coppa Uefa accompagnati a far spese in centro e omaggiati di amichevoli prostitute, di scudetti gentilmente offerti alla camorra, delle perculate a/con/fra la famiglia Agnelli, del circo messo in piedi quotidianamente con la stampa e di sante trinità politico-calcistiche?

Ad ogni modo, Lucky Luciano è una lettura istruttiva e interessante, che credo un appassionato di calcio dovrebbe affrontare, non tanto per aprire gli occhi, ma per il gusto di scoprire (o riscoprire) tutti questi simpatici aneddoti. Perché poi alla fine son quasi tutte cose che "si sanno", ma vederle elencate bene in fila dà sempre una sensazione come di assorbimento

23.2.06

Millennium - Stagione 1


Millennium - Season 1 (USA, 1996/1997)
creato da
Chris Carter
con Lance Henriksen, Megan Gallagher, Brittany Tiplady, Terry O'Quinn

Il periodo fra l'autunno 1995 e l'estate 1997 rappresenta, forse, l'apice della carriera di Chris Carter. X-Files è in scena con quelle che da molti sono ritenute le due migliori stagioni in assoluto, Mulder e Scully, nell'estate del 1997, si presentano sul grande schermo e Frank Black fa il suo esordio sul piccolo. E se la quarta stagione di X-Files è effettivamente qualcosa di pazzesco, una serie di ventiquattro puntate in cui forse solo una o due sono meno che eccellenti, la prima di Millennium veleggia da quelle parti.

Questo secondo parto dell'ex surfista ha alcune similitudini con X-Files, per esempio nei toni cupi, nelle atmosfere soffuse, nelle musiche non a caso composte dal fedele Mark Snow, ma allo stesso tempo è quanto di più lontano ci sia dalla precedente creatura di Chris Carter. L'elemento fantastico è messo in secondo piano, nonostante sia per molti versi una colonna portante della serie. L'orrore è sbattuto in faccia allo spettatore (piega che, va detto, ha preso anche X-Files nella quarta stagione) e i toni sono estremamente cupi. Soprattutto mancano quella sferzante ironia e quel delizioso sarcasmo che caratterizzano dialoghi e situazioni nelle avventure di Mulder e Scully. Frank Black, fedele al suo cognome, è un personaggio cupo, che vive storie oscure e trova momenti di luce solo quando torna a casa da moglie e figlia. E a volte neanche lì.

Per certi versi precursore di show più recenti dalle caratteristiche similari, Millennium in questa prima stagione si mantiene quasi sempre su livelli molto alti, grazie a sceneggiature curate, a un ottimo studio dei personaggi e a bei soggetti, con idee spesso molto interessanti. La sottotrama di fondo, che esplode in maniera fragorosa negli ultimi cinque episodi, è portata avanti fin dall'inizio con garbo, sulla base di piccoli accenni e sottili allusioni. E anche lo sconfinamento nel mistico che domina questa sorta di "saga finale" non stona, perché comunque ampiamente preannunciato. Peccato solo per quel penultimo episodio, Maranatha, davvero fuori tema, completamente slegato dal contesto. Sembra una puntata di X-Files, fatta e finita, solo con il protagonista sbagliato. Ma forse nasce proprio per ribadirlo una volta per tutte: Millennium è altro. Ottimo altro, perlomeno in questa prima annata.

21.2.06

Usenet Amarcord #008


Il 21 febbraio 2000 un simpatico camionista decide di non rispettare una precedenza. Un simpatico diciottenne di nome Marco "Chump" Bosio ne paga le conseguenze. Con questo messaggio comunico la cosa su it.fan.studio-vit, comunità di cui Chump faceva un po' parte. Passa circa una settimana e, dopo il funerale, butto fuori una cofana di pensieri sconnessi, sempre sul vit. Roba che a rileggerla oggi mette un po' di tenerezza, oltre che di tristezza. Due anni dopo, un altro ricordo. Adesso, di anni, ne son passati sei, e ogni tanto, nonostante comunque fosse una persona che conoscevo poco, mi viene in mente. E quindi ciao, zarretto.

20.2.06

La ragazza della porta accanto


The Girl Next Door (USA, 2004)
di Luke Greenfield
con Emile Hirsch, Elisha Cuthbert, Timothy Olyphant, Chris Marquette, Paul Dano


Il sogno erotico dell'adolescente medio si concretizza nella vita di Matthew Kidman quando si ritrova come vicina di casa una ragazza bella, affascinante, simpatica e che di lavoro fa l'attrice porno. Da qui nasce una lunga serie di risate, con tutte le classiche gag e incomprensioni dovute allo scontro fra mondi differenti (l'ambiente "furbo" del cinema porno e quello "innocente" della brava famiglia borghese americana). Gli amici nerd, il produttore sgamato, i problemi a scuola, i buoni sentimenti. Una commedia romantica simpatica e piacevole, con trovate divertentissime e qualche bella idea. Il classico filmetto di cui si può tranquillamente fare a meno, ma che visto su Sky un sabato pomeriggio finisce per essere solo ottimo.

19.2.06

Jarhead


Jarhead (USA, 2005)
di Sam Mendes
con Jake Gyllenhaal, Peter Sarsgaard, Jamie Foxx, Chris Cooper


Dopo aver dominato gli Oscar con il bello, ma sopravvalutato, American Beauty ed essere giustamente finito nell'anonimato con il mediocre, patinatissimo, quasi inguardabile Era mio padre, Sam Mendes torna alla ribalta con il suo miglior film. Jarhead racconta in prima persona le vicende di un marine coinvolto nella prima Guerra del Golfo, scegliendo un tono cinico e fortemente ironico. Mendes miscela Full Metal Jacket e Three Kings, omaggia apertamente Apocalypse Now e trova una via personale, non rinunciando ai dozzinali poetismi che caratterizzano la sua regia, ma trovando un senso della misura che francamente non pensavo gli appartenesse. Questa volta riesce a scrollarsi di dosso quasi del tutto la caramellosa e insopportabile patina che ricopriva Era mio padre e trae dal racconto, dal contesto, lo spunto per mettere in scena immagini dalla notevole potenza evocativa.

Aiutato dallo splendido lavoro di Roger Deakins, Mendes dipinge splendide cartoline dal deserto, regalando paesaggi di rara bellezza e una meravigliosa sequenza legata ai pozzi di petrolio in fiamme. Ogni tanto si fa un po' prendere la mano, del resto ce l'ha nel DNA, ma il film non ne soffre, grazie soprattutto a uno script solido, scorrevole e azzeccato. Ottimo lo studio psicologico dei personaggi, sicuramente un po' stereotipati nella concezione, ma tratteggiati molto bene nello sviluppo (soprattutto i due interpretati da Gyllenhaal e Sarsgaard). Deliziose, poi, le interpretazioni di Jamie Foxx e Chris Cooper. Manca, forse, un po' di concretezza nella parte finale. Dopo quella bell'immagine dei marine che sfogano la frustrazione per aver trascorso mesi in una finta guerra, viene una serie confusa e inconcludente di piccoli "finalini", che dicono poco o nulla e non sembrano poter tirare le fila del discorso. Voluto o meno che sia, resta in bocca un senso d'incompiuto.

18.2.06

Munich


Munich (USA, 2005)
di Steven Spielberg
con Eric Bana, Daniel Craig, Ciaran Hinds, Mathieu Kassovitz, Hanns Zischler, Geoffrey Rush


4 settembre 1972, Monaco di Baviera, la ventesima edizione delle Olimpiadi estive si sta avviando alla conclusione. Il nuotatore americano Mark Spitz conquista la sua settima medaglia d'oro in pochi giorni, stabilendo un record semplicemente pazzesco e ancora oggi irripetuto. Dopo il termine dei Giochi, a soli 22 anni, si ritirerà dalle competizioni. Ma quella sarà l'ultima partecipazione alle Olimpiadi anche per undici atleti israeliani. Il 5 settembre un commando palestinese dell'organizzazione Settembre Nero fa irruzione nel villaggio olimpico e prende in ostaggio gli undici uomini, uccidendone subito due. Le loro richieste non vengono accolte e, anzi, le autorità tedesche tendono un agguato ai terroristi, che reagiscono uccidendo tutti gli ostaggi. I servizi segreti israeliani reagiscono dando la caccia agli undici palestinesi coinvolti nell'operazione, col solo obiettivo di ucciderli, per ottenere vendetta e dare dimostrazione di forza. O, almeno, questo è ciò che viene raccontato agli esecutori delle condanne...

Ennesimo esempio della poetica cerhiobottista spielberghiana, Munich racconta i fatti in maniera solida e appassionante, volando sulla superficie delle cose e cercando di mantenere una posizione al di sopra delle parti. Il punto di vista è quello di Avner e dei suoi compagni, ma non può mancare l'immagine del commando terroristico avversario, che ci mostra - con una soluzione spesso usata da Spielberg - un nemico non "malvagio" in senso stretto, ma solo dall'altro lato della barricata. E allora Steven si lava la coscienza, sottolineando come non ci siano buoni e cattivi, e che le azioni di tutti i coinvolti sappiano essere brutte e puzzone. Oltre al confronto fra le due "bande di terroristi", fin troppo esplicito in questo senso l'utilizzo del flashback sull'attentato al villaggio olimpico, spezzettato e diluito nell'arco di tutta la pellicola, estratto dal cilindro in maniera episodica, ogni volta che le azioni dei protagonisti cominciano a sembrare troppo sopra le righe e bisogna ricordarne la causa scatenante. Munich, inoltre, non sembra avere pretese di divulgazione, non approfondisce i fatti con piglio documentaristico e offre ben poche nozioni a chi degli avvenimenti sapeva poco o nulla.

Ma per fare grande cinema non è necessario sbandierare il miraggio dell'aderenza ai fatti reali, prendere forti posizioni politiche, approfondire tematiche scottanti. Basta, beh, fare grande cinema! E Spielberg, come suo solito, lo fa. Come già accadeva ne La guerra dei mondi, una buona metà di film è un perfetto esercizio di suspence, magistrale tanto nella sceneggiatura, quanto nella conduzione della macchina da presa. I primi due omicidi sono costruiti alla perfezione e il quasi catastrofico esito del secondo è da mozzare il fiato. Al contrario del suo precedente film, però, qui Spielberg, pur accusando qualche calo di tensione, tiene ben salde le redini del racconto e conduce lo spettatore fino all'amaro finale. Eccellente anche lo sviluppo dei personaggi, che partono quasi come ironica famigliola modello Mulino Bianco, pronti a svolgere il loro compito nel nome del bene, e piano piano si trasformano in bestie, abbandonandosi a squallidi atti di rabbia e finendo, nell'ultima, fallimentare, missione, per ridursi sullo stesso piano dei peggiori terroristi. Contribuiscono senza dubbio alla riuscita le eccellenti prove degli attori, dal sempre ottimo Eric Bana, al neo Bond Daniel Craig, passando per un sorprendente Ciaran Hinds.

Triste, snob, ma inevitabile nota finale per il doppiaggio. Se perdere per strada la babele di accenti e cadenze che caratterizza l'originale è comprensibile, vedere un cane infame e inascoltabile come Claudio Santamaria sempre più lanciato anche nel mondo dei doppiatori è inaccettabile. Il suo agghiacciante lavoro sul personaggio di Eric Bana fa bella coppia assieme all'interpretazione di Edoardo Ponti e ce la mette tutta per rovinare un doppiaggio altrimenti valido. Peccato.

Bubba Ho-Tep


Bubba Ho-Tep (USA, 2003)
Di Joe R. Lansdale

Un decrepito Elvis Presley sopravvive in preda allo scazzo, ricoverato in una clinica per anziani. Sue principali occupazioni quotidiane: farsi curare il bubbone che gli è spuntato sull'uccello, convincere chi gli sta attorno che lui è il vero Elvis e quello morto era un sosia con cui aveva fatto cambio, coltivare la sua amicizia con un vecchio nero convinto di essere John Fitzgerald Kennedy, combattere la mummia maledetta di nome Bubba Ho-Tep. Per la fine del racconto avrà ottenuto risultati di prestigio in tutti gli ambiti.

Questo bel romanzo breve si inserisce nel filone "delirio" cui appartiene anche lo splendido La notte del drive-in. Un horror fatto di situazioni oltre il limite del paradossale, che però rinuncia a costruire tensione e si limita a mettere in scena personaggi buffi e situazioni assurde, scivolando consapevolmente nel grottesco e nella parodia. E riesce addirittura ad essere poetico, seppur in una maniera tutta sua. L'ennesimo centro di un Joe R. Lansdale sempre più idolo delle folle.

15.2.06

La moviola in campo


Se ne parla tanto, Biscardi fa le sue pseudo-crociate, la UEFA sostiene di stare pensandoci, ma sembrano non esserci sbocchi. Sarebbe un cambiamento di grosso peso e, in quanto tale, va pensato per benino. Nel mondo del calcio, purtroppo, "pensare per benino" significa far trascorrere anni (decenni?). Troppo più facile cambiare una regola in una lega professionistica americana, che è chiusa, limitata a un certo numero di squadre, senza altre federazioni esterne da accontentare. E così, mentre l'NBA trae spunto da alcuni errori arbitrali commessi nei play-off e, la stagione successiva, introduce l'utilizzo della moviola in campo per evitarli, il mondo pallonaro vi si oppone con le unghie e con i denti. Ma perché la moviola in campo non può entrare nel calcio, visto quanto bene funziona in altri sport? La questione è sicuramente complessa e va analizzata per gradi.

Innanzitutto, cosa è la moviola in campo? La risposta sembra ovvia ma, a sentire le argomentazioni di alcuni contrari, non lo è forse poi tanto. Il concetto è semplice, quasi banale: mettere la tecnologia a disposizione degli arbitri, per dare loro un aiuto, facilitare alcune decisioni, certo non per eliminare del tutto gli errori. Molto semplicemente, usare la moviola in campo significa permettere agli arbitri di rivedere al replay azioni particolarmente delicate, in modo da poter controllare la decisione presa. E questo è uno dei due punti fondamentali su cui si basa l'utilizzo di questo mezzo, forse gli unici due punti che ne accomunano l'uso in tutti gli sport che l'hanno adottata: la moviola non viene usata per prendere una decisione arbitrale, dato che il controllo viene sempre fatto a posteriori. C'è una decisione presa sul campo e poi messa al vaglio del replay, ma che, fino a prova contraria, rappresenta quanto è stato deciso dall'arbitro. E da qui si va al secondo punto fondamentale, ovvero il fatto che il direttore di gara, dopo aver consultato le immagini, cambia la sua decisione solo se ci sono prove evidenti di un errore commesso. Chiaramente questo viene valutato dallo stesso arbitro, ma del resto è ovvio che debba sempre esserci discrezionalità.

Ora, io qui non voglio cercare di spiegare perché secondo me bisognerebbe utilizzare la moviola in campo anche nel calcio, perlomeno non direttamente. Preferisco, piuttosto, analizzare le motivazioni generalmente addotte da chi la moviola non la vuole. Prima di farlo, però, vorrei sottolineare una cosa che sfugge a molti: l'utilizzo di questo mezzo va contestualizzato in quelli che sono i tempi, i modi e i regolamenti dello sport. Ciascuna delle discipline americane che fanno uso regolare del mezzo, lo fa coi suoi modi e tempi. Nel basket è usata solo per valutare la validità o meno dei tiri scoccati allo scadere. E questo nonostante gli arbitri sul campo siano aiutati dal suono di una sirena e dall'illuminarsi del tabellone alle spalle del canestro. Nell'hockey viene utilizzata per controllare la validità di un gol e può essere anche richiesta dagli allenatori. Nel football americano si sfrutta in tante situazioni, anche perché lo sport, molto ricco di pause, ben si presta. Gli allenatori possono richiederne l'utilizzo, peraltro con regole ben precise (solo due volte a partita, non negli ultimi due minuti di secondo e quarto periodo di gioco, perdita di un time-out nel caso l'allenatore abbia torto... ). E ci sono altre discipline - per esempio il rugby - che l'hanno adottata, ciascuna con le sue regole. In ogni sport viene utilizzata secondo regole apposite e così avverrebbe per il calcio.

"La moviola in campo non è adatta al calcio, perché comporterebbe pause e tempi morti, snaturerebbe il naturale corso di una partita."
Premetto che, a mio parere, il tempo effettivo nel calcio non ci starebbe tanto male, se non altro perché eliminerebbe i patetici teatrini di giocatori che, quando la loro squadra si trova in vantaggio, perdono svariati minuti nell'effettuare rimesse e battere punizioni. Al di là di questo, come detto, l'utilizzo della moviola in campo va contestualizzato. Chiaramente è possibile solo in situazioni di gioco fermo. Penso per esempio a gol convalidati in situazioni irregolari, a rigori assegnati per falli commessi fuori dall'area e altre situazioni di questo tipo. In questi casi si perdono regolarmente due/tre minuti fra proteste, lamentele e spiegazioni. In tutto questo tempo le televisioni mostrano svariati replay con tanto di stanghetta sul fuorigioco. In uno scenario che preveda l'utilizzo della moviola in campo, il quarto uomo (o chi per lui) le vede, segnala il possibile errore all'arbitro e questi controlla le immagini. Il primo rigore concesso al Messina contro il Livorno nella ventitreesima giornata era per un fallo commesso nettamente fuori dall'area. Le immagini televisive lo svelano senza il minimo dubbio. Questa decisione poteva essere corretta. Il rigore assegnato alla Juventus, contro la Roma, nel confronto all'Olimpico della stagione 2004/2005 era per un fallo commesso da Dellas fuori dall'area di rigore, arrivato oltretutto sugli sviluppi di un'azione viziata da fuorigioco evidente di Ibrahimovic. Le immagini alla moviola mostrano chiaramente il doppio errore. Questa decisione poteva essere corretta. Nel corso della stessa stagione, Paparesta e il suo collaboratore non si sono accorti che il tiro di Pellissier in Chievo Juventus aveva oltrepassato la linea di porta e non hanno assegnato il gol. Le immagini alla moviola furono spietate e avrebbero permesso la correzione dell'errore. L'espulsione subita da Ganz per un fallo di mano in Ancona Reggina della stagione 2003/2004 fu ingiusta, perché le immagini alla moviola mostravano chiaramente lo stop di petto. Altra decisione che poteva essere corretta. Di esempi ce ne sono tantissimi e, francamente, credo che gli arbitri sarebbero ben contenti di poter correggere questi errori.

"La moviola in campo non eliminerebbe gli errori e le polemiche, perché spesso anche le immagini televisive non chiariscono."
Ma è ovvio che sarà sempre così ed è proprio per questo che si parla di cambiare la decisione presa sul campo solo in caso di prove evidenti dell'errore. L'arbitro controlla le immagini e valuta. Se ritiene che il suo errore sia evidente, corregge. Se ritiene che l'errore non sia evidente, anche se magari le immagini "sembrano" dargli torto, non cambia la sua decisione. Per esempio, credo che l'utilizzo della moviola non avrebbe cambiato molto sull'episodio del gol convalidato a Del Piero contro l'Udinese alla ventitreesima giornata, per il semplice fatto che, sì, dalle immagini il fuorigioco sembra esserci, ma l'angolo della ripresa, la distanza fra i giocatori, il fatto che sia una questione di centimetri, beh, qualche dubbio te lo lasciano per forza. E ogni giornata di campionato è piena di situazioni simili. Il problema, però, è che ce ne sono altrettante nette, facili da giudicare davanti al mezzo televisivo. Più in generale, credo che nel calcio la moviola in campo non dovrebbe essere utilizzata per rivedere decisioni in cui la discrezionalità dell'arbitro è decisiva (gioco pericoloso, fallo/non fallo e via dicendo). Però, quando a essere in dubbio è una posizione (fuorigioco, fallo commesso dentro o fuori dall'area, il classico "gol fantasma"...), la moviola in campo rappresenterebbe un aiuto concreto per gli arbitri. Dopodiché, che la moviola non possa evitare gli errori, le situazioni dubbie, le polemiche, si è visto e ribadito di recente nel Superbowl. Il touchdown segnato da Ben Roethlisberger è stato convalidato anche dopo che gli arbitri hanno controllato alla moviola. Le immagini non chiariscono in maniera palese se la palla abbia o no raggiungo l'area di meta e quindi ognuno può pensarla come crede. Certo, le polemiche sono state pochine, ma del resto negli Stati Uniti si usa così.

"Gli arbitri non vogliono la moviola in campo perché toglierebbe loro discrezionalità."
Ma che è, una barzelletta? Chi la guarda, la moviola, Maurizio Pistocchi? L'arbitro controlla le immagini e decide se è il caso di cambiare la scelta fatta in campo. Se non è discrezionalità questa, allora ci sono dei seri problemi con la lingua italiana.

"La moviola andrebbe introdotta in tutti i campionati e a tutti i livelli: non ci sono i mezzi per farlo."
Io non so se debba essere veramente così, però allora mi chiedo come sia stato possibile inserire la regola in base alla quale il giudice sportivo può sanzionare squalifiche basandosi sulle immagini televisive. Dubito che nelle categorie inferiori questo possa avvenire. Se c'è effettivamente questo limite, beh, allora si può fare poco.

Insomma, perché non può essere introdotto l'utilizzo della moviola in campo nel calcio? Io francamente, non lo capisco. Aiuterebbe solo in una parte delle situazioni, una parte che fatico a ritenere "minima", e sarebbe comunque un bel passo avanti. Non vedo come possa essere ritenuta una valida argomentazione il fatto che non risolverebbe tutti i problemi, dato che, comunque, ne sistemerebbe una parte consistente. In compenso, vedo i motivi per cui bisognerebbe utilizzarla: fornirebbe un aiuto concreto agli arbitri, che avrebbero un mezzo in più tramite il quale svolgere il proprio compito con maggiore coscienza e precisione. E, supponendo ovviamente che agiscano in buona fede, credo agli arbitri farebbe solo piacere poterne usufruire. Ed è ovvio che la moviola in campo non risolverebbe tutti i problemi, non eliminerebbe tutti gli errori, non cancellerebbe le polemiche. Ma non è quello l'obiettivo. Ed è chiaro che non la si potrebbe utilizzare secondo le regole con cui viene usata in altri sport. Ma mi sembra davvero ridicolo anche solo doverlo puntualizzare.

13.2.06

Miracle


Miracle (USA, 2004)
di Gavin O'Connor
con Kurt Russel, Patricia Clarkson, Noah Emmerich, Sean McCann, Kenneth Welsh, Eddie Cahill


Eleven seconds, you got ten seconds, the countdown going on right now...Morrow up to Silk...five seconds left in the game! Do you believe in miracles? YES!!! Unbelievable!

La nazionale sovietica di hockey su ghiaccio è stata per una quarantina d'anni qualcosa di pazzesco. Dal 1956 al 1992 ha vinto la medaglia d'oro alle Olimpiadi invernali in tutte le edizioni tranne due: nel 1960 e nel 1980. In entrambi i casi l'oro andò al collo della nazionale statunitense. All'epoca la nazionale olimpica americana era composta dai giovani talenti universitari, non certo dalle stelle della National Hockey League come accade oggi (a Torino vedremo il torneo olimpico più imbottito di professionisti NHL della storia). Non che la cosa avesse molto peso, dato che anche le selezioni di All Star della lega professionistica americana venivano regolarmente massacrate dai sovietici.

Febbraio 1980, siamo in piena guerra fredda e gli Stati Uniti ospitano le Olimpiadi invernali. Nonostante la scelta americana di boicottare l'edizione estiva che si sarebbe svolta quello stesso anno, i russi decidono di partecipare ugualmente e si presentano al via con la loro mostruosa nazionale. Gli americani mandano in campo una squadra composta di dilettanti, universitari, giocatori che l'università l'hanno finita già da un po', nessun professionista NHL. Alla loro guida, Herb Brooks, allenatore universitario che, da giocatore, si era visto escluso all'ultimo momento dalla nazionale del '60, l'unica ad aver superato il mostro comunista. Brooks prende in mano i suoi ragazzi e li guida verso l'inevitabile trionfo del bene, abbattendo lungo il cammino le tre squadre più forti al mondo: Svezia, Repubblica Ceca e URRS. Lo scontro coi sovietici non è neanche l'ultimo del torneo: gli americani, per conquistare la medaglia d'oro, batteranno poi anche la Finlandia. Ma, chissà perché, nessuno ricorda quella partita, tutti ricordano quella coi sovietici. Quella spettacolare partita che si è chiusa sulle parole di Al Michaels citate in apertura.

Un episodio del genere, già raccontato così, assume toni epici, ma ovviamente c'è poi quel corollario di piccoli elementi che costruiscono la leggenda, a partire dal fatto che tutti i risultati furono ottenuti in rimonta. Ma soprattutto, un fatto del genere, così intriso di moralismi e di retorica sportiva, non può che generare il classico film sportivo Disney a base di buoni sentimenti. Eppure, nonostante tutto, Miracle, complice forse anche il fatto di raccontare un allenatore fortemente autoironico e poco avvezzo ai monologhi da spogliatoio, riesce a mantenere un buon equilibrio, senza mai scadere nel patetico. E allora, quando alla fine, inevitabilmente, ti ritrovi ad esultare come un idiota per la vittoria dei ragazzi, ti senti un po' meno coglione che in altre occasioni.

12.2.06

Soldi facili.com


The First $20 Million Is Always the Hardest (USA, 2002)
di Mick Jackson
con Adam Garcia, Rosario Dawson, Jake Busey, Ethan Suplee, Anjul Nigam, Enrico Colantoni


Tratto dall'omonimo libro di Po Bronson, questo film dal titolo impronunciabile (per bruttezza nella versione italiana, per lunghezza in quella originale) è una divertente e spensierata commedia sulle utopiche imprese di alcuni giovani creativi nello scenario della Silicon Valley. Per certi versi ricorda molto Microservi di Douglas Coupland, anche se qui il taglio è molto più da classica commedia adolescenziale ammerigana. Non so se l'impostazione semi-demente sia mutuata dal libro o frutto della sceneggiatura, ma di sicuro funziona, strappa gustose risate e rende gradevolissima e spensierata la visione. I personaggi son poco più che macchiette, ma del resto si tratta di un film davvero di basse pretese, che si è limitato a svolgere bene il suo compitino: tenermi sveglio in fase di digestione pomeridiana sul divano.

E poi ha due ottimi valori aggiunti nelle vesti di Jake Busey, degno figlio di questa meravigliosa faccia, e Rosario Dawson, visione sempre eccellente.

10.2.06

Arriva Firefly


Mi sono appena accorto che sta per iniziare su Canal Jimmy la programmazione di Firefly. Oddio, in realtà lo sapevo da un po', perché hanno fatto pubblicità a tutta randa, ma, non so perché, oggi me ne sono reso conto. Di che si tratta? Semplice: di una fra le migliori serie TV di fantascienza che si siano mai viste. Anzi, Firefly è allo stesso tempo fantascienza e western. Creato dal sempre più idolo Joss Whedon, Firefly è un capolavoro di concezione, di realizzazione "visiva" e, sopra ogni altra cosa, di sceneggiatura. Del resto, chi ha avuto l'ardore di calarsi nelle atmosfere trash che caratterizzavano Buffy l'ammazzavampiri e Angel saprà fin troppo bene che razza di maestro sia Whedon nello scrivere dialoghi ricchi, vivi e soprattutto esilaranti. Per non parlare poi della bravura con cui gestisce i personaggi e i rapporti fra di loro, facendoli crescere di episodio in episodio come veramente di rado ho visto fare.

Firefly, purtroppo, è una serie nata morta. Ricca di idee interessanti, per certi versi innovative, non ha forse mai convinto chi sganciava il grano e ha probabilmente visto la luce solo per il credito che Whedon si era guadagnato col successo - in quel periodo ancora notevole - delle sue precedenti creazioni. Tant'è che i casini sono iniziati fin da subito, coi produttori che hanno bocciato l'ottimo episodio pilota perché troppo poco "action" e scelto di non mandarlo in onda. Le trasmissioni furono avviate con The Train Job, paradossalmente l'episodio più debole di tutta la serie (e tale forse anche perché realizzato di fretta, proprio per riuscire a trasmetterlo in tempo). Non solo: arrivati a metà stagione circa, mentre erano ancora in corso le riprese di alcuni episodi, è giunta la chiusura. Le ultime tre puntate non sono mai state trasmesse e per concludere la serie si è utilizzato proprio l'episodio pilota.

Poi, però, Firefly, che per la cronaca aveva riscosso - come anche le altre serie di Whedon - uno strabordante successo di critica, è arrivato nei negozi, sotto forma di cofanetto DVD che racchiudeva, in ordine cronologico, tutta la serie (inclusi anche gli episodi mai trasmessi). Fu successo epocale, frutto del classico tam-tam fra appassionati, tale da convincere Universal alla realizzazione di un film tratto dalla serie. Serenity, uscito nelle sale italiane un paio di mesi fa e durato la bellezza di due settimane, è un bel punto alla fine del discorso. Chiude un po' di cose lasciate in sospeso, racconta un ulteriore bell'episodio nella storia di quei personaggi irresistibili e lascia aperta la possibile via a un seguito. Lo si potrebbe considerare, toh, come l'episodio conclusivo della seconda stagione. La classica saga in due/tre puntate. Peccato solo che ci manchino una stagione e mezza.

Comunque, come detto, il 17 febbraio si avvia su Canal Jimmy la programmazione di Firefly. Saranno trasmessi tutti gli episodi, nel corretto ordine cronologico. Spero che sia disponibile anche l'audio originale. In genere c'è. Ad ogni modo, guardatevelo, guardatevelo come vi pare, in italiano o in lingua originale. Ma guardatevelo. Personalmente credo che le creazioni di Whedon vadano viste nella lingua per cui sono state pensate, perché utilizzano un linguaggio e un modo di esprimersi estremamente comprensibile, ma davvero troppo complicato da rendere con una traduzione. Va anche detto che l'incredibilmente ottimo adattamento di Serenity ha dimostrato come l'inascoltabile massacro operato ai danni di Buffy non sia stato un obbligo, ma una scelta, oppure semplice inadeguatezza di chi se ne occupava. In ogni caso, conta solo una cosa: guardatevelo.

E se vi innamorerete di quelle storie, quell'atmosfera, quei personaggi, quelle musiche, se inizierete a soffrire intorno alla decima puntata, quando ormai sarete completamente rapiti e vi renderete conto che sta per finire tutto, se sarete dilaniati dal dolore al termine dell'ultimo episodio, di fronte alla certezza che non ce ne saranno altri, che non saprete mai cosa, come, chi... beh, mi spiacerà un sacco per voi. Ma del resto, penso che ne sarà comunque valsa la pena.
Buona visione.

9.2.06

Savage Season


Savage Season (USA, 1990)
di Joe R. Lansdale


Nel 1990 Joe R. Lansdale pubblica, con Savage Season, il primo capitolo delle avventure di Hap Collins e Leonard Pine. Quel libro in Italia non ha mai visto la luce e ho dovuto recuperarlo su play.com. Nel 1994 esce Mucho Mojo, secondo episodio di quella che diventa quasi ufficialmente una saga. Mucho Mojo è stato pubblicato in Italia da Bompiani, in un'edizione economica che mi sono accaparrato, credo, nel 98. Quel volume, a oggi, risulta esaurito e il sito ufficiale di Bompiani non ne fa proprio menzione. Insomma, anche Mucho Mojo va recuperato su play.com. I successivi quattro episodi (Il mambo degli orsi, Bad Chili, Rumble Tumble e Capitani oltraggiosi) sono stati tutti pubblicati da Einaudi che, sull'onda del recente successo riscosso in Italia da Lansdale, ha dichiarato di voler pubblicare tutta la saga in ordine cronologico. Certo, cosa ci sia di cronologico nel partire dal terzo episodio mi sfugge, ma speriamo significhi che presto vedremo uscire anche i primi due.

Ma di che parla, Savage Season? Hap è un ultraquarantenne ex hippie, si è fatto parecchi anni di galera per aver ostentato il suo rifiuto di andare in Vietnam e ha ottenuto di perdere la donna (evidentemente molto meno idealista di lui) e ritrovarsi in mezzo a una strada. Leo è un gay di colore, alleva cani da caccia, la guerra in Vietnam l'ha fatta e non perde occasione per farlo pesare al suo migliore amico Hap. In Savage Season i due scorrazzano fra le regole e gli stereotipi del noir, vivendo un'avventura fatta di atmosfere cupe, disilluso cinismo, cattivissima autoironia e situazioni davvero brutte brutte brutte. C'è la dark lady affascinante e pronta a sbattertela al culo, ci sono dei cattivi squallidi e insopportabili, c'è il fine tutt'altro che lieto. Non manca nulla ed è tutto scritto a regola d'arte. Con questa, è ufficiale: sono definitivamente innamorato di Lasndale, anche se come uomo lo trovo un po' brutto.

Colpo di scena: otto mesi dopo la pubblicazione di questo post, Savage Season ha finalmente goduto di un'edizione italiana, curata da Einaudi, intitolata Una stagione selvaggia.

FROGEvolution Soccer Tour - Campionato finito


Si è chiuso il girone di ritorno del FROGEvolution Soccer Tour. Lo scudetto è andato alla Juventus di Patriarca, che ha chiuso con ben nove punti di distacco dalla seconda classificata, meritandosi il titolo al di là di ogni ragionevole dubbio. Per quanto mi riguarda, credo di aver fatto un campionato più che onesto. La scelta polemica di utilizzare la Fiorentina mi ha tolto fin da subito dal novero dei possibili campioni e non a caso mi sono posto come obiettivo stagionale la conquista della coppa di lega. Sullo scontro diretto penso di potermela giocare con tutti ma, nell'arco di un campionato, avere la squadra dal tasso tecnico più basso e con la rosa meno ampia si paga decisamente troppo. Ogni infortunio è una tragedia, gestire il turnover è quasi impossibile e la stanchezza accumulata dei giocatori pesa tantissimo. Se aggiungiamo che il livello della competizione è comunque buono e, quindi, ogni singolo errore può costare una partita, è facile capire perché essermi piazzato al sesto posto rappresenti comunque un risultato soddisfacente. Meno soddisfacente il fatto che, al termine del girone di ritorno, ci siamo resi conto che in realtà non c'è nessuna coppa di lega: il gioco non permette di inserirla se al campionato partecipa più di un umano. Vabbé, poco male. Al termine del girone d'andata mi ero posto l'obiettivo di rimanere nella prima schermata di classifica (quindi fra i primi otto) e ce l'ho fatta. Avevo anche detto che mi sarebbe piaciuto classificarmi fra i primi sei ed è arrivato il sesto posto. Infine, mi avrebbe fatto piacere far vincere la classifica marcatori a Pazzini e, nonostante la concorrenza agguerrita di Lampard (e dei suoi otto rigori), ci sono riuscito.

Nel complesso posso quindi ritenermi soddisfatto, anche se, in tutta onestà, penso che avrei dovuto e potuto raggranellare fra i cinque e i sette punti in più. "Dovuto", perché il distacco in classifica parla chiaro: contro le ultime quattro avrei dovuto conquistare ventiquattro punti e invece ho ottenuto cinque vittorie e tre pareggi. Quanto al "potuto", il discorso è più complesso, segaiolo, e riguarda un'analisi credo abbastanza onesta delle mie prestazioni.

Contro il Chelsea di alegalli e il Real Madrid di Ualone ho vinto sempre, credo meritando. Nulla di rubato.

Contro il Milan di Alepolli all'andata ho giocato male e meritato di pareggiare, mentre al ritorno credo di aver meritato la vittoria. Anche qui, tutto a posto.

Contro la Roma del Duspa ho perso una partita che meritavo di pareggiare e pareggiato una partita che meritavo di perdere. Direi che le due cose si compensano. Discorso simile per il Liverpool di Vètova, con cui ho vinto una partita che lui meritava di pareggiare e pareggiato quella che meritavo di vincere.

Le rosicate cominciano con la Juve di Zave e il Middlesbrough di Grùspola. Francamente penso che avrei meritato di chiudere il confronto con loro a punteggio pieno, mentre con entrambi ho fatto quattro punti. Ecco, quindi, i primi quattro punti persi per strada.

Contro il Liverpool del Toso all'andata ho pareggiato un match che meritavo di vincere, mentre al ritorno, pur avendo avuto la possibilità di pareggiare nel finale, credo di essermi meritato la sconfitta che è arrivata. Quindi, anche qui, due punti persi, che portano il conteggio a sei.

Contro il Milan di SS all'andata è finita in parità, ma poteva tranquillamente starci una sconfitta di misura. Al ritorno, invece, ho perso meritatamente, anche se forse il 3 a 0 è stato un risultato un po' eccessivo. Quindi si può tranquillamente dire che contro di lui ho rubato un punto: e scendono a cinque le lunghezze perse per strada.

Infine, ci sono la Juve di Patriarca e quella di Ricky, ovvero le uniche due squadre contro cui non ho fatto punti. Francamente, credo di essermela giocata alla pari in tutti e quattro i confronti, ciascuno dei quali perso per un gol di svantaggio. Tutto sommato, credo che un paio di punti, in queste quattro partite, avrei potuto farli.

E magicamente ci siamo: dai cinque ai sette punti lasciati per strada. Punti che mi avrebbero probabilmente permesso perlomeno di provare ad agguantare il terzo posto, certo, ma d'altra parte non penso di essere l'unico a poter fare recriminazioni del genere. Del resto, solo con un torneo giocato veramente sopra le righe, con una serie di prestazioni da "ogni tiro un gol", avrei potuto lottare per lo scudetto. Va quindi bene così.


Di seguito il messaggio con cui, in mailing list, si è commentata la chiusura del girone di ritorno.

Questa la classifica, che incorona campione Patriarca:
Squadra-Punti-Vinte-Pareggiate-Perse-Gol fatti-Gol subiti
Juventus (Patriarca)-49-15-4-3-39-13
Milan (SS)-40-12-4-6-29-11
Juventus (Ricky)-39-12-3-7-29-23
Chelsea (alegalli)-36-10-6-6-29-25
Liverpool (Toso)-33-9-6-7-18-20
Fiorentina (giopep)-31-8-7-7-28-20
Roma (Duspa)-31-8-7-7-19-18
Middlesbrough (Grùspola)-29-8-5-9-19-19
Juventus (Zave)-29-7-8-7-14-15
Liverpool (Vètova)-17-3-8-11-12-29
Milan (Alepolli)-16-4-4-14-16-30
Real Madrid (Ualone)-13-3-4-15-14-43

Dei tre che avevano chiuso in testa il girone d'andata, ne è rimasto solo uno, vale a dire il campione: la Juventus di Patriarca va a vincere con ben nove punti di vantaggio sulla seconda classificata. Un titolo strameritato, conquistato grazie a una grande continuità di gioco e risultati, con vittorie spesso strappate sudando e lottando fino all'ultimo. Molto continuo e premiato da un meritato secondo posto anche il Milan di SS, che va quindi a conquistare il diritto a mesi di banfa sciolta sui suoi compari di redazione. A proposito di redazioni, vale la pena sottolineare come il podio, chiuso dalla Rubentus di Ricky, sia costituito da soli componenti di redazioni PC. Un bello smacco per i pleistescionari. Segue poi il Chelsea di alegalli, che per un certo periodo è sembrato l'unico avversario credibile di Patriarca, ma si è velocemente sgonfiato come un palloncino. Quinto posto occupato dal Liverpool di un Toso che ha prestato fede alle sue parole, rimontando due posizioni rispetto al girone d'andata e piazzandosi, tutto sommato, poco lontano dal podio. Discreto girone di ritorno anche per la Fiorentina di giopep, che ha guadagnato una posizione rispetto all'andata. Ma se queste rimonte si sono concretizzate è anche grazie al colossale tonfo della Roma del Duspa e del Middlesbrough di Grùspola, che undici partite fa stazionavano rispettivamente al primo e al terzo posto. Infine, il gruppo di coda, con una Juventus (Zave) nettamente ultima delle prime (ma diciamo pure delle medie) e un grandissimo Liverpool (Vètova), in grado di piazzare un bel filotto di risultati e conquistare così il decimo posto. A seguire il Milan di Alepolli, autore di un ottimo finale di campionato, e il Real Madrid di Ualone, che aveva iniziato alla grande il girone di ritorno ma si è poi spento nel finale.
Prima di chiudere, alcune notazioni statistiche: Middlesbrough (Grùspola), Roma (Duspa), Chelsea (alegalli) e Real Madrid (Ualone) sono le uniche squadre ad aver fatto nel girone di ritorno meno punti che in quello di andata. Il divario è solo di uno e due punti per Real e Chelsea, ma Grùspola ha fatto 13 punti in meno, mentre il Duspa addirittura 17. La squadra con il maggior incremento di punti fra andata e ritorno è invece il Milan di Alepolli, migliorato di otto punti e seguito a ruota dalla Juventus di Patriarca, migliorata di sette punti. La miglior difesa del torneo ce l'ha il Milan di SS, con 11 reti incassate, mentre le 43 incassate dal Real Madrid di Ualone gli consegnano il premio per la peggior difesa. Miglior attacco per la Juventus di Patriarca (39 gol, dieci in più di chiunque altro), mentre il peggiore ce l'ha il Liverpool di Vètova (12 reti). Impressionante il tonfo del Middlesbrough di Grùspola, che nel girone di andata ha preso solo tre gol (all'epoca miglior difesa), e in quello di ritorno ne ha incassati sedici, oltre il quintuplo.

Questa la classifica dei principali marcatori:
12 - Pazzini (Fiorentina - 1 rigore)
11 - Lampard (Chelsea - 8 rigori)
10 - Trezeguet (Juventus Patriarca)
9 - Mutu (Juventus Patriarca)
8 - Ibrahimovic (Juventus Patriarca), Shevchenko (Milan SS), Trezeguet (Juventus Ricky)
6 - Drogba (Chelsea), Gilardino (Milan SS) Ibrahimovic (Juventus Ricky), Zalayeta (Juventus Patriarca)

Questa, invece, la classifica degli assist:
5 - Nedved (Juventus Patriarca), Zalayeta (Juventus Ricky)
4 - Ibrahimovic (Juventus Ricky), Lampard (Chelsea)
3 - Bojinov (Fiorentina), Kakà (Milan SS), Mancini, Montella (Roma), Trezeguet (Juventus Patriarca)

In chiusura analizziamo le sparate e ciò che hanno prodotto.
In avvio di stagione, queste erano le abbaiate:
Grùspola: "Punto al podio."
Ottavo posto, a dieci punti dal terzo.

Zave: "Punto a chiudere fra i primi sei."
Nono posto, a tre punti dal sesto.

giopep: "Il mio obiettivo è la coppa."
Risate e sberleffi.

Ualone: "Punto a vincere almeno una partita."
Obiettivo ampiamente centrato.

Queste, invece, le abbaiate di metà stagione, in avvio del girone di ritorno.
Zave: "Punto a battere il Duspa"
Obiettivo centrato.

Toso: "Ora inizio la rimonta"
Ottimo girone di ritorno, vittorie illustri, due posizioni recuperate,quasi in lotta per un posto sul podio. Obiettivo centrato.

Duspa: "Col Toso perdo, ma gli altri li bastono"
Col Toso ha perso. Anche con molti altri. Poi magari si può discutere sei ntendesse dire "li metto sotto sul piano del gioco, anche senza necessariamente dover vincere". Ai posteri l'ardua sentenza.

Ualone: "Si vedrà un grande Real Madrid"
A larghi tratti si è visto, anche (soprattutto?) in alcune sconfitte. Certo che due posizioni perse in classifica, un punto in meno rispetto all'andata e un crollo all'ultimo posto lasciano comunque l'amaro in bocca, bel gioco o meno.

giopep: "Punto a rimanere nella prima schermata della classifica. E mi piacerebbe arrivare sesto e far vincere a Pazzini la classifica marcatori."
Beh, dai, ce l'abbiamo fatta.

E' stato un bel torneo, grazie a tutti i partecipanti.
:*

Infine, la lista dei partecipanti, divisi per redazione:
PSM
giopep (Fiorentina)
Ualone (Real Madrid)
Vètova (Liverpool)

Nintendo la Rivista Ufficiale
Zave (Juventus)

Xbox la Rivista Ufficiale
Alepolli (Milan)

Giochi per il mio computer
Grùspola (Middlesbrough)
Patriarca (Juventus)

The Games Machine
Il Duspa (Roma)
Il Toso (Liverpool)
Ricky (Juventus)
SS (Milan)

Collaboratori esterni
alegalli (Chelsea)

7.2.06

Usenet Amarcord #007


Appuntamento anomalo con la rubrica Usenet Amarcord.
Questa volta non propongo post o discussioni particolari, ma stralci da anni di post di un certo barista. Notizie e spettegules dal fantastico mondo del calcio parcheggiato in albergo.
Così, a caso, senza un filo logico e sicuramente con una cronologia del tutto sballata. Da prendere come vengono, nella speranza di non essermi dimenticato cose fondamentali.
(Ah, le parti in corsivo sono pezzi di messaggi a cui il nostro eroe rispondeva)

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dato che la Juve ha perso il campionato il campionato è regolare
se invece l'avesse vinto sarebbe stato irregolare e lo scudetto rubato
ciò è la palese dimostrazione che un campionato è regolare solo quando la juve non lo vince

davvero?
ok, ecco perchè i giocatori della lazio, insieme a quelli della samp e della fiorentina, si fanno SISTEMATICAMENTE delle belle trasfusioni di sangue il giorno prima della partita
il loro stesso sangue, per inciso
è una forma di doping vietata, se non erro

come mi pare sia vietato corrompere gli arbitri, ma da noi si regalano lettori dvd portatili e l'inter fc invia delle belle troie russe nella notte del sabato (voto alle troie 9)

un pò di anni fa Zenga venne omaggiato di una porsche gialla da parte della squadra avversaria

ah, per non parlare di qulla volta che Moggi si mise ad urlare al telefono ad un cronista della gazzetta che dare voti bassi a tal giocatore della juve, in fase di vendita, voleva dire autolimitarsi a scrivere per il corriere dell'oratorio di biella

oddio, perfino il fantacalcio è sballato...sigh

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Moggi: "La juve non ha mai preso contatto con l'inter per Vieri"
due sere prima stava urlando al telefono perchè la trattativa era lunga ed il prezzo troppo alto

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Su Moggi:
"cioè, io ti trovo un posto alla gazzetta e tu mi dai 4 ad un giocatore che ho appena messo sul mercato? vedi di far diventare quel 4 un 6 prima di andare in stampa o tu non scriverai più nemmeno per il giornale della parrocchia"

"sig. Collina come sta? è sempre un piacere avere lei come arbitro. per lei e i suoi collaboratori ho lasciato un piccolo omaggio alla reception, e buon lavoro!"
(il piccolo omaggio erano tre videocamere digitali della sharp)

ma non dite che lo fa solo lui, vogliamo parlare dell'hi fi verticale b&o lasciato dalla roma?

tutto di fronte a tutti?

senza preoccuparsi eccessivamente, diciamo

lascia i pacchetti ai portieri da consegnare, spesso dettando cosa scrivere sul biglietto
più frequentemente parla direttamente con i vari personaggi, al bar, comodo e rilassato.

in realtà gira talmente tanta roba (intendo regali, donne) intorno a giocatori, organizzatori, arbitri, procuratori che è difficile capire cosa è un regalo lecito e cosa non lo è

tra sponsor, squadre che cercano contratti e fan arriva un pò di tutto. vieri ad esempio riceveva abitudinalmente dei pacchi immensi dalla virgin con dentro qualche centinanio di cd. Vieri cazzo aveva a che fare con la Virgin? magari c'era andato due volte, e questi per una foto da esporre lo sommergevano di musica, talmente tanta che dopo un pò la lasciava a noi, finchè quelli della virgin hanno capito che si era rotto

e poi i procuratori si siedono davanti ad un tavolo, snocciolano milioni al telefonino, fanno dei "regaloni" (roba hi tec, ma anche auto!) per ingraziarsi il giocatore di turno. nessuno chiede "ma tu hai regalato della roba ad un arbitro" perchè tutti quelli coinvolti nel giro lo fanno, gli arbitri dovrebbero rifiutare un regalo dallo sponsor della juve? non credo, dato che tanto l'inter farà lo stesso.

cmq è gente molto bella. arbitri e giocatori sono quelli che producono, intorno a loro c'è un mondo di parassiti che vive di percentuale o di briciole

questi si scannano, esattamente come i malavitosi intorno al bottino

detto questo non credo che il campionato sia "deciso" a tavolino. ma solo perchè questa gente sa che è meglio non rompere il giocattolino.

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Oggi ho servito cappuccino o caffé a:

Pelè
Altobelli
J. M. Pfaff (Heineken alle 10.20 AM)
Platini
Tardelli
Oriali
Beckembauer
Matthaus con una bruna le cui forme sono prova palese dell'esistenza di Dio
Il terzino tedesco che ha fatto gol in finale con l'argentina

di minore levatura:
Bierhoff
Maldini jr
Simone
Vieri + velina
Ronaldo
Albertini
Portiere francese di colore che non so il nome
Frey

fauna varia di assoluta levatura morale:
M. Mosca
Moggi, che ha gentilmente fatto trovare il conto strappato sul tavolo e se ne è andato senza pagare come sempre
Callendo
Skleranikova
Biscardi
Cantante dei Simply Red
Quarantenne ricciolo che fa le interviste su italia 1, simpatico come il virus dell'hiv

Curiosità: alle ore 14.50 uno dei tedeschi ha puntato verso il bar trascinandosi 200-250 tifosi assetati
alle 15.50 erano state finite
8 casse Heineken
6 casse Becks
6 casse Bud
6 casse Peroni
si continuava vendendo nastro azzurro in lattine calde, che i tedeschi bevevano con nonchalance

Curiosità2: nella camera 616 american express e ford hanno impilato nr. 50 PS2 e 50 copie FIFA 2001 PSOne da consegnare come gentile omaggio ai dirigenti invitati a vedere la partita

per gli altri una maglietta con su scritto "welcome to the final"

Curiosità3: Matthaus è indubbiamente il più simpatico ed educato dei VIP insieme ad un ragazzo che oggi allo stadio si veste da orsetto facendo "wheee wheee"

Curiosità4: verso le 11 AM una signora bionda lamentava la scomparsa della figlioletta, quindi non posso escludere la presenza di Gizmo in incognito

è tutto, grazie per l'ascolto

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ieri ho avuto il piacere di vedere la partita della juve a fianco di Cosmi e combriccola varia

vedere le partite di calcio vicino a chi lo gioca ad altissimo livello è istruttivo, si possono raccogliere le perle di saggezza di chi ha l'occhio tecnico e conosce le dinamiche dell'azione in ogni particolare

thuram (si scrive così?) si ritrova una palla appena decente davanti alla porta, la stoppa alla grande ma fa una roba sbilenca a metà tra un cross e un tiro in tribuna

Serse "ma tu guarda che puttanata che ha fatto sto coglione, questo sotto rete è veramente un africano"

(nella combriccola ci sono dei tizi moretti, ma a occhio sembrano brasiliani)

ad un certo punto arriva una palla alta vicino all'area piccola che del piero appoggia in maniera poco decisa verso un compagno, anticipato tranquillamente dal portiere, mi pare

io dico al mio collega "ma era un tiro o un passaggio?"

mi risponde direttamente Serse: "ci fosse stato un qualsiasi altro giocatore la metteva in porta, ma che cazzo vuoi che faccia quel frocetto di testa, salta due centimetri e un cazzo"

non che la settimana prima quell'altro, malesani, fosse meglio eh. lui faceva i commenti tipo bar sport "'sti juventini fanno i falli e poi protestano, solo capaci di rubare"

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tornate a casa e vi trovate ronaldo in salotto.
cosa fate e perché.


gli chiedo cosa ne pensa la sua giovane mogliettina di tutte le troie russe e bionde che si porta in hotel

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mi ricordo del caso Ronaldo che andò con una da 100 milioni a colpo.

ma per favore, se stiamo parlando della tipa brasiliana che Ronaldo "non conosceva perchè era un bravo marito" era sì oscenamente figa, ma veniva intorno ai due milioni a botta, non di più
peraltro la tipa se ne fotteva e girava per la camera spesso totalmente ignuda. bei tempi.

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l'allenatore del messina guardando la partita della juve con i giocatori ha detto che ibrahimovic con il destro fa le acrobazie, ma con il sinistro non è proprio capace, e non ci prova nemmeno

"quindi se vi fate saltare siete doppiamente stronzi. avete solo un piede da curare"

zio, che dici, sono cazzate?

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ieri ho portato la colazione alla ragazza (moglie?) di morfeo

scopabile assai

assomiglia alla salerno, ma magra e giovane

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giusto oggi parlavo con un collega di quanto sia diversissima la gestione dei giocatori tra le varie squadre.

palermo, ascoli, messina, lazio, lecce: i giocatori fanno un pò quello che cazzo gli pare. sono in piedi tardi il giorno prima del match, bevono i crodini e gli amari, magnano patatine e robaccia

udinese e chievo: i giocatori stanno abbastanza schisci, magari una nocciolina o un tostino di nascosto, ma se li sgama cosmi partono gli urlacci

juve: nessuno si azzarda a fiatare, se sulle direttive c'è scritto di non fiatare. e tutti in camera alle 10.30

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Tizio sconosciuto con completino cravatta-giacca-lazio: "mi raccomando, anche se ve lo chiedono non servite nulla ai giocatori"

Quedex: "certamente"

ore 8.30

Mancini: "mi raccomando, ai giocatori potete dare solo il caffe dopo pranzo"

Quedex: "certamente"

ore 12.30

Mihajlovic: "vorrei un bottiglia di champagne"

Quedex: "ma..."

Mihajlovic: "voglio una bottiglia di champagne"

Quedex "certamente"

non la vuole servita nella sua camera, la 328, ma alla 623. spingo il carrello con il sois glas e vedo, dalle porte aperte delle 621-622 che sono le camere dei massaggi.

entro e Sinisa solleva lo schienale della panca in modo da stare seduto.
apro lo champagne e gli passo un flute, lui sorseggia lentamente. il massaggiatore continua alacre.

"aaahhh. metti sul conto della squadra"

quest'uomo titolare a fantacalcio per sempre :)

immagine del giorno: Altobelli in completo di chic che usa un palmare tocchettando con il pennino.

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La tormenta di neve.

è ancora fresca dai, anche se ti circonda la macchina riuscirai ad uscire

o meglio ci riuscirai se hai una macchina decente. la mia 106 è uscita subito, la matis del mio collega facchino anche

se hai il ferrari no. il ferrari si impantana con 10 cm di neve. se sei un'extracomunitario brasiliano con il ferrari sei veramente nella merda, anzi nella neve.

meno male che ci sono i civili baristi italiani a darti una mano a spingere. certo, visto che tu non fai altro che far slittare le ruote (larghe un fottio, aggiungerei) ad un certo punto ti ritroverai anche tu a spingere la macchina lasciando in folle.

peraltro, non vorrei dirlo, ma tra me e l'extracomunitario cristone quello che spingeva di più ero CERTAMENTE io.

ah, rotfl, i giocatori dell'ascoli che dalle finestre ti prendono per il culo "dai che dormi in macchina stanotte!"

6.2.06

Super Bowl XL


Partita non bellissima e, per una volta, difficile anche da salvare col discorso "se la son giocata fino alla fine". Ha vinto la squadra che ha, forse, nel complesso, giocato peggio, ma si è rivelata più solida quando contava. Matt Hasselbeck ha fatto una gran partita e, come tutta Seattle, ha sbagliato davvero poco: il problema è che gli errori sono tutti arrivati in momenti chiave e hanno pesato come macigni. Al contrario, Pittsburgh ha giocato male, è mancata in due uomini fondamentali come Troy Polamalu e Ben Roethlisberger, ma nelle fasi decisive ha mostrato una concretezza chirurgica. Lo stesso Big Ben, nel computo statistico totale ha obiettivamente fornito una prestazione di poco conto, sbagliando tanti passaggi. Ma ha centrato quelli che contavano davvero, oltre a segnare un decisivo touchdown in corsa.

Seattle è partita bene, è andata avanti su field goal, ma non ha poi combinato più nulla e gli Steelers hanno avuto il merito, una volta passati in vantaggio, di non fermarsi più. I due field goal - entrambi da 50 e più yard, per carità - sbagliati da Josh Brown pesano forse più di quanto dica il punteggio finale, perché sono arrivati in momenti in cui la partita poteva cambiare direzione e non l'ha fatto anche per quel motivo. Il primo, soprattutto, poteva far chiudere il secondo quarto con solo un punto di vantaggio per gli Steelers, ma non è andato a segno. E, anche qui, quando c'era da chiudere il drive importante, Seattle ha sbagliato, Pittsburgh no.

Certo, nonostante le gufate di Dan Marino (che ha telefonato a Roethlisberger per dirgli "goditela, potrebbe essere la prima e ultima volta che vai al Super Bowl"), c'è stata anche una mano da parte del destino, anche solo nel fatto che tutte le chiamate arbitrali delicate abbiano detto Pittsburgh.
Due in particolare sono state decisive e, secondo me, corrette. Nel primo quarto, sullo zero a zero, gli arbitri hanno annullato un touchdown ai Seahawks per un'interferenza offensiva di Darrell Jackson. Una chiamata al limite, a interpretazione, ma che penso ci stia: vero che la spinta è lieve, ma viene portata nel momento in cui i due giocatori stanno effettuando un cambio di direzione ed è sicuramente decisiva nel far perdere il passo al difensore di Pittsburgh. Altrettanto delicata l'altra chiamata arbitrale pro-Steelers, che ha visto convalidato il touchdown in corsa di Roethlisberger anche dopo il challenge richiesto da Mike Holmgren. Dal replay mostrato in TV, francamente, mi è parso che, nel momento di massimo avanzamento, quando Big Ben era ancora in aria, la palla sia arrivata, anche se di pochissimo, sopra alla linea di meta. Al di là di questo, comunque, gli arbitri cambiano la decisione presa sul campo solo se dalle immagini è evidente l'errore, e non è questo il caso. Restano comunque due giocate che, in un'eventuale finale scudetto italiana, scatenerebbero indagini parlamentari e interminabili campagne "stampa" da Biscardi.

A conti fatti, ripeto, ha vinto chi, pur giocando probabilmente peggio, ha saputo mettere in campo le palle quando contava ed effettuare giocate decisive. Una volta tanto, fra l'altro, sono d'accordo con la scelta dell'MVP, che avevo pronosticato a una decina di minuti buona dalla fine. In una notte che non ha visto una stella in particolare risplendere più di tanto sulle altre, Hines Ward ha messo sul piatto cinque ricezioni per 123 yard, con un paio di giocate bellissime e, soprattutto, il touchdown decisivo, quello che ha dato la definitiva svolta alla partita. Avvio di ultimo quarto, Seattle è sotto di quattro punti e sta attaccando sulle trenta yard di Pittsburgh. In sequenza arrivano: un passaggio fino a una yard dalla meta annullato per holding, un sack su Hasselback e un intercetto, condito fra l'altro da una penalità per un tackle illegale dello stesso Hasselback. Nel drive successivo gli Steelers si portano sulle 43 yard avversarie e piazzano una giocata splendida, fra l'altro già vista altre volte in stagione: Roethlisberger passa la palla a Randle El (che non a caso al college giocava quarterback) e questi serve Hines Ward con un lungo passaggio in meta. Partita finita, il resto è quasi solo accademia.

A conti fatti devo dire che sono abbastanza contento per come è andata. Simpatizzo spudoratamente Pittsburgh (soprattutto con gli Eagles fuori dai giochi), più che altro perché mi piace molto Roethlisberger, sia come giocatore (ancora un po' rozzo, ma talentuoso), sia come personaggio, ed è divertente vederlo conquistare il record di quarterback vincente più giovane della storia. Mi fa piacere che Bill Cowher, dopo 14 anni da allenatore nella sua città natale e un Super Bowl perso, sia finalmente riuscito a vincere un titolo. Ed è sicuramente molto bello che Jerome Bettis chiuda la carriera conquistando il suo primo Vince Lombardy Trophy nella sua Detroit. Viva l'America, viva le favolette!

5.2.06

The New Zealand Story

Tiki had met the Goddess and now went into a long sleep in the warm sunlight. But the Heavens had got an exit to the underworld.

The New Zealand Story (Taito, 1988)
sviluppato da Taito


A quasi vent'anni di distanza, The New Zealand Story è ancora un gioiello. L'unico elemento stonato è la colonna sonora, ancorata a uno stereotipo di quegli anni, fatto di un unico, ripetitivo, lezioso motivetto, che sulle prime risulta adorabile, ma dopo mezz'ora finisce per essere lancinante.

Ma tutto il resto, ragazzi, che roba!

La costruzione dei livelli è semplicemente impressionante, per la cura con cui ogni singola piattaforma è piazzata in giro, a costruire una serie di passaggi, pertugi, corridoi su cui zompettare è pura gioia. Perfetto nella progressione del livello di difficoltà, in crescita continua dall'inizio alla fine, sempre in grado di fornire una sfida adeguata, mai frustrante, anche nell'indubbiamente "aggressiva" sezione finale.

La concezione dei boss è spettacolare, dalla balena di ghiaccio che inghiotte il protagonista e lo costringe ad attaccarla dall'interno, alla delirante nave pirata: un "mostro finale" che è in realtà un intero livello, fatto di trappole, pavimenti scorrevoli, punte acuminate, trabocchetti nascosti. Forse delude un po' solo la banalità del confronto definitivo col trichecone, per nulla fuori dagli schemi come ciò che lo precede.

Il design dei personaggi e delle ambientazioni è adorabile. Ricco di piccoli dettagli che saltano solo all'occhio dell'osservatore più attento, carico di autoironia, delizioso nel suo tratteggiare una lunga serie di personaggi adorabili e allo stesso tempo estremamente crudele nel sottoporre quel povero kiwi a una serie di morti sanguinarie, per mano di punte, lame, frecce e squartamenti vari. La Nuova Zelanda creata da Taito è popolata di esseri tondi e morbidosi, mette a proprio agio il giocatore con un uso ammorbante di suoni e colori, con una rappresentazione grafica morbida e avvolgente. E poi lo stupra colpendolo a tradimento, quando meno se l'aspetta, con violentissime pugnalate, che strappano quella specie di povero pulcino dalla sua vita terrena.

Ma il punto più alto si raggiunge quando ti ritrovi, dopo la morte, a saltellare fra le nuvole in paradiso. Ed è lì, mentre sei impegnato alla ricerca del conforto fra le braccia di una dea, o della coraggiosa e generosa fuga verso i pericoli del mondo, che ti rendi conto di quanto genio possa esserci dietro a questo gioco. E il cuoricino si spezza in due, sconvolto di fronte a tanto miele.

Flame in diretta



A margine delle considerazioni sulla "sfiga" di Pozzo, segnalo un concreto guadagno di punti stima per Mario Sconcerti: ultimamente iniziavo a trovarlo insopportabile, ma vederlo flammare in diretta con Moggi è stato divertentissimo.

Alcuni stralci: Sbroccata di Moggi perche' ieri Bonan ha detto che e' stato un errore vendere Henry... e via di "Era giovane, ci abbiamo guadagnato, abbiamo preso altri grandi attaccanti... "

Intervento di Sconcerti: "Ma tu sei stato tutta la notte con questo dubbio sullo stomaco? E' una piccola cosa, via... "

Al che Moggi parte per la tangente e attacca una sbroccata colossale sull'arbitraggio in Coppa Italia, sul fatto che altre squadre quest'anno sono più favorite della Juve e addirittura butta lì una sbroccata preventiva su eventuali "vendette arbitrali" che arriveranno nel corso della prossima settimana.

E Sconcerti, hahaahhaha, così, a gratis, tira di nuovo fuori Henry, buttando fra l'altro sul piatto un "Lo facevate giocare terzino."

Seguono trottate e galoppate assortite, in cui ovviamente si inserisce puntuale Mauro dicendo la sua cazzata da "quello che ha giocato a calcio e ne sa, anche se non conosce l'italiano".

Meravigliosa la chiusura della D'Amico: "Non mi chieda di fare il postino coi miei colleghi, se deve dire qualcosa a Bonan, la dica a lui."

Ma che gli ha fatto, Pozzo, al Palazzo?


Non voglio mettermi a disquisire sulla legittimità della vittoria juventina contro l'Udinese. Hanno preso due pali, hanno avuto numerose occasioni sprecate da Ibrahimovic, può tranquillamente essere che, a prescindere da tutto, la vittoria ci stia e sia meritata. Il punto, però, è un altro: per l'ennesima volta, come accade da qualche anno, lo scontro fra le due compagini "bianconere", soprattutto quando si svolge al Delle Alpi, è una roba vergognosa. Che l'Udinese sia in assoluto la squadra più sfavorita dagli errori arbitrali nel campionato italiano e che la Juventus sia dall'altro lato della classifica (assieme ad altre grandi, per carità) non lo dico io, lo dicono le statistiche. Statistiche che, magari, al termine di questa stagione mi smentiranno, ma che certo non lo fanno in relazione alle due precedenti. Poi si può discutere sul peso di determinati errori rispetto ad altri, ma da un punto di vista strettamente numerico, nel conteggio dei singoli episodi, l'Udinese è la squadra che più di tutte la piglia in quel posto e la Juventus, beh, che te lo dico a fare?

Ovviamente, essendo questo il punto di partenza, quando le due squadre si incontrano succede il patatrac. Ricordo il confronto a Torino di due anni fa, quando l'arbitro si esibì in una serie di capolavori impressionanti, culminati con quella galoppata di Jorgensen con Pessotto letteralmente aggrappato ai suoi calzoncini e trascinato per metri nel tentativo di fermarlo. Ovviamente (e giustamente) l'arbitro concede il vantaggio. Ovviamente l'arbitro, terminata l'azione, non ci pensa manco per sbaglio ad ammonire Pessotto. Addirittura, beffa, Jorgensen si becca un'ammonizione per proteste. Jorgensen, uno che se prende due ammonizioni in un anno ha fatto il record, eh!

E oggi, beh, se perfino Moggi ammette che l'arbitraggio è stato rivedibile, c'è da fare festa. Un gol giustamente annullato all'Udinese, e un gol ingiustamente convalidato alla Juventus. Su entrambi, fuorigioco abbastanza netto. Un'espulsione estremamente fiscale in senso assoluto, figuriamoci in un contesto in cui ad Emerson è stato risparmiato il cartellino giallo ben più di una volta. Perché poi, intendiamoci, io sono il massimo sostenitore dell'applicare il regolamento alla lettera, ma lo devi fare nei due sensi, non solo in una direzione. E poi l'azione da gol di Vidigal, con Cannavaro che piglia e lo sposta col gomito per impedirgli di prendere il pallone a un metro dalla porta vuota. Francamente non trovo sia un intervento poi così scandaloso, però, ecco, sarò malizioso io, ma, visto il trend dell'arbitraggio nella partita, mi vien da pensare che a parti invertite sarebbe stato fischiato. Un arbitraggio a senso unico, via, c'è poco da discutere, al limite si può chiacchierare sul motivo, sia esso la famosa sudditanza psicologica, il rincoglionimento di Dattilo o vai a sapere cosa d'altro.

E allora mi chiedo che caspita abbia fatto Pozzo per subire tutto questo ogni anno, sempre, puntualmente. E penso, peraltro, che se l'anno scorso l'Udinese è arrivata in Champions League è solo perché aveva come diretta avversaria una Sampdoria che, se possibile, conta pure meno, nelle "grandi manovre" del calcio italiano.

4.2.06

Quei bravi ragazzi


Goodfellas (USA, 1990)
di Martin Scorsese
con Ray Liotta, Robert De Niro, Joe Pesci, Lorraine Bracco, Paul Sorvino

A Henry Hill non interessa la vita comune. Lui vuole fare il gangster, vuole il brivido, le donne, i soldi, il divertimento. A questo sogno dedica tutta la sua vita, una vita che Martin Scorsese dipinge con la miglior mano, sciorinando strepitosi piani sequenza e scandendo trent'anni d'America a colpi di splendide canzoni d'epoca. Goodfellas non racconta uomini d'onore, ma personaggi squallidi e detestabili, criminali che sognano di essere grandi e non potranno mai esserlo, che si sfogano sui piccoli e distruggono tutto ciò che hanno attorno. E quando ogni cosa, inevitabilmente, finisce per andare a rotoli, l'unica soluzione possibile prevede un coltello piantato fra le scapole. E allora Henry molla tutto, abbandona amici e nemici, diventa finalmente un uomo normale. Un essere medio e triste. Una figura poco affascinante, la cui vita non ci interessa più. E cala il sipario.

"Tratto da una storia vera", basato sul libro Wiseguy, di Nicholas Pileggi, Goodfellas è semplicemente un capolavoro, che affronta con taglio realistico e per nulla agiografico il tema della mafia. Manca, forse, un po' di passione, ma del resto è veramente difficile empatizzare coi protagonisti e farsi davvero coinvolgere dalle vicende. Come si fa a parteggiare per una simile manica di figli di puttana?

2.2.06

Usenet Amarcord #006


Quedex, 15 giugno 2005

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preparazione curriculum

ahahahahahahahah! (per inciso, probabilmente di tutto ciò non ve ne fregherà un cazzo, siete avvisati)

vi stanno sul cazzo le autorità di destra in genere? fate i sindacalisti, ci si tolgono delle soddisfasiòn

qualche giorno fa hanno trasferito un mio collega di peso in un altro hotel della catena, in culonia.

ora, solitemente sono un sindacalista pessimo. invece di difendere a spada tratta sfanculo i lavoratori a cui vengono contestati fatti sostanzialmente motivati. i premi di produzione poi...bè io li darei solo a chi produce.

in questo caso però il barista trasferito era un gran lavoratore. pure simpatico. l'azienda ha scelto lui a casaccio.

la cosa mi irrita per cui, oltre a spedire l'interessato dal giusto avvocato, scrivo un comunicatino dai toni banfosi stile ifsv. "il rispetto verso le persone, bla bla"

il comunicatino piace, fin troppo. mi informano al telefono che dopo averlo letto 90 dei 100 dipendenti hanno fatto 8 ore di sciopero "per solidarietà". capi barman inclusi. rotfl.

oggi, mentre sto producendo dei vaporosi caffe shakerati, arriva il direttore con aria un pò preoccupata e mi passa il cordless.

dall'altra parte c'è il proprietario della catena nonchè di tre quotidiani nazionali, finanziatore massimo di forza italia in toscana. passato alle cronache per avere stretto accordi diretti con il berlusca, per avere litigato con beppe grillo durante il meeting sulla comunicazione (di cui era organizzatore) e per avere insultato albertini di recente per qualche pucciacca riguardante la Scala.

egli mi chiede se sono io ad avere scritto il comunicato.

rispondo, cercando di fare il simpatico "si sono, io, piace anche a lei la mia prosa?"

l'esimio (mai conosciuto di persona) non la prende bene ed inizia ad insultarmi dicendomi che, se faccio il sindacalista, sono certamente uno scansafatiche ed un ladro.

la cosa mi coglie così di sopresa che scoppio clamorosamente a ridere. ora, di solito sono io quello che alza la voce troppo nelle discussioni, ma qui il tizio è così incazzato e la situazioni così surreale che non riesco a fare altro che ridere.

dall'altra parte il tizio inzia ad urlare che io devo stare zitto zitto zitto, non devo permettermi di ridere mai, che se parla lui la gente deve tacere.

mi rendo conto mentre urla che la schiuma dei miei caffè si sta assotigliando. vedo le due ragazze che aspettano al tavolo e mollo la cornetta sul banco senza staccare. il vassoio oscilla un pò perchè sto ancora ridazzando un pò sguaiatamente. le ragazze mi guardano perplesse.

sento la voce del tizio forte e stridula mentre urla "torni qui!" anche quando sono a 6-7 metri.

ritorno al banco e chiudo la comunicazione, ormai dall'altra parte si stanno raggiungendo gli ultrasuoni.

rotfl, anvedi che spasso, 'sti uomini forti di destra.

Il thread originale su google gruppi

Forza Inter


"Steve Nash is incredible," Sixers forward Kyle Korver said. "He just picks everything apart. You think you have his first pass covered, his second pass covered, but he finds the third one, and that guy is wide open for a three."

Steve Nash è un playmaker canadese di un metro e novanta per 88 chili. Un pazzo scriteriato dal capello lungo, che in campo corre costantemente dall'inizio alla fine, sventola la chioma a desta e a sinistra, mette canestri che non stanno né in cielo né in terra e serve assist partoriti da una mente deviata, che ha poco a che vedere con quella degli uomini normali. Nasce in Sud Africa, dove il padre viene portato dalla sua carriera di calciatore, cresce in Canada e, da buon americano anomalo, diventa grande appassionato di calcio. Tormenta i suoi compagni palleggiando coi piedi all'inizio di ogni allenamento, partecipa alla gara delle schiacciate servendo assist di testa e di tacco ad Amare Stoudemire, adora Del Piero e si commuove quando gli arriva dall'Italia la sua maglietta in omaggio, tifa per il Tottenham e, probabilmente, pur essendo nettamente lo sportivo più talentuoso in famiglia, un po' rosica perché il fratello gioca nella nazionale canadese di calcio.

Si è messo per la prima volta veramente in mostra a Sydney, durante le Olimpiadi del 2000, quando portava ancora i capelli corti e vinceva da solo le partite per il Canada, portandolo a cinque punti dalla semifinale e al settimo posto nel torneo. Da allora ad oggi è stato capace di diventare il miglior playmaker della lega (con tanti saluti a Jason Kidd), il più improbabile degli MVP, il mio giocatore di pallacanestro preferito. Nell'estate del 2004 i Dallas Mavericks hanno deciso di dare a Erick Dampier i soldi che chiedeva Nash e si sono fatti sfuggire il canadese. Erick Dampier. No, dico, Erick Dampier. Uno che se gioca titolare è solo perché ci sono meno centri buoni nell'NBA che terzini sinistri validi all'Inter. E intanto Nash è andato ai Suns ed è diventato MVP ribaltanto come un guanto la squadra e portandola a un paio di infortuni dal giocarsela ad armi pari con gli Spurs in finale di conference. Quest'anno, per inciso, sta tenendo Phoenix a livelli altissimi nonostante l'infortunio spezza reni di Amare Stoudemire.

Ma torniamo un attimo sulla stagione 2004/2005 e il premio di MVP, conquistato in volata su uno Shaq altrettanto "valuable". Nash è nel ristrettissimo club delle guardie NBA elette MVP: ne fanno parte altre cinque, vale a dire Bob Cousy, Oscar Robertson, Earving "Magic" Johnson, Michael Jordan e Allen Iverson. Bella compagnia, eh? Con tre di questi signori condivide un altro record: sono gli unici ad aver vinto il premio di MVP in una stagione in cui avevano la miglior media assist della lega. Ah, lui e Hakeem Olajuwon sono gli unici MVP non statunitensi nella storia dell NBA (oddio, ci sarebbe pure Tim Duncan, a fare i pignoli). Non solo: Nash è stato il primo MVP bianco dai tempi di Larry Bird, il primo MVP non "miglior marcatore" della sua squadra dai primi anni Settanta, addirittura l'MVP con la terza peggior media punti nella storia di questo particolare premio. Ah, toh, è, assieme ad Allen Iverson, l'unico MVP alto meno di sei piedi e sei (un metro e novantacinque, circa).
Ci sono tante altre belle statistiche, ma direi che ho reso l'idea.

Il virgolettato in apertura viene da Kyle Korver, biondissima ala piccola dei miei Philadelphia 76ers. Il ragazzo ha delle mani fatate, tira come quasi nessuno nella lega. Peccato sia praticamente l'unica cosa che sa fare, ma non è che si possa chiedere tutto, dalla vita. Lui, Dalembert, Iguodala, Salmons e Willie Green sono un interessantissimo gruppetto di giovani talenti accumulati dai Sixers negli ultimi tempi. Assieme a un Iverson che praticamente ogni anno che passa fa la sua miglior stagione in carriera e al fratello paraplegico di Chris Webber costituiscono una squadra molto divertente e piacevole da seguire. Uno dei primi attacchi della lega ma, purtroppo, anche una delle peggiori difese. I talenti individuali in questo senso non mancano: Iguodala e Dalembert difendono alla grandissima sull'uomo e Iverson, le sere che ha voglia, può mettere in crisi qualsiasi play della lega. Il problema è che Korver e Webber sono due corridoi aperti verso il canestro e, in generale, manca una concreta difesa di squadra. Una di quelle che i buchi dei compagni li coprono, che permettono di conservare i vantaggi corposi, che ti fanno rientrare nelle partite storte. Una di quelle cose capaci di prendere una squadra obiettivamente mediocre e farla arrivare dove mai ti aspetteresti (New York 1999, Philadelphia 2001... ). Ecco, questo ai Sixers manca e, per quanto stimi il lavoro di Maurice Cheeks, dubito arriverà mai per davvero. Purtroppo questi Sixers, a meno di allineamenti astrali estremamente favorevoli, non sono e non saranno mai da titolo. Webber, al di là del fatto che non l'ho mai adorato neanche quando era ancora fisicamente a posto, è ormai lesso. Iverson saranno tre anni che tutti prevedono crolli: prima o poi succederà, non è mica l'uomo bionico. Il problema è che uno il treno l'ha perso in quella disgraziata gara sette contro i Lakers, mentre l'altro, obiettivamente, il treno l'ha visto passare velocissimo e non ha mai avuto la possibilità di prenderlo. Oggi giocano bene, in una squadra bella e interessante, ma che può andare oltre le semifinali di conference solo a colpi di infortuni eccellenti degli avversari. Che per carità, uno ci spera anche, eh, ma mica puoi contarci troppo.

Comunque, oggi i Sixers hanno concluso una mossa di mercato: Stephen Hunter (che in effetti era servito solo per sostituire il temporaneamente rotto Dalembert) agli Hornets in cambio di un paio di scelte al draft. Considerando quanto bene hanno scelto negli ultimi anni i dirigenti di Phila e il fatto che, seppur al secondo giro, tendenzialmente dovrebbero essere scelte alte, c'è di che ben sperare. Comunque, francamente, credo che Iverson e Webber siano già (da tempo) futuri iscritti al club del "eh, fortissimo, per carità, però non ha mai vinto una fava". D'altra parte, il teatrino messo in piedi da Terrell Owens e il terzo infortunio grave in quattro anni a Donovan McNabb, due cosette simpatiche in grado di trasformare l'ultima stagione NFL in una costante crisi depressiva domenicale, non è che accadano per caso. Ventidue anni dall'ultimo titolo vinto in uno dei quattro sport maggiori (i Sixers del Dottor J), aggiungerne dieci per l'hockey, aggiungere a piacere per qualsiasi altra cosa. Gli interisti vivono bene, altro che cazzi.