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30.7.06

La pantera rosa


The Pink Panther (USA, 2006)
di
Shawn Levy
con
Steve Martin, Kevin Kline, Jean Reno, Emily Mortimer, Beyoncé Knowles

C'è qualcosa di profondamente sbagliato in un film nel quale l'ispettore Clouseau risolve il caso grazie a una serie di geniali intuizioni e acute osservazioni, oltre che, addirittura, facendo la mossa giusta al momento giusto. Comunque la si voglia mettere, questo è tradire il personaggio e ciò che ha rappresentato nel decennio abbondante in cui fu Peter Sellers a vestirne i panni.

Pippe mentali filologiche a parte, comunque, questa nuova Pantera Rosa funziona poco anche se presa per i fatti suoi. C'è sicuramente qualche bella gag, gli attori scelti come comprimari sono azzeccati e, tutto sommato, Kevin Kline e Steve Martin, pur improponibili nel tentativo di scimmiottare chi li ha preceduti, non funzionano poi così male.

Ma al film - che pure mi sembra ampiamente superiore al pessimo ricordo che ho di quello con Benigni - manca la carica dei migliori episodi del passato. E alla fine nella memoria rimane solo il divertente cameo di Clive Owen, forse l'unica immagine davvero genuina e dirompente.

29.7.06

Miami, seconda parte


Il secondo giorno a Miami si apre alle sei del mattino, quando il signor jet lag mi spalanca gli occhi e mi fa alzare dal letto. Dopo una veloce colazione a base di frutta (quella del cesto omaggio), mi metto il costume e mi dirigo verso la spiaggia. Vista l'ora, comprensibilmente c'è una manciata di persone e i bagnini stanno appena appena iniziando ad aprire i vari ombrelloni e piazzare le sdraio. In questa bella e silenziosa atmosfera scatta quindi la passeggiatina con le gambe a mollo, che si trasforma velocemente in un bel bagnetto.

Dopo la glaciale esperienza in Irlanda e il "manco ce provo" di Santa Monica, finalmente faccio il bagno nell'oceano a una temperatura accettabile. L'acqua è stupenda, limpidissima, tiepida e accogliente. Anche andando un po' al largo (non troppo, sai mai che ci sia davvero qualche squalo), si vede sempre perfettamente il fondo. Dopo essere stato un po' a mollo, torno a riva e mi svacco sulla sabbia ad asciugarmi, anche se il procedimento è lungo, dato che il sole non è ancora alto e putente in cielo. Tocca però tornare in albergo abbastanza in fretta, perché è ora di lavorare.

Dopo una veloce doccia, raggiungo i tizi di Rockstar nella loro stanza e trascorro qualche ora a provare 'sto nuovo GTA per PSP. Evito di approfondire, intanto perché probabilmente non mi è permesso farlo, e poi perché lunedì dovrò mettermi a scrivere sei pagine sull'argomento, quindi sai che voglia di farlo anche qui. Svolta la pratica, comunque, ho un po' di tempo per cazzeggiare e decido di andare a farmi una passeggiata "cittadina".

Appena uscito dall'albergo trovo un centro informazioni, nel quale recupero una mappa di Miami. Da lì mi dirigo verso Lincoln Boulevard, che è la via pedonale in cui si trovano praticamente solo negozi e ristoranti (mentre nella via dell'albergo, beh, ci sono solo alberghi). Davvero impressionante notare la smodata presenza italiana a Miami, o perlomeno in questa zona. Praticamente, tolte le catene - che comunque sulla Lincoln non sono molto presenti - il novanta per cento dei ristoranti/bar/paninari sono italici.

Insegne stile "Gelateria Parmalat" a ogni angolo, tricolori srotolati sui tetti, manifesti con le foto della Nazionale e scritte modello "Grazie ragazzi" e "Voi ci credevate? Noi sì!", una meraviglia! Ovviamente una tale presenza di "italianitudine" non è casuale e infatti ovunque ti giri senti voci parlare nella nostra lingua. A quanto pare Miami è meta turistica particolarmente ambita dagli alfieri di pasta pizza e mandolini vari.

La passeggiata è abbastanza deludente, nel senso che davvero ci sono quasi solo posti per rifocillarsi e i negozi scarseggiano un po' (o forse scarseggiano quelli per me interessanti). Magari, per una volta, riuscirò a tenere chiusa nel portafogli la carta di credito, che non sarebbe neanche male. Arrivato al termine della parte pedonale di Lincoln Boulevard, scopro un cinema multisala e subito miro i film disponibili: Clerks 2, My Super Ex-Girlfriend, Pirates of the Caribbean, Superman Returns, Cars... mamma mia, quanta roba sfiziosa! Fossi costretto a decidere, davvero non saprei cosa pescare, ma la decisione l'ho già presa prima di partire e non me ne preoccupo.

Proseguendo oltre il cinema, la Lincoln torna ad essere una via "normale", con carreggiata e marciapiede. Sulla sinistra c'è una piccola fila di negozi e locali, "inaugurata" da una sede della Wachovia (una banca che riconosco solo perché da qualche anno sponsorizza il palazzetto dello sport dei Philadelphia 76ers). Sulla mappa della zona noto che poco più in là c'è un Dunkin' Donuts e mi ci dirigo subito, che è dal 2002 che non riesco a mettervi piede.

Armato di super frullatone e ciambella al cioccolato, mi avvio per tornare all'albergo, sorseggiando e masticando la plastica che mi porto in mano. Giunto alla meta, non prima di una piccola deviazione che mi porta a fare un altro giretto sul lungomare, sono letteralmente sudato fradicio. Ma proprio ricoperto, con maglietta e pantaloncini che han cambiato colore. Eppure, non posso fare a meno di pensare che, nonostante il caldo e pur sudando a conti fatti molto più che a Milano, si sta tanto (ma proprio tanto) meglio. Sarà l'arietta fresca, sarà un fatto psicologico, vai a sapere.

Dopo una doccia veloce e un po' di relax davanti alla TV (ci sono le World Series of Poker 2006), scendo nella hall per l'appuntamento con gli altri. Si prende la macchina e - passando sotto il ponte della scena iniziale di Scarface - ci si dirige al Four Seasons, un super albergone, da cui ci imbarchiamo [Momento Vice #4] su uno yacht. Il classico motoscafone bianco, con i divanetti a poppa, i materassini su cui sdraiarsi a prendere il sole a prua e sotto coperta una serie di stanzette superlusso e un frigorifero ben fornito.

Comincia quindi un tour che ci porterà a gironzolare attorno alle varie isole che compongono Miami, con il "secondo" che ci illustra il panorama, spiegando a chi appartengono le varie ville (fra gli altri Shakira, Shaquille O'Neal - la cui villa si riconosce perché sul molo c'è un pupazzetto che riproduce le sue fattezze - e Puff Daddy). Meravigliosa la figura del capitano, un vecchietto un po' sdentato, con i capelli platinatissimi, un codino lunghissimo e una faccia sempre sorridente.

Il viaggio è affrontato dalla stessa gente della cena al ristorante giappo (senza però Ausie (o come cazzo si scrive), che è dovuto rimanere in albergo per una faccenda imprevista). In aggiunta, tre tizi di Rockstar, i due con cui ho visto il gioco e un altro, folle, che passerà tutto il pomeriggio a prendere il sole fino a diventare un'aragosta.

Dopo un giro davvero lungo, durante il quale si chiacchiera, si osserva il panorama, si trinca come disperati e ci si spalma di crema solare per evitare di prendere fuoco (io ovviamente me la spalmo a caso e mi abbronzo a chiazze, tipo sulle ginocchia, in faccia e su piccoli pezzi di schiena), si accelera in impennata e ci si dirige verso un punto preciso, dove ci fermeremo.

In pratica, poco al largo di Key Biscayne, c'è un tratto di oceano con delle secche, in cui l'acqua diventa bassissima e a tratti addirittura affiora la sabbia (seppur ricoperta un po' d'alghe e un po' di rocce). Ci fermiamo quindi lì e stazioniamo per qualche ora, facendo il bagno (acqua ancora una volta adorabilmente perfetta), sguazzando, chiacchierando sotto il sole e rimpinzandoci di patatine, noccioline e cazzate varie.

Attaccato sul retro dello yacht c'è un jet ski, messo lì apposta perché tutti noi, previa firma e controfirma di una liberatoria, ci si faccia a turno un giro sopra. Non ci ero mai salito e, beh, è divertentissimo e mostruosamente facile da usare (forse pure troppo). Dopo qualche imbarazzo iniziale, mi sono ritrovato a sfrecciare a massima velocità, dando le accelerate al momento giusto per sfruttare le onde in arrivo per saltare e andando come un coglione. Al ritorno mi han detto che andavo davvero veloce e che per un bel po' ero scomparso alla vista...

Durante il viaggio di ritorno continuiamo a strafogarci di porcherie e a chiacchierare con i tizi di Rockstar, che scopro grandi appassionati di sport (uno di football e uno di basket). Il passaggio alla chiacchiera spinta su NFL, NBA e tifoserie varie è inevitabile e immediato. Si parla anche di Mondiali e del fatto che negli USA hanno avuto una copertura pazzesca, come mai si era visto prima sulle loro TV, anche se i commentatori facevano un po' pena.

Una volta tornati in albergo, ci si lascia con l'idea di ribeccarsi verso le otto. In serata il nostro stesso albergo, infatti, gestisce un party (ovviamente a bordo piscina). Poco prima delle otto, però, mi arriva una telefonata che mi avvisa che l'appuntamento è spostato in avanti di un'ora. A quel punto ho la pessima idea di sdraiarmi sul divano davanti alla TV... improvvisamente sono le nove e mezza e qualcuno mi sveglia bussando alla porta. Risate, "no, guarda, a 'sto punto continuo a dormire", collasso.




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La logorrea non mi abbandona e pure questa seconda parte del racconto ha finito per essere più lunga del dovuto. Anche per oggi è tutto, quindi, l'ultimo blocco di cazzate arriverà appena (e se) ne avrò voglia, magari con a disposizione anche 'ste benedette foto, che stanno diventando un'agonia.
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28.7.06

Tre metri sopra il cielo


Tre metri sopra il cielo (Italia, 2004)
di
Luca Lucini
con Riccardo Scamarcio, Katy Louise Sanders, Maria Chiara Augenti, Mauro Meconi

Il mondo è bello perché è vario. Google mi racconta che le bimbe innamorate di questo film vedono nel personaggio interpretato da Scamarcio una sorta di eroe dannato. Io ci vedo un povero stronzo, che va in giro a rubacchiare, pestare la gente e impartire lezioni di vita, schivando qualsiasi punizione e tornando a casa, dove il babbo e il fratello staccano assegni e alla fin fine gli dan pure ragione, se ammazza di botte quello che gli si tromba la mamma zoccola.

Step, che bel nomignolo, si innamora a prima vista di una bella figliola e passa quasi tutto il film a spupazzarsela, senza peraltro scambiarci mai più di due parole. Del resto, considerando la personalità sotto vuoto spinto della sua dolce metà, non stupisce che voglia limitarsi al minimo indispensabile. Altrimenti rischia di scoprire che si è messo assieme a una bambola gonfiabile, mentre la sceneggiatura da drammone adolescenziale prevede che sia il suo criminale stile di vita, a mettere in crisi il rapporto di coppia.

Una colonna sonora che alterna bei momenti a chicche italiche da mani nei capelli (Sere nere, mica cazzi) e un DJ - purtroppo vero - che sciorina perle di saggezza pronte per essere trascritte nei diari di sognanti ninfette fanno tutto il possibile per rendere Tre metri sopra il cielo totalmente insopportabile. E dove non arrivano loro, ci si mette una sceneggiatura che divide i personaggi in grupponi di macchiette monocorde: da una parte gli stronzi (adolescenti o adulti, cambia poco), dall'altra i simpatici ragazzi, in mezzo gli adulti accettabili, che sono un po' coglioni, ma in fondo son bravi.

Eppure, sarà che le aspettative si piazzavano abbondantemente sotto lo zero, ho comunque trovato un film capace di raccontarsi con leggerezza, di mettere in scena personaggi capaci di parlare senza il bisogno di fare la morale o di esibirsi in mucciniani "VAFFANCULO CAZZO PUTTANA TROIA MERDA PERCHÉ DEVI CAPIRE MI DEVI ASCOLTARE ASCOLTAMI CAZZO VAFFANCULO PUTTANA TROIA MERDA PERCHÉ CAZZO VAFFANCULO CAZZO PUTTANA TROIA". Una fiabetta piacevole, del tutto innocua, quasi ben confezionata, con un bravo attore protagonista e addirittura qualche passaggio divertente. S'è visto di peggio, tutto sommato.

26.7.06

Una (quasi)quattro giorni a Miami


La sera prima di partire, pizzata post-Mondiale con la gente del Vit. Me ne vado anzitempo, ma la cosa non mi impedisce di manifestarmi a casa all'una abbondante con ancora il bagaglio da preparare. Appena rientrato, prenoto il taxi per la mattina dopo, infilo il vestiario nel trolley (conquistato coi punti Granarolo :D) e il merdaio (fumetti/libri/riviste/DS/PSP/cazzincul) nella tracolla olimpica, perdo tempo in stronzate e vado a dormire. Dormirò tre ore, come mi succede sempre prima di partire per un viaggio.

Il viaggio in aereo scorre tranquillo. Certo, è un volo Alitalia, quindi non si possono usare le console portatili e ci sono schermetti minuscoli a un miglio di distanza per vedere i film, ma non bisogna dimenticare che non l'ho pagato. Fra un pisolino e l'altro riesco comunque a guardarmi Tre metri sopra il cielo e La pantera rosa, oltre a leggere un altro po' di Underworld, che sta cominciando a piacermi da matti e, oltretutto, ha una struttura narrativa perfetta per una lettura a spizzichi e bocconi.

L'atterraggio a Miami, verso le 15:00, non è dei più felici: piove, e anche di brutto. L'autista che ci scodella fino all'albergo sostiene che è normale, dato che siamo nella stagione degli uragani, e che tutti i giorni c'è il sole la mattina, la pioggia nel primo pomeriggio e poi di nuovo il sole sul tardi. In effetti dopo un'oretta smette di piovere e spunta il sole, ma io non vedrò più un goccio di pioggia per tutta la permanenza.

All'arrivo in albergo tocca aspettare una buona mezz'ora nella hall, perché le suite non sono pronte. Veniamo comunque serviti e riveriti e ci danno da bere. Fra l'altro [Momento Vice #1] nell'atrio ci sono quei classici tavolini con la superfice a specchio. Quelli su cui di solito, nei film, si vedono sparse tonnellate di cocaina.

La stanza d'albergo è interessante, considerando che a Milano ho visto bilocali molto più piccoli. Superdivano con davanti un televisore al plasma sulla trentina abbondante (vado a spanne sulla memoria) di pollici e un lettore DVD. Lettone, con sopra alla cassettiera un altro plasma da una ventina abbondante (vado a spanne sulla memoria) di pollici col il suo lettore DVD. Ovviamente TV via cavo, ci mancherebbe. Poi, radiosveglia con incorporata base per ricarica dell'iPod. Si aggiungono un lettore di CD estremamente stylish e una serie di immancabili comodità, dall'armadio a muro contenente ferro da stiro, pantofole e quant'altro, a un bagno devo dire tutto sommato di basso profilo, a una finestra con bella vista sull'oceano (e sulla piscina sottostante).

Dopo un po' che sono in stanza, arriva un omino a consegnarmi un cesto di frutta, che piano piano consumerò nel corso dei giorni. Nel frattempo, dopo essermi cambiato, vado a fare un giro e mi avvio verso la spiaggia, che si trova a uno sputo dall'albergo (praticamente dopo la piscina c'è un marciapiede e, appunto, la spiaggia). Le dimensioni sono meno mostruose rispetto a quella di Santa Monica e arrivare a riva è tutto sommato uno scherzo, al confronto. La "faccia" è abbastanza simile a quella delle spiagge italiane, coi baracchini, le sdraio, gli ombrelloni e via dicendo, tutto legato all'albergo di turno. Peccato che la pioggia abbia fatto salire un filino il tasso di umidità e che si manifesti molto in fretta il bisogno di fare una nuova doccia. Eseguita la pratica, si va a mangiare fuori.

Destinazione: Nobu, "pezzo" locale di una catena di ristoranti giapponesi presente un po' in tutto il mondo (io non ci ero mai stato). Oltre a me, Federico (di Take 2 Italia), un giornalista e un P.R. entrambi tedeschi e Ausie (o come cazzo si scrive) un simpaticissimo P.R. di origini tedesche, ma che vive in America da parecchi anni. Chiaramente tutti e tre i tedeschi (soprattutto i primi due della lista) saranno perculati abbondantemente sull'argomento Mondiale e abilmente zittiti a colpi di dialettica ogni volta che tenteranno una vaga risposta buttandola sullo scandalo Moggi.

La cena è uno spettacolo, con Ausie (o come cazzo si scrive) che fa l'esperto e ordina per tutti una serie di varianti strane di sashimi di vario tipo e, in finale, varie portate di sushi assortito. Sushi così buono non ne ho mai mangiato, mamma mia, da lacrime, soprattutto il bis su quello finale di tonno. Fra l'altro ho avuto la mia prima esperienza di sake, bevendone di due tipi diversi, entrambi freddi. Chissà perché avevo quest'idea del sake caldo, bah. Ausie (o come cazzo si scrive) farà fra l'altro sfoggio di cultura spiegando che in realtà il sake è quasi sempre freddo perché bla bla bla...

Serviti da una cameriera spettacolare, molto simile alla Lisa Bonet dei tempi d'oro, mentre un'altra cameriera nippo nappo con una scollatura pazzesca vaga per il locale, consumiamo la cena. Durante la permanenza, fra gli avventori del locale si manifesta, semicamuffato da un cappellino, David Caruso, mitico protagonista di King of New York, della prima stagione di New York Police Department e, ovviamente, di C.S.I. Miami.

A cena terminata, belli carichi di sake, ci dirigiamo verso Ocean Drive [Momento Vice #2] per fare una passeggiata lungo una via carica di alberghi e residenze più o meno famose, fra cui per esempio quella di Versace. La passeggiata e, probabilmente, il sake fanno sorgere in me la convinzione che Miami sia praticamente la versione americana di (inserire nome di località a caso della costa adriatica). L'atmosfera da passeggiata sul lungo mare, con quell'afa umido-ventilata e quel relax da località balneare, è troppo quella. Puntualizziamo, comunque, che con "la versione americana" s'intende "tutto elevato a potenza". Per "tutto", invece, si fa riferimento alle dimensioni, alla quantità di gente, alla grandezza delle costruzioni, all'enormità della spiaggia, allo sfarzo, al fatto che invece del mare c'è l'oceano... queste cose qui.

Terminata la scarpinata, ci si dirige a non so quale albergo per il [Momento Vice #3] party super esclusivo ("no, con gli shorts non puoi entrare dentro" "vabbé, tanto noi abbiamo lo spazio prenotato fuori") a bordo piscina, con davanti 'sti palazzoni altissimi, luci soffuse, DJ che mixa, cameriera (ovviamente) fighissima, nigga da tutte le parti, divanozzi e bottiglia di vodka per servirsi miscelando con soda o succo di frutta... burp! Purtroppo non ho foto di questa cosa ma, hahahaha, è fantastica, sembrava troppo che dovesse arrivare da un momento all'altro Don Johnson in volo con la Ferrari.

Dopo un'oretta di sbevazzate e piacevolissime chiacchiere (anche con membri di Rockstar presenti sul posto), decido che è ora di andare a morire e me ne vado in albergo, per gustarmi il sonno dei giusti. Anche perché in mattinata toccherà pure lavorare, pensa te!



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Volevo raccontare tutto il viaggio in un post ma, come mio solito, mi sono fatto prendere dalla logorrea. Facciamo che per oggi chiudo qua e che andrò avanti, se avrò voglia e sulla base di fallaci ricordi, nei prossimi giorni. Così magari nel frattempo riesco anche a mettere ordine fra le foto.
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22.7.06

Going to Miami


Fra circa tre ore decollo da Malpensa, direzione Miami, per lavoro, per il bene dell'umanità e per visitare velocemente (atterraggio a Milano previsto per mercoledì mattina) un posto dove non sono mai stato. Non mi porto dietro il PC portatile, dato che serve alla Rumi, che lo userà durante il suo viaggio lungo una settimana per questa cosa. Quindi, stavolta, è davvero difficile che riesca ad aggiornare il blog in trasferta. E poi resta sempre da vedere se ne avrò voglia.

Ah, fra l'altro, la Rumi, tutta gasata per il viaggio a Los Angeles, ha aperto un blog sul tema, che condivide con le altre squinternate bambolare, e pure un sito. Bene, è tutto. Arrivederci.

21.7.06

Stregoneria

Sourcery (UK, 1988)
di Terry Pratchett

Saggezza popolare vuole che i libri di Terry Pratchett vadano letti in lingua originale, perché sono tradotti di merda e in italiano fan cacare. Immagino che ci sia un gran bel fondo di vero, se non altro perché la sua è una comicità che senza dubbio punta molto sui giochi di parole e sui malintesi, spesso complicati da rendere con un adattamento. Detto che prima o poi tenterò l'avventura, resta però il fatto che questo è il suo sesto libro che leggo in italiano ed è il suo sesto libro con cui mi diverto un mondo.

Con la "saga-non saga" del Mondo Disco, Pratchett riesce sempre a regalare emozioni diverse e non si limita a far ridere (tantissimo, fra l'altro). Penso per esempio alle struggenti atmosfere di Morty l'apprendista, fuor da ogni dubbio il mio preferito della serie, perlomeno contando i cinque che ho letto. E con Stregoneria, pur non rinunciando a una continua, demenziale e inesorabile sdrammatizzazione degli eventi, dipinge uno scenario fantasy che a tratti riesce ad'essere perfino epico ed evocativo.

Le (dis)avventure del mago fallito Scuotivento, di Conina, l'assassina genetica che vorrebbe fare la parrucchiera, e del "barbaro fai da te" Nijel sono una splendida parodia di tanti stereotipi del fantasy (con particolare accanimento su Le mille e una notte e Dungeons and Dragons). E Pratchett sfrutta in maniera geniale la visione di questi personaggi, per raccontare "a margine" l'ennesima mancata apocalisse . Un'apocalisse che si appoggia sulla vita di Coin, un bimbo costretto dal suo triste destino ad essere pedina di un potere più grande di lui. E il suo confronto finale con Scuotivento, pur nella demenzialità dell'insieme, un piccolo groppo in gola lo fa venire.

20.7.06

Dark Water


Honogurai mizu no soko kara (Giappone, 2002)
di Hideo Nakata
con Hitomi Kuroki, Rio Kanno, Mirei Oguchi, Fumiyo Kuhinata, Shigemitsu Ogi, Yu Tokui, Isao Yatsu


Dark Water, più o meno ultimo film nipponico di Hideo Nakata, rappresenta per molti versi la summa di quella scuola horrorifica, tanto saccheggiata da Hollywood negli ultimi cinque anni. Come in tante altre pellicole, il centro del discorso non è il terrore, ma altro, nel caso specifico il dramma di una donna che si trova ad allevare la figlia da sola, mentre affronta la causa per il divorzio e cerca in tutti i modi di non ripetere gli errori commessi da sua madre tanti anni prima.

Non bastasse tutto questo, ovviamente, la coppia di adorabili esemplari femminili finisce nelle grinfie del classico fantasma alimentato dal rancore e dalla disperazione, frutto di una morte ingiusta e improvvisa. E così si alternano registri e situazioni diverse, con le atmosfere angoscianti tanto ben create da Nakata punteggiate dal progredire dei problemi familiari delle protagoniste Ikuko e Kunio.

Il regista dagli occhi a mandorla punta l'obiettivo sulle piccole cose, su elementi innocui e comuni, trasformandoli in fonte d'angoscia e sottile terrore. E così una macchia d'umidità sul soffitto si trasforma piano piano da inestetico fastidio a reale motivo di panico, mentre una borsetta da bambina terrorizza come un mostro qualsiasi non potrebbe fare. Se le atmosfere opprimenti funzionano e coinvolgono, però, il film cade un po' quando prova a tirare fuori gli artigli.

I classici momenti "buh!", infatti, sono tutti estremamente prevedibili, si presentano solo ed esclusivamente quando devono e difficilmente colgono di sorpresa chiunque abbia visto almeno un paio di horror nipponici (o di remake statunitensi). E se consideriamo che questo film arriva dopo che lo stesso Nakata aveva già contribuito alla codifica del genere con i suoi due Ringu, la cosa è abbastanza imperdonabile.

Rimane comunque un intenso e struggente melodramma, scandito da atmosfere opprimenti, ma incapace di gestirsi al meglio e frustrato da un momento culminante francamente un po' pacchiano.

18.7.06

Le corna del Diavolo


Le corna del Diavolo (Italia, 2006)
di Carlo Petrini


Pubblicato circa tre mesi prima dell'esplosione del caos calcistico estivo italiano, Le corna del Diavolo prova a raccontare tutte le nefandezze - alcune presunte, altre meno - dell'epopea milanista di Silvio Berlusconi. E lo fa con uno stile volutamente forte, sarcastico fino all'esagerazione, ma che alla lunga stanca e finisce per minarne la credibilità.

Troppo schierato, troppo di parte, troppo mirato al cercare fango e monnezza anche dove non è detto che ce ne sia, troppo "bravo" nell'interpretare qualsiasi evento sempre e comunque in veste negativa, Petrini finisce per mancare un po' il bersaglio. E a dirlo è uno che tutto sommato crede e vuole credere a ciò che questo libro racconta, ma a cui cascano un po' le braccia, di fronte a tanto accanimento.

Siamo molto lontani dal taglio giornalistico e puntuale di Lucky Luciano, opera che, a onor del vero, è forse un po' ingiusto paragonare a questa. Ma per esempio il Petrini de Il calciatore suicidato, così preciso, attento e rigoroso, costretto a rimanere fra le righe probabilmente per il profondo rispetto nei confronti del dolore altrui, è davvero su un altro pianeta.

Tutto questo non significa che Le corna del Diavolo non abbia dei meriti, anzi, riassume comunque efficacemente svariati episodi che hanno caratterizzato oltre un ventennio di carrozzone rossonero e richiama alla memoria tanti avvenimenti molto poco edificanti. Lascia anche, però, un po' di amaro in bocca.

16.7.06

United 93

United 93 (USA/Francia/UK, 2006)
di Paul Greengrass
con Christian Clemenson, Trish Gates, Polly Adams, Cheyenne Jackson, Khalid Abdalla, Lewis Alsamari, Omar Berdouni, Jamie Harding

A quasi cinque anni di distanza, Hollywood sdogana definitivamente l'Undici Settembre 2001, fino ad oggi accennato, sfiorato, omaggiato, ma mai raccontato nel dettaglio. E se per l'apologia moralista e retorica sulle (dis)avventure di chi è eroicamente morto nel crollo del World Trade Center dovremo attendere il Festival di Venezia (Oliver Stone, facci sognare), intanto ci gustiamo "L'aereo che ha mancato il bersaglio - Una storia vera".

Ma è vera per davvero? Non lo so, ma del resto non credo sia particolarmente importante, nel giudicare un film che, comunque, rifugge nella maniera più assoluta la possibilità che l'aereo sia stato abbattuto dall'aviazione americana. Sono stati i passeggeri a ribellarsi, nella speranza di potersi salvare il culo in qualche modo, ma anche nel desiderio di non finire vittime di un attentato suicida.

Questo sostiene e racconta Paul Greengrass, con uno stile che non concede nulla allo spettacolo e alla facile commozione. Il costante utilizzo della camera a spalla trova qui una sua precisa dimensione, forse molto più che nel precedente The Bourne Supremacy, e rende quanto mai vivi e realistici gli eventi narrati. Ma il gesto dei passeggeri del volo UA93 ruba la scena solo nell'atto finale.

Per oltre metà del film, infatti, Greengrass si preoccupa di porre le basi per quello che sarà il culmine della vicenda. E racconta gli avvenimenti vagando per i corridoi delle torri di controllo, mettendo al centro dell'azione computer e monitor, ponendosi e ponendo lo spettatore sullo stesso piano di una persona qualunque, sia essa un addetto al radar o un passeggero dell'aereo.

E così United 93 non osserva la tragedia del World Trade Center in primo piano, ma la segue su un monitor. Sorveglia un aereo che non risponde alle chiamate e poi scompare nel cielo di Manhattan. Ascolta la diceria secondo cui un velivolo non precisato sarebbe finito contro una delle Due Torri. Vede al telegiornale il fumo che esce dal palazzo. Rapisce e stordisce con quella splendida immagine dei controllori poco fuori Manhattan che vedono il secondo aereo arrivare dall'alto e finire dritto contro la seconda torre.

Non racconta le storie e le vite dei passeggeri. Non crea personaggi a cui far affezionare lo spettatore o improbabili eroi per cui tifare. Non svela retroscena intriganti su come pare si sia svolta la vicenda. Sa esattamente quello che avremmo saputo noi, se fossimo stati passeggeri di quell'aereo.

E improvvisamente ci si ritrova trascinati di peso in quella giornata assurda, in cui un film hollywoodiano prese vita. Ed è talmente folle che poi, quando i passeggeri del volo 93 provano a salvarsi la pelle, per un attimo diventa ovvio: da qualche parte, fra di loro, c'è sicuramente Steven Seagal, pronto a salvare tutti. E invece non c'è.

11.7.06

La mia nazionale del Mondiale


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Gli altri convocati:










Le riserve:




Dietro la lavagna a riflettere sui loro peccati:

I miei cinque gol


Fabio Grosso
Italia vs Germania (Semifinale) - Minuto 119
Guardalo
I gol della Madonna, se li fai in un momento del genere, diventano gol della Madonnadiddio. Poco da fare. Lucido e freddo Pirlo a non tirare subito, ma tenere palla e aspettare il momento giusto. Bravo Grosso a farsi trovare. Folle Grosso a tentare quella cosa. Pazzesco Grosso a farla, quella cosa, quel tiro fantastico, al centodiciannovesimo della semifinale dei Mondiali contro i cazzo di padroni di casa. E allora GRROOOOOOOOOL!!!



Esteban Cambiasso
Argentina vs Serbia & Montenegro (Prima fase) - Minuto 31
Guardalo
Tanti bei gol su legne da fuori, in questo Mondiale, ma un'azione come quella che porta al gol di Cambiasso ne vale almeno quattro, di tiri da fuori. Trenta secondi abbondanti di passaggi, che piano piano crescono in velocità e culminano in una serie di tocchi poetici. Mamma mia.



Maxi Rodriguez
Argentina vs Messico (Ottavi di finale) - Minuto 98
Guardalo
Eh, beh, se devi scegliere un tiro da fuori, scegli questo. Stop di petto per liberarsi del difensore e girata al volo di sinistro dal limite che va a scavalcare il portiere e si infila sotto la traversa. Il tutto, nei tempi supplementari di un combattutissimo ottavo di finale.



Alex Del Piero
Italia vs Germania (Semifinale) - Minuto 121
Guardalo (Avevo linkato la versione Caressa, ma è stata tolta. E allora via con questa fatta in casa)
"ARRIVA IL PALLONE... LO METTE FUORI CANNNNNNNAVARO, POI ANCORA INSISTE PODOLSKI... CANNNNNNNAVARO, CANNNNNNAVARO, VIA IL CONTROPIEDE CON TOTTI, DENTRO IL PALLONE PER GILARDINO, GILARDINO LA PUÒ TENERE ANCHE VICINO ALLA BANDIERINA, CERCA L'UNO CONTRO UNO, GILARDINO, DENTRO DEL PIERO, DEL PIERO... GOOOOOOOOOOL... AAAAALEEEEEEEX... DEL PIEEROOO... CHIUDETE LE VALIGIE, ANDIAMO A BERLINO, ANDIAMO A BERLINO, ANDIAMO A PRENDERCI LA COPPA, ANDIAMO A BERLINO!!!"



Keiji Tamada
Giappone vs Brasile (Prima fase) - Minuto 34
Guardalo
D'accordo, questo gol non conta praticamente un cazzo. Ma l'ho detto, che mi piacciono più le azioni delle gran botte. Beh, questa è un'azione stupenda, aperta e chiusa dallo stesso giocatore, che passa la palla a centrocampo, si fa una galoppata splendida mentre i compagni gestiscono, riceve il passaggio smarcante e segna un gran gol, tirando fortissimo nel sette, nonché nel culo del quadrato magico.

10.7.06

GAMBIONI


Dopo tante chiacchiere, tanti pronostici, tanta ostentata sicurezza e tanta timorosa scaramanzia, finalmente inizia la finale dei Mondiali 2006. E inizia in maniera surreale, con Henry che pare mezzo morto per una botta al collo, con Cannavaro che commette forse il secondo errore in sette partite, con Materazzi che fa un'entrata senza senso (ecco, in effetti, questo troppo surreale non è) e con l'arbitro che fischia un calcio di rigore generoso, ma forse non scandaloso.

Il piede di Materazzi tocca quello di Malouda? Sì, boh, non lo so, chissenefrega. Sia o non sia, Zidane fa il cucchiaio e centra la traversa. Caressa esplode "NON È GOL, NON È GOL, NON È GOL, NON È GOL, NON È GOL... è gol"... il cucchiaio sbatte sulla traversa, finisce in porta, esce e il faccia di merda algerino tira un sospiro di sollievo. La Francia è in vantaggio.

Nel salotto di casa Maderna cala il gelo. Sei persone agghiacciate. Ma la partita va avanti e l'Italia domina per tutto il primo tempo, come ci ha abituato per quasi tutto il Mondiale. I francesi vengono messi sotto e il pareggio è palesemente solo questione di tempo. Neanche troppo, tutto sommato, dato che ci vogliono meno di quindici minuti, perché Materazzi la inzuppi per la seconda volta in questo Mondiale e passi subito un colpo di spugna sull'errore di poco prima.

Un'inzuppata mica da ridere, fra l'altro: questo svetta su Vieira e la spugna la passa anche sul clamoroso Mondiale del centrocampista francese. Uno a uno, palla al centro, l'Italia continua a tenere in mano il campo e la partita, schiacciando gli avversari. Materazzi e Toni sfiorano il raddoppio (seconda traversa mondiale per la Scarpa d'oro), il match prosegue su binari ben dritti, con i francesi che proprio non ce la fanno. Purtroppo, però, a un certo punto il primo tempo finisce.

Considerando come si sono evoluti i primi quarantacinque minuti, i successivi lasciano quasi di stucco. Quasi, certo, perché alla fin fine la stanchezza di alcuni azzurri nella seconda parte della semifinale era palpabile. E, quasi, anche perché se giochi tutta la partita con un uomo in meno, se Camoranesi e Perrotta devono correre il doppio, perché Totti si è dimenticato di scendere in campo, per forza che alla fine (ma pure molto prima) sono bolliti.

Spiace per Totti, perché in fondo anche nelle altre partite ha mostrato di non avere i novanta minuti nelle gambe, ma ha sempre dato un, talvolta minimo, talvolta notevole, contributo palpabile. In finale, invece, si dimentica proprio di entrare in campo, e gli spettatori lo vedono per la prima volta quando litiga con Lippi a bordo campo. Stavolta non si può proprio fare a meno di toglierlo, per inserire De Rossi.

Succede poco dopo l'uscita di Vieira per infortunio (ma Diarra non lo farà rimpiangere). Succede che Lippi è costretto ancora una volta a togliere degli spompi Camoranesi e Perrotta per Iaquinta e Del Piero, ma per "colpa" di Totti non può inserire Gilardino per rilevare un'ancora una volta prezioso, ma sfiancato Toni. E succede che, in un secondo tempo dominato dai francesi, i cambi del sessantesimo portano una boccata d'aria fresca, ma non aiutano a riprendere in mano la partita.

La Francia, insomma, gestisce la ripresa, trova qualche occasione su un paio di splendide giocate di Henry (che una partita del genere non l'ha giocata in tutto il Mondiale) e mette una gran paura. Stessa musica nei supplementari, quando palesemente la freschezza atletica delle colonie regala ai transalpini una o due marce in più. Ma la mostruosa difesa italiana tiene botta e non si fa perforare.

E all'improvviso, come nel 1998, la testa di Zidane diventa protagonista. Prima prova a riportare in vantaggio i suoi, quando Buffon toglie dalla porta una splendida incornata del francese. Poi prova ad affondarli, i suoi, quando Materazzi lo provoca chissà come e lui reagisce tirandogli una craniata sullo sterno. Attimi di disgusto, una lunga attesa, cartellino rosso.

La carriera di un grandissimo si chiude nella vergogna. Vergogna per un gesto bruttissimo, a prescindere da quanto possa essere brutto ciò che l'ha scatenato. Vergogna per una stupidata che il capitano, il giocatore simbolo, il condottiero della sua squadra non può e non deve permettersi di compiere, nel supplementare di una finale mondiale, nella sua ultima partita.

Eppure, anche con l'algerino fuori dalle palle, l'Italia non riesce a riprendere in mano la partita. Sopra di un uomo, gli azzurri continuano a farsi mettere sotto, rischiano e accolgono quasi con sollievo i calci di rigore. C'è fiducia, ci sono cinque, forse anche sei rigoristi esperti, gente che non sbaglierà.

E non sbaglia: cinque rigori tirati come meglio non si può, di fronte all'errore del solo Trezeguet che, poverino, non è stato davvero il suo Mondiale. Ma in ogni caso rigori, come quelli della Germania nei quarti di finale, che sono l'emblema del cazzo duro. E non solo. Lippi sceglie gli uomini che secondo lui la metteranno, ci mancherebbe, ma sembra quasi compilare la lista per dare il giusto epilogo romanzesco a un mondiale che più romanzesco non si poteva.

Andrea Pirlo, che a detta di tutti ha fatto un Mondiale strepitoso, senza pari nel suo ruolo. E a detta di tutti in questo Mondiale non è emerso un vero fuoriclasse, un condottiero, un uomo simbolo. Ma che forse forse sia stato lui? Nel dubbio, portiere da una parte, palla nel culo.

Marco Materazzi, il difensore che tutti (i suoi tifosi) temono, che subentra a un sempre sfigatissimo Nesta e gioca un signor Mondiale, nonostante l'espulsione e il rigore (entrambi quantomeno sfortunati). Che segna due gol mostruosamente decisivi. E che tira un rigore bellissimo.

Daniele De Rossi, che poteva terminare il Mondiale da coglione assoluto, con quella gomitata da gran pirla, e invece ha il suo momento di gloria, e lo sfrutta schiantandola nel sette, con una tranquillità che, volendo, non ti aspetti. La catarsi, l'avevo evocata, cazzo.

Alessandro Del Piero, Achille, Francia '98, Euro 2000, scende dalla collina e tira, pure lui, un rigore perfetto, si toglie due scimmie, un gorilla e uno zoo intero dalla spalla, segna per Robertino (cit.) e gode come un riccio.

E poi lui, Fabio Grosso, che dopo l'esordio tutti volevano morto, che torna titolare e vince praticamente da solo due partite, che tira il rigore decisivo in finale. E va lì, lo vedi in faccia, che è stracazzuto. Barthez da una parte, pallone dall'altra.

Campioni del mondo.

Ah, giusto: comunque sia andata, vattene affanculo.

Bei momenti #010

9.7.06

Una strana vigilia

E così ci siamo, il nove luglio. Oggi si assegna la diciottesima Coppa del Mondo. L'Italia ha la possibilità di conquistare il suo quarto trofeo, staccando la Germania e piazzandosi al secondo posto, sotto solamente ai cinque del Brasile. La Francia, invece, ha l'opportunità di vincere il suo secondo campionato mondiale, abbandonando la sola Inghilterra nel club "Ve lo siete dovuto organizzare voi" ed entrando in quello "Due volte", in cui già si trovano Uruguay e Argentina.

E questa vigilia della finale, io, la sto vivendo in maniera un po' strana. Certo, spero che l'Italia vinca, un po' perché i francesi non si sopportano, un po' perché, lo ripeto, questa nazionale mi ha conquistato. Per la prima volta dal 1998, ho ritrovato la simpatia per gli azzurri calcistici, che nella versione Zoff mi lasciavano indifferente e in quella Trapattoni ho sanguinariamente odiato. Però non ho addosso quella tensione, quel ribaltamento intestinale, quell'agonia che ti segnano a morte quando aspetti una finale della squadra per cui tifi.

Penso per esempio a quella splendida stagione 2000/2001 dei Philadelphia 76ers, seguita tutto l'anno con le lacrime agli occhi per la gioia. Quella emozionante corsa nei play-off, quella gara sette contro i Raptors "agonizzata" via web con il cuore in gola, quella gara sette contro i Bucks vista in diretta notturna col panico addosso, quella travolgente esplosione di gioia per la vittoria in gara uno coi Lakers e quella immensa tristezza, accompagnata però anche da tanto orgoglio, per le successive sconfitte.

Oppure, anche, l'annata 2004/2005 dei Philadelphia Eagles. Tutta la stagione seguita con gioia e trasporto sempre crescenti. Quei giorni di morte nel cuore, di depressione totale e insostenibile, dopo che Terrel Owens si era fatto male in quella inutile partita contro i maledetti Cowboys. Il trasporto e lo stupore nel seguire la cavalcata nei play-off. La reale agonia nell'attesa del superbowl, il panico crescente, l'esplosione di gioia per il vantaggio iniziale, l'ammosciamento sulla rimonta subita, la depressione dei giorni successivi alla sconfitta.

E ovviamente, per tornare in tema Azzurri, il torneo olimpico di basket del 2004. Già, perché, nella mia schizofrenia, è solo all'italia calcistica, che non riesco ad appassionarmi. Nel seguire qualsiasi altra disciplina sportiva, invece, ho il tricolore tatuato in fronte. E quando mi sono ritrovato ad Atene a seguire dal vivo le semifinali e le finali di quel torneo, beh, è stata un'emozione unica. Unica, perché vabbé, neanche serve dirlo, essere alle Olimpiadi è già devastante di suo. Ma micidiale perché davanti al miracolo compiuto dagli Azzurri in semifinale con la Lituania ho tifato, sofferto, gioito, agonizzato, provato panico e terrore, subbugli intestinali ed esplosioni di gioia vera. E tremenda è stata quella finale persa con l'Argentina il giorno dopo, quando ero completamente senza voce, per le corde vocali massacrate dalle urla. E incredibile è stata la gioia e l'orgoglio, nel vedere quella gente sul secondo gradino di un podio olimpico. Che poi, vabbé, un podio olimpico, vederlo dal vivo è comunque una cosa incredibile.

E oggi? Eh, oggi, questa cosa, non ce l'ho. La aspetto, la finale, ho voglia di vederla e ho voglia di gioire vedendo vincere l'Italia. Ma ho come l'impressione che, anche oggi, non riuscirò a tifare per davvero. Me ne sono reso conto guardando la semifinale. Sul gol di Grosso, beh, mi sono commosso, a vedere quell'esultanza tenerissima. Ed ero contento. Ma non ho avuto quell'esplosione totale di gioia, che mi ha invece travolto da parte di tutti quelli che mi stavano attorno e mi sono saltati addosso. E durante tutta la partita, col risultato in bilico, coi due pali, con le occasioni, mi sono emozionato, certo, ma non ho provato quell'incredibile tensione. Insomma, stavo guardando una semifinale di Coppa del Mondo, ci mancherebbe che non fossi emozionato, però...

E allora, stasera, che faccio? Boh, la partita la guardo e spero vinca l'Italia. Spero anche di ritrovarmi a tifare per davvero, perché dai, alla fine è una figata. In fondo, quanta gente ha scoperto la passione per il calcio con la vittoria del 1982? Io la passione per il calcio ce l'ho già. Mi manca quella per la nazionale di calcio. Questa splendida nazionale, con il suo gruppo incredibile e i suoi dieci marcatori diversi, con quelle facce commoventi, con Pessottino nel letto d'ospedale, con Bergomi che urla "ANDIAMO A BERLINO!!!", mi ha fatto quasi innamorare.

Quasi. Manca ancora qualcosa. Qualcosa che, stasera, mi faccia urlare per davvero. E allora forza, ragazzi.

8.7.06

Bei momenti #009


"RRETE! RRETE! RRETE!"


Tre volte l'ha urlato Compagnoni, sul terzo gol di Schweinsteiger, che finalmente - e con estremo gusto - l'ha inzuppata, addirittura per tre volte.

Portoghesi tutti appesi.

Slither


Slither (Canada/USA, 2006)
di
James Gunn
con
Nathan Fillion, Elizabeth Banks, Michael Rooker, Gregg Henry, Tania Saulner

Delirante e divertentissimo miscuglio di horror in stile Troma e fantascienza anni Sessanta, Slither racconta del tentativo, da parte di uno schifo alieno, di conquistare il pianeta Terra e sterminare la razza umana. A combatterlo, uno sfigatissimo sceriffo di provincia, la cui principale attività quotidiana consiste nel rosicare perché l'amore della sua vita ha scelto un altro.

James Gunn, che tutto il mondo doveva già ringraziare anche solo per essere stato aiuto regista in quella perla di Tromeo and Juliet, confeziona un film adorabile nel suo citare la più classica sci-fi di mezzo secolo fa. Tutto, dalle musiche allo stile della messa in scena, ricorda quelle pellicole mitologiche e aiuta a creare un'atmosfera deliziosa.

Ma il bersaglio viene definitivamente centrato grazie al sapore smodatamente trash dell'alieno, degli effetti speciali e di una sceneggiatura capace di non prendersi mai sul serio e di mostrare anche idee a modo loro originali. Così, per esempio, vediamo protagonisti realmente in balia degli eventi e ben lontani dal classico uomo comune che, nel momento di crisi, diventa improvvisamente più preparato di uno S.W.A.T. e più fortunato di Gastone.

Insomma, una piacevolissima sorpresa, un horror divertente, emozionante e disgustoso al punto giusto. Promosso a pieni voti.

7.7.06

Semifinali

Italia e Germania, ancora una volta, danno vita a una semifinale dai toni leggendari, emozionante, divertente, ricca di pathos e dramma, con il risultato in equilibrio fino alla fine dei tempi supplementari. Vittoria decisamente meritata per gli italiani, comunque, che sono stati praticamente sempre padroni del campo e messi in difficoltà solo quando presi in contropiede, magari perché troppo sbilanciati in avanti, e nella parte finale della ripresa, quando Camoranesi e Perrotta sembravano davvero stanchissimi e, forse, Lippi ha esitato troppo a togliere l'argentino.

Vero che ci vuole fortuna a sbloccare il risultato al centodicannovesimo, per di più con un gol della madonna come quello di Grosso, ma vero anche che spesso, nello sport, il culo sorride a chi se lo va a cercare. E giocare una partita offensiva, spingendo così tanto sulle fasce, mantenendo costantemente il controllo del centrocampo, non sbagliando e non concedendo praticamente nulla, francamente, credo sia andarselo a cercare. Bravi tutti, dal primo all'ultimo, splendidi per impegno, bravura nel ricoprire il proprio ruolo e voglia di non mollare fino alla fine.

E bravo anche Lippi, che prepara la partita benissimo e azzecca tutti i cambi. Bravo Fabio "Tardelli" Grosso, che dimostra ancora quanto fosse sbagliato criticarlo tanto nelle prime partite. Tutti a rompere i coglioni perché sale poco mentre Zambrotta è sempre avanti, quando poi, appena si incontra una squadra forte sulla sua fascia sinistra e perforabile sulla sua fascia destra, guardacaso Zambrotta resta molto più accorto e Grosso passa tutto il tempo ad umiliare il suo marcatore.

Ma meravigliosa anche la difesa, che concede pochissimo e, quando lo fa, può contare sul miglior portiere dell'universo, perfetto nel negare a Podolski la gioia del gol e nel dare fiducia a un reparto che già di suo non ne avrebbe bisogno. Complimenti pure a Materazzi, che sta facendo un signor Mondiale. E complimenti ad entrambi gli allenatori che, quando la partita volge alle fasi culminanti, non si fanno prendere da trapattonismo, anzi, tolgono centrocampisti per mettere punte o mezzepunte. Certo, Klinsman con quella mossa ha definitivamente perso di vista il centrocampo, ma almeno ha provato a vincere.

Un grande vittoria, meritata e sofferta, per la squadra che ha giocato e sta giocando meglio di tutte. E che, non dimentichiamolo, ha tenuto in scacco una solida e sorprendente Germania, squadra di casa vibrante e orgogliosa, seppur priva di un uomo fondamentale come Frings e penalizzata da un Klose e un Ballack visibilmente affaticati e limitati dagli infortuni. Tocca dirlo, però: ancora una volta questo Mondiale premia chi se lo merita.

Tanto bella è stata la prima semifinale, quanto brutta è stata l'altra. Per la seconda partita di fila, i francesi eliminano gli avversari con le loro stesse armi. In questo caso possesso palla, gestione accorta, golletto e partita addormentata. Scelta forse finalizzata anche allo "stare bboni" ed evitare rischi di squalifiche per la finale. Zidane sembra un po' meno Mazinga rispetto alla partita col Brasile, ma del resto non ti trovi sempre a giocare contro una manica di zombie. Bravo Henry a procurarsi il rigore, anche se continua a sembrarmi un po' fuori forma. Sempre impressionanti Vieira e Makelele, totali padroni del centrocampo.

Imbarazzanti i portoghesi. Che la loro insostenibile fumosità fosse arrivata fino a qui, beh, era stato anche un po' demerito degli avversari, ma un simile crollo devo dire che non me l'aspettavo. Totalmente nulli in attacco, capaci solo di arrivare sulla tre quarti senza mai riuscire a fare l'ultimo passaggio. Ed è vero che Pauleta è un caprone, ma è anche vero che ha passato settanta minuti in campo senza vedersi recapitare un singolo pallone decente.

Inqualificabile, come al solito, l'atteggiamento della squadra tutta: sempre a lamentarsi, sempre per terra, sempre a cercare la furbata, sempre a rompere i coglioni. Solo giusto che vengano puniti da un rigore tutt'altro che scandaloso, ma forse anche un po' generoso. Dopo averlo subito cominciano a buttarsi con frequenza sempre crescente e nel finale entrano in area di rigore e cascano per terra a caso, senza neanche stare a guardare dove vada la palla. A casa, pezzenti.

La finale per il terzo posto, sulla carta, dovrebbe vedere i tedeschi enormemente più motivati dei portoghesi. Davanti al proprio pubblico sarebbe brutto uscire sconfitti. Pare però che giocheranno molte seconde linee, un po' per far loro assaggiare il mondiale (Kahn), un po' perché va bene stringere i denti per una finalissima, ma per una partita del genere puoi anche evitare di sfidare la sorte con un infortunio (Mertesacker, Ballack, Klose, Miguel). Se quindi, come pare probabile, in entrambe le squadre vedremo molte seconde linee, potrebbe esserci voglia di fare bene e potrebbe uscirne una bella partita. Io, comunque, credo, ma soprattutto spero che vinca la Germania.

La finalissima. Eh, beh, per coerenza, mi tocca considerare favorita l'Italia. Se ritengo sia la squadra più forte del Mondiale, quella che ha giocato meglio, che è stata più costante, che ha dimostrato più cuore, rabbia, spirito di gruppo e che, fattore non secondario, ha la panchina di gran lunga più completa, beh, non posso che ritenerla favorita. Ma non vedo una gran differenza, coi francesi.

Il modulo delle due squadre è quasi speculare: difesa a quattro, unica punta con dietro un fantasista, ma centrocampi abbastanza diversi. Se l'Italia schiera un regista arretrato, un distruttore di gioco e due ali molto propense all'inserimento centrale, la Francia ha due bestioni picchiatori (ma comunque discreti in impostazione) e due esterni molto più abituati a sfruttare le fasce.

Personalmente credo che le chiavi saranno due: l'impatto del centrocampo francese, sicuramente più fisico, su Pirlo e Totti e il confronto sulle fasce. Il lavoro di Grosso e Zambrotta sarà ancora una volta decisivo, con il primo impegnato a contenere i pericolosi Ribery e Sagnol e il secondo che, sulla carta, avrà vita più facile con i molto meno convincenti Abidal e Malouda (che guardacaso pare possa perdere il posto da titolare in favore di un pimpante - e dai pericolosi trascorsi - Wiltord). A naso credo che Lippi non cambierà modulo, ma certo è che la carta De Rossi potrebbe non essere da sottovalutare, perché darebbe una gran mano sul piano fisico e, oltretutto, sarebbe l'unico in mezzo ad avere le caratteristiche per contrastare il gioco aereo di Vieira.

Da non sottovalutare Henry - che pure non mi sembra in forma splendente - anche perché non sarà facile tenere a bada le sue accelerazioni senza lasciare troppo spazio a chi gli sta dietro. Ma occhio anche a Toni, che contro la Germania ha secondo me giocato una gran partita da lavoratore silenzioso, aprendo tanti spazi per i centrocampisti italiani. Sbaglierò, ma contro Thuram e Gallas potrebbe tornare ad essere molto pericoloso anche come finalizzatore.

Non credo, infine, che l'esultanza e il tipo di partita incredibile vinta in semifinale possano far correre agli azzurri il rischio di non avere più nulla da dare da un punto di vista emotivo. Se c'è una ragione per cui, prima volta dal 1998, sono tornato ad avere grande simpatia per gli azzurri, è che sembrano tutti avere sempre un fuoco negli occhi che in tempi recenti mancava un po'. Mi aspetto una conferma anche in questo senso.

Ah, giusto: comunque vada, mi inchino.