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30.9.08

Cambio!

Venerdì è stato il mio ultimo giorno di lavoro in Binari Sonori. Dopo poco più di un anno, cambio di nuovo e faccio una mezza inversione a u. Non torno in Sprea, eh, ma vado in Edizioni Master, a occuparmi di Nextgame. Insomma, torno a lavorare nel contesto della gente che per prima ha avuto il coraggio di pagar denaro sonante per i miei scritti. Fra l'altro, seppur in minima parte, si potrebbe pure dire che ho contribuito a farlo nascere, Nextgame. Se non è un'inversione questa, non so cosa lo sia.

Comunque, il fatto è che mi è stata fatta una proposta che non potevo rifiutare, che mi permette di lavorare in un ufficio per me logisticamente assai più comodo e soprattutto di tornare a fare un lavoro che, c'è poco da fare, mi piace di più. Perché fare il PM mi piace, eh, non dico di no, in fondo soddisfa la mia sindrome da capetto, ma in quest'anno e mezzo mi è decisamente mancato qualcosa. Qualcosa che ho smesso di fare non perché me ne fossi stancato, ma perché mi ero stancato d'altro che gli gravitava attorno. E quindi, di fronte a una chance intrigante, perché non riprovarci?

Boh, magari perché sarebbe stato più "sicuro" restarmene dove stavo, ma che ci vuoi fare, sono un incosciente, io. Comunque, tanto per, posso esprimere solo estrema positività sulla mia esperienza in Binari. Ho imparato tante cose, ho trovato un'azienda solida e corretta, ho conosciuto della bella gente. Probabilmente, se qualcuno non fosse andato in pressing pesante per farmi accettare la proposta di Master, oggi sarei in ufficio a smadonnare sui file excel, invece che a casa a godermi un pochetto di relax.

Ma ormai il passo è compiuto e domani si comincia con la nuova esperienza. Non taglierò del tutto i ponti con il mondo della localizzazione, perché penso proprio che sfrutterò il tempo libero per metter mano a qualche traduzione, ma da domani ricomincio a fare il giornalista (specializzato) a tempo pieno. Vediamo che succede.

25.9.08

Sam & Max Season One

Sam & Max Season One (Telltale Games, 2006/2007)
sviluppato da Telltale Games - Brendan Q. Ferguson, David Grossman


Questa prima stagione di Sam & Max è per me molto importante. E quando dico "per me", intendo dire che è importante proprio per me, non che secondo me è importante per il resto del mondo. Perché è la prima avventura grafica "recente" a cui mi sento di dare fiducia da tempo immemore. Perché recupera dei personaggi che avevo adorato nel vecchio gioco pubblicato da Lucasarts. Perché oh, insomma, il mio tempo è importante, e non mi va di dedicarlo a una roba in sei parti così, a caso.

Se l'è meritato, il mio tempo, Sam & Max Season One? Sì e no. Sì, perché l'umorismo che ci dev'essere c'è più o meno tutto. Ci sono la demenzialità e il nonsense, c'è un delizioso gusto per l'assurdo e una vaga voglia di far satira e divertirsi con, di e per lo spettatore (ops, il giocatore). C'è una scrittura "densa" e azzeccata, piena di tanti piccoli dettagli piacevolissimi da assaporare anche solo cliccando in giro completamente a caso, proprio come si finiva per fare nelle belle avventure di una volta, quelle di quando c'era Lui.

E poi ci sono enigmi costruiti in maniera intelligente, in costante bilico fra delirio e logica, c'è una discreta varietà di situazioni e c'è un buono sfruttamento della serialità. I vari episodi sono lunghi al punto giusto, rendono per quel che costano, son brevi a sufficienza da esser giocati in una botta ("stasera mi sparo il terzo!"). E funzionano decentemente per i fatti loro anche sul piano narrativo, nonostante ci sia ovviamente un intreccio "globale", portato avanti nell'arco di tutta la stagione, che fa da filo conduttore e rende i sei episodi gustosi anche da giocare tutti insieme.

Il "no" sta innanzitutto nel fatto che, presa come pacchetto completo, questa prima stagione mi è risultata forse un po' troppo lunga. Sarà per la natura ripetitiva del seriale (eh, ma con le venti puntate di un buon telefilm non la patisci!), sarà perché in fondo ciascun episodio è comunque strutturato come un'esperienza (quasi) completa, sarà quel che sarà, ma alla fine ci sono arrivato un po' a fatica, trascinandomi, giusto perché non volevo mollare.

E certo in questo giocano anche la qualità e la strutturazione un po' disomogenea del tutto, che puzza abbastanza di (ovvi e inevitabili, ci mancherebbe) aggiustamenti in corsa. Tanto i primi due/tre episodi vanno via lisci che è una meraviglia, quanto i successivi sono un po' impestati dal dover andare avanti e indietro fra le ambientazioni diciottomila volte per compiere due azioni in croce. È stupido, inutile, barboso e puzza davvero troppo di voler allungare il brodo perché le prime puntate sembravano troppo corte (e invece eran lunghe il giusto, mannaggia!)

Per fortuna pregi e difetti tendono ad equilibrarsi abbastanza e, quando la parte giocata cala un po', ci pensa l'umorismo delirante a tenere in piedi la baracca. Max presidente degli Stati Uniti e tutto quel che ne segue è davvero una meraviglia, e pure la lunga serie di giochi, giochini e (meta)giochetti che prendono in giro frizzy, lazzy e pazzy del mondo dei videogiochi hanno il loro bel perché. Certo, un bel perché da nerd, ma comunque bello.

Consigliato? Consigliato. Ma con riserva.

24.9.08

La gang del bosco

Over the Hedge (USA, 2006)
di Tim Johnson e Karey Kirkpatrick
con le voci di Bruce Willis, Garry Shandling, Steve Carell, William Shatner, Nick Nolte, Thomas Haden Church, Eugene Levy, Wanda Sykes, Avril Lavigne


Inutile, non c'è niente da fare, i film d'animazione Dreamworks mi lasciano d'un freddo che non ci si crede. Shrek - lo dico - mi sta sui coglioni. Il primo l'ho sopportato, nonostante un finale agghiacciante. Il secondo, gatto a parte, mi ha annoiato a morte. Il terzo lo aspetto su Sky. E col resto (Madagascar, per dire), non è che vada molto meglio. Però, insomma, una chance televisiva non la si nega a nessuno, quindi perché privarsi di un film che, oltretutto, s'ispira a una striscia a fumetti molto carina?

Boh, magari perché si torna sempre lì, a guardare robetta cerchiobottista vorrei ma non posso, che vuole accontentare tutti e rimane mosciamente nel mezzo. Sicuramente fa divertire i bimbetti e bene o male qualche spunto stilistico interessante lo tira sempre fuori, assieme all'immancabile singola trovata geniale ("Playplayplayplay", stavo male). Ma mi lascia proprio addosso quel senso d'insoddisfazione. D'altra parte, suvvia, dura neanche un'ora e mezza, e non è che sia un'ora e mezza da conati di vomito. Anzi, c'è ben di peggio.

23.9.08

Hancock

Hancock (USA, 2008)
di Peter Berg
con Will Smith, Jason Bateman, Charlize Theron


Hancock è un film un po' schizofrenico. Parte da un'idea magari non "nuova" nel senso più puro del termine, ma comunque fuori dagli schemi della classica produzione hollywoodiana, sviluppa tale idea per un po' e poi piano piano si mette in riga, andando a infilarsi su binari più adeguati al contesto - quello del multisala invaso da ragazzetti e pop corn - senza però volerlo abbracciare fino in fondo. L'idea è quella del supereroe stronzo, buzzurro, menefreghista e alcolizzato, che sfrutta i suoi poteri da semidio per aiutare il prossimo a tempo perso, senza curarsi delle drammatiche conseguenze che il suo operato può generare. Insomma, ha grandi poteri e se ne fotte delle grandi responsabilità, col risultato che la gente lo odia e le istituzioni vorrebbero levarselo dalle palle.

I binari, almeno in avvio, sono quelli della commedia d'azione, messa in scena con un bello stile ruvido da Peter Berg (uno che da questi parti è abbastanza apprezzato, visti precedenti come Cose molto cattive e Friday Night Lights). Tremebonda camera a spalla, colori tagliati e grezzi, aria da film adulto, forse anche un po' figlia della produzione di Michael Mann.

Guardando Hancock si ride, di gran gusto, e si nota come Will Smith sia sempre più bravo anche nell'interpretare cosette semplici come queste senza scivolare nella caricatura, ma dando anzi spessore e credibilità al suo personaggio. E si apprezzano il tentativo di dare un taglio realistico almeno a una parte del racconto e la voglia di graffiare, seppur nei limiti del contesto. Anche perché da una produzione del genere non ti puoi mica aspettare i calci nelle palle stile Garth Ennis, devi accontentarti dei graffietti che passa il convento.

Sulla distanza - grazie a un colpo di scena che, insomma, Berg fa veramente di tutto per telefonarti a botte di sguardi ambigui e dettagli buttati lì - l'intreccio si sviluppa verso un più canonico film di supereroi, con qualche spiega sulle origini, un paio di risse e un po' d'azione. Ma piace comunque il modo in cui si sceglie di virare dalla commedia cialtrona all'epica ipermelodrammatica, pur non rinunciando alla voglia di prendersi in giro, ma puntando sull'intensità dei sentimenti (e su qualche morto ammazzato, che non è sempre detto ce ne siano). Alla fin fine ci si diverte, pur sentendo puzza d'occasione persa per far qualcosa di più, qualcosa di meglio.

22.9.08

Doomsday

Doomsday (USA/GB/Altra gente che ci ha messo dei soldi, 2008)
di Neil Marshall
con Rhona Mitra, Bob Hoskins, David O'Hara, Malcolm McDowell


Rhona Mitra è apparsa sul pianeta Terra il giorno che ha dichiarato: "Mi sono rifatta le tette per interpretare Lara Croft". Oh, attenzione, non per interpretarla al cinema, eh, a quello ci ha pensato Angelina Jolie, che fra l'altro si è limitata a imbottirsi il reggiseno. No, Rhona interpretava Lara Croft in giro per fiere, a farsi fotografare insieme a nerd arrapati. Da lì in poi, la sua carriera si è evoluta non poco: prima si è fatta stuprare da Kevin Bacon invisibile, poi si è fatta scopare su un lavandino da Kevin Spacey, poi ha fatto sesso di gruppo in qualche puntata di Nip/Tuck (non mi pare fossero coinvolti dei Kevin, però c'era un Quentin).

La carriera di Neil Marshall, pure, non è male. Prima ha divertito un po' di gente con Dog Soldiers, poi ha fatto credere a molti di essere un signor regista di genere con The Descent. Adesso c'è già chi sostiene che il bluff l'aveva scoperto fin da subito, ma io continuo a pensare che The Descent sia un bell'horror d'azione, nonostante se la tiri un po' troppo con le immagini fighe e autoriali che si vedono verso la fine. Ecco, se c'è una cosa buona in Doomsday, è che la protagonista non si mette a urlare verso il cielo ricoperta di sangue.

In compenso c'è un mezzo delirio d'onnipotenza del Marshall, che forse non credeva a quanti soldi e quanta libertà gli han dato e ha tirato fuori un film che pare un pomeriggio passato a giocare con le action figure sul pavimento di casa ricreando le sue storie preferite. Sembra un film di Tarantino o di Robert Rodriguez girato da uno che, poveretto, è altrettanto scemo ma non ha lo stesso talento.

Doomsday è una minchiata, e ci mancherebbe anche che non lo fosse. Non è che andando a vedere un film postapocalittico con protagonista Rhona Mitra ti puoi aspettare chissà cosa. E di suo bisogna concedergli l'essere una minchiata abbastanza consapevole, che ha il buon gusto di buttare caciaronamente sul ridere la sua scena d'azione principale, che ha la sfrontatezza di mescolare tutto e il contrario di tutto fregandosene bellamente, che è talmente spudorata, sfacciata e ridicola nello scopiazzare in giro da far quasi tenerezza. Doomsday si fa i cazzi suoi alla grande, senza porsi troppi problemi, sperando che al pubblico vada bene.

E quando vedi un regista che piglia e ti mette su pellicola così, senza senso, tutti i film che gli pare, facendo un patchwork di tutto, ma veramente tutto, da Aliens a 1997 fuga da New York, passando per Il signore degli anelli, Mad Max e altre cinque o sei robe a caso, beh, che gli vuoi dire? Ridacchi e lo lasci scorrere, che in fondo non sarà emozionante o coinvolgente, ma neanche è dannoso.

Certo, è mediocre e povero, non ha un'idea che sia una, ha quell'insopportabile montaggio "ipercinetico" di merda che dovrebbe rendere tutto più emozionante e coinvolgente ma fa solo schifo (sono vecchio, lo so). E no, non vale un'unghia delle cose peggiori firmate da Tarantino e Rodriguez, anche se lo spirito del bambino che si diverte mi sembra proprio quello. E - di questo al Marshall bisogna dargliene atto - perlomeno non ha la pretenziosità e l'elitarietà che col tempo ha preso possesso di ogni scorreggia firmata soprattutto da uno di quegli altri due.

Però è proprio mediocre forte, dai, non ce la faccio a difenderlo e a parlare di due orette tranquille col cervello staccato. Mi sa che Marshall è un po' un pirla, che ha raggiunto l'apice col secondo film (senza manco riuscire a convincere tutti) e sta già per svanire. Speriamo di no.

P.S.
La versione cinematografica - o comunque quella proiettata all'UCI maledetto che quando mi deciderò a non andarci più sarà comunque troppo tardi - ha un accenno di censura nella scena di cannibalismo verso metà film. Poca cosa, eh, ma è proprio mal fatta ed evidente, con un taglio di musica che si sente di un bene clamoroso (sì, è vero, ho controllato riguardando la scena in questione su un sito di streaming a caso, sono un pignolo segaiolo di merda). Suppongo in DVD uscirà "unrated".

17.9.08

Locarno/Venezia a Milano 2008

Quindici film in sette giorni. Son finiti i tempi in cui alla rassegna di Venezia mi sparavo quaranta film. Non ho più la possibilità di farlo, e sinceramente mi sa che in ogni caso non ce la farei. Oppure sì, vai a sapere. Di buono c'è che l'obbligatoria censura preventiva fa il suo sporco lavoro: non ho certo guardato solo roba esaltante, ma mai una volta mi sono messo a dormire o sono scappato a film in corso. Hai detto niente! Mi brucia un po' l'aver visto solo uno dei film in concorso a Venezia, ma d'altra parte era il vincitore e fra gli altri presenti alla rassegna milanese proprio poco mi ispirava. E poi lo dicono tutti che il meglio sta nelle altre sezioni, no? Comunque, questo è.

Locarno - Sezione Piazza Grande
Choke (USA)
di Clark Gregg
con Sam Rockwell, Anjelica Huston, Kelly Macdonald

Ancora Palahniuk, ancora elogio dell'anarchico e pseudo-satira della vuota società moderna, però con un film che, insomma, è vuotarello pure lui. Choke è un'ora e mezza divertente, con qualche battuta azzeccata, qualche sottotitolo tradotto completamente a caso, un paio di momenti toccanti e furbetti. C'è dentro una manciata di ottimi attori, con Rockwell e la Huston che svettano, e si sente una certa difficoltà a colpire allo stomaco, sia quando vorrebbe graffiare, sia quando vorrebbe commuovere. Va via placido e non è certo scritto male, ma insomma, forse gli manca un regista.

Locarno - Sezione Cineasti del presente
La forteresse (Italia/Sri Lanka/Germania)
di Fernand Melgar
Pardo d'oro per la sezione Cineasti del presente

Un documentario nudo e crudo sulla vita delle migliaia d'immigrati che vivono nel limbo, in attesa di sapere se l'accogliente Svizzera vorrà o meno accettare le loro richieste d'asilo politico. Affascinante e interessante per quel che mostra, smuove lo stomaco nel raccontare le storie di questi ragazzi piovuti nel cantone da un po' tutto il mondo. Dura tanto e stanca abbastanza, ma merita.

Venezia - Concorso
The Wrestler (USA)
di Darren Aronofsky
con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood
Leone d'oro

Oh, The Fountain non l'ho visto e non so se faccia cacare come dicono, ma questo, nella sua essenziale, pulita, quasi perfetta semplicità, è davvero un gran bel film. Non racconta nulla che non si sia mai detto, nel mostrare questo stanco lottatore giunto al capolinea umano, professionale, temporale, che prova a rialzarsi in tutti i modi ma viene rischiaffato al tappeto e schienato per un'ultima volta. Si è già visto nel "genere" sportivo, si è già visto nelle storie di (auto)distruzione che sembrano essere tanto care ad Aronofsky. Epperò è proprio il genere di roba che, se me la racconti in una bella maniera, solitamente tende a diventare un gran film e a regalare prove d'attore eccezionali. E infatti, guarda un po', Mickey Rourke è strepitoso che vien voglia di abbracciarlo, e il film è una bomba, cruda, impietosa, sanguinaria, realistica e commovente. Sfugge al patetismo e alla maniera, schiva le colonne sonore a effetto e si ferma subito prima di spingere il pedale sul finalaccio strappalacrime. Irretisce con una narrazione ferma, solida, profonda e personaggi semplici e ben scritti. Funziona, alla grande, e non c'è nient'altro da dire.

Venezia - Fuori concorso
Burn After Reading (USA)
di Ethan e Joel Coen
con Frances McDormand, George Clooney, John Malkovich, Brad Pitt, Tilda Swinton

Quando fanno i cazzari i Cohen mi lasciano spesso abbastanza indifferente, al di là del solito Lebowski che comunque, pur apprezzandolo, non riesco proprio a mettere sul mitologico piedistallo dove lo piazzano tutti. E invece stavolta per qualche motivo mi han preso. Burn After Reading è una specie di presa per il culo totale e radicale del film d'intrigo e spionaggio, che ne ricalca meravigliosamente bene la grammatica nei toni, nelle musiche, nelle trovate di regia (a tratti sembra di vedere una roba girata da Tony Scott). Solo che, a popolare il film, Joel ed Ethan ci mettono una serie di sfigatelli comuni d'antologia, gente alle prese con roba mille volte più grande di loro e che per una volta non ci capisce davvero niente. Assurdo e stupidissimo, poco più che un giochetto divertente, forse un filo troppo lungo, ma strepitoso nei suoi momenti migliori, tipo tutti quelli in cui appare Brad Pitt. Avercene.

Encarnação Do Demonio (Brasile)
di José Mojica Marins
con José Mojica Marins

Scalpi lacerati, tette traforate, schiene fatte a pezzi, occhi cavati, peni masticati, cavità varie esplorate da bestie assortite, sgozzamenti e ammazzamenti, torture e carne trita sceltissima. Questo, in sostanza, l'intreccio di un film che - riporto perché non ne so nulla - è il grande ritorno di un maestro del genere dopo vent'anni a riposo. Una specie di seguito che, al di là degli ettolitri di morte dispensata per la gioia degli appassionati, ha comunque un suo senso gustoso nell'utilizzo degli spezzoni d'annata come flashback, nel mescolare colore e bianchennero con quei fantasmi dei ricordi, nel consapevole, sbracato e divertente tuffo in un trash piacevolissimo, con un protagonista che recita talmente sopra le righe da strappar più di un sorriso. Nonostante quel che si vede faccia abbastanza schifo, certo.

Puccini e la fanciulla (Italia)
di Paolo Benvenuti
con Federica Chezzi, Riccardo Moretti
Premio “Poveri ma belli”

La storia della cameriera di Puccini che si suicida perché non riesce a vivere col dolore di essere accusata ingiustamente d'essersi trombata il Puccini stesso (che invece, a quanto pare, tutte si trombava tranne che lei). Il punto del film sta nell'esser tutto costruito attorno a suoni e musiche, pensato e ritmato sulle partiture di Puccini e raccontato quasi senza parole, ma solo tramite suoni, melodie, immagini. L'idea è interessante, ma il risultato è francamente un po' barboso e forse un po' meno bello di quanto se la creda.

Venezia - Sezione Orizzonti
Pa-ra-da (Italia/Francia/Romania)
di Marco Pontecorvo
con Jalil Lespert

Lui è tanto bravo e buono e avanti e fuori dagli schemi e chi lo segue gli vuole tanto bene ed è tanto reso migliore da lui che è troppo un grande ma le istituzioni gli danno contro e gli creano problemi però comunque vada alla fine lui ha fatto del bene. Good Morning Vietnam, L'attimo fuggente, Patch Adams, insomma, quelle cose lì, i film con Robin Williams tratti da una storia vera (in questo caso quella di un pagliaccio francese che va a lavorare coi servizi sociali in Romania per tirar via dalle strade i bambini che si drogano, si prostituiscono, vivono nelle fogne, parcheggiano in doppia fila, non pagano le tasse e rubano la pensione alle vecchiette fuori dall'ufficio postale). Ecco, rispetto al Williams medio, qui c'è un gusto un po' più europeo, una certa voglia di essere crudi e terra terra, di toccare le corde giuste senza scivolare troppo nel patetismo. Pontecorvo ci riesce abbastanza bene, anche se più si avvicina la fine e più lo si intravede, quel patetismo. E a me il patetismo dà un po' fastidio, anche se ammetto che gli occhi lucidi mi son venuti.

Venezia - Giornate degli autori
Machan (Italia/Sri Lanka/Germania)
di Uberto Pasolini
con Dharmapriya Dias, Gihan De Chickera, Dharshan Dharmaraj, Namal Jayasinghe
Un paio di premi delle sezioni collaterali che non mi ricordo

Una cosetta banale banale, ma placida e divertente. Parte raccontando delle condizioni di chi vive in Sri Lanka, della voglia di fuggire, delle difficoltà nel riuscirci. Ti butta lì qualche pezzetto di denuncia un po' a caso, in pieno stile commedia brit pop operaia che piace tanto alle masse e alle massaie. Scivola poi nel film sportivo piacione e non dimentica d'impegnarsi a toccare tutte le corde giuste, senza andare a solleticare quelle sbagliate. Innocuo, ma divertente e pure un pochino emozionante, anche in quel suo modo scemotto di prendere in giro (ma anche no) gli stereotipi del genere.

Nowhere Man (Belgio)
di Patrice Toye
con Frank Vercruyssen, Sara De Roo

L'ennesima storia di un uomo in piena crisi d'identità, che sceglie di fuggire dalla sua vita di tutti i giorni, dal lavoro, dalla moglie, da tutto. A Venezia tirano di brutto, 'ste storie, ce n'è praticamente una all'anno. Questa, in particolare, viene dal Belgio, ha una bella cura per l'immagine, un gradevole senso dell'umorismo, un protagonista incredibilmente faccia da pirla e un piglio autoriale e pretenzioso che sulla distanza scartavetra un po' i maroni.

Pescuit Sportiv (Romania)
di Adrian Sitaru
con Adrian Titieni, Ioana Flora, Maria Dinulescu

Un'ora e mezza di soggettive che raccontano un drammetto pseudofamiliare tramite gli occhi dei personaggi. Tutto il film è "visto" in prima persona, prevalentemente attraverso lo sguardo dei protagonisti, episodicamente sfruttando quello di veloci comparse. Il classico commento dopo la visione di un film del genere è: "L'idea è buona, ma andava bene per un cortometraggio". E invece tutto sommato qui la durata non si soffre, perché i personaggi, i dialoghi, i comportamenti sono scritti davvero bene. Mezzo film è dato dall'idea, mezzo film dalla sceneggiatura. Entrambe sono buone, obiettivo centrato.

Pokrajina St.2 (Slovenia)
di Vinko Möderndorfer
con Marko Mandic, Barbara Cerar, Maja Martina Merljak

Una specie di thrillerino a tinte fosche, in cui uno sfigato qualunque s'imbarca in un furtarello e finisce inavvertitamente per scatenare la tremenda vendetta di un ex collaborazionista nazi. Noir sarcastico e crudele, che non risparmia risate e schizzi di sangue. Si racconta con toni placidi e meditabondi, tirando fuori dal nulla improvvise accelerate fatte di umorismo grottesco e micidiali eccessi violenti. Amaro e puzzolente, non concede un filo di speranza che sia uno. Avanti così, facciamoci del male.

Stella (Francia)
di Sylvie Verheyde
con Léora Barbara
Un altro paio di premi minori a caso (ma quanti ce ne sono?)

Un bel filmetto su una bimba alle soglie dell'adolescenza, che nel finire degli anni Settanta vive il duro impatto sociale e culturale con un ambiente scolastico a lei ignoto (viene da una famigliaccia un po' del cazzo e finisce a studiare in una scuola da figli di papà - quindi, se vogliamo, un po' del cazzo pure quella). Divertente, intenso, con una colonna sonora assurda (Umberto Tozzi rulez) e una serie di interpreti bravissimi, a partire dalla bimba protagonista.

Venezia - Settimana della critica
L'apprenti (Francia)
di Samuel Collardey
con Paul Barbier, Mathieu Bulle
Premio Settimana Internazionale della Critica

Un giovane studente d'agraria che non va molto bene a scuola e vive maluccio il rapporto coi genitori si dedica alla sua passione facendo da apprendista presso l'azienda agricola di un signore di mezz'età, che finirà per fargli da pseudopadre. Tutto prevedibile e già visto mille volte, con quell'aria da film francese da festival che fa un po' cadere le palle. L'aspetto documentaristico però non è male e la scena del maiale sgozzato fa passare la voglia di prosciutto.

Pranzo di ferragosto (Italia)
di Gianni Di Gregorio
con Gianni Di Gregorio, Valeria De Franciscis, Marina Cacciotti, Maria Calì
Premio Luigi De Laurentiis per la miglior opera prima

Un gran bel film, costruito su una semplice trovata che dilaga per un'ora e mezza raccontando tutto e niente con pochi mezzi e tanta voglia. Di Gregorio, regista e protagonista, è un uomo di mezz'età costretto in casa per star dietro alla madre anziana, curarla, accudirla. Una vita da mezzo recluso, che non lavora e non fa molto altro che il casalingo. Impossibilitato a pagare i conti, cede alla proposta del padrone di casa, che gli rifila madre e zia da accudire a ferragosto in cambio di qualche spesa azzerata. Da questo e un paio di altri episodi vien fuori una commedia deliziosa, tutta giocata sulla demenzialità spontanea che nasce dai comportamenti, dagli atteggiamenti, dallo spirito delle donne anziane. Divertentissimo e percorso da un lieve retrogusto malinconico che non fa mai male.

$E11.OU7! (Malesia)
di Yeo Joonhan
con Jerrica Lai, Peter Davis
Premio "Altre visioni"

Un adorabile commedia-musical che prende in giro tutto e tutti, fa satira e demenziale autoironia, strizza d'occhio allo spettatore e lo coinvolge in un delirante e surreale gioco basato sui meccanismi stessi della narrazione. Le canzoni sono bellissime, coinvolgenti e perfettamente cucite addosso al tessuto narrativo, sempre che si possa parlare di tessuto narrativo per un film che gioca così tanto sul limite dell'assurdo e del nonsense. Si ride di gusto, si allibisce davanti a trovate spiazzanti e lampi di genio, ci si spiace un po' per qualche lungaggine che viene comunque perdonata senza problemi. I tre momenti di poesia in avvio sono da dichiarazione d'amore istantanea al regista, ma fra reality show sulla morte, intense dissertazioni musicali sul valore del denaro, esorcismi assortiti e quel dirompente momento karaoke ce n'è proprio per tutti i gusti. Modo migliore per chiudere la rassegna non c'era, e infatti ho pisciato i due film che avrei voluto vedere dopo e me ne sono andato a casa con un sorrisone stampato in faccia.

10.9.08

Denti

Teeth (USA, 2007)
di Mitchell Lichtenstein
con Jess Weixler, John Hensley


Denti racconta di una ragazza americana che un bel giorno scopre di avere la vagina dentata (e incazzata). Da uno spunto del genere pare ovvio che debba venir fuori una trashata stile Troma e nient'altro, un film che speri ti faccia ridere con le sue assurdità e magari schifare un po' con qualche getto di sangue. E invece l'esordiente Mitchell Lichtenstein punta più in alto, non arriva magari doveva aveva sperato, ma tira fuori un filmetto interessante.

Intanto perché Jess Weixler è brava per davvero, riesce a rendere credibile un personaggio dal potenziale ridicolo colossale e si merita appieno il premio vinto al Sundance. Poi perché Lichtenstein inserisce il film in un contesto inquietante e tutt'altro che leggero, raccontando della (dis)educazione sessuale che infesta un certo ceto provinciale dell'America odierna e delle difficoltà di crescita da parte degli adolescenti che ci si ritrovano invischiati.

A mettere inquietudine in Denti non ci pensano tanto le zanne della giovane Dawn, quanto piuttosto la sottospecie di setta che la coinvolge, i problemi nel relazionarsi con l'altro sesso, la vita di provincia che tanto spesso è al centro di alcuni fra i migliori film americani. Certo, poi ci sono anche le zanne e quel che generano, più virato alla demenzialità e al truculento che a momenti di tensione, e c'è purtroppo una certa incapacità di tenere le redini del racconto.

Denti scivola di qua e di là, sembra indeciso, non capisce se vuole essere satira o spoof, dramma o trash. Ha momenti molto riusciti, ma anche cadute di tono quasi imbarazzanti e personaggi davvero troppo tagliati con l'accetta. Peccato, perché rimane comunque un filmetto interessante e con qualche bella idea, graziato da un'ottima protagonista e una regia non banale, ma incapace di sviluppare fino in fondo il suo potenziale.

4.9.08

Hellboy II

Hellboy II: The Golden Army (USA, 2008)
di Guillermo Del Toro
con Ron Perlman, Selma Blair, Doug Jones, James Dodd, Luke Goss, Anna Walton, John Hurt e la voce di Seth MacFarlane


Il primo Hellboy lo aspettavo tanto, l'ho visto tardi e alla fine neanche mi è piaciuto troppo. Certo, ho il dubbio che come al solito aver visto la Director's Cut mi abbia messo di fronte a un'edizione logorroica e fuori misura, troppo lunga e priva di nerbo. Ma resta il fatto che, non so, pur apprezzandone certe qualità, l'avevo trovato prolisso, un po' malriuscito, sostanzialmente barboso. Eppure a questo seguito mi ci sono avvicinato con fiducia.

Perché ne leggevo bene un po' dovunque, certo, ma soprattutto perché Del Toro è comunque uno con due palle così. Uno che da Hollywood non si è fatto fagocitare, ma che anzi, è riuscito a prendere il suo modo di fare cinema e incastonarlo a forza nelle regole del meccanismo. Senza stravolgerlo, senza tradirlo, ma anche senza doversi forzare e spezzare per infilarcisi dentro.

Insomma, io lo stimo uno che alterna con questa leggerezza, questa bravura, questa voglia di fare bene sempre e comunque, i suoi film personali in lingua ispanica e le megaproduzioni ammerigane su licenza. Uno che riesce sempre a farlo senza perdere d'identità, ma anzi mantenendo un coerente ed ammirevole filo conduttore che lega tutte le sue opere. A uno così, che si diverte - e si vede che si diverte - continua a fare il suo cinema, fa un sacco di soldi e riesce comunque a rivolgersi alla gente, al pubblico, e non solo al suo circoletto di segaioli, che gli vuoi dire?

Io niente, anzi, guarda, lo abbraccio e gli stringo la mano, anche perché i suoi film mi piacciono quasi sempre. E certo, mi piace anche Hellboy II, tanto, pure se sì, è vero, rispetto al primo episodio c'è meno "storia" (che comunque lì era il solito verboso e superfluo racconto delle origini). Perché c'è una meravigliosa capacità di creare mondi e suggestioni, un fantastico senso del ritmo, una voglia di dare vita a personaggi e mitologie, un amore per il racconto che pochi altri hanno.

E poi c'è Ron Perlman, che pure dipinto di rosso e con le mezze corna è sempre un grandissimo, c'è quella bellezza sempre più bella di Selma Blair, c'è una serie interminabile di personaggi, ambientazioni, momenti, "cose" splendide da vedere. Ma soprattutto c'è qualcosa sotto, c'è voglia e capacità di stupire non solo facendo vedere quanto si è grossi, ma raccontando quanto è bello quel che si vede. Basta tutta la lunga scena del leviatano a Manhattan, il modo in cui nasce, si sviluppa e si conclude, per rendere questo film degno di esistere.

Oltre all'abilità pazzesca di mettere in scena il mito, le leggende, con un talento visivo che da solo giustificherebbe la visione, Del Toro ha pure la capacità di raccontarle tramite i personaggi, con un senso dell'umorismo adorabile e una splendida, toccante e ipnotizzante vena romantica. Hellboy II è un bel film d'intrattenimento, che non si limita alle banalità ma riesce a colpire con la forza poetica e sognante di quello che, forse, in questo momento è il più grande regista dell'immaginario e del fantastico.

3.9.08

Il treno per il Darjeeling

The Darjeeling Limited (USA, 2007)
di Wes Anderson
con Owen Wilson, Adrien Brody, Jason Schwartzman


Wes Anderson è un regista che non riesco proprio a capire. Non riesco a capire, più che altro, come faccia a rendermi tanto simpatiche e affascinanti le sue opere, dato che sono esattamente il tipo di film pensati, scritti e costruiti per non piacermi. Quei personaggi un po' strani, forzatamente poetici, allucinati e tanto dolci, adorabili e simpatici, quelle non-storie senza senso, quella ricerca ossessiva dello strambo e del fuori posto. Quelle robe che mi danno ai nervi, insomma.

Eppure, appunto, Wes Anderson riesce sempre a piacermi. Certo, difficilmente potrà mai dirigere un film in grado di farmi davvero impazzire, però non mi fa incazzare, ed è già qualcosa. Con Il treno per il Darjeeling (e il fondamentale cortometraggio d'apertura Hotel Chevalier, ché bisognerebbe fucilare chi decide di eliminarlo), Anderson continua a raccontare dei suoi personaggi assurdi e stralunati e delle loro storie d'amore, sanguigno e non.

Tre fratelli alla ricerca di loro stessi, insopportabilmente immersi nella loro vita di ricconi che tutto possono fare - tanto che glie ne frega? - ma impossibilitati a viversela per bene, perché persi nella loro incapacità di affondare i denti nella sostanza di quel che passa loro davanti. Anderson li piglia e li sbatte su un treno, li porta avanti e indietro mettendo in scena una storiellina semplice e intensa, adorabile per il modo ammaliante in cui si racconta.

Con quei bei carrelli, quello strepitoso gusto per l'immagine, per i colori e le luci, quegli affascinanti movimenti di macchina, quell'atmosfera stralunata, ironica, poetica, stordita e stordente. La verità è che Wes Anderson racconta minchiate, ma le racconta talmente bene che non si riesce a fare a meno di dargli retta e pensare di stare guardando una roba con un senso. Poi ci ripensi, dopo, a freddo, e ti rendi conto di aver ascoltato minchiate per un'ora e mezza. E lo stimi ancora di più, a Wes, perché per quell'ora e mezza ci avevi creduto, alle minchiate.

2.9.08

Londonstani

Londonstani (UK, 2006)
di Gautam Malkani


Londonstani è un manga per ragazzi filtrato attraverso gli occhi di un giovane londinese discendente di immigrati. Potrà sembrare assurdo che l'acclamato romanzo d'esordio di Gautam Malkani mi abbia ricordato i fumetti giapponesi, ma così è. C'è il protagonista giovane, un po' sfigato, che si finge più duro di quanto non sia e si aggrappa ai suoi amici bulletti, stronzetti e cattivi, ma sotto sotto tanto bravi e puri di cuore (forse). C'è la bella ragazza che per qualche motivo si infatua di questo sfigato. Ci sono le risse e i problemi con la legge, ci sono i drammi familiari e cinquantamila altre cose che, in un modo o nell'altro, fanno tanto manga.

Vero, si tratta alla fin fine di temi abbastanza banali e prevedibili nel parlare di adolescenza e non so quanto Malkami possa essersi ispirato ai fumetti giapponesi, ma l'impressione è stata quella, forte e impossibile da scrollare. Banalotto e già visto nelle tematiche, dunque, Londostani non si distingue in maniera particolare neanche per una voglia di approfondire o tratteggiare protagonisti particolarmente più credibili del solito, o magari per uno sviluppo degli eventi fuori dall'ordinario, visto che davvero accade tutto quel che deve accadere. E allora cosa lo rende degno di essere letto?

Il linguaggio, il modo in cui si esprimono i personaggi, il fascino dello slang da giovani teppistelli londinesi e il gusto in qualche modo "esotico" che riesce ad avere per un lettore italiano. E poi la schizofrenia linguistica del protagonista Jas, il modo in cui cambia totalmente "idioma" a seconda di con chi stia parlando, amici e parenti, donne che vuole impressionare o uomini da cui si trova intimorito, oltre ovviamente a se stesso.

Lì sta il fascino di questo libro e praticamente da nessun altra parte, dato che - al di là di un paio di colpi di scena effettivamente emozionanti - è difficile trovare reale interesse in un intreccio lineare e ordinario e in personaggi visti mille volte. È sufficiente? Ma sì, dai, perché comunque rappresenta un motivo di curiosità non da poco, in un romanzo che comunque si fa leggere in maniera scorrevole e piacevole.

P.S.
Ho sfogliato in libreria l'edizione italiana, mi sembra si sia fatto uno sforzo notevole nell'adattare il tutto al linguaggio tamarro nostrano. Che senso abbia leggere un libro del genere tradotto, però, non sono esattamente sicuro di saperlo.