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28.10.10

Giustizia privata


Law Abiding Citizen (USA, 2010)
di F. Gary Gray
con Gerald Butler, Jamie Foxx


Giustizia privata è questo film americano, un po' thriller e un po' no, in cui succedono cose abbastanza stupide e ci sono personaggi che si comportano in maniera piuttosto idiota, ma che in fondo in fondo si lascia guardare del tutto serenamente dall'inizio alla fine, pur facendoti pensare più volte "no, aspetta". E anche se il finale è un po' più brutto di tutto il resto. Avrei altre cose da dire al riguardo, ma sono già state dette in maniera senza dubbio molto più divertente di come farei io in questa bellissima recensione qua. Io, fra l'altro, non avrei potuto linkare quel video della gente che non guarda le esplosioni, perché non lo conoscevo.

Quella recensione là sta su I 400 calci, che ha vinto il premio Macchia Nera 2010 per il miglior blog sul cinema ed è veramente uno spacco. Parla soprattutto di cinema d'azione e horror, ma ogni tanto anche d'altro. E del telefilm-reality con Steven Seagal che fa il poliziotto. Ed è veramente uno spacco. Voglio dire, a parte Giustizia privata, leggetevi un po' degli articoli che stanno in homepage: non sono veramente uno spacco?

Il film l'ho visto in lingua originale con sottotitoli in italiano al cinema Arcobaleno di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Sto cercando un motivo qualsiasi al di là della questione di principio, ma non mi viene in mente nulla.

26.10.10

Friday Night Lights - Stagione 3


Friday Night Lights - Season 3 (USA, 2008/2009)
creato da Peter Berg, Brian Grazer, Jason Katims
con Kyle Chandler, Connie Britton, Taylor Kitsch, Minka Kelly, Zach Gilford, Aimee Teegarden, Jesse Plemons, Adrianne Palicki, Scott Porter, Jeremy Sumpter


C'è qualcosa che mi ha turbato, infastidito, mentre guardavo la terza stagione di Friday Night Lights. Sulle prime non riuscivo a capire di che si trattasse, ma poi finalmente sono riuscito a puntare il dito: è una stagione di passaggio, di mezzo, d'interludio, nella quale non si fa molto altro che chiudere i conti col passato e preparare il campo per il futuro. E in mezzo a tutto questo, vista anche la scelta di passare definitivamente alla dozzina di puntate, si perde un po' l'esigenza di raccontare qualcosa che sia davvero identificabile come "il terzo anno di Friday Night Lights".

Detto che il povero Santiago scompare nel gorgo del maledetto sciopero degli sceneggiatori senza che se ne faccia menzione, e un po' dispiace, la prima manciata di episodi si concentra soprattutto sulle dipartite eccellenti di Smash e Street. Ma anche altri in odor di fuga da Dillon (Riggins, Saracen, Tyra, Lyla) dominano la scena con il loro destino e lasciano poco spazio ai nuovi fili narrativi. Nuovi fili narrativi che, come detto, più che storie dotate di loro dignità "attuale" sembrano solo mattoncini messi in pila per costruire quel che verrà l'anno successivo.

A salvar la situazione, come al solito e come già visto nella stagione precedente, ci pensa la solidità delle sceneggiature. Se a volte ho l'impressione che questa serie avrebbe bisogno di soggettisti con un filo di fantasia in più, sempre ho la certezza che non manchino sceneggiatori dagli attributi fumanti. Anche dall'idea più banale e dalla situazione più contorta, 'sta gente tira fuori pezzi di scrittura da manuale e continua, di anno in anno, a tratteggiare personaggi dall'umanità pazzesca.

Gli addii della prima parte mozzano il fiato senza scivolare mai nel patetismo, e sa il cielo quanto entrambi rischiassero di farlo. E del resto, il citato fastidio per la scomparsa di Santiago, personaggio banale se ce n'era uno, testimonia la bravura nel farti innamorare anche della peggior (apparente) macchietta. L'evolversi di personaggi nuovi e vecchi appassiona come meglio non si potrebbe fare. Lo sviluppo "sportivo" fa ritorcere le budella pur essendo messo in disparte per ampi tratti. Il finale di stagione regala - finalmente! - una gran bella idea e fa venire una voglia matta matta matta da legare di affondare i denti nel quarto anno. Insomma, wow.

La serie l'ho guardata grazie al mio bel cofanettino in DVD Zona 1. Texas o morte. A quanto mi risulta continuano a non essere usciti cofanetti successivi al primo in Europa. Ma insomma, siamo nel 2010, via. In ogni caso non, e ribadisco non guardate questa roba su Rai 4. Dai, per favore.

21.10.10

Locarno/Venezia a Milano 2010

Mi è toccato dormire quattro ore a notte per una settimana intera, ma anche quest'anno sono riuscito a togliermi lo sfizio di frequentare le sale della rassegna dedicata ai festival di Locarno e Venezia. Il bello, poi, è che è una faticaccia, ma ne vale sempre la pena: nei cinema milanesi si dorme benissimo.

Locarno - Concorso
Han Jia (Cina)
di Li Hongqi
con Bai Junjie, Zhang Naqi, Bai Jinfeng, Xie Ying
Pardo d'oro

Pardo d'oro a un film cinese per il secondo anno di fila, anche se piuttosto diverso dal vincitore della scorsa edizione. O da quel che mi ricordo del vincitore della scorsa edizione. Certo, si tratta comunque di un film cinese da festival, quindi portatore sano di digitale, staticità, immagini sporche, tempi dilatati a dismisura. Ma qui il racconto non è di normale e quotidiana tragedia, quanto piuttosto di normale, quotidiana e assurda banalità. Ragazzini che chiacchierano del loro futuro, un bambino convinto di voler diventare orfano, una donna che compra una verza (!). Cose così. Cose divertenti. Cose anche molto divertenti e oltretutto messe in scena tramite una cura certosina per la composizione dell'immagine e per la natura "rumorosa" di una colonna sonora davvero azzeccata. Solo che attorno a queste cose, fra una risata e l'altra, c'è una statica patina di insostenibile e lentissima noia. E insomma, sì, ok, rende bene il senso di Assago che si respira in quei dispersi sobborghi cinesi, però che palle.

Womb (Germania/Ungheria/Francia)
di Benedek Fliegauf
con Eva Green, Matt Smith, Istvan Lenárt, Lesley Manville

Premio L’Ambiente è Qualità di Vita
Fantascienza adulta, o tentativo di realizzarla, con un film che affronta non troppo di petto il tema della clonazione, regalando a una vedova la possibilità di partorire il proprio uomo perduto. Potenti silenzi, gran cura per l'immagine, un sottile velo d'inquietudine e qualche momento riuscito, ma anche l'impressione che di fondo sia tutto un pretesto per mettere in scena belle cartoline, da parte di un regista che non sente abbastanza i suoi personaggi. Si affonda poco il coltello, e lo si fa in maniera tutto sommato piuttosto banale.

Venezia - Concorso
Ballata dell'odio e dell'amore - Balada Triste de Trompeta (Spagna/Francia)
di Álex de la Iglesia
con Carolina Bang, Santiago Segura, Antonio de la Torre, Fernando Guillen-Cuervo
Leone d'argento per la miglior regia

Osella per la miglior sceneggiatura
De La Iglesia fa una Del Toro e mescola momenti fondamentali della storia recente spagnola con il suo stile variopinto, esagerato, sempre sopra le righe. Ne viene fuori un film bello, folle, imperfetto, pieno di idee e che chiede un po' di sforzo per essere accettato, anche perché va ben lontano da quel che è solito fare Del Toro. Viene più in mente Tarantino, a dirla tutta, ma si va tutto sommato lontani anche da quello, vuoi per il melodramma esagerato e il taglio totalmente malinconico, vuoi per il pagliaccio che si auto sfigura il viso con un ferro da stiro e semina il panico imbracciando un mitragliatore. Bei premi.

Essential Killing (Polonia/Norvegia/Ungheria/Irlanda)
di Jerzy Skolimowski
con Vincent Gallo, Emmanuelle Seigner

Premio speciale della giuria
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Vincent Gallo
L'uomo che si è fatto fare un soffocone da Chloe Sevigny davanti all'obiettivo (ma avrebbe preferito Juliette Lewis) prosegue per la sua strada e interpreta un talebano in fuga, costretto a ridursi ai minimi termini per sopravvivere e pronto a fare cose che voi umani vi ritorcerete sulla sedia presi dall'ansia e dal disgusto. Più che un film, una thrill ride da luna park, un percorso alienante sulle ali dell'istinto di sopravvivenza e una prova d'attore di Gallo che levati. E pure un regista con due palle così, via.

Jusan-nin no shikaku - 13 Assassins (Giappone)
di Takashi Miike
con Kôji Yakusho, Takayuki Yamada, Yusuke Iseya, Goro Inagaki

Che ti aspetti, quando vai a vedere un film storico su tredici assassini che vogliono giustiziare un sadico ufficiale al servizio dello Shogun diretto dal regista di Audition, Yattaman, Sukiyaki Western Django e Ichi The Killer? Di certo non mi aspetto due ore di sbudellamenti, perché sarebbe banale, e infatti Miike fa il regista serio, costruisce i suoi magnifici tredici con calma, costringe lo spettatore a odiare follemente il cattivo, assembla il team con cura e passione, regala un paio di suicidi rituali d'antologia e trascina tutti verso quel che tutti ci aspettiamo: una seconda parte in cui un'ora (circa) di battaglia finale riempie lo schermo, gli occhi e l'anima sommergendoli di sangue, onore, sassi in testa, trappole da falegnami e cavalli in fiamme. E chiude tutto con un bel dito medio. Eroe.

La passione (Italia)
di Carlo Mazzacurati
con Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Corrado Guzzanti, Cristiana Capotondi

Di Mazzacurati, in passato, dovrei aver visto solo La lingua del santo, che ricordo piuttosto divertente e piuttosto fastidioso quando si prendeva sul serio (non è vero, non me lo ricordo, sono andato a rileggermi cosa avevo scritto nel post su Venezia 2000). Questo nuovo film è piuttosto divertente, anche se in più punti ti vien voglia di tirargli un coppino perché quella gag davvero se la poteva risparmiare. E purtroppo non si prende mai sul serio, sprecando tematiche magari interessanti per tirar fuori la solita commediola di fuga nel paesino a riscoprire se stessi. Poi uno apprezza anche che il protagonista non riscopra chissà cosa, ma si parla comunque di oltre cento minuti con Silvio Orlando circondato da personaggi inutili e bravi attori sprecati, più Guzzanti appiccicato sopra un po' con lo sputo.

Il sentiero di Meek - Meek's Cutoff (USA)
di Kelly Reichardt
con Michelle Williams, Bruce Greenwood, Will Patton, Zoe Kazan

Un gran bel western di quelli moderni, tutto silenzi e paesaggi, ritmo spesso e intreccio semplice, sporcizia lurida e bravi attori. A occhio, guardandolo, o ti annoi senza speranza, o ti fai trascinare nel suo disastro, pure lui senza speranza. Io mi sono fatto trascinare.

La bella statuina - Potiche (Francia)
di François Ozon
con Catherine Deneuve, Gérard Depardieu, Fabrice Luchini, Karin Viard

Una bella bella bella commedia tutta seventiez, colorata, festosa, allegrotta, con una protagonista bravissima e una capacità rara di trattare in maniera spensierata argomenti su cui altri monterebbero insopportabili e interminabili monologhi. Gioiellino.

Somewhere (USA)
di Sofia Coppola
con Stephen Dorff, Elle Fanning
Leone d'oro

Il problema di Sofia Coppola, ammesso che glie ne freghi qualcosa, è che alla gente - me compreso - è piaciuto un sacco Lost In Translation. Il problema degli altri film di Sofia Coppola è che non sono ambientati in Giappone e non hanno Bill Murray come protagonista. E allora, improvvisamente, la gente scopre di non apprezzare i film di Sofia Coppola, se non raccontano di Bill Murray in Giappone. Io, invece, ho scoperto che Sofia Coppola mi piace a film alterni. Somewhere, per dire, mi è piaciuto. Mi è piaciuto l'avvio, con due sequenze che dicono a chiare lettere "in questo film non succede nulla, se non vi va bene levatevi dalle palle". Mi son piaciuti gli attori, e per far recitare bene Stephen Dorff qualche merito devi avercelo. M'è piaciuto il modo in cui ti fa respirare senza clamori un pezzetto di vita totalmente aliena, nei luoghi, nei tempi e nelle forme.

Venezia - Fuori concorso
The Town (USA)
di Ben Affleck
con Ben Affleck, Rebecca Hall, Jon Hamm, Jeremy Renner

Se si pensa che in fondo Ben Affleck è diventato famoso vincendo mezzo Oscar per una sceneggiatura, non ci sarebbe neanche troppo da stupirsi del fatto che si stia costruendo una (sorprendente) carriera dietro alla macchina da presa. Il problema è che abbiamo tutti stampato in mente il Ben Affleck davanti alla macchina da presa, uno che quando gli è andata proprio bene ha recitato male in bei film e quando gli è andata proprio male ha fatto Daredevil e Gigli. E che è pure il fratello scemo di suo fratello (no, non l'ho visto Hollywoodland, e va bene, mi fido: lì è bravissimo). E invece poi ti tira fuori un film d'esordio come Gone Baby Gone e questa bella bella bella opera seconda, che magari per certi versi mira meno alto, ma forse anche per questo era ancora meno semplice da realizzare. Perché misurarsi coi classici non è mai facile e farlo quando devi dare seguito a una roba per cui ti hanno lodato tutti lo è ancora meno. E invece il mascellone ha diretto un gran bel film, ancora una volta immerso nel lato più lurido e puzzone della sua Boston, infilandoci dentro due o tre rapine mozzafiato, raccontando con romanticismo e pulizia una storia straclassica, conducendo al meglio un signor cast e riuscendo pure a non sfigurare in un ruolo da protagonista che, vabbé, si è anche un po' cucito addosso. Bravo Ben, continua così che sei forte. E forse un giorno smetteremo di considerarti quello che "apperò, pensavo fosse scemo".

Venezia - Settimana Internazionale della Critica
Hitparzut X (Naomi) (Israele/Francia)
di Eitan Zur
con Yossi Pollak, Melanie Peres, Orna Porat, Suheil Haddad

Gelosia, tradimenti, rabbia, passione, follia, ooomiiiiciiiiidiiiiiiiiooooooooo, sensodicolpa, terrore, ansia, panico, amore, speranza. Un po' thriller, un po' commedia, un po' un bel film solido, compatto, magari lento, ma che si trascina inesorabile verso una soluzione a metà fra il melodramma e la farsa. Bella sorpresa.

Sto cercando di completare e pubblicare i post che mi sono lasciato dietro durante il trasloco, ma non è semplice. Ovviamente tutta 'sta roba l'ho vista in lingua originale e così va vista, specie quando si parla di ottime prove degli attori. Leggo in giro che nella versione italiana di The Town John Hamm ha una voce insostenibile. Poi fate voi.

19.10.10

La settimana a fumetti di giopep - 19/10/2010


Legs Weaver #50 **
Ho smesso di comprare Legs Weaver praticamente subito, limitandomi giusto a qualche singolo albo disegnato da autori che apprezzavo molto e smettendo in fretta anche di acquistare quelli. Non mi diceva niente, ed era comunque un periodo in cui stavo cominciando a disamorarmi nei confronti delle produzioni bonelliane. All'uscita del numero 50, però, lessi in giro per l'internette tanti commenti carichi d'entusiasmo e decisi di comprarlo... e metterlo nella sacra pila della polvere. Dieci anni dopo, finalmente l'ho letto. E ho scoperto che questo presunto gioiellino carico di amore e simpatiche citazioni nei confronti di mille e più mille capolavori del fumetto è sostanzialmente una puttanata, per quanto immagino realizzata con sincerità e affetto. Un omaggio organizzato nella maniera più banale possibile, con la protagonista che si vede proporre le sue avventure in diverse versioni "ispirate" a varie scuole fumettistiche, e fondamentalmente moscio, moscio, moscio, moscio. Moscio. L'unico lampo di vita sta nella manciata di pagine a firma Leo Ortolani. Oh, poi magari sono io che non l'ho capito.

Littlegreyman ***
Mah. Altro giro, altro omaggio, questa volta ai film di serie B dei bei vecchi tempi e in generale alla cultura pop, con un bel girotondo di continue citazioni. E anche qui mi sembra un'operazione piuttosto sterile, che salvo più che altro per il taglio leggero, simpatico, e per il bello stile dei disegni.

Non mi sei mai piaciuto ****
Uah! Bellissimo fumetto autobiografico, in cui Chester Brown si mette a nudo raccontando la sua adolescenza, la sua incapacità comunicativa, lo sforzo inutile di provare e mostrare emozioni forti, l'impossibilità di avere a che fare col mondo che gli ruota attorno. E al primo che dice che i disegni sono brutti ci tiro una centra.


Il sistema ****
Splendido, vivo, pulsante intrecciarsi di piccole storie che si inseguono fra loro, ingranaggi del meccanismo su cui si basa l'ecosistema di una metropoli e che procede nel suo tragico e coloratissimo cammino, incurante del destino cui vanno incontro i suoi figli. Raccontato solo per immagini, senza neanche mezza parola, un gioiello dalla devastante potenza evocativa.

True Faith ***
True Faith è uno dei primissimi fumetti pubblicati a firma Garth Ennis ed è più che altro una curiosità, una roba che fa piacere poter dire di aver letto. Acerbissima satira a sfondo religioso, talmente scomoda da essere ritirata e ripubblicata solo nel 1997 sotto etichetta Vertigo, True Faith non è neanche malissimo, ma ma ha lasciato addosso quella insoddisfazione che provo sempre davanti al Garth Ennis più cazzaro e privo di controllo. Del resto, lo suggerisce pure lui nell'introduzione che si tratta di una mezza minchiata.

La pila polverosa continua a sfornare materiale per questa rubrica e per le mie allergie. Avanti così!

15.10.10

Cellcast

Il trasloco è più o meno finito, Outcast torna in vita con un quinto episodio del Magazine largamente dedicato al gioco su cellulare. Cosa c'entri il Dottor Destino in copertina non ne ho idea, ma sicuramente una buona ragione per averlo messo c'è. Tipo che magari piaceva a Fotone. Comunque l'episodio sta qui.

Anche se in copertina non c'è scritto, si parla pure di Batman.

11.10.10

Alien Breed Evolution


Alien Breed Evolution (Team 17, 2009)
sviluppato da Team 17


A suo tempo Alien Breed non l'ho giocato. Oddio, scandalo, distruzione, omicidio, terremoto, smarrimento, non hai giocato Alien Breed, ucciditi. Eh, sì, che devo dire, sarà arrivato nel momento sbagliato, sarà arrivato quando pensavo ad altro, sarà quel che sarà, ma, pur avendoci messo mano, avrò fatto giusto una manciata di partite. Quindi, se volete, insultatemi per questa mia grave lacuna, ma non venitemi a spaccare le palle col fatto che Alien Breed Evolution mi è piaciuto perché sono un nostalgico. Sì, è vero, sono un nostalgico, ma certo non posso essere un nostalgico di Alien Breed, ok?

E allora come ha fatto a piacermi un gioco così lineare, monotono e facile, in cui non è richiesto approccio tattico, in cui metà delle armi non serve a nulla, in cui sei sempre pieno di munizioni e medikit? Semplice, è successo che una vocina (il tizio di Team 17 che mi ha passato il gioco) mi ha suggerito di giocarlo a livello di difficoltà Elite, perché solo così me lo sarei goduto davvero. E, guarda un po', aveva ragione. La struttura dei livelli non cambia, quindi non è che vengano meno linearità e monotonia degli ambienti e delle situazioni, ma cambia completamente l'esperienza. Ci si ritrova a misurare ogni passo, a controllare tutti gli angoli, ad esplorare luoghi nascosti per cercare quelle munizioni che sembrano non bastare mai e ad aggiungere quindi tensione alla tensione, perché stai mettendo piede in posti pericolosi che non saresti neanche costretto ad esplorare.

Una tensione certo non figlia di una direzione artistica e di un motore grafico sì pregevoli, ma ampiamente sopra le righe e davvero poco sottili, quanto piuttosto di un gameplay che sa tenere sulla corda. Non frustrante, come all'inizio temevo, perché a conti fatti l'ho finito morendo giusto un paio di volte, entrambe per il modo disattento con cui avevo affrontato situazioni toste, ma senza dubbio impegnativo. Perché ti costringe a imparare a usare le armi, tutte le armi, a studiare la conformazione dei livelli per sfruttarla contro il nemico, usando le porte come colli di bottiglia, nascondendoti dietro gli angoli per ricaricare, sopravvivendo a una situazione ostile per davvero.

Ha comunque i suoi difetti e sì, l'ho detto, rimane un gioco lineare e almeno un tot ripetitivo, ma si sente davvero poco, se lo giochi nel modo giusto. Al che, uno si chiede, ma perché non te lo scrivono da qualche parte, che la right way è quella Elite? Perché sono storditi. E continuano ad esserlo anche col secondo episodio, che ho recensito qui.

E dopo quasi tre settimane, torno a postare. Il trasloco è finito, anche se ci sono ancora tre o quattro code impazzite da sistemare, quindi dovrei trovare il tempo di tornare a scrivere qua dentro, se non fosse che ho otto milioni di cose da fare accumulate. E per fare la maggior parte di queste cose mi pagano, quindi non è che possa cazzeggiare più di tanto. Infatti questo post l'ho scritto solo perché colto da fuoco sacro nel recensire il seguito su Next, come da link sopraesposto. Insomma, vediamo. Ah, Alien Breed Evolution l'ho giocato in inglese, bla bla bla.