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28.11.09

La settimana a fumetti di giopep - 28/11/2009

Due settimane di fila, così poi non lo faccio più per due anni. Olé!

Manga
Naruto #45 ***
Che devo dire, che devo fare, ormai siamo nel limbo, in quella zona in cui è evidente che ha rotto le scatole ma sono ancora troppo affezionato ai personaggi e allo stile grafico e/o narrativo per darci un taglio. Ma insomma, è l'unico manga di 'sto genere che ancora leggo, teniamocelo.

Pluto #4 ****
No, basta, questa roba non si può leggere un pochetto ogni tre mesi. Non ha veramente senso, ti perdi i pezzi per strada, spezzi completamente la tensione della detection, ti rimane solo il gusto per la splendida maniera nel raccontare e nel disegnare le cose (anche se, diciamocelo, con Urasawa cambia il tema ma sembra di legger sempre la stessa storia). Il problema è che non ce la faccio, quando esce il nuovo numero, a metterlo lì sullo scaffale, bello tranquillo, in attesa di averli in mano tutti e otto. Qualcuno mi dia una soluzione, io non so dove pescarla.

Marvel
Incognito ****
Questa cosa del "le sue solite robe, ma quanto sono belle" sta cominciando a diventare monotona. Ma insomma, Incognito quello è. Un noir più o meno superomistico cupo, sboccato, violento e con qualche ammiccamento sessuale non è esattamente materia densa d'originalità, di questi tempi. Però Brubaker riesce a dargli un taglio corrosivo e serio, senza risultare forzatamente serioso, ma anzi sapendo anche ridacchiare di se stesso. Se vi state chiedendo cosa significhi questa roba che ho scritto, sappiate che me lo sto chiedendo pure io. Un po' Powers, un po' Wanted, un po' Sleeper, un po' una roba per i fatti suoi, Incognito è strettamente figlio del suo autore, forse anche per questo limitato nel ricordare parecchio tante altre sue opere. Però, siam sempre lì: che bello!

Magneto: Testamento ****
Testamento racconta la terribile gioventù di un cattivone degli X-Men che Chris Claremont ebbe la bella intuizione di rielaborare come sofferente reduce da Auschwitz. La natura del protagonista sta giusto giusto negli occhi di chi legge, indottrinato dal titolo e capace eventualmente di cogliere la singola strizzata d'occhio ai poteri (il giavellotto) e a un altro personaggio noto (Magda). Fine. Per il resto, c'è un racconto solido, intenso, che non dice nulla di particolarmente nuovo sull'argomento ma racconta, bene, uno squarcio di storia attraverso lo sguardo di un giovane. Occhio: se cercate Maus, andatevi a leggere Maus, perché siamo lontani anni luce. Se cercate un bel fumetto scritto con gusto su un argomento delicato, potete rivolgervi anche a questo. Che fra l'altro contiene pure una breve storia di Joe Kubert e Neal Adams sulla vicenda di Dina Babbitt, hai detto niente. Mettiamola così: se anche solo dieci cretini americani sovrappeso l'hanno comprato convinti di leggersi una cazzatona di supereroi e anche uno solo fra di loro è rimasto colpito e interessato da quel che viene in realtà raccontato, oh, punti stima a Greg Pak. Sì, lo so, sono stupido e qualunquista.

Marvel Zombies #3: Carne e Metallo **
Divertimento di bassa lega, carne, sangue e comicità spicciola. Il filone Marvel Zombies non era partito male (del resto Robert Kirkman, mica pizza e fichi) e l'incrocio con Ultimate Fantastic Four, pure, era stato divertente. Poi si è cominciato a riproporre sempre la stessa storia, riscritta in maniera sempre più brutta, con apparizioni speciali a caso. Qua perlomeno si prova a fare qualcosa di diverso e il risultato è pure simpatico, ma insomma, se deve trasformarsi in una semplice roba di supereroi, solo mezzi morti, che senso ha?

Spider-Man & X-Men: I teenager più strani di tutti i tempi *
Non ho capito se l'intenzione fosse di creare una storia sullo stile sempliciotto dei bei tempi andati o se proprio questa miniserie è scritta da cani. L'impressione, però, è di una roba scritta da cani che ha come unico motivo d'interesse il ripercorrere in maniera superficiale alcuni eventi cardine nella storia dei personaggi coinvolti. Peccato, i disegni di Mario Alberti si meritavano qualcosa di meglio.

Altro
Locke & Key #1 ****
Che cos'è, Locke & Key? Boh? È un thriller? È un horror? È un racconto di formazione? No, hahaha, dai, racconto di formazione no, mi pare esagerato. Però, caspita, è una bestia strana, che ti tiene col fiato sospeso, che giocherella col misticismo, mette paura con il suo non farti capire una fava, si gioca le carte migliori ogni volta che torna coi piedi per terra e tiene incollati alla tavola con una regia e un ritmo strepitosi. Joe Hill, non so da dove tu sia uscito, ma resta fra noi, ti prego!

The Boys #4: Cose che fanno bene allo spirito ****
Periodicamente salta fuori il fumetto (o il film, via) che si bulla di avere un approccio in qualche modo realistico al tema dei supereroi. Watchmen ce li ha fatti vedere stanchi, panzoni, sanguinari e politicizzati. Con Marvels li abbiamo osservati attraverso l'occhio dell'uomo comune. Powers, Top Ten e tanti altri li hanno integrati nella società con un taglio hard boiled. Insomma, ognuno ha la sua. Garth Ennis, con The Boys, li trascina nel fango e li rende quindi molto più vicini a questo simpatico mondo di depravati, squallidi, egoisti, parodistici approfittatori in cui viviamo. Quello di chi vuole gli occhiali a raggi X per spiare sotto i vestiti della vicina gnocca. Quello di chi se fosse Superman rapinerebbe le banche. Quello di chi manda al potere, tramite regolari elezioni, texani rincoglioniti e unti dal signore. Quello, insomma. Il quarto volume interrompe un pochetto il filone della satira porchettara e del giochetto sugli stereotipi infilandoci un apparente sviluppo romantico. Occhio ad affezionarcisi, perché il rischio che si stia preparano un patatrac di quelli grossi mi sembra evidente.

Whiteout ***
Originale poliziesco ambientato a due passi da dove vedemmo per l'ultima volta R.J. MacReady, Whiteout si gioca le sue carte più con il graffiante tratto di Steve Lieber, la solida caratterizzazione delle due protagoniste e il fascino dell'ambientazione che con un intreccio investigativo francamente piuttosto prevedibile. Sarei curioso di guardarmi il recente film con Kate Beckinsale, ma da quel che leggo in giro mi sa che è più interessante cercare "Kate Beckinsale" su Google e sfogliare i risultati sotto la voce immagini.

Adesso mi leggo tutto Volto Nascosto. Fermatemi, vi prego. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: 30 Seconds - Therapy?. Cercavo disperatamente di digerire uno Steakhouse Burger menu medio (con coca e patatine).

27.11.09

Capitalismo: Una storia d'amore

Capitalism: A Love Story (USA, 2009)
di Michael Moore
con Michael Moore e un po' di altra gente


Mi sento un po' scemo a parlare dello "stile" Michael Moore, del suo modo di girare, esprimersi e raccontare che è sempre lo stesso, sempre efficace allo stesso modo, sempre basato sugli stessi modi di fare e di dire, sempre con quello stesso pizzico di "scorrettezza" nel volerti far incazzare con la musichetta giusta sull'inquadratura giusta, nell'essere magari un pochino troppo furbetto sul suo spingere senza tregua la dimostrazione dell'assunto di partenza. Mi sento un po' scemo più che altro perché ho visto solo Sicko e Capitalism, quindi magari sto parlando a vanvera. Eh, sì, lo so, lo so, niente Fahrenheit e niente Columbine. Ci ho provato, eh! Li avevo registrati entrambi su Sky. Ma poi mi si è brasato il decoder. Quindi, insomma, magari mi manca la visione d'insieme, però mi sembra comunque abbastanza evidente lo stampino, il modo di fare cinema (sì, perché questa roba, oltre che documentario, è palesemente cinema).

Ed è un bel modo di fare cinema, pur coi suoi limiti e i suoi alti e bassi. Moore non è Morgan Spurlock, parla semplice e chiaro ma non disdegna la citazione mirata e il riferimento colto. Ha qualcosa da dire e lo dice bene. Il suo meglio lo dà forse quando fa il Michael Moore macchietta, quando se ne va in giro a rompere le palle e a fare le domande con spirito bambinesco e ingenuotto, ma nel complesso mi sembra che l'obiettivo, più o meno, lo raggiunga sempre. Obiettivo che, chiariamolo, non è spiegare tutto a tutti sull'argomento in questione. Guardando Capitalism non ottieni una profonda conoscenza dei meccanismi che stanno dietro ai disastri commessi in nome del capitalismo. No, perché magari qualcuno ci crede pure.

Chiudiamo con una considerazione tutta personale - come se quanto scritto prima non lo fosse, tutto personale - sulla reazione viscerale di fronte al Michael Moore "scorretto" di cui si diceva. Guardando Sicko, sei ovviamente colpito allo stomaco da quelle assurde storie di gente lasciata a morire dagli assicuratori cattivi, ma un pochino, almeno un pochino, te ne senti distante, perché in fondo, oh, è uno schifo, ma succede agli americani, mica a noi. Guardando Capitalism, guardando gente sfrattata perché senza soldi, boh, istintivamente, un po' lo sfintere ti si stringe. Perché se va a puttane l'economia iuessei, con tutti i se e tutti i ma opponibili, non è che nel resto del mondo ci sia troppo da rallegrarsi. No, dico, Tremonti.

Il film l'ho visto in lingua originale con sottotitoli in italiano al cinema Mexico di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Relativa, per quanto sia sempre affascinante ascoltare le variegate cadenze dell'America Bassa. I sottotitoli danno una mano, anche se pure l'ultimo dei provincialotti parla in maniera sorprendentemente chiara e comprensibile. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Sogna - Ritmo Tribale. Mentre scrivevo questo brutto post mi chiedevo se fosse il caso di andare a mangiare da Burger King.

26.11.09

Julie & Julia

Julie & Julia (USA, 2009)
di Nora Ephron
con Meryl Streep, Amy Adams, Stanley Tucci


In questo film ci sono Amy Adams e Meryl Streep, che sono bravissime, bellissime, bravissime, dolcissime, bravissime, adorabilissime, bravissime, fantastiche, spettacolari, incredibili. Due attrici della madonna. E c'è Stanley Tucci. E un paio di scarti del cast di 24 (beh, meglio qui che in Alien vs Predator 2). Ma soprattutto ci sono Amy Adams e Meryl Streep. E Stanley Tucci. Che altro devo aggiungere? Guardatevelo, possibilmente in lingua originale, e finita lì.

Certo, se poi non ci fossero quelle tediose musichette in stile Nora Ephron, non ci fosse quel modo di scrivere i personaggi un po' troppo Nora Ephron, non durasse mezz'ora di troppo per essere un film di Nora Ephron e soprattutto non fosse un film di Nora Ephron, beh, magari sarebbe anche un gran bel film, invece che un "ci sono Amy Adams e Meryl Streep. E Stanley Tucci". Però, caspita, resta il fatto che ci sono Amy Adams e Meryl Streep. E Stanley Tucci.

Il film l'ho visto in lingua originale al cinema Arcobaleno di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Purtroppo, il martedì sera all'Arcobaleno è pieno di maleducate teste di cazzo. Ma vai a sapere, magari sono maleducato io a chiamarle teste. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Ci sono Amy Adams e Meryl Streep. E Stanley Tucci. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Hot 'n Cold - Katy Perry, che altro? Mentre scrivevo questo brutto post sgranocchiavo un dolcetto giapponese a forma di Stanley Tucci.

Arrivare in ufficio

Certe mattine è un piacere.

25.11.09

Motel Woodstock

Taking Woodstock (USA, 2009)
di Ang Lee
con Demetri Martin, Henry Goodman, Imelda Staunton, Emile Hirsch, Eugene Levy, Liev Schreiber


L'ultimo film di Ang Lee racconta la tre giorni di Woodstock senza far vedere, se non dalla totale distanza, un singolo minuto di concerto. Mostra il dettaglio dell'esperienza di Elliot Tiber, ingranaggio organizzativo casualmente fondamentale che non andò mai a piazzarsi sotto il palco. Ma nel farlo mette lo stesso splendidamente in scena Woodstock, o comunque una delle sue facce. È così. Ed è bello. Farsene una ragione o accomodarsi fuori dalle scatole, gentilmente, ché qui l'incapacità di capire, intendere e/o volere non è gradita. Il caro Ang (Lee per gli amici), che magari un po' 'sta rottura di maroni se l'aspettava, lo fa pure dire chiaro e tondo da Paul Dano nel suo adorabile cameo. O forse non lo dice Paul Dano e lo dice qualcun altro. Non lo so, non mi ricordo, ero assorbito dall'atmosfera del film. Probabilmente stavo sotto acidi pure io.

Ecco, Taking Woodstock magari è il film minore e vacanziero che sembra, ma non è un film piccolo nella misura in cui non può essere piccolo un film tanto bravo a far quel che si propone. Son contorto, ma è contorto il meccanismo: io a Woodstock non ci sono stato, anche perché nel 1969 avevo meno otto anni, ma caspita quanto si sente, si vive, si respira l'atmosfera di un festival rock in questo film. Forse per capirlo davvero è necessario non solo esserci stati, a una roba anche solo minimamente paragonabile a quella, ma pure averla vissuta a pieni polmoni e - soprattutto - averla amata. Il piacere puro di stare lì, di vivere quell'esperienza, Ang Lee me l'ha fatto rivivere seduto su un seggiolino al cinema. Roba che quando esci ti viene l'istinto di grattar via il fango dalle scarpe.

Il film l'ho visto in lingua originale al cinema Arcobaleno di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Abbastanza, ché c'è tutto un gioioso modo di parlare inadattabile. Senza contare i genitori del protagonista, diamine. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Rebellion - Arcade Fire. L'ho mai detto che gli Arcade Fire sono strepitosi? Lo dico ora: sono strepitosi. Mattia, cazzo, Funeral dovevi almeno citarlo, qua. Mi raccomando nel 2007, eh! Mentre scrivevo questo brutto post sognavo di felafel e Kotobuki (e pure moussaka, dai).

24.11.09

King Dork

King Dork (USA, 2006)
di Frank Portman


La scorsa primavera ho letto questo romanzo di Frank Portman, leader di un gruppo punkettaro americano di cui non m'è mai fregato, ha continuato a non fregarmi e probabilmente non mi fregherà mai nulla. Il libro, però, è molto bello e un po' mi spiace non averne mai parlato qua dentro. Ma è finito nel gorgo delle robe che mi son perso per strada in questi caotici mesi estivi.

L'altro giorno ne ha parlato Delu nel suo blog e io, in questo gioioso tourbillon di vicendevoli spippettamenti che è l'Internet del Web 2.0, ve lo segnalo. Delu dice più o meno quel che c'è da dire. Magari non dice esattamente quel che avrei detto io. Senza dubbio non lo dice bene come lo avrei detto io. Ma, insomma, bisogna anche sapersi accontentare.

Io Il giovane Holden - se volete sapere cosa c'entri leggetevi il post di Delu e non rompetemi le palle - l'ho letto sette anni fa, nell'edizione pubblicata in edicola dall'Espresso. Non mi diede fastidio come dà fastidio al giovane Tom, ma certo mi lasciò addosso quella stessa sensazione di "mbah, mbeh, mboh, meh". L'odio e il fastidio, quelli no, ma credo sia una questione di contesto. Gli americani hanno Il giovane Holden, in Italia ai miei tempi c'erano Siddharta e L'arte di amare, adesso chissà che caspita c'è, nel club del "nodevitroppoleggerloguardamihacambiatolavitaèincredibile". Troie. Tutte. Voi e la vostra cazzo di Smemoranda.

Il libro l'ho letto in lingua originale, nell'edizione cartonata di Delacorte. Non credo esista una versione italiana. E comunque imparate l'inglese, ignoranti. Nei miei ultimi due post non ho messo questa schifezza in corsivo, ma negli ultimi due giorni ho ascoltato praticamente solo Hot 'n Cold di Katy Perry. Santoddio. Adesso invece sto ascoltando il nuovo album degli Stereophonics, che s'intitola Keep Calm & Carry On ed è di una noia mortale. Ho fame.

23.11.09

Zombiepep

Ok, da adesso faccio le cover story. Anche se non ho le cover. E pure le story scarseggiano. Comincio facile, comincio coi morti viventi, ché fra me e loro è storia d'amore dichiarata e conclamata. Ma soprattutto comincio facile linkando qua tutto quello che ho già scritto sull'argomento. Questo post sarà aggiornato ogni volta che aggiungerò qualcosa al riguardo. E lo linko lì in alto a destra, col bel pulsantino courtesy of Fotone. Ovviamente ho altro in cantiere. Arriverà, in maniera totalmente aperiodica e sconclusionata. O magari non arriverà, visto che su 'sto blog fare promesse e non mantenerle è una costante e che comunque il punto era solo avere il rettangolino figo in alto a destra.

Film
28 giorni dopo
28 settimane dopo
Cockneys vs Zombies
Deadheads
L'alba - sigh - dei morti dementi (Shaun of the Dead)
[Rec]
Resident Evil: Extinction
The Battery
The Revenant

Warm Bodies
World War Z

Serie TV (e assimilabili)
Cargo
Fantasy Filmfest Shorts 2011
The Walking Dead - Stagione 1
The Walking Dead - Stagione 2
The Walking Dead - Stagione 3
The Walking Dead 01X01
The Walking Dead 01X02
The Walking Dead 01X03
The Walking Dead 01X04
The Walking Dead 01X05
The Walking Dead 01X06
The Walking Dead 02X01
The Walking Dead 02X02
The Walking Dead 02X03
The Walking Dead 02X04
The Walking Dead 02X05
The Walking Dead 02X06
The Walking Dead 02X07
The Walking Dead 02X08
The Walking Dead 02X09
The Walking Dead 02X10
The Walking Dead 02X11
The Walking Dead 02X12
The Walking Dead 02X13
The Walking Dead 03X01
The Walking Dead 03X02
The Walking Dead 03X03
The Walking Dead 03X04
The Walking Dead 03X05
The Walking Dead 03X06
The Walking Dead 03X07
The Walking Dead 03X08
The Walking Dead 03X09
The Walking Dead 03X10
The Walking Dead 03X11
The Walking Dead 03X12
The Walking Dead 03X13
The Walking Dead 03X14
The Walking Dead 03X15
The Walking Dead 03X16
The Walking Dead 04X01
The Walking Dead 04X02
The Walking Dead 04X03 
The Walking Dead 04X04 
The Walking Dead 04X05 
The Walking Dead 04X06 
The Walking Dead 04X07 
The Walking Dead 04X08 
The Walking Dead 04X09 
The Walking Dead 04X10
The Walking Dead 04X11 
The Walking Dead 04X12 
The Walking Dead 04X13 
The Walking Dead 04X14 
The Walking Dead 04X15
The Walking Dead 04X16

Fumetti
Crossed #1
Crossed #2
Marvel Zombi #3: "Carne e metallo"
Marvel Zombi #4: "Figli della mezzanotte"
Rotten #1
Runaways #8: "Rock zombi"
Tag
The Walking Dead #7: "The Calm Before"
The Walking Dead #9: "Made To Suffer"
The Walking Dead #10: "What We Become"
The Walking Dead #11: "Fear the Hunters"
The Walking Dead #12: "Life Among Them"
The Walking Dead #13: "Too Far Gone"
The Walking Dead #14: "No Way Out"
Zombie Tales

Libri
Cell
Maneggiare con cura
Orgoglio e pregiudizio e zombie

Videogiochi
Dead Rising
Forbidden Siren (Ok, sto un po' barando)
Forbidden Siren 2 (Ok, sto un po' barando 2)

Orpola!

E la giornata prende una piega di spessore.

17.11.09

La settimana a fumetti di giopep - 17/11/2009

A un anno dall'ultima volta, non a caso come allora sull'onda della gita a Lucca Comics (& Games), ci riprovo con La settimana a fumetti (di giopep). Vediamo un po'.

Manga
I saggi a fumetti di Mitsuru Adachi *
Una porcheria venduta con la scusa del nome appiccicato sopra. E io ci sono cascato in pieno. Roba totalmente inutile. Lasciate perdere, sul serio.

Cross Game #10 ****
Katsu #7 ****
Questi non vale neanche la pena commentarli, perché tanto poi finisco per dire sempre le stesse cose. Adachi è un grande, un grandissimo, sa quello che deve fare, lo fa come meglio non si potrebbe e porta a casa la pagnotta in una maniera adorabile. Uno di quei casi un po' strani di gente allo stesso tempo sopravvalutata e sottovalutata. Leggerlo è sempre un piacere totale, quel gusto di sapere alla perfezione cosa ti aspetta e non stancarti mai di trovarlo, preciso, perfetto, a puntino. Poi magari ogni tanto ti stupisce anche, ti ci mette la sorpresa, e allora davvero non puoi che volergli bene. Avercene, di gente che fa "sempre la stessa roba" in questo modo qua.

Marvel
Ultimatum *
Ultimatum è il perfetto esempio di tutto quello che è sbagliato in 'sti maledetti eventi, crossover, superappuntamenti annuali. C'è un'idea, uno spunto, un soggetto magari anche interessante, con del gran potenziale, magari pure preparato bene nei mesi con cenni sparsi qua e la, e c'è il totale disinteresse a tirarne fuori una storia bella, solida, scritta come si deve, appassionante. È stato così per tutte le robe simili recenti che ho letto prima di darci un taglio qualche tempo fa, è così anche in questo caso.

Ultimatum, la miniserie, fa pena. Sono interessanti le cose che accadono, ma sono raccontate male, in maniera frammentata, scritte coi piedi, senza pathos, senza coinvolgimento. L'unico obiettivo e far succedere le cose, mettere in piedi un repulisti e preparare quel che segue. Come ci si arriva? Ma chissenefrega!

Ultimatum è talmente mediocre da far sembrare quasi belle le storie collegate di Ultimate X-Men. Con quelle di Ultimate Fantastic Four non ce la fa, e amen, ma con gli X-Men quasi ci riesce. Poi, al solito, qualcosa di buono ne viene fuori, e Bendis si conferma il grande sceneggiatore che è partorendo qualche pagina di gran fumetto su Ultimate Spider-Man, ma insomma, eh, ormai ci ha abituati talmente bene che ce lo aspettiamo come minimo sindacale.

Ultimatum è il motivo per cui dopo quasi vent'anni ho smesso di comprare in blocco le serie regolari Marvel e DC: mi piace seguire come si evolve il mondo, la visione d'insieme, gli avvenimenti, i fatti, ma mi sono rotto i coglioni di dover leggere merda per poterlo fare. Mi manca? Un pochino. Mi spiace non leggere più alcune singole serie davvero di gran qualità? Sì. Ma non importa, perché questa gente non si merita i miei soldi e il mio tempo. E infatti mi sa che è giunto il momento di darci un taglio anche con la linea Ultimate, a meno che gli sviluppi sull'immediato non mi sorprendano.

Altro
Gli archivi di Nexus #1 ****
Il fantasupereroe comunista! Poteri mentali e raggi spaziali contro il capitalismo cattivo! Con metodi un po' fascisti, così, per frullare tutto. Gli albori di un comic indipendente che a modo suo è entrato nella storia del fumetto e che, bisogna pure un po' dirlo, mostra davvero tutti gli anni appoggiati sulle sue solide spalle. C'è però del gran potenziale, son curioso di vedere dove va a parare (sì, lo so che ne sono già usciti altri due, ma io a Lucca ho comprato solo il primo, va bene?).

Teenage Mutant Ninja Turtles #1 ***
Tanti anni fa vennero pubblicati in Italia una manciata di numeri del fumetto "vero" delle Ninja Turtles, quello di Kevin Eastman e Peter Laird. Se non sbaglio fu Granata Press a farlo. Potrei andare a cercare gli albetti in salotto, ma insomma, chissenefrega. Ricordo che all'epoca si diceva che si trattava di una roba completamente diversa dalle Turtles dei cartoni animati: più adulta, più violenta, più interessante. Adesso esce questa riedizione in sei pratici volumetti, firmata 001 Edizioni. Se la memoria non mi tradisce, nel primo volume ci sono tutte storie già uscite a suo tempo per Granata. E come sono? Beh, affascinanti, a modo loro. Lo stile è estremamente grezzo, ruvido, da fumetto indie di quei tempi. C'è della violenza e i toni non sono certo quelli bambineschi con la sigla "NIIINGIAAAAA". Però, da qui a definirlo fumetto adulto o maturo, ce ne passa. Piacevole? Sì. Interessante, soprattutto per capire dove sono nate tutte quelle idee poi trasformatesi in giocattoli stampasoldi? Assai. Imprescindibile? Ma anche no. Però, insomma, vediamo anche un attimo come si sviluppa col tempo. Se ci si riesce, questa volta.

The Surrogates ****
Fra qualche tempo arriverà anche in Italia il sicuramente mediocre film di Jonathan Mostow che, insomma, è un po' il regista che sappiamo. Oddio, alla fine è uno che fa le cose su commissione e svolge il compitino, non è neanche disprezzabile, ma Terminator 3 mi vien difficile da perdonare. Comunque, do per scontato che The Surrogates, il film, oltre ai giusti e benvenuti rimestamenti d'adattamento, oltre all'idea di partenza che già comincia bene nel tradire lo spirito originale (un "cattivo" che vuole solo lanciare un messaggio diventa un cattivo, senza virgolette, che per lanciare un messaggio ammazza la gente), oltre agli inevitabili tagli sulla descrizione di un mondo futuro, abbia proprio poca speranza di essere meritevole. Perché, appunto, eh, Mostow, mica chissacchì. Io, comunque, The Surrogates, il fumetto, ve lo segnalo. Ché prende una bella idea (un mondo futuro in cui la gente se ne sta chiusa in casa e manda in giro al suo posto delle specie di replicanti controllati in remoto), la sviluppa benissimo, ne trae fuori non poche riflessioni e condisce il tutto con un po' di sana detection. Non magari un capolavoro massimo del fumetto mondiale, ma intrigante, divertente e ben sviluppato. E meglio del film, ne sono sicuro.

Se grazie a questo post vi sentite stimolati e/o invitati a leggere qualcosa che non conoscevate, beh, ditemelo, che mi sento realizzato. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Sam's Town - The Killers. Stavo digerendo un'insalata dell'Esselunga con funghi champignon e noci.

13.11.09

Alien vs Predator 2

Alien vs Predator: Requiem (USA, 2007)
di Colin e Greg Strause
con Steven Pasquale, Reiko Aylesworth, John Ortiz, Johnny Lewis, Ariel Gade, Kristen Hager


AVP2 comincia esattamente dove finiva AVP: con il neonato ibrido fra Predator e Alien che si desta e pianta su un casino pazzesco, macellando i due Predator sopravvissuti e facendo precipitare l'astronave sul pianeta Terra, nei pressi di Gunnison, Colorado. L'ibrido comincia quindi a smacellare qualsiasi cosa gli passi davanti, mentre i suoi fidi alienetti fecondano tutto il fecondabile. Nel frattempo, da qualche parte nell'universo, il Predator più cazzuto del creato viene a conoscenza dei fatti, salta sulla sua station wagon e si dirige verso la Terra per sistemare le cose, massacrare tutti gli Alien che trova e cancellarne le tracce con una specie di soluzione caramellosa blu che corrode tutto quello che tocca (e anche un po' di quello che non tocca). Presi nel mezzo, gli abitanti di Gunnison si vedono costretti a mettere da parte le loro squallide storie di ordinaria americanità per tentare di sopravvivere alla rissa aliena. Fallendo quasi tutti.

La cosa più divertente di questo film è che in questo film non c'è nulla di divertente. Al limite, fa ridere il senso di totale caos e abbandono per una sceneggiatura il cui unico filo conduttore sembra essere il delirio. Succedono quasi solo cose a caso, tenute insieme dal vero motore dietro alle vicende: sbattere su schermo una lunga sequenza di citazioni da ogni stereotipo e ogni momento "cool" possibile e immaginabile tratto dalle due saghe. Si comincia coi font del titolo e si finisce con la musica sull'esplosione dell'atomica e l'apparizione di miss Yutani. Nel mezzo non succede nulla di anche solo vagamente emozionante o divertente: solo strizzatine d'occhio, sbudellamenti a caso e pochezza cinematografica. Alla faccia di un fesso - non faccio nomi - che si era esaltato perché nel trailer si vedeva tanto sangue. Come se il bello di Alien e Predator stesse nel sangue.

Ah, sì, per quanto mi riguarda AVP2 è decisamente peggio del primo episodio. Lì perlomeno c'erano una battuta simpatica di Raoul Bova e la bella immagine dello scudo fatto con la testa d'alieno. Capito? AVP2 è peggio di un film in cui fra le cose migliori c'è una battuta di Raoul Bova.

Il film l'ho visto in lingua originale su Sky Cinema HD. Trattandosi di film VM18, la versione trasmessa da Sky è un po' censurata, fra l'altro in maniera abbastanza evidente e grossolana. Da bravo nerd sono andato a controllare coi potenti mezzi dell'Internet le scene che mi erano parse "strane" e ho trovato conferma ai miei dubbi. Manca qualche secondo sanguinario sulla nascita dei primi alieni, sulla morte della barbona e sul ritrovamento del poliziotto appeso (che proprio non si vede). Ma soprattutto manca per intero la scena del parto, effettivamente un po' priva di gusto. Certo, levarla fa abbastanza perdere di senso alle due precedenti apparizioni del personaggio "coinvolto", senza contare che quella scena giustifica il numero di alieni presenti nell'ospedale (e io che per mezz'ora ho creduto fosse un buco di sceneggiatura, pensa te!). Ma d'altronde non si può mica pretendere che chi censura cerchi anche di farlo con criterio, no? Importanza di guardare questo film in lingua originale? Direi nessuna. Tanto qui mica c'è Raoul Bova. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Take, Take, Take - The White Stripes. Stavo digerendo dei simpatici culurgionis.

12.11.09

Pinkcast

Secondo episodio di Outcast (che poi sarebbe il quarto, anche, ma non importa), un po' tutto al femminile, lunghetto & logorroico come al solito, elargisce tutto il suo amore dai network di iTunes, Last FM, MauroButi.it e Podtrac. Beatèvene.

Ancora si deve trovare una struttura definitiva, continuiamo a cambiare rubriche, impostazione, interventi, partecipazioni. Prima o poi ce la faremo, o forse no. Comunque io mi sto divertendo un sacco. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: La cura giusta - Timoria. Scucchiaiavo kiwi.

Le undici leggi di Giordano

"Eons ago, in 1996, Next Generation magazine asked me for a list of game design tips for narrative games. Here’s what I gave them."

Il resto sta sul blog di Jordan Mechner, per la precisione in questo post. Non è un po' un peccato che in vent'anni quest'uomo abbia creato solo cinque giochi? O forse no, magari va bene così.

Karateka me lo ricordo appena. O forse non me lo ricordo proprio, boh. Prince Of Persia, mamma mia, quanti ricordi (buono pure il remake su Xbox Live). Prince Of Persia 2 altro gran bel gioco, all'epoca sottovalutatissimo perché erano tutti innamorati di Flashback. The Sands Of Time, pure, roba incredibile. The Last Express prima o poi me lo devo giocare. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Stalking Juliet - Sarah Gillespie. In padella friggevano Sofficini ai formaggi doppio ripieno.

11.11.09

Funny People

Funny People (USA, 2009)
di Judd Apatow
con Adam Sandler, Seth Rogen, Jonah Hill, Jason Schwartzman, Leslie Mann, Eric Bana


Il problema principale di Funny People sta nelle aspettative, in quel che la gente coinvolta, il tema trattato, e il marketing adoperato ti fan credere che osserverai per un paio d'ore (abbondanti, ché all'Apatow la sintesi proprio non ci piace). T'aspetti di ridere, parecchio, e magari di versare qualche lacrimuccia. In fondo il trailer, davvero azzeccato, proprio questo ti dice. E invece Funny People è un film che non fa particolarmente ridere anche se ogni singolo personaggio è o è stato uno "standup comedian". Ed è un film che non fa particolarmente piangere anche se parla di morte, rimpianti e solitudine. È dunque un film brutto o malriuscito? Uhm.

La verità è che qualche risata te la strappa, un certo sorrisino te lo tiene addosso più o meno tutto il tempo e un pizzico di malinconia te la suggerisce, ma rimane tutto un po' così, accennato, di traverso, senza spinger molto da una parte o dall'altra, se non con il personaggio (un po' troppo) macchietta di Eric Bana. Ma l'impressione è che Apatow sia rimasto volutamente in mezzo, in quel limbo fra la commedia e il dramma che ha forse il limite di essere un po' troppo reale per funzionare davvero al cinema. C'è proprio quell'indecisione lì, quella specie di azzeccato cerchiobottismo che in qualche modo fa venire in mente il "ma questo fatto che sto ridendo deve farmi sentire in colpa?" di Quarant'anni vergine.

Epperò, nonostante la lunghezza eccessiva, nonostante Eric Bana - che pure è bravo e simpatico, ma davvero mi è parso fuori luogo, nonostante tutti 'sti cameo sparsi a caso che dovrebbero far sembrare tutto più vero e invece danno gran sensazione di posticcio, nonostante ci si metta un po' a capire che se aspetti di sghignazzare aspetterai fino alla fine, le cose funzionano abbastanza. Merito soprattutto di attori bravi a recitare in ruoli che non sono esattamente i soliti, a cominciare da un Adam Sandler che si conferma ancora una volta interprete delizioso di personaggi così lontani da quelli che gli danno fama e gloria. E merito di una sceneggiatura che non si fa problemi a raccontare persone tristi e anche un po' brutte.

Quello di Apatow è uno sguardo su se stesso e sul suo mondo, dichiarato in maniera fin troppo didascalica da quell'apertura "di repertorio", con gli scherzi telefonici che Sandler elargiva quando i due erano compagni di stanza. E nel raccontarsi, Apatow parla di gente triste, depressa, opportunista, i cui unici sorrisi stanno dipinti sulle facce del pubblico. Ma il pregio migliore è l'evitare - almeno in parte - la solita formula, i soliti cliché, il macchiettismo. I personaggi di Funny People sono tutti esseri umani, dal primo all'ultimo. Magari un po' strani, magari storditi, ma solidi e convincenti. Basta guardare il fenomenale medico interpretato da Torsten Voges, per rendersene conto. E basta pensare a questo per apprezzare un film sorprendentemente ben diretto e che in fondo, con tutti i suoi limiti, è forse meglio di quanto possa sembrare.

Il film l'ho visto in lingua originale all'UCI Certosa. Se non si è abituati alla parlata ammerigana, a un certo tipo di slang volgaraccio e alla gente che sbiascica le parole (Adam Sandler, my love!) c'è rischio di andare in difficoltà. Oltre a questo, c'è pure Eric Bana che forza al massimo l'accento aussie. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Eh, in effetti mica scarsa. A parte il fatto che le commedie sono l'unico genere che rivaleggia con le serie TV per insopportabilità di traduzioni, adattamenti e doppiaggi. A parte il fatto che, ovviamente, ci sono tonnellate di giochi di parole intraducibili e in generale la comicità è tutta basata sui dialoghi. A parte il fatto che lo sbiascicamento e la varietà di toni dei vari attori sono fra gli aspetti più caratterizzanti. A parte il fatto che - mi dicono - nel doppiaggio s'è perso il divertente giocare sull'insipienza attoriale del personaggio di Leslie Mann. A parte il fatto che ho finito gli "a parte", direi che un bel DVD sottotitolato in inglese è la via migliore per tutti. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Sin Of The City - Duran Duran. Digerivo un'insalata Agita & Gusta Bonduelle.

10.11.09

Octopussy

Terzo appuntamento col Tentacolo Viola. Ospite speciale Gatsu di Ringcast. Gli chiediamo cose e poi si parla di altre cose. Sta tutto qui. Non l'ho ancora ascoltato, non so come sia venuto.

Stanno cominciando a uscire un sacco di podcast italiani. Adesso si vedrà per davvero chi è capace e chi no. Sono fottuto. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Elephant Love Medley - Ewan McGregor & Nicole Kidman. Valutavo se andare a mangiare al Tomoyoshi Endo.

9.11.09

Nemico Pubblico

Public Enemies (USA, 2009)
di Michael Mann
con Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard


Cos'è che mi stordisce e costringe all'abbandono di fronte allo schermo nel cinema di Michael Mann? Cos'è che mi rende un pupazzo inerme nelle mani di quel furbo e distinto (quasi) settantenne? Perché ogni volta mi ritrovo sciolto sul sedile, totalmente ipnotizzato, incapace di staccare gli occhi anche solo per un attimo, del tutto isolato dal mondo che mi circonda, dal vociare, dal masticare, dal fastidio della sala intasata? Perché Mann tocca esattamente le corde giuste, quelle che servono per acchiapparmi, emozionarmi, farmi morire dalla tensione davanti alle sue mostruosamente belle sparatorie, riempirmi d'angoscia gli occhi nel raccontarmi il suo romanticismo maschio, estremo, esagerato, magari anche un po' stucchevole, ma insopportabilmente forte nell'esprimersi anche solo con uno sguardo fugace, il movimento di una mano, l'accenno di un sorriso.

E allora fatico a trovar qualcosa da dire oltre a "Mamma che bello!" e del resto perché dovrei sforzarmi, visto che tanto non mi paga nessuno? Questo spazio è mio e ci faccio pure un po' quel che mi pare, no? Anche semplicemente dire che il nuovo film del mio regista preferito è bellissimo. È bellissimo e bravissimo Depp, con quel suo fare ostinatamente macho, di uomo che deve costantemente dimostrare al mondo la propria onnipotenza. È bellissima la Cotillard, fragile, affamata, con gli occhioni enormi che ti rapiscono. È bellissimo Bale, con lo sguardo puntato verso un obiettivo che sa di poter raggiungere. È tutto bellissimo, dai, basta, vogliamoci bene e facciamola finita.

Il film l'ho visto in lingua originale al Sony Center di Berlino, un paio abbondante di mesi fa. Al Sony Center di Berlino i film li programmano in doppia versione, doppiati e in lingua originale. Quelli in lingua originale riempiono comunque la sala. La sala grossa. Ma grossa grossa, eh! Vaffanculo. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Mah, diciamo che quel bel fiorire di accenti, parlate e toni che furono è talmente un piacere che mi dà fastidio anche solo l'idea, il concetto stesso che debbano esser cancellati col doppiaggio. Senza contare che si parla pur sempre di gente che interpreta il ruolo di altra gente. Vera. Non mi assumo quindi responsabilità su una versione italiana che comunque già parte da testate sui denti levando almeno tre o quattro significati al titolo del film e regalando a Marion Cotillard una voce insostenibile (perlomeno nel trailer). In ogni caso a Milano lo passano in lingua originale: domani e giovedì rispettivamente agli UCI Certosa e Bicocca, nella prima settimana di dicembre al solito trio Anteo/Arcobaleno/Mexico. Se abitate nel milanese e lo guardate doppiato siete cattivi. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Supervixen - Garbage. Nello stomaco s'agitava pastina in brodo.

6.11.09

Orphan

Orphan (USA, 2009)
di Jaume Collet-Serra
con Vera Farmiga, Peter Sarsgaard, Isabelle Fuhrman, Jimmy Bennet, Aryana Engineer


Se il tuo primo figlio nasce stronzo, la tua seconda figlia nasce sorda e la tua terza figlia nasce morta, oltretutto lasciandoti priva d'utero, sarebbe forse il caso di metterci una pietra sopra. E invece Kate Coleman non si arrende e decide addirittura di alzare la posta adottando una psicopatica. Da lì in poi succedono cose, muoiono persone.

Orphan è un filmetto semplice semplice, che passa tranquillo e soffice come un colpo di vento, senza lasciar segni, scorie o cicatrici. La progressione degli eventi è da manuale per quasi tutta la durata, priva di particolari scossoni o sorprese, e ruota attorno alla crescente disperazione della povera Kate, fin troppo consapevole di cosa stia accadendo, ma incapace di sconfiggere la sfiducia di chi le sta attorno. Qualcosa stride, qualcosa sembra fuori posto, qualcosa proprio ti fa pensare "Ma che cazz?", però poi vien tutto messo in riga dal colpo di scena. Talmente sopra le righe da avermi fregato pure se sapevo che ce ne sarebbe stato uno, ma anche talmente ben confezionato da non destare la minima perplessità: te lo bevi senza problemi e vai avanti a gustarti il macello che ne segue.

A non convincere, piuttosto, è la regia del simpatico Collet-Serra, che insomma, in due ore di film tira fuori un minimo d'estro giusto sulla scena d'apertura e sui titoli di coda (per altro immagino non realizzati da lui). Nel mezzo, a tenere in piedi l'anonima baracca non son certo quei quattro "buh!" posticci e totalmente decontestualizzati dal racconto, quanto piuttosto le belle interpretazioni di un po' tutti gli attori, guidati lancia in resta dalla sorprendente orfanella. Può bastare? Sì, può bastare, però, eh, sarebbe stato carino provare non dico qualche spavento, ma perlomeno un filo d'inquietudine.

Considerazione a margine: ma che cavolo di vino bevono, nei film americani? Io di sbronze me ne sono prese in vita mia, andando anche completamente alle cozze. E ho visto stanze girare, ho sentito marciapiedi diventare morbidi, ho provato l'effetto lag alla visione ma, caspita, non mi è mai successo di diventare temporaneamente miope. Possibile che uno beva una bottiglia di vino rosso e improvvisamente gli vada tutto completamente fuori fuoco?

Il film l'ho visto in versione italiana, nella brutta sala 6 dell'antipatico cinema Odeon. Nel trailer italiano di 2012 "The world as we know it will soon come to an end" viene tradotto con "Il mondo, come sappiamo, presto finirà". Importanza di guardare questo film (Orphan, non 2012) in lingua originale? Discreta, mi sa. Un po' perché a tratti m'è parso che la recitazione di chi doppiava c'entrasse poco con quella di chi si agitava sullo schermo, un po' perché Isabelle Fuhrman è davvero brava e vorrei ascoltarla, oltre che guardarla. Canzone ascoltata nello scrivere tramite iPod Touch questo brutto post: Funny The Way It Is - Dave Matthews Band. Sgranocchiavo mentine seduto sulla prima corsa della linea sostitutiva notturna.

4.11.09

Metal Gear Solid: Philanthropy

Metal Gear Solid: Philanthropy (Italia, 2009)
di Giacomo Talamini
con Giacomo Talamini, Patrizia Liccardi, Nicola Cecconi, Marco Saran, Giovanni Contessotto, Enrico Pasotti, Andrea Furlan e le voci di Phillip Sacramento, Laura Post, Lucien Dodge, Adam Behr


L'aspetto migliore di Metal Gear Solid: Philanthropy è il suo sbattersene il cazzo, di tutto e di tutti. Non ci prova, a nascondere il basso budget dietro trucchetti strani e dissolvenze furbette. No no, lui prende e ti vomita addosso tutta la CG di questo mondo, anche se poi appare evidente che non son riusciti a convincere i ragazzi della WETA a ripulirgliela. Non ci pensa nemmeno, ad ammorbidirsi per abbracciare il fantastico mondo del cinema. Ma che, scherziamo? Questo è Metal Gear Solid, e deve contenere tutte le incredibili scemenze di Metal Gear Solid. E chi queste scemenze le legge come un difetto, beh, lo capisco anche, ma sostanzialmente sbaglia il tiro.

Perché qua il punto sta proprio nello stile del videogioco, nel modo insistito, sottolineato, forzato, quasi opprimente e fastidioso, con cui lo si insegue fino allo sfinimento. E lo si raggiunge. Ma dirò di più: lo si supera, semina e arriva addirittura a doppiare. Qua, sta il genio di Philanthropy: che è più MGS di MGS stesso. Sicuramente più di quel casinaccio arrotolato che è Metal Gear Solid 4. Tutto, qui, respira amore, passione e aderenza per il modello originale. C'è la metareferenzialità, per quanto molto meno forte e sopra le righe, ci sono i monologhi pretenziosi e serissimi, c'è l'umorismo un po' stupidino, c'è il prologo lungo e palloso, c'è perfino il boss (Nemesis Divina!) assurdo, sopra le righe e con l'evidente solo senso di esser fico.

E c'è, soprattutto, una ricerca stilistica notevole nella fotografia, che ricalca perfettamente la "faccia" del videogioco ottenendo il doppio risultato dell'aderenza filologica e dell'ottima amalgama fra girato ed effetti speciali. Che ci sono, si vedono e qua e là stonano ma - per la puttana - considerando i mezzi, l'inesperienza e la natura totalmente amatoriale, fanno quasi spavento. Ma l'amore e la voglia di omaggiare MGS si respirano a pieni polmoni in ogni fotogramma, arrivano quasi a soffocare. Per esempio nella marea di piccoli accenni, citazioni, strizzatine d'occhio, che rimandano alla fonte e contemporaneamente sono la fonte, visto che certo il citazionismo non è alieno all'opera di Hideo Kojima.

Oltre a tutto questo, Philanthropy è anche un film estremamente solido, con una sceneggiatura intrigante nei misteri che nasconde e soprattutto con un'ottima regia, che non va a cercare il virtuosismo fine a se stesso ma mostra grande padronanza del mezzo. Fa venire alla mente altri esordi a basso budget (non so bene per quale motivo, ma ho più volte pensato a Dog Soldiers) e mette addosso un po' di dispiacere per il fatto che la natura stessa dell'operazione "su licenza" costringa a un approccio distributivo di stampo amatoriale.

Poi, per carità, i difetti ci sono. In parte, come detto, sono figli della natura stessa del film e riesce difficile non perdonarli. In parte si trovano soprattutto nelle prove degli attori, quasi tutte poco convincenti. L'unico che davvero funziona è Nicola Cecconi, non a caso interprete del personaggio che meno si prende sul serio. Ma anche lui perde colpi nei momenti in cui cerca di dare un'intensità forse fuori portata. Ah, e poi ci sarebbe anche il fatto che questo The Overnight Nation è solo il primo episodio di una trilogia che potrebbe aver termine qui. Speriamo di no, ma in fondo speriamo anche di sì, perché i ragazzi che ci hanno lavorato si meritano forse di tentare un'avventura più ambiziosa e non legata ai confini dell'amatoriale.

Ho guardato MGS Philanthropy sullo schermo (24 pollici di puro amore catodico vintage) del mio PC casalinguo. Mi dicono che a guardarlo su schermi molto grandi perde un sacco di qualità: non fatelo, dunque. Per scaricarlo o guardarlo in streaming, fatevi un giro sul sito ufficiale. Il film è tutto in inglese, ma è possibile guardarlo sottotitolato. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Schism - Tool. Si beveva tanta acqua Vera.

3.11.09

Vent'anni di Prince Of Persia


Questo mese scatta il ventesimo anniversario dell'uscita del primo Prince Of Persia. Che il trailer del film esca proprio questo mese è pura coincidenza, o perlomeno così sostiene sul suo blog Jordan Mechner, però è simpatica coincidenza. Il film sembra un bel baraccone, pieno di bordello, cose che saltano, gente che parla con accento brit senza che ce ne sia reale motivo e Gemma Arterton. Magari vien fuori simpatico pure lui.

Il trailer in italiano sta su Everyeye, o comunque io l'ho visto lì. Il doppiaggio mi fa già innervosire. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: 10th Street - Fun Lovin' Criminals. Mi colava il naso.

2.11.09

Metal Gear Solid 4: Guns Of The Patriots

Metal Gear Solid 4: Guns Of The Patriots (Konami, 2008)
sviluppato da Kojima Productions - Hideo Kojima, Shuyo Murata, Kenichiro Imaizumi


Metal Gear Solid 3 ha rappresentato il punto più alto della saga in termini di sintesi fra narrazione e interazione. Meglio di così, perlomeno lavorando sul modello e sulla struttura sanciti dal primo episodio, non è forse possibile fare. Piacesse o meno la svolta "pop", che abbandonava almeno in parte le pretese di narrativa alta in favore di un romanzettone di genere emozionante e perfettamente raccontato, l'equilibrio fra le varie componenti era perfetto e creava un mix di racconto e gioco da mozzare il fiato.

Metal Gear Solid 4, invece, torna alla sua natura imperfetta e schizofrenica, fatta di equilibri inesistenti e parti mescolate senza apparente criterio. Anzi, la accentua, dividendosi nettamente in cinque capitoli dalle meccaniche di gioco quasi del tutto sconnesse fra loro. Ne nascono cinque diversi Metal Gear Solid in uno, che mescolano il tutto con la sceneggiatura più pretenziosa, pretestuosa, logorroica, impacciata, densa, inutilmente e pretestuosamente ricca dell'intera saga. Un pastrocchio narrativo e ludico, ma anche un frullato talmente ricco di spunti da far venire il mal di testa. Un film che non sa dove stia di casa il ritmo e una sceneggiatura che ignora l'arte del costruire caratteri, preoccupandosi piuttosto di spiegare tutto quel che c'è da spiegare, unire tutti i puntini e tappare tutti i buchi (facendo venire in mente due tragiche e disgustose parole: "George" e "Lucas").

Questa folle impostazione forse nasce dal dover dare seguito a un precedente come quello citato in apertura, forse è figlia della voglia di tirare nuovamente una spallata alle aspettative, come abilmente fatto in ogni singolo episodio, forse è dovuta al semplice gusto di mettersi a sperimentare con le potenzialità offerte da PlayStation 3, o forse è solo che a Kojima gli girava così. Ma certo la natura schizoide di Metal Gear Solid 4 è il suo aspetto di maggior interesse. Molto più che scoprire quale mistero si nasconda dietro al delirio di cazzate messo assieme in vent'anni di sceneggiature ricucite col nastro adesivo. Molto più che tentare disperatamente la ricerca di una qualsiasi emozione mentre si osservano le storie di personaggi (volutamente?) svuotati della propria personalità, fotocopie di se stessi quando non spente citazioni il cui unico scopo sta nello strizzarti l'occhio. Enormemente più che assistere allibiti a una serie di finali talmente superflui da far rimpiangere l'imbarazzo conclusivo degli Anelli di Peter Jackson, esclamando con forza e prosopopea - cito - "Shut the fuck up!"

Ecco, insomma, tanti paroloni, ma la sostanza è semplice: MGS4, il film, è poca cosa, ma non perché contenga poca cosa. Anzi, come al solito, idee, temi, riflessioni, per quanto magari un po' sempliciotte e tendenti allo stantio, ce n'è a strafottere e ce ne sarebbe per scrivere trattati senza fine. Il punto è che si va un po' verso la filippica fine a se stessa, il comizio interminabile, l'autore pretenzioso che sale sul palco ed elargisce al suo pubblico adorante. Il tutto - aggravante - dimenticandosi completamente (ben più che nel vituperato Sons Of Liberty) di cosa sia una narrazione verace, di quanto conti appassionare a una storia, di come risulti spento anche il più forte momento drammatico se non è adeguatamente costruito. E che se imposti l'intera struttura di un racconto sul dovere di cronaca, sull'appiccicare con lo sputo pezzi di un puzzle delirante, poi il racconto lo perdi di vista per forza e ti autoflagelli mentre sei convinto di star facendo quel che devi.

E piange anche un po' il cuore, a vedere girata in questa maniera una roba scritta in quella maniera. Perché se una cosa non si può togliere a Kojima (o chi per lui), ancora una volta, è lo stare anni luce sopra a chiunque altro nella capacità di costruire la regia. Nulla, e ribadisco nulla nel mondo dei videogiochi si avvicina a MGS4 per solidità, naturalezza, senso cinematografico, qualità della regia, del montaggio, delle scelte visive. Certo non l'impacciata "camera a mano" di una qualsiasi tamarrata Epic. Certo non le statiche "riprese" e l'assurda assenza di proporzioni di buona parte delle sequenze di dialogo di Mass Effect. Forse solo Capcom, ogni tanto, mette in mostra un barlume, una vaga scintilla, qualcosa che si avvicini a questo.

In ogni caso, si diceva, Metal Gear Solid 4 è anche un gioco, che purtroppo o per fortuna ogni tanto interrompe i filmati. Anzi, è cinque giochi, magari non uno più bello dell'altro, ma sicuramente uno più interessante dell'altro. Ciascuno dei cinque episodi di cui è composto racconta un gioco diverso, un approccio differente alle stesse meccaniche, mettendo in scena un pastrocchio centrifugato forse pari a quello narrativo e un'ammirevole voglia di tentare strade nuove, particolari, spiazzanti. Un minestrone capace, quando funziona al meglio, di emozionare per la sua essenza di gameplay puro - e penso soprattutto a certi momenti di guerriglia iniziale, che davvero regalano una bella sensazione di esserci, e a quella deviazione noir del terzo capitolo - ma anche per lampi di reale mix fra gioco e racconto - e qui vengono in mente soprattutto l'amarcord di Shadow Moses e l'emozionante scazzottata finale.

Manca di coesione, certo, ma non manca l'idea di un progetto unico, coerente, finito, che sembra per l'appunto essere quello di mostrare tutte le facce della pietra preziosa. Se davvero questo dovesse essere l'ultimo episodio della saga - e non lo sarà - il senso di reale conclusione passa anche per il modo in cui esplora fino in fondo il suo essere puramente videogioco. E, anzi, convince molto più in questo che sul fronte narrativo. E poi, via, come non apprezzare una simile fiera dell'eccesso, del superfluo, dell'inutile, dell'accumulo? Quante possibilità, quante opzioni, quante cose ci sono in MGS4 che la maggior parte della gente non vedrà mai? No, dico, l'iPod, con le musiche e i podcast! I mille modi in cui è possibile affrontare le singole situazioni! La quantità di armi e l'applicazione delle stesse! I segreti, i segretini e le minchiatelle! Guns Of The Patriots è, forse, soprattutto, un gioco dedicato a chi veramente lo ama. Perché se davvero lo ami, lui il tuo amore lo ripaga. Ha tantissimo da darti, forse anche troppo, e ti chiede solo di volerlo davvero.

Insomma, MGS4 è uno splendido, divertente e (a tratti) emozionante carrozzone, e lo è pur pagando su ogni singolo fronte i suoi troppo forti legami col passato. La necessità (ma dove?) di dare una conclusione a ogni cosa, l'incapacità e la non voglia di rinnovarsi completamente in meccaniche ormai vecchie un decennio. Certo, tutto è ripulito, perfezionato, portato agli estremi, in più direzioni diverse, che declinano come meglio non si potrebbe la versatilità forse mai espressa a dovere da questo sistema di gioco. E alla fine ne vien fuori una conclusione più che degna, magari non forte come avremmo voluto, anzi deludente sotto alcuni aspetti, ma in un certo qual modo anche all'altezza della situazione. Ora, però, sarebbe bello se si potesse buttare tutto nel cesso e tirare lo sciacquone. No? Non si può? Uffa.

Ho giocato Metal Gear Solid 4 usando un pad Sixaxis. Psychomantis ha provato a farlo vibrare e ci è rimasto molto male. Metal Gear Solid 4 non è il mio gioco preferito (fra quelli che ho giocato) del 2008. Quello è Mirror's Edge. E magari un giorno troverò la forza di scriverne. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: (Antichrist Television Blues) - Arcade Fire. Si sminuzzava un morbidissimo dolcetto nipponico alla banana.