Mud

Stand By Matteo

Il fuoco della vendetta - Out of the Furnace

L'america depressa e cattiva e antipatica e coi Pearl Jam.

Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie

Dawn of the Planet of the Apes of the titoli tradotti come capita.

The Innkeepers

Brrrivido!

Universal Soldier: Il giorno del giudizio

Follie distributive italiane

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

28.3.07

Un'ottima annata


A Good Year (USA, 2006)
di Ridley Scott
con Russell Crowe, Marion Cotillard, Albert Finney

Nel chiacchierare di Un'ottima annata, potrei parlare di quanto sia ridicolo Russell Crowe che sputazza un tentativo di accento brit nell'interpretare questo broker rincoglionito alla ricerca di se stesso e della passera francese che popola i suoi ricordi di bambino. Vorrei raccontare di un Ridley Scott altrettanto rincoglionito, che prova a convincersi di non stare facendo spazzatura ben pagata piazzando qualche inquadratura arditamente simbolica e buttando lì citazioni cinefile che spaziano fra Ridolini e Nuovo Cinema Paradiso. Sarebbe inoltre simpatico sottolineare come questa roba, vista in aereo per passare il tempo, mi abbia fatto venire un mal di testa devastante e mi abbia impedito di guardarmi poi l'apparentemente intrigante The Illusionist.

E invece, facciamo una bella cosa: vi rimando a questa affascinante recensione. Che poi il dubbio di non avere capito un cazzo della vita, del cinema, di Ridley Scott e della reincarnazione dell'immagine e del corpo, beh, ti viene anche. Però - attenzione - io e il simpatico Leonardo Lantieri abbiamo scelto la stessa immagine d'apertura: forse qualcosa ho capito, in fondo.

27.3.07

Xenogears

Xenogears (Square, 1998)
sviluppato da Square - Tetsuya Takahashi, Hiromichi Tanaka


Spesso additato come il miglior gdr giapponese di sempre, da moltissimi ricordato come una fra le più belle, affascinanti e appassionanti produzioni di Squaresoft, Xenogears è senza dubbio un titolo estremamente particolare, capace di muoversi all'interno degli stereotipi più tipici del suo genere e allo stesso tempo di essere opera quasi totalmente fuori dagli schemi. Di sicuro, pur coi tanti difetti che si porta dietro, in parte anche amplificati dal passare degli anni, brilla ancora oggi per coraggio, maturità e originalità.

A contraddistinguere Xenogears e differenziarlo da tanti altri giochi di ruolo nipponici c'è senza dubbio la strabordante importanza rivestita dall'aspetto narrativo. Può sembrare assurdo, considerando quanto il genere storicamente si appoggi sulla potenza delle proprie storie, ma Xenogears va oltre la norma e propone, di fatto, un film interattivo con brani di gioco a spezzare il ritmo ogni tanto. E se questa impostazione esce forse anche dal seminato nella seconda parte - al punto da far pensare a una produzione dai fondi improvvisamente tagliati e conclusa alla meno peggio - è comunque tutto il gioco a viaggiare su tali binari.

Stiracchiando, vien da dire che Xenogears è un po' il Metal Gear Solid dei giochi di ruolo: tanta narrazione, al punto di prevaricare spesso il lato interattivo dell'esperienza, e poco senso della misura. Eppure, nonostante tutto, le avventure di Fei Fong Wong e dei suoi amici funzionano alla perfezione, in primis per una scrittura dalla solidità e dalla maturità invidiabili, e in secondo luogo per un sistema di gioco che, per quanto forse semplicistico rispetto al di poco precedente Final Fantasy VII, convince grazie a risvolti strategici intelligentemente sottili.

Xenogears racconta, nella sostanza, di una storia d'amore interminabile, fatta di continue ripetizioni nell'arco dei secoli, sfruttando un pretesto narrativo certo non originalissimo (l'amore eterno grazie alla reincarnazione), ma sempre di grande effetto. Vive di un romanticismo estremo ed esasperato, ma quasi mai sopra le righe e, anzi, estremamente maturo nel tratteggiare la relazione fra i due protagonisti e perfino in grado - caso più unico che raro - di mostrare del sesso in maniera delicata e priva di squallide pruderie. Paga gli eccessi di lirismo e la soffocante logorrea che tanto infestano la narrativa giapponese per adolescenti, ma si muove nel suo genere con consapevolezza e intelligenza.

E considerazioni simili possono essere fatte sull'intera sceneggiatura, che tratta con gusto e sfrontatezza tematiche non facili come il libero arbitrio, il senso di responsabilità, il ruolo delle istituzioni religiose e i rischi derivanti dal potere. Pur fra sviluppi canonici e prevedibili, pur con netti cali di ritmo e qualche piccolo buco di sceneggiatura, l'intreccio si sviluppa in maniera appassionante, grazie a personaggi solidi e situazioni ricche di spessore. Parte da uno spunto iniziale visto mille volte (il classico protagonista vittima d'amnesia e circondato da persone che sanno più di quanto dicono), ma si evolve dipanando i suoi misteri un pezzetto alla volta, con grande senso della tensione e un notevole gusto per lo spettacolo.

E in tutto questo, nonostante l'estrema linearità e la sovrabbondanza narrativa, non dimentica di essere un gioco, per quanto sterilmente incastonato negli stereotipi del gdr orientale (città-dialoghi-negozio-mappa-dungeon-città-ecc). Xenogears offre infatti un sistema di combattimento all'apparenza molto semplice, ma che nasconde sottigliezze intriganti e sulla distanza obbliga il giocatore ad esplorare a fondo le sue potenzialità. Presenta due meccaniche simili, ma finemente diverse, nel separare i combattimenti affrontati a mani nude e quelli a bordo dei gear (gli enormi robot utilizzati dai personaggi) e a conti fatti soddisfa anche sotto questo punto di vista.

Nel complesso, insomma, il titolo sviluppato dagli attuali Monolith convince anche a distanza di anni, pur pagando lo scotto di uno stile grafico (impacciato mix di bitmap e poligoni) che obiettivamente non convinceva del tutto neanche all'epoca e di una telecamera spesso zoppicante. Convince soprattutto grazie alla sua forza narrativa, la cui immutata solidità dopo quasi un decennio testimonia la pochezza tematica e stilistica di un medium che, inutile negarlo, ancora fatica in maniera incredibile a tirarsi fuori dal pantano della narrativa mediocre per ragazzi.

26.3.07

Copertine


Sul numero di TGM già da un po' in edicola c'è un mio articolo, in cui parlo del viaggio a Las Vegas e dei giochi che lì ho visto. Purtroppo non è firmato, e certo non per decisione mia. E, lo ammetto, ritrovarmi fra le mani la rivista aperta, con lo sguardo sul mio articolo "anonimizzato", beh, mi ha deluso un sacco. Ci son rimasto proprio male. TGM è la rivista che leggevo da ragazzetto (assieme a Zzap e Kappa, chiaro) e, sebbene ormai non la segua da anni, ci sono tutto sommato ancora parecchio affezionato. Sarà puerile, sarà infantile ma, insomma, averci finalmente scritto sopra ha rappresentato per me una bella soddisfazione, una delle poche vere soddisfazioni lavorative degli ultimi tempi. E invece pure questa, in qualche modo, me l'hanno un po' levata.



Questa, invece, è una rivista giapponese. Non mi è chiaro se sia pubblicata direttamente da Konami, o da loro solo sponsorizzata, comunque parla di calcio e di Winning Eleven. Pare folle, eh? E invece, per quel poco che posso capire senza capire praticamente nulla di quel che c'è scritto sopra, è proprio bellina. Sul numero precedente a questo, c'era un reportage sull'evento di Dublino, che quindi in qualche modo parlava anche di me. Ma su questo numero qua, invece, la rivista è diventata ancora più bellina, perché ha esordito una rubrica fissa curata dal sottoscritto. Pensa, l'inviato speciale dall'Italia! Queste sì, che son soddisfazioni.



Questa, invece, è una cosa bellissima che ho letto qualche giorno fa. Una roba che mi ha fatto attanagliare lo stomaco per le emozioni. Ultimamente mi capita spesso, non so se perché sto leggendo tonnellate di roba bellissima o perché sono particolarmente propenso. Probabilmente entrambe le cose. Ad ogni modo, lo consiglio, anche se in realtà prima bisognerebbe leggere Supreme Power, di cui questa roba è la continuazione.



Qua, infine, è dove siamo stati ieri e oggi. Posti in cui vien voglia di rimanere.

22.3.07

Millennium - Stagione 3


Millennium - Season 3 (USA, 1998/1999)
creato da Chris Carter
con Lance Henriksen, Klea Scott, Brittany Tiplady, Terry O'Quinn

La terza stagione di Millennium, esattamente come la precedente, soffre di un avvio molto faticoso. Ancora una volta, cambiano gli autori, con l'allontanamento della premiata ditta Morgan/Wong e l'introduzione di Chip Johannessen nelle vesti di executive producer. E questo genera un evidente impaccio iniziale nella gestione di storie e personaggi, con una prima manciata di episodi davvero deludenti. Poi, però, proprio come era accaduto con la seconda stagione, le cose migliorano e questa terza annata, pur con tutti i problemi derivanti dalla chiusura anticipata, si rivela ancora una volta un'ottima visione.

Prima di cedere il posto a una seconda parte di episodi quasi del tutto dedicata alla risoluzione delle trame in sospeso, l'obiettivo si sposta nuovamente sui serial killer, con atmosfere che ricordano per certi versi quelle della prima stagione. Sotto altri punti di vista, però, il terzo anno sceglie vie inedite per la serie, approfondendo il rapporto fra il protagonista e sua figlia (interpretata dalla sempre bravissima Brittany Tiplady) e introducendo una nuova presenza fissa femminile al fianco di Frank Black, nelle vesti di una collega dell'FBI. Già, FBI: Frank ha abbandonato il Millennium Group, è tornato a fare l'agente federale e ha deciso di dedicarsi alla sistematica demolizione di tutto ciò che il gruppo rappresenta e ha rappresentato.

Questo, di fatto, cambia abbastanza le dinamiche dei rapporti fra lui e Peter Watts, che da amico e spalla diventa antagonista, anche se in perenne bilico fra bene e male. Ma il vero cambiamento sta soprattutto nella presenza dell'agente Emma Hollis, che avvicina abbastanza palesemente Millennium a "papà" X-Files. In fondo, tematiche e atmosfere saranno anche diverse, ma se hai per protagonisti una coppia di agenti dell'FBI di sesso opposto, intenta ad indagare su casi che spesso sfociano nel paranormale, beh, una minima sensazione di déjà vu ti viene per forza.

Ciononostante la serie riesce a mantenere una sua distinta identità, ma - come ovvio - paga pesantemente la scelta di chiudere tutto anzitempo. Millennium vive così il paradosso di essere un serial evidentemente programmato per raggiungere il suo culmine narrativo al termine del 1999 e che si ritrova invece a dover chiudere baracca e burattini parecchi mesi prima. Giocoforza la risoluzione delle varie trame lascia abbastanza a desiderare, divisa com'è fra discorsi terminati frettolosamente e altri abbandonati proprio a metà.

Non c'è insomma una reale chiusura: la missione di Frank Black rimane aperta, così come il destino suo e della figlia. Non veniamo a conoscenza dei reali piani del Millennium Group e non scopriamo che fine faranno Peter Watts e la scomparsa Lara Means. Non vediamo realmente risolto il conflitto fra il protagonista e la mefistofelica Lucy Butler, così come non sapremo mai quanto Emma Hollis avrebbe potuto farsi coinvolgere in tutto questo. E così come si vedono svanire nel nulla buona parte delle tematiche più mistiche e religiose delle due passate stagioni, ci si trova ad osservare altri discorsi chiusi davvero con troppa fretta. Basti pensare al personaggio dell'agente Barry Baldwin, appena abbozzato per una ventina di episodi, improvvisamente portato a compimento nel giro di mezz'ora.

Di fronte alla delusione di un finale frettoloso e tirato via, però, c'è la consapevolezza di avere ancora una volta potuto apprezzare pezzi di ottima televisione. Da sarcastici divertissement come Thirteen Years Later e Omerta all'intenso psicodramma Trough a Glass Darkly, passando per le toccanti e intense trovate di Borrowed Time: Millennium convince senza dubbio anche in questa annata finale. E lo fa nonostante il citato avvio zoppicante e nonostante il gran numero di episodi dedicati alla lotta contro il Millennium Group, pur rappresentando un affresco convincente, non riesca a raccontare che una minima parte di quanto avrebbe dovuto.

Si chiude così, lasciando un grosso senso di incompiuto, una serie per certi versi troppo avanti per i suoi tempi, che ha pagato forse l'insostenibile concorrenza di X-Files e la fin troppo facile predisposizione ad essere fraintesa per una copia sbiadita dell'altra serie di Chris Carter. Incostante e incoerente, oscura e perversa fino allo sfinimento, capace di divertire, commuovere e spaventare, dannata oltre che dalle tematiche affrontate, da un continuo tentativo di rinnovamento, profondo al punto di rendere totalmente diverse fra di loro le tre stagioni che la compongono. Imperfetta e schizofrenica, ma forse anche per questo tremendamente affascinante.

15.3.07

Ho attaccato un poster


La fotocamera del telefonino non rende giustizia, ma sopravviveremo.

14.3.07

L'ultimo contratto


Grosse Point Blank (USA, 1997)
di George Armitage
con John Cusack, Minnie Driver, Alan Arkin, Dan Aykroyd, Joan Cusack

Martin Q. Blank (John Cusack) è un killer a pagamento, uno dei più bravi, ma dopo tanti anni di uccisioni ha perso la passione per il suo lavoro e non trova più stimoli e motivazioni. Va in terapia da uno psichiatra (Alan Arkin) terrorizzato dalla sua figura e sogna tutte le notti il suo amore perduto. Un giorno riceve un invito per una riunione scolastica e decide di parteciparvi, per reincontrare qualche amico e ritentarci con la vecchia fiamma. Ma non sa di avere sulle proprie tracce qualche collega, fra cui uno spettacolare Dan Aykroyd...

L'ultimo contratto è un film strano, indeciso. Non sembra essere troppo convinto del registro da tenere e oscilla in maniera schizofrenica fra il grottesco, il romantico e il film d'azione in senso stretto. Vive delle belle interpretazioni dei suoi attori, che recitano tutti costantemente sopra le righe e contribuiscono così a creare un'atmosfera del tutto surreale, alimentata da una fotografia e una regia allucinate.

Diverte e si prende in simpatia, grazie a soprattutto a dialoghi molto ben scritti, specie quando coinvolgono il protagonista e la simpatica Minnie Driver, ma non convince fino in fondo, forse anche per un finale un po' raffazzonato. Ma son comunque un paio d'ore scarse in compagnia di John Cusack, che si trascorrono sempre con piacere.

13.3.07

Installazione completata


A una settimana dal mio esordio in quel di Via Brescia, mi sento di dire che poteva andare peggio. Il tragitto casalavorolavorocasa, per il momento, è vissuto in totale tranquillità. Le fermate di metropolitana in più non pesano, perché tanto mentre leggo neanche ci faccio caso, e la passeggiata a piedi non è poi così impegnativa, anzi, viene quasi da definirla piacevole (a proposito: ho optato per l'assalto da Villa Fiorita, che a sentire google son 1400 metri invece dei 1700 da Cernusco e che, soprattutto, ha un percorso molto meno trafficato, in tutti i sensi).

Ad ogni modo si tratta comunque di un'oretta in più al giorno dedicata al lavoro, son sempre sei euro in più a settimana di abbonamento e bisogna pure vedere quanto sarà piacevole, la passeggiata, in pieno agosto, nei giorni di pioggia e in quelli di scazzo. Alla lunga, probabilmente, si pagherà pegno, ma insomma, per il momento non ci si lamenta.

L'ufficio, pure, non dispiace, e il mio angolino va più che bene. Un po' meno bene l'atmosfera da suicidio di massa incombente che traspira dalle pareti, ma ci si può fare poco. A conti fatti, per quanto mi riguarda, i "ma" e i "però" rimangono quelli di via Asiago, che certo hanno poco a che fare con la nuova situazione. E - trasloco a parte - di cambiamenti significativi, sempre per quanto mi riguarda, ancora non se ne sono visti. Vediamo come si evolve tutto quanto, via.

Seguono: il tragitto Villa Fiorita/redazione in cinque immagini, una sventagliata di quattro foto sull'area giochi e altrettanti ritraenti la mia postazione. La qualità è altalenante, ma non ho troppa voglia di perder tempo a fare di meglio. Preme comunque far notare lo splendido panorama che si ammira dalla mia finestra e l'assoluta necessità di un bel poster da piazzarmi davanti agli occhi. Saluti.













12.3.07

My Name is Earl - Stagione 1


My Name is Earl - Season 1 (USA, 2005/2006)
creato da Greg Garcia
con Jason Lee, Ethan Suplee, Jaime Pressly, Eddie Steeples, Nadine Velazquez

Earl Hickey è un parassita della società, un uomo che vive di stenti e furtarelli, il cui stile di vita si basa sul metterla nel culo altrui e nel trovare sempre il modo migliore per godersela alle spese del prossimo suo. Un giorno, però, la sua vita va improvvisamente e catastroficamente a rotoli e lui, immobilizzato su un letto d'ospedale, viene convinto da un episodio dello show di Carson Daly di stare pagando le conseguenze del suo comportamento. Il karma lo sta punendo. Per questo decide di farsi perdonare, prepara una (lunghissima) lista di tutti i torti compiuti in vita e s'impegna a ripararli, uno per uno.

Da queste assurde premesse prende il via una serie divertentissima, che basa tutto il suo fascino su un cast fenomenale e su uno stile comico che mescola grottesco, scorrettezza e pseudomoralismo spicciolo. Earl si muove in un'America fatta di freak e disadattati, compie del bene al solo scopo di essere premiato dal karma e, sostanzialmente, è spinto da motivazioni che, per quanto nobili, non vanno poi tanto oltre il gretto opportunismo. E proprio qui sta il bello, perché i migliori episodi della serie sono proprio quelli che riescono a giostrarsi meglio in questo difficile gioco d'equilibrismo fra la moralina impegnata e la satira dissacrante.

Al fianco del protagonista vivono una serie di personaggi assurdi, esagerati nella caratterizzazione e adorabili. Lo stralunato fratello Randy, la sboccata ex moglie biondosudista Joy (interpretata da una spettacolare Jaime Pressley), la bomba sexy latina Catalina, il pacato e adorabile Darnell e qualche notevole personaggio ricorrente, interpretato da ottime guest star del calibro di Beau Bridges (il padre di Earl) e Giovanni Ribisi (il compagno di ruberie Ralph).

My Name is Earl gioca sulle atmosfere surreali, sottolineate da una fotografia dai colori saturi allo sfinimento, e su una comicità dell'assurdo. Prende in giro qualsiasi cosa sia possibile prendere in giro e tira fuori idee fulminanti una dietro l'altra. Dà forse il suo meglio quando unisce al delirio un pizzico di malinconico romanticismo, per esempio in Y2K, Something to Live For, The Professor o in tutti gli episodi che raccontano l'evolversi del rapporto fra Earl e suo padre. Ma in generale rappresenta sempre venti piacevolissimi minuti di risate e intelligente spensieratezza.

E poi, come posso non amare un telefilm in cui i due fratelli protagonisti si ritrovano appesi ad altrettante corde, a penzoloni dentro un serbatoio dell'acqua vuoto, soli e abbandonati a loro stessi, e dopo qualche ora di tedio si mettono a canticchiare a bassa voce "Believe it or not, I'm walking on air. I never thought I could feel so free. Flying away on a wing and a prayer. Who could it be? Believe it or not it's just me"?

P.S.
Il cofanetto in DVD della prima stagione contiene anche il delirante e bellissimo pilota alternativo Bad Karma, in cui Earl, invece del Carson Daly, guarda una puntata dei Griffin (Family Guy) e decide di farla pagare a tutti coloro che gli abbiano mai fatto un torto.

11.3.07

Il buio oltre la siepe


To Kill a Mockingbird (USA, 1960)
di Harper Lee

Maycomb è una cittadina dell'Alabama, nel profondo sud degli Stati Uniti. Qui, nel pieno degli anni Trenta, è ambientato il romanzo semi-autobiografico di Harper Lee, che racconta un periodo di circa tre anni nella vita della piccola Jeane Louise "Scout" Finch. Episodio portante della vicenda è il processo per stupro contro un uomo di colore, la cui difesa viene assegnata ad Atticus, padre di Scout e uomo tutto d'un pezzo, che non si tira certo indietro di fronte al rischio di essere additato come "amico dei negri" e doverne pagare le conseguenze.

Il buio oltre la siepe racconta del mondo filtrato dagli occhi di una bambina e dal suo modo di vedere le cose. Parla di coraggio, egoismo, razzismo, indifferenza, amore, crescita, spiritualità, pregiudizi, morale, ambiguità. Diverte e commuove col suo stile sincero e diretto, proprio come quello di una bimba curiosa e un po' maschiaccio, che si guarda attorno ingenuamente e vive a stretto contatto con problemi più grandi di lei.

E ad avermi appassionato, molto più che la tensione della vicenda o la ricchezza di temi "importanti" che vedo in giro sviscerati su una marea di siti, è proprio quest'incredibile capacità di calare il lettore nei panni di una bambina, di dipingere il mondo con quello sguardo simpatico e delizioso e di far (ri)vivere in prima persona la noia estiva, i giochi con gli amici, i racconti dell'orrore, i primi amori, i traumi della crescita, le gioie e le delusioni di quell'età.

Un sacco di gente mi ha raccontato di aver letto Il buio oltre la siepe a scuola. Per quel che ricordo, a scuola mi sottoponevano altra roba. Ma va benissimo così, preferisco averlo letto ora, per i fatti miei, piuttosto che averlo trascurato e guardato con disinteresse, come - ahimé - facevo fin troppo spesso ai tempi dell'obbligo. Lo metto nel profilo, fra i preferiti, perché ha rappresentato una lettura deliziosa, soprattutto per il come, più e molto prima che per il cosa.

1.3.07

Sei del mattino


Viaggio relax, per una volta, con decollo da Malpensa all'una del pomeriggio, scalo a Monaco e poi via verso Frisco. Si vola con Air Dolomiti, quindi Lufthansa (che io ho amichevolmente sempre chiamato Lutwaffe). L'aereo è nuovo di pacca e discretamente comodo, il bambino della fila davanti piange un po' ma neanche troppo, non ci sono gli schermini per ogni sedile ma solo quelli centrali. Io comunque lo schermo ce l'ho proprio sopra la testa, quindi va bene. Purtroppo solo due film in programma, quindi trascorro tot tempo cazzeggiando, mangiando roba impresentabile (pollo con tagliatelle, dio santo) e arrivando ben oltre pagina 300 di Jonathan Strange & Il signor Norrell, che si presenta molto bene.

Il primo dei due film è Un'ottima annata, una bella puttanata. Vengo poi colto dal mal di testa e decido di rinunciare all'intrigante The Illusionist per sonnecchiare un po'. Si arriva, taxi, check-in, fuga dal letto per evitare il collasso e via al ristorante giapponese. Io mi mangio della discreta tenpura di verdure e una spettacolare tagliata di tonno, che incontra il gradimento incondizionato di tutti i presenti che mi hanno imitato. Ah, i presenti: oltre allo Scamu, ci sono Paolo di THQ e Daniele di Play Press.

Stanotte mi sono svegliato alle due, alle quattro e infine alle sei. Adesso mi sa che vado a farmi un giretto per i cazzi miei, in attesa dell'appuntamento con gli altri per farci un bel giro della città. Oggi pomeriggio, invece, dovremo metterci al lavoro. Il programma per i prossimi giorni è indefinito, ma mi piacerebbe riuscire a visitare questa roba, magari mentre gli altri se ne vanno ad Alkatraz (been there, done that). Vediamo che succede.