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30.9.06

Thank You For Smoking


Thank You For Smoking (USA, 2005)
di Jason Reitman
con Aaron Eckhart, Cameron Bright, Sam Elliott, William H.Macy, Robert Duvall, Maria Bello, David Koechner, Rob Lowe

Thank You For Smoking è l'ottimo esordio cinematografico del figlio d'arte Jason Reitman, che confeziona una divertente, intelligente e graffiante commedia nera, in grado di far riflettere su un tema tutto sommato abbastanza trito. Per giocare con l'industria del tabacco, Reitman non sceglie l'abusata via del docufilm, ma preferisce realizzare vero cinema, ben scritto, ben interpretato e misurato al punto giusto.

Aaron Eckhart torna in un ruolo a lui estremamente congeniale, quello dello smargiasso "corporate" con cui si era fatto notare quasi un decennio fa nell'esordio registico di Neil LaBute. Ma rispetto a quell'insopportabile Chad, Nick Naylor è un personaggio decisamente più accattivante, simpatico, amorevole nei confronti del figlio e impossibile da non apprezzare per il modo sincero in cui affronta il suo lavoro.

Reitman dirige con grande senso del ritmo e punta il dito più che sull'industria del tabacco, sulla necessità di pensare con la propria testa, di riflettere sulle proprie azioni e cercare sempre di informarsi, documentarsi, senza dare per scontato ciò che ci viene passato come verità assoluta. Non mostra mai, per tutto il film, una sigaretta accesa, non mette in scena facile pietismo, mantiene sempre toni leggeri e divertenti. E, volontariamente o meno, infila nel racconto anche un figlio d'arte come lui, che glorifica il padre e ne ripercorre le tracce di abile oratore maneggione.

La figura di Joey, interpretato dal sempre ottimo Cameron Bright, fa da collante fra le varie gag e trasforma quella che poteva essere una semplice serie di divertenti sketch messi in fila in un bel film. Gli unici dubbi stanno forse nel voler presentare praticamente chiunque come una simpatica macchietta. Ok, non esistono i buoni e i cattivi, siamo tutti sfumature di grigio, ma forse così sembra tutto un po' troppo leggero e poco incisivo.

28.9.06

Lemony Snicket - Una serie di sfortunati eventi


Lemony Snicket's A Series of Unfortunate Events (USA/Germania, 2004)
di Brad Silberling
con Liam Aiken, Emily Browning, Jim Carrey, Jude Law, Meryl Streep, Kara e Shelby Hoffman

Lemony Snicket è un film che a volare basso, "sotto il radar", non ci prova nemmeno per sbaglio. Tutto è sempre e costantemente sopra le righe, esagerato, barocco fino allo sfinimento. Non c'è particolare interesse per un racconto che, in effetti, non ha poi troppo d'interessante, nella sua banale semplicità. C'è solo la voglia di metterlo in scena nella maniera più bizzarra e ricercata possibile, dando vita a un filmetto piacevole, divertente, ma forse un po' vuoto.

Sopra le righe è poi, ovviamente, Jim Carrey, che dimostra ancora una volta di conoscere solo due registri: con l'interruttore acceso e con l'interruttore spento. Se lo accendi, fa il buffone, la macchietta, l'istrionico giullare. Se lo spegni e lo tieni a bada, diventa un interprete pacato e dimesso, anche apprezzabile, ma un po' monocorde. In Lemony Snicket, inevitabilmente, abbiamo il Carrey scatenato, che pure ci sta bene nel contesto, ma finisce per essere davvero poco incisivo.

Se tutto, dai personaggi, all'intreccio, alla recitazione di praticamente chiunque (compresa una pur divertente Meryl Streep) è così finto, volutamente pataccaro, è difficile creare trasporto emotivo. Si possono mettere assieme tante belle immagini, frutto di un notevole lavoro su scenografie, luci e colori, più che di una regia abbastanza ordinaria, e si può girare un film comunque divertente. Ma a conti fatti si vive di sole gag, numeri isolati, piccoli episodi e non rimane in mente molto, se non qualche immagine affascinante e l'apprezzabile faccia da porcella della bimba protagonista.

27.9.06

Le colline hanno gli occhi (2006)


The Hills Have Eyes (USA, 2006)
di Alexandre Aja
con Aaron Stanford, Dan Byrd, Emilie de Ravin, Michael Bailey Smith, Robert Joy, Laura Ortiz, Ted Levine, Kathleen Quinlan, Tom Bower

L'edizione 2006 di Le colline hanno gli occhi ha per buona parte l'aria del compitino diligente, che non va molto oltre una pedissequa riproposizione della storia originale, con qualche trovata aggiunta. Splendidamente diretto, a conferma di un talento per l'horror già messo in mostra con Alta tensione e che ha obiettivamente al momento pochi eguali, questo remake mostra però qualche pecca di sceneggiatura, incidentalmente per lo più relativa alle novità.

Il prologo, per esempio, è un bel pezzo di cinema, ma nell'economia generale del film è più dannoso che altro, perché mette subito le carte in tavola e toglie a tutta la prima parte di pellicola il fascino dell'ignoto che caratterizzava il film di Wes Craven. La scelta di mettere in scena i freak assassini come veri e propri mutanti deformi, poi, fa sicuramente perder loro certi tratti un po' ridicoli che avevano nell'originale, ma li rende tutto sommato molto meno spaventosi, perché più lontani dal quotidiano e soprattutto - non credevo fosse possibile - ancor meno caratterizzati.

Al di là del prologo, di un suicidio riuscito invece che fallito e di qualche altro dettaglio, la prima metà di film segue praticamente nei minimi particolari gli sviluppi dell'originale e, tutto sommato, risulta altrettanto riuscita, crudele, violenta. Anzi, il superiore gusto per il gore, pure impreziosito nell'edizione su DVD, aumenta ulteriormente l'impatto di alcune scene. Proprio questa maggiore anima truculenta viene mantenuta per tutto il film e rende, se possibile, ancora più incisiva la reazione delle vittime, che imboccano una delirante spirale di violenza e diventano carnefici efferati.

Nel raccontare l'esplosione di rabbia di un padre disperato, Aja non tradisce la storia a cui si ispira, ma la mette in scena in maniera differente, inserendo una bella idea come quella della città fantasma, regalando una buona mezz'ora di splendido horror, ma facendo davvero venire il latte alle ginocchia con un tragico spiegone che, come sempre, ammazza alla radice qualsiasi tipo di coinvolgimento emotivo. Il male del cinema, la didascalia, terribile sempre e comunque, insopportabile e ingiustificabile quando, come in questo caso, si incista a ribadire cose che il film ha già raccontato.

Più in generale, a lasciare perplessi è il fatto che Aja abbia voluto buttare lì a casaccio un po' di tematiche interessanti, senza poi volerle sviluppare (se non col già citato e insopportabile spiegone). Considerando che praticamente sotto qualsiasi altro punto di vista si è limitato a ricalcare il modello di Craven, ripulendolo e aggiornandolo al gusto dei ggiovani moderni, tanto valeva non fare nemmeno lo sforzo. Avremmo probabilmente guadagnato uno splendido esercizio di stile, disturbante e trascinante, ottimo nella sua totale assenza di pretese. Invece, così com'è, rimane una godibilissima gioia per gli occhi, ma fa anche un po' incazzare.

26.9.06

Miami Vice


Miami Vice (USA, 2006)
di Michael Mann
con Colin Farrell, Jamie Foxx, Gong Li

Un lampo squarcia la notte di Miami, mentre su un tetto quattro uomini discutono del futuro imminente, del loro lavoro, delle loro vite. In sala, una ventina di minuti dopo l'inizio del film, mi rendo conto che ancora una volta Michael Mann mi ha fregato, ha stordito la più facile delle vittime e l'ha trascinata nel seducente mondo del suo cinema. Poi, figuriamoci, pure il giorno del mio compleanno, quale miglior regalo che un nuovo film del mio regista preferito?

È il Mann di Heat, quello che racconta di disperati amori impossibili, di leali amicizie virili, di senso dell'onore e del dovere. Quello che illumina il noir in cui arrancano i suoi eroi con raggi di luce divina. Quello che con un dettaglio, uno sguardo, un movimento della mano comunica più che con mille parole. Quello che riesce a rendere credibile la travolgente passione fra la splendida donna Gong Li e il lurido patatone Colin Farrell. Quello.

Una donna che ha tutto e controlla tutto, ma si sposta sul sedile di fronte per osservare di sfuggita l'uomo dei sogni. Un uomo che sta discutendo di vita, morte e lavoro, ma non riesce a evitare di far cadere lo sguardo fuori dalla finestra, verso quella macchina lontana che racchiude l'oggetto del suo desiderio. I colori della Miami notturna, l'afa che si respira quando la tempesta minaccia ma non mantiene, la grana che invade la pellicola come il sudore sulla pelle.

L'estasi di stare davanti a immagini che non hanno eguali, l'insopportabilità di avere a che fare con un regista mostruosamente nelle mie corde, la tensione di una sparatoria talmente intensa che quando cade l'ultimo bossolo mi rendo conto di aver fatto addormentare la mano, a forza di stringere il pugno. L'agonizzante fastidio di rendermi conto che il film sta per finire e volerne invece ancora, di più, sempre più. La tristezza di un lancinante addio, la fine del sogno.

25.9.06

Ti odio, ti lascio, ti...


The Break-Up (USA, 2006)
di Peyton Reed
con Jennifer Aniston, Vince Vaughn, Jon Favreau, Joey Lauren Adams, Jason Bateman, Judy Davis

Questo film rappresenta una colossale occasione sprecata sull'altare dell'indecisione, del voler maldestramente tenere il piede in due scarpe. L'idea sembra essere quella di voler raccontare in maniera realistica, credibile e, inevitabilmente, triste il momento della rottura di una coppia. E se, vuoi per certi dialoghi azzeccati, vuoi per la bravura dei due attori, i momenti in cui la pellicola vi si dedica sono decisamente riusciti, quasi tutto il resto appare fuori luogo e davvero troppo sopra le righe.

Forse c'era il timore di negarsi un pubblico, quello delle commediole spensierate, che del resto il marketing italiano ha provato ad accalappiare con un titolo decisamente sbagliato e lontano dal didascalico, ma azzeccato The Break-Up. Sta di fatto che personaggi come quello interpretato da Judy Davis e situazioni come quelle create dalla famiglia della protagonista fanno davvero cadere le braccia, sono completamente "staccati" dal resto del film e, diciamolo, non fanno neanche ridere.

Ne esce fuori un film schizofrenico, che quando funziona lo fa molto bene, per esempio nei tristi momenti in cui gli amici vengono coinvolti nei litigi di coppia, ma quando esce dal seminato fa venir voglia di fuggire dalla sala. Il finale deliziosamente amaro, la bella interpretazione di Vincent D'Onofrio e qualche momento davvero riuscito meritano forse la visione, ma lasciano ancor di più l'amaro in bocca per ciò che sarebbe potuto essere.

24.9.06

New Super Mario Bros.

New Super Mario Bros. (Nintendo, 2006)
sviluppato da Nintendo


A pensarci quasi non ci si crede, ma addirittura quindici anni separano Super Mario World da New Super Mario Bros. Quindici anni in cui Nintendo ha ovviamente pubblicato altri giochi con protagonista il baffuto idraulico italiano e, ci mancherebbe, si è visto apparire più di un titolo dall'impostazione classicamente bidimensionale e inserito nello stesso "universo narrativo". Ma dal 1991 a oggi forse solo Super Mario Land 2 per GameBoy aveva saputo portare in qualche modo avanti la serie. E si parla del 1992. Benvenuto, quindi, al "nuovo Super Mario", che ha tutti i fantastici pregi e gli inevitabili difetti di un'operazione del genere.

Il piacere di quel giocare puro e spensierato che secondo molti è mancato a Super Mario Sunshine, unito all'adorabile fascino di una caratterizzazione unica al mondo. Mario è Mario, il suo mondo è quello, così come quelle sono le sue fantasiose musichette, le sue tinte colorate e le sue atmosfere sempre favoleggianti, anche nei momenti più cupi. Una forza unica e sempre riconoscibile, che finisce spesso per rendere le produzioni Nintendo migliori di quanto non siano realmente.

Il gioco di piattaforme, puro e semplice, senza complicazioni. Andare dal punto A al punto B, da sinistra verso destra, con qualche variazione sul tema, ma senza troppe menate di contorno. Lo sfizio di arrivare fino in fondo e poi ricominciare, per il piacere di trovare ogni singola fesseria nascosta, di esplorare ogni minimo anfratto. La capacità travolgente, che nessun altro ha, di farti sempre e comunque venire voglia di metterci mano, di mollarlo solo quando hai visto tutto, perché limitarsi a finirlo non sarebbe abbastanza.

La consapevolezza di non voler aggiustare un meccanismo che ancora funziona alla perfezione. La voglia di impreziosirlo con qualche novità interessante, che non ne muti l'essenza, ma che regali un po' di emozioni inedite. La certezza di stare giocando, nella sostanza, la stessa roba di dieci, anzi venti anni fa. Neanche troppo attualizzata. E l'incredibile piacere di farlo comunque, perché va bene così, ogni tanto ci vuole.

23.9.06

Underworld


Underworld (USA, 1997)
di Don DeLillo

Underworld si apre su uno splendido racconto, pubblicato in precedenza sotto altro titolo e ripreso in mano per fare da prologo alle quasi novecento pagine di questo romanzo. Il trionfo della morte racconta di una decisiva gara 3 fra New York Giants e Brooklyn Dodgers, che avrebbe regalato l'accesso alle World Series del 1951. Siamo nella parte bassa del nono inning, Brooklyn, in trasferta, ha un vantaggio di 4 a 1 e deve solo tenere a secco l'attacco avversario per un ultimo turno di battuta. Ma i Giants segnano il 4 a 2, mettono due uomini in base e mandano sul piatto Bobby Thomson.

Thomson piazza un clamoroso home run, Craig Hodges impazzisce al microfono, il pubblico invade il campo e i Giants vanno in finale. DeLillo racconta di quell'incredibile giornata, intrecciando in maniera mirabolante una spettacolare narrazione dell'evento sportivo e una serie di storie che in qualche modo s'incontrano allo stadio. Mentre J. Edgar Hoover assiste dalla tribuna, il giovane Cotter si gusta la partita a sbafo, in compagnia di un simpatico sconosciuto chiamato Bill. È il 3 ottobre 1951, il direttore dell'FBI viene informato dell'esplosione di un'ordigno atomico in Unione Sovietica, evento che, di fatto, darà inizio alla Guerra Fredda. Pochi minuti dopo, Thomson realizza "The Shot Heard 'Round the World" e la palla finisce proprio nelle mani di Cotter, che finirà a doverla difendere dagli assalti di due vogliosi approfittatori.

Da questo meraviglioso racconto prende il via Underworld, un lungo romanzo corale, fatto di episodi che si intrecciano fra di loro e raccontano vita, sentimenti, società, ambizioni e desideri di quarant'anni d'America. Terminato il prologo, c'è un balzo in avanti di quattro decenni, fino all'estate del 1992, e da lì DeLillo procede a ritroso, tornando indietro fino al 1951. Filo conduttore dell'intero lbro è la palla dell'home run di Thomson, che nel corso degli anni passa di mano in mano e tocca, in un modo o nell'altro, i vari protagonisti. Fra un capitolo e l'altro, il racconto di come il padre di Cotter "rubò" la palla al figlio e si diresse verso lo stadio, nel tentativo di venderla a uno dei tantissimi tifosi già in fila per aggiudicarsi i biglietti per le World Series.

Underworld mette nero su bianco l'incredibile varietà stilistica del suo autore, capace di adattarsi ai personaggi e alle situazioni che racconta, passando dal lirismo del prologo, al linguaggio più terra-terra del capitolo immediatamente successivo. Parte della varietà di linguaggio utilizzata, con tutta probabilità, si perde nella pur ottima edizione italiana, dalla quale comunque emerge ogni tanto il tentativo di rendere, nei limiti del possibile, il minestrone lessicale composto dall'umana varietà che ne popola le pagine.

A tratti, però, si manifesta forse un "eccesso di stile", che tende a rendere un po' freddi certi personaggi, un po' sterile il racconto delle loro emozioni. Questa, perlomeno, è l'impressione che ho avuto leggendo e trovandomi rapito in maniera abbastanza altalenante, coinvolto allo spasimo da alcune vicende e osservatore impassibile di altre ancora. Ma, forse, anche questo è un pregio di un romanzo che racconta di un popolo talmente enorme e multiforme da non poter risultare sempre e costantemente gradito a qualsiasi palato.

Underworld è una lettura opprimente e spossante, difficile da digerire in volata, fatta di tanti episodi più o meno lunghi che si trascinano nel tempo e necessitano di lunga digestione. Dopo averlo chiuso e riposto sullo scaffale, però, rimane una certezza: ne è valsa la pena.

22.9.06

Slevin - Patto Criminale


Lucky Number Slevin (USA, 2006)
di Paul McGuigan
con Josh Hartnett, Lucy Liu, Morgan Freeman, Ben Kingsley, Bruce Willis, Stanley Tucci


Slevin è un film che gioca con lo spettatore, si diverte a farlo e certo non se ne vergogna. Prende amichevolmente in giro l'abitudine del "twist" narrativo che ribalta la prospettiva e lo fa in maniera del tutto aperta. Troppo fuori dall'ordinario le premesse, troppo allucinate e simboliche le splendide scenografie, troppo favoleggianti e ironici i toni con cui sono presentati i personaggi, per non capire fin dall'inizio che "c'è qualcosa sotto".

Se preso per il verso giusto, però, l'ultimo film di Paul McGuigan funziona, grazie a dei divertenti dialoghi tarantiniani e alle solite notevoli performance di tutto il cast. Ma bisogna essere disposti a giocare col regista, accettare le bottarelle di gomito e le strizzate d'occhio, sorvolare su certe forzature e su un'aria da esercizio di stile fine a se stesso che permea buona parte del film.

Quando poi arriva il momento del citato twist, però, a sorprendere non è tanto il prevedibile sviluppo dell'intreccio, quanto piuttosto la piega tremendamente noir che prende il tutto. Un tipo di narrazione già intrapreso nei minuti iniziali, ma poi abbandonato in favore di un'atmosfera sognante e sarcastica, talmente sopra le righe da risultare quasi fiabesca. E invece negli ultimi minuti si torna alla realtà, alla disperazione e al cinismo, seppur tagliato da uno sferzante raggio di luce.

21.9.06

Exit

Exit (Taito, 2005)
sviluppato da Taito - Hiroshi Aoki


Prince of Persia, Flashback, Oddworld... Exit è l'arcade adventure bidimensionale nella sua accezione più classica, fatta di piccoli enigmi (pulsanti, chiavi, oggetti...), movimenti precisi, saltuari e strategici combattimenti. Non muta la sostanza, ma cambiano gli elementi che la compongono. La produzione Taito è l'ennesimo titolo dedicato a una console Sony a puntare gran parte del suo fascino su un design stilizzato e dalla forte personalità. Ambientazioni e personaggi di Exit sembrano usciti da un fumetto d'autore europeo e la ricerca stilistica coinvolge anche uno spettacolare accompagnamento musicale, fatto di sonorità vagamente anni Settanta.

A una veste grafica dalla bellezza stordente si unisce un'ottima costruzione dei livelli, che richiede però un forte lavoro di pianificazione. Studiare la mappa ed elaborare una strategia con cui affrontare i vari problemi rappresenta una sfida appassionante. Gettarsi in avanti allo sbaraglio significa aprire le porte alla famigerata meccanica trial & error, che porta a ripetere mille volte le stesse azioni, capendo cosa viene richiesto "grazie" ad errori irreparabili. Il confine che separa queste due realtà è labile, reso ancor più sottile dalle imprecisioni di game design.

Si va dall'impossibilità di scorrere liberamente lo sguardo per il livello - realistica, se vogliamo, ma davvero fuori luogo, vista la natura complessa di certe ambientazioni - all'estrema legnosità con cui, spesso, il gioco risponde alle sollecitazioni. Per quanto far pratica con i comandi permetta di ovviare a tanti problemi con un semplice gesto, non scompare la lentezza di certi spostamenti, l'inarrestabilità di alcune, lunghe, animazioni, l'ottusità con cui spesso i civili da salvare (non) eseguono gli ordini.

Già, perché Exit chiede al giocatore di trascinare vittime inermi fuori da situazioni degne di un disaster movie: palazzi in fiamme, sotterranei allagati, città devastate da meteoriti, invasioni aliene. Le persone da salvare vanno non solo aiutate, ma anche coinvolte nella risoluzione degli enigmi, perché spesso solo loro sono in grado di spostare oggetti pesanti o introdursi in pertugi altrimenti inaccessibili. Il problema è che il meccanismo studiato per controllarli è un po' macchinoso e viene talvolta ulteriormente penalizzato dalla loro tendenza a "incastrarsi", sbagliando direzione, rifiutando un ordine o scendendo, magari, la scala sbagliata.

Fare a patti coi limiti del gioco, però, non è difficile, un po' per lo splendido stile, un po' perché, comunque la si voglia mettere, mappe ed enigmi sono molto ben studiati. A conti fatti il centinaio di livelli inclusi è un piacere da giocare e da osservare. E addirittura piange il cuore al pensiero di certi elementi (gli alieni, le armi, il teletrasporto), il cui esordio avviene solo nell'ultima ambientazione, rendendoli di fatto sottosfruttati.

Certo, ci sarebbero i livelli extra, da scaricare sul sito ufficiale del gioco. Ben centodieci nuove sfide, pensate e progettate però per il "power user", a dir poco estreme nelle richieste in termini di abilità, tempo limite, complessità degli enigmi. E andrebbero anche bene, se un tale innalzamento del livello di difficoltà non mettesse impietosamente sotto la lente d'ingrandimento tutti i difetti del sistema di controllo. E il confine finisce per essere oltrepassato, aprendo le porte alla frustrazione.

15.9.06

[Venezia 2006] La stella che non c'è - Yeyan - Mientras tanto - C’est Gradiva qui vous appelle - Devil Wears Prada


Concorso
La stella che non c'è (Italia, Francia, Svizzera, Singapore)
di Gianni Amelio
Castellitto da qualche anno si sta specializzando nel ruolo dello stronzo insopportabile che, bisogna dirlo, gli viene benissimo. Sarà una questione di doti naturali. Ne La stella che non c'è interpreta un uomo scorbutico, maleducato, ma tutto sommato buono dentro (sigh) e talmente ossessionato dal suo lavoro da imbarcarsi in un improbabile viaggio in Cina per completare un progetto su cui impazzisce da tempo. Instaurerà un rapporto d'amicizia con un'interprete un po' sfigata e troverà se stesso, o qualcosa del genere. Un filmetto italiano, ben diretto e con qualche bel momento, ma che, come molti film italiani, mi lascia una grossa sensazione di inutilità.

Fuori concorso
Yeyan - The Banquet (Cina)
di Xiaogang Feng
Drammone shakespeariano dagli occhi a mandorla, che racconta intrighi di corte, amori, tradimenti e tragedie assortite alla maniera del wuxiapian, con balletti fantasiosi che si mischiano a combattimenti, schizzi di sangue che invadono lo schermo e passioni estenuanti consumate nel silenzio. Qualche momento davvero troppo sopra le righe, specie nel finale, ma anche immagini straordinariamente evocative e un gusto surreale nel divertirsi giocando con teatro e cinema.

Venice Days - Giornate degli autori
Mientras tanto (Argentina, Francia)
di Diego Lerman

Una commediola innocua e placida, che racconta di vita quotidiana, sogni, speranze e delusioni. Più storie si intrecciano fra di loro, mettendo assieme un piccolo affresco ben congegnato ma che davvero ha poco da dire. Ogni tanto, però, si ride di schianto, con anche un bel retrogusto amarognolo.

Sezione Orizzonti
C’est Gradiva qui vous appelle (Francia, Belgio)
di Alain Robbe-Grillet

Ma vaffanculo.

Fuori concorso
Devil Wears Prada (USA)
di David Frankel

Dopo otto giorni di macchine da presa appoggiate sul cavalletto e abbandonate al loro destino, è confortante chiudere con un film che parla mainstream e non si vergogna a farlo. Parte la sigletta della Fox, attacca la colonna sonora sparata in surround e ci si rilassa con una commediola che parla di (nonsolo)moda. Due interpreti brave e deliziose, uno Stanley Tucci clamoroso e adorabile come sempre e una serie di battute e gag dirette un po' a tutti. Si strizza l'occhio e si tira di gomito in qualsiasi direzione, col risultato che raramente una trovata fa esplodere l'intera sala, mentre sono i gruppetti sparsi a cogliere questo o quello scherzo. Poi arriva il lieto fine, sufficientemente buonista da scaldare il cuoricino, senza però esagerare con le sviolinate. Va bene così, ci vuole.

E anche quest'anno è finita. Un saluto al campionario di meravigliose facce che incontro tutte le estati girando per Milano e un dito medio al maledetto cinema Gnomo: se ti siedi davanti fai la sauna, ma se ti metti in fondo la fila di ventilatori posta alle spalle ti uccide la cervice. E hanno il coraggio di chiedersi come mai fanno il pienone solo durante 'ste rassegne.

14.9.06

[Venezia 2006] The Magic Flute - La noche de los girasoles - Egyetleneim - Opera Jawa - Retribution - Nuovomondo


Fuori concorso
The Magic Flute (GB)
di Kenneth Branagh
Il flauto magico di Mozart trasformato da Kenneth Branagh in un super-filmone, dalla realizzazione sontuosa, esagerata e travolgente, ma anche tutto sommato abbastanza ordinaria. I primi minuti lasciano a bocca aperta, poi ci si abitua e salta all'occhio la mancanza di idee. Spiccano giusto l'assolo della regina nera e il coro dei sacchi da trincea, ma è un po' pochino, per due ore abbondanti di film. Insopportabile, poi, la scelta spocchiosa di registrare la colonna sonora come se gli spettatori stessero seguendo lo spettacolo a teatro. Il risultato è che nei - pochi, va detto - momenti in cui i personaggi parlano non si sente e non si capisce praticamente nulla. Considerando che la messa in scena non è certo da minimismo teatrale, fa un po' ridere che Branagh abbia voluto tirarsela facendo la figata (o magari era solo mixato male l'audio all'Apollo, vai a sapere).

Sezione Venice Days
La noche de los girasoles (Spagna, Francia, Portogallo)
di Jorge Sanchez-Cabezudo
Comincio ad averne un po' le palle piene, di questi film la cui unica ragion d'essere è la struttura narrativa, fatta di un episodio che viene narrato a ripetizione da punti di vista differenti, aggiungendo ogni volta elementi in più e andando un po' più avanti nel racconto. Per carità, nel caso specifico si tratta di un bel film, ben diretto e recitato, con un soggetto interessante e con un ottimo utilizzo di questo meccanismo. Ma proprio sono stufo.

Settimana internazionale della critica
Egyetleneim (Ungheria)
di Gyula Nemes

Corso di broccolaggio squallido in 75 minuti. Un cretino passa le giornate a fare il cretino tentando di portarsi a letto delle cretine. Il tutto è raccontato prendendo idee a caso dal manuale del perfetto videoclipparo e mettendole assieme senza alcun apparente filo logico. L'unico aspetto positivo di questa roba è che ha l'intelligenza di durare tutto sommato poco.

Sezione Orizzonti
Opera Jawa (Indonesia, Austria)
di Garin Nugroho

Qualche giorno fa manifestavo la sensazione di non poter cogliere appieno certe sfumature di The Queen per il semplice fatto di non essere inglese. Ma quello è un conto, questo Opera Jawa è tutt'altra cosa. Leggo di un musical basato su una leggenda indiana e, non so perché, mi aspetto una cosa sullo stile dell'ottimo - ma egiziano - Silence... on tournee, visto a Venezia nel 2001. Invece mi trovo davanti una lunga serie di canti tradizionali (quella roba con persone che si lamentano per minuti interi facendo versi strani) e un racconto lentissimo e trascinato. Comunque, magari anche solo per il suo essere così esotico, la visione è davvero interessante, anche se certi passaggi hanno dell'incomprensibile. Vale però la pena di notare come in mezz'ora di questo film ci siano più idee che in due ore abbondanti di The Magic Flute.

Fuori concorso
Retribution - Sakebi (Giappone)
di Kiyoshi Kurosawa
Un detective investiga sull'omicidio di una donna e viene perseguitato dal fantasma di lei, che lo accusa di averla uccisa. Lui non ricorda nulla, ma durante l'indagine emergeranno, ovviamente, dettagli abbastanza inquietanti. Per circa un'ora Sakebi è una bella raccolta di tutti gli elementi dell'horror nipponico recente. Atmosfere suggestive, fantasmi rancorosi, donne con capelli lunghi, lisci e neri davanti agli occhi, ritmi compassati e complesse indagini da risolvere. Tutto funziona incredibilmente bene, con momenti di sana inquietudine, finché se la gioca sul gusto del non detto. Poi, però, appena Kurosawa scopre le carte, si crolla tragicamente nel ridicolo. Peccato.

Concorso
Nuovomondo (Italia, Francia)
di Emanuele Crialese
Leone d'argento Rivelazione
La transumanza italica verso il Nuovo Mondo nei primi del Novecento, i dubbi, i sogni e le speranze, la voglia di partire e andare a rifarsi una vita. Crialese prende per mano una famiglia siciliana e la conduce verso l'America, raccontandoci la partenza, il viaggio in nave e l'insostenibile trafila dell'immigrazione. Crialese è molto bravo, dipinge una favola divertente, trasognata e commovente, non rompe i coglioni con musichette leziose e sa quando è il momento di chiudere. Però, nonostante mi sia piaciuto molto, dopo tutti questi giorni in cui non ho fatto altro che leggerne e sentirne meraviglie non riesco a levarmi dalla testa una vocina che dice "Tutto qui?"

13.9.06

[Venezia 2006] Private Fears in Public Places - The Hottest State - Offscreen - Farval Falkenberg - Mabei Shang De Fating - Taiyang Yu


Concorso
Private Fears in Public Places (Francia, Italia)
di Alain Resnais
Leone d'argento per la miglior regia
Ennesimo film corale, con varie storie che si rincorrono e si intrecciano fra di loro a formare un unico affresco. Inevitabile un vago confronto con Non prendere impegni stasera, anche se più perché l'ho visto qualche giorno fa, che per reale affinità di spirito. Rispetto a Tavarelli, Resnais mostra molta più capacità nel tenere sotto controllo quello che sta facendo, dirige ottimamente gli attori, non perde mai il filo del discorso, sfrutta bene l'idea della nevicata come raccordo fra i vari episodi e usa decisamente meglio, in maniera più sottile, la colonna sonora. Eppure, sarà per la sua estrema "francesitudine", sarà perché è troppo pulitino, perfettino, carino, questo Private Fears in Public Places non mi ha preso, non mi ha convinto, non mi ha appassionato fino in fondo. Troppo bello per essere vero.

Sezione Orizzonti
The Hottest State (USA)
di Ethan Hawke
Ethan Hawke torna dietro la macchina da presa dopo cinque anni e racconta di una storia d'amore nata morta fra due ventenni artisti in erba. L'innamoramento a prima vista, il tacchinaggio, il cedimento, la settimana di folle passione e l'inevitabile crollo, con l'incapacità di accettare quello che sta succedendo e i glebici tentativi di rimettere le cose a posto. Bei personaggi, bei dialoghi e una regia efficace, seppur con qualche fighettata di troppo. Bravi gli interpreti, compresa l'adorabile mamma Laura Linney, un'attrice che apprezzo tantissimo e che vedo sempre poco utilizzata.

Sezione Venice Days
Offscreen (Danimarca)
di Christoffer Boe

Una sorta di Blair Witch Project in cui vengono "ritrovati" i nastri girati da un attore per realizzare il suo progetto di film d'amore verità. Tutti interpretano loro stessi, e il giochetto di "far finta di non star recitando" funziona abbastanza bene. L'intreccio, comunque, è ai limiti del trash delirante: il protagonista prova a realizzare un film riprendendo con la videocamera tutti i momenti della sua vita e dando così inizio a un tracollo della stessa. Prima la fidanzata s'incazza e lo molla, poi falliscono i tentativi di broccolaggio, quindi ci si prova con un'attrice ("dai, fai finta di essere la mia ragazza", "dai, andiamo a letto"), e infine, dopo aver perso amante, lavoro e amicizie, ci si butta sull'omicidio efferato, con tanto di isterici rotolamenti nel sangue della vittima. Il nostro eroe finirà seppellito di schiaffoni. Sembra una porcata, probabilmente lo è, ma in qualche modo mi ha tenuto in sala fino alla fine.

Sezione Venice Days
Farval Falkneberg - Farewell Falkenberg (Svezia, Danimarca)
Se decidi di fare un film sulla vita di un gruppo di ragazzi fancazzari, puoi farlo divertente e intrigante, come è per esempio Trainspotting, oppure puoi tirare fuori una roba inguardabile, come è per esempio questo Farval Falkenberg. Leggi il riassuntino sulla guida alla rassegna e ti aspetti una sorta di ennesimo Grande freddo in salsa danese. E invece ti ritrovi davanti cinque ragazzotti qualunque che passano il tempo a parlare del nulla. C'è un motivo, se solitamente nei film i momenti poco interessanti della vita quotidiana vengono evitati, ed è che sono poco interessanti. Dopo mezz'ora ho deciso di andare a mangiare con calma, per una volta.

Sezione Orizzonti
Mabei Shang De Fating - Courthouse of the Horseback (Cina)
di Liu Jie
Premio Orizzonti
Un giudice Santi Licheri dagli occhi a mandorla vaga per campagne e montagne nella provincia sud-occidentale cinese dello Yunan assieme a un giovane alla sua prima esperienza e una compagna in là con gli anni e prossima al ritiro. Il loro compito è di dirimere piccoli litigi fra persone abituate a vivere a decine di miglia dalla città. Tutto il mondo è paese e le questioni son sempre quelle: confini invasi, merci rubate, animali che non stanno al posto loro e via dicendo. Un film affascinante, girato coi suoi lentissimi ritmi, tipici di una certa cinematografica orientale, ma che vive di un'ottima scrittura, della capacità di ironizzare su se stesso e del fascino per culture e civiltà lontane in maniera incredibile.

Sezione Orizzonti
Taiyang Yu - Rain Dogs (Malesia, Hong Kong)
di Ho Yuhang
Io mi chiedo come sia possibile che in Estremo Oriente ci siano così tanti bravi registi e direttori della fotografia, capaci come pochi di dipingere immagini affascinanti, e così pochi bravi sceneggiatori. Questo film dura cento minuti, dei quali ce ne saranno una decina di storia e una decina di visioni suggestive. Il resto, semplicemente, non c'è. Ed è un po' troppo, da affrontare come sesto film della sesta giornata di rassegna.

12.9.06

[Venezia 2006] Daratt - World Trade Center - Jak-Pae - Fangzhu


Concorso
Daratt (Ciad)
di Mahamat-Saleh Haroun
Premio speciale della giuria
Io francamente certi premi non li capisco proprio. Daratt è un bel film, per carità, ma cos'ha di tanto speciale da meritare il premio apposito della giuria? Certo non il soggetto, su un ragazzo alla ricerca di vendetta, che finirà per affezionarsi alla sua vittima designata e decidere di risparmiarla. Certo non la messa in scena, che è quella tipica della cinematografica africana, fatta sostanzialmente di silenzi e staticità. Ripeto, un bel film, ma tutto qui?

Fuori concorso
World Trade Center (USA)
di Oliver Stone
Inutile negare che buona parte dell'impatto di questo film sia dovuto al suo raccontare una tragedia imponente, recente e, al contrario di altre, schiaffata in faccia a tutti dal circo mediatico. Il film si apre sulla tranquilla routine. Si vedono persone alzarsi, fare una doccia, prepararsi per andare al lavoro, salutare moglie e figli, viaggiare in macchina con sullo sfondo la skyline di New York ancora intatta. Poi appare quella scritta, "11 settembre 2001", e subito ti si mozza il fiato.

Per una mezz'ora abbondante World Trade Center è un capolavoro. Stai facendo il tuo lavoro, il tuo dovere, e poi all'improvviso un'ombra enorme oscura il cielo. Sei lì che osservi un travestito dall'altra parte della strada e vieni sorpreso da un rumore fortissimo, un'esplosione. La chiamata alla radio, è successo qualcosa, tutti sono agitati, ma non si capisce bene cosa. Sai solo che è qualcosa di davvero molto grave. La squadra entra e con loro osserviamo quella assurda processione di gente che cammina per uscire dal WTC, ascoltiamo le esplosioni e viviamo i momenti di panico del crollo.

Oliver Stone per certi versi sceglie una strada simile a quella intrapresa da Paul Greengrass con United 93, mostrando gli avvenimenti da un punto di vista "terreno" ed evitando per buona parte del film di dare una visione più ampia sulle cose. I protagonisti vanno allo sbaraglio, cercando di fare il loro dovere e aiutare, ma non hanno idea di cosa stia succedendo. Forse la seconda torre ha preso fuoco per l'esplosione nella prima, figuriamoci mai se può essersi schiantato un secondo aereo. Addirittura, quando i due protagonisti, nel finale, vengono tirati fuori dalle macerie, uno chiede a chi gli sta intorno che fine abbiano fatto le torri. Nonostante tutto il rumore, il casino, le macerie, è troppo impensabile che gli siano crollate entrambe in testa.

Tutta la prima parte e tutte le scene ambientate sotto le macerie, coi due poliziotti sepolti che cercano in qualche modo di sopravvivere e vengono poi salvati, sono splendide. Trascinanti, commoventi, disturbanti e, credo, non solo perché si tratta di eventi veri e ancora vividi nel ricordo. È l'Oliver Stone che amo e apprezzo, un grande regista. Il problema è che c'è anche l'altro Oliver Stone, quello retorico e pomposo, quello che deve inquadrare dal basso, un po' di sbieco, l'ottimo Frank Whaley mentre esclama "I'm a paramedic", o che deve dare a Dave Karnes inappropriati toni biblici con sparate iperdrammatiche, o usare a sproposito l'immagine di Cristo (due volte appare, la seconda ha un senso ben preciso, ma la prima sembra davvero buttata lì e fuori posto).

Per fortuna, però, forse anche per rispetto, per timore di strafare, è anche uno Stone molto più controllato che in altre occasioni, capace di limitare la deriva a pochi singoli episodi e di raccontare per esempio la preoccupazione e il dolore dei familiari in maniera toccante e credibile, quasi mai sopra le righe. Il risultato è un buon disaster movie, incentrato sui sentimenti e sulle persone, che rifugge la contestualizzazione storica e politica. Una scelta, questa, che non mi infastidisce, ma che rende del tutto pacchiani e fuoriluogo quei brevi e isolati riferimenti che fanno capolino in alcuni punti del film ("Those bastards"). Ma, ancora, trovo inutile dare loro più importanza di quella che hanno. World Trade Center è un buon film, che funziona nonostante i suoi difetti. Poteva essere molto peggio.

Fuori concorso
Jak-Pae - The City of Violence (Corea del Sud)
di Ryoo Seung-Wan

Divertente e adorabile pastiche, che mescola commedia, poliziesco e arti marziali, condendo il tutto con atmosfere e musiche anni Settanta. Quasi tutto quello che si vede su schermo è di qualche derivazione e alla lunga il giochetto può stancare, ma il regista è bravo, dosa i tempi nel modo giusto e dirige bene l'azione. Jak-Pae racconta di amicizie infrante e vendette d'onore, usando i classici toni melodrammatici da cinema sudcoreano e una buona cura per l'immagine. Per Ryoo Seung-Wan, di cui a Cannes 2005 ho visto il precedente Crying Fist, un netto passo avanti nell'acquisire il dono della sintesi che tanto manca a certi suoi compatrioti. Il gusto per l'autoironia e il divertimento a tratti demenziale, invece, è rimasto lo stesso di un anno fa. Se piace il genere - e a me piace - è un film molto divertente.

Concorso
Fangzhu - Exiled (Hong Kong, Cina)
di Johnnie To
Altro giro, altra storia di amicizia virile e vendette ultraviolente. Qui invece che i calci volano le pallottole e lo fanno con una ricerca estetica portata all'eccesso. To cerca di girare un western moderno, punta tutto sulla bellezza delle immagini e sulla simpatia dei personaggi, ma dà troppo per scontato e non perde tempo a caratterizzare i suoi protagonisti. Il risultato è che il potenziale drammatico del racconto si limita appunto ad essere potenziale. Rimane così solo una lunga serie di belle immagini, virtuosismi registici e trovate divertenti. Può bastare, ma lascia anche l'amaro in bocca per quel che una sceneggiatura più ricca avrebbe potuto dare a questo film.

11.9.06

[Venezia 2006] Zwartboek - Non prendere impegni stasera - Suely In The Sky - Le pressentiment


Concorso
Zwartboek (Paesi Bassi, Belgio, Germania, GB)
di Paul Verhoeven
Verhoeven racconta la lotta del suo paese contro il nazismo come se stesse girando il seguito brutto di Starship Troopers. Da una parte la resistenza/esercito terrestre, fatta di personaggi piatti e monodimensionali, con dialoghi imbarazzanti e comportamenti talvolta senza senso. Dall'altra i nazisti/aracnidi, massa di soldatini brutti e cattivi, con al posto del cervellone-madre un bel trio di capetti (il buono, che ovviamente è anche un figo della madonna, lo squallido infame, brutto, ciccione e con l'alopecia, e il cattivissimo, integerrimo e marziale). Questo è Zwartboek.

Ai tempi di Starship Troopers si diceva che i toni erano così esagerati, farseschi e volutamente stupidi perché l'intento era satirico. I protagonisti e il loro governo fascistoide erano insomma presi per il culo. Beh, applicando la stessa chiave interpretativa a Zwartboek, viene da pensare che Verhoeven abbia voluto prendere per il culo gli olandesi che lottarono contro gli invasori tedeschi. In realtà, un po' perché i toni non sono altrettanto esagerati e smaccatamente satirici e un po' per i crudi e interessanti sviluppi che la pellicola assume nel descrivere la conclusione del conflitto - dopo un'ora e mezza di film, però! - l'impressione è che il regista si sia preso maledettamente sul serio e, semplicemente, non sia più in grado di scrivere personaggi interessanti e sceneggiature di livello.

Zwartboek è un medio(cre) filmetto di genere, con brutte scene d'azione, con brutti personaggi, con un brutto intreccio e con colpi di scena telefonati mezz'ora prima. Se accanirsi sui dialoghi ha forse poco senso, quando si guarda un film in olandese sottotitolato, resta il fatto che a deludere non è solo la forma degli stessi, ma anche la sostanza. Certo, c'è un bel ritmo e Verhoeven ha sempre una gran cura per l'immagine. E queste son doti che sicuramente mettono Zwartboek al di sopra di robaccia inguardabile come Rosenstrasse (Venezia 2003). Ed è pure lodevole la voglia di non dipingere una realtà manichea fatta solo di buoni e cattivi, anche se francamente il tentativo appare impacciato, affondato a piene mani nella stereotipata banalità. Più che una visione davvero sopra alle parti, sembra di vedere qualcuno che tiene a sottolineare di esserlo, sopra alle parti. E allora ogni tanto spunta il nazista buono, il ribelle che sentenzia "siamo come loro" e il pentolone di merda rovesciato su quelli che lavoravano per i nazi.

Quando ho visto che Verhoeven era tornato a girare in Europa mi sono rallegrato. Ma se i risultati sono questi, beh, allora preferisco perfino L'uomo senza ombra, che perlomeno, pur nella sua ordinarietà, aveva una prima parte interessante e quella bellissima scena del congelatore.

Sezione Orizzonti
Non prendere impegni stasera (Italia)
di Gianluca Maria Tavarelli
Ennesimo "filmone" corale, senza i bei virtuosismi di Muccino e con un utilizzo osceno della musica, che Tavarelli piazza dovunque, in maniera didascalica, insistita, prevaricante. Ma il film è scritto abbastanza bene, una volta tanto con personaggi quasi tutti credibili e, soprattutto, capaci di esprimersi a parole, invece che sospirando frasi poetiche da scolpire nel marmo. Sulla distanza, però, il regista fatica a tenere in mano le redini del discorso e a trovare un filo conduttore che possa dare un senso compiuto al tutto. Peccato, sarebbe bastato poco per fare un bel film.

Sezione Orizzonti
Suely in the Sky (Brasile, Francia, Germania)
di Karim Ainouz

Una donna con figlio a carico torna a casa, ma vuole assolutamente fuggire e decide di darsi alla prostituzione "alternativa", gestendo una riffa con in palio una notte da sogno assieme a lei. Se fosse stato ambientato in Europa, probabilmente sarebbe finito con la protagonista che cambia idea all'ultimo, viene stuprata e rapinata, finisce indebitata e si ritrova a lavorare in un bordello (con la figlia morta). Invece va tutto per il verso giusto e la storia si chiude con madre e figlia in viaggio sull'autobus. Non male.

Settimana internazionale della critica
Le pressentiment (Francia)
di Jean-Pierre Darroussin

Una storiellina dolce dolce, su un uomo solo e solitario, che si ritrova per una serie di eventi a badare alla figlia adolescente di una vicina. L'intreccio è buono per un cortometraggio, e infatti dura cento minuti solo grazie a tempi assurdamente dilatati. Gli appena accennati toni da commedia non bastano a tenere desta l'attenzione e, pur nella curiosità di sapere come andrà a finire, a tratti viene voglia di tagliarsi le vene.

10.9.06

[Locarno/Venezia 2006] Half Nelson - Agua - Nomad - Khadak


Locarno, concorso
Half Nelson (USA)
di Ryan Fleck
Premio speciale della giuria
Menzione speciale Giuria dei giovani
Premio Giuria ecumenica

Splendido, piccolo film, in un cui un bravissimo Ryan Gosling interpreta un giovane professore di storia, che impiega il suo tempo fuori dalla classe allenando la squadra di basket della scuola, tacchinando la professoressa ispanica e facendosi di crack e cocaina. La pellicola di Ryan Fleck si incentra soprattutto sull'amicizia del protagonista con una delle sue studentesse, la classica ragazzina di colore dalla famiglia "problematica" (genitori separati, fratello in prigione, amico di famiglia spacciatore). Ma, nonostante le premesse, non sfocia nel pedante melodramma, mantenendosi in bilico fra commedia leggera e denuncia sociale, trattando gli argomenti con garbo e non cercando facili soluzioni. Toccante e piacevole, bello bello bello.

Locarno, concorso
Agua (Argentina)
di Verónica Chen
Premio speciale "L'ambiente è qualità di vita"

La storia di un ragazzo che vorrebbe fare il nuotatore, delle sue difficoltà nel mantenere la moglie incinta e del suo rapporto con un un nuotatore che, a seguito di un'accusa di doping, non nuota più. Molto bello il modo in cui sono filmate le gare, ma storia e ritmo non decollano e il finale deraglia nel nonsense.

Locarno, sezione Cineasti del presente
Nomad (Kazakistan)
di Sergei Bodrov e Ivan Passer

Sorta di kolossal nomade in costume, che racconta con trasporto, passione e una buona dose di ingenuità la leggenda del condottiero che unì il popolo kazako. Tolto l'ovvio riferimento a Hero, sembra di vedere un minestrone di tanti film occidentali, da Il gladiatore a Pearl Harbor, passando per L'ultimo samurai, Le due torri, Conan il barbaro e i recenti Guerre Stellari. Messa così potrebbe essere quasi interessante, ma il problema è che a governare il frullatore ci sono quattro mani tutt'altro che virtuose e alla lunga la banalità della sceneggiatura pesa parecchio. In ogni caso rimane divertente notare che quando Lucas sosteneva di essersi ispirato a questi territori per i costumi dei suoi prequel non scherzava un cazzo. A parte che la roccaforte è uguale a Tatooine, ma certi personaggi sono vestiti in maniera identica a padawan, principesse e stronzetti vari della cagosa trilogia. A margine, vale la pena far caso al fatto che se un film ha bisogno di mettere nei titoli di testa a caratteri cubitali e davanti a tutti il nome del suo attore più famoso, nonostante questi giochi un ruolo minore, e se questo attore "famoso" è Mark Dacascos, beh, allora c'è qualcosa che non va.

Venezia, sezione Giornate degli autori
Khadak (Belgio, Germania)
di Peter Brosens e Jessica Woodworth

Premio Leone del futuro per la miglior opera prima
Una lunga serie di immagini affascinanti in un film del quale ho faticato a trovare un senso che non sia l'interesse e la curiosità per le usanze del popolo mongolo. Cazzo, ci sono due registi, possibile che nessuno dei due sia in grado di scrivere una sceneggiatura? Boh, forse ero troppo stanco per capirlo. Comunque come premio all'opera prima ci può stare, la mano indubbiamente c'è.

9.9.06

[Locarno 2006] Little Miss Sunshine - Mnogotochie - Verfolgt - Le dernier des fous


Sezione Piazza Grande
Little Miss Sunshine (USA)
di Jonathan Dayton e Valerie Faris
Nuovo episodio dell'interminabile serie di film "nuova alta borghesia un po' strana e con tanto cuore", con la svolta epocale che in questo caso non si parla di alta borghesia, dato che la famiglia protagonista di Little Miss Sunshine soldi proprio non ne ha. Ma per il resto, siamo proprio dalle parti di Tenenbaum, Elizabethtown e Garden State vari, con quei personaggini un po' strani ma tanto adorabili, quei drammi fuori dall'ordinario, quella voglia di divertire con gag strampalate e quei finali alla vogliamoci tanto bene. Divertente, con meno pretese autoriali di altri film simili ma, insomma, nulla di particolare.

Concorso
Mnogotochie (Russia)
di Andrei A. Eshpai
Menzione speciale Giuria dei giovani
Menzione speciale Giuria C.I.C.A.E./Arte&Essai

Le vecchie fiamme e il casino che possono generare quando tornano ad accendersi. Una protagonista insopportabile per un regista che mette assieme immagini estremamente suggestive e trovate molto divertenti. Il problema è ancora una volta il cinema, il maledetto Gnomo, col suo caldo infernale che mi uccide se appena appena il film ha un ritmo lento. Vale la pena cominciare a pensare di evitare qualsiasi cosa proiettino lì.

Sezione Cineasti del presente
Verfolgt (Germania)
di Angelina Maccarone
Pardo d'oro Cineasti del presente C.P. Company

Storia di amore sadomaso fra un'assistente sociale in là con gli anni e un suo assistito adolescente. Lui si innamora, lei resiste, poi cede, poi cede l'unità famigliare, in un crescendo inversamente proporzionale alla bellezza di un film che si apre bene e si chiude nel disinteresse.

Concorso
Le dernier des fous (Francia)
di Laurent Achard
Premio per la miglior regia
Menzione speciale giuria ecumenica

Il mondo visto attraverso gli occhi di un bambino un po' sfigato. "Visto" in senso letterale, con svariati passaggi mostrati attraverso una specie di soggettiva che, immagino, vale ad Achard il premio per la miglior regia. Il film racconta il rapporto del bimbo con l'allucinante famiglia, fatta di pazzi scatenati quando va male e poveri stronzi quando va bene, l'amicizia con la bella vicina di casa che si eccita per un immigrato di passaggio, il curiosare in giro per la campagna e il circondario. Interessante nelle premesse, ma ha il ritmo di un brodo in cottura e paga un finale senza senso.

8.9.06

[Venezia 2006] The Black Dahlia - The Queen - Yi Nian Zhi Chu - Infamous - Fallen


In concorso
The Black Dahlia (USA)
di Brian De Palma
Questo film ha un problema. Questo problema si chiama Scarlett Johansson. A me neanche piace troppo, la Scarlett. Per carità, massimo rispetto per le doti polmonari, ma non so, non mi affascina. Il punto, però, è che qui recita talmente male ed è talmente sbagliata da far fare una figura leggendaria anche all'ultima delle comparse. Terrificante, si dia al porno, che siamo tutti più contenti.

Rossella a parte, The Black Dahlia è un bel modo di iniziare la rassegna, anche se non entusiasmante come avrei voluto. Il romanzo l'ho letto troppo tempo fa per azzardare confronti, ma da quel che mi ricordo De Palma gira un valido adattamento, fedele nei temi, nella caratterizzazione dei personaggi e nelle atmosfere. Qualcuno diceva che non c'è il trasporto de Gli Intoccabili. Beh, è vero, si tratta di un film per certi versi molto freddo. Il problema è che è davvero difficile affezionarsi a personaggi tanto "rovinati", specie se poi non c'è il tempo di approfondirne la conoscenza, perché bisogna portare avanti una storia estremamente articolata.

Va pure detto che l'intreccio funziona molto bene, con una bella mescolanza di avvenimenti e persone, messa su schermo da un De Palma virtuoso e piacevole da guardare come sempre, ma non sterile come in altre occasioni. Rimane però l'impressione che questa storia si meritasse un film di più ampio respiro. Non mi capita spesso di rimpiangere una maggior durata, ma alcuni rami di The Black Dahlia sembrano francamente tagliati con troppa fretta, senza ricevere il giusto spazio, e soprattutto la parte finale, quando si tirano le fila, appare davvero sacrificata. Questo, l'impresentabile Scarlett e il fastidioso ricordo che ai personaggi del libro mi ero affezionato eccome, mi impediscono di innamorarmene.

In concorso
The Queen (GB, Francia, Italia)
di Stephen Frears
Coppa Volpi a Helen Mirren
Osella per la miglior sceneggiatura

La settimana successiva alla morte di Lady Diana, vissuta tramite gli occhi della Regina Elisabetta, ma anche di tutta la famiglia reale, del neoeletto primo ministro Tony Blair e della gente comune, quasi sempre mostrata per immagini di repertorio. Frizzante e garbata la sceneggiatura, ottime le prove degli attori tutti, efficace la conduzione di Stephen Frears. The Queen è un bel film, che oscilla fra la commedia delicata e il dramma intenso. Manca un po' di reale coinvolgimento emotivo, forse, ma certo l'impressione è che comprendere appieno certe sfumature sia un po' difficile, da "forestieri".

Settimana internazionale della critica
Yi Nian Zhi Chu (Taiwan)
di Yu-Chieh Cheng

Ennesimo megapippone metacinematografico dalla scansione temporale scombinata, che racconta a ripetizione il capodanno di alcune anime perse, rivisitandolo ogni volta da un punto di vista differente. Affascinante per le tante invenzioni visive e per i temi e le atmosfere orientaleggianti, che non posso fare a meno di trovare irresistibili. Ma anche lento, lentissimo, estenuante nel suo interrompere il racconto sempre sul più bello e pesantissimo nella parte centrale, quando inizia il vero delirio visivo. L'insofferenza viene alimentata dall'assenza d'aria condizionata nello stramaledetto cinema Gnomo, ma mi rimane l'impressione di una lunga serie di belle immagini scritte un po' a casaccio. Da rivedere in condizioni umane.

Sezione Orizzonti
Infamous (USA)
di Douglas McGrath

Tempo fa ho letto un'intervista a non ricordo chi. Costui sosteneva di essere al lavoro su un film dedicato a Truman Capote da ben prima che venisse annunciato quello con Philip Seymour Hoffman e che la sua pellicola era stata sostanzialmente rinviata dalla produzione a causa del gran rumore attorno all'altra. Andando a naso, direi che si parlava di questo Infamous, ottimo, davvero ottimo film, che miscela molto bene dramma e commedia, in maniera devo dire più incisiva rispetto a The Queen (ma, e ci mancherebbe, ben diversi sono i temi trattati). Purtroppo non ho visto Capote ma, da quel poco che ne so, l'ottima interpretazione di Toby Jones sembra molto meno invadente e "iconica" rispetto a quella di Hoffman. È comunque tutto il cast di Infamous a funzionare benissimo, da uno splendido Daniel Craig a una sorprendente Sandra Bullock. E le ottime prove degli attori vanno a supporto di una sceneggiatura di grande spessore, che non ha paura a sporcarsi le mani con il torbido materiale raccontato e a mostrare sentimenti forti, ambigui, travolgenti. Notevole.

In concorso
Fallen (Austria)
di Barbara Albert

Cinque compagne di scuola si ritrovano quattordici anni dopo per il funerale di un loro professore e passano assieme una lunga giornata, fino al mattino successivo. Fallen affronta tutti gli stereotipi del genere "Grande Freddo", filtrandoli attraverso la visione di una regista che, incredibile ma vero, dipinge praticamente tutti gli uomini come dei poveri stronzi e tutte le donne come perlomeno salvabili. Piacevole ma, insomma, trascurabile.

7.9.06

Le colline hanno gli occhi (1977)


The Hills Have Eyes (USA, 1977)
di Wes Craven
con Susan Lanier, Robert Houston, Dee Wallace, Russ Grieve, John Steadman, James Whithworth, Virginia Vincent, Lance Gordon, Michael Berryman, Janus Blythe

Le colline hanno gli occhi è Non aprite quella porta, rifatto alla maniera di Wes Craven, con un pizzico di Cane di paglia. Racconta infatti delle vittime di una famiglia di freak assassini psicopatici che, dopo un'oretta di sevizie e patimenti, si incazzano e reagiscono, dando vita ad un sanguinario scontro finale.

Inquietante e di grande atmosfera nelle premesse, crudo ed efficace nello sviluppo, un po' pacchiano e in pericoloso equilibrio sul fossato del ridicolo nella parte conclusiva. Dopo un'avvio "preparatorio" di grande efficacia, l'opera seconda di Wes Craven trascina prepotentemente nel vortice di panico che assale la famiglia di protagonisti, vittime di una violenza tremenda e insensata. Le atmosfere sono quelle del periodo a cui risale il film, che quindi fa di tutto per essere crudo, scioccante e sanguinario oltre il sopportabile. E a tratti ci riesce anche, giocandosi bene le sue carte, non facendosi problemi a mostrare violenza esplicita quando serve e trattando il peggio possibile i suoi personaggi.

Sulla lunga distanza, però, forse per i tempi troppo dilatati della narrazione, forse per dei cattivi un po' troppo sopra le righe, forse per il classico finale rambesco à la Wes Craven, la tensione cala parecchio, lasciando certo spazio a una discreta dose di divertimento, ma non tenendo testa alle notevoli premesse. Rimane comunque una pellicola in grado di suscitare forte impatto ancora oggi, a trent'anni di distanza, grazie soprattutto all'efficace conduzione di un regista che, quando in vena, è sempre stato un ottimo mestierante dell'horror. Peccato solo che lo sia stato abbastanza di rado, in vena.

6.9.06

Sanitarium

Sanitarium (ASC Games, 1998)
sviluppato da Dreamforge Intertainment


Rimetter piede nel mondo delle avventure grafiche, quelle vere, è sempre un piacere, anche quando risalgono a nemmeno un decennio fa (1999) e, tutto sommato, anche se si permettono qualche excursus "enigmistico" di quelli da far inorridire i puristi. Quando poi, come nel caso di Sanitarium, a una discreta struttura di gioco si unisce una potenza narrativa fuori dell'ordinario, beh, si parla di pura gioia.

Sanitarium ricorda sotto molti punti di vista le avventure grafiche prodotte fra il 1992 e il 1994 da Cyberdreams. Così come i due Darkseed e I Have No Mouth and I Must Scream, il gioco sviluppato da Dreamforge è frustrato da errori di progettazione marchiani (come si può nel 1999 usare il sistema di movimento di Ultima VII, per di più privandolo della funzione di corsa?), ma stravolge con la sua atmosfera opprimente e vizia il giocatore con un affresco narrativo affascinante e commovente.

Dipinto come un delirante viaggio nella psiche umana, il racconto di Sanitarium procede per episodi a tema, che analizzano le perversioni mentali, i dubbi, le angosce e i dolori repressi del classico protagonista vittima di amnesia. Piano piano la cipolla che nasconde la verità viene sbucciata e giungiamo a conoscenza del triste passato, del drammatico presente e del - si spera - lieto futuro del nostro alter ego.

La storia si sviluppa in bilico fra realtà e delirio, mostrando ambientazioni che fungono da allegoria per i ricordi con cui Max deve scendere a patti e per il presente che sta vivendo. I primi minuti sono da restare a bocca aperta, affascinati dalle architetture barocche, rapiti dall'atmosfera straniante, coinvolti dal grande uso di dialoghi, effetti sonori, musiche e brevi filmati che raccontano il passato del protagonista a spizzichi e bocconi.

Anche quando il giochetto messo in piedi dalla bugiarda mente di Max si fa chiaro, rimane difficile capire quanto di ciò che si vede è puro frutto di fantasia e quanto è invece reale e tangibile. La narrazione si mantiene sempre in bilico fra delirio e verità e il risultato è un racconto folle e irresistibile, che trascina dall'inizio alla fine.

E a questo si aggiunge una struttura di gioco più che discreta, che miscela tutti i classici stereotipi delle avventure grafiche, dalla ricerca spasmodica di oggetti da manipolare alla risoluzione di piccoli enigmi, dal dialogo insistito e incrociato coi vari personaggi alle serrature e ai meccanismi da sbloccare risolvendo piccoli puzzle. L'insieme è strepitoso, degno di tempi che furono e non saranno più.

5.9.06

Donnie Darko - The Director's Cut


Donnie Darko - The Director's Cut (USA, 2004)
di Richard Kelly
con Jake Gyllenhaal, Maggie Gyllenhaal, James Duval, Jena Malone, Holmes Osborne, Mary McDonnell, Drew Barrymore, Noah Wyle, Beth Grant, Patrick Swayze


È la seconda volta nel giro di relativamente poco tempo che mi trovo a guardare la Director's Cut di un film senza aver mai visto l'originale. E in entrambi i casi, con Hellboy qualche tempo fa e con Donnie Darko qualche giorno fa, ho l'impressione di vedere un film prolisso, esageratamente lento, mal costruito e a cui, a conti fatti, sarebbe servita la classica sforbiciata. Non solo, in entrambi i casi chi ha invece visto solo l'edizione "theatrical" non condivide le mie impressioni. Forse che 'sti produttori-censori-criminaliconleforbici conoscono il loro lavoro?

Donnie Darko è un film interessante e dall'atmosfera particolare, caratterizzata da quel suo stile nebbioso, allucinato e, tutto sommato, un po' pretenziosetto. Stile che però gli regala anche una sua precisa identità, che certo non rappresenta un demerito. Affascina con le sue teorie contorte, anche se deve buona parte del suo appeal al non voler spiegare un cazzo, al lasciare allo spettatore il gusto di farsi le sue interpretazioni su un intreccio che, se raccontato in maniera lineare, richiederebbe due righe.

Vive sull'estrema simpatia di praticamente tutti i personaggi "positivi", sulla bravura degli interpreti e su un macchiettistico strizzare l'occhio agli anni Ottanta e al ricordo che ce ne portiamo dietro. Dà di gomito citando i Goonies (o E.T., fa lo stesso) e aizzando gli animi con l'elogio dello sfigato, la storia d'amore tenera, la chiacchierata tarantiniana sui Puffi, lo studente che alza la voce con l'adulto-macchietta, il genitore adorabile che tutti vorremmo avere (avuto). Fa, insomma, tutto quello che deve fare per raggiungere un prevedibile status di piccolo grande cult. Lo fa apposta? Vai a sapere. Però lo fa bene, e tanto basta.

Per quanto riguarda la Director's Cut, chiaramente non è che possa fare paragoni. Leggo su Wikipedia l'elenco dei cambiamenti e l'impressione è che possa essere interessante per chi ha amato l'originale. Viene anche la curiosità di vederlo, l'originale, per capire se, come il naso mi suggerisce, sia davvero un film migliore. Il problema è che c'è poca voglia di rivederlo, il film.

4.9.06

Cars


Cars (USA, 2006)
di John Lasseter
con le voci di Owen Wilson, Paul Newman, Bonnie Hunt, Michael Keaton

Con Cars torna alla regia John Lasseter, mister Pixar in persona, che dopo aver diretto tre splendidi lungometraggi in quattro anni si era fatto da parte per dare spazio ai suoi colleghi e, addirittura, a un regista "esterno" come Brad Bird. Ed è proprio rispetto a Gli Incredibili, che Cars sembra francamente un grosso passo indietro.

Meno convincente nel tentativo di accontentare tutta la famiglia, Cars è inferiore a Gli Incredibili per ritmo, divertimento, idee... praticamente qualsiasi cosa, e questo rende ancora più insostenibile la solita, pedante e affossante morale attorno alla quale ruota l'intera pellicola. Si stava meglio quando si stava peggio? E 'sticazzi, ce l'hanno raccontato troppi film e non basta citarli così apertamente e sfacciatamente per farsi perdonare. Tanto più che la voglia di omaggiare un certo cinema rende lo sviluppo della storia mostruosamente prevedibile e il risultato è che ci si trova davanti a una roba né carne né pesce, noiosetta per gli infanti (perlomeno a giudicare dalle reazioni in sala) e banalotta per chiunque altro.

A conti fatti, insomma, Cars è un film privo di mordente, che si trascina più che altro grazie allo stupore per la bellezza delle immagini, alla splendida caratterizzazione visiva dei personaggi e ad alcune idee sicuramente riuscite. Umanizzare le macchine offre spunto per tante gag e il film le sfrutta a fondo, con trovate splendide come l'antifurto della coppietta o i trattori-vacche. Peccato ci pensi un doppiaggio insostenibile a far cadere definitivamente i coglioni: passi la Ferilli, splendido come sempre Barbetti, ma il resto - coi due cronisti a svettare impettiti - è da mani nei capelli.

Bocciatura completa? No, perché alla fine son comunque due ore che van via all'insegna del divertimento, ma siam tornati ai livelli di inizio decennio, quando la Pixar partorì due film che, pur divertendomi, non mi hanno mai convinto fino in fondo. Solo che la cooperativa di mostri rappresentava un'idea più affascinante e i pesciolini erano personaggi più accattivanti, rispetto a queste macchine con occhioni e sorrisone.

3.9.06

Star Wars - Knights of the Old Republic

Star Wars - Knights of the Old Republic (LucasArts, 2003)
sviluppato da BioWare


Sono passati otto anni dalla creazione, col primo Baldur's Gate, dell'Infinity Engine. Otto anni nei quali il motore di gioco ideato da Bioware ha fatto da base per, se non dimentico nulla, perlomeno altrettanti giochi, senza contare ciò che arriverà nei prossimi mesi. Se non è testimonianza questa della bontà di quanto fatto a suo tempo da quelli che, forse, sono oggi i dominatori della scena RPG su computer e console, non so cosa possa esserlo.

Kinghts of the Old Republic, a conti fatti, si gioca oggi (ieri) come si giocava Baldur's Gate nel 1998. Certo, ci sono differenze anche sostanziali, ma il cuore del gioco è rimasto quello. E se da una parte viene spontaneo chiedersi se in tutto questo tempo non fosse possibile dare vita a qualcosa di realmente diverso, dall'altra non si può che rendere omaggio e rispetto.

Allo stesso modo, però, mi chiedo su quali basi, due anni fa, buona parte della stampa specializzata gridò al miracolo dell'innovazione nei confronti di un gioco che, in buona sostanza, non fa nulla che non si sia già visto, per fare tre esempi a caso, nel già citato Baldur's Gate (1998), in Fallout (1997) o in Deus Ex (2000). Certo, miscela ingredienti di quei giochi e di molti altri come forse nessuno aveva fatto prima, ma non mi sembra faccia nulla di rivoluzionario.

Quello che fa, però, lo fa molto bene, seppur fra evidenti e fastidiosi alti e bassi. A tratti KOTOR riesce a dipingere in maniera coesa, credibile e affascinante un universo ricco e sfaccettato come quello di Guerre Stellari. Non solo, gli sceneggiatori sono anche riusciti a raccontare una storia dall'ambientazione molto lontana da quella dei film, rendendola però familiare e intrigante anche per chi non ha avuto il coraggio di leggersi il mare di immondizia - sicuramente costellato da qualche perla, ci mancherebbe - pubblicato negli anni sotto forma di libri e fumetti.

Già, perché KOTOR parla di una galassia lontana lontana davvero tanto tempo fa, ma sfrutta tutte le armi in suo possesso per rendersi adorabile agli occhi dei fan. La ricostruzione degli ambienti, la caratterizzazione dei personaggi, lo sfruttamento di ambientazioni e stereotipi fin troppo noti funzionano a meraviglia e, dal punto di vista dell'utilizzo di una licenza per certi versi "pesante", risulta difficile muovere qualche critica.

Del resto, la natura intrinseca del materiale narrativo fa da spunto anche per uno dei motori principali del gioco, dato che quella che forse è la componente più importante di un GDR occidentale si adatta molto bene alla natura ambigua del concetto di forza. KOTOR mette il giocatore di fronte alla possibilità di compiere scelte morali, di costruire e formare il suo personaggio nel tempo indirizzandolo verso il lato chiaro o il lato oscuro della forza, ma anche, volendo, di farlo camminare in pericoloso equilibrio fra le due facce della medaglia.

In maniera simile a quanto accadeva nel citato Fallout, il giocatore di KOTOR può esibirsi in doppi e tripli giochi, dichiarando, promettendo e sostenendo tutto e il contrario di tutto, facendo evolvere le situazioni a proprio favore nelle maniere più subdole come in quelle più cristalline. Ogni momento di crisi offre spunti per dare sfogo alla propria inclinazione, forzando il giocatore molto di rado, muovendo sottopelle le esigenze di sceneggiatura.

Anche vero che, rispetto al capolavoro di Interplay, KOTOR offre una struttura di gioco decisamente meno libera, costringendo comunque all'interno di "corridoi", certo anche larghi e con ampio spazio per muoversi, ma pur sempre corridoi. E in questo ricorda molto di più un altro capolavoro come Deus Ex, la cui sensazione di libertà morale e concreta veniva comunque costretta nell'ambito dello stile di gioco, lasciando la possibilità di scegliere vie anche molto diverse per giungere a un fine comunque quasi sempre imposto.

Dove KOTOR lascia poca libertà, al contrario di altri suoi colleghi, è nella necessità di affrontare sempre e comunque una lunga serie di combattimenti. Scontri armati che, per carità, trovano quasi sempre una loro precisa giustificazione narrativa e sono comunque legati a doppio filo all'universo narrativo di Guerre Stellari, che ha fatto dell'azione travolgente uno dei suoi simboli.

Sta di fatto, però, che una situazione come quella di Fallout o, ancora, di Deus Ex, in cui era possibile abbattere tutti o quasi i nemici a colpi di parole, in KOTOR è impensabile. E a questo bisogna aggiungere il fatto che, completato il primo terzo di gioco, buona parte dei combattimenti, se affrontati con un minimo di senso tattico, diventano poco più che formalità. Del resto, quando si va in giro con tre/quattro cavalieri jedi, come può qualsiasi tipo di opposizione rappresentare una seria minaccia?

E allora si abbassa incredibilmente il livello di difficoltà, che torna poi davvero impegnativo solo nelle fasi finali, quando ci si trova a combattere contro armate di Jedi oscuri capaci perlomeno di offrire una certa sfida. A fronte di questo squilibrio si trova però un sistema di combattimento rodato e sempre piacevolissimo, capace di rendere divertente anche il combattimento più insignificante e certo non piatto come certa pattumiera che permette di annoiarsi vincendo combattimenti con la continua pressione di un tasto.

Ma tutte le componenti di Knights of the Old Republic sono frustrate dallo squilibrio, per esempio nella vastità delle ambientazioni, che alternano pianeti ampi, convincenti, soddisfacenti ad altri in cui si ha l'impressione di tirato via, con piccoli ambienti che non soddisfano e non convincono. A spazzolare via questo genere d'insoddisfazione, però, ci pensa la cura con cui ogni singolo "luogo" è realizzato e caratterizzato.

Non solo: il motore principe di KOTOR è un'ottima sceneggiatura, che ha forse l'unico difetto di una partenza lenta modello diesel ingolfato, ma che quando decolla non va quasi mai giù di giri. Ottimo il soggetto, splendido il suo sviluppo, con un bel colpo di scena - per certi versi prevedibile, ma comunque efficacissimo - verso la fine del secondo atto.

Più in generale, oltre all'intreccio portante, convincono le varie trame e sottotrame. Quasi tutti gli otto personaggi che è possibile portarsi dietro hanno una storia interessante da raccontare e che è possibile approfondire tramite il dialogo. Tessendo le relazioni interpersonali si apre la strada a racconti secondari, che forniscono missioni facoltative e occasioni per svincolarsi dalla storia principale. A questo si aggiungono tutta un'altra serie di piccole e grandi storie, che hanno il pregio di essere quasi sempre molto ben scritte e non sfociare praticamente mai nel "lo so che sei impegnato a salvare l'universo, ma potresti andare a prendermi il libro che ho dimenticato in quell'altra città?".

KOTOR, insomma, se è il capolavoro che si dice, lo è più grazie alla splendida somma delle parti, che alla reale qualità dei singoli elementi. È uno spettacolare insieme che con la sua potenza, ludica e narrativa, fa dimenticare i tanti piccoli difetti e i numerosi errori di programmazione, ingiustificabili come sempre, ma trascurabili come non mai.

2.9.06

Here we go again



Milano, 7/14 settembre 2006.
Siam pronti alla morte.

1.9.06

Domino


Domino (USA, 2005)
di
Tony Scott
con
Keira Knightley, Mickey Rourke, Edgar Ramirez, Riz Abbasi, Delroy Lindo, Mo'Nique, Ian Ziering, Brian Austin Green, Lucy Liu, Jacqueline Bisset, Christopher Walken, Mena Suvari

Bollare la regia di Tony Scott come modaiola e videoclippara sarebbe molto facile, forse anche aderente alla realtà, ma senza dubbio riduttivo. Sì, riduttivo, perché si rischia di accomunarlo a ignoranti della macchina da presa come il James Wan di Saw, quelli sì capaci solo di mettere in fila una serie di effetti ed effettacci senza senso con l'unico scopo di fare la figata.

E invece Tony Scott è uno che sa quello che fa, che magari, come nel caso di Domino, si fa un po' prendere la mano, ma che trova sempre un senso narrativo per le sue sperimentazioni sull'immagine. Come e meglio che nel già ottimo Man on Fire, Scott porta avanti un discorso fatto di colori iper saturi, di didascalie a schermo, di montaggio sincopato e inserti onirici che raccontano il pensiero dei suoi personaggi.

E il tutto in Domino trova una sua precisa dimensione, nel raccontare i sogni e i ricordi di una bimba viziata e presuntuosa, che si atteggia da anti-hollywoodiana ma ci mette un attimo a cedere al fascino dello stardom, che vuole fare la dura e si scioglie in lacrime alla prima difficoltà. E poco importa se una Keira Knightley perfetta per il ruolo che interpreta assomiglia in realtà a Domino Harvey anche meno di quanto gli eventi raccontati aderiscano a quelli reali, perché alla fine si parla di cinema, non di uno speciale dell'History Channel.

Il voler parlare sostanzialmente d'altro è esplicito, non solo nella dichiarazione d'intenti iniziale "Tratto da una storia vera... più o meno", ma anche nel mostrare in chiusura la vera Domino, esplicitando con una semplice immagine quanto lontane siano ritratto filmico e realtà. I difetti di Domino sono altri, e stanno in un eccesso d'immagine, un minestrone travolgente che affascina ma alla lunga toglie importanza al racconto, mettendolo da parte e dimenticandoselo un po'.

Avrebbe forse giovato una sforbiciatina, la voglia di far giungere un po' prima quell'inquadratura in cui campeggia la scritta "It's Showtime!", ma è pur vero che fatico a immaginarmi cosa, di preciso, si sarebbe potuto eliminare. La patetica deriva buonista sulla malattia della bimba, forse, che però ha il pregio di mostrare la vacuità dei sentimenti di alcuni personaggi.

Sarebbe bastato rinunciare al macchinone e a qualche altra stronzata, per pagare le cure della figlia di Delroy Lindo, ma non sia mai, piuttosto si rischia il culo in una rapina. E poi, in un film del genere, non può mancare la scelta morale catartica, la rinuncia alla propria vita per compiere un estremo atto di bontà. E allora Domino rischia tutto e perde tutto per dare una mano a qualcun altro, tanto poi, alla fin fine, si torna a casa da mammà, per un tuffo in piscina e un po' di relax.

"Whoops!"