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28.4.12

Outcatinelle


Non si finisce mai di outcastare. Questa settimana siamo usciti con ben due podcast. Il quarto episodio di Outcast Sound Shower, una bittografia musicale tutta dedicata al mitologico Rob Hubbard, lo trovate a questo indirizzo qui. Il diciassettesimo episodio di Outcast: Chiacchiere Borderline, invece, lo trovate qua.

E lunedì, in barba alle festività, si registra ancora. Robe da matti!

27.4.12

American Pie: Ancora insieme


American Reunion (USA, 2012)
di Jon Hurwitz e Hayden Schlossberg
con Jason Biggs, Sean William Scott e tutti gli altri

I miei ricordi dei tre American Pie sono piuttosto vaghi, anche se sostanzialmente buoni di tutti e tre. Del primo ricordo che mi aveva divertito, ma anche un po' stupito nel suo essere fondamentalmente molto più buonista e legato ai sani valori della famiglia puccettosa rispetto al suo presunto modello originale Porky's. In questo, forse, era anche un po' figlio dei suoi tempi e, quindi, tutto sommato perfettamente riuscito nel voler essere il Porky's degli anni Novanta. Del secondo - che leggo in giro essere molto amato - ho un ricordo gradevole, ma anche un po' deludente, legato immagino al troppo spazio dedicato ai due personaggi più inutili del gruppo. Il terzo, infine, mi aveva piuttosto sorpreso, al punto da rimanermi in testa quasi come il migliore dei tre. E insomma, per una trilogia di commediole sporcellone senza pretese, non ci si può lamentare. L'altra settimana, per un attimo, mentre controllavo gli orari sul sito del cinema ed entravo nell'ordine di idee che sarei andato a guardarmi il quarto episodio (facciamo finta che quelli direct-to-video non esistano), ho pensato che sarebbe potuto essere carino riguardarmi i tre precedenti, come faccio spesso prima di mettermi davanti a un nuovo capitolo uscito a distanza di tanti anni. Ma poi ho deciso che non era il caso, perché in fondo poteva essere divertente andare al cinema nello stesso stato d'animo con cui i protagonisti del film si ritrovano: desideroso di incontrare un'altra volta dei vecchi amici, senza ricordarmeli poi così bene, accompagnato dai malinconici bei ricordi e con quella voglia neanche troppa nascosta di tornare a quei bei tempi più semplici, ingenui e sporcelloni della scuola superiore. Ecco, lo spirito di American Reunion è bene o male questo qui, ed è incarnato alla perfezione negli occhi di quello che, da sempre, è il personaggio migliore di tutti: Stiffler.

Sean William Scott è bravissimo come al solito, quando interpreta lo Stifmeister cambia completamente faccia e diventa una figura irresistibile. In questo film, però, lo vediamo al gradino successivo dell'evoluzione in parte già osservata nel precedente: è cresciuto, è un po' cambiato, ha dovuto sucarsi quel che la vita impone agli uomini adulti, e fa una gran fatica ad accettarlo. Anzi, proprio non ci riesce, e continua a ritagliarsi addosso il personaggio del bullo coglione, anche se si vede lontano un miglio che l'ha capito, di essere fuori tempo massimo, di non poterselo più permettere. Sta tutto lì, nei suoi occhi velati dai lucciconi di fronte al capo che lo tratta a pesci in faccia o ai suoi quattro compagni di liceo che lo considerano un idiota insopportabile e cercano di evitarlo. In quel breve primo incontro al bar e in quello sguardo di Stiffler, che rappresentano forse il momento migliore del film, c'è tutto il film stesso.

Per il resto, American Reunion è esattamente quel che ci si può attendere. Un film in cui c'è tanto amarcord, tanto malinconico guardarsi alle spalle, con annessa inevitabile parata di facce note messe lì anche solo perché non ci si può permettere di non farle apparire (e gli sceneggiatori si sono ricordati di dare a Oz una battuta per commentare la sua assenza dal matrimonio), e c'è bene o male quel che c'era in tutti gli altri. Ovvero un film simpatico, divertente, che non ti fa stramazzare al suolo ma riesce a strapparti qualche risata grazie alle sue armi migliori, che gioca sui soliti stereotipi ricorrenti e ha i suoi bravi momenti di stanca. Dominato da Jim e Stiffler, con Finch stella a margine di lusso e i due cretini inutili a regalare i momenti peggiori, quelli da latte vero alla ginocchia. Menzione d'onore, poi, per le relative due bionde, il cui confronto con le foto d'epoca risalenti al primo episodio è francamente agghiacciante. Tara Reid sembra che sia stata presa a pugni in faccia per dieci giorni consecutivi, mentre Mena Suvari è diventata la zia di Mena Suvari. Al di là dei personaggi, la scrittura è divertente, la malinconia è ben piazzata, la tematica del gruppo di ragazzi legati al passato e che faticano ad accettare di essere cresciuti è gestita in maniera quasi elegante (almeno per gli standard che ti aspetti da un film del genere) e in sostanza si trascorrono un paio d'ore assieme a un gruppo di vecchi amici. Ti resta proprio addosso la sensazione di essere andato alla festa coi compagni del liceo, e non era banale ottenerla, considerata l'assenza alla sceneggiatura del creatore Adam Herz. Ma Hurwitz e Schlossberg sono stati bravi e hanno portato la loro impronta tutta cacate e schifiltoserie assortite senza rinunciare al rispetto e all'amore per i personaggi. Insomma, considerando anche che stiamo parlando di un quarto episodio a distanza di un decennio dal precedente, poteva andare peggio.

Il film l'ho visto ieri al cinema qua a Monaco, in lingua originale. Fra l'altro è il primo della serie che guardo in lingua originale e mi ha fatto strano sentire cosa sia realmente "Pausa Merda". Per il resto, non è che ci siano dialoghi particolarmente intraducibili, anche se ascoltare finalmente la voce del mio adorato Stiffler è stato bello. In Italia esce venerdì prossimo.

26.4.12

Friday Night Lights: A Town, a Team, and a Dream


Friday Night Lights: A Town, a Team, and a Dream (USA, 1990)
di H. G. Bissinger

È forse un po' strano mettersi a leggere Friday Night Lights vent'anni dopo l'uscita, ma soprattutto dopo aver guardato con amore e devozione il film di Peter Berg e la strepitosa serie televisiva. Oppure è una cosa normale, perché tutto sommato non è così banale, per un lettore italiano, mettere le mani su un libro americano dedicato a un'annata di football di una squadra liceale dispersa nel profondo Texas. Anche se in realtà il libro di Bissinger (uno che ha vinto il Pulitzer, mica pizza e fichi) parla anche molto, moltissimo d'altro. Friday Night Lights è soprattutto un micidiale spaccato sulla vita di una cittadina americana che trova unico sfogo umano nello sport praticato dai suoi ragazzi. Racconta dell'ascesa economica di una regione e delle conseguenze che il successivo crollo possono generare. Parla di razzismo, stupidità, amicizia, devozione, famiglia, religione e tutte quelle belle e brutte cosette che ruotano attorno alla vita.

Leggerlo regala sensazioni diverse da quelle del film e del telefilm che ha generato, perché l'approfondimento è più ricco e di stampo giornalistico, perché l'indagine va a scavare nelle motivazioni sociali, politiche, economiche dietro a ciò che accade, dando spessore a tematiche magari solo accennate nel telefilm. E finisce così per diventare, paradossalmente, un corollario irrinunciabile alla visione, una lettura imperdibile per chiunque abbia amato quelle immagini e voglia approfondirne il discorso. Nel procedere al contrario, poi, ci si rende conto di quanto abbia avuto senso, nel 2006, dare inizio alla serie televisiva. Che, al contrario del film dedicato alle vicende di Odessa, recupera solo il soggetto e racconta di un'altra città fittizia, ma va a pescare innumerevoli spunti e fili narrativi per forza di cose ignorati dalla pellicola. Quasi tutto ciò che accade nel telefilm, tolta quella brutta svolta che sappiamo della seconda stagione, trova riscontro negli avvenimenti narrati dal libro, dove però c'è una maggiore attenzione ai dettagli, ad elementi di secondo piano e a tutto quanto ci si era abituati a non vedere.

Poi, certo, oltre a tutto questo, di fondo, rimane anche lo struggente racconto delle vicende umane di questi ragazzini che si portano sulle spalle tutto il peso del mondo, che trascinano in groppa con le loro immature forze il destino di una città allo sfascio e distrutta dalla propria ingenuità. Buzz Bissinger ha trascorso un'intera stagione al seguito della squadra, stringendo amicizie, frequentando persone e raccontando gli eventi attraverso il filtro dei suoi occhi, da giornalista che vuole approfondire, certo, ma anche e soprattutto da essere umano sempre più emotivamente coinvolto. Questo, insieme a tutto quanto detto sopra e alle storte fotografie che appaiono di qua e di là, rende Friday Night Lights una lettura essenziale. Non solo per i fan delle sue versioni in movimento, che davvero non hanno scuse. Non solo per gli appassionati di sport americano e i curiosi di una cultura che la colonizzazione mediatica ci spinge a considerare vicina ma che in fondo rimane molto lontana. Proprio in generale, per chi ha voglia di leggere un bel libro, interessante, toccante, davvero scritto come si deve.

A margine, segnalo che Bissinger ha da poco pubblicato fra i Byliner di Kindle una specie di seguito, dal titolo After Friday Night Lights: When the Games Ended, Real Life Began. An Unlikely Love Story. Ne parliamo un'altra volta, ché devo ancora leggerlo.

25.4.12

Hot fuzz


Hot Fuzz (UK/Francia/USA, 2007)
di Edgar Wright
con Simon Pegg, Nick Frost e un sacco di attori inglesi

In casa Maderna c'è un amore violentissimo per Shaun of the Dead o, se preferite (ma non credo), L'alba dei morti dementi. Sarà che qua c'è un grande amore anche per le storie di morti che camminano, per carità, ma il primo film di Edgar Wright ci ha messo veramente cinque minuti a finire nel gruppone dei miei preferiti di sempre, grazie a quello splendido e forse non replicabile equilibrio fra omaggio, parodia e contemporanea totale appartenenza a un genere molto specifico, con addirittura una certa voglia di reinventarlo almeno in parte e la sensazione di pieno successo. Hot Fuzz è sostanzialmente un tentativo di applicare la stessa manovra al poliziesco macho, action e sborone, ed è un altro film adorabile, per quanto forse non altrettanto riuscito. E che, in tutta franchezza, ho trovato pure un po' stancante e prolisso nella sua seconda metà, quando l'azione si scatena in maniera roboante.

L'avvio è strepitoso e mostra anche l'evoluzione di un Edgar Wright già tecnicamente notevole nel precedente film e che qui prosegue il suo percorso verso quel tripudio d'immagini che sarà poi Scott Pilgrim vs. The World. Tutto Hot Fuzz è raccontato attraverso gli occhi del suo protagonista e del suo modo d'essere e pensare, con uno stile della narrazione per immagini che si modifica mano a mano che Nicholas Angel si fa pian piano trasformare dalla sua amicizia con il collega Danny. Sotto questo punto di vista, e in generale nella padronanza con cui Wright mostra di maneggiare il genere action, Hot Fuzz è davvero difficile da criticare. Più in generale, l'elemento comico, di presa in giro degli stereotipi ma pure di evidente e passionale omaggio alle sparatorie selvagge e senza senso, funziona a meraviglia, grazie anche a due protagonisti in forma strepitosa e dall'affiatamento senza limiti.

Il problema è che Hot Fuzz mi sembra fallisca un po' nel voler anche essere il genere di film che omaggia e prende per il culo, ovvero nella geniale manovra tanto bene riuscita a Shaun of the Dead. Tutta la parte finale, per quanto tecnicamente ben fatta, è un continuo prendere in giro e citare questa o quella sparatoria, e Wright si mette pure a fare le prove per il suo film successivo infilandoci dentro qualche effetto sonoro da videogioco, ma non si respira mai, nemmeno per un secondo, il trasporto, il senso epico e di violenza, o anche solo il puro gasamento che un buon film di quelli macho che piacciono a noi dovrebbe regalarti. Si ride di gusto, ci si gode il manico del regista, si saltella sulla sedia notando questo e quell'omaggio, ma non scompare mai, neanche per un attimo, la sensazione di stare guardando una commedia che sfotte i film d'azione. E invece, Shaun of the Dead ci riusciva davvero bene, in certi momenti, a colpirti nello stomaco urlando fortissimo "guarda che comunque io un film horror lo sono per davvero". Di fondo, la differenza sta tutta qui. Poi, che Hot Fuzz sia comunque divertente e piacevolissimo, per carità, non lo nega nessuno.

Non l'ho visto al cinema nel 2007 perché, mboh, probabilmente già facevo lo snob sui film doppiati. L'ho recuperato solo adesso, dopo aver pescato il Blu-ray da un cestone del Mediamarkt. I Blu-ray tedeschi hanno la copertina double face, così, se vuoi, puoi girarla e avere l'immagine bella pulita senza l'anti estetico visto censura che si usa da queste parti. Che brava gente.

24.4.12

L'abbiamo perso?


Hahahaha, no, davvero, hahahha, non ci avevo fatto caso. Sapevo che Channing "Collo" Tatum stava preparando un film in cui avrebbe fatto lo spogliarellista, ma non mi ero accorto fosse diretto da Steven Soderbergh e fosse una roba con Matthew McConaughey e con questo taglio qui.



In pratica, dopo il film dell'epidemia che ammazza il mondo ma d'autore e il film con le pizze in faccia e con l'attrice davvero capace di menare gli uomini, ma d'autore, adesso pure la rom-com ma pure un po' film di ballo con l'attore che è diventato "famoso" grazie a Step Up. Ma d'autore, ovviamente. Il paradosso è che quando Soderbergh dirige film che in teoria dovrebbero interessarmi non ho mai molta voglia di andarli a vedere, ma se dirige un film che in teoria dovrebbe respingermi con tutte le forze mi incuriosisce. Del resto, immagino la cosa sia voluta. Ma, a proposito di Matthew McConaughey, che fine ha fatto Killer Joe? Leggo su IMDB che in estate spunterà in qualche cinema europeo a caso. Spero si aggiunga in fretta anche il mio. No, perché io comincerei ad avere una certa voglia di vedere il film attorno alla scena che segue.



Ritornando a bomba su Collo, invece, pare che a sorpresa 21 Jump Street sia un bel film. Tipo che in America è piaciuto a tutti, anche a gente con cui non vado sempre d'accordo ma le cui opinioni hanno comunque maggiore dignità della mia (non che ci voglia molto). Ora, considerando che i registi sono gli stessi di Piovono Polpette, magari potevamo anche aspettarcelo, ma insomma, eh. Uscita italiana non pervenuta, uscita tedesca prevista per maggio. Poteva andare peggio.



Ma, attenzione, poco prima di andare "in stampa" con questo post ho visto spuntare nell'internet il nuovo trailer di G.I. Joe: Retaliation. E mi sembra giusto aggiungerlo, visto che in fondo sempre di Collo si parla. Anche se pure questo trailer sembra dire con forza una cosa molto specifica. Ovvero che Collo sta lì solo per sottolineare con maggior forza che il film si basa sul radere al suolo tutto ciò che è stato il primo episodio. Tranne i ninja. Perché i ninja sono ganzi. E, anzi, questa volta di ninja ce ne sono parecchi e li facciamo combattere mentre corrono sulle pareti delle montagne. E c'è Bruce Willis che dice cose stupide mentre The Rock spacca tutto. Comunque, il trailer sta qui di seguito e a me dice altre due cose. Una è che, per essere il trailer di un film in cui le robe esplodono, secondo me si sono sforzati un po' troppo di far vedere che c'hanno anche la trama. L'altra è che, nell'ottica "distruggiamo il primo episodio", è anche piuttosto evidente la voglia di abbandonare il look giocattolo-gommoso e passare a una roba più grezza e sporca, tutta fatta di proiettili, esplosioni e gente che si tira gli schiaffi. Vedremo.



G.I. Joe: Retaliation esce il 29 giugno in USA. G.I. Joe - Die Abrechnung esce il 19 luglio in Germania. G.I. Joe: La vendetta esce il 17 agosto in Italia. In Svezia non so come si chiami ma esce a fine settembre, dai.

23.4.12

I guardiani del destino


The Adjustment Bureau (USA, 2011)
di George Nolfi
con Matt Damon, Emily Blunt, Anthony Mackie, John Slattery, Terence Stamp

I guardiani del destino rappresenta l'esordio alla regia di George Nolfi, uno la cui carriera è principalmente quella di sceneggiatore (fra i suoi lavori Ocean's Twelve, The Bourne Ultimatum e The Last Stand, imminente prima prova "occidentale" di Jee-woon Kim con un ritorno a gran protagonista di Arnold Schwarzenegger). E probabilmente proprio la sua formazione più da scrittore che da regista è il principale limite di un film che ogni tanto si fa un po' troppo prendere dalla necessita di spiegare ogni minimo dettaglio e a cui forse manca dietro la macchina da presa una personalità maggiore. Nonostante questo, però, e nonostante un finale che appare un po' frettoloso e pasticciato - ma, del resto, è la classica storia che puoi concludere solo con una deprimente sconfitta o con una svolta di questo genere - I guardiani del destino è davvero un bel film, micidialmente romantico, intrigante nello spunto, delizioso nella scrittura.

Più che il thrilling del tutto sommato piatto fuggi-fuggi da una porta all'altra che caratterizza la parte conclusiva (e in cui un Nolfi al contrario eccellente nei momenti più di narrazione pare essere poco a suo agio), è un fortissimo romanticismo a muovere il racconto dall'inizio alla fine. La forza incontenibile dell'amore che si scatena fra David ed Elise, spingendoli a lottare contro il destino e chi ne tira i fili, arrivando a sfidare perfino Dio, o comunque si voglia chiamare il CEO dell'azienda preposta a farci rovesciare le tazze di caffè sui pantaloni. Matt Damon ed Emily Blunt sono bravissimi, soprattutto lei, aiutati anche da due personaggi ben scritti e di cui è fin troppo facile innamorarsi, ma pure il resto del cast funziona, anche se John Slattery non pare sforzarsi troppo per staccarsi dal suo solito Roger Sterling.

E insomma, detto che si tratta dell'ennesimo film in cui a cercare fedeltà assoluta al modello originale di Philip K. Dick si finisce probabilmente malissimo, I guardiani del destino è stato davvero una piacevole sorpresa. Una storia d'amore a tutti i costi prima che qualsiasi altra cosa, ben raccontata soprattutto in ciò che conta. La scintilla fra i due protagonisti è immediata e fortissima, e il loro continuo rincorrersi improbabile e figlio del destino funziona soprattutto perché ben illustrato nelle piccole cose, nei dettagli che rendono tutto naturale senza bisogno di stare a mostrare ogni momento della loro storia. O, perlomeno, in questo, con me, ha funzionato benissimo e ha reso naturale e appassionante tutto il resto, che è pura conseguenza.

Il film l'ho visto l'altra sera in DVD, perché m'è uscito al cinema nel bel mezzo del trasferimento da Milano a Monaco e non c'era proprio modo. Si vede che i piani del Chairman volevano andasse così. Un bel meh al titolo italiano, banalotto otto otto, ma insomma, pazienza. Tutto da gustare l'accento ganassa sfoggiato da Matt Dmon, comunque. In ogni caso temo questo film rimarrà per sempre il film che m'ha permesso di distrarmi piacevolmente un paio d'ore dalla preoccupazione di sapere il mio micetto rinchiuso in clinica a farsi curare. Niente panico: sembra stare bene. :)

21.4.12

A New Magazine


L'altro ieri se n'è uscito dal suo cantuccio il sedicesimo episodio di Outcast Magazine, quello che avvia il nuovo corso tutto giochi giocati e poco altro. Sta a questo indirizzo qua.

La prossima settimana torna Outcast Sound Shower.

20.4.12

Pre-assemble


Uno si distrae un attimo ed ecco che è quasi ora di andare al cinema per guardarsi il film dei Vendicatori. Eggià, a dar retta a IMDB, The Avengers esce mercoledì in Italia, giovedì in Germania e addirittura una settimana dopo negli USA. Poi vi lamentate delle uscite ritardatarie nel Bel Paese! Io, comunque, ho comprato i biglietti per andare al cinema sabato 28. Non perché non ci tenga a guardarlo subito, ma perché sabato pomeriggio c'è il primo dei pochissimi spettacoli in 2D previsti. E le conversioni fatte in post me lo devono puppare. Segue segmento in cui - SPOILER - Robertino e Barbie si tirano le pizze in faccia.



A proposito di gente che si lamenta delle uscite altrui: vogliamo parlare del fatto che oggi il primo maggio esce in Italia The Cabin in the Woods (Quella casa nel bosco) e io per vederlo qua in Germania devo aspettare giugno? Il film è scritto da Joss Whedon (regista e sceneggiatore di The Avengers) e ha fra i protagonisti Thor, quindi non sono completamente off topic. Agevolo trailer.



In tutto questo, rimane il fatto che Battleship mi ha talmente soddisfatto da farmi passare un po' la scimmia per The Avengers. Per fortuna c'è sempre il fattore nerd a tirarmi su il morale.

18.4.12

The Grey


The Grey (USA, 2012)
di Joe Carnahan
con Liam Neeson, Frank Grillo, Dermot Mulroney, Dallas Roberts

Allora, parliamo di trailer un po' truffaldini, come ai bei tempi di Killer Elite (a proposito: se IMDB non mente, a giugno arriva in Italia). Agevolo il trailer di The Grey.



Ora, sarà anche che non ho letto il racconto su cui è basato, ma io, dopo aver guardato questo trailer, mi aspettavo una specie di horror, di quelli con le bestie feroci mitizzate e imbattibili, pieno zeppo d'azione dall'inizio alla fine. E anche piuttosto tamarro, considerando che ti fa intuire che vedrai Liam Neeson che fa a cazzotti con un lupo gigante dopo essersi legato alle nocche della roba tagliente raccolta a caso per terra. E che è scritto e diretto da Joe Carnahan, quello di Narc e A-Team. Sbaglio? Eh, sì, sbaglio, dato che invece l'altro giorno, andando al cinema, mi sono trovato davanti a una storia tutta incentrata sui personaggi, in cui l'elemento dei lupi, per quanto presente, è quasi più un pretesto che altro (un po' tipo quei film sul baseball ma che però in realtà guarda parliamo della condizione umana). Un film in cui non c'è un briciolo d'azione e anche tutte quelle scene action suggerite dal trailer in realtà non sono tali. E, addirittura, un film bello.

The Grey c'ha le pretese, vuole fare il bel film intenso di studio sui personaggi, e ogni tanto è convinto di avere un quoziente intellettuale superiore a quello che si porta realmente dietro, ma nonostante questo, e nonostante i lupi fatti al computer siano spesso inguardabili, bello lo è per davvero. Che sia una cosa diversa dal film con Liam Neeson che si tira le pizze coi lupi te ne rendi conto abbastanza in fretta, e ne hai forse la definitiva conferma per il modo notevole con cui vengono messi in scena il disastro aereo e le sue immediate conseguenze. Da lì in poi, ci si ritrova per le mani un film con un protagonista che svetta su tutti ma non oscura il gruppetto di personaggi che si porta dietro. Certo, alcuni stanno lì solo per essere sbranati, ma la sceneggiatura si preoccupa comunque di dare loro tridimensionalità e trasformarli in esseri umani credibili, prima di farli fuori uno per uno. E se lo sviluppo è quello convenzionale, una morte via l'altra, il modo in cui viene raccontato lo è magari un po' meno.

Perché, al di là di qualche spavento, di due o tre scosse d'adrenalina improvvise, The Grey si preoccupa più che altro di raccontare l'ineluttabilità. Se una decina scarsa di persone si trova precipitata fra le montagne e i boschi, seppellita dalla neve, senza provviste o risorse, preda di un tempo e un freddo implacabili e pure braccata da un branco di lupi incazzati e vogliosi di difendere il territorio, beh, come potrà mai andare a finire? Esatto. Poi, certo, fra quelle dieci persone c'è Liam Neeson che rimanda un po' l'inevitabile, ma sempre inevitabile rimane. E quindi il film avanza implacabile, concedendo davvero poco allo spettacolo e proiettandosi sempre più verso la depressione completa e un finale che, pure lui, sceglie di non concedere nulla e prosegue dritto per la sua strada (nonostante quella manciata di secondi post titoli di coda che, dai, potevamo pure risparmiarci). La verità è che The Grey sta a un regista con un po' più di personalità dall'essere davvero un grande film. Serviva qualcuno in grado di comunicarmi un meraviglioso paesaggio in una maniera tale da convincermi che avesse senso scegliere di rimanersene seduti lì davanti a morire, invece di continuare a lottare. Ma purtroppamente tocca accontentarsi di Carnahan che, per carità, fa il suo compitino pulito e tira fuori un film comunque ben superiore alle (mie) aspettative, ma che paradossalmente, forse proprio per questo, mi fa rimpiangere quel che sarebbe potuto essere.

Il film l'ho visto venerdì qua a Monaco, in lingua originale. Liam Neeson parla col suo accento e gli americani lo pigliano per il culo. IMDB non mi offre certezze sull'uscita italiana.

17.4.12

Battleship


Battleship (USA, 2012)
di Peter Berg
con Taylor Kitsch, Alexander Skarsgård, Tadanobu Asano, Brooklyn Decker, Liam Neeson

La carriera di Peter Berg è la versione da discount della carriera di George Clooney. Entrambi hanno recitato per anni in un telefilm ospedaliero, solo che Clooney stava in quello ganzo e con l'episodio diretto da Quentin Tarantino, Berg stava in quell'altro. Entrambi sono poi passati al cinema, solo che Clooney recita nelle grandi produzioni, colleziona premi e nomination, quando interpreta minchiate le fa col regista fico (ok, tranne Batman & Robin) e pure se appare cinque minuti si mangia il film (cfr. Spy Kids), mentre Berg fa il protagonista nei b-movie e la comparsa nei film importanti, ma soprattutto nessuno si ricorda mai in che cacchio di film l'abbia visto. Voglio dire, Sotto Shock e L'ultima seduzione sono entrambi, per motivi diversi, dei piccoli cult, eppure io mica me lo ricordavo che quello perseguitato da Mitch Pileggi e che sbatte Linda Fiorentino contro il muro era Peter Berg. Ma ancora meglio: in Battleship fa una comparsata e a quanto pare me ne sono accorto solo io, visto che su IMDB la cosa non viene segnalata.

Peter Berg è anche stato quattro anni con Estella Warren. Sarà per quello
che poi George Clooney si è buttato su Elisabetta Canalis e Stacey Keibler?

Ovviamente, sia George Clooney che Peter Berg si sono poi dati alla regia. George dirige i film di spessore e c'ha il nome grosso sul cartellone, mentre Peter fa bei film ma nessuno si ricorda che li ha diretti lui. Va anche detto che George Clooney si presenta come un signore distinto, mentre Peter Berg se ne va in giro con quella faccia da cowboy tamarro, cosa che magari non aiuta. Però, ecco, il punto è che Berg non sarà forse mai un regista in grado di presentarsi alla notte degli Oscar con sei o sette nomination in saccoccia, ma si meriterebbe secondo me molta più stima di quella che si porta dietro. Perché comunque è uno che qualsiasi cosa decida di fare la fa bene, che insegue progetti interessanti e si mette continuamente alla prova con generi diversi. Un regista consapevole di quel che vuole fare e raccontare, capace di unire competenza tecnica, senso del melodramma e capacità di adattarsi al tono del racconto.

Ha esordito alla regia nel 1998 (due anni prima di Clooney, tiè!) con la commedia dark Cose molto cattive, sulla quale non mi assumo responsabilità perché l'ho vista solo al cinema, ma che ricordo divertente e cinica, anche se con un finale deludente. E che ha il dubbio merito di essere l'ultima cosa degna interpretata da Christian Slater. Poi il film d'avventura tamarra Il tesoro dell'Amazzonia, che non ho visto ma mi dicono essere migliore di quel che uno potrebbe aspettarsi. Quindi ha deciso di buttarsi sullo sport con Friday Night Lights e ha tirato fuori così, come se niente fosse, uno fra i migliori film sportivi di tutti i tempi. E, non contento, si è pure messo a produrlo in versione televisiva, dirigendo un episodio pilota micidiale e dando vita a una fra le robe più belle mai apparse in TV. Poi ha proseguito con The Kingdom, buttalo, e ha realizzato Hancock, che aveva i suoi difetti, soprattutto nella seconda metà, ma era un film di supereroi smitizzati uscito due anni prima che la cosa diventasse di moda anche al cinema. E adesso ha diretto un film zarro coi robot giganti, la gnocca, gli alieni con la tuta di Crysis e le tamarrate in stile Top Gun che caca violentemente in testa alla maggior parte degli esponenti del genere e prende a schiaffi Michael Bay. Oh!

Visto che gli avanzava tempo, ha anche diretto l'episodio su Wayne Gretzky di 30 for 30.

Ok, mi rendo conto che ho un po' divagato, ma il fatto è che Peter Berg mi sta davvero simpatico. Già basterebbe da solo Friday Night Lights, intendiamoci, a rendermelo un mezzo eroe, ma l'altro giorno sono andato al cinema e mi sono divertito come un matto per un paio d'ore, ridendo di gusto quando il film provava a farmi ridere, standomene con la bocca spalancata su almeno un paio di sequenze davvero spettacolari ed esaltandomi come un matto quando era il momento di farlo. Battleship è un film di quelli tamarri in cui esplode tutto in maniera roboante, ma che si preoccupa anche di curare come si deve ogni sua parte. Un film che dimostra come sia possibile impiegare una mezz'ora a definire in maniera decente i personaggi alle cui vicende è previsto che ti appassioni, aspettando a mostrare gli alieni e a far scoppiare il casino e, anzi, come tutto questo possa rendere ben più divertente ciò che verrà dopo. Non che ci fosse gran bisogno di dimostrarlo, eh, ma a volte ti viene il dubbio. Insomma, un film in cui si tirano le pizze agli alieni EPPURE, incredibilmente, ci si è preoccupati di curare in maniera degna anche la scrittura.

Tutta la prima parte è semplicemente perfetta. L'avvio è divertentissimo, il primo approccio agli alieni, con l'incontro fra le tre navi e i cosi giganti, funziona una meraviglia e da lì in poi è tutto in discesa - anche se, onestamente, la sezione centrale ha forse qualche lungaggine - fino a una parte conclusiva che davvero ti strappa gli applausi. Berg dirige il film alla grandissima, si concede pure il lusso del piano sequenza sulla nave che si cappotta urlando "James Cameron puppami la fava" e, mano nella mano con gli sceneggiatori, riesce anche ad omaggiare il gioco da tavolo in una maniera non solo cinematograficamente sensata, ma proprio bella e appassionante. Perfino gli inevitabili pipponi celebrativi pro-marina e pro-veterani sono realizzati in maniera talmente surreale da essere deliziosi e, anzi, sono forse le due cose che strappano gli applausi più sinceri e violenti. Inoltre tutto il film si mantiene su un tono quasi perfettamente equilibrato fra autoironia, convinte battute smargiasse e un'adorabile capacità di bilanciare il desiderio di non prendersi sul serio e la necessità di  pompare comunque i toni epici.

Serve altro? E allora diciamo, ripeto, che il film è ben scritto (nei limiti di quanto serva che sia ben scritta una roba del genere) e che gli attori funzionano tutti molto bene. Alexander Skarsgård fa il suo dovere (ovvero essere alto e biondo), Taylor Kitsch è sorprendentemente efficace nell'interpretare una versione più rozza del Tom Cruise di vent'anni fa (e non ci avrei scommesso), Brooklyn Decker ha due tette che fanno provincia ma nonostante questo riesce ad avere un ruolo che vada oltre il semplice correre saltellando in favore di camera (cosa che comunque fa spesso, grazie al cielo) e Liam Neeson ogni volta che appare si mangia il film e ci rutta pure sopra fortissimo (ma la scena del trailer in cui dice di sparare tutto l'hanno levata, uffa). Insomma, Battleship è un cacata, ma è una bellissima cacata, ed è la miglior cacata che in questo momento ci si possa regalare al cinema senza passare dal bagno.

Questo post l'ho scritto ieri ma per sbaglio mi s'è scancellato tutto e l'ho dovuto riscrivere. Certe volte veramente il destino guarda i pugni in faccia. Ora, non è che voglia fare il grande artista perché non lo sono, ma per me che sono abituato a scrivere di getto, senza farmi scalette o usare appunti, mettermi qui a cercare di ricordarmi cosa avevo scritto ieri e provare a riprodurlo è un'agonia. Soprattutto perché quando dico che per me scrivere equivale a svuotarmi non è che lo dico tanto per dire: c'avevo il vuoto in testa. Comunque, è venuto fuori così, con delle cose che alla fine mi piacciono di più e la certezza che manchino cose che mi piacevano. Poteva andare peggio. Ah, il film l'ho visto qua a Monaco in lingua originale e ho avuto la forte impressione che il marcantonio biondo si sforzasse come un disperato per (non riuscire a) nascondere fino in fondo la sua cadenza da biondo nordico. Ma magari è appunto solo un'impressione. Ora, detto che è chiaramente un film da guardare sullo schermo più grande disponibile e pazienza se tocca sucarsi il doppiaggio, segnalo che più di una battuta davvero gustosa è a forte incidenza di giochi di parole, quindi è facile che in italiano non renda altrettanto. Amen.

15.4.12

Notte folle a Manhattan



Date Night (USA, 2010)
di Shawn Levy
con Steve Carell, Tina Fey

Notte folle a Manhattan è l'edizione in commedia dei team-up e all-star che ormai vanno di moda un po' da tutte le parti, che per tanti anni ci sono stati negati e che poi, alla fin fine, quasi sempre deludono le aspettative. Schwarzenegger e Stallone, Bruce Willis e Mel Gibson, Jackie Chan e Jet-Li, Robert De Niro e Al Pacino, Steve Carell e Tina Fey. Quelle cose lì. Ed ecco quindi due fra le figure comiche emerse con maggiore violenza dalla televisione americana degli ultimi anni, unite per vincere in un film che ti aspetti come la commedia definitiva che dovrebbe farti a pezzi la mascella durante un viaggio intercontinentale. E che invece uhm, ti provoca a malapena qualche sorriso, e quasi mai grazie alle due stelline.

Per carità, Date Night è un film gradevole, che solletica la nostalgia per Fuori orario e Tutto in una notte e si guarda serenamente dall'inizio alla fine, ma non mi ha strappato una risata che fosse una. Sarà colpa di Shawn Levy e del fatto che i due protagonisti sembrano lì abbandonati a loro stessi, costretti a improvvisare nei margini di una sceneggiatura che li "spreca" nei panni di due semplici persone normali e un po' mosce? Sarà che si trovano a vivere situazioni col mordente del thriller buonista in cui sai benissimo che non succederà mai nulla di male? Sarà che non l'ho capito, visto che vedo in giro tanta gente a cui è piaciuto? Mboh? Di sicuro, comunque, a dominare la scena sono le guest star. James Franco, Mila Kunis e i pettorali lucidi di Mark Wahlberg sono deliziosi. Tutto il resto però, è veramente moscio, piatto, inquadrato nel compitino diligente che non esce mai dai confini e spreca nel trito e ritrito un avvio invece interessante, con una coppia di personaggi protagonisti credibile e dal bel potenziale. Peccato.

Il film l'ho visto in viaggio verso la GDC, sul bello schermo HD (o qualcosa del genere) del volo US Airways, perché di quelli che ho provato a guardare era l'unico a non aprirsi con l'angosciante scritta "abbiamo tagliato dei pezzetti per adattarlo a un pubblico da volo di linea". L'ho quindi visto in lingua originale e non posso neanche attaccarmi alla scusa dell'adattamento mediocre per spiegare come mai mi abbia lasciato tanto freddo. E boh.

14.4.12

Pioggia di Outcast




L'altro giorno abbiamo pubblicato il terzo episodio di Outcast Sound Shower, il nostro podcast musicale dedicato a videogiochi vintage e dintorni. Questa volta i due tossici autori si sono dedicati ai robottoni. Sta a questo indirizzo qua.

E lunedì sera registriamo il nuovo Outcast Magazine.

12.4.12

The Woman in Black


The Woman in Black (UK, 2012)
di James Watkins
con Harry Potter, Liz White

Il mio problema nel guardare un film come The Woman in Black è che le storie di fantasmi non mi fanno impressione. Certo, un "buh" improvviso e ben piazzato mi fa sempre sobbalzare sulla poltrona e riconosco a pelle un buon lavoro nell'accumulare tensione, ma la tematica dei morti non troppo morti, è inutile, mi lascia indifferente. Sarà perché non credo molto nell'aldilà? Può essere, sta di fatto che, per me, L'esorcista è un bellissimo film drammatico che mi fa patire per le sfighe di quella povera bambina. E The Woman in Black non mi fa paura, non me ne ha fatta fin dal trailer che certe persone mi avevano venduto come spaventosissimo e me ne ha fatta molta poca mentre mi guardavo il film assieme a una decina di altri temerari tedeschi chiusi in sala in tarda serata. Gli unici veri brividi li ho provati nei primi minuti, quando ho visto apparire il logo Hammer e quando mi sono reso conto di che cos'era che mi sembrava tanto strano: non c'avevo addosso gli occhialetti 3D. Questo, però, non significa che non sia un film spaventoso.

Anzi, probabilmente, se sei uno che patisce le storie di fantasmi (e di carillon inquietanti che suonano quando meno te l'aspetti), qua c'è un'ora buona di cacarsi sotto bello potente. Il corpo centrale della storia vede un Daniel Radcliffe barbutello - e che mi sembra si stia trasformando in Robert Pattinson - impegnato a tenersi sulle spalle tre quarti d'ora di film tutto da solo. Lui, i lugubri silenzi di una casa infestata e il giocherellare con gli stereotipi del'horror di un James Watkins davvero bravo (mi dicono benissimo di Eden Lake, ma non l'ho visto: merita?). Tre quarti d'ora con neanche mezzo dialogo, tutti fatti d'atmosfera subdola, splendido lavoro sulle scenografie che compongono una casa agghiacciante e spaventelli improvvisi, senza neanche strafare con gli "SBRAM" musicali e giocando invece molto sull'aspetta aspetta che adesso arriva il botto eccolo eccolo eccolo e invece no. Praticamente è come Cast Away, ma senza Wilson. E con un protagonista che non sarà Tom Hanks ma fa la sua porca figura nel ruolo del giovane babbo rincoglionito dalla tragedia che c'ha le visioni e deve tenere in piedi il film con le sue faccette perplesse e spaventate. Al resto ci pensano i classici musi di contorno perfettamente scolpiti e un finale che m'ha fatto venire in mente quello di The Ring ma è lodevole per il modo in cui mescola una vena vagamente consolatoria con un lieto fine manco per il cazzo.

Il film l'ho visto un paio di settimane qua, qui a Monaco, ma poi me ne sono andato in Italia e quasi me ne dimenticavo. In lingua originale c'ha il suo perché, con tutti quei begli accenti da gente inglese, ma va pur detto che la parte interessante del film è quella in cui non parla nessuno. Stasera non vado a vedermi Battleship perché la presenza dei due manzi da telefilm richiede che io attenda di poterci andare accompagnato dalla signora, oggi in trasferta di lavoro. Mi consolerò andando a seguire le vicende di Liam Neeson che tira le pizze in faccia ai lupi.

2.4.12

Italì


Sono in partenza per il suolo patrio, dove resterò una settimana circa. Una settimana durante la quale sa il cielo se avrò tempo, modo e/o voglia di aggiornare il blog. Di sicuro sarà molto difficile farlo durante il fine settimana, considerando che mi sposterò in un luogo dove la connessione a internet non esiste e pure quella telefonica lascia a desiderare. In compenso, il mio passaggio da Milano significa anche che mercoledì sera si registra una puntata in video di Outcast. E lo si farà, a meno di menate tennologiche, con tanto di trasmissione in diretta sull'internet.

Per tutti i dettagli, suppongo si debba seguire il sito, che sta a questo indirizzo qui.


Chronicle


Chronicle (USA, 2012)
di Josh Trank
con Dane DeHaan, Alex Russell, Michael B. Jordan

A un primo sguardo, le idee alla base dell'esistenza di Chronicle sono l'esemplificazione del "nomaddaibasta". Abbiamo (1) il film raccontato attraverso la videocamera di uno dei protagonisti, (2) il film di supereroi e (3) il film che tenta l'approccio realistico al supereroe, raccontando fondamentalmente di gente normale (e ormai hanno rotto pure quelli, anche se in realtà i vari Super, Kick-Ass, Defendor e Special non parlano di gente coi super poteri, ma di squilibrati che indossano un costume). Per il resto, sì, è l'ennesimo film che parla di gente che vola ed è l'ennesimo film con il look da Sony Handycam. Ma è anche l'ennesima dimostrazione del fatto che se una storia la scrivi bene, la racconti bene e la metti in mano a bravi attori, beh, non serve molto altro. Al di là di tutto, insomma, il bello di Chronicle è anche un po' questo: lo guardi e ti rendi conto che Joshn Trank è un regista esordiente dal bel potenziale, Max Landis sa scrivere veramente bene e non è solo un figlio di papà che fa i cortometraggi con gli amici famosi, Dane DeHaan, Alex Russell e Michael B. Jordan sono dei gran bravi giovani attori (anche se nel caso di Jordan si tratta più che altro di una conferma, come sanno i fan di due fra le serie televisive più belle della storia).

Detto questo, Chronicle è, molto semplicemente, un film che prova a immaginare cosa davvero accadrebbe a un trio di ragazzi che dovessero improvvisamente ritrovarsi la telecinesi nelle mani. Inizierebbero a fare gli scemi, a giocarci, a sperimentare cose sempre più folli, a usarla a proprio vantaggio e, pian piano, a far cazzate sempre più grosse, finendo per perdere il controllo della situazione. Certo, non aiuta - ma aiuta il film - il fatto che uno dei tre sia un po' squilibrato a causa di una famiglia disfunzionale che gli mette addosso la rabbia gggiovane, ma insomma, il succo del discorso è che ne viene fuori una storia credibile e convincente, che ti fa affezionare ai suoi personaggi con una prima parte divertente e stupidina, mentre fa entrare lentamente in scena il dramma e un tuffo verso l'oscurità, spingendo verso picchi emotivi davvero forti e che mai ti saresti aspettato. Inoltre è anche un gran bel lavoro di regia e montaggio, che furbeggia saltando da una videocamera all'altra, da un cellulare a una telecamera a circuito chiuso, passando per lo smartphone del passante e lo schermo di una TV, riuscendo ad essere sinceramente ambizioso nonostante l'aspetto lo-fi e mettendo sul piatto una capacità di stupire, colpire e meravigliare che non è sempre propria di film simili. E si concede anche il lusso di una parte finale in cui volano (tele)pizze ben più convincenti rispetto a quelle che si vedono in tanti blasonati film di supereroi. Insomma, centro perfetto.

Il film l'ho visto a inizio marzo a San Francisco, in Germania esce adesso, in Italia arriva a maggio. Capita.

Total Recall c'ha il trailer


Ieri sera, tornato a casa dalla visione tardiva di The Woman in Black, ero un po' sprovvisto di sonno. Ho quindi risposto a tutti i miei compagni di gioco su Draw Something con degli scaracchi inguardabili e mi sono poi piazzato davanti al trailer di Total Recall, trasmesso in origine mentre Lebron James e i Miami Heat prendevano le sveglie da Kevin Garnett e i Boston Celtics.


Boh, che dire, la città tutta colorata mi piace, ma quello l'avevo capito anche dallo schizzetto dell'altro giorno, Kate Beckinsale e Jessica Biel che si tirano le pizze stanno messe lì apposta per attizzare e, ok, Colin Farrell dice la BATTUTONA che tutti aspettavamo. Per il resto, mboh, la gag del trailer montato a ritmo di musica ormai non fa più ridere e in generale mi sembra la roba priva di fascino che ti aspetti da Len Wiseman (del resto lui torna a casa la sera e c'è Kate Beckinsale che gli prepara la cena, non ha bisogno di dirigere film affascinanti). Però ero stanco, magari gente più sveglia di me ci ha letto cose interessanti.

Inizio agosto in USA, metà agosto in Germania (in piena Gamescom, cribbio), fine agosto in Italia.

1.4.12

Nuovi trailer dal mondo


Allora, il trailer di Total Recall arriva in serata, però in serata americana, durante la partita fra Celtics e Heat, quindi direi che ne riparliamo domani. C'è comunque altro in giro per l'internet.



Questo sembra una porcheria, e obiettivamente se ne parla solo perché è il robo nuovo diretto da Eduardo Sánchez, vale a dire uno dei due tizi di Blair Witch Project. Personalmente, dal trailer, ho capito solo che si chiama Lovely Molly e che mi sembra una minchiata. Whatever.



Si intitola Noobz e in sostanza è il film delle robe più indecenti con cui farciscono i Video Game Awards di Spike TV. Mi sembra una roba abbastanza triste, pur con tutto il bene che voglio a Jason Mewes, con tutta la simpatia che mi fa Zelda Williams e con tutto il sorridere che mi genera vedere Casper Van Dien che fa il coglione. Praticamente è la versione cretina della comicità in stile Kevin Smith. E a me, se Clerks II deve fare testo, la comicità cretina (attuale) di Kevin Smith sembra già sufficientemente cretina di suo.



Questa specie di trailer ribadisce che Battleship è un film incentrato su cose grosse che si tirano le pizze ed esplodono. Si vede Peter Berg, e io gli voglio sempre molto bene, e si vede Rihanna, che mi fa senso. Per il resto, sembra una cacata, ma una cacata di Peter Berg, quindi magari meno antipatica rispetto a quelle di Michael Bay. In uscita fra un paio di settimane ourlduaid.



Josh Brolin mi fa ammazzare dal ridere ogni volta che apre bocca, ma per il resto, mah. Comunque anche Men in Black III esce tuttassieme uorlduaid, fra il 23 e il 25 maggio. Sciambola!



Ok, di questo non ci ho capito nulla. All'inizio sembra una roba un po' slasher e un po' torture porn con la sgarzolina rapita e/o perseguitata da uno psicopatico. Poi diventa Ju-On con una bimba cicciottella al posto di un'anoressica giapponese. Poi boh. Comunque, io sto sviluppando un'insana passione per Jennifer Lawrence, quindi per me è sold già in partenza. Aggiungiamo la presenza di Elisabeth Shue a fare da mamma e il sogno erotico va fuori scala. House At The End Of The Street, autunno 2012.

Ah, e c'è pure un nuovo spot di The Avengers con Robertino che fa il ganassa:

 

Messaggio promozionale: se, per qualche strano motivo, state aspettando che scriva di Hunger Games, non mancate venerdì prossimo su www.outcast.it.

John Carter


John Carter (USA, 2012)
di Andrew Stanton
con Taylor Kitsch, Lynn Collins e la voce di Willem Dafoe

Non avendo mai letto i libri di Edgar Rice Burroughs, non ho idea di quanto questo John Carter possa essere fedele ai racconti o perlomeno allo spirito dell'originale. Di sicuro, però, è evidente lo sforzo di mettere in scena una storia un po' passé, dai toni classici e volutamente ingenui. Il risultato è un'opera bizzarra, che non si pone alcun problema nel raccontare di un pianeta Marte dall'atmosfera vivibilissima a gente che ha visto Total Recall, nel gettare in faccia le ennesime battaglie fra alieni colorati a chi si è sorbito le fantaguerre di Lucas e Cameron, nel mostrare con cent'anni di ritardo tutto ciò che è già stato abbondantemente cannibalizzato da altri, col rischio (la certezza) di fare la figura di chi copia, ricicla e non sa inventarsi nulla di nuovo. E insomma, è nato prima l'uovo o la gallina? Chissenefrega, per carità, però rimane il fatto che John Carter racconta veramente poco o nulla di nuovo. Certo, non è poi troppo colpa sua, ma alla fine quel che conta è l'effetto che fai, non i motivi che ci stanno dietro.

Però è un peccato, perché questo John Carter le sue qualità ce le ha, e non stanno solo nella mostruosa violenza di effetti speciali che a quanto pare sono costati come altri due o tre film messi assieme. C'è per esempio un protagonista davvero accattivante, col suo atteggiamento da bisbetico in cerca di domatrice, inserito in un'avventurona dal gran senso epico, che si racconta senza nascondersi dietro a un taglio forzatamente ganzo o all'insegna delle tutine in pelle nera e che punta su un classicismo semplice, sincero, non votato alla nostalgica citazione. C'è poi una certa attenzione al tratteggiare in maniera degna anche i personaggi di contorno, con la manzissima Lynn Collins a svettare su tutti. E soprattutto c'è il turbocane, trovata fantasticamente esilarante, che non so da dove spunti ma a ogni apparizione fa ammazzare dal ridere e da solo vale il film. Purtroppo, però, ci sono anche un po' di cose che non funzionano, a cominciare dalla logorrea incontrollata di una storia che parla troppo e non finisce mai.

Andrew Stanton arriva al cinema "vero" con a curriculum robetta del calibro di A Bug's Life, In cerca di Nemo e Wall-E, e con la "sfiga" del successone di Brad Bird nel tentare lo stesso salto, che certo non abbassa le aspettative. Il risultato del travaso, però, non è proprio pari a quello del suo collega. Sarà banale, ma viene da dire che Stanton si mostra a suo agio soprattutto quando deve fare esattamente quel che tanto bene aveva fatto in precedenza: raccontare emozioni abbandonando le parole e lavorando sull'animazione. L'arrivo di John su Marte, con le sue difficoltà nell'adattarsi alla gravità del posto e nel comunicare con gli indigeni, è delizioso. E la scena che alterna i suoi ricordi al conflitto furioso contro decine di alieni è un clamoroso, emozionante pezzo di bravura, che tocca davvero al cuore come i momenti migliori (e muti) di Wall-E avevano saputo fare. La parte iniziale, al contrario, ambientata sulla Terra e a basso tasso di CG, appare impacciata e pesante, talmente bolsa che non mi stupisco se da sola riesce ad ammazzare la voglia di qualche spettatore e a impedirgli di godersi le qualità del film, tutte concentrate in quel che viene poi. Sarà un caso? Boh?

John Carter rimane però un film che quando chiude la bocca e apre gli occhi riesce a comunicare paesaggi emozionanti, scontri epici e sentimenti forti, ma non fa nulla di nulla per accattivarsi il pubblico d'oggi, per solleticare il suo ego dicendogli che, oh, sì, sei smaliziato, stai guardando una roba intelligente e per adulti. No, anzi, va orgoglioso del suo essere semplice e pura fanta avventurona pulp. Purtroppo, a quanto pare, film del genere hanno successo solo se sono di gran lunga peggiori e c'hanno scritto Star Wars nel titolo.

Il film l'ho visto a San Francisco, nel gigantismo di IMAX 3D, che fa sempre la sua porca figura anche nel caso di film che non sono girati in formato IMAX. E per fortuna che questo non lo era, aggiungerei, visto che eravamo seduti parecchio avanti e ne saremmo usciti con le budella ritorte. Chiaramente non ho idea di come sia l'edizione italiana.