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23.9.11

[FF11] Fantasy Filmfest Shorts


Fantasy Filmfest Shorts (2011)
di gente varia, con gente varia

È una tranquilla domenica sera di inizio settembre, mi appresto a guardare il mio decimo film del Fantasy Filmfest (l'eccellente Perfect Sense) e, mentre pago il biglietto e scruto con l'occhietto furbetto le bionde ninfette barely legal che servono gli avventori al bar del cinema, noto un cumulo di oggetti, borse, cappellini, magliette e cianfrusaglie varie con il marchio del festival. Faccio finta di niente, ché gli ho già dato abbastanza soldi, ma mi cade poi l'occhio su un curioso DVD da dieci euro, e in pieno raptus Play.com faccio cenno al cassiere che oltre al biglietto del cinema voglio pure quello. 

E cosa ci trovo dentro? Nove cortometraggi dalla variabile provenienza: la maggior parte sono in lingua inglese (oddio, inglese: americano, australiano e via accentando), con inutile opzione per i sottotitoli in tedesco, mentre la manciata in altre lingue offre anche la possibilità di guardarli con sottotitoli in inglese. Tutto perfetto, insomma. Il genere è in linea con quello della rassegna e scivola quindi fra il fantastico e l'orrore, per una selezione di cortometraggi quasi tutti premiati a questo o quel festival e che, a parte un paio di robette discutibili, tutto sommato i suoi dieci euro se li merita. Anche perché il cofanettino include pure un secondo DVD con tre cortometraggi aggiuntivi, tre making of e un trailer.

Per quanto riguarda i cortometraggi veri e propri, è un po' difficile descriverli senza svelare troppo, anche perché sono brevi e spesso incentrati proprio sullo stupirti con tre o quattro svolte a sorpresa nel giro di dieci minuti. Comunque ci provo, sottolineando come in ogni caso il tutto sia disponibile su Amazon (basta cliccare qui).

Quelli belli, simpatici, o perlomeno divertenti:
Arbeit für Alle è un cortometraggio tedesco che racconta di un'organizzazione che piazza dei giovani aitanti a fare da supporto per anziani che non sono più fisicamente in grado di gestirsi ma vogliono comunque proseguire le loro carriere. Tipo che li vanno a prendere a casa la mattina, li portano in giro sulla sedia a rotelle eccetera. L'anziano protagonista, però, svolge un lavoro piuttosto particolare. Monster è una deliziosa figata australiana, fatta con due soldi, che gioca sul grande classico "peluche che ti fa cacare sotto". Itsy Bitsy è una scemenzucola su una coppia di giovani spasimanti americani che si trovano in casa una tarantola gigante. A Ninja Pays Half My Rent si descrive a sufficienza nel titolo. The Listening Dead è una bella favoletta horror tutta bianco e nero e invenzioni visive che sembra un po' uscita dalla capoccia del giovane Tim Burton. The Saddest Boy in The World è il simpatico racconto autobiografico di un ragazzino che la prende bene.

Quello che meh:
Il giardino è una scemenza tedesca un po' tarantinata su della gente che si porta le pistole a pranzo in un ristorante italiano e poi perde la calma.

Quello che non sarebbe neanche male, se non si prendesse così sul serio con quell'aria da guarda che autore ganzo che sono:
Las Horas Muertas è una specie di versione ridotta a quattordici minuti di Le colline hanno gli occhi, tutta cruda, sporca, sanguinaria e spagnola.

Quello che è una brutta conseguenza del successo di Shrek però presumo che un bambino ci si possa divertire anche se magari non coglie le citazioni e in ogni caso probabilmente è notevole a livello produttivo però davvero a me ha fatto schifo:
Tadeo Jones y el sótano maldito

Quelli che ci sarà un motivo se li hanno messi nel secondo DVD:
Why the Anderson Children Didn't Come to Dinner è una roba assurda su una famiglia "madre + tre creature" tutta strana che sembra diretta da Wes Anderson dopo una lobotomia. Tadeo Jones è la precedente avventura di Tadeo Jones ed è la stessa tristezza, a parte il fatto che non ci sono dialoghi e quindi è in effetti un po' meglio. Me è un videoclip emo realizzato in stile La Sposa Cadavere e musicato da tali ASP, gruppo rock depresso tedesco il cui cantante nella foto su Wikipedia sembra Adriano Galliani con in faccia il trucco dei Kiss.

Il giorno prima della domenica in questione, sono entrato in sala alla proiezione dell'ottimo Red State e mi sono visto iniziare davanti agli occhi una roba in tedesco. Mi sono poi reso conto che si trattava di un ottimo cortometraggio a tema zombesco ambientato in una suggestivissima Berlino. Purtroppo non ricordo minimamente il titolo e, fra l'altro, dato che non c'erano sottotitoli, può pure essere che i personaggi dicessero solo scemenze. Però, senza capire una parola, sembrava veramente un cortometraggio stupendo. Quindi, insomma, se vi capitano gli occhi su un cortometraggio di zombi tedesco ambientato a Berlino in cui all'inizio c'è un tizio che parla alla radio, dategli una chance. E magari poi ditemi come si intitola.

22.9.11

In vacanza!


Ebbene sì, il sottoscritto abbandona momentaneamente questa valle di lacrime internettara e se ne va in ferie, pronto ad affrontare quella che mi sentirei di definire la prima vera e propria vacanza dai tempi dello splendido viaggio in Giappone (sono tre pagine, non so perché nella prima visualizzi così pochi post, comunque basta premere su "Post più vecchi") su cui non ho mai finito di scrivere i post e ho fra l'altro ancora le bozze su Blogger con tanto di un post mezzo scritto. Non che da allora (fine 2006 / inizio 2007) non sia mai andato in vacanza, eh, ma non ho più fatto quel genere di viaggio lì, quello che prendi, molli tutto, ti stacchi dal mondo e vai in giro in luoghi (possibilmente) lontani, (possibilmente) per almeno due settimane, a visitare posti, persone, bestie. E direi che era ora.

Me ne vado con un equipaggio di altre tre persone negli USA, costa ovest, a visitare un po' di luoghi in cui sono già stato ma che ho proprio voglia di visitare non per lavoro e un altro po' di luoghi che non ho mai visto in vita mia. L'itinerario, che affronteremo armati di SUV a noleggio, è quello riprodotto in misura altamente spannometrica nella foto d'apertura. E al primo che dice "Bryce Canyon" o "Monument Valley" gli dico che abbiamo preso in considerazione, ci dispiace un sacco, ma non c'era proprio modo. Il ritorno è previsto per domenica 9 ottobre, se non finisco mangiato da un orso o ucciso da un gangsta rapper. Nel mentre, fate i bravi.

Non penso che mi metterò a scrivere cose per il blog, postare immagini e altre sciccherie durante il viaggio, intanto perché temo saranno ben pochi i posti in cui avrò accesso a Internet, in secondo luogo perché ho davvero bisogno di staccare completamente da tutto e tutti. È quindi molto probabile che per due settimane non appaia più nulla qua dentro, a parte domani che c'è un post che ho messo in pubblicazione automatica. Ciao.

21.9.11

L'alba del pianeta delle scimmie


Rise of the Planet of the Apes (USA, 2011)
di Rupert Wyatt
con James Franco, Andy Serkis


Fallito il tentativo di rilanciare la serie con quella scoreggia di remake partorita dieci anni fa da Tim Burton, l'unica altra via per riprovarci non poteva che essere quella del prequel. Che per inciso, in relazione a Il pianeta delle scimmie, non è certo una novità, visto che se n'era fatta addirittura una trilogia negli anni Settanta. E se a fare meglio di Burton non ci voleva certo un genio, bisogna comunque dare atto a Rupert Wyatt di aver diretto un bel filmetto d'avventura che si gioca bene le sue carte, puntando sulla pietà per gli animaletti indifesi (si fa per dire), sul fascino del legame di amore e rispetto che si viene a creare fra i due protagonisti e sulla capacità di evocare comunque a dovere l'immaginario della serie.

I riferimenti al passato sono minimi, limitati giusto a un paio di nomi e a qualche cenno alla partenza di un astronauta destinato a perdersi nello spazio e tornare con la faccia di Charlton Heston. E giustamente si rinnegano le origini raccontate a suo tempo, che non avrebbero avuto senso nel provare a creare qualcosa di nuovo: gli omaggi ci sono, perché comunque l'idea è di raccontare delle nuove premesse al film del 1968, ma da qui deve partire una nuova serie, se si fanno soldi a sufficienza, e non avrebbe senso impelagarsi troppo nel passato. Tanto più che, insomma, io quei film non li vedo da vent'anni buoni, ma non è che me li ricordi come capolavori intoccabili.

Insomma, la sostanza è che si tratta esattamente del film che era lecito attendersi, valido quel minimo indispensabile in cui era lecito sperare, non in grado di raggiungere picchi a cui, francamente, dubito qualcuno potesse credere. Andy Serkis e i suoi effetti speciali fanno un lavoro strepitoso, che da solo merita la visione, ma tolto quello rimangono una bella scena d'azione conclusiva, un finale evocativo e qualche lampo isolato da parte di James Franco e John Lithgow, in un film che si dedica tutto alle scimmie e mette qualsiasi altra cosa in secondo piano. Magari anche giustamente, per carità.

Il film l'ho visto qua a Monaco a inizio agosto, subito prima di partire per Colonia. Ne scrivo adesso per il solito motivo: in Italia esce venerdì. Da vedere in lingua originale perché James Franco che biascica mi fa sempre ridere. Va però detto che l'altro protagonista non parla, quindi alla fin fine col doppiaggio non ci si perde molto.




FUN FACT: Nel film c'è un attore a cui, quando aveva dodici anni, han detto: "Ok, tu sei ottimo per interpretare il ruolo del cattivo pestifero, un po' scemo e che probabilmente farà una gran brutta fine. In otto film consecutivi". Sono cose che ti segnano. E infatti...

20.9.11

Morti viventi a Dallas


Living Dead in Dallas (USA, 2002)
di Charlaine Harris

Il secondo libro della serie di Sookie Stackhouse è una di quelle cose che, di primo acchito, mai mi metterei a leggere. Ho una certa antipatia a pelle per le "grandi saghe" di romanzi, figlia sicuramente di un preconcetto sballato ma anche dell'essermi scottato con qualche delusione e del ricordarmi come pure cose iniziate bene (vedi alla voce Ann Rice) col tempo abbiano la tendenza ad andare in vacca. In più qua si parla di amori e di vampiri in era Twilight, cosa che provoca giusto un po' di repulsione a pelle (anche se va detto che Twilight nasce quattro anni dopo questa roba qua, e ti viene pure il dubbio che ci sia un motivo). Epperò, dopo la sorpresa amichevole del primo romanzo, dopo essermi divertito con la prima stagione di True Blood, non potevo che avere voglia di andare avanti, anche solo per provare a leggere la Charlaine in lingua originale.

Purtroppo, 'sto secondo capitolo della serie si è rivelato una discreta delusione, a livelli "lo sapevo che non avrei dovuto mettermici" e "ok, mi fermo qui". Verrebbe da pensare che dopo essermi abituato al maggiore approfondimento regalato in TV a diversi personaggi e al modo in cui il telefilm anticipa determinati eventi e mescola le carte, beh, tornare al cast ridotto dei libri, in cui magari un protagonista fisso del telefilm muore come se niente fosse, un po' faccia cascare le braccia. E magari è in parte vero, ma solo fino a un certo punto, visto che (META-SPOILER) in questo periodo sto leggendo il terzo libro che mi diverte ben di più. Il problema è che in questo secondo capitolo c'è una sensazione di mosciaggine totale, con personaggi che si sviluppano proprio pochino e con due vicende parallele intriganti ma gestite maluccio. Se ancora ancora ho trovato interessante tutta la faccenda a Dallas, fosse anche solo perché allarga un po' i confini dell'assurdo universo in cui si ambientano le vicende, il rimbalzo a Bon Temps mi è sembrato sbrigativo e confuso.

Più in generale, Morti viventi a Dallas sembra un libro in cui succedono tante cose senza che accada davvero nulla di interessante. Il che, per carità, in un contesto seriale capita purtroppo più spesso di quanto si vorrebbe, ma insomma, già al secondo episodio non è il massimo. Specie considerando che al primo impatto, ok, puoi vivere anche solo del fascino dell'ambientazione, del taglio sporco, rozzo e vivo di luoghi e personaggi e delle belle intuizioni che caratterizzano l'universo narrativo, però poi deve essere pure appassionante il racconto, altrimenti non si va da nessuna parte.

META-SPOILER: Con la seconda stagione del telefilm va molto meglio. Questo libro, comunque, fa parte del cumulo di scellerati acquisti compiuti da Waterstone a gennaio dell'anno scorso, e l'ho quindi letto in lingua originale (a inizio estate di quest'anno), con tutti i vantaggi di un certo modo d'esprimersi da ammerigani del sud che è ovviamente difficile rendere in traduzione. Esiste comunque un'edizione italiana curata da Delos Books, che sta pubblicando tutta la serie.

19.9.11

How I Met Your Mother - Stagione 4


How I Met Your Mother - Season 4 (USA, 2008/2009)
creato da Carter Bays e Craig Thomas
con Josh Radnor, Jason Segel, Cobie Smulders, Neil Patrick Harris, Alyson Hannigan, Sarah Chalke e la voce di Bob Saget

È stato un po' strano mettermi guardare How I Met Your Mother dopo aver visto Crazy, Stupid, Love., perché con ancora in testa il ganzissimo playboy di Ryan Gosling, francamente, quello di Neil Patrick Harris mi ha perso giusto un attimino di credibilità. No, sul serio, un effetto mostruosamente straniante, ai limiti dell'inguardabile. Poi, per carità, ci si fa la tara in fretta, ti ricordi che alla fin fine è tutto un prendere per il culo e nel giro di qualche puntata torna tutto al suo posto.

Anche perché Barney è come sempre la cosa migliore della serie e, anzi, in questa quarta stagione è forse l'unico motivo per cui vale davvero la pena di seguire, dato che tutta la questione "madre", che teoricamente dovrebbe fare da motore principale, si parcheggia a lato, nascosta in un angolino, come e peggio che nella seconda annata. Anzi, decisamente peggio. È piuttosto chiaro che siamo arrivati al punto in cui il tirare per le lunghe e il girare attorno alla questione saranno estremizzati il più possibile, perché altrimenti bisognerebbe risolverla e chiudere una serie di successo.

E così si apre l'annata elaborando quel che era stato lasciato in sospeso un po' di mesi prima, per poi mettere tutto in pausa e andare avanti una ventina di episodi solo a colpi di gag, tormentoni e carisma/bravura/fascino dei protagonisti (tolto Ted, che non ha nessuna delle tre cose e diventa sempre più fastidioso). Ora, per carità, le gag sono divertenti, ci sono un paio di trovate gustose, Barney è adorabile e Robin è comunque un bel vedere, quindi a fine stagione ci si arriva in un amen, ma il dubbio che alla lunga il teatrino finisca per stancare, francamente, c'è. Specie considerando che poi, quando le svolte narrative arrivano, sono sempre del tipo "qui è dove ho intravisto il cane che una volta ha mangiato un biscotto caduto dalla tasca del cugino di una persona che era presente al matrimonio della zia di un tizio che il giorno prima si era seduto due file davanti a vostra madre al cinema".

Fra l'altro è appena iniziata la settima stagione e ne è prevista un'ottava. Mah, mi sa che non ci arrivo, in fondo. Ah, lingua originale, solite cose: dai, come cacchio si fa a guardare in italiano della gente di New York che prende per il culo l'accento e il modo di esprimersi di una canadese?

18.9.11

Millemila



All'inizio di questo mese, in pieno Fantasy Filmfest, ho pubblicato il millesimo post del blog, che fra l'altro è stato dedicato a un film bruttarello (anche se leggo in giro critiche positive... sarò io che non l'ho capito). Mille post in quasi sei anni non sono tanti, specie poi se facciamo un confronto con i ritmi di pubblicazione di altri blog, ma insomma, proprio perché qua dentro ci sono dei momenti di black out che levati, alla fin fine non sono neanche pochi. Va pure detto che non sono mille post "effettivi", dato che nel conteggio ci finiscono anche le cose precedenti al dicembre 2005, quindi "importate" da it.fan.studio-vit, e i post con gli elenchi brutti. In effetti, se leviamo quelli, non siamo ancora a mille post, ne mancano una ventina.

Comunque, questo mese ho prodotto come un disperato. Sarà che m'ha preso il raptus doppio Fantasy Filmfest / Eurobasket 2011, sarà che quando ho visto a che ritmi stavo andando c'ho preso gusto, ma ho pubblicato una quantità di post per me davvero fuori standard (il tutto mentre lavoravo come uno scemo producendo materiale a randa prima di partire per le ferie, tanto per gradire). Capiamoci: questo è il trentatreesimo post del mese di settembre 2011. Su un blog dove non si sono mai visti più di ventinove post in un mese (agosto 2007, e guarda caso pure lì c'era di mezzo la nazionale italiana di pallacanestro). E a quota trentatré ci siamo arrivati il 18 settembre, quindi con ampi margini di miglioramento. E chi se ne frega, anche, per carità, però sono stupito e felice. Quasi sopraffatto.

Ora, giusto per chiudere il cerchio delle statistiche inutili, ho una striscia aperta di ventidue giorni consecutivi con almeno un post pubblicato, e credo pure questo sia un record. Mi piacerebbe farla andare avanti, la striscia, ma giovedì 22 parto per le ferie e, siccome nei prossimi giorni il grosso delle mie forze sarà dedicato a chiudere tutti i discorsi lavorativi aperti pre-partenza, temo ci sarà un'interruzione. Oppure mi prende il fuoco sacro e riesco a tirar fuori una ventina di post da mettere in pubblicazione automatica. Vai a sapere.

A dire il vero mi sa che la striscia si interrompe anche prima della mia partenza, dato che il fuoco sacro mi pare bello spento. Che poi la vera domanda è un'altra: quando torno dalle ferie, proseguo su questi ritmi o si torna ai soliti black out?

17.9.11

Niuseasoncast


Giovedì sera ho pubblicato Outcast: Chiacchiere Borderline #11, il primo Outcast della nuova (terza) stagione. Per chi eventualmente non dovesse saperlo, Outcast è un podcast audio in cui il sottoscritto e una serie di loschi figuri che tendono a gravitare nel mondo della stampa specializzata, della localizzazione e addirittura dello sviluppo di videogiochi se la chiacchierano e se la dicono parlandosi addosso. Di videogiochi. Ci sono più incarnazioni, di 'sto Outcast, e Chiacchiere Borderline è quella in cui si commentano notizie e spunti pescati in giro, con poi una breve coda finale dedicata alle nostri opinioni sui giochi che stiamo giocando. Trovate l'ultimo episodio a questo indirizzo qui.

Lunedì registriamo Outcast Magazine #11, ma giovedì parto per le ferie. Chissà quando sarà pubblicato... ?

16.9.11

Crazy, Stupid, Love.


Crazy, Stupid, Love. (USA, 2011)
di Glenn Ficarra e John Requa
con Steve Carell, Ryan Gosling, Julianne Moore, Emma Stone

Il problema di infilare in un trailer le battute più fighe di un film è che poi, quando le ascolti la seconda volta mentre lo guardi, il film, ti fanno meno ridere.  E poi c'è pure da dire che in un trailer, tipicamente, te le vedi messe tutte in fila, ritmate in un certo modo, punteggiate dalla musica, mentre poi nel film sono più diluite e meno ficcanti, meno a raffica. Ma d'altra parte, se quelle battute non fossero state messe nel trailer, molto probabilmente il film non ci saresti andato, a vederlo (anche se il tris Carell/Gosling/Stone faceva voglia a prescindere). Ah, l'eterno dilemma!

Comunque, alla fin fine, prevedibilmente, Crazy Stupid Love (la punteggiatura ce la risparmiamo, dai) è esattamente il meglio che era possibile attendersi da quel simpatico trailer: una commedia romantica gradevole, con un po' di battute e di situazioni molto azzeccate (e un altro po' che al massimo fanno sorridere), un tono di fondo amarognolo che fa piacere, uno sviluppo piuttosto prevedibile e un inevitabile messaggino d'amore e di speranza, tutto abbracci e lieto fine in preda ai sorrisi, seppur con la nota "occhio che per far funzionare le cose bisogna volerlo, crederci, sbattersi".

Prova in tutti i modi a distinguersi dalla massa di commediole romanticheggianti, e tutto sommato ci riesce anche abbastanza bene, per più motivi. Intanto perché il tris là sopra è sempre fantastico, tanto quanto comunque lo sono anche gli altri che girano loro attorno. Poi perché Carell, che è quello a cui viene dato più spazio, non scivola nella caricatura che magari da lui t'aspetteresti, ma interpreta un bel personaggio amaro e credibile. La sua è una relazione andata a male col tempo, come è normale possa succedere a chiunque. Più che equivoci e incomprensioni, al centro della faccenda finiscono rimorso, rimpianto e un bel melodrammino.

E alla fine è soprattutto questa voglia di infilarci dentro un racconto un pochino più interessante del solito a rendere gradevole e quasi meritevole quella che, comunque, è e rimane una semplice commediola romantica americana tutta dedicata all'idolatrazione della famiglia come fine ultimo cui mirare con forza. Che, insomma, messa giù così, suona un po' un mettersi in riga e arrendersi, da gente che ha diretto I Love You Philip Morris. O che ha scritto Babbo Bastardo, anche.

Il film l'ho visto ad agosto, di ritorno da Colonia, perché qua in Germania un sacco di film escono un mesetto dopo gli USA, un mesetto prima dell'Italia. Ne scrivo adesso perché adesso arriva nello stivale. Trattasi di commedia: a vederla doppiata si perde l'ovvio, anche se va pure detto che qui non si lavora poi molto sui giochi di parole. Certo, va pure detto che le voci di uno Steve Carell, un Ryan Gosling, un Kevin Bacon, una Emma Stone, dai, l'è veramente troppo un peccato perdersele.

15.9.11

Tentafest


In tutto questo turbinio di emozioni che è settembre quasi me ne dimenticavo, ma sabato scorso Davide ha pubblicato il diciassettesimo episodio del Podcast del Tentacolo Viola, nel quale si chiacchiera di Nintendo 3DS, Colonia, Minzolini e altre sciccherie, fra cui una parentesi in cui commento alcuni film del Fantasy Filmfest. L'episodio lo trovate a questo indirizzo qui.

Ho preparato questo post anche e soprattutto perché oggi non avevo niente da pubblicare, ma mi dispiaceva interrompere la striscia aperta di giorni consecutivi con roba nuova sul blog. Bello, no?

14.9.11

Una pazza giornata di vacanza



Ferris Bueller's Day Off (USA, 1986)
di John Hughes
con Matthew Broderick, Mia Sara, Alan Ruck

Quando ero ancora un giovane imberbe in procinto di scoprire quanto possa essere difficile avere a che fare con le donne adolescenti se sei nerd, timido, un po' sfigato e ti fai influenzare da quegli stupidi stupidi stupidi manga sentimentali, Una pazza giornata di vacanza era per me quel film che davano continuamente in TV, in cui c'era quel simpatico ganzo di Matthew Broderick che bigiava e della cui totale assenza di trama faticavo a capacitarmi. Insomma, i miei ricordi mi dicono che in quel film non succedeva sostanzialmente nulla. Ma d'altra parte i miei ricordi sono comunque un po' vaghi, dato che, facendo mente locale, posso dire che, prima di riguardarlo un mesetto fa mi ricordavo solo tre cose: la parata, Charlie Sheen alla stazione di polizia e i titoli di coda.

Sempre facendo mente locale, mi viene da pensare di essere nato quei quattro o cinque anni troppo tardi per ricordarmi John Hughes come il cantore dell'adolescenza che è stato e che tutti ricordano con più affetto di me. Voglio dire, non ho mai visto The Breakfast Club (e fra l'altro due o tre anni fa l'avevo registrato con MySky ma poi mi si è rotto il decoder)! Certo, in Easy A ha nostalgia dei film adolescenzielli di John Hughes un personaggio interpretato da Emma Stone, che ha undici anni meno di me, quindi probabilmente mi sto facendo dei gran giri in testa senza senso. Rimane il fatto che per me John Hughes era quello di Un biglietto in due (quindi comunque uno ganzissimo, eh!). Cose che capitano.

Comunque. Il tempo scorre inesorabile e Matthew Broderick è passato dall'essere un giovane ganzo all'essere il vecchio, stempiato e sfigato marito di una che spero stia scomparendo dalla faccia della Terra come sembra. E mentre il tempo passava, m'è salito come un desiderio di guardarmi e/o riguardarmi i film di John Hughes. Desiderio alimentato anche dalla visione di Easy A e dal fatto che ancora rosico per quella registrazione di The Breakfast Club. Ora, vedi il caso, qualche tempo fa, smanacciando in una bancarella di DVD a una fiera estiva qua a Monaco, ho posato le mani su Ferris Macht Blau, edizione tedesca del film con Matthew Broderick che bigia. E ovviamente l'ho comprato, con il venditore che entusiasta affermava: "Ah, classik!".

E com'è, Una pazza giornata di vacanza, visto oggi? Un gran bel cacchio di film, ecco com'è. È una bella commedia giovanile scemotta e spensierata, ma che allo stesso tempo ti infila dentro - grazie al fenomenale personaggio di Cameron - uno splendido tono malinconico e amaro. Fa finta di raccontare una giornata di cazzeggio e invece punta sull'amicizia, sulla crescita, sull'alienazione, sul tentativo di aiutare un amico in difficoltà. E sì, ovviamente per alcune cose è invecchiato, ma cacchio che piacere è ancora da guardare, cacchio che due o tre bei momenti di regia e, cacchio, nel 1986 un protagonista che parla tutto il tempo allo spettatore e che poi fa lo scemo in quel modo sui titoli di coda doveva essere una bella idea, no? Non so, io me la ricordo come una cosa che mi faceva impazzire, forse l'unico motivo per cui mi riguardavo il film ogni volta che lo passavano in TV. 


No, dai, anche per Charlie Sheen alla stazione di polizia. Guarda che bello, non è invecchiato per niente.


13.9.11

Shadow Complex




Shadow Complex (Microsoft Game Studios, 2009)
sviluppato da Chair Entertainment

Shadow Complex l'ho comprato un annetto fa, in occasione di un qualche sconto, e l'ho giocato quest'estate, nell'arco di un paio di mesi, a cavallo fra un viaggio di lavoro e l'altro. Il che, in sostanza, forse significa che l'ho giocato fuori tempo massimo, troppo tardi per non trovare semplicemente folle la considerazione di cui ancora oggi gode, con un sacco di persone che lo reputano un gioco di eccellenza pura e fra le migliori dieci cose mai uscite su Xbox Live Arcade.

Magari, nell'agosto del 2009, veder spuntare sui server Microsoft una roba con questi valori produttivi, queste quantità, questo tipo di cura formale, faceva un'impressione che oggi non può più fare, e in nome di quell'impressione, di quel contesto, di quel che ha significato per lo sviluppo dei giochini scaricabili, la fama e il rispetto di cui gode hanno un senso ben preciso. Può essere. Senza contare l'effetto "ah, caspita, anche gli occidentali sanno fare un gioco di questo genere". O magari sono semplicemente io che non lo capisco, il valore sempreverde di Shadow Complex. Fatto sta che, giocandolo oggi, non ho visto molto più che un compitino diligente, un clone con tutte le cosette al suo posto, totalmente però privo di personalità e carattere, oltre che pieno di limiti e difetti nella pura esperienza di gioco.

Piatto, banale, antipatico, noioso, sostanzialmente inguardabile nel design estetico, con alla base un racconto pedestre che, certo, ha scarsa importanza per il genere di gioco, ma intanto è lì fra i maroni e continua a inserirsi senza che glie l'abbia chiesto nessuno, Shadow Complex ha un sistema di controllo da immersione nella melassa - quantomai anacronistico dopo aver giocato Outland, che pure non mi ha fatto impazzire ma caspita come si controlla - e una gestione piuttosto barbosa del backtracking. L'intelligenza artificiale dei nemici è da coma etilico, i boss sono fra i più noiosi e superflui nella storia del videogioco e lo stesso design dei livelli ha davvero pochi guizzi. Certo, ci sono anche dei bei pregi, per esempio un approccio assolutamente a prova di scemo alla ricerca dei segreti, che si presentano in maniera meno frustrante rispetto ai nippo-capisaldi cui il gioco si ispira, e una seconda parte che cresce un po' in divertimento grazie all'acquisizione dei vari pezzi d'armatura (ma tanto poi li si usa per combattere nemici totalmente idioti e che non ti fanno venire voglia di combatterli).

Ma il punto è che alla fine fine ho trovato l'esperienza complessiva davvero noiosa e priva di fascino. Ogni volta che stavo cominciando a divertirmi, ecco che arrivava a farmi cascare le palle un segmento un po' mal progettato, un palloso boss o un insostenibile momento di narrazione. E a conti fatti sono arrivato fino in fondo solo perché sono fatto così e non mi piace mollare i giochi a metà. Esagero? Mah...

In più, ma questo è davvero un problema mio, tanto sono disposto ad accettare il respawn in un contesto fantasy e sopra le righe come quello dei Castlevania, tanto ho trovato inguardabilmente ridicolo veder costantemente riapparire le grate di ventilazione in questa roba che si racconta prendendosi tremendamente, micidialmente, insopportabilmente sul serio. In compenso devo dire che ho trovato quel poco che ho provato delle sfide extra anni luce più interessante della campagna, sia sul piano stilistico, sia su quello del design dei livelli. Ma, stremato dalla noia e ormai totalmente disamorato, non avevo veramente più alcun interesse e volevo solo riporre sullo scaffale virtuale. Dovevo farmi subito (e solo) le sfide, altroché. 

12.9.11

Halloween II (2009)




Halloween II (USA, 2009)
di Rob Zombie
con Scout Taylor-Compton, Tyler Mane, Danielle Harris, Malcolm McDowell, Brad Douriff, Sheri Moon

Il secondo Halloween di Rob Zombie è un film strano e sorprendente, che parte in una maniera e prosegue poi in tutt'altra, fa di tutto per spiazzare le aspettative che uno può essersi creato e nella sua malsana maniera riesce ad essere cinema fortemente d'autore. L'incipit, precisino e perfettino, sembra spingere nella direzione del remake svogliato, della marchetta che magari molti s'aspettavano vista l'improvvisa realizzazione di questo seguito, anche perché di fatto prosegue sui binari intrapresi nella seconda parte del precedente film. Poi, però, dopo questo avvio divertito che riprende alla sua maniera l'Halloween II del 1981, Laurie e il film si risvegliano da tutt'altra parte, in tutt'altro mondo, e comincia il vero Halloween II di Rob Zombie.

Che è un Halloween II molto più personale, privato e ambizioso, anche se più ambizioso che riuscito. Recuperando gli spunti del quarto e quinto episodio della saga originale (dove, guarda caso, c'era una giovanissima Danielle Harris fra i protagonisti), ma puntando in una direzione tutta storta e squilibrata, Zombie si diverte con un film un po' alla George Romero, in cui sfrutta il mostro per raccontare altro. Mette in scena un Michael Myers de-mitizzato, stanco, dalla maschera fatta a pezzi e dagli omicidi arrancanti, faticosi, brutali, col fiato pesante, lontani dalla ricerca estetica del primo film. Piazza al centro dell'azione una protagonista sfatta e imbruttita, lontana pure lei anni luce dalla ninfetta vista due anni prima. E prova a raccontare un delirio mistico fatto di visioni assurde e davvero mal messe in scena, che ammazzano il film col loro tonfo nel ridicolo, ma che insistono nel voler inseguire un'idea particolare e nel voler raccontare qualcosa che non sia semplicemente un altro mucchietto di omicidi ben girati e parolacce a caso.

Insomma, il punto è che se Zombie avesse girato il seguito che l'avvio di Halloween II sembrava indicare, beh, probabilmente avremmo avuto un film ben più divertente, gradevole e banale. Invece ha fatto altro e ne è venuta fuori una roba sconclusionata, dalle ambizioni incontrollate e sostanzialmente poco riuscita. Però, forse, più simpatica, apprezzabile e che proprio in nome delle intenzioni non autorizza a bollare come bluff uno che comunque ha dimostrato, quando tutto gira al meglio, di saper essere all'altezza delle sue ambizioni.

Il film l'ho visto un mesetto fa, in lingua originale (non c'è altro modo per ascoltare i dialoghi scritti da Zombie), grazie a un bel Blu-ray comprato in offerta al Saturn qua a Monaco. Il fatto che tutto sommato, nel ricordo, mi dia sensazioni migliori rispetto a quelle che ho provato guardandolo, beh, va piuttosto d'accordo con il discorso generale: si apprezzano le intenzioni, molto meno la realizzazione delle stesse. Ma insomma, tutto sommato, a conti fatti, mi sembra probabile che Patrick Lussier dirigerà un terzo episodio magari più gustoso da guardare, ma decisamente meno interessante. Cosa sia meglio non lo so. So però che The Lords of Salem, prossimo progetto del Rob, mi incuriosisce ben di più.

11.9.11

Mobilpep



L'altro giorno mi sono accorto che - chissà da quanto - è apparsa su Blogger l'opzione per creare in automatico la versione mobile del blog. L'ho attivata, ché 'sto template è già sufficientemente pesante su un PC, e dare la possibilità di leggermi in maniera più snella tramite smartcosi mi sembra carino. C'è comunque il link in basso per visualizzare il blog nella sua versione normale, se si vuole.

Fra l'altro questo template lo sto usando da ormai quasi due anni e devo dire che mi ha spaccato un po' i maroni. Vorrei cambiarlo, ma non trovo nulla che mi soddisfi. Mmm...

Comunicazione di servizio: è online il programma completo della rassegna del Festival di Venezia a Milano, che si terrà dal 14 al 21 settembre. E, porco il maialo, il primo anno che non frequento da quindici anni a questa parte (bla bla bla) hanno messo assieme un programma bomba, maledetti bastardi impestati fracichi. Il programma sta a questo indirizzo qui.

Dieci anni fa


Una delle cose che si dissero dieci anni fa suonava più o meno così: "Questo è uno di quei momenti che ti ricorderai sempre con chiarezza estrema. Ti ricorderai dov'eri, con chi eri e cosa stavi facendo". Io ero al cinema. Stavo seguendo la rassegna dei film del festival di Venezia a Milano ed era ancora il periodo in cui ero capace di spararmi una quarantina di film in una settimana o poco più. Lavoravo già in Future, da un annetto scarso, e ricordo che la mattina dopo in ufficio mi raccontarono di aver seguito la cosa in televisione. Io, invece, ero con la Rumi al cinema Cavour, che oggi neanche esiste più, perché mi prendevo le mezze giornate di ferie per stare dietro alla rassegna.

Il momento in cui si è consumato il fattaccio non me lo ricordo, semplicemente perché non me ne sono accorto, così come non se ne sono accorti quelli che come me erano chiusi in quella sala a guardare un film coreano di cui non ricordo nulla, ma che da quel che leggo doveva essere davvero orrendo. Mi ricordo, però, che in quella sala guardammo due film di seguito, e il secondo era il brutto Dust. In attesa che cominciasse, ero andato in bagno e, rientrando in sala, avevo sentito di sfuggita delle persone raccontarsi una scena: "E poi si vede l'aereo che si schianta sul palazzo... ". Pensavo che quel tizio stesse raccontando di un qualche film, magari una roba con Bruce Willis.

Poi, dopo quella sfrangitura di maroni di Dust, totalmente ignari, ce ne usciamo dalla sala e incrociamo Surgo e Tifa in coda per entrare. E Surgo mi chiede se sappiamo, se abbiamo visto. Che si è schiantato un aereo sulle Torri Gemelle, mi dice. Tutto lì, eh, anche perché stavamo andando via, c'era un altro film da guardare. Che roba assurda. Pensavo quelli di prima parlassero di un film, invece parlavano di questo.

Neanche mi ricordo quando, come, dove, perché ho poi visto, ascoltato e letto i dettagli, le immagini, le sfumature della cosa. Quel filmato ripreso da sotto e ripetuto mille volte, la gente che si butta e cade. Zero, non ricordo minimamente. Però, in effetti, dieci anni dopo, ancora me lo ricordo, dove stavo, con chi ero e cosa facevo quando è successo.

A febbraio 2002 siamo andati a New York, negli ultimi tre giorni di una gran bella vacanza, che fu fra l'altro il mio primo viaggio negli Stati Uniti. Una vacanza progettata e organizzata mesi e mesi prima, quando ancora le Twin Towers c'erano. Ai controlli in aeroporto passavano i tamponi nelle scarpe. Ricordo chiaramente di aver provato compassione per chi doveva maneggiare le mie scarpe dopo che mi ero sorbito quel lungo viaggio.


Fun Fact: nel 2001 questo trailer e la locandina là in cima parvero improvvisamente fuori luogo per il solo fatto che si vedevano le Twin Towers. Nel solo 2011 si contano (almeno) tre videogiochi fra i cui selling point c'è la distruzione di New York City. Il tempo passa.

10.9.11

Neinneinneincast


L'altro giorno ho pubblicato finalmente il nuovo Outcast, con un reportage bello corposo sulla nostra partecipazione a Game Developers Conference Europe 2011 e Gamescom 2011. Ci ho messo un po' perché dovevo seguire il Fantasy Filmfest e perché poi si sono messi di mezzo pure dei problemi tennici, ma insomma, alla fine ce l'ho fatta. Trovate tutto a questo indirizzo qui.

La qualità della registrazione, anche in termini di volumi, è un po' peggio del solito. È che sono reduce da un formattone e non m'ero appuntato le impostazioni di Pamela. Vedrò di aggiustare per il futuro. A proposito di futuro: ce la farò a registrare e pubblicare un altro episodio prima di partire per le agognate ferie? Vai a sapere.

9.9.11

Super 8





Super 8 (USA, 2011)
di J.J. Abrams
con Joel Courtney, Riley Griffiths, Ryan Lee, Elle Fanning, Kyle Chandler


È curioso che il caso mi porti a scrivere di Super 8 il giorno dopo aver tessuto le lodi di Attack the Block, perché alla fin fine sono due film che - per quanto molto diversi nel tono e nello stile - guardano entrambi con grande amore a un certo tipo di cinema degli anni ottanta. Ed è difficile non vedere in entrambi un recupero, seppur appunto in maniere piuttosto differenti, della formula perfettamente cristallizzata ne I Goonies e così tanto ben riciclata poi da tonnellate di altre pellicole del periodo. Proprio in questo, e nel suo prendersi sostanzialmente molto più sul serio pur senza rinunciare a un forte umorismo, si riassumono alla fin fine i pregi e i limiti di Super 8.

Super 8 è figlio dell'amicizia e della collaborazione fra Abrams e Steven Spielberg, e lo è non solo nel suo essere appunto un recupero di quei film là, ma anche nel taglio autobiografico, nel raccontare di bambini che - come loro due - passano il tempo improvvisandosi registi in otto millimetri. E proprio nel raccontare di questi ragazzini, delle loro storie e passioni, dell'inevitabile difficile situazione familiare del protagonista e del rapporto con gli amici (e le amiche), Super 8 dà il suo meglio. Un meglio che magari non dice nulla di nuovo e si limita ad appoggiarsi, ancora, su cose viste mille volte venti e trent'anni fa, ma che lo fa meravigliosamente bene, grazie soprattutto a un cast perfetto, in cui splendono tutti i ragazzini (non solo Elle "sono meglio di mia sorella" Fanning) e si dan da fare anche gli adulti, compreso un Coach Taylor che però davvero non riesco a fare a meno di pensare con addosso la solita giacchetta, anche se qui lo fan parlare di baseball.

Fino a che si limita a questo, a parlare di ragazzini, di emozioni, di nostalgia e di umanità, Super 8 è un film bellissimo ed emozionante. Poi scatta la piega un po' più action, e lo fa anche a costo di qualche passaggio dalla logica rivedibile, ma alla fin fine il giochino non è che si rompa particolarmente, perché comunque Abrams riesce a mescolare con grazia le due anime del film, a mantenere l'obiettivo puntato sull'atmosfera magica e sentimentale e a tenere acchiappato chi si vuole far acchiappare. Perché poi il problema sta anche nell'approccio e nella voglia di vivere nuovamente un tipo d'avventura che da tanti anni non si vedeva, men che meno realizzato in quest'ottima maniera. Se ci si incancrenisce sugli stereotipi e gli archetipi, non se ne viene più fuori. Se ci si lascia assorbire dalla magia, dall'amore per il cinema, dalla voglia di divertire e far sognare e dalla capacità - buttala - di girare momenti d'azione vibranti, potenti, coinvolgenti e in cui si capisce cosa cacchio accada sullo schermo, beh, sono un paio d'ore da commovente sogno.

L'ho visto a inizio agosto qua a Monaco, subito prima di partire per Colonia, e mi sono tenuto da scrivere il post fino a oggi per stare dietro alle letargiche uscite italiane. Da qui la coincidenza della visione di Attack the Block. Comunque, guardatevelo al cinema, perché se lo merita. E pace per il doppiaggio.

[FF11] Attack the Block



Attack the Block (UK, 2011)
di Joe Cornish
con John Boyega, Jodie Whittaker, Alex Esmail

Non c'è, veramente, non c'è, non ci può essere e non ci sarà mai modo migliore di chiudere una rassegna come il Fantasy Filmfest che riempire una sala di gente e proiettare un film come Attack the Block. E, in maniera simile, non c'è modo migliore di guardare Attack the Block che infilarsi in una sala strapiena di gente pronta a divertirsi, gasarsi, ridere, ululare, applaudire, godere del divertimento puro che l'impressionante esordio alla regia di Joe Cornish è in grado di regalare. Compratevi il blu-ray, guardatevelo nella saletta di provincia, scaricatevelo con un torrent, fate come vi pare e gustatevi comunque un gran bel film, ma sul serio: se avete l'occasione, andate in un cinema pieno di gente, nachos, pop corn, coca cola e birra come è capitato a me. No contest.

Attack the Block è un gioiello, un film divertentissimo per lo spirito comico e allo stesso tempo di puro thrilling, il taglio action, la voglia di sorprendere, il ritmo e la bravura di Cornish, che ti piazza lì, come se niente fosse, almeno un paio di scene d'azione perfettamente costruite e realizzate, senza però sentire il bisogno di ostentare chissà quali virtuosismi. Dentro c'è tutto, veramente tutto, da Carpenter a Coppola, passando per Dante, Spielberg, McTiernan e la serie B dei mostriciattoli. Non c'è il citazionismo smaccato e fastidioso, ma c'è la voglia di omaggiare un certo tipo di fare cinema senza rinunciare al divertimento puro e coinvolgente di chi guarda. E cazzo, se è divertente.

La prima metà è da incorniciare, con quei loschi teppistelli incappucciati che aggrediscono la passante, per poi ribaltare il tutto trasformandosi negli adorabili protagonisti, condurti per mano nel block del titolo e regalarti la pioggia di alieni, la corsa agli armamenti e la bellissima e lunghissima fuga dal parco. Ma poi tutto il film, gli assurdi personaggi di contorno, la comicità perfetta, la puffettosità micidiale delle creature, le morti lancinanti, la bravura dei ragazzetti protagonisti, le musichette in stile Carpenter... aaahhh, mamma mia, ma che scrivo a fare? Bello, bellissimo, emozionante, appassionante, divertente. Un'ora e mezza di meraviglioso luna park, filtrato da una lente tutta brit pop che lo rende unicissimo. Fantastico.

Ovviamente, potendo, va visto in lingua originale. Certo, al prezzo di impiegare una mezz'oretta per cominciare a capire che cacchio di lingua parlino i teppistelli protagonisti, ma tanto leggo che funziona così anche per chi l'inglese lo parla dalla nascita, e comunque il film - incredibile ma vero - è scritto tremendamente bene anche in questo senso e nel modo perfettamente comprensibile in cui usa i suoi termini e le sue incomprensibili espressioni da cacaziretti di periferia londinese.

8.9.11

[FF11] The Revenant




The Revenant (USA, 2009)
di Kerry Prior
con David Anders, Chris Wylde, Louise Griffiths, Jacy King

Il tizio che faceva Takezo Kensei in Heroes, e che evidentemente interpreta solo personaggi immortali, è un soldato americano ucciso in missione che si risveglia nella sua bara dopo il funerale. Non si sa perché, non si sa percome, si sa solo che è un non morto, un po' zombi (l'aspetto e il "funzionamento" del corpo sono quelli) un po' vampiro (ha conservato l'intelletto, va in vulnerabilissima catalessi quando sorge il sole, si accontenta di bere sangue senza bisogno di masticare carne). Assieme al suo amico scemo, che in questo genere di film non può mancare, decide di unire l'utile al dilettevole e si trasforma in un vigilante non morto, che ammazza criminali per cibarsi.

Messa così pare una minchiata, e in effetti The Revenant è esattamente quello, ma lo è in maniera consapevole, voluta, divertita. Scemotto e demenziale, butta in campo comicità di grana grossa, battute, gag a getto continuo, seppellendo però il tutto sotto una patina depressa, grigia e pessimista che regala al film un taglio a modo suo particolare. Minchiatona è e minchiatona rimane, divertente e adattissima a scatenare applausi continui in uno scenario come quello del Fantasy Filmfest, ma certi lampi di cupa tristezza che si manifestano ogni tanto e quel finale così opprimente riescono comunque a lasciare il segno, magari proprio perché stonati rispetto al resto del film.

Il film è del 2009 ma, come tanti altri della rassegna, fino a oggi si è visto solo in giro per festival e occasioni speciali. Pare che quest'anno sarà distribuito negli Stati Uniti, magari poi seguirà anche altrove.



[FF11] In Her Skin / I Am You




In Her Skin (Australia, 2009)
di Simone North
con Guy Pierce, Miranda Otto, Ruth Bradley, Kate Bell, Sam Neill


Girato e distribuito in Australia nel 2009 e giunto altrove rimbalzando fra i festival, I Am You racconta l'allucinata storia di Caroline Reid, ragazza piuttosto squilibrata che in quel di Melbourne decide di farsi prendere dalla rabbia e dall'invidia e fa fuori una sua conoscente più bella, brava, semplice e fortunata di lei. Ispirato a una storia vera, anche se con qualche nome un po' cambiato, il film di Simone North si concentra su tre punti di vista differenti per raccontare la stessa vicenda, tramite gli occhi della vittima, dei suoi genitori, della carnefice. Ne viene fuori, soprattutto, un lavoro pazzesco di almeno tre attori.

Guy Pierce e Miranda Otto sono fenomenali nei panni di genitori attanagliati dal non sapere e dalla preoccupazione e il film è fantastico nel concentrarsi sulle loro umane reazioni senza uscire mai dal seminato, senza buttarla sul patetico o sull'esagerazione. Già solo per godere di questi due attori in azione, vale la pena guardarselo. E poi c'è Ruth Bradley, che interpreta la folle Caroline e fuori giri ci va più e più volte, ma riesce comunque a mettere sullo schermo un personaggio capace di provocare reale inquietudine nella sua disperata carica autodistruttiva.

A rovinare quello che sarebbe  potuto essere uno splendido film e finisce invece per vivere di alti e bassi ci pensa la regia di Simone North, che se da un lato firma con la scena dell'omicidio un momento lacerante, intenso per davvero, dall'altro tende a perdersi in insopportabili, presuntuosi svolazzi di macchina da presa e simbolismi da quattro soldi che nulla hanno a che vedere coi toni pacati del racconto. Se a questo aggiungiamo una colonna sonora insensata, con quei sussurri e bisbigli da Venerdì 13, davvero non si capisce che razza di idee schizoidi ci fossero dietro alla confezione di questo film. Ed è un peccato, però, perché nei suoi momenti buoni I Am You (o In Her Skin) è cinema davvero potente e che lascia il segno.

E poi c'è Sam Neill, che non fa molto più che interpretare il ruolo di Sam Neill, ma è pur sempre Sam Neill.

7.9.11

[FF11] The Divide


The Divide (USA, 2011)
di Xavier Gens
con Lauren German, Milo Ventimiglia, Michael Biehn

The Divide si apre sull'immagine di una bomba atomica che devasta New York e di un gruppo di poveretti che trovano rifugio chiudendosi nella cantina del loro palazzo. Come inizio, non si scherza affatto. Da questa premessa si sviluppa poi un film tutto claustrofobico, psicologico, ansiogeno e privo di speranza o vie di fuga consolatorie. Il mondo esterno viene appena intravisto, giusto in un paio di inquietanti occasioni, e per il resto le quasi due ore di pellicola sono interamente dedicate alla classica storia di gente confinata in uno spazio ristretto che se ne va psicologicamente in vacca.

Perché un film del genere funzioni fino in fondo, il bel talento visivo di Gens e le buone prove di quasi tutti gli attori sicuramente servono e danno una mano, ma contano fino a un certo punto e riescono a renderlo appena gradevole se la scrittura, come in questo caso, non è all'altezza della situazione. Tutto si svolge come da copione, con i personaggi psicologicamente più deboli che piano piano perdono il senno, seguiti poi a ruota da tutti gli altri, in una spirale di violenza psicologica, fisica, sessuale senza fine. I vari protagonisti cadono sempre più a pezzi, mentalmente e fisicamente, (anche se, ovvio, fra caduta di capelli, dimagrimento ed escoriazioni assortite sono quelli più antipatici a ridursi peggio, mentre i "positivi" mantengono tutto sommato un bell'aspetto fino alla fine) e piano piano si arriva a un atto conclusivo in cui è ormai tragedia spinta.

Alla fin fine The Divide non sarebbe neanche male perlomeno nelle intenzioni: tutto concentrato in un ambiente ristretto, concede davvero poco o nulla al lieto rassicurare lo spettatore e prova ad affondare anzi una coltellata - emotiva e letterale - dietro l'altra. Il problema è che i personaggi faticano ad andare oltre la macchietta e finiscono per ricordare più la teppa di Ken il guerriero che i protagonisti di un dramma fantascientifico. Se a questo aggiungiamo che le idee sono tutte concentrate nella prima parte, per poi lasciare spazio a una serie di sviluppi visti mille volte e che non hanno nulla di sorprendente, beh, allora è evidente che le ambizioni di Gens vanno oltre le capacità sue e di chi gli ha scritto il film. Anche se il finale è piuttosto efficace, bisogna ammetterlo.

Fantastico, comunque, scoprire che il tono di voce normale di Milo Ventimiglia non è il bisbiglio da ganzo che utilizza in Heroes


[FF11] Cat Run


Cat Run (USA, 2011)
di John Stockwell
con Paz Vega, Scott Mechlowitz, Alphonso McAuley, Janet McTeer

Cat Run è un film d'azione scemo e divertente, che però non riesce ad essere abbastanza divertente o d'azione per andare oltre lo status di scemo. Si sforza tantissimo, fra i protagonisti presentati con le sovraimpressioni ganze, i personaggi totalmente sopra le righe, l'abbondanza di split-screen e altre soluzioni visive à la page, il racconto esilino e tutto costruito su coincidenze, botte di fortuna e romanticismo, l'assenza di pudore nel mostrare sangue e carne, la comicità dell'assurdo e soprattutto gli attori che si divertono come matti a interpretare le loro sagome di cartone. Ma gli manca proprio la capacità di fare quel passo in più che ci vorrebbe.

Ed è una capacità che, probabilmente, manca soprattutto a John Stockwell, regista dalla carriera piuttosto anonima e non in grado di dirigere una singola scena d'azione davvero appassionante o di dare corpo a un film che per funzionare avrebbe bisogno di un manico vero dietro alla macchina da presa. Invece c'è un mezzo incapace che scopiazza in giro tutto quello che gli pare bello e lo schianta dentro alla rinfusa, senza aggiungere un'idea che sia una. E ci sono, anche, due protagonisti vagamente simpatici, ma proprio poco convincenti e incapaci di tenere testa, per presenza scenica e bravura, a chiunque passi loro davanti.

Poi, per carità, nonostante tutto, il film scorre, strappa qualche risata, riesce a sorprendere in un paio di occasioni e ha una spettacolare Janet McTeer che da sola vale la visione. Ma non riesce comunque a sollevarsi dal pantano del mediocre, oltre a lasciare addosso l'impressione di non essere altro che un tentativo impacciato e ritardatario di scopiazzare cose fatte (meglio) da mille altri.

Il paradosso è che sembra un bruttarello adattamento da un qualche fumetto americano recente a caso, di quelli con la gente che spara e dice battute ganze e politicamente scorrette. Ma non lo è.

[FF11] Snowtown



Snowtown (Australia, 2011)
di Justin Kurzel
con Daniel Henshall, Lucas Pittaway, Craig Coyne


Snowtown racconta la storia di John Justin Bunting, un tipetto simpatico famoso per essere il peggior serial killer nella storia dell'Australia e attualmente impegnato a godersi gli undici ergastoli che gli hanno appioppato. Nel portare avanti la sua gioviale attività, Bunting ha goduto dei servigi di un gruppetto di persone, che si sono fatte coinvolgere in maniera più o meno spontanea. Fra queste c'era il giovane James Spyridon Vlassakis, attraverso i cui occhi viene raccontato il film.

Il regista Justin Kurzel sceglie un approccio quasi documentaristico, certo non da appassionante thriller o poliziesco, e mette in scena soprattutto la triste e monotona vita da periferia cittadina. Racconta di una qualunque famiglia squattrinata, di ragazzi che crescono senza una figura paterna e patiscono crudeltà e difficoltà di vario tipo. E mostra l'arrivo di Bunting in questo contesto. Un uomo che si presenta come amico e confidente, che conquista la fiducia di tutti quelli che gli stanno attorno e che sembra avere anche le proprie ragioni nel modo in cui indirizza la propria rabbia contro i (presunti) pedofili e altri tipi di personaggi.

Lento, stordente, ammorbante, ma capace di assorbire completamente proprio grazie al suo stile straniante, Snowtown si trascina sulla noia micidiale di una vita senza sbocchi, mette a disagio vero prima ancora di versare una singola goccia di sangue e colpisce come un macigno nelle sue esplosioni di violenza fuori campo. Tanto Bunting costringe Vlassakis al coinvolgimento nei suoi particolari hobby, quanto il regista Justin Kurzel trascina lo spettatore in quello stesso mondo. A tradimento, di sorpresa, sbattendoglielo in faccia all'improvviso. E poi diventa davvero difficile uscirne.

Fra l'altro ha un'estetica e un ritmo tremendamente da film dei Dardenne, anche se la poetica è piuttosto diversa, molto più storta. Kurzel potrebbe essere il terzo fratello, quello squilibrato e di cui si vergognano.


6.9.11

Ciao Italia!


Hhahahah, sarà un caso, magari mi confondo, ma mi pare proprio il video che ho caricato io su Youtube e che magari chi segue il mio misero blog aveva visto in questo post qui. Un bacio a Repubblica.it, nel caso, lieto di aver contribuito alla vostra giornata con un filmato che han visto in oltre novantamila, vale a dire il triplo delle persone rispetto a quello che sta al secondo posto. 

Certo, il mio video su Youtube l'han comunque visto in dodicimila e passa, che, hahahaha, è anni luce sopra a qualsiasi cosa abbia mai messo su Youtube, ma vuoi mettere?

[FF11] Perfect Sense




Perfect Sense (UK, 2011)
di David Mackenzie
con Eva Green, Ewan McGregor

Siccome non bastava il Fast & Furious d'autore, adesso abbiamo anche il 2012 d'autore. E pure questo è uno spettacolo incredibile. Il tizio che sale sul palco prima di (quasi) ogni film al Fantasy Filmfest ha introdotto Perfect Sense in maniera piuttosto roboante. Almeno credo, dato che non capisco il tedesco. Ma insomma, ho captato che lo considerava l'highlight del festival e che a un certo punto ha citato Roland Emmerich. Questa introduzione, un trailer che fa il misterioso e un avvio di film un po' pomposo mi hanno, devo dire, piuttosto mal disposto. Il che, se vogliamo, rende ancora più forte il mio essere uscito dalla sala emozionato, estasiato, gasato e considerare Perfect Sense una delle robe più belle che abbia visto quest'anno.

Il racconto è semplicino e parla di fine del mondo o, meglio, dell'umanità. Si ipotizza un virus - o qualcosa del genere - che va a colpire l'intera popolazione del pianeta privandola dei cinque sensi, uno per volta. E ogni perdita è anticipata da uno sfogo emotivo fortissimo. Il primo passo, per esempio, è un'eccesso improvviso d'ansia, disperazione, rimorso, cui fa seguito la scomparsa dell'olfatto. E via a proseguire, verso un finale senza uscita. Tutto questo non viene però raccontato con una visione d'insieme, con scene di massa e catastrofi assortite, ma attraverso le vite dei due protagonisti e delle persone che ruotano loro attorno.

Al di là di qualche breve inserto di montaggio, ritmato dalla voce narrante di Eva Green che illustra gli effetti della malattia, tutto il film si concentra su come i due personaggi affrontano l'esplodere della loro storia d'amore e l'implodere della vita umana. Tremendamente romantico e malinconico, nonostante un'apparenza fredda e intellettuale, Perfect Sense si prende il lusso dello sguardo circoscritto, mostra l'apocalisse tramite il panico del singolo individuo e mette in scena un trasporto poetico efficace, delicato, mai forzato. Ricercato e affascinante, dipinge un'umanità che si aggrappa disperatamente a quel che le rimane, adattandosi ogni volta che perde un pezzo e cercando di continuare a vivere nonostante tutto, scoprendo nuove forme, colori insospettabili, passioni che un tempo non esistevano. Un film bellissimo, intelligente, molto ben recitato, pieno di invenzioni e capace di emozionare per davvero.

Oh, magari esagero, magari è solo perché non sapevo bene che aspettarmi, ma insomma, davvero, mamma mia.

Italia vs Israele - 95 a 96


Non è che ci sia troppo da stupirsi, perché in fondo questo è esattamente quello che ti aspetti da una nazionale italiana, però davvero, dopo tutte le parole spese sul fatto che, sì, certo, dispiace, è una delusione andare a casa, ma tutto sommato la squadra è da lodare per l'impegno, la voglia di crescere e giocare nel modo giusto, la capacità di dare il massimo e i progressi fatti, ti ritrovi un match conclusivo in cui quella stessa squadra fa talmente merda da generare questo simpatico teatrino:


Eh. Il torneo è finito, le palle sono già sull'aereo per casa, la partita contro Israele la si affronta giusto perché costretti. Alla faccia della professionalità, della stima per il lavoro del gruppo, dello spirito nuovo visto in campo e pure del fatto che, oh, tanto per gradire, i punti fatti qui servono per semplificare il cammino alle qualificazioni dell'anno prossimo. Niente, presi a ceffoni da una squadra priva del loro talento migliore, messi sotto da gente che - loro sì - davvero tira fuori le palle e la voglia di dare sempre il massimo. Poi, per carità, meno male che è arrivato il moto d'orgoglio e gli italiani han provato a vincerla, piazzando una rimonta tutta difesa che ha dell'incredibile e arrivando a giocarsela punto a punto.

Solo che poi si è ripetuta la solita tarantella, con gli azzurri che non riescono a gestire le partite tirate fino in fondo e, pur piazzando qualche giocata di spessore (e di culo) che porta ai supplementari e quasi regala la vittoria, mettono sul piatto due o tre scemenze colossali. E niente, si perde anche questa. E in tutta franchezza, anche se sulla rimonta mi sono gasato, anche se tifavo e speravo, anche se mi spiace che Bargnani saluti l'Europeo con quella fesseria finale, perché il suo Europeo sarà ricordato per quella e non se lo merita, visto come ha giocato... giusto così. Giusto sucarsi il bagno d'umiltà poi invocato da Hackett.

Per carità, le considerazioni generali fatte dopo la partita con la Francia rimangono, ma, se la testa è questa, c'è davvero ancora tanto da crescere, a prescindere da tutte le pippe mentali sul playmaking assente, sulla mancanza di corpaccioni, sulle scelte discutibili, sulla poca esperienza e sulla sfiga. Che valide lo sono e lo rimangono, eh. Però, davvero, ma dai, ma che cazzo è?

La sbraitata di Pianigiani, casomai: "Bisogna che si giochi con un po' di dignità! Con un po' di anima, cazzo, nessuno fa un salto! Un fallo, quella palla lì! Facciamo a cazzotti, almeno! Ma che cazzo avete dentro?!?" Poi dice anche "Porca troia!", ma me ne sono accorto tardi. Comunque, con questa mi sono visto pure una partita con telecronaca in russo. Hahahaha, è fantastico.

5.9.11

Italia vs Francia - 84 a 91


Disclaimer: questo post è stato concepito prima che si giocasse la partita conclusiva del girone, ma non ho poi fatto a tempo a pubblicarlo perché ero preso da altre cose. Mi spiace modificarlo, quindi lo pubblico così. 

E con una prevedibile sconfitta "a testa alta" l'Italia se ne esce anche da questo Europeo, dopo aver giocato un intero match alla pari con una Francia che ha legittime ambizioni di medaglia (ma che non mi sembra comunque all'altezza di una Spagna). L'esito della partita non è stato troppo diverso da quanto visto con Serbia e Germania, anche se sono i dettagli a fare un po' la differenza. L'Italia ha messo complessivamente in campo una prestazione che non va molto lontana dal meglio che questi giocatori sono in grado di offrire oggi, e per tre periodi di gioco ha sostanzialmente tenuto in mano la partita, pur senza riuscire mai a prendere davvero il largo. Poi, però, quando si è arrivati a giocare punto a punto, ancora una volta è venuta fuori la squadra più esperta, quadrata, magari anche talentuosa, ma soprattutto in grado di gestire la situazione. E, non va neanche dimenticato, è accaduto con Tony Parker in panchina.

Rispetto a quanto visto in partite precedenti, però, non si può certo dire che l'Italia si sia sciolta, anzi, tutt'altro, specie se consideriamo che, di fatto, Bargnani ha avuto in mano il tiro che poteva valere la vittoria, ed era un tiro tutt'altro che forzato, anzi ben costruito, giusto. Poi la palla è uscita, ma del resto è così che funziona il giochino e con qualche palla in più dentro o fuori magari adesso si gongolava per il passaggio del turno. Bargnani, a proposito, ha giocato ancora molto, molto bene, proseguendo la crescita messa in mostra e dimostrando di avere grinta anche quando la partita scotta. In questa partita, poi, incredibile, si è visto perfino un Belinelli quasi degno, non tanto per quei due o tre tiri sparacchiati entrati per miracolo, quanto per la voglia di attaccare il canestro e farsi sentire. In compenso, ancora una volta, è mancato Gallinari, e si sono visti tutti i limiti della squadra.

Di fondo, però, l'Italia esce dal torneo consapevole di essersela giocata alla pari con delle squadre di livello e del fatto che, se magari non ci si fosse qualificati dalla porta di servizio e si avesse avuto quindi a che fare con un girone meno competitivo, poteva arrivare anche qualcosina in più. Di sicuro abbiamo visto della crescita, un gruppo che giocava come squadra e con voglia di impegnarsi e difendere, un allenatore che qualcosa provava a fare, un Bargnani in grado di comportarsi da leader. Ci sono pure stati degli errori fastidiosi ma figli dell'inesperienza di tutti (compreso Pianigiani, che non è necessariamente nato imparato per questo contesto), c'è stato un Belinelli che francamente temo ormai sia questo e ce lo dobbiamo tenere, e c'è stato un Gallinari che - al di là di qualche sprazzo - ha mostrato tutta la sua inesperienza. 

Epperò uno può comunque uscirne con dell'ottimismo, prendere nota dei passi avanti compiuti e pensare che fra due anni, magari, saremo lì a giocarcela apertamente, più pronti, più in grado di dire qualcosa di importante. Fermo restando che i problemi rimangono. Che se le risposte sono Crosariol e Cusin le domande forse è meglio non farle. Che tocca davvero sperare che Gentile junior diventi degno del padre e possa dare alla nazionale il playmaker che le serve. 

Io, comunque, non posso fare a meno di continuare a chiedermi cosa ci faccia Datome in nazionale se poi deve passare il tempo a scaldare la panchina. E, volendo, mi chiedo anche se tutto sommato Poeta una chance non se la meritasse. Specie considerando che Maestranzi non ha combinato un tubo ed è di fatto sprofondato nella panchina quando contava davvero.

[FF11] Red State



Red State
(USA, 2011)

di Kevin Smith
con Michael Parks, John Goodman, Michael Angarano, Nicholas Braun, Ronnie Connell, Melissa Leo, Kerry Bishé

Posso fare a meno di aprire il post su Red State con la tiritera su Kevin Smith, sul personaggio Kevin Smith che ultimamente ha preso a starmi un po' sui maroni, sul fatto che sono riuscito a farmi piacere più o meno tutti i suoi film fino a Jersey Girl (compreso Jersey Girl) ma Clerks II mi ha fatto piuttosto cacare, non ho visto Zack & Miri e Cop Out m'è parso gradevole, anche se più per meriti di Tracy Morgan che altro? Uhm, no, mi sa che non posso. Comunque, quando lo Smith se n'è saltato fuori con questo progetto sfizioso e con quel trailer davvero intrigante, non so perché mi sono convinto che si fosse messo in testa di girare un torture porn, o come cacchio si chiamano adesso le robe in stile Hostel. E che sarebbe venuta fuori una schifezza. E invece Red State è una cosa ben diversa, che tutto sommato non mette in mostra particolari dosi di violenza esplicita insistita (giusto qualche pistolettata) e che si gioca tutto sull'atmosfera e sull'ansia. E non è una schifezza.

Faccio pure fatica a considerarlo un horror vero e proprio, checché ne dica Smith, perché di fatto non c'è questa gran ricerca della tensione o dello spavento. C'è un racconto semplice semplice, che parte sì dalle classiche premesse da film horror (ragazzi arrapati in cerca di sesso, troveranno guai) e per un attimo sembra davvero andare nella direzione di Hostel, ma si dirige poi in un territorio tutto suo, fatto di amoralità, disinteresse per uno sviluppo classico o prevedibile, critica insistita a un po' tutto e tutti, sparando a caso in ogni direzione.

Ispirandosi al reverendo Fred Phelps e alla sua simpatica congrega battista, Smith sembra quasi voler spiegare a tutti quanti che in realtà è molto più capace di quanto si pensi. La sceneggiatura è micidiale, perfetta nel suo prendersi i tempi che servono e costruire la tensione con uno sviluppo dalla lentezza lancinante, puntuale nei rarissimi accenni di risata, ottima nel tratteggiare i vari protagonisti esattamente per quel che servono. Non si prende le parti di nessuno, anche se è evidente che ci sono personaggi per i quali è più facile simpatizzare, e si lascia spazio a una direzione del film e degli attori incredibile, che zittisce tutti quelli che han sempre considerato Smith una capra. Certo, poi aiutano le interpretazioni notevoli di praticamente tutti gli attori coinvolti, ma è proprio il film tutto a funzionare davvero, forse anche e soprattutto per la sua capacità di sorprendere fino in fondo lo spettatore che vi si presenta davanti più o meno vergine, oltre che per la subdola bravura nel dipingere una situazione totalmente assurda senza sconfinare nel ridicolo, ma ricordandoti anzi che, tutto sommato, robe del genere, nella pazza pazza America, sono sempre dietro l'angolo.

Guardando il film ho realizzato che il "God Hates Fangs" di True Blood fa riferimento al "God Hates Fags" motto della chiesa di Phelps. Non ci avevo mai pensato, sono parecchio stordito.

[FF11] Super




Super (USA, 2010)
di James Gunn
con Rainn Wilson, Ellen Page, Liv Tyler, Kevin Bacon, Michael Rooker

Nel momento in cui per la prima volta la DC riesce a portare al cinema qualcosa che non sia Batman o Superman, la Marvel riesce a organizzare un mega cross-over fra sei film distribuiti nell'arco di cinque anni, ci sono altre due o tre saghe di roba sui supereroi apprezzata da critica e pubblico, è in lavorazione un sequel di Ghost Rider con Nicolas Cage che piscia fiamme e siamo addirittura ai sotto-generi radicati, con quattro esponenti per il filone dei supereroi sfigati e fatti in casa, beh, è evidente che i tizi in calzamaglia non ce li leveremo dalle scatole per un bel po'. Oppure il genere sta per implodere e collassare su se stesso, può anche essere. Comunque, nel caso specifico, viene spontaneo chiedersi se dopo Special, Defendor e Kick-Ass ci sia ancora spazio per un nuovo rappresentante della categoria. Eh, dipende. Per dire, a un film il cui trailer si presenta con "From the lunatic who directed Slither" gli si vuole già bene a prescindere. Anche perché io, al lunatico James Gunn e al suo adorabile Slither, voglio in effetti un gran bene. 

Lo spunto che differenzia Super dai suoi predecessori, comunque, sta nella natura del protagonista, che questa volta non è semplicemente uno sfigatello nerd o un povero ritardato, ma uno squilibrato vero. Uno che decide di mettersi in costume dopo aver avuto una visione mistica in cui dei tentacoli in stile Urotsukidoji gli aprono la capoccia, l'enorme dito di Dio gli tocca il cervello e Nathan Fillion vestito da Holy Avenger gli dà un paio di dritte. Un tizio seriamente pericoloso, che procede a tentoni e si agita sostanzialmente preda della rabbia per l'amor perduto, abbattendo a colpi di chiave inglese sulla fronte piccoli e grandi criminali, ma anche gente che - per dire - salta la fila al cinema.

Ed è seguendo la sua furia psicolabile che il film abbandona i temuti toni da Sundance Festival accennati in avvio per andare alla deriva verso un fiume in piena di improvvisi, fortissimi, raptus violenti e comicità dell'assurdo. Anzi, ancora meglio: Gunn riesce a mescolare le due anime, sfruttando non a caso una folle e ottima Ellen Page e partorendo un film che riesce a ritagliarsi un'identità tutta sua, che ti fa innamorare dei suoi personaggi squilibrati e che ti appassiona con la sua narrazione schizoide. Insomma, una figata.

Ha forse solo un po' il "problema" che il trailer rischia di attirare un pubblico non necessariamente avvezzo ai crani scoperchiati mostrati dal film. Voglio dire, il trailer di Slither era decisamente più sincero.

[FF11] Stake Land


Stake Land (USA, 2010)
di Jim Mickle
con Connor Paolo, Nick Damici, Kelly McGillis, Danielle Harris, Michael Cerveris

Prendete Zombieland. Sostituite tutta la sua ironia, la sua voglia di divertirsi, i suoi toni simpaticamente sopra le righe con un clamoroso prendersi sul serio in ogni suo elemento. Mettete una specie di Tom Savini tutto convinto e piuttosto ridicolo al posto di Woody Harrelson. Poi un ragazzetto anonimo dalla voce narrante insopportabilmente seriosa, con frasi che nemmeno in Ken il guerriero, al posto di Jesse Eisenberg e del suo adorabile blaterare nerd. Quella sfigata di Danielle Harris al posto di Emma Stone. Kelly McGillis vestita da suora al posto di Bill Murray. Aggiungete un idiota pelato che si spara le pose da super cattivo per movimentare un po' l'azione. E ovviamente - altrimenti non si spiega il titolo - sostituite gli zombi con i vampiri più tristi, ridicoli, brutti e per nulla spaventosi che possano venirvi in mente. Ecco, questo è Stake Land.

Il paragrafetto in inglese sul catalogo del Fantasy Filmfest lo descrive come il film che 30 giorni di buio avrebbe dovuto essere. E, pur con tutti i limiti che 30 giorni di buio aveva, sorge spontaneo un mapeffavore. Sempre in quella descrizione, viene detto che Stake Land potrebbe ricordare Zombieland e The Road. E se del primo ho già detto, per quanto riguarda il secondo, il "vorrei ma non posso" si fa ancora più colossale. Ma in effetti, sì, è vero: Stake Land ha un po' quelle ambizioni lì, quelle del film post apocalittico serio, deprimente, malinconico e che ti mette addosso tristezza. Il problema è che è proprio il film a mettere addosso tristezza. L'unica cosa degna è la bionda che appare negli ultimi cinque minuti. E mi sembra un po' poco.

Fra l'altro a me Zombieland manco ha fatto impazzire.

4.9.11

[FF11] A Horrible Way to Die


A Horrible Way to Die (USA, 2011)
di Adam Wingard
con Amy Seimetz, AJ Bowen, Joe Swanberg

A Horrible Way to Die è una specie di A letto con il nemico, con un'aggiuntina di True Lies, diretto dal fratello scemo di Paul Greengrass. Solo che a descriverlo così gli si fa un disservizio, perché in realtà, se si assume un antiemetico prima della visione, si scopre un gran bel film, si riesce a scorgere una cura visiva di spessore e ci si gode pure una manciata di ottime interpretazioni. Il problema è che Adam Wingard fa di tutto per nascondere le doti del suo film, convinto che sia ganzo agitare la macchina da presa come uno scemo qualsiasi cosa succeda. Stiamo parlando di uno convinto che sia il caso di sostituire le dissolvenze con la tremarella. Sul serio: nei momenti in cui è evidente che avrebbe voluto mettere una dissolvenza, invece di mettere una dissolvenza comincia ad agitare la macchina da presa ancora più forte, fino a che non si capisce più nulla.

Ad ogni modo. Sarah, erede di Julia Roberts, sta cercando di rifarsi una vita. Ex alcolista, è sobria da tre mesi, ha conosciuto un ragazzo molto dolce e di cui potrebbe innamorarsi, si è lasciata alle spalle il passato. Solo che in questo film il passato non è un marito un po' troppo manesco come il caro vecchio Patrick Bergin, ma un serial killer che mette le donne nel bagagliaio, le porta in campagna e le strozza, o magari le sgozza, le getta nella vasca da bagno, le fa a pezzi, le imbusta e poi le butta nel cassonetto. Quando tornava a casa, però, questo squilibrato era un marito modello, un coccolone orsetto del cuore che nascondeva il suo hobby alla moglie. Tant'è che la nostra protagonista non ha finto la morte gettandosi in mare dallo yacht per fuggire da un matrimonio che la esasperava. No, ha sgamato l'attività segreta del marito pedinandolo, magari perché convinta di essere cornuta, e l'ha denunciato alla polizia. Considerando che il film si apre sul maniaco in questione che evade, capite bene che la situazione non è delle più rosee. 

Ora, prendete questo scenario, mescolate tutto quanto detto in avvio (una bella cura per l'immagine, degli ottimi attori e, ahinoi, una regia piuttosto fastidiosa) con un'atmosfera ammorbantissima e con una parte finale piuttosto imprevista e davvero gagliarda. Si ottiene un ottimo film che avrebbe potuto essere grandissimo, e che magari, se piacciono quelle regie un po' pazzarielle e tutte tremolanti, finisce per esserlo.

Wingard, comunque, prende per il culo: gli unici momenti in cui l'inquadratura sta ferma sono quelli in cui i personaggi vanno in macchina. Dai.