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29.10.06

Il padrino - La trilogia



Il padrino
The Godfather (USA, 1972)
di Francis Ford Coppola
con Marlon Brando, Al Pacino, James Caan, Robert Duvall, John Cazale, Diane Keaton

Guardi Il padrino per la prima volta da chissà quanto tempo, o forse anche per la prima volta punto e basta, visto quel che ti dice la memoria, e ti aspetti che il protagonista sia Don Vito Corleone. Troppo forte, iconica, stampata nella mente, l'immagine della faccia di Marlon Brando, per attendersi qualcosa di diverso. E invece, sebbene la strabordante presenza di questo stanco e adorabile padrino anziano rubi la scena per buona parte del film, il vero protagonista delle vicende narrate è il figlio Michael Corleone. Lui è il padrino del titolo, la cui "nascita" viene raccontata in maniera magistrale, sottile, lucida.

Da ingenua, onesta, e pura mosca bianca in una famiglia di criminali incalliti a splendido e perfetto capomafia, che nel tempo - come racconterà poi il secondo film - è destinato a diventare il più crudele, freddo e insensibile di tutti. Coppola racconta del passaggio di consegne fra padre e figlio e delle difficoltà insite nell'intraprendere una "carriera" tanto particolare. Proprio nel descrivere le vicende come quanto di più normale e famigliare possa esserci sta però il colpo di genio. Il padrino non parla di fuorilegge squallidi, violenti e odiosi, ma di amici e parenti che si supportano e si amano a vicenda.

Il regista indugia tanto sugli improvvisi scoppi di violenza criminale quanto sulle piccole cose, sui momenti intimi, su Clemenza che fa il sugo e Don Vito che gioca col nipote. Racconta di persone adorabili dallo stile di vita deprecabile, non eccede nel beatificarli e nel dare loro un tono eroico, ma anzi ce ne mostra gli insostenibili lati oscuri. E nonostante questo riesce incredibilmente bene a farcene innamorare e a renderci partecipi dei loro drammi e delle loro gioie, perché a conti fatti li dipinge tutti come uomini d'onore, amorevoli e rispettabili, impegnati a combattere loschi traditori e fetidi poliziotti corrotti.

Ma oltre ad essere una storia tremendamente ben scritta ed orchestrata, Il padrino è anche, soprattutto, una gioia per gli occhi. Quasi tre ore di splendido cinema, una lunga e ininterrotta serie di immagini e sequenze meravigliose, messe in fila una dietro l'altra. Tutta l'apertura sul matrimonio, la visita a Don Vito in ospedale, la parte in cui Michael, seduto sul divano, prende coscienza dei suoi doveri e mostra per la prima volta la sua anima oscura, il doppio omicidio al ristorante, il soggiorno in Sicilia, la sparatoria al passaggio a livello, quella meravigliosa immagine di Brando che gioca nel giardino col nipotino... non c'è fine all'elenco di fantastici ricordi che Il padrino regala alla memoria.

Un film perfetto, in cui gli incredibili virtuosismi di Coppola si mettono al servizio di una storia potente ed emozionante e si cibano di tanti interpreti meravigliosi, splendidi sia nel tenere la scena da protagonisti, sia nel caratterizzare il film rimanendo sullo sfondo. Meglio di così, davvero, è difficile fare.


Il padrino parte seconda
The Godfather Part II (USA, 1974)
di Francis Ford Coppola
con Al Pacino, Robert Duvall, Diane Keaton, Rober De Niro, John Cazale, Talia Shire

E infatti meglio di così lo stesso Coppola non fa col secondo episodio, la cui idolatrazione popolare nei termini di "unico seguito superiore all'originale" davvero mi lascia perplesso. Il padrino parte seconda è un gran bel film, ma fatico a comprendere in cosa possa essere considerato superiore al precedente. Certo non nella sceneggiatura, che fatica a mantenersi altrettanto coesa e appassionante, anche per colpa dei flashback, spesso inseriti in maniera francamente discutibile. Se da una parte il parallelo fra le vite e le azioni di padre e figlio risulta senza dubbio affascinante, dall'altro l'inserimento delle - belle, ma anche poco approfondite e, a conti fatti, quasi superflue - sequenze dedicate al giovane Don Vito appare posticcio, faticoso, impacciato. Spezzano tremendamente il ritmo e l'intensità della storia principale e, per assurdo, anche di ciò che loro stesse raccontano. E sono ben lontane, per esempio, dalla spettacolare efficacia dei flashback di C'era una volta in America.

E se è pur vero che questo secondo film non fa altro che proseguire nell'adattamento del libro di Mario Puzo, è vero anche che si fa fatica a non farsi colpire da una certa sensazione di superfluo. Tanto era perfetto e compiuto il primo episodio, quanto appare per certi versi inutile questo secondo, fra l'altro molto meno convincente anche per una certa logorrea narrativa e per una regia meno virtuosa e affascinante. Prolisso e farraginoso, decolla coi ritmi di un diesel ingolfato, ma quando finalmente ci riesce, bisogna dirlo, regala ancora una lunga serie di grandi momenti.

La seconda parte del film, incidentalmente quasi priva di flashback, torna alla grandezza del primo episodio e presenta tanti momenti memorabili. Il racconto del definitivo crollo verso l'oscurità di Michael Corleone è potente ed efficace, splendido nel mettere in scena il suo alienarsi da tutto ciò che gli sta attorno, le menzogne, la fredda crudeltà con cui tratta gli affari di famiglia, il drammatico rapporto con la moglie e la sempre più lucida consapevolezza di non saper e voler mantenere il vuoto proposito di tirarsi fuori dall'attività criminale.

Lo sguardo di Michael che litiga con la moglie e viene a sapere dell'aborto, la splendida e sottile interpretazione di Al Pacino, la bella e intensa sequenza finale, che richiama alla memoria il battesimo in chiusura del primo film... di enormi pregi questo Padrino parte seconda è indubbiamente pieno, ma è la somma delle parti a lasciar perplessi e, tutto sommato, un po' delusi.



Il padrino parte terza
The Godfather Part III (USA, 1990)
di Francis Ford Coppola
con Al Pacino, Andy Garcia, Eli Wallach, Sofia Coppola, Talia Shire, Diane Keaton, Joe Mantegna

Il padrino parte terza mi ha ricordato sotto più di un aspetto il disastroso pasticcio partorito da George Lucas con la sua nuova trilogia di Guerre Stellari. Film disfunzionali e male orchestrati, che riecheggiano il passato ricalcando le orme di ciò che li ha preceduti e che in sostanza funzionano meglio di quanto dovrebbero grazie all'eredità su cui si appoggiano. Così come Lucas fa percorrere ai personaggi delle sue due trilogie un cammino quasi identico, ricalcando trovate, avvenimenti, immagini, perfino intere sequenze, altrettanto fa Coppola, costruendo un intreccio che scorre parallelo a quello dei precedenti episodi, che sceglie soluzioni narrative molto simili e che ripropone immagini quasi identiche, dal massacro sulle note della Cavalleria Rusticana al destino di Michael, consumato in un vuoto e malinconico giardino.

Il problema è che sembra di guardare una versione distorta, appannata, tirata via e malriuscita dei primi due film. La storia di Michael Corleone giunge al capolinea raccontando di un uomo stanco e sfibrato, finalmente convinto e deciso a ridare dignità e onestà alla sua famiglia, ma destinato a scontrarsi nel peggiore dei modi con una realtà drammatica e crudele. Non c'è modo di uscirne, non è possibile lavarsi l'anima e sfuggire alla propria natura. E altrettanto stanche, sfibrate, prive di nerbo, appaiono la scrittura e la regia di Coppola.

Una considerazione a parte merita Sofia Coppola, che, poveretta, fa quel che può, ma deve combattere con la presenza scenica di un parafango e una voce che in qualche modo ricorda il poetico risciacquo di un water intasato. I dialoghi in campo-controcampo fra lei e Andy Garcia sono impietosi in quel loro mostrare da una parte un attore che davvero buca lo schermo con la sua sola presenza e dall'altra una poveretta scartata dal casting di Un posto al sole.

Nonostante tutto, però, Il padrino parte terza ha i suoi pregi. Ad esempio nel raccontare, per quanto non benissimo, della disperata e struggente lotta di Michael Corleone contro un destino ineluttabile e nel tratteggiare, invece molto bene, la triste relazione fra il Padrino e la sua ex moglie Kay. Insomma, così come non condivido gli osanna generali per il secondo episodio, mi distacco dal feroce odio che si percepisce per il terzo. Che comunque, va detto, si trova proprio in una galassia distante anni luce dai precedenti due. Lontana lontana, quasi.

25.10.06

A sangue freddo


In Cold Blood (USA, 1965)
di Truman Capote

14 novembre 1959, Holcomb, Kansas, Stati Uniti d'America. Richard Hickock e Perry Edward Smith si introducono nell'abitazione della famiglia Clutter a scopo di rapina. Ne usciranno con una quarantina di dollari in tasca e un tremendo omicidio plurimo sulla coscienza. Nel giro di sei mesi saranno arrestati e, dopo cinque anni di processi, appelli e rinvii, pagheranno con l'impiccagione il loro crimine. Il romanziere Truman Capote, affascinato da un breve articolo letto sul New York Times del 12 novembre 1959, decide di recarsi sul posto nelle vesti di inviato del New Yorker, per realizzare un'inchiesta giornalistica e scrivere un libro che racconti quella vicenda sfruttando le tecniche narrative del romanzo.

Nasce così A sangue freddo, un resoconto romanzato che tratta i suoi protagonisti come personaggi da approfondire e caratterizzare, dando alla sua opera una forza e un crudo realismo che un semplice articolo di cronaca non avrebbe forse potuto vantare. Capote racconta le ore precedenti al delitto, la vita delle future vittime, la tragica sera del 14 novembre, la fuga dei due criminali e le conseguenze di quanto da loro commesso. Le indagini, l'arresto e il lungo periodo di attesa per un'inevitabile condanna a morte, eseguita, a sangue freddo, il 14 aprile 1965. Tutto quanto si legge nel romanzo, sostiene Capote, deriva dalla sua esperienza diretta o dai racconti degli stessi protagonisti.

Lo scrittore di New Orleans, infatti, trascorre anni interi frequentando la cittadina di Holcomb, familiarizzando con gli abitanti, le forze di polizia e, dopo l'arresto, i due stessi criminali. Instaura rapporti di sincera amicizia con molte persone del luogo, da cui trae linfa per dare vita alla sua opera. E vive l'atroce consapevolezza di desiderare, in un certo qual modo, l'esecuzione di due esseri viventi, perché essa rappresenterà l'unica possibile e degna conclusione per il suo libro.

Da questa esperienza nasce un romanzo splendido per la sua capacità di raccontare quegli avvenimenti in maniera ferma, asciutta, precisa, approfondita, emozionante, agghiacciante, commovente. Capote se ne tira fuori, non si manifesta mai nel racconto, nonostante sia stato una presenza importantissima, fondamentale, nella vita carceraria di Perry Smith, e così facendo non spezza mai l'illusione, non distrae dalla forza di un romanzo che scivola via per quasi quattrocento pagine senza farsene accorgere. Ma lascia, in bocca e nello stomaco, un senso acidulo di sconforto, di fastidio, di immensa tristezza.

23.10.06

Alfie (2004)


Alfie (USA/UK, 2004)
di Charles Shyer
con Jude Law, Omar Epps, Nia Long, Marisa Tomei, Sienna Miller, Susan Sarandon

Jude Law, ne sono convinto fin dai tempi di Gattaca, è talmente figo che quasi quasi me lo farei pure io. Non stupisce quindi che si decida di basare un'intera pellicola sul suo fascino magnetico e su un personaggio i cui unici interessi paiono essere il sesso spensierato, un vita comoda e lussuosa, un vago e impalpabile progetto di affari, da concretizzare prima o poi nel futuro assieme al fido amico Marlon.

Alfie si racconta tramite la voce narrante del suo protagonista, che analizza le proprie azioni parlando direttamente allo spettatore e cerca sempre di mantenere un'aria distaccata e gioiosa, qualsiasi cosa gli accada. Tant'è che i momenti migliori dell'ottima interpretazione di Law sono proprio quelli in cui Alfie prova a dissimulare il fastidio, la tristezza e l'angoscia per i suoi errori, mantenendo il sorriso stampato in faccia e nascondendo lacrime e malumore dietro una maschera di plastica.

Già, perché un personaggio del genere, è inevitabile, finisce per mandare a puttane tutto quanto di buono ci sia nella sua vita, distruggendo amicizie, rovinando amori e cercando sempre di uscirne con le mani pulite. Alfie non lo fa apposta, non vuole fare del male a nessuno, ma finisce sempre per farlo. E da qui nasce una vena triste, amara, malinconica, che percorre un po' tutto il film e ne smorza i toni da commedia.

Pellicola tutt'altro che irresistibile, priva di particolare mordente, ma piacevole e divertente. Infastidisce un po' con quella deriva moralista nel finale, ma va pur detto che il protagonista, a conti fatti, se ne fa travolgere solo fino a un certo punto e quell'uscita di scena, tutto sommato, il dubbio che Alfie non abbia certo intenzione di cambiare vita te lo lascia eccome.

22.10.06

X-Files - Stagione 6

The X-Files - Season 6 (USA, 1998/1999)
creato da Chris Carter
con David Duchovny, Gillian Anderson


Affrontare la sesta annata di X-Files in pieno 2006 senza avere addosso un po' di timore è davvero impossibile. In parte per l'altissimo livello qualitativo delle due stagioni precedenti, che ovviamente avevano fissato uno standard difficile da eguagliare, un po' perché praticamente quasi tutti coloro che a suo tempo l'hanno seguita identificano con questi ventidue episodi il vero e proprio "inizio della fine". Il crollo qualitativo, il tuffo nell'abisso, la morte di X-Files e la nascita di legioni di spettatori insoddisfatti, che continuavano a seguire fedelmente in TV le avventure di Mulder e Scully, ma lamentavano la scomparsa qualità dei bei tempi.

Di fronte a premesse tanto cataclismatiche, beh, si rimane un po' perplessi, nello scoprire che in realtà, per una dozzina buona di episodi, il serial si mantiene su livelli decisamente alti. Gli episodi della "mitologia", che portano avanti la trama principale dedicata al tentativo d'invasione da parte degli alieni, cercano di fare ordine nel maelstrom d'informazioni creato dalla quinta stagione e lo fanno molto bene. La storia riprende esattamente da dove si era interrotta col film, ma nella sostanza compie una decisa virata: si smette di gettare carne sul fuoco a oltranza e si cerca invece di fare chiarezza.

Praticamente quasi tutti i segreti che hanno accompagnato i fan per cinque anni vengono messi a nudo e, sebbene questo tolga certamente un po' di fascino misterioso, bisogna dire che cominciava francamente ad essere ora. Sotto questo punto di vista, poi, la visione delle sei annate a stretto giro di tempo (magari non strettissimo, ma comunque sufficiente per avere chiari in testa i vari elementi sparsi in giro) fa guadagnare al racconto chiarezza e compattezza. E a conti fatti tutte le rivelazioni e spiegazioni convincono, dicono esattamente quello che gli indizi suggerivano e non sembrano campate per aria.

Gli sceneggiatori, insomma, tirano le fila, fanno il punto della situazione e piazzano anche un bel colpo di mannaia, che chiude alcuni discorsi lasciati in sospeso, fa piazza pulita di personaggi e pone base interessanti per ciò che dovrà venire. Questo, perlomeno, succede nei quattro episodi esplicitamente dedicati alla mitologia (The Beginning, S.R. 819, Two Fathers e One Son). Ma non solo: nella prima parte di stagione si vedono anche molti singoli racconti davvero riusciti, su tutti gli azzeccatissimi Drive e Triangle, e una splendida, catartica, divertente e attesissima avventura nella mecca degli ufologi: Area 51.

Poi, però, sbrigata la pratica "mitologica" e archiviati altri due/tre episodi che, seppur fortemente derivativi, si rivelano molto gustosi, cominciano i problemi. La vena si esaurisce, il livello qualitativo crolla e si avvera in effetti tutto ciò che di squallido e temibile avevo sentito raccontare su questa sesta stagione. Episodi sciatti, banali, scritti malissimo e diretti senza brio, che trascinano a fatica il serial fino alla fine e risultano talmente pessimi da far sembrare onestamente migliore di quanto non sia il "season finale", intrigante per alcune nuove idee estratte dal cilindro, ma davvero poco oltre la sufficienza.

E se nel complesso non si può bocciare una stagione che nella sua prima metà sa comunque regalare emozioni forti, è inevitabile rimanere con l'amaro in bocca di fronte a un tale crollo. Comprensibile quindi la sensazione di fastidio che quest'annata ha lasciato in dote a molti, specie se poi si pensa alla latitanza di quelle divertenti sperimentazioni visive e narrative che avevano caratterizzato quasi tutte le stagioni precedenti e che qui, in sostanza, mancano del tutto.

21.10.06

La storia fantastica


The Princess Bride (USA, 1987)
di Rob Reiner
con Cary Elwes, Robin Wright, Mandy Patinkin, Chris Sarandon, Andre the Giant, Christopher Guest, Wallace Shawn, Fred Savage, Peter Falk, Billy Cristal

Lascia sempre di stucco scoprire quanto la percezione di un film possa cambiare nel tempo. Quando vidi per la prima (e ultima) volta La storia fantastica in televisione, avrò avuto al massimo tredici anni e ne rimasi estasiato, tanto da conservarne ancora un affezionatissimo ricordo, fatto di personaggi adorabili e divertentissimi e di un'atmosfera magica, sognante, romantica. A rivederlo oggi, il primo impatto è straniante, perché ci si trova davanti a una produzione di livello televisivo, con set davvero poveri e musiche che, Mark Knopfler o meno, sembrano poco più che file midi.

Eppure bastano pochi minuti per rendersi conto di come tutto questo non stoni affatto, perché La storia fantastica è un film incredibilmente autoconsapevole, che non ha paura di prendersi in giro e, soprattutto, lo fa splendidamente. La sceneggiatura che William Goldman ha tratto dal suo omonimo libro è davvero brillantissima, carica di battute memorabili e personaggi ben caratterizzati. I toni oscillano di continuo fra il divertito, il divertente e, nei rarissimi momenti in cui il film si prende sul serio, perfino un discreto e appassionante senso epico.

Reiner orchestra poi il tutto alla perfezione, con un gran senso del ritmo e una discreta saggezza nel non esagerare coi toni demenziali. La storia fantastica prende in giro gli stereotipi del fantasy, ma non li disprezza, anzi, se ne serve per raccontare la sua storia. E il risultato è che diventa facilissimo innamorarsi di personaggi tanto simpatici e ammiccanti ed è davvero impossibile non emozionarsi nel travolgente assalto finale, con quel piccolo, splendido, geniale duello fra Inigo Montoya e l'assassino di suo padre.

E in tutto questo neanche ho citato l'azzeccata idea del narratore Peter Falk, che racconta la storia al famigerato nipotino Fred Savage e lo fa pian piano appassionare agli eventi, con una serie di siparietti che potevano tranquillamente diventare fastidiosi e posticci inserti, ma al contrario funzionano benissimo. E mentre il bimbo senza nome si appassiona sempre più a una storia che inizialmente gli pareva poco interessante, così lo spettatore non può fare a meno di farsi rapire dalle avventure del temibile pirata Roberts. Da ragazzino, come dicevo, ma alla fin fine anche da ragazzone, magari non troppo cresciuto.

19.10.06

Mysterious Skin


Mysterious Skin (USA, 2004)
di Gregg Araki
con Joseph Gordon-Levitt, Brady Corbet, Michelle Trachtenberg, Jeffrey Licon, Bill Sage, Elisabeth Shue

Strano, intenso, toccante, splendido film di Gregg Araki, autore che fino a oggi conoscevo solo di nome, ma che a questo punto mi incuriosisce non poco. Mysterious Skin racconta della gioventù di due bambini che hanno subito abusi sessuali, del loro modo di reagire, della negazione e dei drammi della crescita. Segue in maniera allo stesso tempo algida e tremendamente passionale le vicende parallele dei suoi due protagonisti, uno tanto ingenuo e sperduto da convincersi che in quei due brutti momenti di cui ha perso ogni memoria era stato rapito dagli alieni, l'altro talmente freddo da spingere la sua migliore amica a sentenziare "Where normal people have a heart, Neil McCormick has a bottomless black hole."

Araki esplora tutte le possibili facce dello spettro emozionale, racconta di violenze e abusi, divertenti e divertite scopate, traumi infantili e tristi ricordi, momenti di tenerezza, forti amicizie e sincero affetto. Lo fa con immagini fredde, gelide, che contrastano con l'intensa emozione raccontata, ma finiscono - grazie anche alla bella e azzeccata colonna sonora - per accentuarla a dismisura. Non c'è compiacimento, pornografia, voglia di scioccare in maniera gratuita, anzi, Mysterious Skin mostra ben poco di ciò che racconta, ma forse anche per questo il pugno nello stomaco finisce per essere ancora più forte, dirompente.

Vien da dire che è il miglior film di sempre sull'argomento, ma sono affermazioni un po' troppo categoriche, anche perché poi, a conti fatti, non è che ne ricordi così tanti. Ma di sicuro è un grandissimo film, ricco, profondo, ben diretto, scritto come meglio non si potrebbe e graziato da una serie di interpreti eccellenti. Unico difetto, forse, un finale troppo tirato per le lunghe, in cui la potenza delle emozioni, insostenibile fino a quel punto, finisce per disperdersi un po'. Ma si cerca il pelo nell'uovo.

18.10.06

Capitani oltraggiosi


Captains Outrageous (USA, 2001)
di Joe R. Lansdale

Un uomo anziano vomitò dal parapetto, e una giovane donna che avevo già adocchiato più volte perse il cappello di paglia nel vento. Cadde in acqua, le onde lo sommersero e si allontanò. Pensai di tuffarmi e recuperarlo, per essere il cavaliere della donna e magari riuscire a scoparla.
Soppesai l'idea nella mente.
Onde alte.
Figa.
Onde alte.
Figa.
No. Onde troppo alte. Figa incerta. Lei avrebbe potuto limitarsi a ringraziarmi e basta. E l'idea di annegare con un cappello di paglia stretto in mano non mi affascinava.


Capitani oltraggiosi è il sesto e per ora ultimo volume delle avventure di Hap Collins e Leonard Pine, sorta di detective/vendicatori per caso (e per scelta di vita) che Lansdale tratteggia come inguaribili romantici, uomini d'onore tremendamente propensi a ficcarsi nei guai e a spaccare inevitabilmente tutto e tutti per tirarsene fuori. Malinconiche ed esilaranti, romantiche ed agghiaccianti, storie di persone dure come il cemento, ma sempre pronte a sciogliersi nel sentimentalismo quando se ne presenta l'occasione.

In questo nuovo episodio si ritrovano tutti gli elementi che hanno caratterizzato l'intera serie, sorta di lungo divertissement pulp-noir, inesauribile nella sua continua riproposta "trasversale" del genere allo stato brado, senza limiti e senza compromessi. E, seppur ben lontano dallo splendore di Bad Chili, che rimane probabilmente l'episodio più riuscito della serie, Capitani Oltraggiosi è la solita lettura piacevole e divertentissima.

Prendendo come spunto di partenza un tragicomico viaggio su una nave da crociera, Lansdale catapulta i suoi due (anti)eroi in Messico, dove Hap conosce biblicamente una bella autoctona e, come da copione, si fa trascinare, assieme a Leo e alle varie altre vecchie conoscenze, in un turbine di violenza, vendette incrociate e squinternati piani inevitabilmente destinati al fallimento. Nulla di nuovo, tutto piacevolmente come al solito, con un colpo di scena bello e molto intenso verso metà vicenda e uno splendido finale. Per essere un sesto episodio, poteva andare molto peggio.

17.10.06

Il gigante di ferro


The Iron Giant (USA, 1999)
di Brad Bird
con le voci di Eli Marienthal, Vin Diesel, Harry Connick Jr., Christopher McDonald, Jennifer Aniston

Cinque anni prima di recarsi alla corte di John Lasseter e spiegargli come fare (meglio) il suo lavoro, Brad Bird già si dilettava a nuclearizzare gli altrui culi con questo splendido gioiello. Ispirato all'omonimo romanzo di Ted Hughes, Il gigante di ferro racconta del piccolo Hogarth e della sua tenera amicizia con un enorme robottone venuto dallo spazio. L'iniziale incapacità di comunicare, le incomprensioni, la paura di chi sta loro attorno, il pericolo rappresentato da un uomo del governo desideroso di spazzare via la minaccia "alienocomunista"... il pensiero va inevitabilmente ad E.T.

Ma il film di Brad Bird non è una semplice fotocopia animata della pellicola di Steven Spielberg, ha una sua anima viva e pulsante, fatta di una sceneggiatura semplice e brillantissima, capace di parlare a cuore aperto mentre si rivolge a un pubblico veramente di tutte le età. Dialoghi frizzanti e gag divertentissime fanno da collante per una vicenda molto meno scontata e piatta di quanto ci si potrebbe aspettare. Il gigante di ferro riflette sulla natura umana, sulla necessità di costruirsi il proprio destino, di crearlo con le proprie scelte e le proprie azioni. Si racconta con una credibilità e una passione tali da assorbire completamente e far dimenticare in un amen l'iniziale sbigottimento di fronte a un'animazione cui (per scelte stilistiche e "atmosfera") non siamo purtroppo più abituati.

Vive grazie ai bei personaggi, stereotipati nella concezione, ma tratteggiati benissimo nella grafica e nella personalità, alle tante idee affascinanti, per esempio il delizioso filmato iniziale sulle contromisure in caso di bombardamento nucleare, e soprattutto alla voglia di realizzare un film. Vero, vivo, senza animaletti umanizzati e numeri musicali, con delle ottime interpretazioni da parte dei doppiatori e una magistrale scrittura dei personaggi. Brad Bird aveva una storia da raccontare e l'ha fatto nel miglior modo possibile, con un film d'animazione intenso e toccante.

14.10.06

Il profumo


Das Parfum (Germania, 1985)
di Patrick Süskind

Ho avuto questo libro in casa, senza leggerlo, per quasi dieci anni. Preso in edicola, nel periodo in cui vi lavoravo, consigliato da colui che in edicola mi dava da lavorare. Nella mia testa, non so perché, doveva essere una specie di thriller in cui il detective era dotato di un olfatto superlativo. In realtà le cose non stanno proprio così, come ho scoperto di recente, quando finalmente, incuriosito dal film in uscita, mi sono deciso a leggerlo.

Il profumo parla di un uomo, Jean-Baptiste Grenouille, che potrebbe tranquillamente essere un mutante dei fumetti Marvel. Emarginato per scelta e necessità, graziato/maledetto da un naso straordinario, tramite il quale può localizzare qualsiasi odore a centinaia di metri di distanza, orientarsi nel buio più completo, distinguere al volo gli ingredienti che compongono un profumo. Eppure lui un odore non ce l'ha e non riesce ad avercelo. Tant'è che decide di dedicare praticamente tutta la sua vita alla ricerca del profumo perfetto, capace di perforare il cuore degli uomini con i suoi effluvi.

Süskind descrive le morbose vicende del suo protagonista in maniera appassionante, raccontando di un essere freddo, la cui unica ragione di vita sono gli odori. Grenouille non osserva, ascolta, tocca o scruta il mondo che gli sta attorno, si limita ad annusarlo. Vive di una percezione totalmente diversa dalla nostra, si invaghisce del profumo delle donne, trascurandone l'aspetto, anela solo a un obiettivo e non si concede praticamente nessuna passione. Addirittura, anche quando giunge a conquistare il tesoro tanto voluto, lo scopre vuoto, inutile, privo di alcuna soddisfazione.

Il profumo è un bel romanzo, breve e affascinante, che rapisce con le sue atmosfere morbose e con un paio di idee folgoranti, ben sviluppate dall'autore. Suskind costruisce un intreccio semplicissimo, ma di grande efficacia e soprattutto riesce ad accumulare molto bene la tensione emotiva, portando a un crescendo finale di grande impatto, che monta fino ad esplodere, per poi risolversi ina una specie di delusa e sfiatata stanchezza postorgasmica.

A questo punto sono davvero curioso di scoprire come Tykwer, un regista che, lo ammetto, non stimo molto, abbia scelto di portare su schermo un romanzo tanto particolare.

13.10.06

Smells like Singstar


883 - Una canzone d'amore
Aretha Franklin - Respect
Barry White - You're The First, The Last, My Everything
Carmen Consoli - Confusa e felice
Carmen Consoli - Parole di burro
David Bowie - Life on Mars?
Depeche Mode - Enjoy the Silence
Dusty Springfield - Son Of A Preacher Man
Elton John - Rocket Man
Elvis Presley - Blue Suede Shoes
Jackie Wilson - Reet Petite (The Finest Girl You Ever Want To Meet)
John Lennon - Imagine
Jovanotti - Bella
Jovanotti - Ragazzo Fortunato
Ligabue - A che ora è la fine del mondo?
Lynyrd Skynyrd - Sweet Home Alabama
Pooh - Uomini soli
Madonna - Papa Don't Preach
Marvin Gaye - I Heard it Through the Grapevine
Nirvana - Smells Like Teen Spirit
Pet Shop Boys - Always On My Mind
Sam Cooke - Wonderful World
The Jackson 5 - I Want You Back
The Police - Roxanne
The Rolling Stones - Sympathy for the Devil
Tina Turner - What's Love Got To Do With It?
U2 - Vertigo
Whitney Houston - The Greatest Love Of All
Zucchero - Con le mani
Zucchero - Diamante

La migliore tracklist da quando esiste Singstar?
Potrebbe anche essere.

Comunque Rocketman, Sweet Home Alabama ed Enjoy the Silence si "giocano" che è un piacere.
Qualcuno me ne stacchi, per favore.

P.S.
Come al solito, scoprire la lista delle canzoni tagliate dall'edizione inglese fa male al cuore:

Black Sabbath - Paranoid
Blur - Parklife
Ella Fitzgerald & Louis Armstrong - Let's Call The Whole Thing Off
Johnny Cash - Ring Of Fire
Patsy Cline - Crazy
Roxy Music - Love Is The Drug
The Monkees - Daydream Believer
The Righteous Brothers - Unchained Melody
The Smiths - This Charming Man

Tutto sommato, ai Pooh potevo anche rinunciare.

Due cose che mi preme comunicare al mondo


Questo simpatico ottobre 2006 si apre su una nota estremamente positiva: Einaudi ha pubblicato l'edizione italiana di Savage Season, con il titolo Una stagione selvaggia. Questo significa che finalmente tutti e sei i volumi della serie di Hap Collins e Leonard Pine godono di una traduzione nella nostra lingua. Bisogna comunque dire che il secondo, Mucho Mojo, è stato pubblicato da Bompiani nel 1994 ed è praticamente introvabile, ma a quanto ne so dovrebbe essere prima o poi ristampato sempre da Einaudi. I successivi quattro, comunque, sono Il mambo degli orsi, Bad Chili, Rumble Tumble e Capitani oltraggiosi. Inoltre segnalo un racconto breve pubblicato online, sempre con protagonisti Hap e Leo. Killer Chili, questo il titolo, è sicuramente ambientato prima di Capitani Oltraggiosi, ma non saprei "piazzarlo" maggiormente. Fra l'altro non è neanche particolarmente bello e mi sembra pure tradotto maluccio. Insomma, lasciate perdere.

L'altra cosa importante è questa. Il primo trailer ufficiale di 300, film tratto dallo spettacolare omonimo fumetto di Frank Miller, che racconta alla sua maniera la battaglia delle Termopili. Ed è una roba bellissima. Il film, che dovrebbe essere in piena fase di postproduzione, è diretto da Zack Snyder, un uomo che sta velocemente diventando un nuovo idolo. Lungi dal considerarlo un gran regista, intendiamoci, ma come pellicola d'esordio ha firmato uno splendido remake di Dawn of the Dead e adesso se ne esce con questa roba. In più, pare stia iniziando a lavorare su Watchmen. Devo dire che un po' lo invidio.

Ah, partorito da gente che sta male, per il piacere di gente che sta male, qui trovate un confronto fra i fotogrammi del trailer e le vignette del fumetto.

12.10.06

Patlabor


Kidō Keisatsu Patlabor (Giappone, 1988/1994)
di Masami Yuki
Edizione italiana a cura di Star Comics

Ritrovarsi a leggere un manga in modalità "tutto d'un botto", specie un manga dalla struttura narrativa ad ampio respiro come Patlabor, è sempre un piacere, oltre che un'esperienza istruttiva. Perché ti rendi davvero conto fino in fondo di quanto in genere il fumetto giapponese esca sacrificato dalla serializzazione. Serializzazione che, perlomeno se ci si limita a quanto visto in Italia fino ad oggi, è proprio quanto di più lontano ci sia da questo tipo di narrativa. Certo, viene praticata, anche solo per motivi di utilità, ma pochissimi sono gli autori che la sfruttano davvero sul piano narrativo e in genere si permettono di farlo solo coloro che realizzano opere strettamente umoristiche.

Siamo ben lontani, insomma, dalle estremizzazioni statunitensi, con saghe che vengono portate avanti per decenni, riferimenti e accenni a brevi eventi sepolti da millenni di pagine e, soprattutto, una meravigliosa capacità di raccontarsi proprio sfruttando i limiti della serialità e cibandosene. Il gusto per il cliffhanger, l'utilizzo perfetto del formato da una ventina di pagine, la rigida divisione in episodi, sono caratteristiche tipiche del fumetto nordamericano e quasi del tutto assenti in quello nipponico.

Ma lo stesso italico modello Bonelli, fatto di corposi albi più o meno autoconclusivi, seppur con un vago accenno di continuity, sfrutta la serialità in maniera più compiuta e consapevole rispetto al manga medio. I giapponesi, infatti, nella maggior parte dei casi costruiscono una specie di lungo romanzo, con una divisione per episodi appena abbozzata, più per necessità editoriali che per reale voglia (capacità?) di sfruttarla.

Patlabor è l'emblema di questa "serializzazione non serializzata". Un unico racconto, diviso in tre atti principali, che prosegue filato dall'inizio alla fine, quasi senza soluzione di continuità. Un racconto fatto di personaggi e relazioni, che affonda le mani nel sociale ed esplora tematiche importanti con un taglio estremamente maturo, non a caso in grado di ispirare ben due lungometraggi diretti da Mamoru Oshii, regista impegnato e politicizzato se ce n'è uno nel panorama dell'animazione nipponica.

Ma di che parla Patlabor? Beh, dell'estremizzazione del concetto nato quasi trent'anni fa con Gundam. La spersonalizzazione del robot, che da macchina umanizzata e invincibile diventa un mezzo fra i tanti, una specie di carro armato ipertecnologico. Nella serie di Masami Yuki i labor sono un'evoluzione di ruspe, gru e quant'altro, macchinari antropomorfi usati per il lavoro industriale. In questo futuro ormai non più possibile - le vicende sono ambientate nel 1998 - l'abuso criminale dei labor spinge le forze di polizia a creare un corpo di difesa apposito, della cui seconda divisione l'autore racconta nascita e sviluppo.

La "serializzazione" del robot raggiunge qui livelli assoluti. Si parla di mezzi sfruttati per un fine, niente di più e niente di meno. Macchine, che devono essere alimentate, che funzionano in maniera fredda e complessa, che non vanno praticamente mai oltre i loro limiti e che non ricordano neanche per sbaglio Daitarn o Mazinga. Yuki concede comunque un simpatico omaggio ai classici robottoni con la protagonista Noa, talmente affezionata al suo labor da chiamarlo per nome e dargli del tu. Ma non va sostanzialmente mai oltre e, anzi, tratteggia come elemento negativo e criminale proprio la macchina più personalizzata, "atletica" e vecchio stile di tutte.

E, nonostante il tema trattato, non c'è quasi azione, in Patlabor. I toni sono quelli del poliziesco maturo, solo con robot, e non esseri umani, a scambiarsi colpi di pistola. La narrazione è affascinante e avvolgente. Yuki sfrutta trovate dal taglio estremamente cinematografico, "monta" le vignette col gusto di un regista, mette fuori fuoco l'insieme per concentrarsi sui dettagli, scava nelle psicologie e nelle motivazioni dei suoi protagonisti. Certo, non rinuncia agli stilemi classici del fumetto nipponico, inserendo personaggi buffi e momenti comici di rottura, ma realizza un manga estremamente particolare, perlomeno nell'ambito delle pubblicazioni "di massa" in cui senza dubbio si inserisce Patlabor.

E il risultato è un gioiello, un manga estremamente e ingiustamente sottovalutato dal grande pubblico italiano, forse perché venduto alle persone sbagliate. Un'opera matura e affascinante, che non si merita di essere confusa con le mille serie d'azione per ragazzi tutte uguali fra di loro che infestano le edicole. Eppure, a conti fatti, è un po' stato quello il suo destino.

11.10.06

Lady in the Water

Lady in the Water (USA, 2006)
di M. Night Shyamalan
con Paul Giamatti, Bryce Dallas Howard, M. Night Shyamalan

M. Night Shyamalan è un signor regista. Su questo continuo a non avere dubbi, nonostante già The Village mi avesse lasciato con l'amaro in bocca e questo Lady in the Water, lo dico subito, mi sia piaciuto ancora meno. È uno che sa cosa fare con la macchina da presa, che la utilizza come pochi altri, dando ad ogni film una forte e riconoscibile impronta d'autore e rendendo ogni immagine un vero piacere per gli occhi. Non solo, le sue pellicole hanno il pregio di presentare diversi livelli di lettura, di soddisfare sia sul piano più immediato, quello della narrazione pura, sia chi cerca opere profonde, personali, cariche di simboli e significati.

Il problema, perlomeno il mio problema, è che tutto questo ha con me funzionato alla grande solo coi suoi "primi" tre film. Il sesto senso, Unbreakable e Signs erano tre splendidi esempi di affascinanti specchietti per le allodole, schiaffati sotto il naso dello spettatore per raccontare in realtà altro. Fantasmi, supereroi, alieni, presupposti flebili e deliranti, raccontati in maniera splendida, credibile e appassionante, ma allo stesso tempo pretesti tramite i quali raccontare la visione del mondo che il loro autore ha.

Ma, se già con The Village si era rotto qualcosa, nel fino a quel momento splendido rapporto fra me e l'indiano, con Lady in the Water la nostra relazione è proprio andata a puttane. Perché nel suo ultimo film, personale, ricco, curato e "caricato" come e forse più di tutti i precedenti, per ampi tratti davvero splendido da guardare e studiare in ogni dettaglio, è mancato per me del tutto il coinvolgimento emotivo.

C'è chi dice che sia perché sono fuori target, perché Lady in the Water, perlomeno nelle sue vesti di semplice racconto, è una favola, e in quanto tale non a me si rivolge. Può essere, però allora mi chiedo come sia possibile che, solo una settimana dopo la visione del film di Shyamalan, Il gigante di ferro, che più favoletta non si può, sia riuscito a farmi venire le lacrime agli occhi per l'emozione, mentre delle vicende di questa anoressica sirena rossiccia non me ne fregava sostanzialmente una beata fava.

Il problema, poi, è che in Lady in the Water ho visto cose che non mi sono piaciute al di là del semplice mancato trasporto per una storia che, per carità, nelle intenzioni è e rimane indubbiamente una leggera e sognante fiaba. Per esempio il personaggio del critico, forse un po' grossolano, posticcio, degno più di un Wes Craven, che di un autore generalmente un filo più sottile, nelle sue allusioni. E gli effetti speciali, grezzi, piatti, capaci di rovinare idee folgoranti come gli occhi nell'erba con creature che, francamente, lasciano rattristati per la loro gommosa sciattezza.

E poi il twist, l'immancabile sorpresa, che qui, invece di rappresentare, come in tutti i film precedenti, un improvviso e - per quanto ampiamente annunciato - stravolgente cambio di prospettiva, si diluisce in tanti piccoli "ribaltoni", che mutano continuamente le convinzioni dei protagonisti. Ed è se vogliamo anche questo, a togliere potenza al racconto, perché dopo un po' il trucco diventa abbastanza prevedibile.

Ora, io non so se tutto questo mancato innamoramento per il film sia un problema mio, o se invece l'abbandono dell'intensità emotiva e narrativa che caratterizzava i suoi precedenti film fosse nelle intenzioni di Shyamalan (anche se quella lunga e didascalica sequenza introduttiva, così perfetta nel togliere qualsiasi parvenza di magia e mistero al racconto, col senno di poi pare quasi una dichiarazione d'intenti). Ma comunque la si voglia leggere, si tratta di una colpa che mi rende Lady in the Water estremamente antipatico. Interessante, bello da vedere, ma troppo freddo, "teorizzato", asettico. Perlomeno ai miei occhi.

9.10.06

[Lunghissimo] Tre giorni a Dublino


Alle 10:20, come dicevo mercoledì, mi partiva l'aereo per Dublino. E io quasi lo mancavo! Per un imprevisto, infatti, non sono riuscito a prendere il Malpensa Express all'orario stabilito e mi sono ritrovato su quello successivo, che aveva pure accumulato venti minuti di ritardo. Il bello è che, mentre io mi struggevo al pensiero di non farcela, dovevo pure sorbirmi l'isteria di una tizia incazzata nera perché rischiava di perdere un volo in partenza alle 11:00.

Ad ogni modo, arriviamo in aereoporto alle 9:45, io balzo fuori e corro su per le due rampe di scale con la tracolla in spalla e il trolley in mano, mi presento ansimante al banco dell'Alitalia e spiego al volo. Le due tizie provano a telefonare a chi gestisce l'imbarco (appena iniziato), ma trovano occupato. Mi dicono quindi di provare a correre. Scatto come un fulmine, supero tutta la coda ai controlli a colpi di "scusate... mi parte l'aereo...", sorpasso l'ostacolo e arrivo giusto in tempo, quando William e Rodolfo di Halifax stavano zompando sul pulmino.

Da notare che nel frattempo arrivava, in ritardo di un'ora, l'aereo con a bordo Stefano Mancini di Play Press. Ovviamente i geni di Alitalia decideranno di non attendere i poveretti romani e dirottarli a Parigi, da dove avrebbero preso poi un terzo aereo per Dublino. Arrivato alle 17:30, un moribondo Stefano sarà poi caricato in macchina e portato a un pub, dove ci aspetterà per un'ora annegando nella birra. In tutto questo, noialtri arriviamo invece a destinazione e veniamo accolti dall'inevitabile branco di belle pupattole assoldate da Konami (mi sento di dire che si dimostreranno le migliori viste in questi cinque anni, fra l'altro).

L'albergo è ovviamente solo ottimo e lussuoso. La stanza destinata a me e Stefano è costruita su due piani, con una specie di salotto all'ingresso e una scala che porta in basso verso camera da letto (tre postazioni) e bagno. All'interno si trovano degli ottimi e gentili omaggi: un borsone Reebok già pronto per diventare attrezzo ufficiale dei giovedì sera calcettistici e al suo interno una bella maglietta a tema PES6, una pessima maglietta da indossare per il torneo-stampa, un simil k-way griffato Konami e l'uniforme per il calcetto (calzini, pantaloncini e maglietta con maniche lunghe, il tutto di colore azzurro).

Dopo la fase di ambientazione e un pranzo in stile Subway, è subito ora di partire per la fabbrica della Guinnes, che si rivelerà una delusione grandissima, avendo totalmente cambiato faccia rispetto alla mia visita nell'agosto del 2000. Praticamente è diventata un'attrazione modello Gardaland, un parco a tema all'americana, certo con qualche trovata simpatica, ma nel complesso abbastanza deprimente. Carino comunque il bar da degustazione all'ultimo piano, completo di mega vetrata con vista sulla città. Un buon modo per cominciare a riempirsi di birra.

Dopo la visita alla fabbrica ci si sposta in un simpatico pub, nel quale l'alcolismo prosegue, ma viene integrato dagli alimenti ufficiali dell'Irlanda: carne e patate. Per la precisione, io mi prendo un "appetizer" fatto di roasted bacon rib (o qualcosa del genere) immerse in una specie di salsa che aveva sicuramente i peperoni fra gli ingredienti principali. A seguire un bisteccone di dimensioni cosmiche. La serata procede tranquilla e, al ritorno in albergo, il collasso è abbastanza immediato.

Giovedì mattina, dopo una colazione abbondante (di fronte a salsiccia, pancetta e uova strapazzate non mi tiro mai indietro), si comincia con l'intervista a Shingo "Seabass" Takatsuka, che quest'anno si è presentato da solo, invece che col solito corredo di cinque/sei membri del team. Shingo, che per inciso ormai mi riconosce al volo, è simpatico e disponibile come sempre, si fa quattro risate quando gli regalo il poster di PSM post-Mondiali e promette che farà il possibile per inserire il coro di Seven Nation Army nel prossimo episodio. All'intervista partecipano anche due colleghi israeliani, che si riveleranno fra le compagnie più piacevoli della permanenza irlandese.

Dopo un pranzo francamente abbastanza squallido (tramezzini e salatini), il pomeriggio è di totale scazzo e relax. Ci sarebbe la possibilità di farsi un bus tour in città, ma il brutto tempo e il fatto di aver già visitato il posto in passato mi fanno propendere per le opportunità offerte dall'albergo: in soldoni, oltre a cazzeggiare e provare la versione 360 di PES6 (che per la cronaca è notevole, molto meglio dell'orripilante demo che avevo visto in redazione), mi infiltro nella SPA e mi faccio fare un massaggio "head & shoulder" e una specie di trattamento alla faccia. Ne uscirò come uomo nuovo.

Cena a parte, la serata è dedicata al torneo di PES6. La fase a gironi (organizzata in gruppi da 3 o 4 partecipanti dei quali si qualifica solo il primo classificato) per me si rivela di una semplicità onestamente imbarazzante. In pratica, mi ritrovo in un girone da tre, ma uno dei due miei avversari non si presenta. Mi tocca quindi solo abbattere un olandese volenteroso e simpatico, ma che proprio nun glie la fa. Io gli do una mano giocando malissimo e regalandogli almeno un paio di occasioni onestamente clamorose per raggiungermi sull'uno pari, ma Buffon ci mette una pezza e nel secondo tempo dilago vincendo 4 a 0 (quarto gol segnato di testa da De Rossi su corner di, ROTFL, Gattuso).

Ah, giusto, uso l'Italia. 442 con Buffon, Grosso, Nesta, Cannavaro, Zambrotta, Pirlo, Del Piero, Camoranesi, Totti, Gilardino, Toni. Altri uomini usati: Oddo, a sostituire quasi sempre uno stanco Grosso nella ripresa, Zaccardo, entrato almeno una volta per Zambrotta, Gattuso, messo una volta al posto di Del Piero (con Pirlo spostato in avanti), Inzaghi, che ha dato il cambio a un moribondo Toni nel quarto di finale, e De Rossi, sostituto fisso di un Totti sempre cotto nel finale. Considerazioni sparse: Grosso mi sembra ancora un po' una merda rispetto a come potrebbe essere. Per quanto riguarda Toni, invece, Seabass in persona, nell'intervista, si è scusato perché non l'hanno ancora reso forte come nella realtà. Detto che è vero, è comunque stato il mio capocannoniere.

Il torneo prosegue all'insegna del contrappasso. Dopo aver affrontato un girone onestamente vergognoso, la parte del torneo ad eliminazione diretta mi vede spedito nel lato infernale del tabellone. Agli ottavi di finale incontro il terzo classificato dell'anno scorso, vale a dire Stefano. Il mio primo tempo è onestamente inguardabile: vengo preso a pallonate per 44 minuti, subisco solo un gol grazie a vari interventi divini e al quarantacinquesimo minuto pareggio, certo con un'azione molto bella (finalizzata da Toni), ma in maniera onestamente immeritata.

Nel secondo tempo mi ripiglio e il match si fa più equilibrato. Il pallino del gioco rimane in mano a Stefano, ma io riesco a contrastarlo meglio e, nel complesso, mi faccio valere (si segnala addirittura una splendida azione, quasi conclusa a rete con una rovesciata di Toni). A conti fatti, poi, bisogna dire che se anche lui ha avuto il doppio delle occasioni, il numero di tiri nello specchio è stato lo stesso (tre a testa). Ad ogni modo, il vantaggio lo trovo onestamente sculando un po': il mio solito pressing insistito dà i suoi frutti, quando, nel tentativo di uscire dall'area di rigore senza spazzare, Stefano perde palla sulla tre quarti. Ovviamente non mi faccio pregare e lo punisco con un tiro da fuori di Gilardino.

Vista l'aria che tira, decido di alzare le barricate e riesco in qualche modo a tirare fino alla fine, per la gioia mia e della mia preferita fra le figone che fanno da hostess, la quale apparentemente, sembra aver deciso di tifare per me (o quantomeno di far finta). Stefano non prende molto bene la sconfitta, ma in effetti lo si può capire. Il lato infernale del tabellone prosegue con tale Sebastien Hutton, il quale si fregia di un nick poco impegnativo come "Socrate" ed è nientemeno che il secondo classificato dell'anno scorso (e terzo dell'anno precedente, quando vinsi il torneo). Onestamente, la tensione sale.

La partita, lo dico subito, è l'emblema ultimo del contrappasso, dato che questa, onestamente, meritavo eccome di vincerla, e invece mi vede uscire, sconfitto ai rigori per la terza volta in cinque anni (la seconda consecutiva). Sempre da un francese, sempre diverso. A magra consolazione il fatto di aver dato vita probabilmente (e onestamente) al match più bello e appassionante dell'intero torneo, con la folla scatenata e interamente radunata a seguirci, un tifo sfegatato e una serie di facce meravigliose che ci osservavano (dalla figa di cui sopra, a un meraviglioso inglese ubriaco fradicio che si faceva le matte risate guardando le mie smorfie).

L'avvio è da mani nei capelli: al terzo minuto, su un cross dalla sinistra, Nesta sbaglia il rinvio di testa e serve il più facile degli assist, a un metro dalla porta, a Govou. Trovo però quasi subito il pareggio, con una rasoiata mancina di Totti, di prima, dal limite dell'area. Il bilancio del primo tempo, comunque, è onestamente sconfortante: della decina di tiri miei, solo uno va in porta, mentre l'infame si ritrova per tre volte davanti a Buffon. Tre tiri, tre gol.

Non esiste che te la renda così facile, amico. Nella ripresa entro in modalità Terminator: sguardo assatanato, smorfie da disarticolazione mandibolare, sbuffi, imprecazioni, nervosismo, movimento delle mani meccanico e iperveloce, sudorazione azzerata. Il ragazzo non vede palla e viene seppellito dalla mia mole di gioco. Poco dopo il cinquantesimo, rubo la boccia con una scivolata di Totti poco fuori dall'area di rigore: la palla rotola davanti a Toni e non ci penso un attimo a colpirla subito e fortissimo. Rasoiata nell'angolino basso, 3 a 2.

Subito dopo mi viene annullato un gol di Gilardino per fuorigioco evidente. L'unico a non rendersene conto è Rodolfo, che esulta nel silenzio. Ma l'appuntamento col pareggio è solo rimandato: intorno al settantesimo, conquisto un calcio d'angolo. Sento una voce (Stefano) da lontano dirmi "Cerca Toni". Del Piero accarezza il pallone, che va a depositarsi dolcemente sulla testa di Toni, il quale lo allunga sul secondo palo, a togliere le ragnatele dal sette. Tre a tre, folla in delirio, urla di gioia e sgomento.

Nei minuti successivi, sostanzialmente, perdo la partita, perché godo per ancora un po' del "momentum", ma non riesco a sfruttarlo e si va ai supplementari, dove Sebastien torna a fare conoscenza con la mia metà campo e, bisogna dirlo, sfiora anche il gol un paio di volte. Ad ogni modo, onestamente, l'occasione più limpida ce l'ho io all'ultimissimo minuto: palla sui piedi di Gilardino nell'area piccola, Barthez in uscita disperata, tiro. Purtroppo non ho la lucidità di premere R1 per fare il tocco sotto e la palla viene respinta. Si va ai calci di rigore. Mi alzo e vado ad abbracciare il tipo per suggellare, comunque vada, la partita micidiale. Ho le palpitazioni.

Non avendo, ahimé, in campo i cinque di Berlino, rimescolo l'ordine dei rigoristi. Il francese segna il primo, tirato centrale. Ora, questa cosa dei rigori centrali è particolare: onestamente, o sei abituato a tirarli, o non lo fai praticamente mai. Io non sono abituato a farlo e, infatti, non sto mai fermo col portiere nel tentativo di parare un rigore centrale. Non mi viene proprio spontaneo farlo. Considerando poi che i rigori a PES sono solo una questione di culo (al limite di intuito), dato che si sceglie dove andare e fine, il rigore centrale, contro uno come me, diventa un'arma quasi infallibile, che peraltro il francese userà quattro volte su sei.

Ad ogni modo, il mio primo rigorista è Del Piero: gol. Il secondo francese sul dischetto è Henry. Penso: "Con lui non lo tiri centrale, perché è forte e te la senti di giocarti il rigore tirato bene". E infatti Henry incrocia alto, sulla sinistra, ma io mando Buffon proprio da quella parte e lo paro. Gilardino non sbaglia e, per la prima volta in carriera, mi trovo in vantaggio ai calci di rigore. Qui entra in gioco un'altra caratteristica onestamente fastidiosa dei rigori di PES: talvolta, probabilmente quando rilasci la croce direzionale con leggero anticipo, il portiere (o il tiro) rimane centrale, anche se tu volevi mandarlo a lato. Ecco, sul terzo rigore del francese io resto involontariamente fermo, anche se comunque mi sarei tuffato dalla parte sbagliata. Questa cosa fastidiosa, però, tornerà tragicamente d'attualità più avanti. Al terzo e quarto giro di rigori andiamo entrambi a segno, io con Pippo Inzaghi (volontariamente tirato centrale) e Pirlo, lui con non ricordo chi. Ma la tragedia è dietro l'angolo.

Il mio quinto rigorista è Oddo. Ora, Oddo, quello vero, con il penalty trasformato sabato contro l'Ucraina, è a tredici rigori segnati consecutivi. Tredici. Il mio, palesemente il più importante della sua squallida carriera da laziale di merda, lo manda a lato. Sulla sinistra, a mezz'altezza. Fuori. Si va a oltranza, ma finisce subito.

Il francia mette a segno il sesto rigore, tirandolo centrale (tre rigori centrali consecutivi e io neanche una volta ho tenuto Buffon fermo, ma sarò coglione?) e poi tocca a De Rossi. E qui succede il patatrac: l'intenzione è di tirarlo nell'angolino in basso a destra, ma invece mi esce centrale. Barthez fermo, palla respinta, fine di tutto. Congratulazioni, pacche sulle spalle, gente di varie nazionalità mi viene a dire che sono stato sfortunato. La mia risposta standard, con sguardo perso nel vuoto è "È la terza volta che perdo ai rigori con un francese" . Un simpatico inglesino, contro cui avevo giocato tre anni fa, mi risponde "Sei come gli inglesi". "Beh, sono come gli italiani, anche". Da notare che il ragazzo, occhio vispo, aveva pure notato il fatto che l'ultimo rigore non volevo tirarlo centrale.

Comunque, mentre io vago con lo sguardo perso nel vuoto in modalità "anima in pena", si disputano le semifinali. Sebastien arriverà in finale, dove sarà preso a calci in faccia da un simpatico inglese col ricciolo. Onestamente, non so se avrei saputo fare meglio di lui. Quando gli si farà notare che arriva sempre secondo, comunque, Seb risponderà: "Come nella vita". Complimenti!

La serata in teoria proseguirebbe in un night club di fianco all'albergo, ma io sono piuttosto stanco e me ne vado in camera. Controllatina alla mail e via a letto, anche se ci metterò un secolo a prendere sonno, immagino per colpa dell'adrenalina e dei litri di coca cola. L'indomani, comunque, ci aspetta una giornata fisicamente impegnativa.

Il terzo giorno, venerdì, colazione a parte, si svolge interamente nella tenuta del castello di Humewood, dove ci trasferiamo in tarda mattinata. Qui si disputa il torneo di calcetto, su campi in erba vera, nel senso che si tratta di un prato bello umido e infangato sopra al quale sono stati messi un tendone, delle pareti e delle porte. Regole strane: non esiste il fuori (cosa di cui mi avvantaggerò molto, facendo valere ciccia e agonismo per uscire vincente da tutti i contrasti appoggiandomi al muro con le mani), i portieri non possono toccare la palla fuori dall'area neanche coi piedi, gli altri giocatori non possono toccare la palla dentro l'area e non si può alzare la boccia al di sopra dell'altezza del muretto.

Teoricamente noi due italiani avremmo dovuto giocare, come l'anno scorso, assieme agli spagnoli. Invece, dato che molte "nazionalità" hanno rappresentanze scarse di numero, c'è una strana rimescolanza: io e Stefano ci troviamo in squadra coi quattro giapponesi, uno svizzero e uno svedese (cogliendo al volo l'occasione per impadronirci anche dell'ottima uniforme rossa). I giapponesi sono Seabass, il grande e sempre simpaticissimo interprete Aki Saito, un tipo che si vede già da un paio d'anni (che all'E3 fece da interprete), ma di cui non so il nome (lo chiamavamo "lo schiavo" perché stava sempre dietro a Takatsuka) e, infine, il mitico Kazuhisa Akutagawa, fotografo in spedizione per conto di una rivista nipponica.

La prima partita, contro i francesi, io e Kazu la guardiamo interamente da fuori (giocheremo per intero le successive). Mi sento immodestamente di dire che questo sia fra i motivi per cui finisce in una sfortunatissima (quattro pali colpiti da noi) sconfitta per 3 a 1. La seconda partita è contro gli spagnoli (che hanno in squadra anche l'israeliano capellone). Il primo tempo lo gioco in porta, con esiti altalenanti, ma quando esco dai pali troviamo finalmente l'assetto definitivo: Kazu splendido e quasi imperforabile portiere, io corro dietro a qualsiasi cosa si muova, gli altri pensano a fare gol. Perdevamo 3 a 1, finisce 3 pari (e il terzo gol è un'autorete da me "provocata" con pressing furioso), con un anche la vittoria sfiorata su un palo clamoroso colto nel finale da Stefano.

La terza partita è contro i temibili britannici, che razzolano tutti gli altri con almeno tre gol di scarto e vanno infatti poi a vincere il torneo. Beh, onestamente, siamo gli unici in grado di farli soffrire, tanto che finirà 2 a 1 per loro solo grazie a un'invenzione nel finale e verranno tutti a farci i complimenti. Fra l'altro, prima della partita tutti sostenevano che giocare contro questi fosse una merda, perché menavano. Ovviamente io mi sono divertito un sacco, dato che sono il primo a far sentire il culo in faccia all'avversario.

Come quarto match ci tocca la combo olandese/portoghese, vale a dire gli unici in grado di rivaleggiare con gli inglesi per la vittoria finale. Guidati dal mio biondo avversario nel girone di PES, i ragazzi giocano effettivamente bene, ma nulla possono contro l'ormai rodata e oliata macchina che siamo diventati. Per tre volte vanno sotto e per tre volte pareggiano, ma poi prendiamo il largo grazie alla doppietta di Schiavo e la vittoria è nostra, con abbracci, fraternizzazioni e scene d'amore dei maschi. Con questa vittoria, fra l'altro, regaliamo il primo posto matematico agli inglesi.

L'ultimo match è accademia, anche se ci vale il podio. La squadra tedesca non può nulla contro il nostro vigore e viene seppellita di gol. E qui nasce il rimpianto per le prime due partite buttate un po' via, dato che tutto sommato avremmo potuto giocarcela con gli inglesi. Ma soprattutto spiace che non ci sia, come era accaduto l'anno scorso, una seconda fase con semifinali e finali. Magari...

Nel post partita, a pranzo, mi faccio una piacevolissima chiacchierata con Kazuhisa. Personaggio spettacolare, simpaticissimo e alla mano. Mi porge ovviamente il suo biglietto da visita, ma non posso ricambiare perché i miei li ho scordati in albergo. Il ragazzo, ingenuo, si stupisce quando si rende conto di quanti calciatori giapponesi conosco. :D

Il resto del pomeriggio ci vede presi in attività "collaterali", per la precisione cazzeggio, tiro con l'arco e tiro al piattello. Nel primo me la cavo alla grande, nel secondo centro più volte il bersaglio (grazie anche ai consigli di una avvenente irlandesina), ma non realizzo mai un centro perfetto, nel terzo colpisco un piattello su quattro al primo giro e tre (in fila) su dieci al secondo. Pomeriggio piacevolissimo, anche se punteggiato da qualche fastidioso rovescio di pioggia.

Il banchetto finale è un delirio di carne, pesce e vino rosso. Le pulzelle vagano vogliose di servirci e al tavolo si beve assai anche per lo sfizio di farci venire a versare altro vino da questa o quella figliola. Nel finale di serata un Seabass completamente sbronzo fa il giro dei tavoli sorretto sulle spalle da Aki Saito, generando ilarità diffusa (anche perché di sobri ce n'è pochini). Il ritorno all'albergo, poi, è un delirio, con la coda dell'autobus occupata da un gruppo italo-israeliano-franco-nipponico.

Kazu dà spettacolo e tiene testa all'israeliano capellone, che francamente fa un po' troppo il fenomeno e prende un po' troppo per il culo. Comunque, ci si diverte, anche sfogliando la rivista di "soccer & lifestyle" su cui scrivono i tre giapponesi presenti. All'arrivo in albergo mi fiondo in camera per mollare la borsa e recuperare un biglietto da visita da mollare a Kazu. Dopo un po' di cazzeggio e i saluti, ci si congeda. Il giorno dopo, sostanzialmente, è solo dedicato alle preparazioni, agli ultimi saluti e al viaggio.

Come al solito, infatti, noi italiani torniamo prima, anche se questa volta ci siamo fermati più dei soliti due giorni scarsi. Il che è stato ottimo, perché una volta tanto ho avuto modo di chiacchierare un po' con gente che veniva dai posti più lontani. Ed è sempre un piacere. Pessimo, purtroppo, tornare con un giorno di anticipo. Intanto perché ancora una volta non ho potuto assistere al torneo dei giocatori "veri" (svoltosi sabato sera), poi perché non ho potuto salutare Andrea Parisi, il secondo classificato delle qualificazioni italiane, che avevo conosciuto l'anno scorso, e infine perché la Francia ha perso con la Scozia, mentre l'Italia ha domato l'Ucraina. Vuoi mettere le prese per il culo che sarebbero volate coi giornalisti francesi?

4.10.06

E si riparte...


Di nuovo in giro, ovviamente per lavoro, eh! Alle 10:20 mi parte l'aereo per Dublino, dove mi dirigo come ospite di Konami per l'annuale appuntamento con Pro Evolution Soccer. Si tratta della quinta edizione di un evento durante il quale la stampa di tutta Europa ha la possibilità di incontrare gli sviluppatori di KTYO per far due chiacchiere. Di contorno, una serie di robe interessanti, tipo il campionato europeo di PES a cui partecipiamo noi sfigati pseudogiornalisti, la possibilità di visitare il posto che ospita l'evento e altre sciccherie. In corrispondenza della cosa si svolgono anche le finali del campionato europeo di PES "vero", a cui partecipano i pazzi che si sono fatti le varie eliminatorie in giro per l'Europa.

Le prime due edizioni si sono svolte a Grindelwald, sulle Alpi svizzere. Il primo anno mi sono presentato alla guida della Danimarca e sono uscito agli ottavi di finale, sconfitto ai rigori da un francese maledetto. Attività collaterali: bere vin brulé mentre guardo gli altri giornalisti che fanno bungee jumping. L'anno successivo ho deciso di prendere in mano l'Italia, anche se usando un modulo sperimentale e disastroso. Sono uscito di nuovo agli ottavi, questa volta però contro un simpaticissimo giornalista inglese. Giocare contro i britannici è impossibile, perché ti ritrovi travolto dal tifo alcolico dei loro compari. E infatti ho perso 3 a 2 in rimonta, seppellito dalle urla, una partita che stavo vincendo per 2 a 1. Attività collaterali: giro in elicottero fra i monti e aperitivo servito in cima ad un ghiacciaio.

Il terzo anno è stato quello buono. Il posto non era male, un bell'albergo a Nizza, ma le attività collaterali non si sono viste nemmeno per sbaglio, perché la permanenza di noi italici è stata ancora più breve del solito. E del resto ancora più grossa del solito è stata la rosicata nel sapere che i giornalisti inglesi si fermavano vari giorni, partecipando pure a un torneo di calcetto e godendosi il mare. Comunque, dicevo, è stato l'anno buono, perché ho vinto il torneo. Italia, 343, Cassano show. Girone dominato e chiuso al primo posto, nonostante la sconfitta con un portoghese catenacciaro (che poi mi confiderà "Tutti gli anni batto quello che vince il torneo"). Ottavi di finale vinti ai supplementari con un francese: lui mi abbatte Vieri, io lo sostituisco con Inzaghi, che segna tre gol, ma mi faccio raggiungere sul tre pari e ai supplementari vado a vincere con gol di Zambrotta. Ai quarti di finale gestisco agilmente un pusillanime olandese, mentre la semifinale la rubo clamorosamente, andando sotto 1 a 0 con un bravo spagnolo e vincendo grazie a due gol di rapina, segnati (entrambi!) rubando palla su rimessa del portiere.

In finale becco un tedesco che l'anno prima mi aveva devastato nella fase a gironi. La partita è bella, equilibrata, tesissima, anche perché si svolge su un palco, con tanto di immagini proiettate su schermo gigante e tifo scatenato dei presenti. Dopo aver sbagliato a porta vuota con Zambrotta, vado sotto 1 a 0, ma riesco a pareggiare e portare il match ai supplementari. Al centoventesimo, con entrambe le squadre ridotte in dieci uomini, contropiede e gol di Cassano, trionfo e delirio.

L'anno successivo, che poi è l'anno scorso, l'evento si è svolto a Porto Cervo. Inutile raccontarlo, dato che l'ho già fatto qui (prego chi non è abituato a seguire it.fan.studio-vit di non scandalizzarsi per il linguaggio, si fa per ridere :D). Per chi non ha voglia di leggersi anche quella sbrodolata, basti sapere che sono uscito ai rigori, ai quarti di finale, contro il francese che ha poi conquistato il torneo (vincendo tutte le partite ai rigori). Per chi invece ha avuto la forza di arrivare a leggere fino qui, posso dire che il blog, a meno di eventi strani, non sarà aggiornato perlomeno fino a sabato. Non mi porto infatti dietro il portatile della Rumi e non credo di nutrire alcun interesse nel testare il funzionamento dell'interfaccia di Blogger con il browser PSP.

Appuntamento quindi a fra un po' di giorni, quando probabilmente agli argomenti che ho già in canna (Patlabor, Il profumo, Lady in the Water...) si saranno aggiunte un po' di cose viste e/o vissute in trasferta. Nel frattempo cercherò di godermi queste giornate di duro lavoro.

2.10.06

Pirati dei Caraibi - La maledizione del forziere fantasma


Pirates of the Caribbean - Dead Man's Chest (USA, 2006)
di Gore Verbinski
con Johnny Depp, Orlando Bloom, Keira Knightley, Bill Nighy, Jack Davenport, Jonathan Pryce

Mi rendo conto di andare forse un po' controcorrente, ma questo Forziere fantasma mi è piaciuto decisamente più della Prima luna. Magari è perché il precedente film l'ho visto sul minuscolo schermo di un volo transoceanico, che proprio non è la sua sede (ma la spettacolare visione del secondo all'Arcadia mi ha privato della recitazione originale di Depp, ben altra cosa rispetto a un doppiaggio comunque di buon livello). O magari è perché, col mio adorare la serialità, non posso fare a meno di apprezzare un secondo episodio tanto riuscito nel dare seguito a vari discorsi che potevano tranquillamente essere considerati chiusi e nel porre intriganti basi per l'appuntamento conclusivo.

Sta di fatto che questa seconda incursione nel mondo piratesco Disney mi ha convinto con la sua scanzonata baracconaggine, coi suoi toni a tratti anche molto cupi, col suo sbrodolante non farsi problemi di durata per dare il giusto spazio a tutti i personaggi (tanti, belli e ottimamente tratteggiati) e con quel "season finale" da telefilm. Gli si può forse imputare un avvio un po' faticoso, un certo ritardo nel prendere il ritmo travolgente che caratterizza tutta la seconda parte, ma non vedo quali altri critiche muovere a un'operazione che si propone come baracconata d'alto profilo e non pretende di essere altro.

Verbinski svolge il suo lavoro di bassa manovalanza, con una regia banale, prevedibile, ma efficace e perfetta per questo cinema di puro entertainment. E a conti fatti mi han divertito più queste due ore e mezza di cappa, spada e tentacoli rispetto ai presuntuosi capricci di Lucas e alla tanto decantata saga di Peter Jackson, che tutto sommato mi aveva davvero convinto solo col primo film.

E invece questa nuova e sottovalutata trilogia è un bel ripescare tutti gli stereotipi pirateschi possibili ed immaginabili, creando un minestrone che per certi versi ricorda invece il miglior Lucas, quello di fine anni Settanta. Il gioco di rimandi, poi, è talmente ampio da non poter fare a meno di trovare piacevoli similitudini, volute o meno che siano, con le fonti più disparate, compreso materiale anche molto recente come The Secret of Monkey Island e One Piece.

Ottimi, infine, gli effetti speciali, che davvero meritano una menzione per la capacità di rendere credibili polpi giganti e uomini-pesce assortiti. La prima apparizione di Davy Jones, così tremenda e posticcia nel suo dialogo faccia a faccia con un pirata umano che fissa il vuoto, è orripilante. Ma si tratta di un inspiegabile inciampo, ben distante dallo splendore di tutto ciò che viene dopo. Anche sotto questo profilo i pirati cagano in testa agli Jedi e ai loro pupazzetti incollati sul fondale di fronte ad attori spaesati.

Insomma, per quanto mi riguarda, convinta promozione, certo lontana dal massimo dei voti, ma priva di alcun dubbio. Con la speranza che il terzo episodio non replichi il colossale tuffo nella merda di Matrix Revolutions.

1.10.06

Shrek 2


Shrek 2 (USA, 2004)
di Andrew Adamson, Kelly Asbury e Conrad Vernon
con le voci di Mike Myers, Eddie Murphy, Cameron Diaz, Antonio Banderas, Julie Andrews, John Cleese, Rupert Everett, Jennifer Saunders

Una volta ci può stare, alla seconda il dubbio mi è venuto, ma a questo punto tenderei a darlo per scontato: i film d'animazione Dreamworks, perlomeno quelli in CG, non sono nelle mie corde. Antz l'avevo trovato eccessivamente cerebrale, freddo, costruito a tavolino, in quel suo piatto scimmiottare il più banale Woody Allen. Shrek mi aveva dato un'impressione di discreto squallore, con quella pessima colonna sonora, quell'appoggiarsi quasi esclusivamente su gag fatte di citazioni trite e ritrite e, diciamocelo, quel deprimente messaggio finale inneggiante all'omologazione. Madagascar, pure, nonostante le deliranti e intriganti invenzioni visive, mi era sembrato mostruosamente freddo e sbagliato nei tempi comici. E con Shrek 2 va sempre peggio.

Intendiamoci, si tratta di film a tratti molto divertenti, che ogni tanto ti sorprendono con gag davvero azzeccate. L'orco che si presenta alla fabbrica della fatina fingendo di essere un sindacalista è fantastico, così come molto divertenti sono alcune rielaborazioni degli stereotipi fiabeschi. Il gatto con gli stivali, poi, doppiato da un adorabile Banderas, sfrutta al massimo qualsiasi gag sia possibile estrarre dall'umanizzazione dell'animale ruffiano per eccellenza.

Eppure, fra un lampo e l'altro, per buona parte della visione di Shrek 2 ho respirato piattezza, insoddisfazione, a tratti perfino noia. Una comicità goffa, stanca, nata vecchia, sempre pronta a rifugiarsi nell'ennesima, stantia citazione quando non si sa più cosa inventare. Sarà anche un luogo comune, ma i film Pixar, anche quelli meno riusciti, mi sembrano davvero un altro pianeta, e non solo sotto il profilo tecnologico.