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31.8.06

LocoRoco

LocoRoco (SCE, 2006)
sviluppato da SCEJ - Tsutomu Kouno


LocoRoco è gioco di design. Tutto, in questa ennesima piccola perla partorita da Sony (quelli che "distruggono la creatività" e "guai se fanno una produzione originale o sopra le righe"), è un capolavoro di stile, di progettazione a tavolino, di idee fuori dal comune, di magia trascinante. Ed è, soprattutto, qualcosa che travolge le emozioni, di chiunque ci si metta davanti, non si scappa.

Non serve a niente fare finta di essere immuni alle carinerie, o magari manifestare addirittura schifo: male che vada, se proprio non ci si intenerisce di fronte a quelle gommose palline rotolanti, LocoRoco fa ridere da matti. E stupisce con le sue incredibili trovate, che si manifestano non a getto continuo, ma sempre al momento giusto. Ogni volta che credi di averlo capito, che stai cominciando ad abituarti a quello che vedi, arriva il colpo di scena.

Un nuovo personaggio, un'ambientazione fuori di cotenna, una trovata geniale, un qualcosa che ti prende per le orecchie, ti fa tornare viva l'attenzione e ti mantiene sveglio fino alla fine. Fine che giunge proprio quando, diciamocelo, stai cominciando a pensare di aver visto veramente tutto e che sarebbe ora di smetterla. Non un momento prima, non un momento dopo. Fermo restando che, se proprio non hai nulla da fare nella vita, puoi andare avanti alla ricerca di tutti i segreti e i segretini, o perderti nel delirio dei giochini extra.

Ma cosa è, LocoRoco? È il piacere della ricerca e dell'esplorazione. Il gusto di vagare per ambienti immaginifici mentre si canticchiano musichette irresistibili e si cercano passaggi segreti. Raramente ho avuto a che fare con un gioco tanto bravo a farmi venire voglia di tastare, spintonare e prendere a craniate muri, pavimenti, ostacoli, per scoprire se nascondono passaggi segreti e nuove meraviglie.

LocoRoco è la perfezione nel design di livelli costruiti per stupire con le loro follie estetiche, ma anche per appassionare con quelle mappe organizzate attorno al protagonista. Catapulte, fossati, trampolini, tutto si adatta alla perfezione alle caratteristiche del personaggio e a un sistema di controllo pensato e costruito attorno al gioco e alla console. Non c'è nulla di ideato per altri contesti e infilato a forza in una PSP spesso poco adatta a ciò che per essa viene realizzato. C'è solo il piacere di un gioco che non poteva nascere da nessun'altra parte.

LocoRoco, infine, è un'opera d'arte. Perché l'arte la vedi nei dettagli, nel LocoRoco che canticchia la musica d'accompagnamento sparata da altoparlanti immaginari, nella decina di LocoRoco che, quando separati, si fanno canto e controcanto fra di loro, nel messaggio semplice, ma diretto, di uguaglianza e fratellanza che viene trasmesso dai sei protagonisti, nella costruzione di un linguaggio tanto assurdo da risultare credibile, nella scelta musicale banale, stereotipata, ma perfetta per quel contesto, con i sei stili differenti, ciascuno legato a una "razza" di LocoRoco diversa, uno più meraviglioso dell'altro. Nei dettagli, insomma.

30.8.06

Tutti gli uomini del presidente

All the President's Men (USA, 1976)
di Alan J. Pakula
con Robert Redford, Dustin Hoffman, Jason Robards, Jack Warden, Martin Balsam, Hal Holbrook


Visto trent'anni dopo, pare talmente ovvio da essere banale, Tutti gli uomini del presidente perde gran parte della carica emotiva legata a ciò che racconta, anche se in tempi di intercettazioni telefoniche e stallieri mafiosi non è che sembri proprio meno attuale di allora. Sta di fatto che, francamente, le vicende nixoniane mi appaiono un po' troppo fuori dal tempo per risultarmi coinvolgenti. Ben più interessante, e del resto fondamentale nel tessuto narrativo del film, è invece l'indagine sui metodi investigativi e sui meccanismi in base ai quali funziona un certo tipo di giornalismo.

Pakula non spettacolarizza e non romanza, perlomeno non in maniera aperta, ma si limita a mostrare con taglio quasi documentaristico il lavoro di Bob Woodward e Carl Bernstein. Non racconta due uomini, non approfondisce le loro storie personali, pensa piuttosto a descriverne il lavoro in maniera accurata, sottolineandone la ripetitività e puntando il dito sulla tenacia e sul coraggio che a volte richiede.

Il risultato è un film che vive grazie alle sue performance. Lo splendido cast di attori, tutti perfettamente azzeccati, il gran lavoro del regista nel costruire inquadrature ricche di simbolismi, il montaggio ad arte, tutto contribuisce nel dare un ritmo sostenuto a un materiale narrativo che, a conti fatti, di ritmo proprio non ne ha. E ne esce un gran film, coinvolgente e stimolante, oltre che incredibilmente asciutto nella sua totale assenza di manierismo.

A margine, inevitabile riflettere sul fatto che oggi, con la legge sulla tutela della privacy sempre pronta per essere estratta di fronte a qualsiasi domanda inopportuna, dev'essere ancora più una rottura di coglioni condurre inchieste del genere. Sempre che ancora qualcuno lo faccia.

27.8.06

Italia vs Lituania - 68 a 71


"Devo chiedere scusa al coach e ai compagni per gli errori che ho commesso nel finale della partita contro la Lituania, ma in generale per un Mondiale che per me è stato un disastro. Prima del girone di Sapporo avevo detto che avrei continuato finché il fisico me l’avesse consentito. In questi giorni mi sono accorto che disputare sei partite in otto giorni è diventato un po’ troppo. Dopo un buon inizio contro la Cina ho cercato di stare tranquillo, anche se il tiro non andava; ho cercato di stare nel sistema di gioco, anche senza prendere le mie solite responsabilità, ma sentivo che le gambe non andavano più e sono andato giù anche con la testa. Adesso non so cosa fare: ne parleremo più avanti, vedremo come andrà la seconda stagione a Barcellona. Sono troppo triste per aver rotto il sogno dei nuovi azzurri e di tante persone che ci seguivano dall’Italia. Ora non so, piano piano vedrò cosa fare".

Dal 1998 a oggi, nelle varie competizioni internazionali abbiamo incrociato le armi con la Lituania più di una volta. Ai Mondiali del '98 e alle Olimpiadi del 2000 e del 2004 furono tre vittorie, mentre agli Europei del 1999 venimmo sconfitti da un Sabonis in gran spolvero. Quattro incontri, tutti affrontati da netti sfavoriti, tre vittorie (una delle quali ci ha portati all'argento olimpico) e una sconfitta ininfluente in un torneo che abbiamo poi finito per vincere. Insomma, incontrare la Lituania è una figata. O, meglio, era una figata, dato che questa volta è finita male. E pensare che per la prima volta i favori del pronostico ce li avevamo noi!

Impauriti dalla famigerata precisione al tiro degli azzurri, i Lituani scelgono fin dall'inizio di asfissiare i nostri esterni a costo di scoprirsi sotto canestro e ne approfittano così Rocca, Gigli e Marconato per giocare probabilmente le loro migliori prestazioni nel torneo. Soprattutto Gigli, poi, trova fiducia e si rivela ottimo anche in difesa, bravo anche a tenere i piccoli sui cambi. Il problema è che sulla distanza non riusciamo a fare a meno del tiro da fuori, troppo marchiato a fuoco nel nostro DNA, e l'assenza dal campo di Belinelli e dal Mondiale di Basile pesa parecchio.

Proprio Belinelli, ricercato numero uno per la difesa avversaria, patisce la pressione e parte malissimo, sbagliando molto e accomodandosi in panchina per tre falli commessi in un amen. Sopperisce in parte ai problemi il solito commovente Di Bella, che, oltre ad andare regolarmente dentro come un coltello caldo in un panetto di burro, trova anche un paio di belle triple dalla distanza, favorite dalla "zona estrema" avversaria. Bravo anche Pecile, che vede il campo solo otto minuti per far tirare il fiato ad altri ma, diversamente che in altre partite, riesce a non farli rimpiangere, segnando fra l'altro anche una bella tripla.

Basile si vede solo in difesa, dove onestamente dà una grossa mano, ma i suoi errori in attacco fanno malissimo e una mano la danno agli avversari. Meglio Mordente, decisivo in difesa (il parzialone lituano arriva quando lui è in panchina a tirare il fiato) ma anche importante in avanti, con una sua clamorosa giocata che lancia la rimonta azzurra. La vera delusione, purtroppo, è Soragna, splendido nelle prime cinque partite, del tutto assente oggi, su entrambi i lati del campo.

Il match, comunque, viaggia in sostanziale parità per tre periodi di gioco, ma all'inizio dell'ultimo quarto Macjiauskas va in berserk e spezza in due il risultato, conducendo i lituani addirittura al più dieci. Basile sbaglia un'altra tripla, Soragna è un cadavere, Belinelli non ingrana, Mancinelli non vede il campo... sembra francamente finita. Ma gli azzurri per un attimo ritrovano la loro forza agonistica e si tirano fuori dal baratro con le unghie: prima Mordente va a segno con un gioco da quattro punti (forse anche un po' regalato dagli arbitri, il tiro mi è parso da due), poi arrivano due punti di Di Bella su palla rubata e infine Belinelli resuscita e mette a segno una tripla allucinante, liberandosi del suo marcatore come se fosse un fastidioso insetto.

Ed è a quel punto che comincia l'incredibile tarantella - lunga un minuto e mezzo solo sul cronometro - dei lituani che fanno di tutto per perdere e degli italiani che fanno di tutto per non vincere. Prima va in lunetta Rocca, che vabbé, ovviamente fa 0 su 2, ma non troppo meglio fa Gustas, con 1 su 2. Rimbalzo di Gigli, palla a Belinelli e altro canestro da fantascienza, questa volta da due punti. Dalla successiva tripla sbagliata di Macijauskas nasce un contropiede, che però Di Bella spreca mandando, di fretta e incoscienza, la palla direttamente in tribuna.

Ma ancora i lituani commettono un'altro errore e perdono palla, per poi fare fallo su Belinelli: abbiamo i liberi del pareggio, ma il giovane talento da San Giovanni in Persiceto mette solo il secondo. E si comincia col fallo sistematico: Kleiza sbaglia entrambi i liberi, ma ci facciamo fregare il rimbalzo da Songaila, sul quale si fa subito fallo. Panico: Songaila di norma tira benissimo dalla lunetta e in partita, fino a questo punto, ha fatto 8 su 8. Ovviamente li sbaglia entrambi.

Ma, come detto, se loro fanno di tutto per perdere, noi facciamo di tutto per non vincere: ancora una volta il rimbalzo è lituano, questa volta con tanto di canestro del +3. La rimessa è per Belinelli, che subisce fallo a centrocampo con le spalle rivolte a canestro e quattro secondi sul cronometro: l'avrebbe messa, da tre? Bella domanda, senza risposta. Belinelli sbaglia il primo libero e allora via di errore volontario sul secondo, con Marconato che getta il rimbalzo lungo nelle mani di Basile, che butta per aria il pallone mentre subisce fallo da Macijauskas, dietro la linea dei tre punti.

Roba da pazzi, abbiamo i tre liberi del pari, nelle mani del capitano, dell'eroe della semifinale di Atene 2004 proprio contro la Lituania, di un giocatore che, però, dopo un grande esordio con la Cina non ha più combinato nulla. Se gli dei del basket fossero dalla nostra, farebbe 3 su 3 e andremmo a vincere ai supplementari. E invece non ne mette neanche uno, anche se ovviamente, sbagliato il primo, gli altri non contano. E il Mondiale dell'Italia si chiude così, nelle lacrime di Di Bella, Basile e degli altri.

Una partita allucinante, che ho guardato per tre quarti con attenzione, trasporto, tifo, ma anche con la morte addosso derivante dall'aver dormito due ore. E poi, improvvisamente, la scossa di adrenalina e un ultimo periodo vissuto in preda all'angoscia, letteralmente con le lacrime agli occhi per la tensione. E un finale in cui l'ho data per persa almeno cinque volte, per poi illudermi in altrettante occasioni che ce la potessimo ancora fare.

Spiace tremendamente uscire così, da polli, buttando via una partita che potevamo vincere. E hai voglia a dire che abbiamo centrato l'obiettivo di fare esperienza e onorare l'impegno, perché un conto sarebbe stato essere seppelliti da Pau Gasol ai quarti di finale, ma una sconfitta strappalacrime come questa è mortale.

Spiace per Belinelli, che è stato fantastico nel rimetterci in piedi, ma ha giustamente pagato la tensione quando si è ritrovato ventenne, all'esordio in nazionale, col compito di tirare i liberi decisivi in un ottavo di finale tanto tirato. Spiace per le lacrime di un fantastico Di Bella e spiace per Basile, che una tristezza del genere non se la merita.

Ma torneremo, più forti di prima, con questo gruppo, chi più chi meno, e con Bargnani a guidare la truppa di tutti gli altri giovani in arrivo, a partire da Datome e Gallinari. E spaccheremo svariati culi.

26.8.06

Chiuso per lutto

25.8.06

WE3 - Nuovo Organismo Ibrido


We3 (USA, 2004/2005)
di Grant Morrison e Frank Quitely
Edizione italiana a cura di Magic Press

Un Grant Morrison lontano dai toni schizoidi che è solito usare nella sua versione Vertigo racconta della crudeltà umana e del male che siamo soliti fare a chi non è in grado di difendersi. Mostruosamente lucido nel tratteggiare le "psicologie" dei suoi pelosi protagonisti, con WE3 lo sceneggiatore scozzese realizza un'opera straordinaria nella sua semplicità.

Straordinaria non solo per quegli struggenti dialoghi che mette in bocca ai suoi tre improbabili protagonisti, non solo per la caratterizzazione pulsante di quei piccoli e (non tanto) indifesi animali, ma anche per la capacità di trattare con eleganza ed efficacia un tema francamente trito e ritrito. Morrison gioca sporco e colpisce basso, aggrappandosi alle budella di chiunque, in vita sua, abbia provato affetto per una qualche creaturina pelosa.

E il tutto è immerso in una vibrante storia d'azione, un blockbusterone degno dell'hollywood migliore, che travolge con i suoi ritmi cinematografici e la sua regia innovativa. Uno splendido Frank Quitely punta l'obiettivo sui dettagli, su un ghigno insopportabile, una mano che si agita nervosa, un occhio terrorizzato, e trasmette emozioni che bucano le pagine, scavalcano i confini delle vignette e viaggiano negli spazi che non sarebbero loro concessi.

E si va anche oltre, in una vera e propria palestra di sperimentazioni visive, che spezzano le regole e viaggiano sul confine fra fumetto e cinema, dando vita alle pagine, facendole respirare fra le mani del lettore. Insomma, WE3 è un capolavoro e francamente non c'è un cazzo d'altro da aggiungere.

24.8.06

Italia vs Porto Rico - 73 a 72


Un'Italia fisicamente provata e senza dubbio molto meno carica rispetto alla sfida con gli Stati Uniti riesce comunque ad avere in qualche modo la meglio su Porto Rico, eliminandola per la seconda volta in fila da un torneo, due anni dopo i quarti di finale ad Atene. Sarà infatti poi la "differenza canestri" a punire i centroamericani nel confronto diretto a pari punti con Cina e Slovenia.

Partita francamente brutta, con gli azzurri che hanno comunque l'obiettivo di conservare il secondo posto per avere un'avversaria teoricamente più abbordabile agli ottavi di finale e il team guidato da uno spento Arroyo (molto meglio Ayuso) che paga forse anche il nervosismo di trovarsi sull'orlo del baratro. Come era prevedibile, si riduce tutto a un finale punto a punto, che viene vinto dagli azzurri grazie a qualche minuto di gran difesa e anche, inutile negarlo, a un pizzico di fortuna.

Sicuramente positiva la prestazione di Marconato, che mette dieci rimbalzi, otto punti e una stoppata, nella speranza di vederlo ritrovare un po' di fiducia e di convinzione. Sempre più disarmante, invece, Basile: 0 su 6 dal campo (con 1 su 4 da tre) per un totale di tre punti, conditi con un rimbalzo, 3 assist, 2 falli e 2 palle perse. Spero che Recalcati trovi il modo di rimetterlo in carreggiata, altrimenti si fa davvero dura.

Ora, scremate le formazioni più inguardabili, le cose si fanno serie. L'Italia si trova dal lato cattivo del tabellone e per arrivare in fondo servirà forse più di quello che abbiamo. A meno di sorprese, per vincere questo Mondiale dovremmo battere, in sequenza, Lituania, Spagna, Argentina e USA. Ma vediamo di fare un passo per volta: sabato tocca ai lituani, contro cui due anni fa realizzammo un vero miracolo.

Esattamente come noi, oggi hanno una squadra molto diversa, certo meno talentuosa sugli esterni, ma assolutamente non da sottovalutare. Soprattutto, mi preoccupa il fatto che, dopo un inizio davvero stentato, abbiano cominciato a vincere con una certa autorità e, probabilmente, abbiano ora una gran fiducia. Purtroppo non li ho visti giocare neanche una volta, quindi non è che possa avere molte idee al riguardo. Vedremo sabato, a quanto pare alle sei di mattina, visto che la partita è stata anticipata di sette ore.

Per quanto riguarda gli altri confronti, dubito che Argentina, Germania, Stati Uniti e Grecia possano avere troppi problemi a liberarsi rispettivamente di Nuova Zelanda, Nigeria, Australia e Cina. E lo dico con tutto il rispetto per Pero Cameron, Bogut e Yao Ming, giocatori che per motivi diversi apprezzo molto e che sarebbe bello vedere in nazionali più competitive. Più interessanti gli altri confronti, quasi tutti con una chiara favorita, ma anche con delle potenziali sorprese in serbo.

La Slovenia ha mostrato davvero scarsa solidità mentale e non credo riuscirà a mettere sotto i turchi, ma se dovesse tirare fuori i coglioni, potrebbe anche rischiare di farcela. Per Serbia e Montenegro vale un po' il discorso fatto per la Lituania, ma ci vorrebbe davvero una prestazione sopra le righe per battere la corazzata Spagnola. Molto interessante, invece, il confronto fra la Francia orfana di Tony Parker e la rivelazione Angola.

Purtroppo, come detto, sono quasi tutte considerazioni basate sulla "carta" e su quanto letto in giro, dato che, grazie a Mamma Rai, oltre alle partite dell'Italia sono riuscito a vedere davvero poco altro. A 'sto giro tocca soffrire, con un triste pensiero ai Mondiali di Indianapolis trasmessi da Sky con gran spiegamento di mezzi e commentati da Buffa e Tranquillo.

Metroid Prime: Hunters

Metroid Prime: Hunters (Nintendo, 2004)
sviluppato da NST


Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, qualcuno scrisse una favola. Secondo quella favola, in Metroid Prime non serviva il controllo dello sguardo, perché l'enfasi del gioco era posta sull'esplorazione, sulle piattaforme, sui segreti da scoprire. Insomma, non era mica uno sparatutto! Ipotizzare che si trattasse solo di una coraggiosa presa di posizione contro un metodo di controllo, quello via pad, poco adatto al genere, beh, era da folli eretici.

Passano gli anni e, guardacaso, appena i Retro Studios, con Wii e DS, si trovano fra le mani due sistemi in grado se non di fornire un responso pari a quello di mouse e tastiera, quantomeno di avvicinarvisi parecchio, ecco spuntare due nuovi Metroid Prime in cui, magia magia, è possibile controllare lo sguardo! E, incredibile ma vero, le meccaniche alla base del gioco e la sua profonda natura "avventurosa" non cambiano di una virgola.

Polemicucce da asilo infantile via forum a parte, è un fatto che Metroid Prime Hunters offra il primo sistema di controllo degno di questo nome per uno sparatutto in prima persona su console. Il touch screen non ha la versatilità e il raggio d'azione di un mouse, ma porta il genere su un piano totalmente differente rispetto a quello, farraginoso e zoppicante, che tanti crimini ha commesso sulle varie console da salotto (questo senza nulla togliere al fascino e al divertimento offerto negli anni da capolavori del calibro di Goldeneye, Perfect Dark, TimeSplitters 2 e Halo).

E tutto questo avviene in una struttura che, come detto, si mantiene fedele alle caratteristiche della saga, riprodotta però in versione "mignon", sotto qualsiasi punto di vista la si voglia guardare. Che Hunters avrebbe offerto una veste grafica non paragonabile a quella delle due edizioni GameCube era ovviamente prevedibile. Che ci fosse da rinunciare a tanto altro, magari, un po' meno. Le ambientazioni, pur ben congegnate ed evocative, offrono davvero poco terreno da esplorare, con mappe tutt'altro che contorte e un livello di difficoltà discretamente basso.

Discorso simile per i combattimenti, tavolta impegnativi quando si subiscono le imboscate dei cacciatori che danno il titolo al gioco, ma davvero di basso livello per quanto riguarda i boss. Questi ultimi, oltretutto, sono sempre gli stessi due, potenziati e ripetuti varie volte nell'arco di tutto il gioco, fino allo scontro finale (doppio e carpiato previa esecuzione di operazioni super segrete), per fortuna contro un bel creaturone inedito, seppur fin troppo facile da abbattere.

Ma forse la semplicità dell'elemento "shooter" rimane tale proprio per mantenere l'obiettivo su quella che, a conti fatti, rimane la caratteristica principe della serie. Gironzolare per i livelli è comunque un piacere e scoprire i vari potenziamenti sparsi in giro è sempre fonte di grande soddisfazione. Oltretutto, a conti fatti, le dimensioni ridotte rimangono più che sufficienti per quella che resta un'esperienza portatile, spesso ridotta a brevi sessioni "toccata e fuga", nelle quali non si possono perdere decine di minuti cercando di ricordare la struttura di questa o quella immensa costruzione tridimensionale.

Esperienza portatile che, va detto, viene un po' frustrata dalle posizioni non certo comodissime in cui si è costretti ad esibirsi per poter controllare al meglio il proprio personaggio. Ma del resto, che le console portatili recenti stiano diventando sempre meno portatili non è certo una novità. Del resto un anno fa le batterie del Game Boy Advance, che usavo per giocarmi in pace e piacere Boktai in spiaggia mentre mi asciugavo dopo il bagnetto, mi sono durate tutta la vacanza e oltre.

E invece, quest'anno, non solo PSP e DS hanno dovuto subire un buon numero di ricariche (più la prima del secondo, onestamente), ma soprattutto col cazzo che ci ho potuto giocare in spiaggia, dato che quei "fantastici" schermi ultra riflettenti, alla luce del sole, non fanno vedere una fava. Forse forse pure la scelta di Kojima relativa al nuovo seguito di Boktai è legata più all'hardware che ad ardite scelte di design.

23.8.06

Italia vs USA - 85 a 94


"That's probably the toughest game we had in international play so far," Anthony said. "We're used to beating teams by 20, 25 points in the two previous games. You come into this game thinking, 'OK, we're going to try to beat them by 25.' When we thought like that, they almost were up 25 in the first half."

Una splendida Italia colma ancora una volta i suoi evidenti limiti grazie all'agonismo e al cuore e gioca alla pari con degli Stati Uniti che a tratti prendono sotto gamba l'impegno, ma per ampie fasi di partita sono costretti, per la prima volta, a tirare davvero fuori i coglioni. L'inizio vede i nostri scendere in campo col sangue agli occhi e piazzare subito un bel parziale, che viene poi colmato, ma da cui nasce una prima metà di partita in totale equilibrio.

Anzi, a cavallo fra secondo e terzo quarto gli azzurri arrivano addirittura a trovarsi in vantaggio di dodici punti, ma poi commettono l'errore di allentare un filo la tensione e concedere agli avversari di alzare il ritmo. Risultato: doppio super parziale e americani che prima pareggiano e poi vanno in fuga. Ma l'Italia non molla, ricuce lo svantaggio e arriva a giocarsela fino quasi alla fine, col risultato che vede, per la prima volta nel torneo, gli americani non trovare una vittoria in doppia cifra e, soprattutto, impegnati in una partita vera, fino all'ultimo minuto.

I temi del match sono quelli che era lecito attendersi. Sotto canestro, per esempio, abbiamo il vuoto spinto. Rocca davvero non può nulla contro avversari a cui rende decine di centimetri e che giocano con ben più agonismo di Yao Ming (Elton Brand, soprattutto, fa quello che vuole, compresi 16 punti e 5 rimbalzi). E Marconato prende qualche rimbalzo importante, ma spreca regolarmente tutto con la sua insopportabile legnosità.

Il gioco sugli esterni e il tiro dalla distanza funzionano in maniera altalenante, specie perché Basile si ammazza in difesa e finisce per essere poco lucido in attacco (solo 6 punti, anche se conditi da 5 rimbalzi). Il peso del nostro attacco finisce per essere quasi tutto sulle spalle di Belinelli, che risponde alla grande (25 punti), ma ci rende un po' prevedibili. Gli americani alla lunga aggiustano la difesa e negano le uscite dai blocchi, tarpando le ali a un attacco un po' troppo monocorde.

A salvare parzialmente la situazione arriva Di Bella (12 punti, 5 assist, 4 rimbalzi), che batte regolarmente Hinrich dal palleggio e va sempre a canestro. Con lui ottimo anche Mancinelli (12 punti), bravo nel cercare l'affondo e aggiungere al nostro attacco una dimensione diversa. Proprio lui, fra l'altro, in avvio di terzo quarto ingaggia un esaltante duello personale con Carmelo Anthony, senza peraltro sfigurare particolarmente.

Ma è proprio l'ala dei Denver Nuggets a farci più male di tutti, soprattutto con una serie di triple messe a segno nel momento decisivo. I suoi canestri dalla distanza segnano il parzialone che fa cambiare l'inerzia della partita nel terzo quarto e la nostra incapacità di contenerlo è la causa principe della rimonta americana. Con lui anche un eccellente Dwyane Wade (26 punti), micidiale come suo solito nelle penetrazioni, che riesce quasi sempre a chiudere con un canestro, anche quando viene abbattuto di violenza.

Sulla distanza paghiamo tantissimo la fumosità sotto canestro e, soprattutto, lo sforzo fisico. Del resto, trovarci alla quarta partita su quattro tirata e intensa fino alla fine non aiuta, specie visto che per gli americani le prime tre sono state quasi delle passeggiate. Se poi aggiungiamo che i ricambi non funzionano (inesistente Pecile, poco meglio Mordente), è normale che nei minuti finali gli azzurri siano proprio stanchi, fisicamente e mentalmente, e finiscano per mollare, a parte forse solo un davvero commovente Di Bella. Coglioni fumanti, il ragazzo.

Grande Italia, comunque, squadra forte e di carattere, che esce a testa alta da un confronto tostissimo e che può secondo me guardare con fiducia al proseguimento del torneo. Il cammino sarà difficile e, per carità, potrebbe tranquillamente starci anche un'uscita agli ottavi di finale. Ma nessuno potrà permettersi di sottovalutarci e certo non si dovrà pensare neanche per un secondo di andare in campo sconfitti in partenza, anche contro le più forti. In attesa della fase a eliminazione diretta (si comincia sabato), domani c'è Porto Rico, che ad Atene razzolammo. Si decide l'avversaria per gli ottavi di finale.

Sempre più positiva, infine, l'impressione su Team USA. Al primo match impegnativo hanno risposto bene, difendendo con grande intensità e confermandosi micidiali anche sul tiro dalla distanza, che tanto li aveva fatti penare ad Atene. Carmelo Anthony sempre più capocannoniere (35 punti di onnipotenza, nuovo record per la nazionale americana, per di più con 13 su 18 dal campo e 5 su 7 da tre). Eccellenti anche Wade e Brand, forse un po' troppo "silenzioso" James. Da non sottovalutare, poi, il fatto che il tabellone permetta loro di evitare Spagna e Argentina, forse le due avversarie più pericolose.

La notte del mio primo amore


La notte del mio primo amore (Italia, 2006)
di Alessandro Pambianco
con Giulia Ruffinelli, Damiano Verrocchi, Valentina Izumi, Lucio Mattioli, Luca Bastianello, Joanna Moskwa


I filmini amatoriali dei quindici anni, quelli fatti con la passione, il divertimento e una videocamera da quattro soldi. Quelli in cui i dialoghi sono stra-stereotipati (se non "citazioni"), perché fanno tanto cinema figo. Quelli nei quali non esiste la fotografia e in ogni scena ambientata in notturna, o semplicemente al buio, i personaggi svaniscono in una nuvola verdognola. La notte del mio primo amore sembra uno di quei film, solo realizzato con mezzi un filo più potenti. E, forse proprio per questo, pur in tutta la sua pochezza e la sua povertà, non ce l'ho proprio fatta a schifarlo.

Tanto più che il film qualche merito arriva perfino ad averlo, con una decente gestione dei ritmi e, a tratti, perfino una vaga capacità di creare tensione. Divertito e divertente, prevedibilissimo negli snodi narrativi e nei colpi di scena, ma comunque ottimo per una spensierata visione da cinema estivo. Il cinema trashone, quello che si fa davvero fatica a considerare ruffiano e pretenzioso, anche perché le citazioni sono talmente palesi e ostentate da far sorridere. Mille volte meglio questo esordio, rispetto a quello di un Giovanni Davide (sigh) Maderna a caso.

22.8.06

Italia vs Senegal - 64 a 56


La più classica delle italiette, quelle che in una fase a gironi di qualsiasi competizione, in qualsiasi sport, purtroppo si vedono sempre. Gli azzurri partono sul velluto, staccano subito gli avversari grazie a un Belinelli incontenibile e con Di Bella e Gigli che vanno dentro a piacere, ma si rilassano e, complice anche un Pecile poco incisivo, lasciano rientrare in partita un'avversaria francamente mediocre. Atletici e potenti, i vicecampioni d'Africa sono tatticamente risibili e sulla distanza mostreranno scarsa solidità mentale, ma mettono in campo agonismo, voglia di vincere e la forza della disperazione.

E tanto basta per mettere in crisi un'Italia che dà l'impressione di essere demotivata e supponente, forse col pensiero già alla sfida di domani. Sta di fatto che gli azzurri sbagliano tutto lo sbagliabile, si fanno mettere sotto e vengono ampiamente lasciati indietro da una squadra che, pure, commette una marea di errori e ingenuità. Nella seconda parte di match Recalcati, vai a sapere se per farli riposare, per scelta tattica o per dare un segnale, lascia in panchina l'acciaccato Belinelli, Basile e Marconato, per dare spazio agli altri, che rispondono alla grande.

Risponde soprattutto Mancinelli, che nei suoi 13 minuti mette a segno una tripla decisiva e, soprattutto, cambia nettamente direzione alla partita con la sua difesa (tre palle rubate) e con le sue penetrazioni fino a canestro. Il solito, fantastico, Soragna mette a referto 15 punti, 3 rimbalzi, 2 assist, 2 rubate e una stoppata e chiude il match nel finale con una tripla impossibile, su passaggio dietro la schiena di Mancinelli. Eccellenti anche Mordente e Michelori, grandi trascinatori nel parzialone di 14-0 che stronca gli africani e raddrizza la partita.

Ora siamo agli ottavi di finale, resta da vedere contro chi. In ogni caso, si tratterà di una squadra estremamente ostica, ma secondo me alla portata, a patto di evitare le vergognose percentuali di tiro odierne. Poi, per passare un eventuale quarto di finale contro una qualche corazzata, servirà temo un miracolo. Ma vedremo da sabato in poi, il pensiero ora va alla sfida di domani contro un Team USA sempre più convincente, anche se ancora non messo davvero alla prova. Se gli azzurri sapranno essere concentrati in difesa e troveranno la migliore vena realizzativa, forse, vedremo una partita.

20.8.06

Italia vs Slovenia - 80 a 76


Negli ultimi quattro anni l'Italia del basket si è tolta parecchie soddisfazioni contro squadre ben più talentuose e blasonate di lei. Eppure, in un modo o nell'altro, ha sempre finito per perdere contro la Slovenia, che del resto è una nazionale in crescita spaventosa e che non a caso è fra le partecipanti a questo Mondiale col più alto tasso di NBA a organico (per quanto non proprio tutti siano protagonisti dall'altra parte dell'oceano). Insomma, prima di stamattina, era lecito parlare di nostra "bestia nera". Prima di stamattina.

Si gioca a neanche ventiquattro ore di distanza e serve ricambio di forze, per uscire vivi dallo scontro con una squadra certamente più competitiva della Cina. Per fortuna, il doppio tag team funziona e Mason Rocca e Basile, che pure giocano e fanno il possibile, per quanto mostrandosi a tratti in chiaro affanno, non vengono rimpianti. Belinelli si sveglia e, nonostante qualche problema fisico, domina la partita con 26 punti, 3 assist e 2 rimbalzi. Tira e sbaglia troppo da dietro l'arco (3/10), ma la sua costante pressione su difensori non in grado di contenerlo e la sua mortifera precisione dalla lunetta (9/11) si rivelano decisive. Ma spettacolare anche Marconato, decisamente più a suo agio con Nesterovic che con Yao Ming: per lui quasi una doppia-doppia (9 punti e 11 preziosissimi rimbalzi), una tripla da leone nel finale di terzo quarto e una presenza in campo devastante nei momenti chiave.

Dopo l'avvio da tragedia greca, nel quale i lunghi sloveni non fanno capire nulla agli azzurri, parte la rimonta, che si concretizza piano piano nell'arco di tutto il secondo quarto grazie a una difesa asfissiante, a un Belinelli invasato e a una buona precisione al tiro (anche se non micidiale come contro la Cina). La seconda parte del match è un delirio di emozioni, con l'Italia che va sopra in maniera anche decisa, viene riagguantata grazie soprattutto a un ottimo Nesterovic e, a una manciata di minuti dalla fine, si ritrova di nuovo pesantemente sotto. Ma arrivano le triple decisive di Garri e Soragna, si torna in vantaggio e, seppur con qualche patema, si riesce a gestire il risultato per una vittoria importantissima.

Grande Italia, che va ben al di sopra dei suoi limiti e vince nonostante la totale assenza di gioco sotto canestro e l'incapacità di andare in penetrazione anche quando i cambi difensivi invitano palesemente a farlo. Fra ieri e oggi han contribuito tutti e anche questo, in un torneo così sfiancante, potrebbe contare molto. Mancinelli, a proposito, vede il campo per sette solidi minuti, mettendo a referto 2 punti, 2 assist e 2 rimbalzi. Se acquista fiducia, sulla distanza può essere un recupero importante.

Note a margine per l'insopportabilità di un Mondiale nelle mani della Rai, che costringe a sorbirsi il rincoglionimento senile dei loro giornalisti, che fanno diventare fenomeni imbattibili qualsiasi avversario degli azzurri, che travisano l'andamento delle partite in nome del gasamento nazionalpopolare e che trascorrono minuti interi a pontificare sulle decisioni arbitrali contrarie agli azzurri. Il tutto coronato dal fatto che, in un Mondiale che vede, nella sola prima fase, ventiquattro squadre impegnate in sessanta partite, 'sti pezzenti trasmettono solo le cinque dell'Italia, peraltro col solito livello produttivo da peracottari. E non bastasse questo, scopro che - nonostante la partita sulla Rai satellitare si veda - MySky registra il vuoto e per questo mi perdo i primi sei/sette minuti e subisco un avvio shock con l'Italia già doppiata. Che palle.

Notte prima degli esami


Notte prima degli esami (Italia, 2006)
di
Fausto Brizzi
con
Nicolas Vaporidis, Cristiana Capotondi, Giorgio Faletti, Andrea De Rosa, Eros Galbiati, Sarah Maestri, Chiara Mastalli, Valentina Idini, Elena Bouryka

Notte prima degli esami è un film scritto e pensato per ammiccare furbescamente a chi prova anche solo un pizzico di nostalgia per gli anni Ottanta, cercando però nel contempo di rendersi accattivante anche per un pubblico ggiovane. Intento pienamente riuscito, nel bene e nel male, con una sceneggiatura che non va molto oltre un nostalgico macchiettismo e si limita a fare tutto quel che ci si aspetta da lei.

Sembra di assistere a una puntata de I ragazzi della terza C tirata a lucido e aggiornata alla comicità giovanile odierna. Personaggi, gag e situazioni sono esattamente quelle che ci devono essere e non c'è una sorpresa che sia una. Ma il giochetto funziona, anche grazie alla simpatia di un bel cast, simpatico, azzeccato e molto ben diretto da Brizzi.

Insomma, un filmetto, che però ha l'onestà di limitarsi a uno spensierato e sconclusionato revival, divertente finché dura, sicuramente furbo nella scrittura e nella colonna sonora, ma mai al punto di diventare fastidioso.

19.8.06

Italia vs Cina - 84 a 69


La solita Italia, che vive e muore con la sua difesa asfissiante e col tiro dalla distanza, gioca alla pari il primo tempo, tentando la fuga a ridosso dell'intervallo e finendo poi per dominare abbastanza nettamente la seconda parte di gara. Belinelli è fuori fase, Mancinelli è l'unico a non vedere il campo, Marconato viene annichilito da Yao Ming, che lo costringe al fallo sistematico e gli tira regolarmente in testa. Quando Ming va in berserk e prova a vincere la partita per i suoi, però, ci tengono in piedi l'eroico agonismo di Mason Roccannavaro, la precisione e il cazzo durissimo di Basile e la capacita di essere sempre decisivo di Soragna. Importante contributo anche di Garri e di un Gigli silenzioso ma micidiale quando chiamato in causa (2/3 da due, 2/2 da tre, 4 assist). Sulla distanza il gigante cinese mostra i segni del rientro accelerato dall'infortunio e svanisce dal campo, portandosi dietro i compagni. Era assolutamente da vincere, si è vinto. Adesso tocca alla bestia nera, contro la quale, però, sarà dura fare a meno di Belinelli.

18.8.06

Volver


Volver (Spagna, 2005)
di
Pedro Almódovar
con
Penélope Cruz, Carmen Maura, Lola Dueñas, Blanca Portillo, Yohana Cobo

C'è qualcosa, nei film di Almodovar, che mi respinge con decisione, che mi impedisce di farmi affascinare e rapire completamente dal racconto e dai suoi personaggi. Forse è l'eccentricità con cui parla allo spettatore, forse è quella vibrante anima iberica, così impressa a fuoco in ogni fotogramma, non lo so, ma sta di fatto che questo regista non è proprio nelle mie corde. E la cosa emerge tanto più quando un suo film, come in questo caso, mi convince abbastanza.

Melodramma, noir e commedia si fondono in un racconto che non oscilla fra i generi, ma li mescola e li unisce molto bene. Tutto procede su ritmi placidi, lasciando discorsi a metà, ma senza dare troppo l'impressione che ci fosse il bisogno di concluderli. Il gruppo di donne giustamente premiate a Cannes lavora benissimo, e Almodovar riesce a farmi diventare quasi affascinante perfino la Cruz, che normalmente su di me esercita il sex-appeal di un parafango ammaccato.

Ma nonostante tutto Volver non mi acchiappa, non mi fa suo fino in fondo, e forse i motivi non sono poi così tanto evanescenti. Forse stanno in una sceneggiatura sì efficace nel caratterizzare le tante protagoniste, ma anche estremamente prevedibile nel suo sviluppo e un po' troppo piaciona nel non voler rinunciare ai personaggini stralunati e fuori dall'ordinario, senza però sfociare nelle trasgressive esagerazioni di tanti altri film precedenti.

O forse è quel pizzico di orgoglio maschile che mi rende istintivamente antipatico un film nel quale gli uomini di cui vale la pena parlare sono tutte cacchette di passaggio e le donne di cui vale la pena parlare sono tutte creature meravigliose e affascinanti.

Eppure, se mi fermo e razionalizzo, in Volver ci trovo molto di buono. Ma le budella non si muovono neanche per sbaglio e la fastidiosa impressione che mi manchi proprio ciò che più dovrebbe contare non va via. Non percepisco e non vivo passione, vedo scorrermi davanti delle belle immagini, delle trovate interessanti, un film del quale non posso fare a meno di riconoscere svariati meriti, ma è come se una barriera invisibile ci separasse e mi impedisse di immergermi in ciò che osservo. Vabbé, non si può avere tutto.

17.8.06

Spanglish


Spanglish (USA, 2004)
di James L. Brooks
con Paz Vega, Adam Sandler, Téa Leoni, Shelbie Bruce, Cloris Leachman, Sarah Steele, Ian Hyland


Nel rivederlo in DVD, oltre un anno dopo la prima volta, che fu su una soporifera tratta Los Angeles-Londra, Spanglish mantiene intatte tutte le sue qualità. Un film che parla di personaggi interessanti e sfaccettati, più che delle loro vicende, che mescola scontri culturali e familiari e che, soprattutto, si appoggia in toto su una scrittura di gran qualità.

Un cast affiatato e incredibilmente ben diretto da Brooks dà vita a una commedia delicata, divertente e dai forti sentimenti, capace di giocare benissimo sulle incomprensioni linguistiche e di toccare picchi di grande intensità, senza scadere nel pacchiano o nel melenso. Tutto è anzi raccontato con estremo gusto e rifugge dalle banalità, anche nel tirare le fila della vicenda, abbandonando la famigliola al suo destino, come un episodio "di passaggio", del quale non è necessario arrivare a conoscere la risoluzione.

Ottime, poi, le caratterizzazioni di tutti i personaggi, adorabili nel loro disastrato realismo, così come è splendido lo sviluppo delle relazioni fra di loro, alcune messe in scena solo con veloci, ma significative pennellate, altre approfondite con lunghi e bei dialoghi. Bravi tutti gli attori, compreso Adam Sandler, che - pur rimanendo forse un po' monocorde - conferma ancora una volta di poter essere un interprete delizioso, quando si mette nelle mani di un regista in grado di contenerlo.

16.8.06

La casa dei 1000 corpi


House of 1000 Corpses (USA, 2003)
di Rob Zombie
con Sid Haig, Bill Moseley, Sheri Moon, Karen Black, Chris Hardwick, Erin Daniels, Jennifer Jostyn, Rainn Wilson, Matthew McGrory, Robert Allen Mukes


Al suo chiacchierato esordio dietro la macchina da presa, Rob Zombie sceglie il divertimento, più suo che dello spettatore, e gira una specie di remake all'inverso di Non aprite quella porta, raccontando - come Tobe Hooper vent'anni prima - di alcuni sfortunati ragazzi che, nel bel mezzo di un road trip, finiscono fatti a fette da una famiglia di goliardici freak. La strada scelta è però totalmente opposta rispetto a quella del regista texano, del quale non viene riesumato il minimalismo documentaristico: House of 1000 Corpses sceglie la via della ricerca estetica, del bello stile e di una splendida fotografia.

Sfruttando un canovaccio fatto di violenza insensata e del panico di protagonisti in totale balia degli eventi, il leader dei White Zombie che furono si diverte per oltre un'ora e mezza abusando dei suoi personaggi e riempiendo i vuoti fra una macellazione e l'altra con una lunga serie di ammiccamenti, citazioni e sperimentazioni visive. Se sulle prime il delirio che scorre davanti agli occhi dello spettatore risulta affascinante e a modo suo disturbante, alla lunga finisce per spezzare un po' troppo il ritmo e smussare l'altrimenti riuscita atmosfera di angosciante paranoia.

Sulla distanza, insomma, quello che potrebbe sembrare un buon modo per immergere nelle disfunzioni mentali dei cattivi di turno finisce per ritorcersi contro il film, rendendolo poco più che uno sterile divertissement, buono per darsi di gomito fra appassionati riconoscendo questa o quella strizzatina d'occhio. Strizzatine che, va pure detto, sembrano fatte con tutta la più sincera e ammirabile passione di un regista che non dà l'impressione di volersi spocchiosamente sbrodolare addosso (e che probabilmente si sta tirando dei gran segoni al pensiero di avere in mano il remake di Halloween). Ma l'opera prima di Rob Zombie giunge dopo troppe altre operazioni simili e finisce così per sembrare un po' troppo vuota.

Ed è un peccato, perché francamente la visione di questo film chiude la bocca a chi si aspettava un impacciato musicante alle prese con un mezzo che non gli appartiene. L'inquietante apertura nel negozietto, la sequenza nel museo degli orrori, l'arrivo dei poliziotti alla casa dei freak e il delirio finale sono infatti uno splendore per gli occhi e fan venire voglia di vedere questo regista così virtuoso e pieno di idee alle prese con una sceneggiatura un po' più corposa.

15.8.06

Babbo bastardo

Bad Santa (USA, 2003)
di Terry Zwigoff
con Billy Bob Thornton, Tony Cox, Brett Kelly, Lauren Graham, Lauren Tom, Bernie Mac, John Ritter


Sorta di versione deviata e dai pochi compromessi della classica fiaba natalizia hollywoodiana, Babbo bastardo racconta di un fallito cronico, alcolizzatissimo e incattivitissimo, che sfrutta il suo impiego come Babbo Natale da mall per darsi al furto con scasso e al sesso selvaggio con una sensuale feticista, innamorata del suo personaggio fin da piccola.

Non mancheranno cattiverie gratuite e assortite nei confronti dei bambini (non troppo) adoranti e dell'aiutante folletto nano, oltre che, ovviamente, un rapporto di paterna amicizia con un bimbo disadattato, sulle prime avvicinato per abusare delle sue ricchezze ereditarie, ma alla lunga - e con molta fatica - capace di risvegliare una briciola di umanità nel suo nuovo amico.

Forzatamente dalla parte del turpiloquio e del cattivo gusto, Babbo bastardo stabilisce nuovi record nell'utilizzo di parolacce in film natalizi, ma non conclude molto altro. Lento nello sviluppo, con qualche idea interessante, ma anche troppi tempi morti, diverte a sprazzi, ma non convince fino in fondo. Bravo e in parte Billy Bob Thornton (talmente in parte che pare abbia recitato realmente ubriaco), tutto sommato neanche troppo lieto e catartico il finale, che pure un filo di buonismo se lo concede. Pensavo peggio, speravo meglio.

6.8.06

Ferie


Me ne vado in Abruzzo con la Rumi, a farmi riempire di cibo da mia zia, a sobbollire in spiaggia e a vagare per le montagne. Tornerò, con almeno un paio di cassette cariche di cibo, più o meno attorno a ferragosto. E avrò probabilmente tante belle cose di cui parlare qua dentro. Oddio, in teoria già ne avrei, per esempio gli ultimi tre film visti e House of M, ma non ho voglia di fare le cose di fretta. Ci si rilegge quindi fra una decina di giorni. Buone ferie a chi le fa, un legnetto per chi non le fa.

5.8.06

Superman - La trilogia


Superman (USA, 1978)
di Richard Donner
con Christopher Reeve, Gene Hackman, Margot Kidder, Marlon Brando, Ned Beatty, Valerie Perrine, Jackie Cooper


Se il Superman del 1978 ha un singolo pregio, è quello di essere a modo suo ancora credibile, convincente e appassionante dopo quasi trent'anni. Nonostante quegli effetti speciali oggi quasi infantili. Nonostante quel costume così "calzamaglia", quelle pettinature tanto lontane, quel look allucinato. Nonostante quell'atmosfera così ingenua e vecchio stile. O, forse, anche e soprattutto grazie a tutte queste cose.

Di sicuro alla pellicola di Richard Donner non manca la capacità di far volare lo spettatore sulle ali della fantasia. Quella splendida apertura sul pianeta Krypton mantiene ancora tutta la sua dirompente forza, aiutata da una colonna sonora fra le più azzeccate ed evocative di sempre. Ma è tutto il film a colpire per il grande senso di meraviglia che riesce a regalare. Il ritrovamento del bimbo piovuto dal cielo, la crescita e la scoperta dei poteri, il passaggio all'età adulta e l'abbandono delle proprie radici, tutto viene dipento con toni epici, ma allo stesso tempo intimi, toccanti e famigliari.

Ma Superman funziona così bene anche e soprattutto perché non esagera nel prendersi sul serio e, anzi, riesce ad ironizzare benissimo su se stesso, sugli stereotipi che mette in scena e sui suoi personaggi. Dalla gag della cabina telefonica alla sgangherata banda di criminali capitanata da Lex Luthor, fino al meravigliosamente impacciato Clark Kent, sono davvero tanti i momenti caratterizzati da una forte voglia di sdrammatizzare.

La ciliegina sulla torta è poi rappresentata da un cast incredibilmente azzeccato. Su tutti l'allora sconosciuto Christopher Reeve, perfetto tanto come goffo e balbettante reporter, quanto come baldo, sicuro e vigoroso eroe alieno. Talmente bravo nell'interpretare entrambi i ruoli, nel caratterizzare i due personaggi con le piccole cose, i gesti, la postura, il modo di parlare, da rendere quasi credibile un'identità segreta nascosta da un ciuffo e un paio d'occhiali.

E con lui un Gene Hackman adorabilmente gigione nella parte del genio del crimine Lex Luthor e una serie di attori molto ben calati in ruoli così famosi e noti praticamente a chiunque da renderli per nulla semplici da dipingere in maniera credibile. Tutto contribuisce a dare vita a un film non perfetto, su cui forse pesa qualche lungaggine di troppo, ma che regge allo scorrere del tempo molto meglio, per esempio, del primo Batman di Tim Burton, che pure è venuto oltre dieci anni dopo.



Superman II (USA, 1980)
di Richard Lester
con Christopher Reeve, Gene Hackman, Margot Kidder, Terence Stamp, Valerie Perrine

Richard Lester con il secondo episodio mantiene grande coerenza stilistica e narrativa, riallacciandosi al primo sia negli avvenimenti (i cattivi della situazione si erano intravisti in apertura del film di Donner), sia nelle atmosfere epiche e nell'utilizzo di musiche ed effetti speciali. Sono passati due anni e si vede un film estremamente simile sotto tanti punti di vista, vero e proprio seguito.

Differenze però ce ne sono, e non da poco. Lester approfondisce il lato più "umano" del personaggio, il suo amore per Lois Lane, la sua anima divisa in due fra la nostalgia per un mondo d'origine e dei genitori mai conosciuti e il suo impossibile desiderio di integrarsi nell'umanità che l'ha adottato e sentirsi uno dei tanti. A questo il regista di Philadelphia unisce una carica umoristica ancora più forte, riempiendo di gag qualsiasi momento del film e caratterizzando di toni abbastanza ridicoli un membro e mezzo almeno del gruppo di antagonisti.

Dove non arrivano le intenzioni, purtroppo, si fanno un po' strada gli anni che passano, con un look che rende il generale Zod e i suoi sgherri un po' stupidotti, ben lontani dall'immagine di "cattivissimi spaventosi" che mi portavo dietro da bambino. Tanti anni son passati dall'ultima volta che ho visto Superman II e, purtroppo, si vedono tutti. Una volta fatto l'occhio, però, si trova un film appassionante, divertente, lungo, ma non tirato per le lunghe e graziato da un Gene Hackman e un Christopher Reeve ancora più bravi ed efficaci che nel primo episodio.



Superman Returns (USA, 2006)
di Bryan Singer
con Brandon Routh, Kevin Spacey, Kate Bosworth, James Marsden, Parker Posey, Frank Langella, Sam Huntington, Marlon Brando

Con Superman Returns Bryan Singer disconosce il terzo e il quarto episodio degli anni Ottanta e chiude un'ideale trilogia legata ai primi due. Tantissimi sono i punti di contatto sul piano narrativo, in un film che si riallaccia pesantemente agli avvenimenti dell'episodio diretto da Richard Lester, riprendendolo in più punti e, in sostanza, dandogli un vero e proprio seguito, che continua ad approfondire i "desideri di umanità" del personaggio e pone basi potenzialmente interessanti per l'ovviamente già previsto seguito.

Ma anche da un punto di vista stilistico Singer non inventa molto e anzi quasi si limita a mettere in scena una pellicola che sembra soprattutto un enorme omaggio a due film che adora. La colonna sonora, riarrangiata sulla base dei temi scritti da John Williams, rimane sostanzialmente quella, utilizzata allo stesso modo. L'apertura dei film, ancora una volta, si sofferma su Krypton ed esplode con quegli stessi titoli di testa. La storia ricalca sotto molti aspetti (il piano di Luthor, il volo di Superman e Lois Lane, Parker Posey a sostituire Valerie Perrine... ) quella del primo film e il gran finale è sempre lo stesso, con Superman in volo attorno al pianeta e con quella musica.

Gli stessi attori cercano palesemente di far sentire il meno possibile la differenza con chi li ha preceduti. Brandon Routh, pur convincendo meno, offre una discreta ed efficace imitazione di Cristopher Reeve e altrettanto fa un gigione e simpatico Kevin Spacey, che pure prova a dare un taglio più diabolico e moderno al suo Lex Luthor. Aiuta il fatto che entrambi gli attori abbiano tratti somatici molto simili a quelli dei loro predecessori, mentre convince meno Kate Bosworth, ottima donzella in pericolo, priva però della vitalità che caratterizzava il personaggio di Margot Kidder.

Ma al di là dei paragoni e del senso di compiaciuto deja-vu che il film per forza di cose genera in chi ha visto i precedenti, Superman Returns funziona abbastanza, offrendo momenti emozionanti e di sano divertimento. Singer appone comunque la sua firma di esteta e regala inquadrature molto evocative, omaggiando apertamente la cover del primo numero di Action Comics e regalando qualche brivido quando uno stanco Superman si erge al di sopra delle nuvole per farsi investire dai raggi solari e ricaricare la batteria.

E gli effetti speciali, finalmente all'altezza di ciò che devono rappresentare, funzionano a meraviglia e fanno ben sperare nel caso il prossimo film decida di seguire il percorso segnato dai primi due e mettere in scena antagonisti in grado di restituire i ceffoni a Kal-El. Certo, sarebbe interessante pure se ci raccontassero qualcosa di nuovo, cosa che tutto sommato penso sia possibile fare, nonostante i settant'anni di carriera del personaggio.


P.S.
Ho poi rivisto Superman Returns e ne ho riscritto a questo indirizzo qua.

3.8.06

Bei momenti #011

"Il calcio è un gioco maschio"


"Maestra, l'orco mi ha fatto la bua."


"Ma io ti strappo le budella e te le faccio ingoiare dal culo."


"Vieni qui che ti spezzo le ossa."


"Tu non mi devi toccare manco per sbaglio!"

1.8.06

Miami - Ultimo appuntamento


Dopo una luuuunga notte di sonno, verso le sette del mattino mi sveglio, mi ripulisco e scendo nella hall dell'albergo per fare colazione. Non ho voglia di piazzarmi nel ristorantino e vado quindi al bancone del bar, dove mi siedo di fianco a un posto semi-occupato: lo sgabello è libero, ma sul bancone ci sono una tazzina di caffé mezza bevuta, un quotidiano e altra roba. Mi prendo un the, un succo d'arancia e un cornetto (invero abbastanza di gomma) e, mentre degusto, vedo entrare dalla porticina alla mia destra Mickey Rourke.

Michelino, che si porta dietro una specie di pantegana a pelo corto (immagino sia il suo cane), trinca l'ultimo sorso di caffé, raccoglie la sua roba e se ne va su in camera, non mancando di notare che l'ho notato e lo fisso con la coda dell'occhio. Mentre sto per finire la colazioncina, lo vedo che - senza cane - esce dall'albergo e monta in sella alla moto. Io, invece, dopo aver ovviamente fatto segnare tutto sul conto della camera, esco e mi dirigo all'ufficio informazioni dove avevo recuperato la mappetta.

Il posto fa anche da Internet Point e mi permette così, tirando fuori tre dollari, di dare una sbirciata alla posta e ad altre sciccherie (anche perché, per la cronaca, non avendo io un telefono cellulare, essere andato a Miami senza laptop mi ha tagliato qualsiasi ponte col resto del mondo). Attacco bottone anche con la signora che gestisce, che mi svela di essere la sorella della padrona, e che in realtà lei canta (è un soprano) e si esibisce in giro per il globo. Fra le sue performance, mi cita passaggi a Venezia, in altri posti d'Italia e perfino un concerto per il Papa. Simpatica sudamericana, quando le dico che sono a Miami per lavoro e che scrivo su riviste di videogiochi mi rifila subito un biglietto da visita, immagino nella speranza che io possa in qualche modo trovarle un ingaggio (suppongo la parola chiave sia stata più "riviste", che "videogiochi").

Svolta la pratica "contatti con il mondo", passo velocemente in albergo e recupero il necessaire per andare in spiaggia. In pratica mi metto il costume e tiro su il libro. Il resto della mattinata lo trascorro per un bel po' a mollo e per un altro bel po' spaparanzato sulla sabbia, leggendo e ustionandomi la schiena e le gambe, dato che non ho con me alcun tipo di crema solare. Dopo essermi abbrustolito per bene, torno in albergo per l'appuntamento con gli altri.

Il programma della giornata è il seguente: un cazzo fino alle 18:00, quando ci si ritroverà per andare a fare un giro in elicottero. Federico coglie l'occasione per raccontarmi che la sera prima, nella super suite Falconi dell'ultimo piano, c'è stata la festa organizzata da Madonna per il dopo-concerto. Magari è per quello che Mickey Rourke è "in zona". Federico mi racconta anche di un omone piazzato agli ascensori per controllare a che piano salisse la gente ed evitare che eventuali indesiderati s'imboscassero al party.

Comunque, i tizi di rockstar partiranno verso le quattro abbondanti e noialtri non abbiamo attività programmate. I due tedeschi vogliono andare a fare un giro in un mall al chiuso, anche perché la giornata è davvero invivibile, sul piano della temperatura (la Rumi mi racconterà poi che quello stesso giorno è stato mortale anche a Los Angeles). Federico si aggrega a loro, io penso che potrebbe essere un'occasione buona per infilarmi al cinema e vedere Superman Returns. Purtroppo un veloce sguardo agli orari sul giornale (tutte le mattine consegnato davanti alla porta della stanza) mi fa capire che andando al cinema non tornerei in tempo per l'elicottero. Scatta quindi il mall.

L'uscita dall'albergo è devastante: il caldo è insostenibile e il sole si riflette sull'asfalto modello Attacco Solare. Zompiamo in macchina e veniamo portati a destinazione... sbagliata! Finiamo infatti in un mall estremamente deluxe, fatto solo di negozi d'alta moda e, oltretutto, all'aperto. Ovviamente scatta subito il taxi, che ci porta dritti dritti all'Aventura Mall. Una costruzione dalle discrete dimensioni: due piani di negozi, ciascuno dei quali - cito dal depliant/mappetta - se percorso per l'intero perimetro comporta un miglio di cammino. Due miglia di consumismo, insomma, più un terzo piano con un multisala e un Johnny Rockets.

Io e Federico ci separiamo dai crucchi e ci infiliamo da Johnny Rockets, per consumare un hamburger ottimo, ma che i continui sbalzi di temperatura (dall'inferno fuori al tifone glaciale dentro) mi faranno restare un po' sullo stomaco. Dopo mangiato mi distacco dal mio accompagnatore e vado un po' in giro, non riuscendo ad evitare di estrarre la carta di credito, ma limitandomi a due cazzatine al Disney Store, un regalino per la rumi nel negozio Sanrio e una maglietta dei Philadelphia Phillies in saldo. Da EBGames e nel negozio di "collectables" sportivi non trovo nulla e, comunque, il tempo a disposizione basta appena per completare il giro del doppio miglio consumistico. Afferro un succo di frutta da Starbucks e ci si fionda in un taxi.

Dall'albergo si riparte con una macchinona dai vetri oscurati, la cui autista è una donna di colore brasiliana che ci apostrofa con un "Campeones!" appena capisce che siamo italiani. Destinazione: l'attracco di un traghetto. I controlli incrociati e carpiati della guardia sfiorano il ridicolo, ma alla fine ci viene dato l'ok e ci imbarchiamo con tutta la macchina su uno di questi traghetti che fanno avanti e indietro a getto continuo dall'isola dove siamo diretti (e che mi sembra popolata da gente con molti soldi). Qui zompiamo su un elicottero, pilotato da un fantastico ammerigano molto yeah!

Cuffie e microfoni allacciati, cintura stretta, si decolla, e la sensazione è la stessa di quando qualche anno fa volai sulle Alpi svizzere. Sulle prime, ti chiedi quanto cazzo vanno in alto 'ste montagne russe, poi ti abitui ed è solo una gioia. Il tipo ci conduce in un giro sopra tutta Miami, vagando fra le isole, illustrando a voce, chiacchierando e commentando con noi i posti dove siamo già passati in macchina, a piedi o in barca. Gentile e disponibile, risponde a tutte le domande (comprese le menate su "cosa puoi e non puoi fare con 'sto elicottero") e rende ancora più piacevole un viaggio che, comunque, è già uno spettacolo di suo.

Dopo un po' si fa tappa dal benzinaio dei volatili. Una specie di mini aereoporto poco frequentato, dove c'è veramente una pompa di carburante da cui il tipo fa rifornimento e ci sono tutti i comfort del caso, compreso un distributore di bibite. Prima che riprenda il viaggio, patteggio con il PR tedesco e mi scambio di posto: il primo tratto me l'ero fatto seduto dietro, mentre per questa seconda parte mi piazzo davanti, dove la visuale è più ampia e vedo anche cosa combina il pilota (la tentazione di muovere una leva a caso è forte, ma per fortuna mi trattengo).

Una volta terminato il volo e salutato il tipo, si torna in albergo e, dopo una rinfrescata, si esce per cena, avvolti da un caldo più accettabile, ma sempre terribile. Sperando di trovare un bel luogo caratteristico, ci dirigiamo al viale messicano che si trova a due isolati dalla Lincoln Boulevard, ma troviamo invece un posto che sembra uscito dal villaggio del far west di Gardaland. Quattro ristoranti in croce, ciascuno dei quali con fuori un messicano che ti invita a sbirciare il menu. Sul quarto messicano, che in realtà è una bella messicana, vacilliamo, ma decidiamo di tirare dritto.

Tornati sulla Lincoln, si cerca un ristorante non italiano e l'impresa è ardua. Arrivati quasi in fondo, troviamo quello che cerchiamo, ma io mi congedo dagli altri: non ho ancora smaltito l'hamburger pomeridiano, ho un caldo boia che mi dissuade dal sedermi a cenare all'aperto e, soprattutto, sono in tempo per l'ultimo spettacolo di Superman Returns, peraltro in un cinema, quindi al fresco. Saluto tutti e mi godo lo spettacolo, non prima di aver notato per l'ennesima volta che secondo gli americani una coca piccola misura un litro e non prima di aver visto sul grande schermo i trailer di Spider-Man 3 e Invincible (che non c'entra nulla con il capolavoro di Robert Kirkman, ma parla dei Philadelphia Eagles).

Il film finisce all'una e mezza, quindi me ne torno in albergo e, dopo aver infilato un po' di roba in borsa, collasso. La mattina dopo mi sveglio relativamente presto, mi sdoccio e mi rilasso un po' davanti alla TV. Scendo a fare colazione nel ristorante e mi sollazzo con un the caldo, del succo d'arancia e dei pancake, che almeno una volta li mangio sempre, quando vado negli USA (ottimo l'accompagnamento a base di mango).

Dopo mangiato, vado a fare un ultimo giro in Lincoln Boulevard, che percorro fino in fondo (facendo però tappa in libreria, dove compro Our Movie Year di Harvey Pekar e un paio di riviste, una delle quali per il Gruspola). Stavolta, per curiosità, vado oltre la parte pedonale e arrivo fino alla fine della via, una strada chiusa che, in mezzo a villette varie, butta direttamente sul tratto di oceano che la separa da un'altra isola. Me ne resto un po' fermo lì, a osservare il panorama, abbrustolirmi sotto il sole e riflettere sul senso della vita.

Dopodiché, gustandomi un ultimo passaggio sul lungomare, me ne torno in albergo, sudato da far schifo, mi faccio una doccia, finisco di preparare i bagagli e scendo per il checkout (tutto pagato, che meraviglia). Dopo una lunga attesa è ora di partire, si piglia la solita macchina privata e, ad appena un paio di isolati dall'albergo, sono costretto a chiedere il dietro-front, dato che ho lasciato il marsupio sul divanetto. L'autista, fra l'altro, è un meraviglioso tizio di Haiti, che ci ringrazia perché abbiamo battuto i francesi in finale.

Il volo, condiviso con Ezio Greggio e famiglia, è il solito Alitalia, con le solite hostess non proprio adorabili e con le solite "comodità". Fra i film proiettati, mi desta un vago interesse, frutto probabilmente del mio gusto per l'orrido, Manuale d'amore. Ma, come mio solito nei viaggi di ritorno, non ho modo di guardarlo, dato che collasso e non mi risveglio fino a un'oretta dall'atterraggio, che trascorro leggendo Underworld.

E siamo di nuovo a Milano, dove l'afa col cazzo che ti sembra quasi piacevole. Alla dogana gli addetti sono tutti lì a sorridere per Greggio e la gente normale la guardano di sfuggita, con scritto in fronte "dai, levati dal cazzo, che ho da fare". Per farmi sentire subito a casa, poi, in autostrada trovo una bella coda causata da un'incidente. Arrivato nel mio caro appartamentino, per la prima volta in stagione non resisto e attacco il Pinguino. Poco dopo, magia, viene a piovere e la temperatura si abbassa un filo. Casa dolce casa, insomma.