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31.8.09

Battlestar Galactica: Razor

Battlestar Galactica: Razor (USA, 2007)
di Félix Enríquez Alcalá
con Stephanie Jacobsen, Michelle Forbes e la solita gente di Battlestar: Galactica


Il primo problema di Razor è che se ne spunta fuori così, come se niente fosse, nell'intervallo fra la terza e la quarta stagione di Battlestar Galactica, pur essendo ambientato da qualche parte in mezzo alla seconda. Ora, per quanto Razor possa essere bello, io vorrei capire chi, sano di mente, dopo il devastante finale della terza annata, potrebbe aver voglia di mettere tutto in pausa e tornarsene indietro. Io, di sicuro, voglia ne avevo poca. Ma d'altra parte, c'è poco da fare, Razor va visto lì, perché comunque è evidentemente scritto e pensato strizzando l'occhio a chi già sa cos'è avvenuto dopo.

Il secondo problema di Razor è che, diciamocelo, non è neanche particolarmente bello. Tira fuori dal nulla un personaggio mai visto prima e lo sfrutta per raccontare fra passato e presente le vicende della Pegasus, appoggiandosi all'incolore pretesto del primo ibrido. Sembra tutto incentrato su una trovata vuota, spenta, di scarso peso, buttata lì giusto per dare un senso a due ore che altrimenti ne sarebbero prive. Insomma, resta addosso un po' una sensazione d'inutilità.

E poi il terzo problema di Razor, quello vero, sta proprio lì. Nella sostanziale inutilità di una puntatona lunga e autoconclusiva, che aggiunge poco o nulla e non funziona neanche poi molto bene come divertimento estemporaneo per i fatti suoi. Ok, si rivede Michelle Forbes, che è sempre un piacere. Certo, si approfondiscono un paio di spunti accennati nella serie principale, senza che però se ne sentisse necessariamente il bisogno. Si perde insomma tempo con una storiella davvero priva di mordente, nonostante ci sia qualche bel momento di retorica militaroide, che alla fine le sue belle emozioni sa sempre regalarle. Ma soprattutto - si torna sempre lì - non è davvero il momento. Ci sono cose più importanti a cui pensare!

28.8.09

La voce degli angeli


RingCast è un "periodico di disinformazione videoludica" pubblicato ogni quando capita sotto forma di podcast audio. Lo ascolto.

RingCast Extra sono gli episodi extra di RingCast, ne esce uno ogni tanto. Li ascolto.

Nell'ultimo Extra ci sono ospiti tre ascoltatori, fra cui io me medesimo, a cui vengono rivolte domande sceme. In questo momento mi sto ascoltando.

La mia voce non mi piace, ascoltata da fuori. Magari è solo perché non sono abituato ad ascoltarmi. Inoltre parlo troppo velocemente, mi sa. Magari è solo perché non sono abituato a parlare in un microfono. O magari faccio cacare.

Comunque mi sono divertito, forse anche perché durante la registrazione ho bevuto quattro birre. E del resto credo di essere quello che si sente ridere di più nell'arco di tutta la puntata. E dopo neanche venti minuti già confesso un furto.

L'unico mio rimpianto consiste nel non essermi lasciato andare a una bella sbroccata contro i fan Nintendo. Anzi, a un certo punto ho pure quasi cercato di difendere il Wii in maniera piuttosto impacciata.

Bon, credo ci siano tutte le informazioni utili. Manca solo quella inutile, il link alla pagina da cui accedere a questa bellissima trasmissione in tutte le forme (iTunes, Gehenna, Last FM, file MP3, o ascolto in streaming).

Max Payne 2: The Fall Of Max Payne

Max Payne 2: The Fall Of Max Payne (Rockstar Games, 2003)
sviluppato da Remedy Entertainment


Metto le mani su Max Payne 2 con in mente le sensazioni "meh" lasciatemi addosso dal primo episodio e il timore di ritrovarmi davanti un more of the same moscio, spento, vuoto, privo di idee. E invece, sarà anche per la solita questione delle aspettative deviate, scopro di avere a che fare con qualcosa di più, con un seguito di quelli veri, con un gioiellino raffinato e compiuto, che sviluppa davvero come si deve le intuizioni del primo episodio e dice finalmente come si deve quel che Max Payne aveva da dire. E che, al contrario del gioco che l'aveva preceduto, ha qualcosa da dire anche nella torrida estate del 2009.

Ogni singolo elemento di Max Payne 2 appare rifinito, studiato a puntino, perfetto compimento del discorso avviato, ma poco più che abbozzato, col primo episodio. Se lì bastava la superficie, fatta del dirompente bullet time e del fascino di una narrazione fuori dagli schemi, qui serve qualcosa in più, una sostanza di fondo che per fortuna non manca e rende The Fall Of Max Payne davvero piacevole anche a sei anni di distanza.

Spicca soprattutto il curato design dei livelli, questa volta davvero costruiti attorno alle deliranti intuizioni che fanno loro da sfondo. Le ambientazioni oniriche e spiazzanti non si limitano a qualche trovata spenta ma vanno a mescolare sogno e realtà, dando vita per esempio a tutta la splendida sezione da galleria degli orrori che si svolge nella casa di Mona Sax. E del resto - incidentalmente o meno – buona parte dei pregi di Max Payne 2 ruota proprio attorno alla sensuale killer.

L'alternanza al controllo dei due personaggi, per esempio, che oltre a dare varietà di gioco risulta efficacissima ai fini della narrazione, col suo mostrare punti di vista paralleli sulle stesse vicende. Ma anche il racconto stesso, che saggiamente relega più sullo sfondo i deliri cospirazionistici e pone al centro della storia l'intrigo amoroso, sessuale, torbido, travolgente, fra Max e Mona. Max Payne 2 si racconta con molto più mestiere rispetto al primo episodio, mantenendo sì i toni costantemente sopra le righe che in fondo rappresentano il suo marchio di fabbrica, ma trovando un delizioso - e inedito - equilibrio fra dramma, sferzante autoironia, pomposa serietà, riuscito esercizio di stile. Tutto funziona a meraviglia, in un crescendo d'intensità che rapisce e coinvolge fino all'amaro epilogo.

A conti fatti è soprattutto grazie alla maggior pulizia di design, alla cura nei singoli elementi, alla concretezza nello sviluppo delle idee, se The Fall Of Max Payne può dire qualcosa ancora oggi, fosse anche solo per la totale distanza stilistica da quanto viene prodotto ora. Qui c'è un gioco fatto e finito, invece che un'idea e una novità reiterate senza tregua sull'onda dell'hype. Qui, il personaggio, la serie e magari anche gli stessi Remedy, dicono tutto quel che hanno da dire e lo fanno nel miglior modo possibile. E appare infatti tutto sommato saggia la scelta di mutare completamente approccio e team di sviluppo con il terzo episodio.

27.8.09

Max Payne

Max Payne (Gathering Of Developers, 2001)
sviluppato da Remedy Entertainmen
t

Mi capita spesso - chi segue questo zoppicante blog l'avrà intuito - di mettermi a giocare con roba vecchia. Ma anche parecchio vecchia. Quasi mai si tratta di spirito nostalgico e voglia di rigiocarmi quel titolo bellissimo che tanto mi aveva emozionato. No no: semplicemente ogni tanto mi vien voglia di giocarmi roba che a suo tempo m'era sfuggita. Magari perché non avevo un PC in grado di farla funzionare, toh. Del resto, se posso leggere un libro del 1813 e guardarmi un film del 1939, perché non dovrei potermi giocare una roba del 2001? Ed è così che, stimolato dal risorgere dei nostalgici discorsi attorno alla serie in occasione dell'annunciato terzo episodio, nella primavera del 2009 mi sono messo a giocare per la prima volta a Max Payne. Yippee ki yeah!

Otto anni dopo, lo dico subito per render chiaro il messaggio, Max Payne ha più o meno l'impatto della mezza merda. Non è tanto una questione di potenza grafica, anche perché io mi abituo sempre molto in fretta all'idea di stare giocando una roba dalla faccia vecchia (voglio dire, due anni fa mi sono rifatto tutto Doom e ho giocato il primo Final Fantasy). È proprio tutto l'insieme. È che si tratta di un gioco rozzo, sotto praticamente qualsiasi punto di vista lo si guardi. Abbozzato, incompiuto, per nulla rifinito, con giusto qualche bella idea che si trascina stancamente dall'inizio alla fine.

Ovvio, lo devi contestualizzare, devi pensare che in un certo senso con Max Payne nascono un certo tipo di sparatutto in terza persona e l'utilizzo insistito del bullet time in stile Matrix. Sottolineiamolo, "in un certo senso", perché si tratta di due cose che comunque non appaiono per la prima volta qui, ma alla fine quel che conta è anche un po' la percezione. E la percezione, quella che si respira nei salotti bene, quella che vedi, leggi e senti se chiacchieri coi giovani d'oggi (ci scatarro su), è che Max Payne sia stato il primo e tutto sommato sia ancora il più figo.

Epperò, diciamocelo, che gli rimane, se gli levi l'impatto di usare il bullet time in questa bella maniera, al primo Max Payne? Una serie di corridoi mosci e spenti, un design dei livelli con ispirazione sotto zero, un'intelligenza artificiale che mi chiedo se fosse buona nel 2001, ma son sicuro faccia abbastanza ridere oggi, tre idee in croce - belle, ma sottosviluppate. E un'animazione della corsa completamente inguardabile, ma che a Remedy deve proprio piacere, se è vero come è vero che Alan Wake sembra essere andato dallo stesso fisioterapista.

E, certo, ci sono anche i fumetti, la narrazione, l'atmosfera. Che son buoni, buonini, intriganti, ma anche lì, insomma. C'è quel gusto per il noir stabilmente piazzato tre metri sopra le righe, quell'adorabile sconfinare nel trash, quella voce narrante roca e suadente, ma anche un intreccio che sbraca forse un po' troppo nel delirio cospirazionista e manda abbondantemente a mignotte tutto il gusto fumoso faticosamente costruito.

Non so, non so, son probabilmente troppo crudele, può essere, e di sicuro gli anni sono stati poco clementi e fan risaltare più del dovuto difetti che comunque - ne sono convinto - eran difetti anche nel 2001. Però Max Payne 2, che successivo lo è di soli due anni, mi ha convinto molto, ma molto, ma molto di più.

26.8.09

Orgoglio e pregiudizio

Pride And Prejudice (GB, 1813)
di Jane Austen


In un'ipotetica classifica dei libri che sinceramente non credo proprio mi metterò mai a leggere, penso che "qualsiasi cosa scritta da Jane Austen" stesse parecchio in alto. Certo, anni luce sotto a "qualsiasi altra cosa scritta da Dan Brown", ma insomma, non so bene per quale motivo ma non m'è mai venuta neanche voglia di comprarlo, un libro di Jane Austen. Perché, poi? Boh, forse per pregiudizio, magari anche per un pizzico di orgoglio. Sta di fatto che invece, alleluia, un suo libro l'ho letto. L'ho letto perché ho comprato d'istinto Pride And Prejudice And Zombies - lettura attualmente in corso - e per come sono fatto mi sembrava brutto leggerlo senza prima aver assaporato l'originale. L'ho letto perché, suvvia, una chance bisogna concederla a tutti. L'ho letto perché mi dava l'idea di poter essere perfino divertente, invece che barboso come magari uno potrebbe pensare. E, guarda un po', è proprio così.

In fondo il bello di Orgoglio è pregiudizio sta proprio lì, nel suo essere una lettura piacevole e spiritosa. Sì, chiaro, oggi ha quel valore aggiunto, frutto del tempo che passa, di saper fare da ottima finestra su un mondo ormai svanito nel nulla. Di raccontartelo da dentro e da fuori, appassionandoti a vicende, personalità, usi, costumi, modi di fare distanti anni luce da questa gioventù moderna tutta Duran Duran e Cedrata Tassoni. Di mostrare sentimenti, passioni, convinzioni, sogni, speranze e virtù umane attraverso il filtro di un'epoca passata. Di illustrare come anche allora chi aveva il Porsche si portasse a casa la più gnocca del gruppo.

Ma questo lo puoi fare in maniera barbosa e priva d'interesse. Lo puoi fare con uno stile tutto melassa e gonadi dopate. Lo puoi fare mettendo in mano la versione cinematografica a un regista senza nerbo e la cui principale cifra stilistica sta nell'ostentare piani sequenza (vedi anche alla voce Espiazione, comunque ben più interessante). Per non parlare della faccia da ferro da stiro di Keira Knightley.

Oppure puoi scrivere un libercolo da quasi cinquecento pagine che scorre via veloce come un cineracconto da paginone centrale di TV Sorrisi e Canzoni. Puoi raccontare vicendelle da romanzetto rosa con una padronanza del ritmo che manco James Cameron sotto acidi, mentre piazzi a cavallo fra 1700 e 1800 una ragazzetta bella dentro e fuori, moderna nell'intelligenza e nel modo di pensare, che ci piacerebbe tanto immaginare avanti nei tempi fino ad arrivare al giorno d'oggi, se non fosse che le giovani d'oggi in realtà son ben più rincretinite.

Puoi mostrare in maniera divertente e simpatica vizi e virtù della società in cui hai la (s)fortuna di vivere, illustrandoli tramite il punto di vista di una persona che pur "superiore" alla marmaglia per spirito e intelligenza si fa comunque invischiare nel pantano di usi, costumi, doveri, morali, pregiudizi, spocchia, fraintesi e suppellettili. Puoi mettere in scena una storia appassionante, stimolante, divertente, pur nel suo essere in buona sostanza poco più che un gioco delle coppie.

Puoi, insomma, tirar fuori un libro che duecento anni dopo rimane ancora attuale, divertente, appassionante, romantico, piacevolissimo. Non entra nel Club del libro di giopep perché mi ha tediato con fatti accessori quando volevo solo sapere come sarebbe andata fra Elizabeth e Darcy, ma sta proprio lì, ai margini, forte di quel suo inglese che mi piace troppo leggere, del suo saper essere romantico, autoironico e leggero, di quel paio di risate fragorose che è riuscito a strapparmi mentre lo leggevo fra una fermata della metropolitana e l'altra.