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26.4.07

Vancouver, fase uno


Il viaggio in aereo con KLM (prima volta da secoli) è stato efficiente e piacevole, ho lavoricchiato, ho letto, mi sono sparato un filmetto simpatico e, ahimé mi sono addormentato solo sul finale di volo, quando praticamente stava già iniziando la manovra d’atterraggio. Una volta sbarcato, e dopo aver oltrepassato le varie tappe (immigrazione, interminabile attesa del bagaglio con nuovo interrogatorio dell’immigrazione, prelievo soldi dall’ATM…), mi sono piazzato su un taxi. Il primo impatto con la città, quello dal finestrino del taxi mentre ti avvicini al centro, fa invero abbastanza vomitare. Una skyline così brutta non credo di averla mai vista, fra scenari industriali e palazzoni tutti uguali e tutti uno più brutto dell’altro. In realtà, poi, la città, vista dall’interno, è molto meglio, anche se fin adesso non mi ha fatto il favore di accogliermi con delle condizioni metereologiche decenti (pare che andrà meglio sabato, speriamo, vorrei fare una gitarella fuori porta).

Ad ogni modo, martedì la serata si srotola in maniera abbastanza lineare: arrivo in albergo, mi schianto in camera e collasso sul divano, saltellando fra i due canali sportivi, che trasmettono Manchester - Milan e gara 2 fra Raptors e Nets. Alle 19:00, nientemeno, decido che è il caso di collassare, mi schianto a letto e dormo quasi di filato fino alle sette di mattina. C’è qualche classico risveglio a notte fonda da jet-lag, ma il fatto di non aver dormito in aereo mi aiuta a fregarmene e a tirare dritto verso il mattino.

Il mercoledì di lavoro (sul lavoro in generale non dirò nulla perché c’è un embargo da taglio delle palle con scadenza a giugno inoltrato) ha inizio alle 11:30 e, fino a quell’ora, ho sostanzialmente la possibilità di cazzeggiare per i fatti miei. Quindi doccia, colazione abbondante (pancake) nel bar dell’albergo e poi via verso nuove interminabili avventure. Dato che gli studi di EA sono a una decina di minuti di passeggio, decido di trascorrere le due ore abbondanti a disposizione andandomene in giro, con in mano un bicchierone di cioccolata calda di Starbucks. Me ne salgo lungo Davie Street (la via dell’albergo) e tiro poi su attraverso Granville Street, una bella via carica di negozi. Qui mi infilo in un negozietto di souvenir alla ricerca di cacatine da riportare a casa e mi faccio rapire da un negozio di fumetti (Golden Age Collectables) dentro al quale c’è anche un tizio che si sta facendo intervistare. Non so chi possa essere, magari ho visto una celebrità. Comunque, passo un po‘ di tempo sbavando sui cinquantamila spettacolari cartonati che mi ritrovo davanti e raccatto su Jack of Fables, il quarto volume di Liberty Meadows e il quinto volume di Ex Machina.

Il giro prosegue fino alla baia, dove individuo il palazzo in cui dovrò presentarmi più tardi e da cui mi dirigo verso Gastown, una specie di quartiere storico molto carino e del quale vi sciorino qualche immagine.






Da qui mi riavvio verso gli uffici EA, facendo tappa alla classica torre con osservatorio in cima, da cui godere di vista della city. Trascorro qua sopra un po' di minuti, osservando il panorama, scattando un po' di foto - fra cui quella di ieri - che metto qui di seguito e girando anche un breve filmato a bordo dell'ascensore.






Terminato il giretto turistico, sostanzialmente, termina anche la giornata: dopo la (lunga) presentazione, durante la quale fra l’altro mangio una pasta incredibilmente cotta al dente e condita in maniera quasi accettabile, torno in albergo assieme a un giornalista spagnolo molto simpatico ed esteticamente assurdo (pare Humphrey Bogart). Ho del lavoro da fare e, anche dopo averlo terminato, non è che ci sia molto da andare in giro, visto che il tempo è peggiorato e la pioggia si è fatta davvero troppo fastidiosa. Trascorro così un’oretta in albergo, prima di raggiungere il ristorante designato per la cena (comodamente piazzato a qualcosa come cinquanta metri di distanza.

Qui reincontro Federico di EA e i due giornalisti arrivati in giornata, entrambi di nome (!) Andrea. La cena è piacevole, mi mangio una specie di zuppona d’aragosta, del pesce denominato halibut (che non ricordo mai cosa caspita sia) e una spettacolare tortina al cioccolato. Ma scorre decisamente troppa birra (soprattutto nella prima fase, a stomaco vuoto in attesa delle pappe) e, intorno alle dieci, anche per le condizioni fisiche disastrose dei due Andrea appena arrivati, si decide di fuggire in albergo. Adesso, il giorno dopo, è mattina presto, sono bello docciato, ho un filo di mal di testa e scrivo mentre aspetto la colazione in camera (lusso). Oggi si comincia a lavorare alle 8:30, sarà una lunga giornata.

P.S.
Nel frattempo la colazione è arrivata, e fra l’altro me l’ha portata una gnoccolona da paura.

P.P.S.
Non ho poi fatto in tempo a mettere il post sul blog (rischiavo di perdere la navetta), quindi lo faccio adesso, di ritorno dalla spedizione in EA. La giornata è stata sostanzialmente dedicata per intero al duro lavoro, quindi non è che ci sia altro da raccontare. Adesso doccia e poi via al ristorante. Saludos!

P.P.S.S.
Qua di seguito infilo qualche altra foto del giro fatto ieri mattina e, per non farci mancare nulla, anche l'ormai abituale servizio fotografico sulla stanza d'albergo. Risaludos!









25.4.07

Vancouver


Sono a Vancouver, da ieri pomeriggio. La missione, questa volta, e' dedicata a FIFA e Need For Speed (quest'ultimo gestito proprio oggi). La citta' e' bellina assai, anche se il tempo lascia abbastanza a desiderare. Sono gia' riuscito a spendere un po' di soldi in cazzatine e, ovviamente, fumetti. Visto che pioviggina, penso che adesso andro' in giro a spendere un altro po' di soldi. Spero spunti il sole da qui a sabato, dato che l'ultimo giorno avro' la mattinata libera e non mi spiacerebbe fare una veloce puntata nei verdeggianti dintorni della citta'. Vedremo. Per il momento, mi limito a rinnovare il mio sempreverde odio per le tastiere prive di accenti.

23.4.07

In giro per Helsinki


Il cinque di aprile, lo scrivevo qui, sono zompato su un aereo per Helsinki, con breve scalo a Praga. Partito da Milano in maglietta e giacchetta, atterro in un posto che richiede felpa e giaccone. In realtà non è che si muoia dal freddo ma, insomma, è proprio un'altra temperatura, bella fresca e pungente come piace a me. Il problema più che altro è il vento, fortissimo e freddissimo: scatta inevitabile il cappellazzo. Dopo un viaggio più che decente (notevoli i panini forniti da Czech Airlines) e dopo aver gestito l'installazione in albergo, la compagnia (il sottoscritto, Rosaria di Atari, il Gere di Nextgame e Stefano di Alice) si getta sulla strada per fare un giretto nei dintorni. La via dell'albergo è una traversina di questo vialone alberato, che seguiamo verso destra fino alla baia. Da qui risaliamo verso l'interno e ci soffermiamo a dare un'occhiata al duomo. E qui rimaniamo allibiti di fronte a un tizio in tenuta da body builder (seminudo, quindi) che si spara le pose davanti alla statua e si fa fotografare dai turisti.

Alle nostre spalle si trova questa simpatica vietta, sulla quale si affaccia un negozio di souvenir che espone all'ingresso una rennazza impagliata. Dopo esserci gustati un altro po' la piazza, torniamo sulla baia, dominata da questo aquilozzo e da un simpatico trio di tartarughe. Il resto del pomeriggio lo trascorriamo passeggiando lì intorno e scrutando, fra le altre cose, la bella cattedrale di Uspenski. Dopodiché ci infiliamo in una specie di grossa caffetteria, nella quale mi scofano una spettacolare fetta di torta e una cioccolata calda. Ovviamente nel tragitto realizzo anche un mini-reportage fotografico.







La prima serata viene dedicata a una visitina ai ragazzi di Bugbear (sviluppatori di Flatout, la cui edizione 360 sono per l'appunto venuto a vedere). I loro uffici si trovano all'ultimo piano di una palazzina di periferia. Ma questa sera li becchiamo nel sotterraneo, dove si trova una specie di enorme area da ricreazione. Sulla sinistra, un gigantesco tavolo da poker, dove una decina di persone giocano a Texas Hold'em (Stefano si unirà poi per qualche mano). Di fronte, un proiettore con schermo gigante: due uomini ignudi, coperti solo da asciugamano, stanno giocando a Guitar Hero II. Nella stanza a fianco, cucinino, con frigo ovviamente strabordante di birre. E, subito dietro, sauna (ecco perché gli uomini sono ignudi). Mentre Jussi, il nostro simpatico "conducente", ci illustra la situazione e si prepara a mostrarci un po' il gioco, non posso fare a meno di immaginarmi una simile "area relax" negli uffici Sprea. Dopo un'oretta di pseudolavoro, mi rilasso un po' chiacchierando, sbevazzando, smangiucchiando e facendo a fette Jussi a Guitar Hero II (e se lo faccio a fette io, non dev'essere proprio un campioncino).

La serata prosegue in un ristorante specializzato in cucina finlandese. Il posto è molto turistico, con arredamento da cacciatori selvaggi e piatti tipici, ma alla fine è abbastanza divertente e, soprattutto, si mangia da Dio. Io, in particolare, mi gusto un delizioso stufato di renna, bello asciutto e saporitissimo. Fra bicchieri e tazzoni di alcolici, antipastini e robette deliziose, la serata scorre in totale piacevolezza. Mangio come una fogna, chiacchiero e mi gusto l'inarrestabile parlantina di Jussi. Dopodiché si torna in albergo e si collassa per la lunga e faticosa giornata, non prima di aver comunque dato uno sguardo alla TV del posto, che offre, fra le altre cose, La passione di Cristo con sottotitoli in svedese e finlandese, RAI 1 (con Lino Banfi) e una specie di Amici finnico.


Venerdì 6 aprile comincia con un'abbondante colazione (non mi faccio mancare nulla, dai dolcetti alla pancetta, passando per uova, the e succo d'arancia) e prosegue con la visita agli uffici veri e propri di Bugbear. E qui trascorriamo tutta la mattinata e la prima parte del pomeriggio. Scatto anche delle belle foto, ma non sono troppo sicuro di poterle mettere qui, quindi non lo faccio. Sottolineo comunque lo sfizioso arredamento, la notevole collezione di giochi di guida (c'è veramente di tutto e per tutti i formati, compreso un Beverly Hills Cop per PS2 che manco sapevo esistesse) e l'allucinante - ma tutto sommato gustoso - the al cocco che mi viene offerto da Jussi.

Una volta fuggiti dagli uffici di Bugbear, decidiamo di farci un bel tour della città a piedi. Purtroppo (o per fortuna) è venerdì di Pasqua, quindi praticamente tutti i negozi sono chiusi e l'intera popolazione di Helsinki è via a trovare i parenti o, al massimo, chiusa in casa. Comunque, ci facciamo una bella (e lunghissima) passeggiata. Prima tappa, il piazzone della stazione dei treni, immortalato nelle foto che seguono (notare le folli statue-lampioni all'ingresso della stazione).







La gitarella prosegue e, sprezzanti del pericolo e del rischio di una serata da morti viventi, ci inerpichiamo fra i colli e continuiamo a vagare. Visitando fra gli altri posti il palazzo del parlamento e la sfiziosissima chiesa di Temppeliaukio, interamente scavata dentro un'enorme roccia che le fa da "muro". Non faccio foto all'interno per evitare di rompere le palle alla gente in preghiera, ma lo spettacolo è davvero bello. Proseguiamo il giro un po' a caso e un po' con l'intenzione di tornare verso il punto di partenza e finiamo per andare a infilarci in una caffetteria davanti al duomo che avevo avvistato il giorno prima. Qui, oltre alla cioccolata calda d'ordinanza, inglobo un'enorme fetta di una deliziosa torta alla banana. E si torna poi in albergo, pronti a ripartire verso il ristorante russo (segue altra sventagliata di foto scattate durante la passeggiata).







Il ristorante è, se possibile, ancora più pacchiano e turistico di quello finlandese. Con noi c'è anche il simpaticissimo producer del gioco, del quale ahimé non ricordo il nome. La cena è deliziosa e iperabbondante. Si comincia con una serie interminabile di antipasti a base di verdure e affettati vari, fra i quali spicca un adorabile e gustosissimo salame d'orso. Si prosegue poi con la carne: io testo la bistecca d'alce (una goduria), altri si fanno portare uno spiedone di carne infilzata da un'enorme spada. Il tutto è ovviamente innaffiato da champagne (bottiglia stappata da Rosaria con un colpo di sciabola, senza parole) e vino rosso. Burp. La serata prosegue in un bar dalla cui balconata si gode di una bella vista sulla città (ovviamente la foto viene una merda) e nel quale assaggiamo la bevanda alcolica più gggiovane della Finlandia (una roba assurda, dal sapore di liquirizia salata). Infine ci accasciamo sui divanetti di un localino nel quale si sbevazza un po' di birra e si chiacchiera. Ma la morte è ormai imminente e non si va avanti a lungo: saluti, baci e buon viaggio.


L'ultima giornata, con partenza prevista nel primo pomeriggio, inizia con un'altra colazione da fegato a pezzi e con il check out. E poi via a spendere un po' di soldi a caso. Si comincia col mercato coperto. Al suo interno, una lunga serie di bancarelle di alimentari (fra cui si fa notare quella con infilate bandiere italiane e sciarpe del Catania). Qui scatta la gola e raccatto, da portarmi a casa, un salame d'alce, una bresaolina di renna e un barattolo di paté d'orso. Sbrigata la pratica "alimentare", ci infiliamo nel mercato all'aperto (salmoni come se piovessero, ma anche bambole, magliette, calamite e altro) e ci facciamo abbindolare dai venditori, tirando fuori fior di quattrini per una manciata di souvenir.

Dopo una passeggiata lunga e dispendiosa, decidiamo di zompare su un tram che fa un ampio giro della città e gustarci quindi un veloce sguardo su posti che il giorno prima abbiamo solo sfiorato. Al termine del piacevole e rilassante giro, ci infiliamo nella via dei negozi (aperti e strapopolati), lungo la quale incrociamo pure un simpatico suonatore di strada (foto e filmato). Come ultimo sfizio ci concediamo un vizioso pasto al mercato coperto visitato prima, gustando deliziose tartine a base di prodotti marini. Ma il tempo è tiranno, l'ora di saltare sul taxi si avvicina e la bella Helsinki è già pronta a salutarci. Un altro viaggio è finito, un altro è già in programma.

17.4.07

Gears of War

Gears of War (Microsoft Game Studios, 2006)
sviluppato da Epic Games - Cliff Bleszinski


Corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta. "Uh, figata, questa specie di boss nel buco che devi far fuori usando la pistolazza per sparare col satellite di Akira. Fico davvero. Sì, ok, fico, ma stai durando troppo, adesso muori. Ecco, bravo." Corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta. "Oh, c'è di nuovo il boss nel buco da far fuori con la pistolazza del satellite di Akira. Vabbé, dai, ora so come farlo, sarà più veloce. Oddio, neanche troppo, eh. Ok, fatto, andiamo avanti." Corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta-corridoio-torretta. "No, ma basta, ancora 'sto cazzo di polipo dal buco? Ma che rottura di coglioni." Questo, in sintesi, il primo atto di Gears of War. Una roba di una noia mortale, da mettersi le mani nei capelli, da spingerti quasi a mollare lì il gioco (conosco chi l'ha fatto). Per fortuna ho la testa dura e difficilmente mollo qualcosa in corsa. E in questo caso, diciamocelo, mollando in corsa mi sarei perso un gran bel gioco.

A dirla tutta, poi, quel primo atto non si chiude sul terzo "polipo". Poco dopo, infatti, parte un filmato che fa cadere ancora di più le palle, con quel tentativo ridicolo di rendere drammatica la morte di un personaggio nemmeno abbozzato, buttato lì con indifferenza, che non può assolutamente aver creato nessun tipo di legame emotivo con il giocatore. Ma d'altra parte questo è anche il punto in cui inizia il vero Gears of War, che non diventa certo perfetto ma, insomma, è tutta un'altra roba. I protagonisti si ritrovano soli e in missione, pronti ad affrontare i pericoli del mondo là fuori. E si comincia subito alla grande.

Il primo incontro col Berserker è semplicemente spettacolare. Certo, pure lui fa un po' girare le palle, quando ti affibbia un game over perché quel cretino del tuo compagno si è incastrato dietro un angolo e si è fatto ammazzare come un idiota, ma rimane comunque un momento - di gioco e di atmosfera - splendido. Camminare nel silenzio cercando di non farsi scoprire, senza sapere ancora bene che razza di roba stia per saltare fuori, essere sorpresi da questa infame creatura che entra in scena sfondando il muro, ritrovarsi a scappare come cretini da una stanza all'altra... son momenti incredibili, c'è poco da fare. E non importa se praticamente ogni singolo elemento di questa sequenza urla "mi hai già visto da qualche altra parte", il punto è che funziona a meraviglia.

Ed è un po' questa la chiave di lettura per Gears of War: poco di nuovo, quasi nulla, ma una serie di elementi combinati a regola d'arte e messi assieme in modo da rappresentare, per certi versi, un'esperienza tutto sommato nuova. Nuova innanzitutto per il mostruoso impatto grafico, che probabilmente l'ondata di titoli basati sull'Unreal Engine 3.0 renderà presto normale, ma che al momento è ancora senza eguali. Avanti di parecchie spanne. Roba così "piena", curata e, allo stesso tempo, carica di stile e attenzione per i dettagli, francamente, ne ho vista di rado. Gears of War lascia di sasso, anche su un televisore non HD, e affascina con le sue tonalità evocative, il suo design capace di pescare a piene mani fra il tamarro occidentale e quello orientale, la solidità, fisicità e potenza che ogni suo elemento sprigiona.

Ma, bisogna dirlo, dietro le lucine colorate c'è anche della bella sostanza. A rendere Gears of War un'esperienza irrinunciabile ci pensa la meccanica di gioco, solida e collaudata come il granitico volto del suo protagonista, ma raffinata e piacevole come non sempre si vede. Nemici che si coprono le spalle, si aiutano a vicenda, cercano di aggirare il giocatore e di mettergli il bastone fra le ruote in tutti i modi, si uniscono a una continua ricerca di invenzioni e nuove trovate, che fanno calare molto di rado l'interesse. Certo, è tutto molto lineare. Certo, i momenti migliori sono quasi tutti basati su avvenimenti scritti e azioni obbligatorie. Ma in ogni caso, una volta terminato l'ammorbante primo atto, Gears of War accelera a tavoletta e tiene incollati allo schermo fino alla fine.

Ognuno dei quattro successivi capitoli offre uno scenario e una serie di situazioni radicalmente diversi, sia per ambienti, sia per meccaniche di gioco. E il risultato è un'esperienza varia e appassionante, che ha il raro pregio di finire proprio quando rischierebbe di iniziare a rompere i coglioni e che prima di allora difficilmente stufa. Sezioni di guida, boss enormi e articolati, fasi di cecchinaggio... c'è di tutto, ma mai di troppo e si va avanti fino alla fine senza fermarsi mai, grazie anche a una sceneggiatura perfettamente ritmata, anche se forse ben lontana dal giustificare i peana che leggo in giro dedicati a Susan O'Connor.

Per carità, la ragazza è brava, scrive dialoghi divertenti e battute a effetto, tiene alto il ritmo e, insomma, evita cadute di tono. Ma, per quanto forse possa essere superiore alla media nel suo genere, non mi sembra che la sceneggiatura di Gears of War sia poi 'sto capolavoro. Suvvia, banale, trita e ritrita, prevedibile in ogni suo sviluppo e, diciamocelo, con quel fastidioso retrogusto da "prologo di episodio pilota" che ti fa pensare di non aver sostanzialmente visto un cazzo. E i personaggi?

Il protagonista è Arnold Schwarzenegger, preso da un suo film a caso degli anni Ottanta, e certo non basta un vago accenno a un sacrificio passato per renderlo qualcosa in più. Il suo amichetto è una sagoma esile come un foglio di carta e gli altri due compari non vanno oltre Iceman di Top Gun e un rozzo cinghiale da combattimento. Che, per carità, vanno benissimo per quel che devono fare, ma io avevo sentito affermazioni deliranti su personaggi bellissimi, e mi sono chiesto fino alla fine dove caspita fossero nascosti.

Ma tutto questo poco conta: Gears of War è un gran gioco, ricco e profondo pur nella sua brevità, delirantemente bello da affrontare in cooperativa, capace di diventare tremendamente diverso a seconda del livello di difficoltà (anche se le missioni variabili di Goldeneye restano un altro affare) e meritevole di quasi ogni lode che gli è piovuta addosso. Però non ci casco: il gioco del 2006 rimane Dead Rising.

16.4.07

I Griffin - Stagione 1


Family Guy - Season 1 (USA, 1999)
Creato da Seth MacFarlane
Con le voci di Seth MacFarlane, Alex Borstein, Seth Green, Mila Kunis

Il primo impatto con I Griffin, inevitabilmente, fa pensare a una brutta copia de I Simpson. Forse anche per questo, in origine, si è scelto un titolo tanto diverso come Family Guy. Di sicuro, proprio nel tentativo di cavalcare l'onda, in Italia si è deciso di puntare tutto sul nome della famiglia di protagonisti. Certo è che, un po' per lo stile grafico, un per la comicità satirica e citazionista, un po' per la composizione medio-mediocre - ma allo stesso tempo peculiare e fuori dagli schemi - del nucleo famigliare raccontato, il dubbio di trovarsi davanti a un pallida imitazione viene per forza. Basta dare un po' di fiducia ed esplorare un po' più a fondo quel che si ha davanti, però, per trovarsi fra le mani un serial non solo divertentissimo e intelligente, ma anche dotato di una sua bella identità personale, tutto sommato distante dalla creatura di Matt Groening.

Family Guy pigia tremendamente di più il pedale dell'acceleratore sulla comicità dell'assurdo e su interminabili raffiche di freddure. Infila citazioni senza tregua, navigando nella mente malata dei suoi protagonisti, con un meccanismo narrativo che per certi versi ricorda il fantastico Dream On. E soprattutto regala forse il suo meglio nella caratterizzazione del piccolo, geniale e crudele Stewie e dell'elegante, austero, alcolizzato Brian. Due esseri costretti e limitati dalla loro stessa natura di poppante e animale, che incolla un genio del male in erba davanti ai per lui irresistibili episodi dei Teletubbies e costringe un orgoglioso e sfrontato cane parlante a sciogliersi come il più debole dei cuccioli di fronte a un semplice grattino.

Dove comincia e dove finisce la prima stagione di Family Guy? Ho fatto qualche ricerca, ma mica l'ho capito. Per me che non l'ho mai seguito in televisione, se non in maniera abbastanza occasionale, non ha comunque molta importanza. La prima stagione è quella contenuta nel primo cofanetto, e tanti saluti. Anche perché, comunque, basta anche solo ascoltare la Morte (sì, lei, quella con la emme maiuscola) dire "Hi, I'm Calista Flockhart", per dare un senso a tutto quanto e svilire qualsiasi pretesa filologica. E intanto play.com già mi ha spedito il secondo cofanetto...

13.4.07

Blankets

Blankets (USA, 2003)
di Craig Thompson
Edito da Top Shelf Productions
Edizione italiana a cura di Coconino Press


Seicento pagine scarse di emozioni condensate, travolgenti, gustose e insostenibili, che assalgono con la potenza di un tratto semplice e allo stesso tempo tremendamente carico, sopraffanno con un gusto per la narrazione e un senso del ritmo a dir poco rari e ribaltano le budella con il loro ingombrante carico di sentimenti. Blankets racconta la gioia del primo amore, descrive la meravigliosa scoperta della patata senza falsi pudori e con tanta delicatezza, mette in mostra un'invidiabile capacità di narrare per simbologie e metafore senza mai perdere il contatto con la realtà, appassiona senza tregua dall'inizio alla fine.

Deliziosa e sognante autobiografia, Blankets si racconta con uno sguardo sincero e struggente, che trapianta nel cranio del lettore gli occhi e lo sguardo del suo giovane protagonista. Mostra un padre enorme, potente, aggressivo e quasi mostruoso, mette in scena un contesto scolastico visto come opprimente e cupo, dipinge con un ironico sorriso gli ambienti religiosi frequentati dall'adolescente autore. E mostra con terrificante efficacia quanto possa essere delizioso, travolgente, trascinante un amore immediato, un colpo di fulmine che ti prende e non ti molla fino a sfinirti e sfinirsi.

Craig Thompson racconta il meraviglioso e terrificante quotidiano, non si preoccupa di appassionare il lettore a una storia, si limita ad irretirlo con pensieri, personaggi, sentimenti e passioni. Si concentra su dettagli, particolari, piccoli gesti e frasi spezzate, lunghi abbracci e delicate carezze. Mescola stili e visioni, si ritrae come il protagonista di un fumetto umoristico alle prese con una dea personificata, mescola personaggi da universi lontani anni luce e li rende parte integrante di un unico piccolo cosmo. Racconta la vita attraverso gli occhi di un adolescente romantico e sconsolato. Scatena passione e sentimento, lacrime e risate, gioia e dolore. Una lettura essenziale. Per chiunque.

12.4.07

300


300 (USA, 2006)
di Zack Snyder
con Gerard Butler, Lena Headey, Vincent Regan, Michael Fassbender, Rodrigo Santoro

300 racconta la battaglia delle Termopili traendo ispirazione dall'omonimo fumetto di Frank Miller e, sulla scia di Sin City, ricalca in maniera quasi maniacale lo stile grafico dell'opera originale. Ancora una volta, quindi, attori che si agitano su fondali immaginari e immaginati al computer, questa volta diretti però non dalla notevole mano di Robert Rodriguez, ma da quella ben più modesta di Zack Snyder. Purtroppo, il caro Zack, alla sua opera seconda dopo un davvero divertente remake del romeriano Dawn of the Dead, manca il vaso di un miglio buono e finisce per ricoprire di merda il pavimento del cesso.

Non che a questo 300 manchino le qualità, intendiamoci: ci sono immagini molto suggestive (penso per esempio alla consultazione dell'oracolo) e passaggi davvero riusciti, come certi piani sequenza delle battaglie, lunghi slow motion che mostrano squartamenti iper dettagliati ed evitano la confusione solitamente dominante in queste situazioni. O, ancora, il primissimo "impatto" fra i trecento e l'esercito persiano. E tutto sommato mi sembra riuscita anche la scelta di esagerare a dismisura, narrando il racconto all'insegna dell'iperbole, con gli spartani che appaiono fin dall'inizio come ben meno di trecento e i persiani ritratti sotto forma di torrente in piena, carico di terribili e deformi mostruosità.

Epperò, in questo tripudio di (discutibile) stile e (impacciati) virtuosismi, manca un po' il coinvolgimento umano. Sarà la teatralità della messa in scena, sarà l'insopportabile voce narrante (le didascalie verbose già le reggo poco nei fumetti, figuriamoci al cinema), sarà il ritmo mostruosamente spezzato dall'insopportabile vicenda dell'insostenibile Gorgo, ma al film di Zack Snyder manca la forza dirompente e straziante che muove le gesta dei suoi protagonisti. E qui sta il vero problema, non nelle licenze di adattamento o nel chiedersi se Serse e i suoi stiano lì a rappresentare gli Stati Uniti o i popoli del Medio Oriente.

Certo, ci sarebbe poi da commentare anche l'agonizzante versione italiana, che ammorba con una voce narrante insostenibile e una Gorgo con cadenza da immigrata clandestina. Per non parlare di Leonida, ché Gerard Butler sarà anche indoppiabile, ma non era mica necessario dargli la voce di Paperino ogni volta che urla. O vogliamo parlare di un linguaggio volutamente moderno nella versione originale e inspiegabilmente "classicizzato" nell'adattamento italiano? No, dai, non parliamone. In fondo, magari è la mia interpretazione, ad essere sbagliata.

Oltretutto, non ne posso fare a meno, mi viene anche da fare un confronto fra il film e il fumetto, ripreso in mano e letto con gusto un paio di giorni dopo la visione cinematografica. Non amo criticare più di tanto una pellicola sulla base delle scelte di adattamento, però, cazzo, se mi giri un film infilandolo a forza nelle vignette, rompendomi i coglioni con le didascalie, predicando fedeltà assoluta al modello originale, beh, mi spieghi come mai finisci poi per eliminare un sacco di elementi interessanti e sostituirli con vagonate di merda?

Potrà mai essere casuale che il più grosso limite del film (Gorgo e le sue puttanate) nel fumetto, semplicemente, non esista? O vogliamo parlare della simbolica immagine di Efialte che si getta dalla rupe? Del ruolo decisamente più esteso e significativo ricoperto da Dilios? Della maniera totalmente diversa in cui è affrontato il personaggio del capitano? No, dai, lasciamo stare, che poi le palle mi girano per davvero.

Anzi, lasciamo stare proprio tutto, via. Un paio d'ore comunque piacevoli, certo interessanti e curiose, "da vedere". Ma non parlatemi di capolavoro (!) e non nascondetene i difetti dietro la minchiata della fedeltà al fumetto. Che non l'ha imposta nessuno e, soprattutto, non c'è.

11.4.07

Per le strade di San Francisco


Come scrivevo qui, giovedì 1 marzo ero a San Francisco, sveglio dalle sei e pronto a distruggermi piedi e gambe per vagare come un disperato in una delle città più belle che abbiano mai avuto il discutibile onore di ospitarmi. La giornata inizia, come sempre quando mi trovo negli Stati Uniti per solo qualche giorno, molto presto: alle sei del mattino ho già gli occhi spalancati, sto cazzeggiando in camera e mi preparo a uscire. Decido quindi di farlo e vado a gironzolare sulla vicina baia settentrionale. Passeggio un po' senza una meta precisa e mi dirigo verso il Bay Bridge, ma improvvisamente comincia a piovigginare e - dopo aver fatto un salto a fotografare questo (famoso) palazzo senza senso - torno in albergo ad attendere l'ora dell'appuntamento con gli altri.

Nel frattempo le condizioni metereologiche migliorano e la successiva passeggiata (con intervallo in una specie di panetteria dove mi gusto dell'ottima cioccolata calda e un bel dolcetto danese) ci conduce lungo Market Street, all'insegna dello scazzato gironzolare fra negozi abbastanza privi d'interesse. Passeggiando, noto con lo sguardo posti visitati nel press tour di fine 2003, dall'albergo, al negozietto stupido, al ristorante. Si prosegue con un giretto a Union Square, passando per un deludente Disney Store e scendendo giù lungo la via in cui si trovano Electronic Boutique e Rasputin (un bel negozio di musica e DVD con caterve di roba usata). Ci infiliamo quindi nel Metreon, una specie di (orrendo) mega palazzo Sony che contiene negozi e cinema, dove vado a spendere qualche soldo in una fumetteria. Qui, fra l'altro, compro il biglietto per la Wonder Con del giorno dopo. Dopodiché ci si dirige a pasteggiare presso un ristorante messicano molto amato da Scamu e Soletta e che di fianco all'ingresso espone questa inquietante segnalazione.

Dopo aver mangiato una quantità sconveniente di carne, ci dirigiamo verso est, fino alla baia, e risaliamo lungo la costa, diretti all'albergo. Così facendo passiamo davanti all'AT&T Park, cui dedicai apposito pellegrinaggio anche a suo tempo, e sotto all'imponente Bay Bridge. Da qui si prosegue incrociando cose strane e, risalendo lungo Market Street, arriviamo fino all'albergo, pronti a un pomeriggio e una serata di duro lavoro (che non descrivo perché l'ho fatto fino a sfinimento su PSM).


La seconda giornata piena trascorsa a San Francisco segna l'inizio del massacro, dove per "massacro" s'intende la totale, volontaria e completa devastazione dei miei poveri piedi. Si comincia imboccando Market Street, cercando punti di riferimento legati alla mia sempre affidabile memoria visiva e raggiungendo così il Denny's in cui Marco Accordi mi aveva portato nel 2003, facendomi assaggiare la prima colazione a base di pancake della mia vita. L'obiettivo, ovviamente, sono appunto i pancake. La voglia viene fin troppo ampiamente soddisfatta.

Dopodiché mi rimetto in marcia e, preso da raptus di follia, decido di percorrere l'intera Market Street, su fino a Twin Peaks. Lungo la strada, faccio una breve deviazione per dare un'occhiata al Civic Center, ma sostanzialmente mi limito ad andare dritto come un cretino lungo Market Street, attraversando zone anche abbastanza inquietanti e arrivando finalmente ai piedi di Twin Peaks, questa coppia di colline "residenziali" dalla cui cima si gode di una bella vista sulla città. La salita, specie dopo aver percorso il considerevole tratto rappresentato da Market Street, è decisamente impegnativa, ma tutto sommato devo dire che ne vale la pena.

Dopo essermi goduto per un po' il placido silenzio che domina la zona, decido di scendere lungo il lato nord della collina su cui mi trovo, dirigendomi verso il Golden Gate Park. Qui gironzolo un po' senza meta, osservando campi da football, bei vialetti da passeggio, e, ovviamente, un sacco di alberi. Mentre cazzeggio, però, mi rendo conto che si avvicina l'ora di pranzo, quando peraltro ho appuntamento con Daniele Cucchiarelli per dirigerci verso la sede della Wonder Con (vale a dire il Moscone Center dove, nella settimana successiva, si svolgerà la Game Developers Conference). Decido quindi di incamminarmi per il ritorno, prendendomela comunque comoda, gustandomi la passeggiata e fotografando lungo il percorso chiese, campi da calcio universitari, murales e strani oggetti che decorano Japan Town (pseudoquartiere di cui parlerò più avanti).






Dopo aver attraversato un paio di quartieri (superata Japan Town, sfioro anche Chinatown), arrivo moribondo in albergo, salgo un attimo a rinfrescarmi e sono pronto a ripartire. In tutto questo, nell'arco dell'intera mattinata, ho macinato una decina di miglia abbondanti, una fettina delle quali affrontando l'affosante salita di Twin Peaks. Considerando la vita sedentaria che conduco, specie negli ultimi tempi, non è difficile immaginare le conseguenze di tale impresa. O, meglio, non è difficile immaginarle col senno di poi. L'incoscienza del momento, invece, mi fa procedere tranquillo verso la morte.

In compagnia di Daniele, quindi, imbocco per l'ennesima volta Market Street. La risaliamo più o meno fino all'altezza giusta (senza trascurare una tappa-viveri da McDonald's) e ci avviamo verso il Moscone Center. Sventolando il mio bel bigliettino entro, partecipo all'estrazione di un biglietto per l'anteprima di 300 (fallendo miseramente) e varco la soglia della mia prima convention fumettistica sul suolo americano. Una roba sulla quale ho spesso fantasticato, leggendone in giro e osservandone immagini, e che rappresenta quindi un'emozione non da poco.
L'impatto è notevole: spazi ampi, situazione totalmente rilassata (probabilmente grazie al fatto che ci siamo presentati in un giorno feriale), una marea di roba da osservare e da comprare. Trascorro almeno un'ora vagando senza meta, guardandomi attorno con gli occhi lucidi, boccheggiando, assolutamente non in grado d'intendere e di volere. C'è letteralmente di tutto, fra fumetti, gadget, action figure e puttanate assortite. Da enormi (ma enormi sul serio) stand che vendono solo magliette a immensi carichi di pupazzi, fumetti e qualsiasi altra cosa. Sconti come se piovessero, ospiti vari (Sergio Aragones mi autografa un Groo e mi stringe la mano), perfino uno stand Namco che vende una serie di oggetti meravigliosi legati a Pac-Man.

E poi la meravigliosa sezione dei tavoli, dove una marea di gente più o meno famosa (da, ovviamente, fumettisti a meteore del mondo dello spettacolo), compreso il Virgil che vedete in foto, sulla destra. Sì, lui, il manager di Ted Di Biase. Il bello della zona dei tavoli è che seduti ci sono una caterva di disegnatori più o meno famosi, gente il cui nome ho letto per decenni sulle pagine dei fumetti Marvel e DC e che se ne sta lì, placida, a mostrar tavole, chiacchierare con i passanti, firmare autografi e realizzare disegni al volo (dietro lauto compenso, Ron Lim chiedeva cinquanta dollari). Oh, io nel vedere Gene Colan, tutto vecchietto e avvizzito, seduto lì, a farsi i cazzi suoi, un po' mi sono emozionato. E se il tavolo di Arthur Adams non fosse stato sempre e costantemente vuoto, beh, mi sa che un disegno glie l'avrei pure chiesto. E pagato. Qualsiasi cifra.

Comunque, mi faccio trascinare dal vortice del consumismo e spendo letteralmente una barca di soldi (tanto da essere costretto a un prelievo d'emergenza presso il bancomat che si trova all'interno del Moscone Center). Vado a memoria, ma se non dimentico nulla gli acquisti sono:

- maglietta ufficiale della convention
- maglietta di Domo-Kun per Elena
- pupazzo del funghetto di Super Mario
- volumi sette e otti di Y - The Last Man
- volumi sei, sette e otto di Fables
- volumi tre e quattro di Ex Machina
- Pride of Baghdad
- Watchmen Absolute Edition
- Blankets

A proposito di Blankets, il tizio da cui l'acquisto è davvero simpatico e mi tiene a chiacchierare una mezz'oretta, durante la quale si chiacchiera di quanto sia bello il fumetto di Craig Thompson, dell'edizione "rimasterizzata" vista in Italia e in generale delle fiere di fumetti europee. Il pomeriggio trascorre così placido fino al completo sfinimento che, previa fuga dalla fiera per non rischiare di finire tutti i soldi, si conclude sorseggiando un frappuccino in stato comatoso su un divanetto di Starbucks. Dopo aver rischiato lo svenimento, riusciamo a recuperare le forze e ci dirigiamo in albergo, dove, previa inevitabile e meritato riposo, incontro gli altri (compresi Paolo e il Scamu, che nel pomeriggio si son gustati la gitarella ad Alkatraz) e mi preparo a una cena allucinante.

Vagando a caso per i dintorni dell'albergo, infatti, finiamo per infilarci in un posto assurdo, una specie di trattoria/pub bavarese, dove una banda intrattiene suonando il liscio, mentre un tizio in kilt balla con una Heidi di due metri abbondanti. Ceno mangiando una roba che ricorda una cotoletta alla milanese, solo in edizione tremendamente più pesante e circondata da ogni possibile tipo di condimento. Affascinante l'arredamento completamente folle (purtroppo non documentato con fotografie, mi spiace), molto meno seducente lo smodato conto che ci sarà poi presentato (senza contare il fatto che il cameriere proverà pure a fottersi il resto).

Dopo una notte di coma totale, ovviamente anche sabato 3 marzo mi sveglio mostruosamente presto. Ma poco male, perché mi aspetta un'altra giornata di interminabili marce. Una volta uscito dall'albergo, mi infilo per l'ennesima volta in Market Street e la percorro fino alla fermata della Cable Car (non prima di aver fatto tappa a un simpatico baretto gestito da cinesi, in cui assaporo una cioccolata calda e un paio di donut). Lungo il tragitto su questo tipischen tram di Frisco, scatto qualche foto e giro pure un filmato. Una volta giunto alla baia "occidentale", mi faccio un giretto sul molo e decido d'intraprendere la lunga e interminabile passeggiata verso il Golden Gate.

La giornata è piacevolissima, fa caldo e c'è un sole devastante, quindi la passeggiata, rilassata e affrontata con tutta calma, è una meraviglia. Dopo aver scollinato, mi infilo in questa specie di parchetto e procedo poi dirigendomi verso la mia destinazione, passando accanto a queste bancarelle, zompettando sulla pista ciclabile e fermandomi a cazzeggiare un po' sugli scogli. Poco dopo il tratto di spiaggia, entro in questa specie di pseudo area protetta, che racchiude un laghetto popolato da uccellazzi. Qui mi faccio la foto che ho messo nel profilo, subito prima di riprendere il cammino e avviarmi verso questo simpatico ponticello.

La passeggiata prosegue placida e, piano piano, comincio a rendermi conto di aver camminato un bel po'. Poco prima di arrivare sotto al ponte, affronto questa scalinata verdeggiante e questo sottopassaggio, superato il quale mi rendo conto di essere praticamente giunto a destinazione. Destinazione che, in realtà, rappresenta solo un altro inizio: del resto, sei arrivato fino a qui, che fai, non vuoi attraversartelo tutto a piedi? La passeggiata sul ponte, con vista sull'intera baia (e quindi pure su Alkatraz) è splendida. Anche un po' inquietante, se vogliamo, per le dimensioni imponenti, per l'altezza, per i cartelli di consigli ai suicidi e per il modo in cui, se stai fermo, senti tutto che si muove sotto di te. Ovviamente, realizzo un reportage fotografico.













Sull'altro "versante" si trova un'area verdeggiante - invasa da turisti, famiglie, sportivi e curiosi - in cui ci si può fermare a godersi il panorama. Ovviamente mi fermo e mi rilasso, seduto su un muretto con le gambe a penzoloni, intento a prendere il sole fino a ustionarmi, godermi il panorama e sbirciare la marea di gente con la coda dell'occhio. Dopo una mezz'oretta mi alzo e riprendo a camminare, attraversando un passaggio sotterraneo che conduce all'altro lato del ponte, dove però non mi è possibile tornare indietro, dato che la passatoia occidentale è riservata ai ciclisti. Per un attimo vaglio l'ipotesi di arrampicarmi fino in cima a questo punto d'osservazione, poi rinsavisco e decido che è ora di tornare indietro.

Una volta riattraversato il ponte, vengo colto da un raro momento di lucidità e mi rendo conto del fatto che non ha senso rifarsi tutta la strada a piedi. Mi dirigo quindi verso la stazione degli autobus e mi imbarco su un torpedone che mi riporta più o meno al punto in cui ero sceso dalla Cable Car. Da qui mi avvio verso est, ripercorrendo un tragitto che avevo già assaporato nel press tour di tre anni prima.

Passeggio quindi lungo questa strada che costeggia la baia, carica di negozi e ristoranti. Decido di infilarmi a mangiare nello stesso Johnny Rockets presso cui avevamo pasteggiato nel 2003 e, dopo mangiato, procedo fino al Fishermans Wharf, molo turistico e paccottiglioso, su cui trova spazio uno spettacolare negozio dedicato al merchandise ufficiale delle varie leghe sportive americane. Sono molto orgoglioso di poter dire che questa volta (al contrario della precedente), ne esco senza spendere un soldo (nonché dopo essermi gustato la vista di due cheerleader degli Oakland Raiders, presenti in loco per un evento promozionale).


Proseguo imperterrito la mia passeggiata e raggiungo il molo 39, che ospita una simpatica banda di leoni marini, da me immortalati in un filmato e nelle tre foto che vedete qua sotto.





Sbrigata la pratica leoni di mare (tre anni fa non li avevo visti e la cosa mi infastidiva un po'), decido di incamminarmi verso l'albergo. Dopo aver un po' vengo colto da ulteriore follia e seguo una deviazione, che mi porta ad arrampicarmi su una collina, a vedere questa roba e a raggiungere la Coit Tower (mamma mia che nome infelice). Qui, dopo aver depositato l'inevitabile obolo, salgo fino in cima e godo dell'ennesima bella vista sulla città. Mentre osservo il panorama, però, i piedi, le gambe e un po' tutto il corpo cominciano a insultarmi in maniera anche abbastanza pesante, quindi decido che è il caso di tirare dritto verso l'albergo.

Nel farlo, attraverso Little Italy e una Chinatown in gran forma. Osservando immani assembramenti di cinesi e gente che prepara dragoni da parata, finalmente realizzo il motivo per cui da tre giorni in albergo ci regalano biscottini della fortuna: capodanno cinese incoming! Mi faccio strada fra la folla, fotografo questo palazzo verde, sopravvivo all'assembramento di cinesi, che son lì addirittura seduti sugli spalti, pronti ad osservare la parata, e arrivo nelle vicinanze dell'albergo. Prima di entrare, mi infilo nello Starbucks di fronte per recuperare un frappuccino. Quando esco per tornare in albergo, faccio appena in tempo a fotografare questa cosa che, mi spiace, rappresenta anche l'ultima foto, perché in serata e in tutta la giornata successiva non ne ho fatte.

Il resto del pomeriggio lo trascorro moribondo in camera, rinfrescandomi a tratti i piedi nel frigobar. In serata si esce, con l'aggiunta al gruppo di Solettone, privo di valigia (rimasta nello stramaledetto aereoporto di Parigi) e costretto ad andare in giro con la tuta del Bayern Monaco che ha addosso da prima di partire. E le pappe? Si torna dal messicano, dove mi sfondo con una specie di Taco All Stars il cui contenuto non sono veramente in grado di descrivere. Posso dire che buona parte del piatto non sarò in grado di mangiarla.

Passiamo quindi a domenica 4 marzo, il giorno della partenza (fissata nel pomeriggio). Il risveglio è di quelli da morte imminente: tutte (ma tutte) le ossa e tutti (ma tutti) i muscoli del corpo mi fanno male. In più ho chiaramente avuto problemi di digestione (e te credo, McDonald's, frappuccino e inferno del taco nel giro di nemmeno dieci ore) e la cacarella si fa sentire. La giornata promette bene.

Trovo comunque la forza di uscire, perché ho le classiche commissioni dell'ultimo minuto da portare a compimento. Delle commissioni fa parte la ricerca di un salone di bellezza aperto per comprare non ricordo cosa per la Cloti (mamma della Rumi). Ho una mail con tanto di indirizzi e mappette da consultare, quindi mi appunto quel che mi serve e, dopo aver gestito il checkout e mollato le valige, parto. E scopro nuove forme di agonia. Mi trascino per le strade di San Francisco in maniera pietosa, zoppicando e arrancando, fermandomi ogni tanto per prendere fiato, agonizzando, per l'appunto. Il primo salone di bellezza provato, ovviamente, è chiuso.

Dietro front, via verso Union Square, che lungo il tragitto c'è un altro salone. C'è, c'è, sono sicuro, è lì avanti. Ecco, poco più avanti. Aspetta, mi devo fermare a prendere fiato... ... ... bene, ripartiamo. Ecco, dovrebbe essere qui. Qui dove non c'è. Sigh. Vabbé, andiamo avanti, saliamo su fino a Union Square. Oddio mi sento male. Avanti, avanti. Ecco, la libreria, il libro di Jerry Rice per Grùspola. Perfetto, ora andiamo da Rasputin, che volevo comprare il DVD del... COME?!? APRE ALLE UNDICI?!? Porca troia. Ok, basta, sto morendo, torniamo in albergo.

Lungo la strada incrocio Sole, ancora con la tuta del Bayern Monaco addosso, di ritorno da GAP, dove ha speso il centone di euro garantiti dalla compagnia aerea per comprarsi vestiti. Già, ha dovuto aspettare le undici di mattina del secondo giorno, perché aprisse il negozio. Con la tuta del Bayern Monaco. Col caffé rovesciato addosso. Coi barboni che lo salutano. Vabbé, albergo.

Arrivo in albergo, mi incontro con gli altri e, dopo un po' di chiacchiera durante la quale fatico a vivere, decidiamo di andare a mangiare. Ci facciamo raggiungere da Solettone e pigliamo un taxi per Japan Town, questa specie di lungo rettangolo costituito di soli ristoranti, più una piazzetta squallida e un paio di costruzioni "tipiche". Ci infiliamo in un ristorante giapponese a caso, tale Miyako, che si rivela più che discreto e provvisto di una simpatica cameriera a mandorla, che ci intratterrà raccontando del suo viaggio in bicicletta per l'Europa. Mi cibo di sushi, zuppa di miso e the caldo, una combinazione che, incredibilmente, sembra riassestarmi un po' lo stomaco. Il pasto, fra l'altro, calma il mal di testa che stava aggiungendosi alla gioia di vivere.

Dopo mangiato zompiamo su un altro taxi e ci dirigiamo a Union Square, dove ci impegniamo negli ultimi acquisti (io mi infilo nel finalmente aperto Rasputin e recupero i DVD di Ichi the Killer e Audition). Dopodiché salutiamo il Solettone e Cucchiarelli e - abbandonata per impraticabilità di campo l'idea di andare al cinema a vedere Zodiac - ci incamminiamo lungo Market Street. Imperterrito, una volta arrivato all'altezza dell'albergo, mi separo dagli altri e proseguo verso il salone di bellezza che avevo trovato chiuso in mattinata. Ovviamente è ancora chiuso.

Imbocco quindi la via dell'albergo, ma non mi fermo, tiro dritto per non so quanto, alla ricerca di un altro salone. Chiuso. "Mmm... direi che sono ufficialmente tutti chiusi la domenica." Mi trascino fino all'albergo, dove reincontro gli altri, mi sdraio su un divanetto e collasso letteralmente fino al momento della partenza. Il viaggio di ritorno sarà abbastanza tranquillo, soporifero, direi, e le mie condizioni miglioreranno di giorno in giorno, anche se lo stomaco ci metterà un po' a riprendersi. E il pensiero comincia a farsi sempre più concreto: sono troppo vecchio per queste stronzate.