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30.10.08

Uh!

Centoventisei anni dopo aver giocato la loro prima partita. Quindici anni dopo la precedente partecipazione alle World Series. Ventotto anni dopo l'unico titolo vinto. Venticinque anni dopo l'ultimo titolo vinto in qualsiasi sport dalla città di Philadelphia. Uorld cempions. Cazzo, ho visto Philadelphia vincere una finale. Non mi capitava da... da mai. Fico.

29.10.08

Si ricomincia


Oggi mi tocca, quel tipo di spedizione che negli anni Future/Sprea sono sempre riuscito a schivare con grande cura, sbolognandole a volenterosi collaboratori esterni. Milano-Londra, andata e ritorno in giornata (ma che dico in giornata, in dieci ore), a provare Grand Theft Auto IV versione PC. E vabbùono, ci si adatta, seguendo sempre il mantra "meglio che in miniera". Fra l'altro è solo la prima di una serie, dato che nel breve sono già previsti un passaggio a Göteborg e un altro giretto a Londra (entrambe missioni da due giorni, per fortuna), oltre a qualcosa d'altro per inizio dicembre. Insomma, si ricomincia a pellegrinare in giro.

24.10.08

Gone Baby Gone

Gone Baby Gone (USA, 2007)
di Ben Affleck
con Casey Affleck, Michelle Monaghan, Ed Harris, Morgan Freeman


Cosa fai, se sei l'attore chiamato Ben Affleck, quindici anni fa hai vinto l'Oscar per una sceneggiatura, hai trascorso oltre un decennio a farti perculare per le tue doti d'attore, ma ti sei appena tolto lo sfizio di vincere la Coppa Volpi per una tua interpretazione? Semplice, ti scrivi e ti dirigi un film della madonna, facendolo interpretare da quel grandissimo (lui per davvero) attore che è tuo fratello. E mentre noi rinunciamo a capire la logica dietro a tutto questo, speriamo ardentemente che Ben ci resti, dietro alla macchina da presa, e tiri fuori altri film della madonna.

Perché Gone Baby Gone è proprio questo: un film della madonna. Un noir spento, smorto, che mostra il brutto umano di un'America provinciale sfatta e sfiatata. Un tuffo nel torbido e nel marcio, nella disperata impotenza di fronte alla crudeltà e alla tristezza umana. Un film difficile e crudele, forse anche per questo proiettato col contagocce in un'Italia sempre meno interessata (perlomeno negli occhi dei distributori) a un cinema fuori dalle righe.

Gone Baby Gone racconta dei detective scalcagnati Patrick e Angie, protagonisti in una serie di romanzi di Dennis Lehane (quello di Mystic River). Lei è la splendida Michelle Monhagan, lui è il bravissimo, biascicante, meraviglioso Casey Affleck. Investigatori privati volenterosi e sognatori, che cercano di dare una mano nel risolvere un caso di rapimento di bambini. Provano a portare del bene in un mondo fallato e irreparabile, che li prende in giro e si trastulla con loro, facendoli malamente finire gambe all'aria e faccia nella merda.

Affleck, il fratello (mica tanto) scemo, quello dietro alla macchina da presa, circonda i suoi due improbabili eroi di personaggi sfumati e intriganti, racconta di un mondo in cui non vorremmo mai vivere, ma che incidentalmente è proprio il nostro. Lo racconta con fare stanco e straniante, appiccicandosi al bieco realismo dei suoi protagonisti, scegliendo una via credibile e anti-drammatica. E proprio per la sua scarsa voglia di abbandonarsi al manierismo sferra devastanti pugni nello stomaco.

Affonda le unghie nella natura umana e ne tira fuori situazioni tremende, ingestibili, dalle quali non è possibile uscire a testa alta. Non c'è un modo giusto per cavarsela, c'è solo la difficoltà di avere a che fare con decisioni più grandi di noi e di pagarne le conseguenze. E alla fine si rimane lì, con quell'assurdo groppo in gola, con il cervello pieno di domande e lo stomaco a pezzi. Abbandonati sul divano, in uno squallido salottino, da soli con l'angoscia.

23.10.08

Ricomincio da capo

Groundhog Day (USA, 1993)
di Harold Ramis
con Bill Murray, Andy McDowell, Chris Elliott


Cosa ci vuole per prendere una semplice rielaborazione del Canto di Natale e farla diventare un film di culto, un piccolo gioiello adorato da generazioni di spettatori e ricordato quindici anni dopo come una roba divertentissima e geniale? Beh, avere un Bill Murray all'apice della forma certo aiuta, specie se lo si piglia e gli si permette di fare sostanzialmente quel che vuole, dandogli in mano le redini del film.

Parecchi anni prima di trasformarsi in quella specie di vecchio rincoglionito tanto adorabile e ammiccante a cui tutti vogliamo bene, Murray era un rincoglionito di mezz'età tanto adorabile e ammiccante, ma anche un po' stronzo, a cui tutti volevamo bene. In Ricomincio da capo viene infilato in una situazione assurda (rivivere continuamente lo stesso giorno, essendo però consapevole di quel che sta accadendo), che lui interpreta alla sua splendida maniera.

Phil è un personaggio fantastico, un pezzo di merda colossale, perso nella sua malinconica boria, convinto di essere superiore a chiunque gli stia attorno, incattivito e inacidito nei confronti della propria vita. Un uomo detestabile, che Bill Murray interpreta meravigliosamente, non limitandosi a una macchietta sbraitante, ma lavorando invece sulle piccole cose, sull'espressività, sul tono di voce, sul fare ammiccante e, ovviamente, su una sceneggiatura azzeccatissima.

Insomma, Ricomincio da capo è soprattutto una bella prova d'attore, che tiene in piedi un film fatto di tanti piccoli sketch e di tante splendide idee. Nel giro di cento minuti Murray e Ramis raccontano tutte le possibili reazioni che un uomo può avere in una situazione folle, dal panico iniziale al cinico approfittarsene, dal disperato tentativo di uscirne in tutti i modi al delirio d'onnipotenza, fino alla triste rassegnazione.

Un continuo turbine di idee, tenero, malinconico e divertentissimo, il cui tratto principale sta forse nella capacità di seguire le regole senza tradirsi. Ricomincio da capo racconta una parabola di crescita morale, regala un lieto fine in tema col genere e col racconto, ma non mostra un fastidioso voltafaccia. Phil cresce e cambia, ma rimane anche fondamentalmente se stesso, fino in fondo, fino all'ultimo. Un se stesso migliore, certo, una persona migliore. Ma non un'altra persona.

21.10.08

Wall-E

Wall-E (USA, 2008)
di Andrew Stanton


Wall-E è una splendida storiella d'amore, il racconto del colpo di fulmine fra un robottino e una robottina, della furia di un essere dolcissimo che vuole a tutti costi conquistare la sua bella e riportarsela a casa, per coccolarsela e spupazzarsela. Parte con una mezz'ora abbondante che è fra le più belle mezz'ore abbondanti che si siano mai viste al cinema, che si racconta evitando del tutto il dialogo e mostrandosi per immagini, colori, suoni, musica, espressioni. Wall-E, il film, sta zitto per oltre trenta minuti, eppure parla, sbraita, urla fortissimo negli occhi e nelle orecchie degli spettatori, prendendoli a ceffoni con un carico pazzesco di emozioni e tenerezza.

SPOILER (dai, ci ho preso gusto)

Poi prende una piega diversa, rimane un bellissimo film d'animazione, con momenti di genio fulminante, lampi di bella poesia e il giusto compimento per la storia d'amore fra i due protagonisti. Purtroppo, però, ci sbatte di mezzo anche gli esseri umani, il solito racconto morale disneyano che punta sull'ambientalismo, sui buoni sentimenti, sul messaggio positivo e sulle citazioni dotte. C'è anche un bel tentativo di criticare la piega squallida che sta prendendo la razza umana e il triste destino che ci stiamo costruendo, ma il tutto è immerso in una storiellina ordinaria e che lascia addosso una certa impressione di "dovuto".

Per un po' ci speri e quasi ci credi, che il pilota automatico non si ribelli e non si metta a fare il cattivo di turno, ma poi accade e non ci puoi fare nulla. E ti chiedi come sarebbe stato un film tutto giocato sui toni della prima parte. Ma ti adatti a quel che vedi, e trovi un raccontino più ordinario, ma comunque a modo suo riuscito nel veicolare un messaggio, oltre che simpatico e dolce fino in fondo. E poi c'è quel qualcosa, quel tocco magico, quella capacità di narrare in maniera semplice, diretta, poetica, adatta sul serio a tutte le età (e senza bisogno di usare scoregge, rutti e citazioni come punteggiatura). Un altro film Pixar, insomma, che non è poco. Ma quella prima mezz'ora...

20.10.08

The Mist

The Mist (USA, 2007)
di Frank Darabont
con Thomas Jane, Marcia Gay Harden


"Il termine spoiler (dall'inglese To spoil) è spesso usato in ambito cinematografico per segnalare che un testo riporta delle informazioni che potrebbero svelare i punti salienti della trama del film." In genere evito, ma qui spoilero, quindi avviso, per prevenire.

Spesso, quando un libro ha un finale aperto, la trasposizione cinematografica tende a dare una conclusione più netta, in genere con un bel lieto fine rassicurante. Ecco, The Mist non fa esattamente questo. Sì, sicuramente rinuncia al finale aperto, anche se lascia dei begli interrogativi su che caspita sia successo, ma lo fa per regalare uno dei finali più cupi, tristi, disperati e malignamente ironici che si siano mai visti. Roba che o la prendi sul ridere o veramente ti rimane in gola un groppo di quelli pesanti.

Tante volte tendo a salvare un film interessante nonostante il finale pessimo, qua mi vien voglia di fare il contrario, perché il finale è di quelli davvero potenti, e viene comunque dopo un film tutto sommato gradevole. Non è esattamente il terzo miracolo King/Darabont in cui magari qualcuno osava sperare, ma è un bel filmetto di mostri. Ha qualche scena di tensione riuscita e vanta uno stile pacato e classico, che evita - con mio grande piacere, perché sto diventando vecchio - gli estremismi ipercinetici e i montaggi sincopati di certo cinema di genere recente.

Darabont segue un po' tutte le regole classiche del genere, ci infila tutti i personaggi che devono esserci e non offre una sorpresa che sia una (seguendo fedelmente il racconto di King, almeno per quel poco che mi ricordo). Mette su pellicola in maniera abbastanza coraggiosa tanta roba ai margini del ridicolo e rischia, ma tira fuori pure qualche idea azzeccata, a cominciare dalla calma serafica, agghiacciante, micidiale di quella prima apparizione dei tentacoli, che molti altri avrebbero raccontato in maniera ben più esagitata.

C'è qualche lieve incongruenza, manca un po' la capacità (o la voglia?) di tenere alte la tensione e la paranoia dall'inizio alla fine, ma ne viene comunque fuori un bel revival dell'horror di serie b. Quello semplice e diretto, che ti fa incazzare per gli errori dei personaggi, ti fa odiare a morte il rompicoglioni di turno (ed esultare con l'applauso di tutto il cinema nel momento in cui si leva dalle palle), che ti spaventa con un paio di "buh" e, caso più unico che raro, ti tira un bel ceffone con 'sto finale assurdo. Non è Le ali della libertà, ma insomma, non è neanche Brivido.

Per capirci, giusto per chi non ha voglia di vedere il film ma si è incuriosito, il finale è questo: cinque sopravvissuti tentano la carta disperata della fuga in macchina, finiscono la benzina e si ritrovano con una pistola e quattro proiettili. Uno di loro, il protagonista, spara agli altri (compreso suo figlio, che gli aveva fatto promettere di non lasciarlo catturare dai mostri) e poi esce dalla macchina, intenzionato a farsi ammazzare. A quel punto la nebbia si dirada e arrivano i soccorsi. Il protagonista è salvo, ma non esattamente allegro.

10.10.08

Il cavaliere oscuro

The Dark Knight (USA, 2008)
di Christopher Nolan
con Christian Bale, Heath Ledger, Aaron Eckhart, Maggie Gyllenhaal, Eric Roberts, Michael Caine, Gary Oldman, Morgan Freeman


Cacchio, quasi me ne dimenticavo. Ad agosto sono andato a vedere Il cavaliere oscuro, fra l'altro direttamente in lingua originale, come mi ero ripromesso di fare. Ed è stato gran bello, perché finalmente mi son tolto lo sfizio di guardare forse l'unico filmazzo che ho realmente aspettato tanto negli ultimi anni. Ovviamente non è stato bello come si poteva sperare, perché quando monti delle aspettative di quel genere, quando passi poi una settimana o due a leggerne meraviglie praticamente ovunque, beh, solo guardare dritto negli occhi Dio, forse, potrebbe non deluderti.

Cosa mi è piaciuto de Il cavaliere oscuro? Mi è piaciuto Aaron Eckhart, che è un attore della madonna e anche qui fa spavento, nonostante la presenza di quell'altro. Mi è piaciuto quell'altro, che no, non ho trovato "facile", ingombrante, esagerato, o che so io. No, l'ho trovato perfetto, un Joker meraviglioso, cattivo, sadico, pazzo, in quello che fa, in quello che dice, ma anche in ogni fibra della sua interpretazione, nei piccoli gesti, nel muscoletto che vibra quando meno te l'aspetti.

Mi è piaciuto, da nerd quale sono, che si sia proseguito il discorso aperto con Batman Begins, continuando a rispettare la mitologia del personaggio in tanti dettagli più o meno grandi. E che si sia deciso di sottolineare anche il concetto di serialità con l'apparizione dello Spaventapasseri, che ovviamente non ha alcun peso nell'economia del film, se non appunto quello di ricordare che, oh, stiamo facendo la serie a fumetti (sì, ok, serve anche per ribadire che i cattivoni sono un po' generati dallo stesso Batman, ma non è che fosse proprio necessario pagare ancora Cillian Murphy, per farlo).

Mi è piaciuto vedere un filmone, che ci crede, che mira alto, e magari fa anche un brutto tonfo nei momenti in cui cade, però ci prova per davvero, a fare il bel filmone, invece che la cacatina adolescenziale. Toni seri, adulti, profondità dei personaggi, stile elegante e trascinante. La rapina che apre il film è uno spettacolo, ogni singolo momento con il Joker sullo schermo fa spavento, ma in generale è proprio notevole come Nolan riesca a tenere alta la tensione senza un attimo di tregua, dall'inizio fino quasi alla fine. "Quasi", chiaro, perché c'è il problema che a un certo punto il film finisce... e poi va avanti ancora per mezz'ora. Dopo quella meravigliosa scena dell'ospedale, la tensione crolla e ci mette un po' a riprendersi. E, diciamocelo, non ce la fa mica del tutto, perché con tutto quell'insopportabile tecnoblabla di Batman si fa fatica a credere di stare guardando lo stesso film, nonostante jokerino bello continui a mettercela tutta per farsi adorare.

E in ogni caso, nonostante i difetti, che ci sono, ma su cui non mi accanisco perché sarebbe anche passato troppo tempo, rimane un bel filmone, di sicuro fra le punte massime in quell'assurdo "genere" che sono i film di supereroi. Però sarebbe meglio se la gente ritrovasse il contatto con la realtà. La gente secondo cui Il cavaliere oscuro è il quarto film della storia, quelli che ci vedono una roba degna di Padrini e Scarface vari. Oh, ragazzi, non è che se fai un film "serio" in cui ci sono i mafiosi automaticamente hai fatto Il padrino. Altrimenti pure quella robetta di American Gangster sarebbe Il padrino. Capisco che si rimanga di sasso nell'andare a vedere Batman e ritrovarsi davanti un film serio, eh, però non funziona così.

Infine, tocca dirlo, non mi è piaciuto che in questo film ci fosse Batman, perché davvero non c'entrava nulla. Non so, in Batman Begins sembrava meno fuori posto, anzi, ci stava proprio bene, forse perché si passava mezzo film a spiegarne ragioni e intenti. Ma qui, caspita, ogni volta che saltava fuori il cretino con le orecchie da pipistrello e col mantello, beh, sembrava esattamente quello: un cretino con le orecchie da pipistrello e col mantello. Magari è un problema mio, e del resto non si capisce perché il pipistrellone mi sia parso fuori posto e il giullare no, ma così è. Massima espressione della cosa, fuori da ogni dubbio, il finalino con lui che corre nel buio, verso la luce, mentre Gordon sputa fuori sentenze imbarazzanti. Se dal terzo Batman di Nolan decidono di togliere Batman, mi sa che sarà una figata. Magari anche il quarto film della storia, vai a sapere.

9.10.08

Marvel: La grande alleanza

Marvel: Ultimate Alliance (Activision, 2006)
sviluppato da Raven Software


Io, lo dico, con i due X-Men Legends mi sono divertito un sacco. Grazie alla tanta azione spensierata e a qualche momento di tatticismo equamente diviso fra gli elementi da gdr e i boss da affrontare con un minimo di strategia. Grazie a una scrittura di personaggi e intreccio certo banale e mediocrina, ma che puntava tutto il suo fascino sul nozionismo da fan e sul solleticare i ricordi dei giocatori-lettori. Quindi, com'è possibile che Marvel Ultimate Alliance non mi sia piaciuto altrettanto?

Boh, magari, semplicemente, perché va bene uno, va bene due, ma poi basta, ci si stufa anche. Ché del gusto di vedere un gioco in cui gli scontri fra supereroi sembravano davvero convincenti ero satollo ormai da tempo e l'aspetto nerd della faccenda alla lunga stanca. Ma forse anche perché al resto dell'universo Marvel sono affezionato meno che agli X-Men. O magari perché, diciamocelo, tanto era azzeccato lo stile grafico di X-Men Legends 2, quanto fa ridere i polli praticamente tutto quello che si vede in Marvel Ultimate Alliance (a parte i filmati, che non sono male).

Il problema, poi, è che si tratta forse di un gioco studiato per poter funzionare su un po' tutte le piattaforme, con un minimo comun denominatore davvero troppo basso. E allora ti chiedi perché stai giocando una cosa con 'sta grafica indecente su Xbox 360, ma anche perché, diamine, ancora sei costretto a condividere l'inquadratura mentre affronti il gioco in cooperativa su Xbox Live. Che senso ha che non ci si possa separare dagli altri, in un gioco del genere? Quanto snellirebbe e semplificherebbe le cose? Forse troppo. E quindi sei costretto ad andare a sbattere contro il muro invisibile dello schermo, mentre passi il tempo schiacciando tasti a caso per far fuori i nemici e facendo salotto in chat con i tuoi compagni di sventura.

Oh, poi, a conti fatti l'ho pure finito, in cooperativa, trovandoci anche dei passaggi divertenti, qualche piccola idea azzeccata (tipo alcune trovate nel mondo di Arcade), gustandomi la gestione dei personaggi e quei rari momenti di difficoltà che richiedevano un approccio seriamente tattico. Ripenso al boss finale, quando ci si è dovuti fermare a ragionare sull'approccio con cui affrontarlo, e mi chiedo se giocando a un livello di difficoltà più alto l'esperienza non sarebbe stata più impegnativa e divertente. Certo, poi penso che questo non è Gears of War e dubito che potrei mai avere voglia di rigiocarlo, quindi il dubbio me lo terrò.

P.S.
Non se ne può più dei quick time event, basta, BASTA.

8.10.08

Usenet Amarcord #12

Riprendo in mano una rubrica morta e sepolta da oltre un anno per chiudere una trilogia rimasta mestamente, ingiustamente, ingiustificabilmente aperta. La trilogia del curriculum, che nel mondo al di fuori di questo blog si era chiusa a giugno 2007 e che oggi trova compimento anche qui, per il piacere di chi l'aveva seguita su queste pagine e non nella sua sede originale. Per chi non sappia di cosa sto parlando, qui trovate la prima parte e qui la seconda. Senza averle lette, ve lo dico, non si capisce un cazzo di quanto segue. Leggerle, ve lo dico, è molto divertente.

Ah, ovviamente tutto questo non viene pubblicato oggi per caso: auguri, vecchio.


Quedex, 14 giugno 2007

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teenage wasteland

Cane, io capisco che tu avevi una attività avviata.

un cospicuo numero di dipendenti, un datore di lavoro demente che adorava i tuoi servizi fotografici, una certa discrezionalità nel ricattaggio nei confronti delle giovani pulzelle

una inebriante sensazione di poter incutere sacro timore nei meschini scansafatiche che tu avresti certamente estirpato, guadagnandoti il giusto compenso.

perfino una macchina nuova

capisco che sia stato sgradevole il crollo con cui tutto è venuto giù, come neanche la torre di Sauron, tirandosi dietro dipendenti, fotoreportage, contratti pluriennali

il tutto per un rivolo di Glenlivet versato nel fiume fato

ma insomma, addirittura schiattare, mi pare una reazione eccessiva.

ora, se tu fossi morto un mercoledi mattina, di infarto, di overdose, di una delle tante cazzate disfunzionali che mettono fine alle peripezie della razza tutta, avrei accolto la notizia con distaccato disinteresse.

anzi, forse mi sarebbe dispiaciuto non essermi goduto i momenti della tua dipartita (contrattuale), che avrei certamente condito con un bel tot di prese per il culo

ma tu amico, sei morto la domenica pomeriggio, e ti ha trovato solo Grissom tre giorni dopo sfondando la porta, richiamato dal puzzo.

tu amico, sei morto durante la finale del Roland Garros.

è solo quando ho collegato il momento alla notizia, ho aggiunto il sale alle tequila, che sono scoppiato in un incontrollabile ROTFL, di fronte agli occhi un pò sdegnati dei colleghi.

ahahaha, amico, il Roland Garros.

ci ho pensato un pò prima di scrivere questo post. ci sono comprensibili motivi per cui non è granchè prendere per il culo lo schiattamento, anche quello di un solitario pezzo di merda come te.

poi però ho deciso di scriverlo. ho messo su Baba O'riley in loop e l'ho buttato giù perchè mi andava di farlo. mi andava di farlo prima di morire un qualsiasi mercoledi mattina.

comunque, se ti può essere di conforto, visti gli sviluppi vorrei poter cambiare qualcosa. tornare indietro quel tanto da poter modificare lievemente lo scorrere degli eventi.

la finale, insomma, la rigiocherei.

Il thread originale su google gruppi

X-Files - Stagione 8

The X-Files - Season 8 (USA, 2000/2001)
creato da Chris Carter
con Robert Patrick, Gillian Anderson, David Duchovny


Il bello dell'ottava stagione di X-Files è che non c'è. Il bello, dico. Non c'è. Ci sono elementi d'interesse, qua e là, ci sono anche un paio di belle idee, ma tutto viene frustrato da una realizzazione mediocre, dozzinale, da una scrittura impresentabile, da personaggi che si perdono nel vuoto cosmico di caratterizzazioni andate a puttane, dall'evidenza palese di una brodaglia stracotta e ormai insapore. Fa vomitare, l'ottava stagione di X-Files? No, non fa vomitare. E forse è questa la cosa peggiore: non puoi neanche darle la dignità trash di un prodotto completamente schifoso. No, è semplicemente insulsa.

Per quanto frutto delle paturnie esistenziali di Duchovny, levarsi dalle palle Fox Mulder poteva essere una bella idea. Perlomeno nell'ottica di cambiare un po' le carte in tavola e rilanciare una serie sotto certi versi ormai agonizzante. In fondo Doggett è un personaggio con del potenziale, invigorito dall'interpretazione passionale di Robert Patrick. E poi la svolta isterica di Scully, che cerca in tutti i modi di non far rimpiangere l'assenza del suo svanito compagno, è drammaturgicamente intrigante. Ma pure il tentativo di ritorno alle origini, col rilancio insistente del freak della settimana, ha il suo perché.

Peccato che tutto vada a puttane per colpa di sceneggiature da circo degli orrori. Peccato che la saga iniziale, dedicata al rapimento di Mulder e alla posticcia rinascita della cospirazione aliena, faccia acqua da tutte le parti. Peccato che Scully sia letteralmente insopportabile, sempre sull'orlo del pianto, sempre pronta a tirar fuori il pancione per uscire dalle peggiori situazioni, devastante nei suoi terrificanti e insostenibili monologhi. Peccato che Doggett sia mostruosamente sottosfruttato. Peccato, infine, che un personaggio forte, intrigante, cazzuto come Skinner sia ridotto a una debole macchietta, che non fa altro che parlare di alieni, strepitare e dare a Scully una spalla su cui piangere.

Insomma, l'ottava stagione di X-Files è a dir poco trascurabile, ha la sua buona dose di episodi brutti e una manciata di episodi guardabili, quasi divertenti, ma che ti lasciano addosso quel senso di mediocre incompiuto, quella fastidiosa sensazione che la serie abbia ampiamente varcato il labile confine che la separava dal ridicolo. E anche nella seconda parte di stagione, quando Mulder torna a dare un po' di pepe aizzando tafferugli con Doggett, la situazione non migliora poi molto.

Aumenta il tasso d'azione, si prova a far venire al pettine qualche nodo, si ammazza almeno un personaggio di primo piano, ma suona tutto vuoto e spento, scivolato nel mediocre e nell'adolescenziale. Proprio poca cosa, talmente poca che potrebbe essere in grado di sconfiggere la mia mania di completismo: io non lo so, se ho voglia di guardarmela, la nona stagione di X-Files.

3.10.08

N (Io e Napoleone)

N (Io e Napoleone) (Italia/Francia/Spagna, 2006)
di Paolo Virzì
con Elio Germano, Daniel Auteuil, Monica Bellucci, Sabrina Impacciatore, Valerio Mastandrea


Nel 1814 Napoleone viene schiantato sull'isola d'Elba, nelle vesti di Re. La cosa andrà avanti per dieci mesi, prima che il nano malefico riesca ad andarsene e torni a far casino in giro per l'Europa. In quel periodo, racconta Virzì adattando il romanzo di Ernesto Ferrero, Napoleone fa amicizia con un ragazzo locale, che impiega come segretario. Il giovane Martino - un come sempre ottimo Elio Germano - è cresciuto odiando il tiranno corso e vede questo lavoro come un occasione per avvicinarlo e assassinarlo, salvando il mondo dalla sua infamia. Ovviamente non ci riuscirà e finirà anzi per subire il fascino del personaggio.

N (Io e Napoleone) è un bel film, che dimostra ancora una volta come, quando ce n'è la voglia, l'Italia sia in grado di produrre cinema di qualità, curato dal punto di vista produttivo, con una regia di livello e degli interpreti degni. Virzì si conferma ottimo regista, entra fra l'altro nel ristretto gruppo di persone in grado di far recitare decentemente perfino la Bellucci e stupisce per la capacità di fare buon cinema senza dover scimmiottare l'estero, ma anzi restando ben ancorato alla sua toscanità.

Certo, come spesso avviene quando ci si lega alle radici italiche, qua e là si scivola nella macchietta (anche i protagonisti, pur ben tratteggiati, non vanno molto oltre la loro monodimensionalità) ma complessivamente siamo anni luce sopra a quasi tutto quello che mi viene in mente se metto assieme "cinema", "toscana" e "ultimi dieci anni". Io e Napoleone non fa gridare al miracolo, in un paio di punti oscilla pericolosamente sul baratro del ridicolo, ma ha qualche piccolo momento davvero riuscito e toccante (sorprendentemente perfino con Ceccherini) e ha il solo limite di non saper, o forse voler, sfruttar fino in fondo il potenziale drammatico delle sue scene madri (e ha anche un finale un po' stupido, o comunque raccontato in maniera da farlo sembrare proprio poca cosa).

2.10.08

Stranglehold

Stranglehold (Midway, 2007)
sviluppato da Midway Chicago/Tiger Hill Entertainment


Lo dico subito: il primo Max Payne l'ho giochicchiato un po' senza mai mettermici sul serio e il secondo l'ho solo visto giocare da Ualone e Paglianti in redazione. Questo, forse, considerando anche il mio gradire abbastanza una certa cinematografia orientale, mi ha messo nelle condizioni migliori per godermi Stranglehold. Perché sì, per carità, pure a me può dare l'impressione di essere una specie di figlio illegittimo di Max Payne, ma perlomeno la sensazione di déjà vu risulta meno forte che per altri.

Comunque, con Stranglehold, il punto è che si è voluto realizzare una specie di seguito (non del tutto) ufficiale di Hard Boiled, il film la cui trama è "demoliamo quell'ospedale". E cosa ne è venuto fuori? Ne è venuto fuori un gioco totalmente ignorante, tutto fatto di proiettili, sparatorie, salti, capriole e mosse speciali. Un coacervo d'azione e spettacolo, intervallato da tanti piccoli omaggi alla cinematografia cinese di John Woo e a quel modo delizioso di mettere su schermo spettacolari e dozzinali melodrammi d'azione.

In termini d'atmosfera funziona tutto molto bene. Oddio, l'impressione è che manchi qualcosa, che non si sia riuscito a cogliere in pieno il gusto per l'assurdo e l'esagerazione tipico di quei film, che ci siano di mezzo un po' troppi creativi occidentali, perché potesse venirne fuori un qualcosa dall'anima davvero "hongkonghese" (hongkonghiana? hongkongara?). Ma probabilmente sono tutte pippe mentali, figlie anche un po' dell'aura mitologica che i vari The Killer e A Better Tomorrow si portano dietro.

Quel che conta è che con Stranglehold ci si diverte a pacchi, sia dedicandosi al massacro incondizionato, sia provando a giocare con quel minimo di strategia e di attenzione in più richieste dalla ricerca degli achievement. Senza dimenticare il pizzico di varietà che gli sviluppatori si sono sforzati di introdurre con situazioni e ambienti di gioco molto diversi fra di loro e il livello di difficoltà che cresce in maniera solida e armoniosa. Ciliegina sulla torta, un sistema di combo e accumulo delle stesse molto ben pensato, che obbliga a non affrontare tutto il gioco unicamente come sparatoria senza senso e "costringe" a provare tutte le deliranti mosse rubacchiate in giro (e fra carrelli su cui sdraiarsi, lampadari a cui appendersi e minchiate varie su cui correre ce n'è davvero per tutti i gusti).

Tutto quanto poi è infilato un po' a forza nel solito Unreal Engine, che fa sicuramente il suo sporco dovere nel dare un bel tono massiccio e spettacolare al gioco, pur mostrando qualche impaccio nelle animazioni di personaggi abbastanza legnosi e imbolsiti. Ma ai difetti si sopravvive, e anzi, volendo si potrebbe pure poeticamente pensare che gli impacci tecnologici si allineano a quell'aria da produzione a basso budget, grezza, povera e adorabile, che caratterizzava la cinematografia d'ispirazione. Insomma, Stranglehold non è un capolavoro, proprio no, ma fa estremamente bene quel che si era proposto di fare. Mica tutti ci riescono.

1.10.08

Black Sheep

Black Sheep (Nuova Zelanda, 2006)
di Jonathan King
con Nathan Meister, Peter Feeney, Danielle Mason, Tammy Davis


Un film neozelandese vietato ai minori di 18 anni, che parla di pecore zombi, esperimenti genetici e svariati morti ammazzati non può che far venire in mente Peter Jackson. Io non vorrei essere banale e scriverlo, però banale lo sono e scriverlo, beh, ormai l'ho scritto, quindi lo ripeto anche: Peter Jackson. Ecco, Black Sheep, dico anche questo, non ha la forza dirompente, la comicità da mal di stomaco e la girandola di trovate che si trovavano nei primi, splatterosissimi, film di Peter Jackson.

No, qui si ride, ma si ride molto meno. Ci si schifa, ma ci si schifa molto meno. E di idee ce ne sono poche, fra l'altro quasi tutte abbastanza derivative. Però, allo stesso tempo, c'è la deliziosa freschezza di un film sincero e scemotto, naturalmente simpatico senza il bisogno di sforzarsi a mille per risultarlo. E si aggiungono degli effetti speciali della madonna - ché del resto ormai WETA è sinonimo di qualità - una comicità bassa, assurda e spensierata, un bel gusto per quelle immagini totalmente assurde nella loro finta seriosità.

Ma soprattutto ci sono loro, le pecore, che non si capisce come si riesca a farle sembrare tanto minacciose facendole allo stesso tempo rimanere così adorabili e, soprattutto, divertenti. E poi c'è, diamine, un ovino che strappa a morsi l'uccello dell'allevatore che l'ha trasformato in mostro coi suoi squallidi esperimenti. Verrebbe perfino da dire che c'è dietro un positivo e giusto messaggio ecologista, se la cosa non facesse ridere.

Certo, ci sono anche tanti difetti, una sceneggiatura mica sempre brillantissima e in generale c'è l'impressione che - mi ripeto - si sia ben lontani dai livelli di certi film a cui è davvero impossibile non paragonarlo. Ma insomma, stiamo parlando di un film con le pecore mannare: quel che promette, tutto sommato mantiene.

P.S.
"Beeeeeestardo"