Nymphomaniac

È arrivata la seconda parte!

Grand Budapest Hotel

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29.5.09

Tabella di marcia

Domani è ancora maggio, ma per me comincia giugno, il giugno da cui non uscirò vivo. Il mio maggio si è concluso ieri, da sbronzo, in macchina con Quedex. Oggi sono nel limbo. Da domani ballo il limbo.

Domani si parte per Los Angeles, E3, assieme ad altri nove loschissimi figuri. Sarà una settimana devastante e lo sappiamo bene. Ma per cominciare al meglio, ho cercato di organizzare una SERATONA per domenica, coordinando la partecipazione di praticamente qualunque cittadino italiano sia a Los Angeles, lavorando per unire tutti in un unico (probabilmente ultimo) ed estremo atto d'amMmore. Peccato solo che quelli di Sprea non ci saranno. Ma tanto con loro mi sono sbronzato ieri. E in ogni caso organizzo anche per venerdì, così mi sbronzo due volte e mi sbronzo con tutti, anche quelli che non ci sono domenica (tipo AlbertOne e la gente di EveryEye). E comunque sappiamo benissimo che sarà un fallimento, non ci si beccherà e ci ritroveremo in quattro (io, Jacky, il Moioli e il Porta) a bere vino da un cartoccio a un angolo di strada. Anzi, finirò in camera da solo a bere coca cola. Anzi, pepsi. AWESOME!!!

Domenica 7 torno a Milano, probabilmente morto.

Lunedì 8 vado a fare la groupie al concerto dei Killers all'arena di Verona. Assieme al Dott. Muci, che poi mi ospita per la notte in quel di Padova. Alla facciazza di tutti i bastoni fra le ruote infilati dal destino bastardo porco. Non sarà esattamente come avrebbe dovuto essere. Magari sarà meglio, vai a sapere. Certo, il ritorno a casa sarà un'odissea, ma vaffanculo: quando una cosa va fatta, va fatta.

Dal 10 al 16 giugno c'è la solita rassegna dei film del festival di Cannes. Che, voglio dire, già basta quella a rovinarti fisico e mente per tutto il mese.

Domenica 14 salto il cinema e passo la giornata al Palasharp con Omar ed Eclisse (alealealealealealeeeeee... da quanti anni che non ci si vedevaaaaaaa :D), cazzeggiando mentre si esibisce della gente di cui non me ne frega nulla, in attesa dei Faith No More. Uhm, in effetti, se c'è qualche film interessante, potrei guardarmelo e poi raggiungere il Palasharp. Vedremo. Che poi, voglio dire, c'è Eclisse a Milano, è ovvio che sabato 13 ci si va a sbronzare.

(Da inserire in tutto questo il fatto che durante più o meno la prima metà del mese ci sono le finali NBA, da seguire rigorosamente in diretta notturna)

La sera di giovedì 18 salto in macchina assieme ad altri tre disperati, con destinazione Neuhausen ob Eck (o qualcosa del genere), in Germania. Si va in campeggio (notare che non ho mai dormito in tenda o sacco a pelo in vita mia) al Southside Festival. Alcuni fra gli artisti che si esibiranno: Ben Harper and Relentless7, Blood Red Shoes, Eagles Of Death Metal, Editors, Faith No More, Fleet Foxes, Franz Ferdinand, Gogol Bordello, Katy Perry, Kings Of Leon, Kraftwerk, Less Than Jake, Moby, Nick Cave And The Bad Seeds, Nine Inch Nails, Pixies, SKA-P, The Gaslight Anthem, The Mars Volta, The Wombats. Si torna lunedì 22.

La sera di giovedì 25 salto su uno scassato volo Ryanair per Londra, a riabbracciare il Mallardo. Il 26 si va a Hyde Park, Hard Rock Calling Festival, ci sono i Kooks e i Killers (groupie groupie!!!). Il 27 si gironzola per Londra con i nel frattempo sopraggiunti Dottore e Cobra. Il 28 si torna a Hyde Park per Gaslight Anthem, Dave Matthews Band e Bruce Springsteen (e da qualche parte ci sarà anche Bovati). Il 29 si torna a casina bella.

In tutto questo, siccome mi spiaceva vedere quelle cinque finestrelle vuote nella pagina di google calendar, mi sono appuntato un paio di filmetti al cinema e qualche serata calcetto. Insomma, se non salta nulla ce l'abbiamo fatta: a giugno non ho un singolo giorno libero. Vediamo se ce la facciamo.

Che poi già questa settimana, fra una cazzata e l'altra, non ho avuto una serata libera che fosse una. Non ho più l'età per queste cose. Ma da parecchio, fra l'altro. Forse non l'ho mai avuta. Qualcuno mi fermi. Qualcuno mi aiuti. È tutto bellissimo. Vi voglio bene. È stato bello. Addio.

Vendonsi appartamenti

All'aperitivo ci sono arrivato molto presto, quindi s'è rivelato d'uopo il pellegrinaggio al 45 di Via Asiago. Al 45 di Via Asiago c'è ora un buco. Una voragine. Uno scafandro di nulla, circondato da recinti, pali e paletti.

Ci costruiscono appartamenti signorili, al 45 di Via Asiago. Ma non lo sanno, al 45 di Via Asiago, che l'unica e ultima roba signorile che si sia vista lì se n'è andata da tre anni e non torna più.

La passeggiata per raggiungere il 45 di Via Asiago è stata lunga e piacevole. Sicuramente più piacevole, forse anche più lunga, di quando me la facevo tutti i giorni. C'era un bel sole che mi scaldava la pelle, non c'era un Banano che mi scaldava le palle. E mentre passeggiavo su quei pezzetti di marciapiede mi passavano per la testa un sacco di immagini. Per le orecchie mi passava Push Your Head Towards The Air, che in effetti era davvero molto adatta, faceva atmosfera. L'ha scelta l'iPod, non sono stato io.

Ci ho passato sei anni della mia vita, al 45 di Via Asiago. Che sono meno di quanti ce ne abbiano passati altri. E sono più di quanti ce ne abbiano passati altri. E comunque sono sei anni. Buttali.

No, non li butto. :)

Non c'è veramente più nulla, al 45 di Via Asiago. Non c'è neanche più quella specie di torre che stava nel cortile. Niente. Cemento. Sbircio da un angolo e osservo il nulla. Non c'è, quello che si vede nella foto. Non c'è. Non c'è Sami che spara cazzate in cortile. Non c'è Ualone che arriva quando io esco per andare in pausa pranzo. Non c'è il nano vestito da beduino. Non ci sono le bestemmie di Minini. Non ci sono i microfoni di Singstar. Non c'è la PSP scomparsa durante il trasloco. Non c'è Falinovi. Non c'è il wrestling. Non c'è.

Sei anni della mia vita ricoperti di cemento, vaffanculo cristoddio. Ridatemeli, figli di puttana.

Anzi, no, teneteveli. Soprattutto i tre anni con Loallisci.

Ieri sera ho portato un ragazzetto di quattordici anni, che non ha quattordici anni da circa dieci anni, ma che comunque ha quattordici anni, a bere con la gente che leggeva quando aveva quattordici anni. "Ma è Jacky, quello?" Sì, è Jacky.

Io invece di anni ne ho trentuno.

Sto cercando in tutti i modi di non arrivare a trentadue.

Sono anche passato dalla signora della rosticceria, che non mi ricordo mai come si chiama, ma ricordo la cotoletta che faceva. Era contenta di vedermi, anche se aveva uno sguardo un po' malinconico. Ci siamo fatti una chiacchierata.


P.S.
Ho i biglietti per Verona, potete succhiarmelo tutti.

26.5.09

Quedex, uno che bisogna leggere


lo vedete quello pelato con l'orecchino?

è un pirata della tortuga, è venuto a bordo di un galeone battente bandiera teschiata. Ha una spada curva e consunta, un coltello nei denti e un vento fotissimo ed in evitabile alle spalle, il vento di chi vuole la coppa perchè sa che è sua.

dall'altra parte c'è Davidenko. Potrebbe sembrarvi leggermente diverso, potrebbe incuriosirvi il fatto che si chiami Medvedev, ma è Davidenko, nella sua versione 1999, come prima di lui fu Cerkasov e dopo di lui fu Nalbandian

ora, signori e signore, guardate il pirata. tira fortissimo ed angolato sin dai primi colpi, lo so, è difficile guardare altro, ma dovete fare uno sforzo, dovete andare oltre le risposte vincenti su servizi che, nella migliore delle ipotesi, dovrebbe essere già difficile mandare anche solo di là

andate oltre, andate verso il basso

i suoi piedi.

li vedete? vi sembra che si muovano come quelli degli altri esseri umani?

guardate meglio. ancora. ancora. ecco, avete visto?

sono sulla riga. sempre. non vanno indietro mai, M-A-I.

questa cosa non si può fare, chiedete al vostro maestro di Tennis, chiedete a Clerici: se la palla è vicino alla riga ti sposti all'indietro in modo da aprire e colpirla nel punto più consono alla sua parabola, un pò sotto la spalla

se siete fortissimi come Dogana la colpirete mentre sta ancora salendo, in modo che non abbia perso la sua forza cinetica, in modo da togliere tempo all'avversario.

ma è una cosa difficile che non si può fare su tutti i colpi. su tanti, se siete Dogana o Scozia. ma non su tutti.

guardate i piedi del corsaro: una linea retta a desta e a sinistra, eppure le sue aperture di diritto e rovescio sono immense, degli splendidi sbuffi ampi perfettamente curvilinei, come quelli che ti vengono usando qualche suite Adobe. apre le ali come una un'aquila e poco importa se la palla è appena rimbalzata a terra, se è in controbalzo pieno, di quelli che i Maldini bravissimi utilizzano spesso per tirare delle mine in porta su un rimpallo fortuito

due passi, parabola, spuff!

palla colpita piena, western di diritto e rovescio, top spin

questo ancor giovane pirata, signori, avrebbe colpito così anche le palle Maiorchine, quelle alte e pesanti che mandano in merda il mondo intero. Avrebbe sfruttato la loro potenza per mandarle di là velocemente, pesanti e angolate. In modo che dall'altra parte il suo avversario, a due metri dal fondo, avrebbe dovuto correre come un ossesso, sarebbe stato costretto a fare tutto in fretta.

e ne sarebbe stato felice. Avrebbe sentito un brivido inatteso nella schiena, un brivido magnifico e terribile: quello prodotto dallo scoprire che c'è tutto un mondo cattivo, là fuori.

impossibile dire come sarebbe finita. forse Maiorca avrebbe iniziato a tirare ancora più forte, più veloce. Forse i suoi capelli sarebbero diventati biondi e all'insù, e il suo cuore avrebbe iniziato a pompare elettroni e protoni invece di plasma e cellule.

in ogni caso sarebbe stata una partita da vedere con le lacrime agli occhi, le stesse che mi sono venute sulla palla break annullata dal pirata con risposta profonda e volèe angolata nel sette, seguita da smorzata successiva.

andò a finire nel libro di Gilbert, quella volèe, la Graf disse che saltò sugli spalti senza sapere ancora perchè, vedendola.

Andrè che va a rete su una palla break importantissima, spinto da un vento pirata. lui che ci andava poco e spesso male senti il vento, tirò su le ancore e si lasciò spingere.

io saltai in piedi urlando "SIIIII" a pugni stretti e con il battito cardiaco a livelli di guardia, nel 1999.

l'ho fatto ancora adesso, forse anche più forte.

22.5.09

Giusto per sicurezza

Che quasi mi scordavo.

Foto su Faccialibro (link per chi ha l'account)
Foto su Faccialibro (link pubblico, prima o poi scade)
Intro + Woman
I Love Rock 'n Roll + Outro

Vado particolarmente fiero del montaggio trash nel secondo filmato, soprattutto i titoli di coda.



17.5.09

X-Men le origini: Wolverine

X-Men Origins: Wolverine (USA, 2009)
di Gavin Hood
con Hugh Jackman, Liev Schreiber, Danny Huston


Un tempo ai giovani registi sconosciuti ma interessanti si affidavano gli Alien. Adesso invece si beccano i Wolverine. E ok, Gavin Hood non sarà Ridley Scott, James Cameron o David Fincher, tutto sommato neanche Jean-Pierre Jeunet, però, insomma, i tempi cambiano, e in peggio. Via. Che si stava meglio quando i treni arrivavano in orario, ma soprattutto quando nei titoli dei film non c'erano i due punti. Già mi danno fastidio nei titoli dei videogiochi, i due punti, ma nei film proprio non si sopportano. A quando James Howlett Chronicles: Mutant Power - Wolverine Origins *The Logan Factor*? Lara Croft, anche. Maledetto George Lucas e il suo doppio mento.

Che film è, 'sto Wolverine? È un filmetto scemotto e stupidino, che quando fa lo scemotto e lo stupidino funziona a meraviglia. Funziona perché abbraccia la consapevolezza di stare raccontando assurdità e lo fa in maniera spensierata e coinvolgente, con risatine, battute simpatiche (occhio: l'ho visto in lingua originale), qualche combattimento sborone, attori abbastanza azzeccati. Sì, azzeccati. Mi è piaciuto anche Schreiber, e non me ne frega niente se Sabretooth dovrebbe essere grosso il doppio, perché allora pure Wolverine dovrebbe essere grosso la metà di Hugh Jackman.

I problemi saltan fuori quando scatta il melodramma, quando il film prova a prendersi sul serio, perché davvero non riesce a funzionare. Sarà la sceneggiatura che non gira? Sarà Gavin Hood che non è capace? Sarà quest'inseguire l'iconografia fumettara con le urla al cielo e le pose copiate dalle vignette storiche? Sarà quel che sarà, ma l'epica melodrammatica non funziona e ogni volta che emerge vien da storcere il naso, pure a me che di melodrammi me ne sorbisco a fiumi senza problemi. No no, Wolverine, il film, è molto meglio quando fa ridere.

Voglio dire, parliamo un po' di Deadpool, facciamolo un po' da nerd che conoscono i fumetti. Quanto è bello il Wade Wilson dei primi minuti? Quanto è perfetto, con quella sua parlantina, quel vomitare stronzate senza soluzione di continuità, quella salita in ascensore con gli altri che non riescono a trattenere le risatine? È lui, è proprio lui, ed è meraviglioso. Quasi commovente. Ecco, questo film, ahimè, non ce l'ha avuto il momento in cui mi sono ritrovato con gli occhi lucidi e la bocca spalancata a guardare i supereroi che saltellano. Non c'è proprio riuscito, a darmi quella commozione. Però il Wade dell'inizio, con le sue cazzate, c'è andato molto ma molto vicino.

Peccato solo che poi anche lui vada in vacca, quando scivola nella depressione, con quello sgorbio alla fine, pure simpatico da guardare che saltella, ma insomma, eddai, ma che spreco assurdo. E vogliamo parlare di Gambit? No, dico, vogliamo parlare di Gambit? Gambit! Uno che ok, ha smesso di essere interessante da anni, ma quanto figo era in quelle sue prime apparizioni? Quanto? Tanto! E poi rimane pur sempre quello che si è bombato Rogue, mica pizza e fichi! Ecco, il Gambit del film, anche se dura dieci minuti, poteva essere il motivo per pagare il prezzo del biglietto.

Poteva, ma non è, non ce la fa. Perché ha un briciolo, solo un bricioletto del fascino che dovrebbe avere. Ma un briciolo piccolo, che oltretutto, a naso, mi aspetto sia totalmente cancellato dal doppiaggio, con la perdita dell'accento. E fra l'altro è pure protagonista di uno fra i miglior nonsense del film, quando si teletrasporta da svenuto per terra a saltellante sul tetto. Nono, non si fa così, non mi si spreca così il Cajun, che cazzo.

Però alla fine mi sembra che ci si accanisca un po' troppo su 'sto Wolverine. È merda? No, non è merda. È merda se ti metti a fare lo scassamaroni che s'incazza perché in un film su Wolverine non si cita nemmeno il Giappone? Boh, probabilmente sì, e poi è sempre giusto incazzarsi quando c'è un'occasione per mostrare il Giappone e non viene sfruttata. Ma in fondo il Wolverine giapponese avrebbe bisogno di un film a parte, tutto suo.

Ma in ogni caso no, non è merda. È intrattenimento, ben confezionato, inferiore ad altre prove un po' più autoriali nel suo genere, ma anni luce sopra a porcherie inguardabili stile Elektra. Davvero c'è bisogno di lamentarsene? Davvero qualcuno si aspettava qualcosa di più di una cacatina piena di piccole citazioni e strizzatine d'occhio per i fan? Sì, ok, sarebbe stato meglio se Hood fosse stato in grado di far funzionare le cose anche quando provava a commuovere. Ma via, in fondo il finale deprimente - certo, un filo telefonato per chi ha visto gli altri film - non è neanche male. Poteva andare peggio? Poteva andare peggio. Poteva andare meglio? Poteva andare meglio. Ci accontentiamo? Ci accontentiamo.

9.5.09




8.5.09

Il bello di 'sto lavoro

È anche un po' andare a un evento per il solo piacere di far presenza, di rivedere gente che non vedi da un po' (ciao Corfola!), di scoprire che gettano così, al vento, cose come quella della foto, di berne sette, a stomaco vuoto. Poi vai a casina, ti dicono che cenare con una Desperados è ok, ma magari un paio di pizzette surgelate ce le aggiungerei. Poi svieni che saranno, boh, le dieci e mezza? Poi ti risvegli che saranno, boh, le quattro? E adesso che faccio, che non ho sonno? La partita no, che guardare Atlanta che ne prende quaranta dai Lebrons, no, dai, due palle. Mi sa che faccio il nerd e mi metto a giocare a Mass Effect.

Ah, oggi niente post "intelligenti", non ho avuto tempo di scriverne. Comunque son tornato a produrre, eh, tranquilli.

Mica qualcuno può aiutarmi a sistemare il maledetto pikkabbù?

7.5.09

Mad Men - Stagione 1

Mad Men (USA, 2007)
creato da Matthew Weiner
con Jon Hamm, Elisabeth Moss, Vincent Kartheiser, January Jones, Christina Hendricks, John Slattery


"In the 1950s and 1960s, the advertising industry was based on Madison Avenue in New York City. In fact, “Madison Avenue” used to be slang for “the ad industry.” Madison/ad men was contracted into “mad men” (no women, of course) by the mad men themselves."

Mad Men racconta le storie degli uomini che lavoravano nella fittizia agenzia pubblicitaria Sterling Cooper, e in particolare di Donald Draper, meraviglioso, intenso, carismatico protagonista. Uno che quasi mi scalza Cristian Troy dal trono di idolo assoluto e insostituibile. Uno che nei primi dieci minuti del primo episodio non riesci bene a capire che genere di personaggio sia, e ti viene anche il dubbio che sia un po' uno sfigato, ma poi infila una serie uscite clamorose via l'altra e ora della fine sei in ginocchio che vorresti staccargli un soffocone. Uno così.

E uno così è il protagonista, ma i vari personaggi di Mad Men sono uno meglio dell'altro e popolano un drammone denso, solido, scritto da dio, perfettamente calato nell'epoca che racconta (almeno credo, io non è che l'abbia esattamente vissuta). Strepitoso per cura dell'immagine, regia, valori di produzione, con una ricerca maniacale di dettagli, sguardi, atteggiamenti, piccole cose che ti raccontano un mondo lontanissimo come meglio non si potrebbe.

E forse il maggior pregio di Mad Men è proprio questo. Il fatto che al centro del racconto, a dominare la scena, non sono i (bellissimi) personaggi, non sono le (splendide e appassionanti) storie e gli intrecci amorosi, non è tutto sommato neanche (il grandissimo) Don Draper. Sono, invece, gli anni sessanta. Fumosi, alcolici, ricoperti da una patina luccicante che prova a nascondere l'ansia, l'angoscia che popolava i cuori di quegli americani giovani e rampanti. Fallendo.

6.5.09

Wind Chill

Wind Chill (USA, 2007)
di Gregory Jacobs
con Emily Blunt, Ashton Holmes


Wind Chill è uno strano caso di film horror in cui la componente horror è palesemente l'aspetto meno riuscito, anzi, addirittura quello che più di tutti gli nega l'eccellenza. Troppa ostentazione, troppe concessioni a tentativi (fallimentari) di spaventi facili, troppa banalità e pacchianeria nel concepire le presenze che tormentano il viaggio dei due protagonisti. Ed è un peccato, perché tutto il resto, in Wind Chill, funziona a meraviglia.

Funzionano, per dire, i due attori, Emily Blunt e Ashton Holmes. Bravi, azzeccati, tengono in piedi la baracca praticamente da soli, interpretando a meraviglia i due protagonisti senza nome grazie anche al supporto di una sceneggiatura particolarmente ben scritta. Magari non originalissima negli sviluppi, ma ottima nella caratterizzazione dei personaggi e nella scrittura dei dialoghi.

E alla fine conta questo, perché di fatto Wind Chill è un melodrammone, che racconta dell'incontro fra due persone apparentemente distantissime, di come imparino ad apprezzarsi e a conoscersi e di quanto possa far male un'occasione persa, buttata lì, sfuggita al controllo. E questo è tutto talmente ben realizzato che si passa volentieri sopra alla pacchianeria di buona parte dei momenti horror e si sopporta – anzi, apprezza – il romanticismo esasperato del finale, specie perché comunque, a conti fatti, vien difficile parlar di lieto fine.

Imperfetto, pieno anzi di cose fuori posto, ma particolare, a modo suo “diverso” e comunque lontano dalla maggior parte dei “teen horror” recenti, Wind Chill è un bel filmetto, con una sua gran dignità, che non a caso non s'è cacato nessuno. Io, ve lo segnalo.

5.5.09

Ponyo sulla scogliera

Gake no ue no Ponyo (Giappone, 2008)
di Hayao Miyazaki


Qui qualcosa non funziona. Vado avanti anni a dire che gli ultimi film di Miyazaki non mi piacciono come quelli di una volta, che lo preferivo quando faceva le favolette adorabili tipo Kiki e Totoro, che La città incantata è una figata, è bellissimo, è pieno di cose bellissime, ma non riesce ad afferrarmi alle budella e poi, e poi, e poi, ho lo stesso problema con Ponyo? Che mi succede, sono invecchiato? O è invecchiato lui? O sono invecchiati tutti gli altri?

O forse succede che in fondo Ponyo sulla scogliera, anche se sulla carta mi sembrava un ritorno a quel Miyazaki lì, è la dimostrazione che quel Miyazaki lì non esiste più. E magari va anche bene così, eh, perché comunque rimane il fatto che è bellissimo perdersi un paio d'ore in questi mondi completamente folli e fantastici, in questa capacità di stupirti con ogni singola scemata che appaia su schermo, in questa sala piena di bambini che stanno zitti e si guardano il film a bocca spalancata.

E poi in Ponyo c'è tanto, tantissimo. C'è la voglia di raccontare l'ammore. L'ammore fra due bimbetti. L'ammore fra l'uomo e la natura. L'ammore travolgente e semplice, quello che ti spazza via come uno tsunami e non ti fa capire più nulla. E ci sono dei momenti di cinema talmente belli che quasi non te ne rendi conto. C'è tutta quella parte con la piccola Ponyo in casa assieme a Sosuke e mamma, che impara a fare le cose che fanno i bambini. C'è quello struggente e bellissimo comunicare a distanza in codice morse. C'è quell'assurdo e splendido viaggio in barca. C'è, ovvio, la cavalcata sulle onde giganti. C'è un film meraviglioso, diciamocelo.

E allora forse sono diventato davvero stronzo io, visto che leggo in giro di gente che qua dentro ci ha rivisto Totoro. E io ce lo volevo rivedere disperatamente, lo giuro. E magari il problema è stato proprio questo, che ci speravo troppo. O magari è colpa del doppiaggio! Sì, ecco, è il doppiaggio, che è brutto e cattivo. Non è colpa mia, no no. :-| Ok, voglio riguardarmi Tororo, poi ne riparliamo.

4.5.09

Franklyn

Franklyn (Francia/GB, 2008)
di Gerald McMorrow
con Eva Green, Ryan Phillippe, Sam Riley


Che vuoi dire, di un film come Franklyn? Che puoi dire, di un film come Franklyn? Vediamo, posso dire che è un film che mi è stato un pochino sulle palle, perché un personaggio come quello di Eva Green mi sta per forza sulle palle, anche se, ehm, Eva Green, sulle palle, buttala, come immagine. Però devo dire che è anche un film che in fondo mi sta simpatico, perché fa un po' quel che gli pare, fregandosene di tutto e tutti. Va avanti per la sua strada, lento, incasinato e palloso, senza spiegare nulla, buttando lì qualche indizio, certo, ma di fatto impegnandosi a non far capire una fava di niente fino a, boh, quindici, venti minuti dalla fine.

È un pregio? È un difetto? A occhio, direi che è semplicemente Franklyn. Un film che la butta sul "non facciamo capire un cazzo fino a che non decidiamo di spiegarlo" ma, sotto il casino, non sembra avere molto da dire. Sì, ok, c'è una riflessione sulla fantasia, il chiudersi in se stessi, l'arricciamento e la fuga dalla realtà, che per quanto banale è sempre intrigante. Ma che altro c'è, poi? Un paio di trovate visive gradevoli (ma anche una regia di un piatto che non ci si crede) e quattro scemate recitate dalla boccuccia di Eva Green. Fine.

In più, si diceva, è un film barboso. Il ritmo lento, a casa mia, non è un problema, anzi, qua ci si annoia con gran fatica. Ma Franklyn, soprattutto nella prima parte, mi ha veramente messo in crisi. Sarà che non mi sembrava fosse in grado di far vedere o di raccontare nulla d'interessante, a parte i poliziotti con la tuba, delle scenografie quasi azzeccate e, ehm, Eva Green? Pure il finale melodrammatico con l'incontro sotto la pioggia, m'è parso moscio. E io son parecchio sensibile, eh, ai finali melodrammatici con l'incontro sotto la pioggia!

Epperò, non so, non me la sento di dire che non vale la pena di guardarlo, perché in fondo un paio di cose interessanti le fa, e altrettante ne dice. Certo, magari non vale la pena di tornare a casa completamente inzuppati dai monsoni dell'aprile milanese, pur di vederlo.