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31.1.07

Chiuso per manutenzione



Foto sostituita su richiesta di Colei che Passa le Medicine.

L'allucinante viaggio di ritorno da Las Vegas (prima o poi ve lo racconterò, nel frattempo potete dare un'occhiata al blog dell'Abbelli per la sua descrizione) mi ha lasciato in dote ventiquattro ore di febbre a 39. Dopo, per l'appunto, ventiquattro ore e quattro bombe di efferalgan, la temperatura si è fissata nella notte fra i 36.5 e i 37.5, dove oscilla tuttora. In accompagnamento, torcicollo a 360 gradi e, a fasi alterne, una spolverata di mal di testa. Ci leggiamo quando risorgo.

27.1.07

Death Valley, un assaggio







26.1.07

giopep in Japan - Emperor Tsubasa


DISCLAIMER: Questi racconti si basano sulla mia esperienza diretta e sulle mie conoscenze personali. Posso quindi finire per scrivere inesattezze, magari anche scemenze colossali. Eventuali correzioni saranno più che gradite.

Tokyo, 23 dicembre 2006.
Il risveglio, come ovvio, è abbastanza anticipato. Del resto, fra fuso orario e stanchezza, ci siamo addormentati molto presto. Io mi desto intorno alle 6:30, ma Elena è anima in pena vagante già da almeno un'ora. Dopo esserci serviti un the con l'apposita attrezzatura presente in camera, ci prepariamo a uscire. Il programma della mattinata prevede un giro al palazzo imperiale, che di norma apre le sue porte solo su prenotazione, a chi segue una visita guidata di quelle gestite dalla Imperial Household Agency. Oltretutto la cosa non si può fare durante il fine settimana. Epperò, il 23 dicembre è il compleanno dell'imperatore, e questo cambia tutto, dato che si tratta di uno degli unici due giorni (l'altro è il 2 gennaio) in cui l'accesso è aperto a tutti, seppur regolato nell'afflusso: si entra dalle 9:30 alle 11:20 e si viene fatti avanzare a scaglioni, per assistere a una delle tre apparizioni (10:20, 11:05, 11:40). Il popolino può così entrare in zone normalmente ad esso precluse e salutare la famiglia imperiale, che si affaccia da una balconata (protetta da vetri antiproiettile). Insomma, un evento sfizioso, curioso e impossibile da schivare, considerando che capitiamo in zona proprio in quei giorni. Oltretutto, rappresenta anche l'unico modo per visitare in giornata il parco orientale del palazzo (altrimenti noto come Higashi Gyoen), normalmente aperto al pubblico, ma momentaneamente chiuso.

Visto che è tutto sommato presto, decidiamo di andare fino al palazzo a piedi, seguendo la ferrovia e cazzeggiando attorno alla zona della Yamanote. La prima tappa, però, è rappresentata da un posto in cui fare colazione. Ci infiliamo così in un Doutor che si trova subito fuori dalla stazione di Shimbashi. Doutor è sostanzialmente un clone giapponese di Starbucks, specializzato però nel solo caffé. In pratica, niente cioccolata calda. Si va quindi di cappuccino e dolciume vario. Il tutto è gestito in maniera molto occidentale, comunque. Una volta consumata la colazione, il vassoio va schiaffato su una specie di mensola, da cui chi si occupa di pulire lo recupera senza passare dal via. Lì di fianco c'è sempre una postazione da cui pescare un bicchiere d'acqua: può essere una brocca o un rubinettino, in ogni caso ci sono svagonate di bicchieri per servirsi tranquillamente.

Una volta gestita la colazione, decidiamo di passare dall'ufficio biglietti della JR per prenotare il viaggio sullo Shinkansen: ci muoveremo nel periodo di capodanno e, da quanto abbiamo letto, se c'è un momento dell'anno in cui l'intero Giappone si mette in viaggio, è proprio quello. La gestione della cosa è tranquilla e semplice, perché la tipa dietro al bancone si esprime molto bene in inglese. Fra l'altro, osservare gli impiegati JR al lavoro è davvero affascinante, perché gestiscono il tutto agendo su un enorme touch screen e, contemporaneamente, una specie di mega tastiera stranissima. Vederli muovere abilmente le mani sui due sistemi di controllo è ipnotico.

Prenotiamo insomma il biglietto per l'andata verso Kyoto (prevista per il 28 dicembre) e decidiamo improvvidamente di non portarci avanti e prenotare anche il ritorno ("Ma sì, dai, riflettiamo un attimo sull'orario e prenotiamo più avanti, tanto non sembra problematico"). Riparte quindi la marcia verso il palazzo imperiale, effettuata sostanzialmente costeggiando il fronte occidentale della ferrovia, passando di fianco a spettacolari alberghi, affascinanti ristorantini e una sede di Bic Camera (ne parlerò in futuro). Dopo una piacevole camminata arriviamo nella zona della Tokyo Station e, prima di dirigerci verso il palazzo, diamo una veloce esploratina, per individuare meglio il punto (davanti al Marunouchi Building) in cui dovremo incontrarci con Kazuhisa. Orientarsi si conferma abbastanza semplice, sicuramente anche grazie alle mappette della Rough Guide, ma soprattutto perché davvero ovunque ci si giri si trovano per strada mappe più o meno dettagliate pronte per essere consultate dai turisti. E finalmente giungiamo nell'area del palazzo imperiale. E c'è una marea di gente.




Una volta passato il ponticello per superare il fossato esterno, ci si incammina per il vialone, che porta all'area dei controlli. Lungo la strada incappiamo in un gruppo di tizi e ragazzini che distribuiscono bandierine del Giappone fatte in carta di riso, pronte per essere sventolate quando sarà il momento topico. Poi ci sono una serie di tappe in cui vengono controllate velocemente le borse, le tasche eccetera... un po' tipo ingresso allo stadio. Passati i controlli, ci si intruppa in fila e si sale verso il ponte che conduce all'ingresso dell'area interna, quella in cui normalmente non si può entrare. Mentre in alto comincia ad apparire il palazzo, facciamo caso a parecchie facce occidentali sparse fra la folla. Di gaijin ce n'è davvero tanti e tanti ne noterò nei giorni a venire (un sacco di italiani, fra l'altro). La cosa interessante è che si vede una marea di uomini occidentali accompagnati da pulzelle autoctone. Evidentemente il maschio d'occidente fa tendenza.

Una volta attraversato l'ultimo fossato, si arriva a destinazione e ci si piazza - in maniera ovviamente molto ordinata - davanti alla balconata su cui si affaccerà la famiglia imperiale. Alle nostre spalle c'è uno stuolo di fotografi, mentre di fronte si trova quello che sarà il luogo del delitto. Durante l'attesa il sole comincia ad alzarsi sopra agli alberi e il caldo aumenta, rendendo di fatto la giornata sempre più piacevole, oltre che perfetta per il calcetto che seguirà nel pomeriggio. Dopo una ventina di minuti, ovviamente in totale puntualità, l'imperatore si mostra (zoom e filmato), sommerso da un coro di "Banzai". Terminato il caos, l'imperatore si esibisce in un breve discorso, al termine del quale ricomincia il delirio di bandierine e saluti urlati (filmato due e filmato tre). Dopodiché ci si incammina verso il basso e verso l'uscita, per far posto a chi arriverà dopo di noi. Da qui decidiamo di cogliere l'occasione per farci un giro nel parco orientale.



Ci dirigiamo verso nord, raggiungendo questo enorme spiazzo, che in primavera, quando tutto è fiorito e le folle si svaccano a fare pic-nic, dev'essere davvero uno spettacolo. Fra foto ad alberelli, a mappe scolpite su pietrone e alle turche giapponesi, proseguiamo il nostro giro, inerpicandoci su questa piccola rocca, scrutando la Imperial Music Hall e notando in lontananza il tetto del Budokan (mitico palazzetto dello sport famoso per le competizioni di arti marziali e per i tanti concerti). Il parco è molto bello e passeggiare è un piacere. Non manca, ovviamente, il negozietto di souvenir, cui altrettanto ovviamente lasciamo giù un corposo obolo. Visto che c'è ancora un po' di tempo prima dell'appuntamento con Kazuhisa, decidiamo di uscire dalle mura e procedere verso nord, andando a dare un'occhiata da vicino al Budokan e proseguendo poi verso lo Yasukuni Jinja.

Mentre ci avviciniamo, spunta fra gli alberi un Torii (sorta di "porte" enormi) in acciaio grigio, abbaiato come il più alto del Giappone. Dopo esserci passati sotto, proseguiamo, raggiungendo il tempio, famigerato per il suo aver promosso nel tempo un forte sentimento nazionalista. Interessante, sulla sinistra, l'esposizione di ikebana (in poche parole, l'arte di disporre i fiori). Probabilmente altrettanto interessante, sulla destra, il museo militare, ma ormai è tardi e tocca fuggire: prendiamo al volo la metropolitana (Elena fotografa il simpatico adesivo che ho usato in apertura qui) e, una volta raggiunta la Tokyo Station, ci separiamo, perché io devo correre, ovviamente in ritardo, all'appuntamento. Kazuhisa mi aspetta al Marunouchi Building, che per fortuna trovo abbastanza velocemente, grazie alle mai troppo lodate mappe per turisti piazzate, lo ribadisco, praticamente ad ogni angolo di strada.

Una volta zompati in macchina, ci dirigiamo verso l'autostrada. Nell'autoradio c'è un CD dei Led Zeppelin, che Kazuhisa mi spiega essere tuttora molto popolari in Giappone. Al casello vedo spuntare una mano dal gabbiotto: Kazu ferma la macchina e un tipo si affaccia per esigere l'obolo. Dopodiché si parte e ci si dirige verso la prefettura di Saitama (una mezzoretta circa a nord di Tokyo). Una volta arrivati in zona, facciamo una tappa a una specie di autogrill, dove recupero un paio di tramezzini (non sia mai che affronti il calcetto a stomaco vuoto) e dove incontriamo alcuni degli amici di Kazuhisa. Ci si dirige quindi alla zona dove si giocherà: una specie di enorme parco, con strutture di un po' tutti i tipi. Ci sono prati enormi, campi da calcio e via dicendo, tutto pubblico e pronto all'uso.

Kazuhisa, gentilissimo, mi ha procurato maglietta (del Milan), pantaloncini e scarpe. Queste ultime, però, nonostante gli avessi comunicato la taglia e mi fossi sentito dire che ho dei piedi molto grossi, si rivelano troppo piccole, anche se di poco. Per fortuna mi ero portato le mie! Fra l'altro spunta uno dei suoi amici, tale Shunsuke, che mi regala un paio di calzettoni nuovi (scoprirò poi che lavora in un negozio di articoli sportivi). Il gruppetto di amici, comunque, è splendido. C'è gente di tutti i tipi e, quando poi giocheremo, si rivelerà sostanzialmente il classico gruppo di disperati che si beccano per giocare a calcetto a tempo perso, come ce ne sono in tutto il mondo, temo. C'è quello forte, lo scarsone, quello bravo che gioca nella squadra di sarcazzo categoria, il ragazzino talentuoso e via di questo passo.

Anzi, dai, commentiamo al volo quelli che mi ricordo meglio della foto lì in cima. Ma già che ci siamo la rimetto qua sotto, la foto. Foto che, peraltro, è incredibile: sembra un fotomontaggio. Voglio dire, guardatemi: praticamente sono il doppio di chiunque altro! E il bello è che mentre ero lì non me ne rendevo conto. Che fossero quasi tutti più bassi di me, beh, era evidente, ma mentre ero lì a giocare non mi rendevo assolutamente conto di essere largo il doppio di chiunque. La cosa è probabilmente dovuta al fatto di non avere sott'occhio un altro occidentale come termine di paragone visivo, ma resta il fatto che, quando ho visto per la prima volta quest'immagine, ci sono rimasto di stucco.


Comunque, fra quelli in piedi, partendo da sinistra, il secondo è Masakazu, un tizio che mi ha ricordato parecchio il Cobra (e chi lo conosce avrà già un'idea precisa). Travolgente parlantina, buon inglese (ha vissuto qualche anno in Germania), si rivelerà un gran compagnone alla cena del 26 dicembre. Di fianco a lui, terzo da sinistra, c'è il campione giapponese di Winning Eleven, quello che, per chi se lo ricorda, mi aveva devastato un paio di anni fa all'evento organizzato in Sardegna per PES5. Subito di fianco a lui, con la maglia del Milan, si trova "quello forte che gioca in una squadra pro". E in effetti forte lo è per davvero. Poi, in maglietta rossa, potete ammirare un tipo simpatico, con una faccia che più giapponese non si può, veloce e pure bravino. L'ultimo sulla destra è un grandissimo, vocione, serioso ma simpaticissimo, padre del ragazzino con la maglia del Barcelona che gli sta davanti. Il figlio, pure, bello talentuoso, il classico ragazzetto forte che in 'ste situazioni da calcetto qualcuno si porta sempre dietro. Fra quelli chinati, segnalo in particolare il faccia da pirla che si trova dietro di me. Praticamente è il giullare del gruppo, e dovreste averlo ammirato qui. Simpaticissimo, anche se non spiccica mezza parola d'inglese. Degno suo compare, sempre fra i chinati, quello con la maglia scura, simpatico e disponibile, anche se un po' timido. Quello più a sinistra, invece, è il già citato Shunsuke. Infine, accucciati assieme a me, si trovano un simpaticone con la maglia del Milan e la sua promessa sposa, personaggio fondamentale perché dotata di una buona conoscenza dell'inglese e quindi ottima per la chiacchiera spicciola. Purtroppo sono una merda e non mi ricordo i nomi, ma vabbé, ho pure la scusante di essermi sentito dire tutti assieme una sfilza di nomi esotici. Ah, Kazuhisa non si vede perché sta scattando la foto.

A proposito di Kazuhisa: è il capetto, l'organizzatore. Praticamente come il sottoscritto. Gestisce tutto, spiega cosa si farà, organizza e crea. Dopo un breve riscaldamento, che io trascorro per lo più ingozzandomi coi tramezzini, ci si mette tutti in cerchio e c'è una serie di presentazioni incrociate, ovviamente condite da veloci inchini. La gentile ragazza mi fa da interprete (e io sto cominciando a vergognarmi di non ricordare il suo nome) e bene o male capisco cosa sta succedendo. Dato che il campo è occupato, in attesa che si liberi ci lanciamo in una partitella di riscaldamento... a quattro porte (fatte coi coni). Una su ogni lato, due per squadra, un delirio. Non si contano le volte in cui sono tranquillo perché sto difendendo la porta alle mie spalle e mi vedo scappare via l'uomo che va a fare gol nell'altra. Momenti di vera angoscia. Per di più questi corrono come treni e io sono fermo da oltre un mese. Insomma, finché dura va bene, ma le prospettive sul lungo termine sono di collasso imminente.

Ad ogni modo, una volta finita la partitella ci si sposta nella zona dell'ormai liberato campo, che è molto grosso, almeno per i miei standard. Voglio dire, io sono abituato a giocare in 5 contro 5, mentre qua si giocherà con due squadre da nove uomini. E il campo è grande di conseguenza. Si vota se giocare sul campo intero o a metà campo (ma sì, dai, campo intero, facciamoci del male) e ci si butta nella mischia. Quelli che saranno i miei compagni mi chiedono in che ruolo gioco, "Defence", in che posizione, "Center", e commentano il tutto con un "Ooooh!" dei loro, di quelli che davvero adoro. In realtà la mia totale confusione tattica sarà palese nel giro di pochi minuti, ma è pur vero che - come in ogni situazione da calcetto scazzo che si rispetti - di gente in grado di tenere la posizione si rivelerà essercene pochina. La mia scarsa condizione fisica, comunque, piano piano emerge sempre più, nonostante io cerchi di risparmiarmi. Ad ogni modo, fra gli highlight della prima partitella emergono il primo di una lunga serie di infortuni (rubo palla a Kazuhisa e lui, nello slancio, mi premia devastandomi i nervi della gamba con una ginocchiata) e i miei compagni che, vedendomi "bestio e grosso", mi invitano a salire su ogni calcio d'angolo.

La partitella, come detto, è solo la prima. Anzi, per essere più precisi, è il primo di quattro tempi, da non so quanti minuti, che a me sembreranno tutti lunghissimi. Grazie al cielo i successivi tre si decide di giocarli su metà campo (tirando su delle porte arrugginite abbandonate ai lati), ma questo non mi impedirà di ritrovarmi letteralmente moribondo durante l'ultima frazione. All'inizio di ogni "tempo" si rimescolano le squadre, estraendole a sorte pescando carte da gioco. Nel complesso, prima di stramazzare al suolo, trovo qualche vago momento di gloria, per esempio quando, subito dopo aver rubato una palla a metà campo, sento qualcuno alle mie spalle esclamare "Gattuso!", e quando riesco addirittura a tirare in porta e centrare un incrocio dei pali. Il gioco è comunque molto "isi" ed evito di buttarla troppo sul fisico, un po' perché la mia condizione limita l'agonismo, un po' perché se provo ad alzare un braccio finisco per piantare le mani in faccia alla gente. Fa davvero impressione, non avere minimamente il senso delle proporzioni per la gente contro cui stai giocando!

In ogni caso, il pomeriggio scorre divertentissimo, immerso in gente che urla continuamente "Shuto", "Heado" e "Andresan", che si diverte e mi fa divertire un mondo, che è sempre adorabile in quella loro fantastica, allucinante ed esagerata teatralità. Non ho idea di come siano finite le varie partitelle, non è che si tenesse proprio il punteggio, anche perché si rimescolavano le squadre a ogni intervallo. Peraltro si è chiuso con la classica "chi segna vince", e ha segnato la mia squadra. Ah, fra l'altro, sempre parlando di intervalli, sottolineo come ci fosse un gruppetto di accaniti fumatori, che coglieva ogni momento di pausa per farsi una dose. Da notare che erano dotati di una specie di posacenere portatile. Un cilindretto con sportellino, da usare per non seminare cenere in giro. Sul momento rimango di sasso, ma nei giorni successivi ne vedrò anche altri, in giro per Tokyo.

Una volta giunti al termine del pomeriggio mortale, ci si riunisce tutti in preda all'agonia e si scatta qualche foto celebrativa. Kazuhisa, poi, tira fuori il sacco di Babbo Natale, carico di regali e regalini per tutti, da pescare a caso. Io mi ritrovo con una scatolazza di Akebono Crab. Granchio, insomma. Uno dei tanti regali che vedo scartare è una pistola che produce bolle di sapone a raffica. Meraviglioso il coro di "Ooooooh!" - detto, ancora, con quell'intonazione tipicamente giapponese - sparato da tutti quando vedono svolazzare le bolle. Giunge quindi il momento dei saluti e io, dopo essermi velocemente cambiato, zompo nella macchina di Kazuhisa, dove veniamo raggiunti anche dalla felice coppietta anglofona/fidanzato.



Ci si dirige quindi verso Ikebukuro, il quartiere di Tokyo in cui vive Kazuhisa e dove abbiamo appuntamento con Elena, davanti a uno showroom di Superdollfie (un genere di bambole che tornerà d'attualità a Kyoto). La mia donzella ha passato il pomeriggio gironzolando per Shibuya, visitando negozietti e facendo qualche piccolo acquisto. Mi racconterà fra l'altro del posto in cui ha mangiato, nel quale tutti mangiano usando la forchetta per arrotolare gli spaghetti in un cucchiaio. Elena sostiene di aver dato spettacolo e generato ammirazione col suo inforcare e arrotolare spaghetti usando una sola mano. Durante il viaggio per raggiungerla, chiacchiero parecchio con l'anglofona, che mi svela di avere una sorella appassionata di Italia e italianerie. La chiacchiera piano piano si sposta su vari argomenti tipo il cibo e i nostri programmi dei giorni successivi. Le illustro per esempio svariati piatti della cucina italiana, spiegando da quali regioni provengono e arrivando addirittura a raccontarle di Cass@la e polenta, oltre che dei motivi per cui la pizza migliore non è che si mangi proprio a Milano. Salta fra l'altro fuori che il suo uomo è fanatico delle produzioni Studio Ghibli.

Comunque, si arriva all'incontro e, dopo aver raccattato Elena, Kazuhisa decide di farci un po' da tassista, mostrandoci Omotesando, Shibuya, Shinjuku e qualche altra zonetta. Tre le tappe: un minimarket, un negozio di articoli sportivi in cui lavora Shunsuke, e Kiddy Land. Nel primo posto ci fermiamo perché sto letteralmente morendo e ho bisogno di liquidi. Il negozio di articoli sportivi, invece, "serve" per trovare la maglietta ufficiale della nazionale giapponese di calcio. Alberto di Supergulp mi ha chiesto di comprargliela e io eseguo. Kazuhisa parcheggia, ci accompagna e "gestisce" perché la maglietta mi venga pure data con ingente sconto. Infine, senza che gli venga chiesto nulla, Kazuhisa deposita noi e la gentile coppietta davanti a Kiddy Land e si piazza ad aspettare da solo in macchina per una mezz'ora buona. Questi giapponesi davvero non scherzano un cazzo, quando si tratta di far gentilezze!

Kiddy Land è un negozio di giocattoli. Un negozio di giocattoli che, come tutti i negozi giapponesi "di un certo peso", si estende su più piani. Nel caso specifico si parla addirittura di sette piani. Sì, sette piani di giocattoli, ognuno col suo "argomento" specifico. C'è veramente da perdersi, tanto che la mezz'ora che ci siamo dati per l'esplorazione finisce per andarci tremendamente stretta (ma è comunque sufficiente per comprare una marea di cazzate e cazzatine). Una volta riuniti in macchina, Kazuhisa ci porta fino alla più vicina stazione dei treni e ci si saluta tutti, con la promessa di ribeccarci il 26. Già che ci siamo, colgo l'occasione per smollargli un regalino che gli abbiamo portato dall'Italia. Una volta a bordo del treno, mi accascio un po' e finisco per collassare, proprio alla maniera dei giapponesi.

Già, i giapponesi che si addormentano in metropolitana/treno col collo a penzoloni. Adesso sì che li capisco: al di là del fatto che sono sicuramente sempre stanchi per le tirate lavorative, il punto è che in metropolitana, se si è seduti, in Giappone si sta da Dio. Sedili comodi, morbidi e strariscaldati, roba da friggersi le palle. L'abbiocco sale in men che non si dica e la testa crolla in avanti, anche perché il movimento è fluido, costante, cullante. Qui fra l'altro capisco finalmente da dove derivino le femmine coi capelli davanti agli occhi che infestano gli horror giapponesi: sono palesemente morte mentre erano addormentate in metropolitana!

Mentre collassiamo, il treno si ferma e una voce annuncia in giapponese che è fuori servizio. Sollevo una palpebra, guardo fuori e vedo un tizio che, gentilmente, mi fa il gesto delle braccia incrociate a formare una X (che sostanzialmente significa "chiuso"). Ringrazio con un cenno del capo e segnalo il dramma ad Elena. Tocca scendere e aspettare il treno successivo. Ad ogni modo, arriviamo all'albergo e io decido di lavarmi alla giapponese: prima una doccia con cui mi tolgo di dosso ogni minimo rimasuglio di schifo e poi un bel bagno caldo, rilassante e rigenerante. Dopodiché si esce per andare alla ricerca di cibo.

Decidiamo di restare nelle vicinanze e ci dirigiamo alla zona "di confine" fra Shimbashi e Ginza. Qui si trova infatti Little Okinawa, un ristorante specializzato in cucina tipica di Okinawa, la cui descrizione sulla guida mi aveva incuriosito (questo il sito ufficiale, smanettando un po' a caso dovreste trovare anche una mappetta). Senza dimenticare il non indifferente pregio di essere aperto fino a mezzanotte: la maggior parte dei ristorantini chiude infatti ben prima, fra le nove e le dieci. Lungo la strada Elena scatta una foto al bambolone in vetrina nel negozio di giocattoli della sera prima e un'altra a una deliziosa insegna. Ci mettiamo un po' a trovare il posto, perché non c'è un'insegna in caratteri occidentali e le due guide (Lonely Planet e Rough Guide) non sembrano concordi nell'indicarlo sulla mappa. Scopriremo poi che la Rough Guide era precisa al millimetro e decideremo per questo di fidarci in futuro solo di lei. Dopo essere passati davanti al posto almeno un paio di volte senza rendercene conto, stiamo per buttarci in un ristorante a caso, ma io ho l'illuminazione: mi dirigo a quel ristorante che sembrava sfizioso e che guardacaso si trovava proprio nella via indicata dalla Rough Guide. Osservo il menu piazzato davanti all'uscita: è tutto scritto in giapponese, ma c'è il numero di telefono, che confronto con quello riportato sulla guida. Ed è lui, signore e signori!

Ci infiliamo quindi nel posto e ci sediamo al bancone. I cuochi/camerieri non spiccicano una parola d'inglese, a parte il tipo che sta alla cassa e che ha l'aria del caporeparto. Ci sono comunque due menu, uno tutto in giapponese, ma con le foto, e uno in inglese. Una cliente seduta a fianco a noi e dotata di ottimo inglese attacca bottone e ci invita a rivolgerci a lei in caso di necessità. Si interroga inoltre su come abbiamo scoperto il posto e rimane parecchio stupita di sapere che era indicato su un paio di guide (genero fra l'altro ammirazione spiegando come ho capito che era il ristorante giusto). Ci dice oltretutto che siamo stati fortunati, perché in genere è difficile trovare subito posto a sedere (ma d'altra parte siamo anche arrivati abbastanza tardi). Comunque, esploro il menu, decido di andare a naso e seleziono un paio di cose dalle foto, in base a ciò che più mi ispira. Scoprirò poi di aver beccato la specialità della casa. Faccio invece una mezza figura di merda nell'ordinare da bere, quando chiedo del Sake e vedo il tipo dietro al bancone (peraltro simpaticissimo) guardarmi storto. La tizia anglofona mi spiega che in pratica il Sake non ha nulla a che vedere con Okinawa e lo tengono nel menu solo per far contenti i clienti di Tokyo, che generalmente vogliono berlo. Quindi ordino - abbastanza a testa bassa - un alcolico tradizionale di Okinawa (praticamente una grappa non troppo alcolica).



I ricordi sono abbastanza confusi, ma la foto dei resti aiuta. In primo piano potete ammirare gli avanzi dello stinco di maiale rosicchiato da Elena. In alto, accompagnato dallo spicchio di limone, c'è l'ultimo dei deliziosi pescetti fritti. Il piatto più lontano, quello vuoto, era mio, e conteneva una serie di fagottini fatti di non so cosa, dalle origini marittime. Cosparsi di limone e pucciati nel mucchietto di sale, erano una vera delizia (ed erano, per l'appunto, la specialità della casa). C'era anche qualcos'altro, ma ahimé, non ricordo. Mentre ci deliziamo con le varie portate, il più vispo dei cuochi (che cucinano veramente a un metro di distanza) ci intrattiene mostrandoci le foto della sua isoletta natale, che poi sarebbe appunto Okinawa.

Fra un sorso di grappazza, un morso al pescetto e una chiacchiera veloce con l'anglofona, la cena procede placida e si decide di ordinare un piatto bonus. Io mi butto su una zuppona di seppie, bella nera come la morte. Ovviamente a fine pasto mi ritroverò coi denti incatramati e una lunga serie di schizzi neri sparsi sulla felpa. Comunque la cena è deliziosa e il posto è consigliatissimo. Una volta concluso ci alziamo, paghiamo, intratteniamo un po' il cassiere anglofono che chiede informazioni su "come si dice questo" e "come si dice quello" in italiano e ci defiliamo.

Sotto il cavalcavia della Shuto Expressway (un'autostrada, più o meno) che si trova praticamente davanti al ristorante c'è una lunga fila di negozi e ristoranti chiamata G-Zone. Elena si diletta a fotografare le "bomboniere", dopodiché ci avviamo verso casa, facendo tappa a un combini di quelli "all night long" per recuperare qualche provvista. Una specie di Nescafé giapponese, del detersivo, un paio di onigiri e poco altro. Dopodiché, non prima di aver fatto una foto ai polpazzi e una alla maglia della Grecia campione d'Europa schiantata dentro una vetrina, ci dirigiamo finalmente in albergo, pronti alla morte.

Altre cose
Onigiri
I polpettazzi di riso che i personaggi dei fumetti e dei cartoni animati si strafogano di continuo. Generalmente triangolari e avvolti in alghe, gli onigiri hanno sempre dentro la "sorpresa", sia essa dolce o salata. Sono fra gli snack più popolari in Giappone e infatti se ne trovano a raffica nei vari supermercati. Personalmente li adoro e non ho lasciato passare un singolo giorno senza accattarmene almeno uno. Scheda su Wikipedia.

Combini
In Giappone, perlomeno nelle grandi città come Tokyo e Kyoto, ci sono una marea di grandi e piccoli supermercati ("combini", appunto), generalmente appartenenti a catene come 7-Eleven, aperti fino a tardi. L'impostazione in genere è un po' sul modello dell'Esselunga, con quindi prodotti per la casa, alimentari, un banco frigo con roba pronta da mangiare (tipo gli onigiri, ma non solo), una sezione edicola e spesso anche dei fornetti e dei piani cottura con cibi caldi e pronti al consumo.

Imperial Household Agency
Un'agenzia governativa che, in sostanza, si occupa di gestire un po' tutte le questioni riguardanti la famiglia dell'imperatore. Il che include anche l'aspetto più "turistico" di palazzi e ville imperiali. Tramite il loro sito è possibile scoprire quali sono le costruzioni che richiedono di prenotazione per essere visitate e conoscere eventuali procedure. C'è inoltre un calendario di eventi pubblici e tutta una serie di informazioni. Se volete visitare un po' di questi luoghi, esploratelo per bene.

25.1.07

Yawn


Pomeriggio e serata di lavoro, su cui ovviamente non dico molto, sia perché c'è l'embargo fino a domani, sia perché dovrò scriverne per praticamente tutte le riviste e non mi sembra quindi il caso di aumentare gli sbattimenti. Ho visto comunque belle cose. Qua sono le undici passate e francamente, visto che non arrivano notizie, comincio a pensare che la serata sia conclusa. Vabbé, vediamo. Nel frattempo, comunque, dato che non ho voglia di mettermi a raccontare la mattinata in giro per Vegas, magari più tardi scagazzo un post sul Giappone che avevo pronto da un po' ma era rimasto in canna per i problemi al blog. Sayonara.

Stripp


Stamattina, dopo una colazione abbondante, ci siamo fatti un bel giro dello Strip, sezione "albergosa" di Las Vegas Boulevard. Un delirio di enormi, pacchianissimi e spettacolari alberghi, tutti messi uno dietro l'altro. Il bello è che ogni albergo è praticamente una piccola cittadina, con dentro ristoranti, attrazioni, negozi e, inevitabilmente, casino (senza accento, all'americana). Mentre ieri sera tutto sommato si stava freschini, oggi fa un caldo devastante, del tipo che vado in giro in maglietta e penso che mi comprerò dei pantaloncini corti, dato che ho commesso l'errore di non portarmene. Del resto, sono i pro e i contro del deserto. In foto potete ammirare la terza torre Eiffel che vedo nel giro di un mese. Per una descrizione più accurata, e per vedere qualche altra foto, vi rimando a un prossimo appuntamento, dato che adesso, sigh, mi tocca andare a lavorare.

Mi hanno aggiustato il blog



In realtà l'hanno aggiustato lunedì, ma insomma, ci siamo capiti. Ho un po' di post in canna (sul Giappone, ovviamente, ma anche su altre cose) e con calma tornerò a regime. La scorsa settimana ho fatto una toccata e fuga a Parigi, ma è stata una roba veloce e quasi esclusivamente di lavoro, quindi non è che ci sia molto da raccontare, a parte il fatto che ho mangiato della carne spettacolare. Da ieri sera, in compenso, sono a Las Vegas, per dare un occhio alla lineup 2007 di Midway. Considerando che mi fermo fino a domenica, magari qualcosina di cui parlare ci sarà. Non so bene con che frequenza potrò aggiornare il blog i prossimi giorni, perché avrò parecchio da lavorare, comunque, dai, son tornato.

Dico subito che il viaggio è stato interminabile, che in aereo mi sono visto Invincible (gasamento) e The Last Kiss (ottimo che non ci sia Accorsi, ma senza la regia di Muccino e con quel finale accomodante diventa davvero una roba inutile), che Las Vegas è una città intimista, minimalista e di gusto sopraffino, che ieri sera ho mangiato un ottimo mix di sushi e sashimi e che di camere d'albergo ne ho viste tante, ma questa nella classifica si piazza parecchio in alto. Doppio lettazzo con LCD medio nel mega armadio, super bagno con box doccia, vasca di buone dimensioni, lavandinone e LCD di piccole dimensioni, tazza del cesso in stanzino a parte, salottone con LCD di grosse dimensioni, ulteriore stanza con cesso e lavabo di fianco all'ingresso, vista sulle montagne. Vado a fare colazione.






9.1.07

giopep in Japan - L'arrivo a Tokyo


DISCLAIMER: Questi racconti si basano sulla mia esperienza diretta e sulle mie conoscenze personali. Posso quindi finire per scrivere inesattezze, magari anche scemenze colossali. Eventuali correzioni saranno più che gradite.

Tokyo, 22 dicembre 2006.
Sono le 7:30 ora locale e sono sveglio da un'oretta, Elena da ben di più. D'altra parte ieri sera ero io quello più distrutto: circa 36 ore di veglia dopo aver dormito solo un paio d'ore prima della partenza. Ok che in aereo mi sono appisolato a più riprese, però... Comunque, il viaggio è stato divertente, soprattutto è stato straniante ritrovarsi su un volo diretto in Giappone. Come normale, la stragrande maggioranza dei passeggeri aveva gli occhi a mandorla, per cui già in volo ci si sentiva belli alieni. Ottimo, comunque, il pasto in stile nippo (si poteva scegliere, e ovviamente noi si è scelto per il porcello giapponesizzato, la zuppetta di miso eccetera). Ma soprattutto destarmi dal pisolo di metà viaggio e andare in mezzo all'aereo a prendere una scatoletta di noodle istantanei. Yummi.

L'arrivo all'aereoporto di Narita - in ritardo di un'ora - è emozionante. Insomma, stiamo entrando in un posto che ho sempre visto solo nei fumetti e nei cartoni (e in qualche film) e in cui ho sempre fantasticato di poter andare. L'immigrazione si gestisce abbastanza velocemente, con una procedura (foglietto da compilare e controllo documenti) molto simile a quella americana, anche se più veloce. All'uscita c'è pure la per me inedita ispezione del bagaglio a mano, ma è una cosa davvero innocua e velocissima (fra l'altro delle inservienti ci danno dei moduli da compilare per commentare la cosa, ma ci ricorderemo di farlo solo in pieno 2007, quando sarà ormai troppo tardi). Dopo aver prelevato un po' di soldi a caso al bancomat, vado a ritirare il Japan Rail Pass. Ci sono tre commessi. Una parla bene inglese, una sembra uscita da Oxford, il terzo spiccica a malapena due parole. Ovviamente mi tocca lui. In qualche modo ci si capisce, riesco a ritirare il pass e a prenotare due posti sul Narita Express.

I cancelli d'ingresso alla ferrovia non vogliono farci passare, ma basta estrarre il Pass e mostrarlo al controllore e va tutto a posto. Così impariamo che tutte le volte che si piglia un mezzo JR e si ha a disposizione il Pass, bisogna sventolarlo passando nella corsia preferenziale. Arrivati giu in stazione, aspettiamo un po'. Nel frattempo notiamo l'estrema precisione del tutto: per terra son dipinte le frecce relative ai punti in cui si apriranno le porte del treno. Sul muro c'è indicata la carrozza che si fermerà lì. Noi abbiamo una prenotazione per la carrozza 7, quindi ci piazziamo di conseguenza. Quando arriva il treno, la gente scende, ma non si può salire subito: "cleaning time"! Ovviamente sia noi, sia un gruppetto di tedeschi, non sapendolo, proviamo a salire e veniamo gentilmente rimbalzati.


Una volta a bordo si parte, in questo treno che da dentro sembra un aereo, ma che sfreccia a velocità normale in mezzo alla campagna. A guardar fuori, se non si considerano i tetti alla giapponese e le colline sullo sfondo, sembra quasi di essere sul Malpensa Express. Il panorama non è poi troppo diverso da quello del Nord Italia. Ma in effetti bisogna pure escludere gli scorci "Forbidden Siren" con i paeselli fatti di casette, muretti, balconate ecc. Poi cominciano ad apparire i cartelli con le scritte in ostrogoto e si manifestano i primi grattacieli e a quel punto non ci sono davvero più dubbi. Durante il viaggio - che dura circa un'oretta - prendiamo dalla tipa col carrellino ambulante un'acqua e una coca, pagando tutto sommato pochino, anche se mi rendo conto che ci vorrà un po' per entrare nella giusta mentalità in relazione ai prezzi.

Arrivati a Tokyo, al di là di qualche normale dubbio, ci gestiamo abbastanza bene. Soprattutto nelle stazioni dei treni e della metropolitana, ci sono sempre una marea di cartelli e mappe, e mi sembra che le informazioni indispensabili abbiano sempre sotto una traduzione in inglese. Nelle mappe, per esempio, sotto i nomi delle stazioni scritti in ideogrammi c'è la versione in caratteri occidentali. Sulle linee meno importanti, scoprirò poi, solo le fermate principali sono scritte anche in non ostrogoto. Fatte le due fermate per arrivare a Shimbashi, ci avviamo alla disperata e arriviamo all'hotel tutto sommato con discreta facilità. Numeri e nomi per le vie è difficile trovarne, ma le mappette sono molto precise nel fare riferimento a negozi e cartelli.

Il gestore dell'albergo è, ovviamente, di una gentilezza e una carineria disarmanti. La stanza è ottima, confortevole, col cucinino, la lavatrice dai comandi incomprensibili, la tazza del cesso autopulente e la vasca da bagno con doccia esterna. A proposito di tazza del cesso, vale la pena parlarne con un minimo di approfondimento. Si tratta del classico water alla giapponese di cui tutti, probabilmente, avrete sentito parlare. Beh, è spettacolare! Intanto l'asse è riscaldata, il che d'inverno è davvero un lusso clamoroso. E poi c'è la plancia di comando, fotografata nel post del 22 dicembre. I tasti principali sono abbastanza esplicativi: c'è lo spruzzino per farsi il bidé al buco del culo (due livelli di potenza), quello per le figliole, il getto d'aria per asciugarsi e il tasto di stop per fermare al volo qualsiasi cosa sia in funzione. Ora, io mi rendo anche conto che possa sembrare un po' tutto folle, ma vi assicuro che funziona una meraviglia ed è comodissimo. Purtroppo non dovunque si trovano questi water. Ma quando c'era, l'ho sempre sfruttato appieno.

Dopo un po' che siamo in camera a rilassarci e installarci, bussa alla porta l'omino dell'albergo, che mi deposita in mano un "Christmas present" costituito da una serie di prodotti per il bagno e si allontana producendosi in inchini a novanta gradi. Si decide di uscire, per evitare di cadere in coma, e di muoverci a piedi. A due passi dall'albergo, in direzione sudovest, troviamo il parco Shiba-Koen, che contiene il complesso di templi Zojo-Ji.



Il parco è tranquillo e rilassante, c'è un po' di gente che passeggia e ci sono i bambinetti e le scolarette in uniforme. Queste ultime sono allucinanti, con le gambe nude a due gradi di temperatura, per forza che poi son color lapide. In lontananza, ma tutto sommato neanche troppo, si vede svettare la Tokyo Tower, su cui cominciamo a chiederci se valga la pena di farci subito un giretto. Dobbiamo far passare un po' di tempo prima di incontrarci con Kazuhisa, e potrebbe essere una buona idea. Lo Shiba-Koen è diviso in più sezioni, separate fra di loro da strade anche molto trafficate. Nell'attraversarne una, incontriamo per la prima volta uno di questi ponti, che si trovano davvero ovunque e sono comodissimi per attraversare senza stare le ore ad attendere i semafori. Nell'avvicinarsi al nostro primo tempio nippo nappo si comincia a spalancare la bocca per questo scenario folle, che vede tetti tradizionali spuntare fra gli alberi, con enormi palazzoni a fare da sfondo. Zompettare per l'area del tempio significa incontrare per la prima volta tutte quelle cosette caratteristiche che abbiamo sempre visto nei fumetti e nei cartoni animati, tipo la sfilza di fogliettini annodati per chiedere il successo negli esami scolastici, oppure questi fantastici pippottini. E nel frattempo la Tokyo Tower è sempre più vicina.



Lo Zojo-Ji, leggo sulla guida, è il tempio di famiglia del clan Tokugawa. Come praticamente qualsiasi altro "sito" storico giapponese (perlomeno fra quelli da noi visitati), non si trova nel luogo in cui è stato inizialmente concepito ed è una ricostruzione eseguita in seguito alle devastazioni causate da incendi. Come poi impareremo essere cosa abbastanza comune, si tratta di un complesso di varie costruzioni, il cui ingresso è caratterizzato da una bella porta gigante e la cui area è piacevolissima da visitare passeggiando un po' in giro a caso, dando anche un'occhiata all'interno del tempio. Mentre gironzoliamo fra statue, campanazze, cartelli puffettosi e altre robe interessanti, sempre con la Tokyo Tower che incombe da non troppo lontano, comincia ad avvicinarsi la sera. Decidiamo quindi di iniziare a muoverci verso destinazione, passando sul retro della costruzione principale, incappando in un bell'altare e un piccolo cimitero e dirigendoci verso 'sta benedetta torre, sulla quale abbiamo nel frattempo deciso di farci un giro.



La Tokyo Tower, che per chi non lo sapesse è una riproduzione della Torre Eiffel alta 333 metri e dotata di due osservatori aperti al pubblico (il più alto dei quali si trova a 250 metri), da affrontare di sera è davvero uno spettacolo. Acquistiamo il biglietto doppio, che permette di accedere ad entrambi gli osservatori, ma tralasciamo il museo delle cere e altre amenità. Una volta arrivati all'osservatorio con il velocissimo ascensore, si trascorre tutto il tempo che si vuole cazzeggiando e gustandosi la città dall'alto, che di sera, tutta illuminata, è davvero uno spettacolo (talmente tanto che Elena arriva addirittura a commuoversi). Più che altro, quella vista notturna dall'alto sembra quasi dirlo chiaro e tondo: "Va bene, adesso siamo a Tokyo per davvero." Provo a fare qualche foto, ma il catorcetto non si trova molto a suo agio (questa la meno peggio). La differenza fra i due osservatori non è colossale, ma tutto sommato vale la pena di spendere qualche soldo in più per gustarseli entrambi, anche se per arrivare al secondo tocca fare un po' di coda. Il percorso che riporta poi verso il basso prevede anche un passaggio su piccole vetrate che permettono di osservare l'area sottostante attraverso il pavimento. La foto non rende l'idea, ma la visione è abbastanza inquietante.



Una volta conclusa la visita, ci fiondiamo verso Roppongi Hills, dove abbiamo appuntamento - davanti al cinema - con Kazuhisa. Sul delirio incredibile che è Roppongi Hills mi dilungherò un'altra volta, raccontando del giorno in cui lo abbiamo girato un po'. La camminata, seppur affrontata un po' di fretta, è piacevole e varia, perché si passa con nonchalance dalla zona del parco a una serie di vie (Roppongi Dori, in particolare) cariche di ristorantini, negozi e soprattutto gente. Orientarsi non è troppo difficile, più che altro perché basta alzare la testa e fare caso alla direzione in cui si trova il palazzone di Roppongi Hills. Una volta giunti a destinazione - ovviamente un filo in ritardo - individuiamo il cinema e, finalmente, ci becchiamo con Kazuhisa. Il poveretto ci rimane un po' male, quando scopre che con noi non c'è Minari, "l'amico che sa parlare giapponese", ma dopo qualche iniziale imbarazzo la chiacchiera in inglese "arrangiato" si farà piacevolissima. Ci chiede cosa vogliamo mangiare e, di fronte all'indecisione, propone yakitori. E yakitori sia!

Zompiamo in metropolitana, non JR (la prima esperienza con le biglietterie automatiche è un po' confusionaria, ma basta una volta per diventare bravissimi), e ci dirigiamo verso Yurakucho. Yurakucho è la fermata della Yamanote che si trova fra Shimbashi (dove abbiamo l'albergo) e Tokyo Station. La Yamanote, casomai non l'avessi già detto, è la linea JR che fa sostanzialmetne il giro di tutta la parte centrale di Tokyo, un po' tipo circonvallazione. Nelle arcate che stanno sotto la ferrovia nella zona fra Yurakucho e Hibiya (una fermata di un'altra linea), è pieno di piccoli ristorantini specializzati in yakitori. Kazuhisa ci guida in un locale di sua scelta (ci svelerà poi che non si presentava in zona da una dozzina d'anni) e ci sediamo. L'atmosfera è molto da locanda di sagra paesana. Il locale è tutto aperto, ma una specie di tendaggio in plastica protegge dall'esterno e dal freddo. All'interno ci sono grosse tavolate, piene di gente intenta a mangiare e bere alcolici a raffica. Il bello è che son tutti amichevolissimi: nei posti vicino ai nostri si siedono numerosi uomini - a volte da soli, a volte in gruppo - reduci dalla giornata di lavoro, pronti a chiudere con una serata di pappe e bevute e particolarmente propensi alla chiacchierata, anche se magari tocca esprimersi molto a gesti.

Avendo la fortuna di essere a tavola con un giapponese, lasciamo a Kazuhisa l'onore di ordinare per noi e ci vediamo consegnare una lunga serie di piccoli spiedini, tutti appoggiati sopra a ciotoline. In linea di massima si tratta di carne di pollo e di verdura, il tutto accompagnato da salsine e piccoli cumuletti di sale in cui "pucciare". Leggo che, quando la carne utilizzata non è di pollo, si tratta di kushiyaki. Non so francamente dire se ne abbiamo mangiato nell'occasione (qui trovate la scheda di wikipedia). Comunque, generalmente ogni spiedino ha quattro o cinque pezzi, che Kazuhisa si occupa di sfilare usando le bacchette e lasciare nelle ciotoline, di modo che ognuno possa pescare a piacere. Ah, fra l'altro, nell'osservarlo noto una cosa che avevo letto (e che in effetti mi pare sensata): se si deve smazzare il cibo nel ciotolone, per esempio sfilare gli spiedini, o magari tagliare qualcosa, si usa il retro delle bacchette, la parte che non viene infilata in bocca. E poi via di pannetto (quello umido e rovente che danno per pulirsi le mani prima di mangiare) per pulirle.

Gli yakitori sono gustosissimi, una lunga serie di spiedini intinti in salse particolari e davvero sfiziosi. Tanti esemplari di tipi diversi, da spizzicare e smangiucchiare mentre si chiacchiera e si trincano alcolici. Io, in particolare, mi bevo prima un bicchierazzo di sake (non saprei dire che qualità), poi un ulteriore bicchiere di un sake diverso, quello più biancastro (si vede nella foto qua sopra, dove mostro anche lo stato comatoso del mio sguardo), consigliato da un avventore seduto a fianco, poi soddisfatto di notare il mio gradimento, e infine un bicchierone di shochu oyuwari, bevanda molto gradita a Kazuhisa. In pratica lo shochu è un alcolico abbastanza economico e fortino, che nella variante oyuwari viene accompagnato da un bicchierino d'acqua calda (appunto oyuwari) da versare dentro per smorzarlo un po'. Tutto ottimo, ovviamente.

Una volta terminato il pasto, giunge l'ora di andare verso l'albergo. Tutto sommato la serata è ancora giovane, ma la lunga veglia, le fatiche del viaggio e le passeggiate del pomeriggio ci hanno stremati. Da Hibiya si può arrivare a destinazione a piedi abbastanza velocemente, quindi partiamo, con Kazuhisa che ci fa da guida e comincia a tirare fuori la sua verve da fotografo. Ma facciamo in realtà una breve deviazione verso un negozio di giocattoli in zona, praticamente sul "confine" fra Shimbashi e Ginza. Il negozio, come da bravo grosso negozio giapponese, si estende su vari piani a tema, ma il punto è mostrare a Elena il seminterrato, interamente dedicato al bambolame. Kazuhisa, infatti, dopo che gli avevo comunicato delle passioni di Elena, si è fatto tutta una serie di indagini sul web per informarsi.

Mentre Elena si perde osservando bambole e vestitini assortiti, io chiacchiericcio e ridacchio con Kazuhisa, che fra l'altro si esibisce piazzando Elena in giro per il negozio e fotografandola. Dopodiché, finalmente, ci si sposta verso l'albergo. Arriviamo da una direzione leggermente diversa rispetto alla via utilizzata in precedenza e Kazuhisa, vedendoci perplessi, chiede informazioni a un poliziotto. Ma va tutto bene, si arriva a destinazione in fretta e ci si saluta, dandoci appuntamento definitivo per l'indomani a mezzogiorno, quando mi unirò al partitone di calcetto. La giornata si chiude così, abbastanza sbrigativamente, all'insegna del coma improvviso.



Altre cose
Spaghetti istantanei
Confezioni di "zupponi di spaghetti giapponesi" che possono essere preparati nel giro di pochi minuti grazie all'aggiunta di acqua calda. Ce ne sono una marea di tipi diversi (e ovviamente ci sono altri generi di cibi in scatola istantanei). Per quella che è la mia limitata esperienza, non sono proprio una delizia, ma si lasciano mangiare e fanno molto "sfizio da turista". Scheda su Wikipedia.

Zuppetta di miso
Servita calda, in una scodellina, la zuppa di miso è abbastanza conosciuta anche in Italia, perché bene o male tutti i ristoranti giapponesi la servono. L'elemento base è la pasta di miso, che può essere di tipi diversi, cui si aggiungono poi ulteriori elementi (per esempio molluschi, Tofu o altro) che ne caratterizzano il sapore. In genere fa da accompagnamento per il pasto, a volte è inserita nei menu "pasto completo", ma in ogni caso praticamente dovunque si può ordinare a parte. Scheda su Wikipedia.

Narita International Airport
Narita sta a Tokyo più o meno come Malpensa sta a Milano. Cittadina situata nella zona di Chiba, a nordest di Tokyo, ospita l'aereoporto internazionale di cui ci siamo serviti. All'interno dell'aereoporto si trovano due uffici abbastanza importanti: quello della Japan Rail (fondamentale se si deve convertire il voucher per il Japan Rail Pass) e quello del Tourist Information Center (nel Terminal 2), dove è possibile recuperare un po' di informazioni utili. Scheda su Wikipedia.

Narita Express
Il Narita Express è il treno (credo) più veloce fra le possibili opzioni di collegamento "Narita-Tokyo". Gestito dalla JR, è ovviamente ottimo per chi dispone di un Japan Rail Pass. In caso contrario, visto che non è proprio economico, ci si può anche organizzare con altri trenini. Ah, l'ultima corsa da Tokyo a Narita tramite il Narita Express parte alle 20:00 (o perlomeno partiva alle 20:00 il 3 gennaio), ma alla peggio ci si può comunque organizzare con i treni locali, anche se a quel punto tocca cambiare un paio di linee.

Shimbashi
Shimbashi è, sostanzialmente, il quartiere dove i "salary men" vanno la sera, dopo il lavoro, a mangiare e alcolizzarsi. Di buono ha che è molto servito dai mezzi (oltre alla Yamanote, di qui passano altre linee, fra cui la monorotaia che conduce alla baia di Odaiba), che ha il centro commerciale Shiodome in zona e che è sostanzialmente a un tiro di schioppo da zone interessanti come Ginza, il palazzo imperiale, la Tokyo Tower ecc.

Tokyu Stay
Tokyu Stay è una catena di alberghi sparsi un po' in tutta Tokyo, dal buon rapporto qualità prezzo. Le stanze sono in pratica dei mini-appartamenti, parecchio comodi e confortevoli. C'è il bagnetto (con vasca e doccia esterna, ovviamente), il cucinino con tanto di frigorifero, piastra e microonde, la lavatrice e l'asciugatrice, la connessione a banda larga, la cassafortina, i letti e una discreta quantità di spazio (e altre cosette, tipo la TV col lettore DVD). Il tipo di stanze e le tariffe variano a seconda dell'hotel, quindi diventa anche inutile entrare nello specifico: basti sapere che noi ci siamo concessi la più capiente e comoda fra le quattro soluzioni offerte dal Tokyu Stay Shimbashi e abbiamo pagato circa ottanta euro (totali) a notte. Comunque, per farsi un'idea basta andare sul sito.

7.1.07

giopep in Japan - Intro


Ok, sono pronto a scatenare la mia inguaribile grafomania e raccontare meglio che posso l'avventura in Giappone. Comincio con un po' di considerazioni generali. In assoluto devo dire che ho trovato un luogo molto più accogliente e ricettivo di quanto racconti e letture varie mi avevano fatto temere. Vero che l'aspettativa montata è sempre una brutta bestia, ma rimane il fatto che non credevo di trovarmi così a mio agio e muovermi così comodamente. Sia chiaro, comunque, che questo genere di considerazione va inquadrato comunque nell'ottica di un luogo in cui parlano una lingua incomprensibile, non usano il nostro alfabeto, hanno una conoscenza media dell'inglese non molto diversa da quella di noi italiani (scarsa, insomma) e si cibano con una cucina non proprio di stile mediterraneo (anche se filosoficamente non la vedo poi così lontana). Inoltre, credo abbia un peso non indifferente il fatto di essere cresciuto a pane e manga (e anime, e videogiochi giapponesi). Sembra una cazzata, ma l'aver assimilato così tanto materiale di provenienza nipponica in tutto sommato così poco tempo mi ha in un certo senso preparato. Certi schemi mentali, certi modi di dire e di fare, il modo in cui sono costruite le città, le abitudini, il cibo... tutte cose molto aliene, per noi, ma per me tutto sommato familiari. Per capirci, girando per il Giappone sembra davvero di ritrovarsi in un manga, esattamente come ogni volta che vado in America mi sembra di essere in un telefilm.

Ad ogni modo, è ovvio che ci vuole un minimo di spirito di adattamento, di capacità di arrangiarsi e di voglia di scoprire. Non è proprio la vacanza al villaggio turistico. Resta comunque il fatto che, perlomeno nelle zone senza dubbio turistiche in cui mi sono mosso io, mi sembra un paese tutto sommato molto pronto ad accogliere il turista occidentale. Probabilmente molto più di quanto non lo fosse anche solo cinque o sei anni fa. Volendo fare un esempio, basta pensare agli sportelli bancomat, sulla cui quasi totale assenza avevo sentito racconti leggendari. In realtà di bancomat è pieno il Giappone, solo che non tutti offrono il servizio di prelievo internazionale. In generale, le banche rimbalzano le carte non giapponesi (siano esse bancomat internazionali o carte di credito). Fa eccezione Citibank. E proprio grazie alla "gestione" di Citibank, praticamente tutti gli uffici postali dispongono di bancomat internazionali. Se questo non bastasse (e vi assicuro che in linea di massima basta, perché di uffici postali ce ne sono davvero ovunque), tenete conto che i grandi alberghi, i principali centri commerciali, l'aereoporto e altri luoghi "international" (per esempio il complesso fieristico del Tokyo Big Sight) hanno al loro interno sportelli bancomat internazionali. Ah, all'estero si dice ATM (Automatic Transaction Machine). Per sapere se il proprio bancomat è internazionale, basta guardarlo: se riporta il bollino Maestro, o Mastercard, per esempio, non dovrebbero esserci problemi. In ogni caso si può comunque chiedere alla banca. Utile anche buttare un occhio al sito del bancomat/carta di credito, molto probabilmente c'è un motore di ricerca con cui trovare gli sportelli in giro per il mondo.

In ogni caso, se non ci si portano dietro traveller cheque o contanti in abbondanza, il bancomat diventa fondamentale. Parecchi negozi e ristoranti accettano le carte di credito, ma tanti altri vogliono solo contanti. Inoltre molti luoghi turistici si pagano e in generale, fino a che non si entra nella mentalità giusta da "moneta giapponese" (e io non ce l'ho fatta fino alla fine), è davvero troppo facile non rendersi conto di quanti soldi si stanno spendendo, perché le "unità" dello yen ricordano troppo la vecchia lira. E di cazzate e cazzatine in cui buttare via soldi il Giappone è pieno. In ogni caso, non sono il primo e non sarò l'ultimo a farlo, ci tengo a sfatare con convinzione il mito del Giappone come vacanza costosa. Certo, il viaggio in aereo può essere una bella mazzata, ma per il resto il soggiorno può costare pochissimo o tantissimo, dipende tutto da come ci si vuole gestire.

Un pranzo può costare l'equivalente di cinque euro come anche di un centinaio. Ci sono alberghi economici e di lusso. Ma, per capirci, noi due, in generale, per mangiare mediamente spendevamo 10 euro a testa e quando proprio ci siamo strafogati siamo arrivati a spendere il doppio. L'alberghetto a Tokyo (della catena Tokyu Stay) ci è costato circa quaranta euro a testa a notte, mentre la locanda tradizionale (Ryokan) a Kyoto veniva decisamente meno. Lo shopping, pure, può essere decisamente economico (tipo l'iPod da 80 giga a 260 euro), anche se può diventare tremendamente costoso nel caso ci si faccia rapire dal consumismo. Dove si spendono soldi, volendo, è nell'andare in giro a visitare templi e simili, perché spessissimo sono a pagamento e se è vero che costano tutti poco, è vero anche che ce ne sono una marea. E il "problema" è che, sebbene dopo un po' comincino a sembrare tutti uguali, vale la pena visitarne tanti, perché poi hanno spesso quel qualcosa di diverso, di particolare, di affascinante, che li rende unici. In ogni caso, ribadisco: il Giappone può essere economicissimo come costosissimo, dipende solo da cosa si cerca.



Al di là della questione monetaria, è in linea di massima tutto molto comodo. Gli spostamenti sui mezzi pubblici sono una meraviglia. La rete dei trasporti funziona con una precisione e una puntualità allucinanti e in generale tramite treni e metropolitane è possibile arrivare un po' dovunque. Dove non vanno loro, in ogni caso, arrivano gli autobus. Comprare il biglietto per la metropolitana al primo impatto può sembrare complicato, ma in realtà, a patto di sapere dove si sta andando, è semplicissimo. Sopra alle macchinette automatiche c'è sempre il mappone con rappresentata l'intera rete (ovviamente solo delle linee affiliate, quelle della concorrenza si arrangino). Sulla mappa è indicata la stazione in cui ci si trova e per ogni altra fermata c'è scritto bello grosso il prezzo da pagare. Una volta individuata la cifra, si inseriscono i soldi, si indica eventualmente che si vogliono due o più biglietti e si seleziona la tariffa che serve. Da notare che si illuminano solamente i tasti relativi alle tariffe che è possibile pagare con la quantità di soldi inserita (tutti i distributori automatici, anche quelli di bibite, funzionano così). Ah, se per caso si sbaglia biglietto, a ogni stazione vicino all'uscita c'è una macchinetta tramite la quale correggere il tiro.

Le linee ferroviarie e metropolitane non sono tutte gestite dalla Japan Rail e questa è una cosa da tenere a mente al momento di decidere se acquistare o meno il Japan Rail Pass (una tessera grazie alla quale è possibile viaggiare a piacere su tutte le linee JR senza scucire altri soldi). Se, per esempio, ci si ferma solo a Tokyo, facendo magari anche qualche gitarella fuori porta, ma senza usare lo Shinkansen, è probabilmente più conveniente non acquistare il Pass, che è molto costoso. Per una vacanza come quella fatta da noi, che abbiamo preso lo Shinkansen quattro volte (per gli spostamenti fra Tokyo e Kyoto e per visitare Himeji), e che ci siamo mossi coi treni più volte per andare fuori dalle città, è invece conveniente, perché si finisce per spendere meno (lo Shinkansen e anche altri treni JR come il Narita Express sono molto costosi). Ovviamente, nel momento in cui si ha il Japan Rail Pass, si tende a utilizzare solo le linee JR, talvolta magari impiegando anche quei cinque/dieci minuti in più per lo spostamento, ma finendo per risparmiare soldi. A Tokyo, per esempio, ci sono numerose linee JR, fra cui la Yamanote, che fa sostanzialmente da "circonvallazione", attraversando un po' tutta la città. Però alcuni tratti si gestiscono più in fretta o comodamente (o anche "solo") tramite treni di altre compagnie. In ogni caso, ripeto: la soluzione migliore consiste nel farsi un paio di conti prima di partire, anche perché acquistare il Pass in Italia è molto comodo (nonché obbligatorio: in Giappone non te lo vendono), e permette di presentarsi all'ufficio di Narita con il voucher e ritirare il tutto al volo, senza menate da affrontare appena arrivati. Ah, un'ultima considerazione: in linea generale, con il biglietto o il pass si sale sul treno senza problemi e male che vada si sta in piedi (anche sullo Shinkansen). Se però bisogna percorrere lunghe tratte, meglio passare al relativo ufficio (indicato dal simbolo verde della JR, lo si trova nelle stazioni principali) a prenotare i posti, soprattutto se ci si muove in periodi particolarmente turistici.



Il cibo, oltre a non essere particolarmente costoso, è davvero ottimo. Dovunque siamo stati abbiamo mangiato molto bene e in alcuni casi si è giunti a punte di commozione vera. Detto che in linea di massima ci si orienta bene anche a caso (quasi tutti i ristoranti hanno esposte fuori riproduzioni del cibo che "trattano"), può essere davvero utile avere una guida su cui basarsi, specie se si desidera andare a mangiare piatti particolari. Perché se è vero che, in linea generale, uscire soddisfatti da un locale non è difficile, è vero anche che, in un contesto nel quale quasi tutti i ristoranti si specializzano su un "argomento" preciso, infilarsi nei migliori significa godere per davvero. Tendenzialmente, comunque, si mangia bene un po' dappertutto, mediamente molto meglio che nei ristoranti giapponesi italiani (e ci mancherebbe), spendendo oltretutto tremendamente meno. Per fare un esempio banale, a parità di prezzo si ingoia circa il doppio del sushi. E faccio il confronto tenendo in mente i ristoranti giapponesi più economici di Milano, eh!

In linea generale per ordinare non ci sono particolari problemi: spessissimo ci sono menu in inglese, quasi sempre quelli in giapponese sono muniti di fotografie esplicative e male che vada si può indicare al cameriere la riproduzione in vetrina di quello che interessa. Va detto, però, che così facendo si finisce la maggior parte delle volte per ordinare menu completi. Non che sia un male, per carità, ma scegliere le singole portate ha sempre un fascino particolare. Discorso a parte è andare a cena con un giapponese e dargli il controllo della situazione. Vederlo ordinare alla carta, scegliendo "pezzo per pezzo", significa ritrovarsi a godere come dei disperati, c'è poco da fare. Ah, in linea generale, le portate non sono abbondantissime, ma si esce bene o male sempre sazi, a patto di non volersi sfondare. Del resto, si mangiano tonnellate di riso, che certo riempie.

Ai vari ristoranti e ristorantelli nipponici, comunque, si aggiuncono catene "globalizzate" come McDonald's, Wendy's e Starbucks, e brand giapponesi che ne ricalcano lo stile. In linea generale, se si vuole fare una colazione occidentale o se si cerca un hamburger, in questi posti si va sul sicuro. Un caso particolare è rappresentato da Mister Donut: sembra una catena americana in tutto e per tutto, ma in realtà non glie ne frega nulla di servire gli occidentali. Ci si arrangia comunque fra gesti e termini universalmente riconosciuti (tipo "cappuccino"), ma il menu è totalmente in giapponese e senza manco mezza foto.

Infine, la gente. Meravigliosa per davvero. Ce l'hanno immagino nel DNA e nella formazione culturale, di essere gentili, ossequiosi e riverenti, e magari spesso è solo un pro forma, ma davvero sanno essere rispettosi e vogliosi di aiutare fino al punto di dar fastidio. E non parlo solo di chi lavora (sia esso un controllore, un cameriere o negoziante) che alla fin fine viene pagato per servire il cliente ed è pure normale che lo faccia, anche se magari in Italia non ci siamo troppo abituati. Il punto è che chiunque si incontri per strada è sempre pronto a dare una mano in qualche modo, se ti vede in difficoltà. E in generale, tornando a parlare di negozi e ristoranti, devo dire che quasi ovunque ho sempre trovato almeno una persona in grado di masticare un po' d'inglese, se non di parlarlo benissimo. Comunque, male che vada, ci si capisce a gesti. Certo, per le emergenze può diventare complicato, ma d'altra parte anche a questo serve avere una guida.

Personalmente consiglio le Rough Guide, complete, affidabili, estremamente precise nell'indicare i luoghi sulle mappette e ricche di consigli davvero utili. Ce ne sono una sul Giappone e una più specifica su Tokyo. Se si cerca una guida su Kyoto, che può servire per scoprire magari posticini oscuri e sfiziosi, consiglio la Lonely Planet, che va però considerata complementare alla Rough Guide generica sul Giappone, dato che sotto certi punti di vista è molto meno precisa, affidabile e fornita di informazioni utili. Personalmente sono un fan delle vacanze "andiamo un po' in giro a naso", ma mi piace anche molto informarmi un po' in anticipo, fosse anche solo per sapere dell'esistenza di quella cosa bellissima e interessantissima che altrimenti mi perderei di sicuro passando a cinquanta metri di distanza. Nel caso del Giappone, poi, una guida è doppiamente utile, per esempio perché permette di orientarsi in zone in cui magari ci sono solo cartelli in giapponese e perché segnala dove e come è necessario prenotare in anticipo per visitare determinati luoghi. Se proprio non interessano le guide (che in ogni caso consiglio di acquistare in edizione inglese, quasi sempre a circa metà del prezzo rispetto a quella italiana), comunque, vale credo la pena di visitare spesso e volentieri i Tourist Information Center. Noi non vi abbiamo praticamente mai messo piede, ma ne parlano tutti benissimo.

Ok, ora basta, di sicuro ho dimenticato qualcosa che volevo scrivere qua dentro (per esempio due chiacchiere su quanto le informazioni e le indicazioni per strada siano comprensibili e "anglofone"), ma ne ho le palle piene, come immagino chi sta leggendo. Quindi, per adesso, mi fermo.

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Link vari
Citibank
Citibank Japan
Japanese Postal Service
Japan National Tourist Organization
Japan Rail
Japan Rail Pass
Lonely Planet
Maestro
Rough Guides
Tokyu Stay

5.1.07

Home Sweet Home


Siamo vivi e siamo a casa, un po' tristi per la fine di una vacanza meravigliosa, ma tutto sommato soddisfatti di tornare nel nostro territorio. Gli ultimi giorni sono stati abbastanza impegnativi e non mi hanno mai lasciato tempo, forza e/o voglia per aggiornare il blog. Comunque, rimane l'idea di fare una serie di ulteriori post "a bocce ferme" su questa esperienza. Adesso, però, tocca andare a recuperare il gatto e poi al lavoro. Di nuovo, felice cinghiale a tutti.

1.1.07

Felice anno del cinghiale...


... a chi vive otto fusi orari indietro e probabilmente, mentre scrivo, ancora sta festeggiando. Ma pure a tutti gli altri.