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31.12.11

Stop


Trentasette post in un mese non è record per questo blog ma davvero poco ci manca. Il periodo è produttivo, ho voglia di scribacchiare, tutto molto bello. Adesso, però, me ne vado qualche giorno in montagna a rilassarmi e cazzeggiare attorno al cambio d'anno. E non so quanta voglia avrò di mettermi a scrivere, mentre starò poltrendo al calduccio con in mano un buon libro (a proposito: sto leggendo Friday Night Lights, davvero molto bello). Insomma, il blog si ferma per qualche giorno, e tanto non se ne accorgeranno neanche quei pochi che mi seguono regolarmente, dato che avranno tutti di meglio da fare. Buon anno, buone pappe, non sparate nulla in faccia a nessuno, fate i bravi.

Che poi già ci sono, in montagna. Questo post è uscito in pubblicazione automatica.

30.12.11

Scream 4


Scream 4 (USA, 2011)
di Wes Craven
con Neve Campbell, David Arquette, Courteney Cox

Inquadriamo un attimo la situazione. Siamo al termine della meravigliosa decade 0 & 0. Durante i dieci anni trascorsi dall'uscita di Scream 3, gli unici membri ricorrenti del cast originale ad aver combinato qualcosa sono quelli che ci hanno lasciato le penne. Liev Schreiber si è messo alle spalle una cinquantina di film e pure l'apprezzata regia di Ogni cosa è illuminata, mentre Jamie Kennedy si è distinto per l'alcolismo e le figure da idiota in mondovisione (ok, questa non è una gran carriera, ma perlomeno ha fatto parlare di sé). E gli altri? Neve Campbell è scomparsa dal pianeta mentre diventava sempre più sciura, David Arquette ha conquistato il titolo WCW e non è neanche riuscito a goderselo perché faceva il fan contrariato, Courteney Cox si è trasformata in un canotto e ha provato a riciclarsi coi ruoli sexy da panterona fallita, Kevin Williamson è crollato nell'anonimato delle sue sceneggiature per la TV e Wes Craven è ripiombato nella china da registucolo mediocrello. Visto il ritratto, non ci si può certo stupire se finalmente la cricca decide di riprovarci e, all'insegna del tripudio di remake, sguardi al passato e seguiti fuori tempo massimo che vanno per la maggiore, si getta con tutto il cuore nel più volte fantasticato progetto Scream 4.

Chiaramente, visto il tempo trascorso e visto che gli anni passano, bisogna inventarsi qualcosa per portare avanti il racconto del trio ormai invecchiatissimo senza alienarsi il target di riferimento dei giovincelli. Enter la cugina di Sidney, con quindi un grandissimo ritorno del liceo di Woodsboro, dei nerdacchioni del club di cinema e soprattutto della compagna di classe mostruosamente gnocca e destinata a fare una gran brutta fine. Fosse anche solo per questo ritorno netto ai personaggi adolescenti e allo sfondo di esplosioni ormonali, storielle d'amore e fidanzati che magari sono anche un po' assassini, Scream 4 è mille volte più Scream di Scream 3. In più c'è anche Kevin Williamson, che ce la mette tutta per dimostrarsi ancora in formissima e sicuramente riesce a centrare il tono giusto per la serie - bella forza, l'ha creata lui - e a riproporre quell'equilibrio fra gag, meta-minchiate e horror. Insomma, tutto bene? Mh.

Il più grosso limite di Scream 4, al di là del fatto che tutta la faccenda del secondo episodio che era peggio per forza aumenta inevitabilmente a valanga quando arrivi al quarto quindici anni dopo, sta proprio nell'approccio di chi scrive alla materia che vuole prendere per il culo. I primi due Scream urlavano amore e passione smisurata da tutti i pori. C'era uno sceneggiatore in piena forma che si divertiva a giocare, a prendere amorevolmente in giro e a scardinare un materia che conosceva e amava alla follia, riuscendo nel frattempo a mettere in mostra la sua conoscenza enciclopedica dell'argomento senza risultare fastidiosa maestrina. In Scream 4, invece, sembra avere a che fare con qualcosa che gli sta sulle palle, che critica superficialmente senza conoscerlo più di tanto. Sale sul piedistallo e ci spiega quanto sia andato a catafascio l'horror negli ultimi anni, sparando a raffica su tutto quel che è successo da quando lui ha scelto di dedicarsi ad altro: torture porn, filone giapponese, mania dei remake, serializzazione estrema e pure un veloce accenno all'horror da videoamatori stile Blairwitch/Rec/Paranormalattività. Non manca nulla e tutti si beccano il predicozzo, anche se poi ci si concentra solo su alcune cose in particolare (i remake, ovvio, perché rappresentano il filone che a noi vecchi scoreggioni infastidisce di più e perché, se professi amore per l'orrore di venti e trent'anni fa, certo non puoi metterti a criticare la serialità). Il risultato, pur coi suoi bei momenti, è quello del babbo settantenne che prova a fare il ganzo al concerto di Lady Gaga con la nipotina, o del papà che tenta di parlare gggiovane col figlio. Apprezzi lo sforzo, ti fa pure simpatia e tenerezza, ma babbo adesso vai in salotto a guardare la partita che noi qui abbiamo da fare. E chiudi la porta. Grazie.

Poi però leggi su Wikipedia che Williamson avrebbe a un certo punto mollato la produzione per altri impegni e le stesure successive della sceneggiatura sarebbero state messe in mano alla stessa persona che aveva sbagliato così violentemente il tono e gli equilibri di Scream 3. Esatto, Ehren Kruger. E allora, nonostante Kruger non venga citato nella scheda su Internet Movie Database, ti viene il dubbio che tutto ciò che il film ha di sbagliato sia colpa sua e quel che si salva venga dal Kevin. L'impressione di vecchiume non cambia di una virgola, ma certo si spiegano meglio un paio di cose. Del resto, i due episodi scritti da lui son belli, no? E il finale originale di Scream 2, quello ideato prima di dover riscrivere tutto a causa dell'internet, era talmente sopra le righe da sembrare ancora più ganzo, no? Insomma, è tutta colpa di Ehren, cattivo Ehren.

Dopodiché, intendiamoci, Scream 4 si lascia guardare, ha un paio di momenti piuttosto azzeccati e, pur suonando stanco, forzato e molto più vecchio dei primi due episodi girati oltre un decennio prima, ha una scena con dell'intestino appoggiato sul letto che è sempre un piacere ed è pure una novità per una serie mai particolarmente splatter. E i meta-giochini, a tratti, sono pure divertenti. L'idea del killer che ammazza facendo il remake del primo Scream, per esempio, garantisce un po' di ritorni sul luogo del delitto, magari banali ma di un certo effetto. E poi funziona anche l'idea di elevare tutto a potenza (per dirne una, Scream è fermo al quarto episodio, Stab è già arrivato al settimo), cambiare regole ogni due scene e creare un gran casino, per fare in modo che non si capisca niente. E, in effetti, in certi passaggi non si capisce davvero che stia per succedere e il susseguirsi degli eventi è talmente a caso che in un paio di occasioni riesce a stupirti. Il prologo, pure, strappa almeno un sorriso, perché Williamson sa di non poter più giocarsela davvero sullo stesso terreno e spinge allora sull'arrotolamento totale con il film nel film nel film, che alla fin fine è davvero divertente, anche se magari di spaventi ce ne sono pochi. E poi c'è Aimee Teegarden che fa una battuta su Friday Night Lights, o forse non la fa e sovrainterpreto io, ma insomma, il punto è anche un po' quello: è talmente tutto forzato che non sai neanche più se le citazioni sono volute o te le stai inventando.

Poi ci sarebbe pure da dire che è divertente osservare come il mondo sia cambiato in dieci anni e oggi ci siano gli smartphone, Facebook, l'app per fare la voce di Ghostface e, insomma, tutte quelle cose che all'epoca del primo Scream erano fantascienza, ma non vorrei dare l'impressione che si tratti di un argomento affrontato in profondità o dicendo cose intelligenti, quindi spoiler.

(Spoiler Space)

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La cosa più assurda di Scream 4 è una Courteney Cox che davvero, poveretta, è diventata inguardabile e si aggira per il set con l'aria di un'attrice novantenne ormai  tenuta in piedi dal silicone e trascinata a forza alla serata di gala che non le interessa ma a cui deve partecipare per questioni di jet-set. Il suo modo veramente pessimo di affrontare la vecchiaia colpisce tanto quanto quello del film in generale e diventa ufficialmente il meta-tema portante del tutto. Non troppo lontano vanno comunque gli altri due reduci, davvero fuori tempo massimo (anche se David Arquette che si è fatto grande e ora ha la voce grossa e sembra un bimbo adulto è tutto sommato quello che ne esce meglio). Tre attori fuori contesto, in un film che non appartiene loro, messi lì perché non puoi farne a meno, con una serie di ragazzetti inutili a popolare il resto dello spazio. Ti viene da dare per scontato che si stia organizzando un passaggio di consegne, per lanciare una nuova trilogia, e che i vecchietti si divideranno fra quelli che ci restano secchi e quelli che trovano un motivo per levarsi dalle scatole. E invece, sorpresa, muoiono tutti i ragazzini e gli adulti la sfangano ancora una volta, generando quello che di fatto non è altro che un capitolo aggiuntivo, con la sua aria da ultima uscita che chiude tutto ciò che era in sospeso senza che comunque nulla impedisca, volendo, di fare un quinto film inventandosi un altro parente a caso da far impazzire.

Di buono c'è che il finale, ancora una volta, ti frega, da un lato perché come al solito hai davvero pochi elementi per sgamare i colpevoli (perlomeno fino a che non son rimaste in vita quattro persone in croce: a quel punto, lo ammetto, li ho beccati), dall'altro perché si punta una volta tanto il dito su quello simpatico e un po' scemo (la famosa tecnica Keyser Soze), mentre a fargli da complice c'è quella teoricamente preposta al passaggio di consegne. Certo, non posso esimermi dal fare lo spaccamaroni che aborre il lieto fine e chiedermi se non sarebbe stato divertente un finale in cui Jill la sfanga e ci leviamo dalle palle perlomeno Sidney, ma insomma, sarebbe stato forse osare troppo.

Ma mi sto perdendo. Questo film è talmente confusionario e accartocciato che mi manda in palla anche mentre cerco di scriverne. La sostanza, in realtà, è piuttosto semplice. Scream 4 è un quarto episodio di una serie horror, e questo in linea di massima dice già tutto. Ma è anche un quarto episodio di una serie horror che si lascia guardare, è scritto e diretto in maniera degna, è moderatamente divertente e alla fin fine si tiene in piedi con discreto mestiere, senza tradire particolarmente lo spirito con cui tutto ha avuto inizio. Non è che mi vengano in mente molti altri quarti episodi, horror o meno, altrettanto riusciti. Potevamo farne a meno, ma poteva pure andare molto peggio, anche se gli incassi tiepidi fanno presumere che sia finito tutto (o, alla peggio, che proprio per colpa dell'episodio che critica i remake la serie sia destinata a ripartire un giorno sotto forma di remake). Di sicuro, l'impressione è che ormai il povero Wes Craven ce lo siamo giocato. Ma insomma, ha una certa età, possiamo farcene una ragione.

L'edizione in Blu-ray, perlomeno quella tedesca presa al noleggio sotto casa, è molto buona e ha pure un sacco di extra divertenti, che lasciano in bocca un sapore sicuramente più gradevole rispetto al finale  del film. Segnalo:
- l'inizio alternativo, che non è neanche male per il modo in cui la butta ancora più sul ridere, anche se ci si perde la battuta sulle tette di Aimee Teegarden;
- un finale alternativo ancora più triste di quello usato nel film;
- la classica serie di scene tagliate che hanno fatto benissimo a tagliare perché erano superflue, inutilmente didascaliche o magari solo brutte;
- una scena tagliata che in realtà nel film c'è;
- un divertente gag reel, in cui fra le altre cose si vede che durante le riprese era un continuo di gente mascherata da Ghostface che saltava fuori da posti a caso (l'armadio, la porta, la tazza del cesso... ) quando non era previsto e spaventava a morte gli attori;
- David Arquette che - sempre nel gag reel - durante una scena ambientata in bagno si apre la patta e comincia a pisciare per davvero, mentre Courteney Cox prova a rimanere seria e i due arrivano comunque in fondo al dialogo.

29.12.11

Scream 3



Scream 3 (USA, 2000)
di Wes Craven
con Neve Campbell, Courteney Cox, David Arquette

Se c'è una singola cosa di cui la saga di Scream può vantarsi è la coerenza e costanza stilistica, qualitativa, di registro. D'altra parte è un rarissimo (unico?) esempio di serie capace di vantare quattro episodi diretti tutti dallo stesso regista, tre dei quali firmati dallo stesso sceneggiatore. Alla fine stanno tutti lì i suoi pregi e i suoi difetti. Scream 3, ahinoi, è appunto il capitolo orfano del creatore Kevin Williamson e, per quanto magari possa seguire le idee che ciccio Kevin aveva forse delineato ancora nel 1995, la sceneggiatura è farina del sacco di Ehren Kruger. Che all'epoca aveva dalla sua il cognome craveniano e l'aver scritto l'ottimo Arlington Road, oltre al fatto di non essersi ancora reso responsabile di una serie di "gioielli" culminata con gli ultimi due Transformers.

E come se l'è cavata, con Scream 3? Mh. Ha tirato fuori un filmetto divertente, che però travisa un po' quello strano equilibrio, magari anche squilibrato, fra horror, commedia e pippa mentale che caratterizzava i primi due episodi, per buttarla sulla farsa. Scream 3, che pure, tutto sommato, preso alla sua maniera, è un film divertente (nel senso che fa ridere), ed è anche una chiusura quasi degna del racconto, con il passaggio definitivo all'età adulta e il cerchio delle sfighe di Sidney che si chiude, è talmente una commedia, punta talmente tanto sugli equivoci e sulle gag ed è così sbracato nei suoi meta-discorsi da farti venire il dubbio di stare guardando il nuovo Scary Movie. Lo spunto di partenza porta oltre ogni limite l'arrotolamento, con la serie di Stab (il film nel film che nella finzione marcia sugli eventi di Woodsboro per macinare soldi) arrivata anch'essa al terzo capitolo, in produzione durante gli eventi di Scream 3. E da lì va tutto in discesa.

Invece di vedere uno Stab 3 ispirato agli eventi di Scream 3, vediamo l'assassino di Scream 3 che uccide seguendo la sceneggiatura di Stab 3 (ma non si sa quale, fra le tre diffuse su internet per evitare spoiler, con un riferimento a quanto accaduto durante la lavorazione di Scream 2). Sidney e compagni vanno a indagare a Los Angeles, sul set del film, liberando la piazza per meta-meta-meta scene ambientate sul set di Stab 3 che riproduce il set del primo Scream (con Wes Craven che ha pure l'impressione di stare dirigendo di nuovo il suo ultimo Nightmare). Lance Henriksen, che dovunque lo metti sta sempre un bijou, fa il Roger Corman dalla voce cupa. La storia del killer che segue lo script apre il campo a sagaci gag con gli attori che incontrano le persone il cui ruolo interpretano e a sequenze pure simpatiche, come quella in cui le vittime ricevono via fax pagine dello script e leggono ciò che sta per accadere loro. Ed è tutto così, tutto un girare attorno e un avvoltolarsi, fra attori che interpretano personaggi che interpretano persone, registi che dirigono il film della vita, svolte di sceneggiatura un po' difficili da digerire e l'impressione che alla fin fine quasi tutto accada davvero tanto per caso.

Il problema è che il tono è completamente fuori giri e manca del tutto quell'atmosfera un po' assurda e un po' tanto Scream che invece il quarto episodio, con tutti i suoi limiti, riuscirà almeno in parte a recuperare. Scream 3 è un film totalmente innocuo, in cui - tolti l'incipit, che tutto sommato funziona bene per il modo in cui cambia più di una regola, e almeno in parte la citata sequenza sul set di Stab 3 - non c'è una singola scena horror davvero appassionante e non si ha mai paura per i protagonisti. Tanto sono tutti macchiette totalmente prive d'interesse (capiamoci: il tizio nel manifesto là sopra fra Neve Campbell e Parker Posey mi ricordo a malapena chi sia, e il film l'ho visto una settimana fa). Tanto i soliti tre eroi ormai dai per scontato che non moriranno. Tanto (soprattutto) il tono è sempre troppo da commedia perché ci si possa far davvero coinvolgere. E infatti la faccenda del capitolo finale della trilogia in cui cambiano le regole e magari può morire anche Sidney, diciamocelo, non frega proprio nessuno.



E poi c'è l'imbarazzante scena della spiega di Randy in videocassetta, con tre attori che fanno una fatica boia a rendere credibile il loro pendere dalle labbra di 'sto idiota. Perché non si poteva proprio fare a meno di infilarlo a forza per declamare anche questa volta le sue regole, no? Un modo andava trovato. E il bello è che nella sua posticcia pochezza questa scena riesce anche a ricordarti quanto la morte di Randy in Scream 2, da sola, valesse di più di tutte le morti di Scream 3 messe assieme. Spararsi nei piedi, proprio.

Eppure, nonostante tutto, Scream 3 non mi è sembrato 'sta porcheria completa - anche se è comprensibile che molti lo ritengano tale - ed è anzi, tutto sommato, un'innocua e divertente commedia. Però è anche un seguito proprio sbagliato, un thrillerino mediocre e un'occasione persa. Perché poteva venirne fuori una trilogia ai limiti dell'immacolato, e invece alla fine si è rotto il giocattolino. E, certo, poi hanno pure fatto il quarto episodio, ma quello è un altro discorso.

Mentre guardavo Scream 3, per qualche istante, ho pensato che sarebbe stato carino, già che facevo la settimana Scream, guardarmi pure i quattro Scary Movie e Shriek. Per completezza e perché mi ha sempre divertito l'idea che un film, pur essendo già di suo una mezza parodia, riesca a generare addirittura due parodie, una delle quali pure con tre seguiti. Poi, però, ho deciso che non era il caso. Sorry.

28.12.11

Blogger+

Foto di donne che non c'entrano nulla messe così, tanto per. È sempre bello.

In quel grande progetto di integrazione totale in atto da un po' di tempo, e che ha trasformato qualsiasi cosa esista sotto marchio Google in una roba con interfaccia bianca e minimalista, c'è anche l'integrazione fra il profilo Blogger e quello Google+. Integrazione che al momento è opzionale e un po' nascosta (te la propone  Blogger, e se rifiuti puoi comunque poi raggiungerla da questo link) e che in futuro dovrebbe, se ho capito bene, rimanere opzionale ma diventare meno nascosta. Ora, cosa significa integrazione? Significa, sostanzialmente, che il tuo profilo su Blogger scompare e viene sostituito dal profilo Google+. Il che, già in partenza, spiega come mai l'integrazione dovrebbe rimanere opzionale: uno magari vuole mantenere separate la sua identità di bloggatore e e la sua identità di cazzeggiatore social.

L'altro giorno ho provato ad attivare l'integrazione, anche perché sapevo che - entro trenta giorni dall'attivazione - è possibile tornare indietro (con un clic qua). E dopo due giorni sono tornato indietro, perché faticavo a vedere i vantaggi ed ero infastidito dagli svantaggi. Partiamo coi vantaggi, perché si fa in fretta: è una cosa in più integrata, quindi un profilo in meno a cui stare dietro. Le tue informazioni su Google+ diventano quelle di Blogger e fine. Tanto, bene o male, la persona è la stessa. Chiaramente ci sono tutte le conseguenze dal caso, riassumibili nel fatto che quando pubblichi un post o un commento sotto Blogger il tuo nome diventa un link al profilo su Google+ e non più al profilo su Blogger. La conseguenza per me più comoda, l'unica per cui davvero ho provato 'sta roba, dato che mi sembrava ovvio attendermela, vale a dire la possibilità di spammare in automatico i post del blog su Google+, non c'è. Non al momento, per lo meno. A proposito, già che ci siamo: esiste qualcosa del genere? Che automatizzi un po' come fa RSS Graffiti su Facebook o l'import automatico dei feed di Twitter, intendo.

Poi, gli svantaggi. Innanzitutto quello più banale: svanisce il profilo su Blogger. Diciamo subito che tutto il suo contenuto scompare, senza alcun tipo di "import" su Google+, quindi se si vogliono fondere le due cose bisogna copiarsene i contenuti a parte e poi appiccicarli dentro il profilo su Google+. Diciamo anche che - almeno per quei trenta giorni di margine - le informazioni rimangono conservate. Tant'è che quando ho scelto di scorporare i due profili mi sono ritrovato il profilo su Blogger tale e quale a come era prima. Si può insomma provare per curiosità, per vedere che succede, senza il rischio di perdersi pezzi per strada. Altro svantaggio banale e già citato: i due profili diventano uno. Anzi, diventano quello di Google+. Questo significa che su Blogger mi sono ritrovato a postare come Andrea Maderna e con la foto di Tigro, invece che come giopep e con la foto del travestito con gli occhiali. E la cosa mi ha dato talmente fastidio che, quando me ne sono reso conto, ho subito annullato tutto. 

Ora, la scomparsa del profilo di Blogger, in sé, non mi disturba, anche perché è vecchio, brutto, nell'adeguarlo alla nuova Google Way tutta bianca l'hanno trasformato in un cesso ed è palese che lo stanno abbandonando al suo tragico destino per convincere la gente ad attuare l'integrazione. Utilizzare però la "faccia" di Google+ per postare sul blog, un po', mi stronca l'anima, perché mi piace firmare i post come giopep ed essere Andrea Maderna dall'altra parte. Sarà per sempre così o cambierà qualcosa? Ci saranno dei reali vantaggi in tutto questo? Mi adatterò a postare come Andrea Maderna? Pucchiacche?

Comunque Google+ è veramente la cosa migliore che potesse accadere a Facebook (e viceversa, in un certo senso). Tutto questo improvviso copiarsi a vicenda e provare a fare i ganzi lanciando nuove featurez in continuazione è un divertimento unico.


Nota aggiunta a posteriori e che fa colore: da due settimane circa, si è smignottata l'integrazione fra Blogger e Picasa. Quando carico un'immagine all'interno di un post, non finisce più, come accadeva prima, nell'album intitolato al blog, ma va a crearmi un nuovo album. In pratica mi si sta riempiendo l'account di album "automatici" da una sola foto. Il bel vivere.


Ulteriore nota che aggiungo perché questo post continua a risultare fra i più cliccati, immagino grazie alla presenza di Olga in apertura: il problema con Picasa sembra essere svanito nel nulla. Bene così.

Scream 2


Scream 2 (USA, 1997)
di Wes Craven
con Neve Campbell, Courteney Cox, David Arquette

Quando nel lontano 1998 andai al cinema a guardarmi Scream 2, me ne uscii due ore dopo tutto soddisfatto, perché avevo l'impressione di un seguito sostanzialmente superiore al capostipite in ogni suo aspetto (tranne il pur divertente prologo, ma non può certo essere una colpa il non riuscire a superare un incipit da urlo come quello di Scream). Il problema, però, è che si trattava di un seguito, e in quanto tale era per forza peggiore. Non se ne usciva. Perché il prologo organizzato in quel modo ormai ce lo aspettavamo. Perché Ghost Face continuava a bucare lo schermo in maniera pazzesca ma era ormai di famiglia. Perché tutte le meta-corbellerie e l'autoconsapevolezza avevano smesso di essere una fresca novità. Perché il finale con un killer col movente e uno semplicemente pazzo l'avevamo già visto. E insomma, perché era un seguito. Quindi migliore, sì, ma per forza peggiore.

La stessa impressione mi sono ritrovato addosso quando, un paio d'anni dopo, li ho rivisti in back to back prima di andare al cinema per il terzo episodio. E oggi, oltre un decennio dopo, quando mi sono fatto la maratona propedeutica a Scream 4? L'impressione non è cambiata quasi per niente. Dove il "quasi" fa riferimento a un'estetica un pochino più moderna, invecchiata meglio rispetto a quella del primo Scream, ma anche al fatto che il prologo è oggi semplicemente inguardabile, perché ti entra violentemente in testa l'immagine della presa per il culo di Scary Movie. Insomma, Scream 2, per quanto mi riguarda, è e rimane l'episodio migliore - spoiler - dell'intera serie.


Dai, come si fa?

Chiaramente, essendo un seguito, bisognava alzare il tiro in tutte le direzioni. Ecco quindi che, giusto per evitare equivoci sul livello di consapevolezza, ganzaggine e metadiquà e metadilà, Kevin Williamson iscrive tutti i suoi protagonisti alla facoltà di cinema (o, al massimo, teatro) dell'università locale. Ci si ritrova quindi con personaggi che non parlano d'altro che di cinema, dall'inizio alla fine, questa volta anche quando non stanno discutendo degli omicidi in corso d'opera. E metà delle discussioni vertono sulla natura dei seguiti, sulla difficoltà di realizzare un secondo episodio superiore al primo e su tante altre faccende del genere. Ma Williamson si scatena in tutte le direzioni e, oltre a tutta la serie di battute e battutine, gag e citazioni, oltre a un sacco di trovate davvero divertenti, oltre a Randy che spiega le regole dei sequel horror (e che questa volta, stranamente, forse grazie al discorso della cotta per Sidney, risulta simpatico per davvero), si mette a giocare un sacco con il film nel film.

Nell'universo di Scream, la giornalista rampante Gale Weathers ha scritto un libro sulle vicende di Woodsboro, da cui è stato tratto un film, Stab, che viene proiettato nelle sale proprio quando si aprono le vicende di Scream 2. Tutto s'accartoccia su se stesso, fra il killer che ammazza gente collegata in qualche modo a quella di due anni prima, Courteney Cox che fa battute su Jennifer Aniston e Sidney Prescott che si ritrova per davvero interpretata da Tori Spelling in Stab, come aveva ipotizzato per ridere nel primo Scream. Insomma, un gran casino, ma un gran casino che funziona benissimo, è divertente, ti fa sentire molto cool quando cogli le citazioni sottili, si incastra alla perfezione nel contesto (sono tutti geek cinefili, è normale che ragionino in quella maniera). E ovviamente non c'è solo questo.

Son passati tanti anni, ma vai a sapere: SEGUONO SPOILER MAL CAMUFFATI.

Anche l'anima horror di Scream 2, comunque indissolubilmente legata ai metagiochetti per gli atteggiamenti del killer e le reazioni delle varie vittime, è uno spettacolo. La parte con la neo-Buffy Sarah Michelle Gellar è solo un ottimo riscaldamento, e tutto il discorso della paranoia di Sidney nei confronti di chiunque le stia attorno è davvero ben orchestrato, ma è quando si scatena veramente il panico al campus che partono i fuochi d'artificio. Tutto il blocco centrale, con quella sequenza in pieno giorno in cui viene fatto fuori a sorpresa uno fra i personaggi più amati, proprio quando cominciava a star simpatico pure a me, è semplicemente splendida, e va mano nella mano con il successivo "omicidio" del futuro campione di wrestling. Belle scene di sangue, più convinte, cattive e meglio costruite che nel primo film. E da lì in poi, fra l'altro, Scream 2 non si ferma più, tirando dritto fino alla fine con quell'altra gran bella sequenza della macchina e quel finale che, sì, ha il problema del già visto, ma in ogni caso, ancora una volta, bene o male sapeva fregarti (anche se bisogna pure dire che se mi fai capire che tutti potrebbero essere il killer e non mi dai neanche un indizio decisivo, eh, te credo che mi freghi). Insomma, nonostante tutti quei problemi derivanti dall'essere il secondo episodio, Scream 2 è un altro gran bel vedere, se non superiore quantomeno pari al primo. E quanti altri secondi episodi di saghe horror possono vantarsi di esserlo?

La copertina del mio DVD è identica al manifesto là sopra, al di là del fatto che al posto di Jerry O'Connell e Sarah Michelle Gellar ci sono Liev Schreiber e Jada Pinkett. Mah. Ah, fra l'altro, parliamone, di questi bei DVD (anche quello del primo film) americani dell'epoca con l'immagine in letterbox e la qualità meh. Mah.



Fun Fact: il personaggio interpretato da David Arquette si chiama Dwight, ma tutti lo chiamano Dewey. Siccome in Italia Dewey non vuol dire molto e certo non fa venire in mente i nipoti di Paperino, chi ha curato l'adattamento di Scream ha pensato di cambiargli il nome in Lenny, soprannome Linus. Gran colpo. Peccato che poi in Scream 2 abbiano fatto finta di niente e abbiano chiamato il personaggio Dwight. Anche quando fanno le cose per bene, trovano il modo di rovinare tutto.

27.12.11

Scream


Scream (USA, 1996)
di Wes Craven
con Neve Campbell, Courteney Cox, David Arquette

L'anno è il 1995, Wes Craven è reduce da quella brutta brutta cosa di Vampiro a Brooklin ma anche dal suo ritorno in pompa magna dalle parti di Freddy Krueger, con quel Nightmare - Nuovo Incubo tutto basato sul rapporto fra cinema e realtà, e si ritrova a lavorare su una sceneggiatura scritta da un fanatico di film horror che sembra pensata apposta per portare avanti proprio quelle idee lì. Matrimonio migliore non può esserci, ed ecco che la coppia d'oro Craven/Williamson partorisce il film che si sarebbe dovuto intitolare Scary Movie ma poi è stato intitolato Scream e Scary Movie è diventato il titolo della sua parodia.

All'epoca, Scream fu soprattutto l'idea giusta al momento giusto. L'horror ristagnava, era considerato un genere agonizzante, come sembravano agonizzanti i suoi principali interpreti, e nessuno aveva più il coraggio di crederci. Quello che ci voleva era proprio un film in grado di dimostrare che era ancora possibile fare soldi col genere, che si poteva realizzare un horror portatore sano di sceneggiatura brillante, che c'era modo di rivolgersi a un pubblico capace di andare oltre la nicchia degli appassionati. Scream fu tutto questo grazie soprattutto alle idee e alla bravura di un Kevin Williamson al top della forma (e, per carità grazie anche a un Wes Craven che fa quel che sa fare meglio).

E di idee, in Scream, ce ne sono parecchie, a cominciare dal celebratissimo, stupendo, agghiacciante incipit, in cui subito si mette in mostra lo spirito cinefilino della sceneggiatura e allo stesso tempo si tira un pugno nello stomaco allo spettatore facendo fuori l'unico membro vagamente famoso del cast (oltre che quello con la faccia più grossa in una delle locandine), creando quindi i presupposti perché non si sappia bene cosa attendersi da lì alla fine. Ma l'idea di base, quella attorno a cui ruota tutto, è l'autoconsapevolezza. Scream è uno slasher movie in cui i protagonisti vivono in un mondo nel quale esistono e sono stati visti (da tutti, vittime e assassini) gli slasher movie. Pare una banalità, soprattutto a sedici anni di distanza, ma la verità è che si tratta di una cosa piuttosto rara. L'unico filone in cui avviene regolarmente qualcosa di paragonabile è quello dei vampiri, ma in genere i personaggi sanno dei vampiri e dei modi per ucciderli grazie alla "saggezza popolare", non perché hanno visto Blade. E quante volte abbiamo visto, invece, film di zombi in cui i protagonisti non hanno la minima idea di cosa stia accadendo e sprecano vagonate di proiettili prima di provare a sparar verso la testa?

Ecco, Scream  annulla tutto questo e spinge anzi al rialzo, sottolineando ogni due secondi che il regista, lo sceneggiatore, l'assassino, le vittime, gli amici delle vittime, i parenti delle vittime, gli spettatori in sala, l'addetto al catering, il bigliettaio, lo sceriffo, il preside interpretato da Fonzie e Marco Beltrami sono appassionati di film horror, sanno perfettamente come funzionano le cose in queste storie e stavolta non si fanno fregare. C'è perfino un personaggio che esplicita le regole enunciandole una a una e spiegando chi, come, cosa, dove, quando e perché sia destinato a morire. Detto che a molti la cosa ha spaccato i maroni dopo dieci minuti, se si stava al gioco era una trovata divertente e tutto sommato nuova, che fra l'altro regalava al film una dimensione in più, fatta di ammiccamenti, gomitate nel costato e sorrisini ganzi. E tutti giù a ridere insieme al vecchio amico Kevin Williamson che parlava al nostro animo nostalgico di quelle fantastiche estati passate davanti a Notte Horror a guardare tutti quei bei brutti film pieni di sangue.

Fra l'altro, apriamo una parentesi sul personaggio che ne sa. Nei miei ricordi era il più simpatico della baracca ed era interpretato da Seth "Orsetto del cuore" Green. Invece è quella testa di minchia insopportabile di Jamie Kennedy e infatti, riguardando il film oggi, non l'ho sopportato. Guarda te come può cambiare la percezione delle cose in sedici anni.

Uno è grosso il doppio dell'altro, ma a parte quello, dai, ci può stare.

Ma Scream, oh, faceva anche altre cose. Al di là del giochino cinefilo, articolato su talmente tanti livelli che anche se non avevi visto ogni singolo Venerdì 13 qualche battuta divertente la trovavi lo stesso, c'era anche una certa dose di comicità e autoironia alla portata di tutti, a cominciare dalla quantità spaventosa di corpi contundenti che il povero killer si beccava in faccia prima di riuscire ad affondare il coltello su chicchessia, per proseguire con la cicciosa love story fra David Arquette e Courteney Cox, talmente assurda e poco credibile da propagarsi anche nella realtà. Tante idee ganze, molte delle quali certo concentrate nell'apoteosi finale, con quella trovata - non so quanto realistica, ma efficace - del lag sulla videocamera, o con quei momenti in cui il film si mescolava alla televisione e la colonna sonora di Halloween diventava la colonna sonora di Scream. E c'era poi un bel giochino di suspence, anche, con almeno un paio di omicidi molto ben orchestrati e in generale un lavoro di accumulo a tonnellate su indizi, dettagli, inquadrature col sopracciglio alzato sullo scarpone, trovate di sceneggiatura, scelte di casting (tutti i maschi sono alti e grossi uguali, per dire) gestiti per farti credere che praticamente chiunque apparisse sullo schermo (compreso Wes Craven vestito da Freddy Krueger) potesse essere l'assassino. E infatti, ora della fine non ci si capiva più nulla e la rivelazione te la buttava allegramente in quel posto. O, insomma, a me ce la buttò.

E a conti fatti il risultato era un bel pezzo di film horror, ma che è anche un po' commedia, ma che in fondo ha pure dentro il romanticismo adolescenziale. Conseguenze? Scream sbanca al botteghino, lancia la trilogia che Kevin Williamson aveva venduto come pianificata ai produttori nella speranza di convincerli a scucire il grano e rimette (apparentemente) in carreggiata Wes Craven, che per la terza volta in carriera dirige un film in grado di segnare a fuoco il decennio successivo dell'horror (anche se questa volta, dopo una prima marea di teen horror a raffica, arriveranno le bambine asiatiche coi capelli sporchigli squartatori slovacchi e il killer col tumore a scombinare il quadro). E che rivisto a sedici anni di distanza risulta tremendamente invecchiato per quell'estetica da metà anni novanta che in fondo erano ancora molto ottanta, ma rimane un gran bel filmetto, pieno di trovate, solidissimo da scrutare anche conoscendo a memoria tutti i colpi di scena, divertente come pochi.

E i capezzoli turgidi di Rose McGowan non sono invecchiati per niente.

Fun Fact: secondo IMDB, in Italia il film si intitolava Scream - Chi urla muore. Non è che faccia troppa fatica a crederlo, ma francamente non me lo ricordavo per nulla. E no, non ho avuto il coraggio di scriverlo lì in cima al post. Su, dai. Ah, devo dirlo che certe battute in italiano non rendono allo stesso modo e che certe altre proprio hanno - comprensibilmente - rinunciato a tradurle? C'è bisogno? No, dai.

26.12.11

Aliens: Infestation


Aliens: Infestation (SEGA e Gearbox Software, 2011)
sviluppato da WayForward

Qui in casa Maderna si respira aria di discreto amore nei confronti di WayForward e del loro continuo, insistito, carico d'affetto supporto per un videogiocare in due dimensioni come se ne fanno ormai pochi, specie nell'ambito della gente che ci mette i soldi veri. Non è che io abbia giocato tutto quel che han fatto, quindi mi viene difficile definirmi davvero loro groupie, ma il punto è che tutto quel che di loro ho giocato mi è piaciuto molto. Inoltre hanno fatto ottime cose in ambito DSiWare, il che per qualche motivo me li rende ancora più simpatici, e sono appena partiti col piede giusto anche su 3DSWare (ne parliamo a breve su quell'altro sito là). Insomma, bravi, buoni e belli. In più hanno estratto dal cilindro il primo videogioco dedicato ad Alien degno che si sia visto dal pleistocene a oggi, soprattutto se dalla categoria escludiamo cose che coinvolgano anche Predator. Un gioco che è bello anche per i fatti suoi, non un gioco che ti fai (quasi) piacere solo perché hai voglia di Alien e/o Predator.

Aliens: Infestation è una specie di metroidvania all'acqua di rose, in cui l'esplorazione è assolutamente canalizzata, lineare e circoscritta ad esigenze specifiche. Puoi gironzolare in condotti d'areazione vari, ma capisci quasi subito che serve solo quando devi (se vuoi) provare a salvare un marine imbozzolato e per il resto è sterile raccogliere munizioni nascoste. E puoi provare a non andare subito dove la storia ti chiede di andare, ma ti rendi conto immediatamente che il gioco te lo impedisce: raccogliere armi e oggetti permette sì di sbloccare nuove zone, ma le nuove zone si sbloccano solo quando "servono". Insomma, Dead Space. Inoltre, c'è un sistema di coperture, modello Gears of War, da utilizzare quando si combattono i robot armati di pistolone. Solo che, essendo un gioco 2D, alla fin fine le coperture servono a pochino e rappresentano null'altro che un modo più veloce (ed esteticamente gradevole) per alzarsi e abbassarsi. Ecco, questi sono i difetti del gioco. Anzi, dai, neanche difetti, sono (forse) limiti (sicuramente) sopportabili e che a conti fatti non intaccano particolarmente il divertimento.

Il divertimento dove sta? Sta nel fatto che sono riusciti a creare una pazzesca atmosfera da Aliens, quello vero, nonostante un'impianto grafico coloratissimo, dueddì, anche cartoonesco nel tratteggio dei personaggi. E l'hanno fatto grazie a dell'ottimo level design, che sfrutta respawn e struttura dei livelli per farti cacare sotto (menzione d'onore alle porte da aprire portandoti dietro il lanciafiamme, arma deboluccia che può metterti in crisi), a una fantastica colonna sonora, che utilizza musiche molto azzeccate e recupera tutti i suoni giusti che i film della serie ci hanno insegnato ad amare, e alla bella trovata della squadra di marine. Entri in azione con quattro uomini, non sai con quanti ne uscirai. Tutti possono morire ed essere lasciati indietro, anche perché altri ne puoi trovare, ma tutti hanno il loro fascino, ti fanno affezionare. Il risultato è che sei lì che - soprattutto quando ti tocca combattere boss e regine assortite - a disperarti perché vorresti evitare in tutti i modi che la cinesina o il nerd ci restino secchi. E quando poi magari ti capita di rimanere con un solo uomo in vita, poche munizioni ed energia a secco, alla ricerca disperata di nuovi compagni e della stanza di salvataggio più vicina, beh, quel rilevatore di movimento e il suo tap tap il panico lo fanno salire forte.

Insomma, Aliens: Infestation non è magari un capolavoro o un gioco perfetto, anzi presta il suo bel fianco a qualche critica e ha una durata tutto sommato ridotta (ma che sale a diecimila se vuoi provare a salvare ogni singolo soldato). Allo stesso tempo, però, è un gioco divertente, ben strutturato, dalla ricchissima atmosfera e che conosce alla perfezione i suoi polli. Strizza l'occhio, tira di gomito, sorride malizioso, fa tutto quel che deve fare per dare soddisfazione all'appassionato, senza risultare sterile come quell'altro gioco citato prima, ma dando invece quasi solo grandi soddisfazioni. Insomma, sul serio, a un gioco che si propone come seguito diretto di Aliens su Nintendo DS è davvero difficile chiedere di più. Anzi, in tutta franchezza, quel che offre è decisamente più di quanto fosse lecito aspettarsi.

Vogliamo aggiungere che te lo tirano ormai dietro a meno di venti euro? Aggiungiamolo.

25.12.11

Sondaggio felino natalizio


Lei (un anno e mezzo, trovatella, giocherellona macchina da fusa, di nome fa Trico, come The Last Guardian, e il bello è che non glie l'ho dato io) mi ama, è evidente. Io la stimo moltissimo. Che faccio? Come reagirebbe, il mio Micio, tornando a casa dopo due settimane trascorse in pensione fra gatti sconosciuti e ritrovandosi fra le palle un'intrusa giovane, aitante e spaccamaroni? Oddio, come reagirebbe penso di saperlo: inondando di piscio l'appartamento, ma facciamo finta che ci sia della suspence. Procedo?

Oggi avrei dovuto spammare la strenna natalizia di Outcast, ma abbiamo deciso di rimandare per fare un lavoro migliore. Sarà quindi regalo della befana. Attendere prego.

24.12.11

Babbocast


Ieri pomeriggio ho pubblicato Outcast Magazine 13, ultimo Outcast del 2011, tutto infiocchettato a tema natalizio, ma soprattutto strabordante di cose, giochi, argomenti, chiacchiere. Io, di mio, racconto quel che penso di RAAM's Shadow, Aliens Infestation, Fallout 2 e Stealth Bastard. Ma c'è anche parecchio altro. Sta tutto a questo indirizzo qui.

E con Outcast ci si risente l'anno prossimo. Anzi, no, c'è ancora una cosa, ma la spammo domani.



23.12.11

Trust


Trust (USA, 2010)
di David Schwimmer
con Liana Liberato, Clive Owen, Catherine Keener

Da uno che per dieci anni è stato sostanzialmente solo il patatone di Friends e che poi è altrettanto sostanzialmente scomparso dal pianeta, al di là del doppiaggio di qualche Madagascar a caso, non sei portato ad aspettarti che diriga dei gran bei film. È sbagliato, ingiusto, figlio del pregiudizio, ma del resto è un po' lo stesso meccanismo in base al quale non ti aspetti che uno con la mascella di Ben Affleck e Gigli nel curriculum vitae possa dirigere Gone Baby Gone e The Town. E invece guarda come ti stupisce l'Affleck, e guarda come ti stupisce pure lo Schwimmer, che dopo una commedia come Run Fatboy Run (mai visto, ne parlano bene) mette tutto se stesso in un progetto in cui crede molto e tira fuori un bellissimo film come questo Trust.

Di cosa parla, Trust? Di una quattordicenne un po' geek che finisce nelle grinfie di un pedofilo trentacinquenne e ne esce violata, fisicamente e mentalmente. Schwimmer conosce l'argomento, almeno per quanto riguarda il contesto nordamericano, per il suo lavoro a lunga scadenza con un'organizzazione che di queste cose si occupa, e dal film emerge chiaro il desiderio di trattare la storia in maniera delicata, approfondita, senza tralasciare nulla, senza sbracare col patetismo o il sensazionalismo. Ci teneva, David, al film, e voleva farlo proprio per benino. E ci è riuscito. Trust non è perfetto, ma è un film che colpisce fortissimo, senza dipingere mostri da fiaba o ricorrere alle metaforone da grande autore (ciao Joe Wright), raccontando invece una storia credibile e per nulla consolatoria.

Il tema non è trattato con allarmismo o tecnofobia, checché ne possa pensare gente dalla lunga e folta coda di paglia (oppure diciamo che qualsiasi film in cui si qualcuno si schianta con la macchina è contro le automobili). C'è anzi una visione piuttosto neutra dell'elemento tecnologico, e pure un'idea simpatica nel modo in cui ti mostra i dialoghi tramite instant messenger senza ricorrere sempre a personaggi che leggono tutto ad alta voce. E Schwimmer e gli sceneggiatori non si risparmiano nulla nel raccontare svolgimento e conseguenze della faccenda, tanto che al limite, se una critica si vuole proprio fare, sta nel fatto che sembra di guardare un bigino di tutto ciò che può accadere in un caso del genere, comodamente riassunto, perfettamente istruttivo. Ma poco importa, perché a tenere in piedi la baracca ci pensano soprattutto gli attori, pazzeschi.

Chris Henry Coffey, subdolo e normalissimo mostro inquietante, Catherine Keener, mamma atterrita da quel che le accade attorno, Clive Owen, padre distrutto dal dolore, incapace di accettare il senso di colpa, devastato dal muro che si crea fra lui e la figlia, e poi una fantastica, fantastica, fantastica Liana Liberato, ragazzina che si nasconde nelle menzogne del suo "innamorato" e fugge dalla realtà dell'accaduto. Tutto questo è tenuto assieme da un David Schwimmer perfettamente a suo agio, che evita il patetismo televisivo da Film Dossier, agghiaccia fortissimo con la scena che è facile immaginare cosa racconti, commuove senza mai scivolare nell'eccessivo melodramma e firma un film tosto, delicato, dolorosamente credibile.

Non sono riuscito a capire se Trust sia uscito in Italia. IMDB sostiene che l'otto di giugno ci sia stata una "DVD premiere", però i negozi online non mi danno conferme. In ogni caso, Play.com butta via a due soldi sia la versione DVD che quella in Blu-ray.


Fun Fact: questa è la copertina del DVD tedesco. Ora ditemi voi se da questa copertina uno si può aspettare un bel film drammatico e non magari un thrillerone con Clive Owen che spara a gente a caso per ritrovare sua figlia rapita dal mefistofelico pedofilo.

Prometheus: Alien, o forse no (più altre due cose)



Ok, dopo il trailer del trailer, è arrivato il trailer. Guardiamolo assieme.



Io, sinceramente, ho un po' perso il filo del discorso "prequel di Alien sì/no/forse/cidevopensare" e alla quarta volta che Ridley Scott ha cambiato pubblicamente idea mi sono messo il cuore in pace: sarà quel che sarà. Quindi magari mi sono perso l'annuncio ufficiale che sì, è un prequel di Alien, e ok. Fatto sta che io da questo trailer traggo due lezioni: (1) la moda del DAAAAAAN lanciata dal trailer di Inception ha definitivamente rotto le palle e (2) ok, direi che è tutto chiaro: è un prequel di Alien. Oppure si divertono pesantemente a prendere per il culo, ci mancherebbe, però dai.

Magari mi sfugge qualcosa, comunque io qui nell'ordine vedo:
- il titolo che appare un pezzetto alla volta come in Alien;
- una stanza gigante piena di robi che fanno venire in mente la stanza gigante piena di uova di Alien;
- uno che urla e si piazza le mani sul casco che è messo lì solo per farti venire in mente quello che in Alien si becca il ragnazzo che gli sfonda il casco e lo ingravida, anche se non è quello che sta succedendo;
- un robo gigante che esce da un buco e che "ricorda vagamente" lo Space Jockey di Alien;
- una "faccia" generale di tecnologia e abbigliamento che fa venire in mente l'universo di Alien.

Poi, volendo esagerare, all'inizio si vede una fiammata ---> lanciafiamme ---> Alien.

Dai, su, sembra talmente tanto il trailer del prequel di Alien da far pensare che sia un trailer finto assemblato da un troll. Quindi è ufficiale? Ah, a margine, sembra anche una figata.

Comunque, ci sono un altro paio di trailer. Il primo:



DAAAAAAN Bryan Singer che fa il film su Jack DAAAAAAN e il fagiolo magico in versione un po' più adulta/cruda/realistica/violenta, DAAAAAAN con per protagonista uno che ha in faccia gli stessi spigoli di James Marsden DAAAAAAN e BASTA CON QUESTI MALEDETTI DAAAAAAN!!!

E poi il secondo degli altri due trailer, senza DAAAAAAN:



Questo trailer ha un grosso problema, ed è che non c'è uno scheletro in fiamme con la giacca di pelle e i pantaloni di pelle che ha la patta aperta e piscia fuoco come nel precedente trailer. Per il resto, con tutte le pinze del caso tramite le quali è sempre saggio prendere un trailer, sembra che la cura Neveldine/Taylor possa regalare una tamarrata spettacolare, violenta, sbracata, con un po' di risate. Che poi è probabilmente il meglio in cui si possa sperare per un film con protagonista Nicolas Cage che diventa uno scheletro in fiamme che va in moto con addosso la giacca di pelle e i pantaloni di pelle. Voglio crederci.

DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN... DAAAAAAN...  DAAAAAAN... 

22.12.11

Hanna


Hanna (USA/GB/Germania, 2010)
di Joe Wright
con Saoirse Ronan, Eric Bana, Cate Blanchett

Cosa succede se prendi il regista di Orgoglio e pregiudizio, Espiazione e Il solista e gli metti in mano una sceneggiatura stupidina e piena di buchetti su una ragazzina allevata a pane e pistole per farla diventare un super soldato che manco Capitan America? Uno potrebbe sperare che Wright si metta umilmente al servizio del genere e ti tiri fuori un lavoro da manuale, confezionato a regola d'arte, splendido da vivere e da osservare, pieno di idee. Poi ti svegli tutto bagnato e torni alla tragica realtà. Quella del Joe Wright grande autore che si abbassa a concedere il suo magico tocco a una sciocchezzuola, ma lo fa alla sua maniera, nobilitando il genere, regalando trovate illuminanti e pennellate d'autore in ogni singolo fotogramma, e facendolo pure con quell'aria di chi sa di stare rivolgendosi a un pubblico di rincoglioniti e deve quindi spiegargli le cose come se stesse parlando a un bambino di tre anni.

E via quindi con gli inseguimenti diretti e montati con le trovate artistiche, i virtuosismi insensati fatti apposta perché lui ne sa, le metaforone schiantate in faccia di continuo e sottolineate con l'evidenziatore a colpi di - attenzione: idee geniali e visionarie - strega malvagia, casetta dei Grimm e fauci del lupo cattivo, perché altrimenti mica si capisce che è una favoletta. Poi, chiaro, inevitabile, in mezzo al film c'è il piano sequenza marchio di fabbrica del Wright, sicuramente ben fatto e accattivante, magari pure per far vedere che lui se vuole l'azione la sa girare (è che non vuole), anche se a conti fatti, mentre si menano, hanno un po' tutti l'aria di quelli che si toccano piano e non si sforzano troppo, cercando di ripetere la lezioncina a memoria e non sbagliare nulla perché altrimenti bisogna rifarlo da capo e che palle.

Certo, la sceneggiatura, come detto, non aiuta, con le cinquantamila piccole fesserie che cerca di farti ingoiare perché altrimenti non saprebbe come far iniziare, andare avanti e poi concludere la trama e con quella insopportabile famigliola che accompagna la piccola Hanna nel suo viaggio alla scoperta della realtà. Ma non è che a Joe Wright glie l'abbia imposto il dottore, di girare un film su 'sta storiellina. Oltretutto, il Wright, non ha neanche il coraggio di fare le cose fino in fondo, di lasciarsi andare davvero. Almeno, Tim Burton, quando ha approcciato Batman con la sua spocchia da persona che concedeva il magico tocco del cantore di fiabe a quelle stronzate dei fumetti di supereroi, ci si è gettato con violenza. Poi magari il suo Batman può non piacere, ma ha una personalità. Wright invece fa il minimo sindacale, infila due o tre immagini schizzate completamente fuori contesto, tipo Tom Hollander che fischietta mentre il suo amico scemo nazista salta sui container, ci mette dentro qualche videoclip coi Chemical Brothers e poi molla tutto lì, senza andare fino in fondo, magari convinto di aver fatto il grande film d'azione d'autore.

I cattivi di Joe Wright: stupidi, ridicoli, irritanti, per nulla credibili.

Il risultato? Il risultato e che chissenefrega delle incongruenze e dei problemi di script, che pure ci sono: il problema è che qua ci si annoia a morte (o, almeno, io mi sono annoiato a morte, poi fate voi) e si sente addosso il fastidio di un regista che è salito in cattedra e vuole farti la lezioncina, anche se poi in realtà è un supplente a cui non glie ne frega nulla della materia. Certo, c'è una padronanza tecnica che è un bel vedere, c'è un lavoro su luci, suoni e colori che levati, ci sono due attrici eccellenti come al solito e c'è una vaga intenzione di realizzare un film di genere che non si dimentichi dei suoi personaggi e anzi ruoti attorno a loro. Ma sopra a tutto gravita l'ombra snob di un regista che ci ha voluti graziare del suo magico tocco. E allora sai che c'è, Joe Wright? Grazie, grazie mille, ma adesso levati dalle palle e vatti a girare il tuo Anna Karenina con la tua Keira Knightley. Tranquillo che facciamo anche senza di te.

Chiudiamo con uno che non mi sta esageratamente simpatico ma che francamente mi sembra abbia un po' più voglia di fare le cose come si deve.



Ah, Hanna l'ho visto in DVD e in lingua originale: Eric Bana che fa l'accento tedesco ma con la cadenza australiana è un bijoux. Ma del resto, se sei Joe Wright e hai due protagonisti tedeschi, ovvio, non puoi che metterli in mano ad attori nati in mezzo ai canguri.

21.12.11

Nani


Allora, facciamo come per Tommaso e mettiamo le cose in chiaro. La compagnia dell'anello è uscito in un momento in cui George Lucas ancora non mi aveva completamente ammazzato la voglia di aspettare con ansia e fascino un filmone di quelli grossi e potenti e con le cose fantastiche (ebbene sì, La minaccia fantasma mi era piaciuto, uccidetemi). Ci credevo sul serio, al punto che partecipai alla spedizione in macchina per andare a vedere l'esordio di Frodo a Zurigo, dato che in Italia usciva più avanti. E mi piacque da matti. L'ho rivisto poi al cinema all'Arcadia, quando è arrivato anche da noi, e un'altra volta in DVD nell'edizione tutta intera con appiccicate le due statue dal braccio teso. E mi è piaciuto ancora di più. Quando è uscito Le due torri, avevo ancora dentro di me quello spirito del bambino che ci vuole credere, e fu di nuovo spedizione. Però, ecco, Le due torri mi affranse abbastanza i maroni. Nonostante questo, ancora ci credevo, al punto che comprai l'edizione in DVD tutta intera con appiccicata la statua di Andy Serkis e me lo riguardai in quel formato, tutto sommato trovando la versione estesa più riuscita. Nel 2003, Lucas non mi aveva ancora fatto passare la voglia di vivere con La vendetta dei Sith, ma probabilmente la parziale delusione di Le due torri, in combo con il fastidio umano e fisico provocato da L'attaco dei cloni, mi aveva ormai fatto stancare di tutta la faccenda fanboy e Il ritorno del re me lo sono guardato con calma al cinema in Italia, e chi s'è visto s'è visto. Anche perché, pure lui, non è che mi abbia fatto esattamente impazzire. Anzi, dupalle, specie poi gli otto finali. E no, non l'ho comprato in DVD.



Ora, in questo trailer, per qualche strano motivo, mi sembra di vedere l'atmosfera bella del primo film, quella che tanto mi era piaciuta e mi aveva appassionato, e quindi tutto sommato mi viene un po' voglia. La parte in cui cantano credo sia inserita con lo scopo di far gasare e/o andare in sollucchero, ma a me dà fastidio e basta, anche se sotto ci mettono un montaggio di immagini piuttosto evocative. E poi devo dire che il tema musicale di Gollum che emerge alla fine un brividino me l'ha dato, così come la spada in frantumi che ti strizza l'occhio sorridendo. Insomma, dai, un pochino voglio crederci, in questo Hobbit. No?

No, Cate, non guardarmi così, ci vengo al cinema, tranquilla.

Ho scritto questo post perché Cubia88 me l'ha chiesto su Twitter (anche se scherzava) e perché Fabiano Zaino mi ha chiesto se avevo visto il trailer, ma soprattutto perché NetworkedBlogs fa un casino immane con la nuova Timeline di Facebook e volevo quindi provare RSS Graffiti. Vediamo.

Mission: Impossible - Protocollo fantasma


Mission: Impossible - Ghost Protocol (USA, 2011)
di Brad Bird
con Tom Cruise, Jeremy Renner, Simon Pegg, Paula Patton

Allora, mettiamo innanzitutto bene in chiaro le premesse. Mission: Impossible: l'ho visto solo una volta, al cinema (più qualche pezzo a caso beccato zappando su Sky) e ricordo che mi divertì senza farmi impazzire, ma sono abbastanza convinto che oggi mi piacerebbe molto di più. Mission: Impossible II: all'epoca ero ancora fan sfegatato e irrazionale di John Woo, quindi mi piacque tantissimo e andai a vederlo due volte al cinema (e ne ho rivisto qualche pezzo a caso su Sky). Mission: Impossible III: non sono un grande fan di Lost, che ho mollato per disinteresse dopo due stagioni, e nonostante questo, quando l'ho visto al cinema, mi ha divertito, soddisfatto e convinto parecchio (e non ho mai rivisto pezzi a caso su Sky). Inoltre apprezzo molto la serie, di cui ero fanatico anche in TV da bimbetto, e soprattutto impazzisco ogni volta che sento la musichetta. Di questo Ghost Protocol sapevo (1) quel che si vede nei gasanti trailer, (2) che c'è Jeremy Renner e che da qualche parte ho letto che sostituirà Tommaso nei prossimi episodi, (3) che l'ha diretto Brad Bird (vale a dire Il gigante di ferro, Gli Incredibili e Ratatouille, vale a dire minchia), (4) che c'è Simon Pegg, (5) che Tommaso si è messo a correre fuori dal palazzo gigante di Dubai senza controfigura, (6) che Paula Patton è una gran topona, (7) che su IMDB ho letto - SPOILER - che anche questa volta c'è Ving Rhames e (8) che alla critica sta piacendo e Rogerino Ebert gli ha messo tre stelle e mezzo su quattro.

Insomma, sono entrato in sala con addosso una discreta fotta, inutile negarlo, ed ero quindi pronto a farmelo piacere a tutti i costi, perdonando senza quasi accorgermene questa o quella minchiata, ma anche ad essere deluso come un bambino a cui hanno appena spiegato che quest'anno non ci sono regali perché Babbo Natale non esiste c'è la crisi, casomai il film non mi fosse piaciuto. E, dunque, spoiler, il film è una bomba. Gli si può contestare che il cattivo ha il carisma dello zio ubriaco che arriva a rovinare la festa al matrimonio (solo che nel sacchetto di carta, invece della bottiglia di whisky, ha una bomba atomica) e che ogni tanto parlano un po' troppo, ma per il resto davvero fatico a capire cosa gli si possa dire di male.

Quando è partita la solita musica sulla miccia accesa avevo letteralmente la pelle d'oca. Davvero.

È, semplicemente, un film divertentissimo, che mette da parte il romanticismo estremizzato dei due precedenti episodi (lasciandolo comunque sullo sfondo, più come elemento di storia personale e di motivazione dei protagonisti) e punta tutto sull'ironia a pacchi, su un'azione spettacolare e sul concetto di missione veramente impossibile o che comunque guarda quasi non ce la facevamo. Simon Pegg è in formissima e piazza una gag  dietro l'altra, la sceneggiatura fa l'autoconsapevole e scherza continuamente con i punti fermi della serie, la squadra funziona tutta assieme come è d'uopo in un Mission: Impossible, Jeremy Renner fa quello forse ganzo o forse no, non troppo convinto a causa del passato oscuro, pronto a prendere le redini ma per il momento comunque sottomesso al padrone, e Tom Cruise ha l'aria di chi si sta divertendo come un matto. Le scene d'azione sono bellissime e lunghissime, tutte intrecciate con gli intrighi, le maschere, le cose strane da fare e i piani impossibili e tutta la parte a Dubai è una roba di un bello pazzesco per spettacolo, tensione, ritmo, divertimento. Anche se l'inseguimento nella sabbia va forse un po' lungo, o magari è solo che arriva dopo quello spettacolo precedente e che ci vuoi fare. Le gag funzionano, la tecnologia c'è, i colpi di scena pure, l'intrigo anche, il cast è ottimo e tutta la parte finale, giocata su tre piani diversi, con quel delirio al parcheggio e la fantastica coppia Renner/Pegg, è pure lei una meraviglia. No, sul serio, ma che devo dire, bene così.

E poi a un certo punto c'è SPOILER che sorride e io sono contento.

L'ho visto qua a Monaco, in due sole e ottime dimensioni e in un cinema bello ma normale. Ho come l'impressione che in formato IMAX certe scene ti prendano a schiaffi fortissimo. Settimane dopo aver scritto questo post, mi sono riguardato in Blu-ray tutti e tre i film precedenti, scrivendone qui, qui e qui.

20.12.11

Batmeh


Ok, allora, è uscito anche per vie ufficiali il trailer di The Dark Knight Rises. Osserviamolo.



Bello? Sì, dai, bello. Però, mh, posso dire meh? Il meh sui famosi sei minuti iniziali c'era un po', come sensazione, ma veniva seppellito da alcuni aspetti convincenti, senza contare che di fondo quei sei minuti li ho guardati a cazzo di cane saltellando in giro. Qui, però, non vedo nulla che mi gasi come a suo tempo mi gasavano i trailer di The Dark Knight senza Rises. Secondo me il problema principale è che, mentre all'epoca si puntava subito tutto sul farti vedere quanto fosse ganzo Joker, qua Bane è quasi messo in disparte, te ne fanno intuire la putenza, specie quando spiega al suo nuovo amico Batman che "Tu fai quello che ti dico e stai pure zitto", ma non è che ti si dica poi molto. Certo, lo stadio che implode ha il suo bel perché, e pure il montaggio finale con tutta quella serie di immagini veloci per fartelo venire duro, in cui si vede pure un bat-coso che vola, è fatto bene. Paradossalmente, ma forse neanche troppo, le cose più intriganti vengono da Catwoman: quel dialogo in cui Selina dice a Bruce Wayne che c'è la crisi e adesso arrivano le mazzate e viva la revolución sembra uno spunto sfizioso. E del resto, va pure detto che fino a oggi ci hanno sommersi di foto e accenni per far capire quanto Bane sarebbe stato grosso, cazzuto e fico, quindi tutto sommato ci sta, di dedicare spazio pure al resto nel trailer. In tutto questo, rimane la domanda: ma Marion Cotillard e Joseph Gordon-Levitt che fanno? Non che abbia problemi con la presenza di Marion Cotillard in qualsiasi film, eh, ma io un po' ce l'ho il timore che qui si faccia la fine del film troppo sbrodolone perché ha troppi personaggi, andando ben oltre la stanca mezz'ora finale del precedente e sconfinando nel pastrocchio casinista di Spider-Man 3. No? Infine vorrei ricordarvi che Il cavaliere oscuro - Il ritorno.

Ah, poi è uscito pure questo trailer:



Ora, io il primo episodio non l'ho visto. Stavo ancora in Italia, avevo la puzza sotto al naso del "vado a vedere solo film in lingua originale", alla rassegnina dei cinefili snob non me lo davano e comunque mi sembrava un po' una cagata. Odoravo giusto o sbagliavo della grossa? L'internet mi offre pareri molto contrastanti al riguardo, anche se comunque quelli positivi non vanno oltre il film onesto e gradevole e quelli negativi sono dalle parti del suicidio di massa in platea. In questo trailer si vedono cose grosse che cascano dall'alto come in Starship Troopers/Halo/Gears of War/[aggiungere a piacere], Rosamund Pike che per carità va benissimo ma non è Gemma Arterton, un po' di giganti grossi che cercano di schiacciare violentemente Sam Worthington, il livello dei cuboni che si spostano che mi aveva annoiato a morte in God of War III, un fotogramma preso dagli scarti di 300, Liam Neeson che è talmente stanco di tutto da polverizzarsi, Marylin Lennox alla voce. Boh.

La verità è che il trailer più bello della settimana è questo:

Gargoyle's Quest



Reddo Arīmā Makaimura Gaiden (Capcom, 1990)
sviluppato da Capcom - Tokuro Fujiwara

Ho preso in mano Gargoyle's Quest, nella sua riedizione per Virtual Console 3DS, sapendo sostanzialmente solo che si trattava di uno spin-off da Ghosts 'n Goblins (con non molto più che un protagonista pescato da lì e qualche piccola citazione sparsa in giro) e che ha uno zoccolo duro di fan adoranti, di questo episodio come dei due successivi. E non sapevo praticamente null'altro, anche perché mai in vita mia ci avevo messo mano (stranamente, considerando che al contrario ho giocato tutti gli episodi della serie "mamma"). E cosa ho trovato, oggi, nell'anno 2011? Un gioco divertente, che tutto sommato vale la manciata di euro richiesta, ma che è anche invecchiato piuttosto male e, giocato oggi, appare forse un po' sopravvalutato.

La struttura è sostanzialmente quella del secondo Zelda uscito su NES, o perlomeno di come me lo ricordo: un GdR all'acqua di rose, in cui si esplora il classico overworld ma le fasi d'azione sono rappresentate sotto forma di un gioco di piattaforme 2D. Ed è soprattutto il lato GdR ad essere oggi impresentabile, con la sua esplorazione ridotta all'osso, i suoi incontri casuali (che si risolvono in micro-combattimenti all'interno di livelli minuscoli), le sue cittadine con quattro case e due personaggi in croce con nulla da dire e le sue missioni da minimo indispensabile. A conti fatti, su tutto il gioco, ci sono al massimo un paio di situazioni in cui l'overworld diventa qualcosa di più che un tedioso passeggiare fra un livello e l'altro. Poi, certo, la parte importante del gioco è quella d'azione, però è chiaro che se me lo vendono come gioco eccellente e all'epoca innovativo anche per la sua mescolanza di generi, beh, io un po' ci rimango male, quando vedo che parte di quella mescolanza è davvero poca cosa. Insomma, non è giusto confrontarlo con un gioco Nintendo uscito tre anni dopo, però su quella stessa macchina s'è visto Link's Awakening.

Ma in ogni caso, passato lo smarrimento iniziale, tutto questo cessa di essere un problema, perché nelle fasi action, nei livelli di gioco veri e propri, c'è parecchio da divertirsi. C'è un level design preciso al millimetro, c'è una struttura piuttosto lineare ma dall'azione ben calibrata, ci sono livelli che si dipanano in tutte le direzioni e si spalancano basandosi sull'utilizzo dei poteri a disposizione del protagonista, c'è un bel senso di progressione, con un continuo arraffare nuove abilità per poter proseguire. Manca del tutto l'esplorazione vera e propria, anche perché le capacità conquistate mano a mano da Firebrand servono solo per andare avanti e mai per rileggere in maniera diversa zone già esplorate, ma nel complesso la struttura funziona, anche col suo proporre, nelle fasi finali, momenti in cui diventa necessario utilizzare assieme diverse abilità, selezionandole in corsa, intuendo il modo migliore per avanzare.

E poi c'è un tasso di sfida adorabilmente vecchia scuola, impegnativo, da padroneggiare, che dà soddisfazione vera quando ne esci vivo, anche se in un paio di passaggi verso la fine mi sembra francamente superare almeno un po' il confine della frustrazione. Per fortuna, in salvataggio del giocatore pigro e moderno, giunge l'opzione per creare punti di ripristino che è propria della Virtual Console 3DS. Che la si voglia utilizzare solo per poter salvare il gioco nell'overworld senza doversi appuntare le scomode password, o che si decida di andare oltre e crearsi i propri checkpoint all'interno dei livelli, al fine di evitare un'esplosione di bile, obiettivamente su un gioco del genere questa opportunità ci casca a pennello. Di contro, questo è proprio l'esempio di gioco che mette in luce la scarsa ergonomia del 3DS. Quando ci si ritrova a svolazzare in giro, mentre si cerca di far fuori tre nemici e si schivano spuntoni letali nel giro di tre pixel, eh, i crampi sono sempre dietro l'angolo.

Nintendo mi regala venti giochi per la Virtual Console del 3DS e io cosa faccio? Ne compro e gioco un altro, chiaro. Certa gente non è mai contenta.

19.12.11

Monsters


Monsters (USA, 2010)
di Gareth Edwards
con Scoot McNairy, Whitney Able

Dunque, i trailer furbetti, che ti fanno pensare che il film sia una cosa che non è. Diciamo che il trailer di Monsters rientra abbondantemente nella categoria. Per carità, ci può stare, in fondo è più facile vendere il film coi mostri giganti che fanno casino, rispetto al film coi due tizi che passeggiano nella giungla e piano piano scoprono l'ammore, però io capisco anche che uno possa andare al cinema inzigato da questo trailer qui e rimanerci poi un po' male:



Ora, intendiamoci, non siamo ai livelli da denuncia del trailer di Killer Elite, dato che manca tutto quel delizioso discorso di furbate da montaggio, ma certo è che questo trailer ti prepara a una cosa un po' diversa da quella che poi trovi quando si spengono le luci e inizia il film. Non dico che nel trailer si vedano tutte le apparizioni di mostri del film, ma poco ci manca, e di certo si vede praticamente tutta l'azione. È questo un grosso problema? Mah, anche no, in fondo bastava essere un pochino informati per arrivare alla proiezione preparati quando il film è uscito nel mondo un anno fa, figuriamoci adesso che è uscito in Italia. Oddio, uscito, l'Internet mi dice che - nonostante le promesse di arrivo nelle sale per lo scorso marzo - Monsters è uscito in Italia il 7 dicembre. Ma sempre l'Internet mi dice anche che non è già più in sala. Io mi chiedo che senso abbia anche solo provarci, a queste condizioni.

Comunque, Monsters racconta sì di una Terra che ha subito l'invasione virale da parte dei mostroni giganti coi tentacoli, ma lo fa a bocce ferme, sei anni dopo, con una corposa fetta di continente americano trasformata in terra di nessuno e due protagonisti che per ragioni diverse si ritrovano a percorrere il Messico nel tentativo di raggiungere i teoricamente sicuri USA. I mostroni insomma ci sono, irrompono violentemente in avvio, aleggiano su tutto il racconto con la loro inquietante presenza e appaiono un paio di volte spaccando tutto, ma il film si incentra su tutt'altro, mettendo in scena il viaggio di due persone unite dalla casualità, costrette a conoscersi, liete di quel che scoprono.

Il bello di Monsters è che riesce ad essere due, tre, magari anche quattro cose contemporaneamente. È un road movie, lo segnala dal manifesto, realizzato in location, con quattro soldi, sfruttando quasi solo attori non professionisti, improvvisando e gironzolando in ambienti che ti fanno percepire tutta la loro fangosa realtà. È una delicata storia d'amicizia e d'amore più o meno impossibile, che si svolge seguendo tutti i passaggi inevitabili ma lo fa in maniera mai stucchevole, sempre convincente. È scritto e diretto con un tocco delizioso e funziona a meraviglia in tutto quel che vuole evocare, tenerezza, terrore, scoperta, esplorazione, oppressione, speranza. Ed è anche un film di mostri, sì. Perché senza i mostri non sarebbe la stessa cosa, non avrebbe quell'atmosfera sottilmente inquietante, non avrebbe quei due o tre momenti di panico, non ti lascerebbe a bocca aperta con quel finale struggente, che chiude alla perfezione tutto il discorso aperto all'insegna dell'assenza di bene, male, giusto, sbagliato.

Insomma, Monsters è un film affascinante, romantico, emozionante, che alla fin fine ha molto poco a che vedere con District 9, ma in un certo senso ci si avvicina comunque parecchio per la voglia di fare fantascienza al cinema in un modo un po' lontano dal solito. E che può non piacere per mille motivi e non è certo perfetto, ma ha un'identità sua, fortissima, figlia di un Gareth Edwards autore davvero a tutto tondo.

Chiaramente il film è già in vendita nei soliti posti, da tempo e a due soldi, se non si sente la necessità di guardarlo doppiato in italiano.

18.12.11

Retropep


Richiestissimo da gente che evidentemente sta alla canna del gas, ho partecipato anche all'ottavo episodio di Retrocast, un podcast tutto dedicato alle cose vecchie, passate, cui non gioca più nessuno. In questo ottavo episodio si parla di Gargoyle's Quest (io), Creatures (il platform, non il simulatore di vita artificiale), e due giochi che neanche sapevo esistessero: E.V.O.: Search For Eden e Sacred Armor of Antiriad. E poi di altre cose a caso, ovviamente. Sta tutto a questo indirizzo qui.

E, come dicevo ieri, domani si registra l'ultimo Outcast dell'anno, a tema natalizio pure lui.

Philadelphia Newsagents 2011/2012


Oh, allora, un bel post sui fatti miei che non interessano a nessuno ma che mi diverte raccontare. È dalla stagione 2003/2004 che, (quasi) tutti gli anni, partecipo alla lega di FantaNBA organizzata dalla gente di it.sport.americani. Quella prima volta ho fatto irruzione con la delicatezza di un elefante, draftando Kevin Garnett alla settima scelta (quasi inconcepibile trovarlo libero lì) e Steve Nash alla successiva e andando a vincere il titolo, seppur sudando parecchio (finale vinta di un nulla a gara sette, e anche una delle precedenti serie di play-off, se non ricordo male, tirata alla settima partita). Da lì, in poi, ovviamente, ho fatto cacare sempre e comunque, non raggiungendo mai i play-off fino allo scorso anno, quando sono clamorosamente andato a un soffio dal conquistare il secondo titolo della mia misera carriera.

L'anno scorso, stagione 2010/2011, avevo una squadra di bestioni muscolosi, con Lebron James, Andrew Bogut ed Andrew Bynum a tirare la carretta, ma gli infortuni sembravano avermi condannato a un'altra mesta uscita di scena anticipata. Poi, però, la luce in fondo al tunnel. A fronte di un Lebron che mai mi aveva abbandonato, Bogut e Bynum escono dall'infermeria e cominciano a macinare, aiutati dalla gran mossa di pescare al mercato libero Marcin Gortat quando è stato trasferito a ricevere assist dalla manina santa di Steve Nash. Accade così che con una rimonta che ha del miracoloso: partendo se non erro dal terzo posto, conquisto in volata la vetta della division e strappo pure il passaggio automatico al secondo turno dei play-off, piazzandomi a parità di vittorie con un'altra squadra ma staccandola di 0,5 nella media punti (e fra l'altro, col senno di poi, al primo turno sarei stato spazzato via). Insomma, culo sfondato. Trascinato dal grande cuore dei ragazzi, stravinco poi al secondo turno e in semifinale mi becco la mega corazzata che ha spazzolato tutti in stagione seppellendo ogni avversario: ne esco sconfitto solo a gara sette, per un nonnulla, dopo una serie di partite decise d'un capello in base al fattore campo, eliminato dalla squadra che andrà poi a vincere il titolo. Belle cose.

Ora, magari adesso faccio cacare per altre sette stagioni, ma si è appena concluso il draft per l'edizione 2011/2012. Draft nel quale - me ne rendo conto solo ora - come nel 2003 ho goduto della settima scelta e alla successiva ho puntato su Steve Nash (che, come detto sopra, quando le cose mi vanno bene in un modo o nell'altro c'entra sempre). Anvedi le coincidenze. Un draft che mi riempie di gioia perché magari col sennò di poi capirò di aver sbagliato tutto, ma mentre lo facevo mi ha dato sempre e solo quello che volevo. Mai è capitato che qualcuno mi fregasse il giocatore che stavo mirando e, anzi, a ogni singola scelta ho pescato esattamente quel che avevo deciso da un tot di voler prendere, sulla base dei giocatori ancora disponibili. Roba da matti.

Blake Griffin idolo delle folle, affidabilissimo e in linea teorica pronto anche a crescere rispetto all'anno scorso. Questo quando l'ho scelto. Poi, dopo che l'ho scelto, è capitato che ora ha il miglior playmaker della lega a servirgli gli assist. No, dico. Steve Nash altro idolo, invecchiato, ma di fatto sempre straproduttivo. Tyson Chandler magari non proprio macchina da canestri, ma affidabilissimo e secondo me, giocando con quegli altri due, potrebbe fare numeri di spessore. Deandre Jordan centro giovane di belle promesse. Poi i due rookie, che sono sicuramente scommesse, ma perlomeno dovrebbero avere ampio minutaggio. Ed Davis, boh, mi sta simpatico, secondo me può crescere. Udonis Haslem è sempre stato bello efficiente e se è sano alla scelta 143 potrebbe essere un furto. In Richard Hamilton voglio credere, soprattutto voglio credere che giocare con Derrick Rose gli faccia bene, anche se ovviamente i bei tempi sono andati. Afflalo, Hawes e Barbosa sono bassa manovalanza, anche se credo possano darmi qualche minuto di qualità (soprattutto Afflalo). E poi almeno un giocatore di Philadelphia ci tenevo ad averlo.

Ora, non è certo una corazzata, ma è una squadra che mi piace e sono contento, a prescindere dal fatto che, come al solito, da qui alla fine cambierà faccia mille volte grazie a quella droga irresistibile chiamata mercato libero. Gli unici veri dubbi sono sulla vecchiaia di Nash e la fragilità di due o tre giocatori piuttosto importanti. Vedremo. Però mi piace..

A margine, per chi non conoscesse, segnalo http://hoops.sports.ws, sito per la FantaNBA davvero ottimo, elastico, flessibile, che permette di modificare cinquantamila regoline e regolette e ha un sistema di gestione molto intelligente, forse il migliore sulla piazza. Noi giochiamo dando grande importanza all'efficienza e alle percentuali di tiro (uno che fa cinquanta punti tirando il 20% non è esattamente il miglior giocatore possibile), e contando poi tutta una serie di altre statistiche. Anzi, foto, che spiega meglio, tratta da gara sette dell'anno scorso (bastava un niente per mandarla ai supplementari, sigh).


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