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30.5.11

Friday Night Lights - Stagione 4


Friday Night Lights - Season 4 (USA, 2009/2010)
creato da Peter Berg, Brian Grazer, Jason Katims
con Kyle Chandler, Connie Britton, Taylor Kitsch, Zach Gilford, Aimee Teegarden, Jesse Plemons, Michael B. Jordan, Junee Smollett, Matt Lauria, Madison Burge


Full disclosure: la quarta stagione di Friday Night Lights mi ha fatto piangere. Solo una volta, su una singola scena. Una singola scena anche facile facile, prevedibile, magari pure furba. E fra l'altro anche un po' Buffy l'ammazzavampiri, va detto. But still. Anche perché, oh, era dal secondo episodio della prima stagione che non succedeva. Lucciconi a parte, la quarta annata di una fra le più belle robe televisive della storia è un po' la perfetta esemplificazione di quanto sia un'ottima idea basare una serie TV su un soggetto del genere.

Perché gli anni passano, i personaggi se ne trottano via e, anche se è un attimo trovare una scusa per continuare a tenere in scena i pettorali di Tim Riggins, ecco che si affacciano nuovi, giovani volti impegnati nel duro compito di sostituire chi è venuto prima. Ed è un po' tutta la faccenda del passaggio di consegne, della gente che va e della gente che viene, ad essere gestita in maniera perfetta, armoniosa, senza quel forte senso d'interludio che si respirava per ampi tratti della pur ottima precedente stagione e anzi con una gran capacità di trasportarti da un quartiere all'altro di Dillon.

Sì, perché poi ci sarebbe pure questa, di faccenda, quella introdotta con quel finalone dell'anno prima, che si gioca anche la carta del ribaltare ruoli e punti di vista, proponendo un contesto nuovo e alieno. Un contesto che punta tutto sul tema degli strasfavoriti pieni d'orgoglio, buttando lì magari anche un lieve eccesso di retorica nelle prime puntate, ma raccontando in maniera fantastica storie che hanno la perdenza dentro e che dalla perdenza, almeno per quest'anno, non riescono proprio a staccarsi.

Si respira un'aria diversa, un po' più lurida, e ne viene fuori un frullato che da una parte ti tiene sulla corda raccontandoti le vicende di personaggi in procinto di svanire verso la loro vita adulta, mentre dall'altra offre un po' di freschezza e di novità, rilanciandosi in avanti coi nuovi ragazzetti. Certo, anche questa volta ci sono quelle due o tre cose che lasciano un po' perplessi, a cominciare dal modo in cui uno dei principali fili narrativi del terzo anno viene mandato al macero perché, oh, Riggins ci vuole. E poi, a guardare il modo frettoloso con cui si risolve il lato "Dillon Panthers" della vicenda, viene di nuovo da pensare che questa sia una di quelle rare serie TV cui stagioni da venti puntate farebbero bene, invece che male.

Ma non importa, perché alla fin fine nella quarta stagione di Friday Night Lights si trovano ancora una volta un lavoro di scrittura dei personaggi fantastico e una capacità di emozionare fuori scala. Ti piazza dentro nuovi protagonisti di cui non vuoi sapere nulla e piano piano te li fa entrare sotto pelle. Ti porta avanti le vicende dei "vecchi" in una maniera che scalda il cuore e poi ti gela con una doccia fredda. Mostra pochissimo football giocato, anche perché i personaggi poco han da mostrare, ma come al solito, quando lo fa, ti torce le budella. Specie poi con quell'ultima, micidiale partita. Sviluppa attraverso gli occhi da forestiero di coach Taylor tematiche sociali che non sembravano appartenere alla serie e che invece le regalano tutta una nuova dimensione, anche decisamente matura nel trattare temi che in televisione, specie poi se si racconta di ragazzini, non vedi esattamente dappertutto. E proprio loro, i ragazzini, il cuore di tutta la faccenda, li mette in scena con la solita, deliziosa, irresistibile, maestria.

E poi chiude con un ultimo episodio che guarda no davvero non ci posso pensare ma madonna mia quanto è bello ho guardato adesso il promo su Youtube e m'è venuta l'ansia. No, dico:



La verità è che, tolte le quisquilie, la quarta stagione di Friday Night Lights ha un unico, enorme, difetto: vista quella, te ne rimane solo una.

Non so quando ho guardato di preciso questa quarta stagione, ma vedo che il post su Blogger l'avevo creato il 28 dicembre 2010, quindi immagino di averla guardata l'anno scorso. M'ha ovviamente punto vaghezza di scriverne ora perché sto - sigh - guardando l'ultima. Cofanetto DVD Zona 1, lingua originale coi sottotitoli in texano, non so a che punto stia la versione italiana ma se guardate quella siete brutti dentro e fuori.

18.5.11

Le rassegne dei filmini: ciao ciao


Dopo le fulgide premesse, con un paio di post dedicati al mio primo impatto con Monaco (qui sta il primo, qui sta il secondo), l'idea di raccontare cose e cosacce del trasferimento in Germania è ovviamente naufragata sulla scogliera delle belle intenzioni, insieme a tante altre cose che ho negli anni provato a fare su questo blog. Ma insomma, era prevedibile. Questo post, però, sento proprio il bisogno di farlo, perché è uno di quei post catartici e liberatori e malinconici e che non glie ne frega niente a nessuno però è terapeutico scriverli e poi ti senti meglio.

Ovvio che, andando a vivere a cinquecento chilometri abbondanti e un paio di frontiere da Milano, cambino delle cose e mi ritrovi a dover rinunciare ad alcune costanti della mia vita precedente. Che ci siano delle differenze a livello sociale e umano, beh, è talmente ovvio che non varrebbe neanche la pena di segnalarlo, se non fosse che tanto pure a Milano conducevo una vita da recluso nerd asociale e sostanzialmente sono passato dal frequentare molto poco le varie amicizie al frequentarle ancora più poco. Oh, poi, per carità, insomma, spiace non poter dire "ci sono" quando altri si mettono d'accordo per un'uscita, ma tanto non lo facevo quasi mai anche prima. Sì, sono una brutta persona.

Ci sono poi mille altri piccoli e grandi cambiamenti, alcuni positivi, alcuni negativi, alcuni, boh, ci sono e basta. In questi giorni, però, mi è arrivata una mail di quelle che "ah, già". A giugno del 1996, Omar, titolare dell'edicola in cui ho speso la mia prima esperienza da lavoratore fancazzista, mi ha fatto conoscere questa cosa delle rassegne di Cannes e Venezia. Ora, Omar, che è stato un caro amico per una ventina d'anni e che se pure ultimamente lo frequento molto poco ci voglio bene, ha avuto un ruolo fondamentale nella mia nerdesistenza.

A parte che era l'amico che c'aveva dieci anni più di me e mi portava in giro in macchina quando avevo un età che neanche negli USA avrei potuto guidare, mi ha costretto a leggere il Thor di Walter Simonson e i Fantastici Quattro di John Byrne. No, dico, hai detto niente. Mi ha instillato nel cervello il piacere dei festival rock all'aria aperta e all'andiamo alla selvaggia e vediamo un po' che ci capita di conoscere (che so, la Dave Matthews Band, hai detto niente). Giocava in difesa nell'Edicola di giopep vincente al torneo di calcetto dell'estate 2000 (hai detto niente). Gli ho fatto conoscere un po' di videogiochi e pure se non è mai diventato appassionato ci siam fatti le gran sfide a Puzzle Fighter e a Mario Kart. E insomma, tutto un trionfo di bromance, cose così.

E nel 1996 mi ha fatto, per l'appunto, conoscere questa cosa delle rassegne dei Festival di Cannes e Venezia (e Locarno) a Milano. Coi film dei festival che, appena una settimana dopo, venivano proiettati nei vari cinema di Milano, a maratona, in lingua originale coi sottotitoli. Da allora al 2010, per quindici (ammazza, quindici) anni, ogni anno, due volte l'anno, quei bei sette/dieci giorni modello gara di sopravvivenza. A guardare, fagocitare, assorbire più film possibile, mettendo in pila robe astruse curde, polpettoni cinesi, film d'azione americani e chissà che altro, in un tripudio di cinema che davvero era una roba fantastica.

Ricordo che il primo film in assoluto che vidi, in quel giugno 1996, alla rassegna del festival di Cannes, fu un film croato, coi sottotitoli in francese sulla pellicola. Solo quelli in francese, perché la macchinetta per i sottotitoli italiani era rotta / non era pronta / non so / non ricordo. Cominciamo bene. E di anno in anno è stato sempre un bel trionfo, le matte risate. I primi anni con anche dieci giorni in fila di cinque o sei film al giorno, cominciando ben prima di pranzo e finendo alle due di notte. La maratona di The Kingdom II, all'Eliseo senza aria condizionata, con la gente che a metà proiezione tira fuori le provviste e i polli arrosto. Il film tedesco che non mi ricordo come si chiamava ma guardammo fino in fondo perché era una questione di principio ma volevo morire. Stefano che entra allo spettacolo pomeridiano di The Truman Show riuscendo a prendere l'ultimo biglietto (perché gli sfighé che non facevano l'abbonamento dovevano farsi la coda, tzè). Elena che all'inizio segue imperterrita assieme a me, quasi per intero, ma dopo qualche rassegna ha la sanità mentale di mollare il colpo e guardare solo le robe interessanti. Io e Ugo che dopo un'ora e mezza di Gege ci guardiamo in faccia, decidiamo che non ne vale la pena e ce ne andiamo in fumetteria. Barracuda scosciata. Babich che appare alla proiezione di quel film cinese coi regazzini che pareva un fumetto di Adachi. Gerevini e Auletta. Quello che sono sicuro che avevo conosciuto in quel mese iniziale di servizio civile e del resto era sicuramente lui perché una volta mi aveva parlato di Margherita Buy e però tutte le volte che l'ho incrociato alle rassegne non gli ho mai rivolto la parola. Federico Buffa. Conan e il vecchio coi capelli rossi e quello che sembra Ceccherini e quella gnocca con gli occhiali e quell'altro barbone coi capelli lunghi che ha quell'aria un po' intellettuale. Il Persi e qualche altra apparizione di it.arti.cinema. Salvate il soldato Ryan e The Others, Time & Tide e Dancer in the Dark, Training Day e Brokeback Mountain, The Descent e Shortbus, Kim Ki-Duk con gli ami nella patata e Y tu mama tambien. Tutti i film che altrimenti non avrei mai visto e tutti quelli che avrei visto lo stesso. Tanti, belli e brutti, divertenti e pallosi.

No, davvero, quanto è stato figo.

E poi le ferie prese apposta per seguire le rassegne, la faccia perplessa di Minini di fronte alla prima volta che chiesi di farmi una settimana di mezze giornate per star dietro a 'sta roba, i salti mortali per starvi dietro anche quando facevo il servizio civile, i post sul Vit e su it.arti.cinema, su qualche forum e qualche mailing list e poi sul blog, il 2001 con le nottate a seguire le finali fra Sixers e Lakers, poi la mattina al lavoro e poi il pomeriggio e la sera al cinema, la perdita di pazienza e di forza fisica che nel tempo mi ha fatto ridurre la quantità di film inglobabili, la necessità di coniugare con quei posti di lavoro in cui le ferie erano meno "libere" e poi anche con le partenze per l'E3 e il Tokyo Game Show, massimizzando i tempi e coordinando al meglio (e mandando affanculo i film curdo-cino-portoghesi). Il piacere un po' perverso di rivedere sempre, ogni anno, quelle facce lì, quei frequentatori. La sensazione, sempre uguale, al termine dell'ultima proiezione, che mamma mia sono sopravvissuto, sono stanco, meno male che è finita, però un po' mi spiace e mi piglia la malinconia.

Ecco, a settembre scorso, all'ultima proiezione della rassegna di Venezia, c'era un pelo di malinconia in più, perché sapevo che, insomma, sarebbe stata dura continuare.

Lunedì mi è arrivata la canonica mail che segnala l'ufficializzazione della rassegna di Cannes di quest'anno (anche perché, viste certe evoluzioni recenti della Milano da bere ma poco da acculturare, non si sa mai) e, ecco, un filo di malinconia m'ha colto. Per un attimo avevo pure pensato di farmi la settimana di permanenza a Milano alla selvaggia per frequentare, ma per vari motivi sarebbe troppo sbattimento. E quindi niente. Per la prima volta dal 1996, piscio l'evento. Per il futuro vai a sapere, ma non nutro molte speranze. Fra l'altro l'organizzazione della rassegna, evidentemente consapevole del fatto che non sarei riuscito ad andare e quindi non preoccupata di venirmi incontro, ha fatto incrociare totalmente le date con la settimana dell'E3. Quindi, anche volendo, non avrei modo di frequentare altro che le ultime due o tre giornate di proiezioni.

Sopravvivremo senza l'annuale visione di film romeni, iraniani e francesi? Sopravvivremo. E poi, lunedì, per affogare il dispiacere nella vergogna, sono andato al cinema a vedermi Thor.

Ok, lo so che è assurdo scrivere oltre seimila caratteri su una puttanata del genere, ma che ci devo fare, a me la logorrea si scatena random e per i motivi più, appunto, assurdi. In ogni caso, segnalo ad eventuali interessati che a questo indirizzo qui si trovano le informazioni del caso. E per spirito amarcord, ricordo che a questo indirizzo qui sono raccolti i post che ho scritto sulle varie rassegne. Non tutte, ma una buona parte. Chiudo sottolineando che magari, vai a sapere, a quegli ultimi due o tre giorni di proiezioni di Cannes ci riesco ad andare comunque e in generale non posso sapere, oggi, che farò a settembre, con la rassegna di Venezia. Ma insomma, mi piaceva l'idea di scrivere 'sto post e l'ho scritto. Non ci lamentiamo.

6.5.11

Ospiziocast


Stamattina ho pubblicato il nono episodio di Outcast Magazine, quello in cui tornano finalmente i Puffetti Rosa con la loro verve polemica ed esordisce la rubrica fortemente voluta da tutti i nostri ascoltatori che portano la dentiera. Sta tutto a questo indirizzo qui.

Ridendo e scherzando, questa settimana ho pubblicato cinque post, solo due dei quali di spam. Mi verrebbe da dire che ho ripreso l'abbrivio, ma non ci crederebbe nessuno. Fra l'altro, domani parto per il profondo Canada e non rientro in Germanì fino a mercoledì, quindi mi sa che sta arrivando un nuovo momento di pausa. O forse no.

5.5.11

Players #4


È finalmente uscita anche la versione pezzenza di Players #4, quella che si può scaricare pure senza aver sborsato un soldo. Credevo uscisse più avanti, invece è già uscita. Non ci sto capendo più nulla, ma non importa. Link.

Su questo numero i miei fan possono leggere uno speciale dedicato alla serie Bit.Trip. E basta, ché non ho avuto tempo (e non andrà meglio col prossimo numero). Ah, no, ho anche aiutato sulla traduzione dell'intervista a Stefen ter Hiede di Guerrilla Games, che fra l'altro è davvero bella e un po' fuori dagli schemi.

Come da prassi, questo post è in parte riciclato da quello fatto dall'altra parte all'uscita della versione per donatori e in parte riciclato da quello fatto qua dentro il mese scorso. Sono nato stanco.

4.5.11

Rise of the Dragon


Rise of the Dragon (Sierra On-Line, 1990)
sviluppato da Dynamix - Jeff Tunnell


Faccio un po' fatica a ricordare la ragione precisa per cui, pur intrigato e interessato, all'epoca non giocai Rise of the Dragon. Suppongo il motivo principale sia il fatto che nel 1990 ancora non avevo un PC (anche se un anno dopo uscì su Amiga 500). E perché non lo recuperai poi, come feci per tante altre avventure grafiche Sierra? Mah, forse perché alcune recensioni ne avevano parlato bene ma non benissimo, e del resto all'epoca, se infilavi sequenze arcade in un'avventura grafica eri passibile di pena capitale. E forse anche perché non me lo potevo permettere, dato che avevo maturato la fastidiosa abitudine di comprare i giochi originali e le avventure grafiche costavano mediamente più del resto.

Un po' me ne pento, perché penso che nel 1990 o poco dopo Rise of the Dragon mi sarebbe piaciuto molto più di quanto mi sia piaciuto oggi. Pur inevitabilmente legata all'epoca e oggi approcciabile solo con lo spirito di chi sa che dovrebbe vivere all'ospizio e ama metter mano su roba decrepita, la prima avventura grafica Dynamix era un gioco in molti aspetti più avanti dei suoi tempi. Lo era nel tentativo di dare alla narrazione un taglio adulto e duro, senza vergognarsi nel parlare di sesso, droga, politica, violenza e cercando di proporre un racconto noir di quelli tosti. E anche se poi alla fin fine è per lo più fumo e sotto si trova un arrosto dagli sviluppi piuttosto banali, l'atmosfera ne guadagna comunque un sacco e ci sono due o tre momenti dal bell'impatto.

E più avanti dei suoi tempo lo era anche nello scappare dalle convenzioni dell'avventura grafica classica, limitando al minimo la manipolazione contorta di oggetti, proponendo forse solo un paio di enigmi in senso stretto e puntando tutto sull'investigazione, il dialogo, il rapporto coi personaggi. E la stessa componente della progressione temporale, pur elemento cardine di molte avventure grafiche Sierra, era qui trattata in maniera particolare, con la presenza di un indicatore a schermo in stile GdR, tramite cui variare la velocità degli eventi per raggiungere questo o quell'appuntamento. Senza contare che, rispetto a quelli che all'epoca erano tutto sommato ancora gli standard Sierra, si trattava di un gioco molto poco bastardo in termini di morti improvvise e vicoli ciechi.

Affascinante nell'ambientazione futuristica, dichiaratamente e amorevolmente ispirata a Blade Runner, Rise of the Dragon era sicuramente un gioco dai molti limiti, ma dall'evidente fascino, che tutto sommato sopravvive ancora oggi. L'impianto grafico ricco di tanti piccoli dettagli, lievi animazioni, continue modifiche agli ambienti riesce a regalare una bella atmosfera fumosa. La struttura libera nei movimenti, nella concatenazione degli eventi e nell'approccio agli enigmi aumenta la sensazione di un ambiente di gioco credibile. La buona quantità di variabili, scelte facoltative e strade - perlomeno se rapportata alle dimensioni del gioco e al genere cui appartiene - danno un'ulteriore contributo.

E alla fine ne vien fuori un bel gioco, che magari non ha l'importanza di un The Secret of Monkey Island o la personalità di un The Last Express, ma tutto sommato sono contento di aver recuperato oggi, vent'anni dopo. Anche se, sì, le sequenze arcade fanno piuttosto schifo e sono difficilissime se non hai trovato le armi giuste e facilissime se le hai trovate. Ma insomma, ce ne sono solo due o tre e se muori cinque volte ti viene data la possibilità di saltarle, non ne farei una malattia.

L'ho giocato su PC, sotto Windows 7, utilizzando DosBox, grazie al quale funziona senza problemi e senza dover impostare variabili particolari. Il gioco esiste, come detto, su PC e Amiga 500, entrambe le versioni in formato floppy disk. Se non m'è sfuggito da nessuna parte, non è ancora stato ripubblicato nei vari servizi di vendita online per vecchi barbogi, ma presumo che prima o poi arriverà su Good Old Games, dato che stanno pubblicando un bel po' di vecchi giochi Sierra. C'è anche una successiva conversione per Mega CD, che sfrutta il supporto ottico per avere un completo doppiaggio dei dialoghi e una colonna sonora di maggiore qualità, ma ha subito qualche censura, in particolare nella totale assenza della (francamente piuttosto casta) scena di sesso che è possibile ottenere facendo i bravi con la fidanzata del protagonista.

3.5.11

True Blood - Stagione 1


True Blood - Season 1 (USA, 2008)
creato da Alan Ball
con Anna Paquin, Stephen Moyer, Sam Trammell, Ryan Kwanten, Rutina Wesley, Chris Bauer, Nelsan Ellis, Alexander Skarsgård


Basta una fra le sigle più belle della storia per render valida una serie? No, però è già un bel passo nella direzione giusta, anche se quel minuto e mezzo di Louisiana non rende fino in fondo l'idea di che razza di roba sia True Blood, perché è tremendamente serio, cupo, lurido, ma gli manca lo spirito leggiadro e stupidino che aleggia attorno alle gesta di Sookie Stackhouse e che ne caratterizza inevitabilmente le vicende, nel bene e nel male. Ma d'altra parte non si può avere tutto e alla fin fine quel che conta è avere una fra le sigle d'apertura più belle della storia.

Per me, guardare True Blood è stato un po' particolare, soprattutto nelle prime due o tre puntate: non m'era mai capitato prima di seguire un telefilm tratto da un libro che avevo letto (non è vero, c'è It, ma insomma, ci siamo capiti) e quella sensazione da "oddio, ma so già tutto quello che succederà", che può dar fastidio su un film da due ore, rischia di diventare francamente devastante su una pur breve serie da una dozzina di puntate. In mio aiuto sono però giunti due aspetti: non mi ricordavo chi fosse l'assassino (del resto, l'aspetto "mistery" era la cosa meno interessante del romanzo) e in True Blood c'è in realtà molto più che una semplice traduzione dalla pagina allo schermo.

Le vicende sono infatti parecchio ampliate, rimescolate, con elementi pescati anzitempo dal secondo romanzo, personaggi a cui viene dato decisamente più corpo e almeno una figura inventata di sana pianta. Bene così: degli adattamenti fedeli alla lettera non me ne faccio nulla e se il risultato sono i meravigliosi trip di Jason Stackhouse (un personaggio che mi fa ammazzare dal ridere) e due elementi riusciti come Tara e Lafayette non mi lamento di certo, anche perché a me piace, essere sorpreso da un adattamento.

Ma, adattamento a parte, com'è True Blood? Beh, è una serie particolare, storta, maleducata, che mescola elementi assai lontani creando un mix probabilmente non facile da digerire e con cui bisogna per forza essere in sintonia. Da un lato c'è questo ritratto umido e unto di una Louisiana di provincia puzzolente, ignorante, razzista e sporca, che ti avvolge col suo tanfo e ti fa venire voglia di farti una bella doccia. Dall'altro c'è il melodrammone della storia d'amore fra l'umana e il vampiro più vecchio di sua nonna, il recupero graduale dell'articolata mitologia che piano piano emerge anche nei libri, quell'atmosfera un po' Twilight e un po' Intervista col vampiro. Ci sono anime diverse che cozzano continuamente fra loro, in un continuo alternarsi di truce e buffo, tremendamente serio e mortalmente ridicolo, che sulle prime spiazza anche per la necessità di introdursi e spiegarsi, ma dopo qualche episodio ingrana e, se ti sei fatto prendere, non ti molla più.

Ed è tutto così, un girare e rigirare di contrasti, elementi iper drammatici messi in mano a personaggi che non puoi prendere sul serio, protagonisti talmente ridicoli che quasi sembrano veri, buzzurri campagnoli insopportabili da provincia americana, capitanati da una protagonista che in qualsiasi altro racconto potrebbe al massimo giocare il ruolo dell'amica un po' scemotta e invece qui sta al centro delle vicende. E alla fine, con tutte le diversità e i cambiamenti, è proprio questo il tratto in cui True Blood ha colto lo spirito del romanzo originale e l'ha anzi ampliato a dismisura: ti prende e ti porta nella palude.

Il problema di True Blood, insomma, è che devi avere il coraggio di calarti nella sua fanghiglia, per apprezzarlo. Immagino sia possibile anche innamorarsene al primo sguardo, e certo l'eccellente produzione, il taglio visivo di gran spessore, il ruvido gusto per sangue sesso e budella e una fra le sigle di apertura più belle della storia aiutano, ma per me c'è voluto un po'. Mi è entrata sotto pelle piano piano, un po' alla volta, contagiandomi con il suo approccio incerto e imperfetto, col suo essere volutamente stupidino, ridicolo, sopra le righe, ma proprio per questo in qualche modo adorabile.

Forse c'è bisogno di essere un po' buzzurri dentro, di provare una qual certa sintonia con quei luoghi, quei personaggi, quegli ambienti. O forse bisogna solo essere scemi, perché è da scemi trovare un senso in una roba che ti tira in faccia sangue, sesso, budella, ridicolo, horror, melodramma, comicità, tematiche d'integrazione sociale, religione e puttanate fantasy in questa maniera frullata e caotica. Ma alla fine il suo fascino sta anche in quello, oltre che nel modo in cui ti lascia sempre addosso l'impressione di prendersi tremendamente sul serio mentre non si prende per nulla sul serio. Insomma, non lo so che abbia di tanto bello, True Blood, ma ce l'ha.

La serie l'ho guardata un po' di mesi fa, in pieno 2010. Immagino mi siano venute voglia e ispirazione per scriverne oggi perché sto guardando la seconda stagione. Visione avvenuta tramite l'eccellente cofanetto in blu-ray, ovviamente seguendo il tutto in lingua originale e notando quanto l'accento di Bon Temps sembri una versione un po' più putrida di quello di Dillon. Chi segue True Blood in italiano non sa cosa si perde.

2.5.11

Piltowings Resort


Pilotwings Resort (Nintendo, 2011)
sviluppato da Monster Games - Richard Garcia


Non ho giocato Pilotwings e non ho giocato Pilotwings 64. Presumo sia per questo che non aspettavo con la bava alla bocca Pilotwings Resort. Oddio, magari non ci avrei perso le notti lo stesso, ma insomma, di sicuro non avevo in capoccia il mito di quel fantastico e meraviglioso e bellissimo gioco (e seguito) a cui tutti vogliono così tanto bene. La verità è che se non me lo fossi ritrovato in casa probabilmente non avrei giocato manco questo. Però sì, un po' ero curioso.

E quindi me lo sono giocato e, nonostante qualche perplessità iniziale, me lo sono giocato fino in fondo, più o meno. Ho affrontato tutte le prove, mi sono impegnato a prendere il massimo dei voti nelle sfide sul deltaplano (l'unico veicolo che davvero mi divertiva), ho pure cazzeggiato nella modalità che si chiama Volo Libero però poi ti mette il limite di tempo e un po' ci rimani male. E mi sono divertito abbastanza, ma era evidente che mi mancava qualcosa.

Ora, è chiaro che il limite principale sta nel fatto che non mi appartiene troppo l'animo del gioca e rigioca e rigioca e migliorati e frantuma il record e sblocca tutto quel che c'è da sbloccare e giocaci per duecentoventi ore. Mi capita, eh, ma solo se il gioco mi prende tantotantotanto per le sue meccaniche e/o per l'ambientazione, il taglio visivo, la direzione artistica, robe del genere. Tipo, boh, esempi che mi vengono in mente, anche molto diversi fra loro, possono essere Lumines, Super Mario Galaxy (e seguito), Dead Rising. Evidentemente non è stato questo il caso.

Non lo è stato perché, come detto, aereo e jetpack non mi han dato molto, e mi divertivo davvero solo con il deltaplano. Non lo è stato perché l'ambientazione, anche, non mi ha detto nulla, e quindi non provavo il piacere puro di zuzzerellarci dentro. E non lo è stato perché fondamentalmente il taglio visivo, le musiche, lo stile Wii/Mii/Resort/Sports/ecc mi fanno un po' cacare. O, meglio, mi piacciono addirittura molto e mi paiono adeguatissimi nel contesto di un Wii Sports, o dei menu, dei giochini, delle applicazioni "da dashboard" di Wii e 3DS, ma davvero mi fanno rotolare le palle sotto il divano e mi ammazzano del tutto atmosfera e immedesimazione in un contesto come quello di Pilotwings Resort. Insomma, di 'sta isola non me ne frega nulla.

Mi rendo conto, però, che son tutte cose molto mie e che di fondo Pilotwings Resort è un gioco molto ben fatto e con più cose da dire, in cui se si ha la forza di superare le prime, un po' mosce, fasi si trova un gran bel lavoro di design delle sfide, curate e molto più varie di quanto possa sembrare a un primo sguardo. Certo, ha tutte le ragioni di questo mondo chi lo critica per il riciclo privo di vergogna, ché veramente ributtare fuori la stessa ambientazione di Wii Sports Resort fa un po' tristezza, specie poi in un gioco nel quale l'ambientazione gioca un ruolo tanto importante (ma d'altra parte, se quegli ambienti ti piacciono e sei contento di averli in un Pilotwings... ).

Mi sembrano un po' meno centrate le critiche sulla quantità di contenuti: si tratta di un gioco tutto basato sul giocare e rigiocare le varie prove con lo scopo di perfezionarle e perfezionarsi al massimo. Trentanove sfide con cinque possibili valutazioni e, volendo, i tempi record da limare, più la modalità extra coi vari contenuti da scovare e collezionare, non è certo una roba da gridare al miracolo, ma tutto sommato mi sembra adeguata. Non dico che sia come criticare, che ne so, Tetris per Gameboy perché dopo appena dieci livelli si finisce il gioco, perché mi sembrerebbe di stare bestemmiando, però il senso della cosa è un po' quello. Chi è interessato a giocare Pilotwings Resort affrontandolo sul serio di cose da fare ne ha. Chi non è interessato a farlo, forse, non è interessato a Pilotwings Resort. Tipo, io, a conti fatti, non lo ero.

Molto più perplesso mi lascia il mancato supporto allo StreetPass, in quello che di fondo è forse il titolo di punta - almeno per un certo tipo di pubblico - nella lineup di lancio, da parte della stessa Nintendo che ci ha scartavetrato i maroni su quanto lo StreetPass sarebbe stato una figata. Ora, non dico debbano fare come Sony che fra un po' comincia a buttare fuori in 3D anche i comunicati stampa, però, per Dio, costava davvero tanto? E no, la giustificazione che Nintendo supporta le cose solo quando hanno senso non mi basta, perché per non trovare un senso nel supporto allo StreetPass su un gioco con tanta roba da collezionare, con i Mii integrati, con anche solo l'opportunità di condividere i ghost sul tempo, beh, o sei scemo o non ci credi neanche tu, nello StreetPass.

(Ma forse la risposta sta in "almeno per un certo tipo di pubblico")

Ma perché la gente scrive PilotWings se sulla scatola c'è scritto Pilotwings?