Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana lontana (fra settembre e ottobre, per capirci), nel mondo è uscito Looper. Oggi, con calma, che fretta c'era, maledetta primavera, arriva pure in Italia. Nel frattempo, dopo il coro di osanna iniziale, si sono sentiti anche qualche "molto bello, eh, ma non ci allarghiamo" e perfino un paio di "mi ha fatto cacare". Il che è positivo: magari si è un po' abbassato il livello delle aspettative per chi ancora non l'ha visto. O magari no. Comunque, se non l'avete ancora recuperato per altre vie, ora sta al cinema. Ah, e le mie due righe al riguardo stanno scritte a questo indirizzo qua.
Joseph Gordon-Levitt, oltre ad essere truccato per assomigliare a Bruce Willis, ne imita l'espressività, le movenze, il modo di parlare e l'accento. Sarei curioso di sapere se hanno provato in qualche modo a conservare questa cosa nel doppiaggio italiano, facendoli parlare alla stessa maniera.
Flight (USA, 2012) di Robert Zemeckis con Denzel Washington
Una sera di parecchi anni fa, stavo zappando fra i canali di Sky e
sono capitato su un film di Alfred Hitchcock. Non ricordo
assolutamente di che film si trattasse, ma mi sembra di ricordare
abbastanza chiaramente che non era uno dei suoi film “famosi”,
quelli che conoscono tutti. O magari mi sbaglio. Si capisce, eh, che
non sono un grande conoscitore di Hitchcock? Comunque, beccai,
guardacaso, una scena in cui Alfredino mostrava un disastro aereo e,
caspita, rimasi folgorato dal fatto che un'inquadratura in
particolare era identica a un'inquadratura utilizzata tanti anni dopo
da Robert Zemeckis nel mettere in scena il disastro aereo del suo
Cast Away. Mi tornò quindi
alla memoria il fatto che Zemeckis era solito infilare nei propri
film il suo grande amore per Hitchcock, e del resto, su questa cosa,
ci aveva praticamente costruito l'intero Le verità
nascoste. O almeno così mi
avevano assicurato. Beh, citazione o meno, quanto era bello e
travolgente, il disastro aereo di Cast Away?
Tanto. La scena più spettacolare di un film bellissimo anche per
mille altri motivi. Che in effetti è un po' quel che penso pure del
disastro aereo di Flight:
è una scena spettacolare di un film bellissimo anche per mille altri
motivi. Una scena spettacolare che, in realtà, è molto diversa, per
intenzioni, struttura e composizione, rispetto a quella di Cast Away. Ma è anche una fra le
tante prove del fatto che, dodici anni dopo, con in mezzo tre
esibizioni all'insegna del performance capture, Robert Zemeckis è
ancora un gran regista.
Fun fact: sto
scrivendo questo post in aereo. Appena ho completato il primo
paragrafo, siamo finiti nel bel mezzo di una tempesta e il capitano
ha annunciato che la cosa andrà avanti per quindici minuti. Il film
l'ho visto due giorni fa e ce l'ho bello chiaro in mente, così come
ho ben chiaro in mente il modo in cui, durante la scena del disastro
aereo, me ne stavo lì col pugno stretto e la tensione a mille. Direi
che a questo punto chiudo il file, spengo il computer e mi tocco
violentemente le palle per quindici minuti.
Bene, sono ancora vivo, ho nello stomaco un intero maiale di
Bodean's, possiamo andare avanti. Quel
disastro aereo non è l'unico pezzo di bravura di un film che può
per esempio vantare anche la meravigliosa scena di dialogo a tre
sulle scale, lo splendido incubo del minibar e la bella inquadratura finale, portata avanti il
giusto per essere di perfetto impatto senza risultare patetica o
stucchevole. Un po' tutte le due ore e spiccioli di Flight
rappresentano una gran dimostrazione di palle fumanti, non solo di chi
sta dietro alla macchina da presa, ma anche e soprattutto di chi ci si è messo davanti. Denzel Washington è spaventoso, in un'interpretazione mostruosamente umana, semplice,
dolorosamente viva, che ritrae un uomo afflitto da pesanti dipendenze senza
abbandonarsi al melodramma e alle esagerazioni. E non è neanche
solo, circondato di gente che prova a rubargli la scena, con in testa
John Goodman e James Badge Dale, fenomenale in quella fantastica
conversazione "ospedaliera", e via via tutti gli altri, compresa l'ottima Kelly Reilly. Ma non sta in fondo neanche tutto
qui, nella bravura di chi ci ha lavorato, il fascino del film. Flight racconta la storia
di un disastro umano, prima che aereo. Mette brutalmente e
crudelmente in scena la vita di un alcolista e cocainomane, un uomo
sorprendentemente normale, abbattuto, dalla vita deragliata in preda
alle sue dipendenze e che, paradossalmente o forse no, solo quando
abbraccia le proprie debolezze dà il meglio. Sarebbe
riuscito, Whip Whitaker, a salvare quasi cento persone, se non fosse
stato preda della folle lucidità che solo un doposbronza e due
sniffate riescono a dargli? Probabilmente no. Whip è un eroe, ma
allo stesso tempo è un uomo a pezzi, distrutto da quegli stessi vizi
che lo tengono in piedi, incapace di rimanere fedele alle proprie
decisioni quando il gioco si fa duro, in sostanza un perdente. Uno
che trascorre tutto il film reagendo, da persona normale, a un evento
straordinario, provando a trarne motivazione per dare una svolta alla
propria vita e, poi, mancando della forza necessaria per riuscirci. Uno
che prova a combattere la sua debolezza e poi, quando cede e
abbraccia nuovamente quel che stava provando a sconfiggere, scopre
che solo così facendo riesce a dare il suo meglio.
Flight racconta di una
persona che, nel salvare quasi cento vite, ha brutalizzato la legge,
“tradito la fiducia del pubblico”, commesso un reato. E che per
questo motivo si ritrova ad essere tanto eroe quanto criminale, a
rischiare tutto in una situazione capace di
portarlo a mettersi e rimettersi completamente in
gioco. E infine Flight decide di prendere una posizione. Una posizione del tutto coerente con il modo in cui fino a quel punto è stato dipinto un personaggio in costante lotta con se stesso e con la propria natura, che di fronte a una scelta eccessiva non ce la fa più e chiede aiuto con una battuta infilata in maniera perfetta, che costretto a cambiare dagli eventi, riesce in ciò che con le sue forze non sarebbe mai stato in grado di fare. Può dar fastidio, che Whip Whitaker alla fine completi il proprio viaggio, si può pensare che sarebbe stato più ganzo chiudere su quella battuta lì, ma di sicuro non si tratta di uno sviluppo poco coerente. E forse può dar fastidio anche che il fatto di aver salvato tutte quelle persone non basti, da solo, a cancellare ogni colpa. Ma qua si apre tutto un altro pentolone, e non vorrei deragliare.
"E quest'anno il terzo Oscar non me lo leva nessun... eh? ... God help me."
Quanti significati può avere, il titolo del nuovo gran bel film di Robert Zemeckis? C'è il riferimento all'aereo di linea, certo. C'è il volare inebriati dagli effetti delle sostanze in cui Whip Whitaker si immerge. C'è la fuga abbastanza letterale verso la campagna, per nascondersi dalla città, dalla stampa, dalle attenzioni e dai crimini commessi. E c'è la fuga da se stessi, dalle colpe, dalle responsabilità, da quel tentativo a più riprese fallito di riappropriarsi della propria vita. C'è quell'ultimo volo spiccato, credendo di aver ritrovato il proprio splendore, per affrontare il processo decisivo. E c'è forse anche un placido decollo conclusivo, da uomo in grado di riabbracciare il proprio figlio. Non sarà sul Cessna del babbo, ma forse vale di più.
E alla fine sono riuscito a non fermare il blog durante la trasferta londinese, pensa te. Magari si ferma adesso. Comunque ancora non sto molto bene. Mah. Ah, Lingua originale, Denzel, su.
Django Unchained (USA, 2012) di Quentin Tarantino con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo Di Caprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington
Mi rendo conto che a molti questa cosa potrà sembrare bizzarra, se non assurda, ma mentre guardavo Django Unchained, in particolare durante la prima parte, quella del viaggio di Django e Schultz, mi sono ritrovato a pensare di star guardando un film di una dolcezza e un romanticismo infiniti. Il rapporto fra i due protagonisti, la caratterizzazione stessa che hanno presi per i fatti loro, il modo in cui la loro amicizia si evolve nel tempo, il disperato percorso narrativo di Django, il racconto della leggenda di Brunhilde davanti al fuoco, il tono spensierato e cazzone con cui tutto viene raccontato... è tutto delizioso, per l'appunto dolce, romantico, e lo è nonostante il contesto sia quello di una scemenza esageratissima, piena di risate sincere, dai toni completamente sopra le righe, in cui ogni morte è accompagnata da una capriola, una piroetta e un getto di sangue che neanche quando il western l'aveva fatto Sam Raimi.
Mano a mano che il viaggio dei due improbabili eroi proseguiva, il sottotesto che parlava al piccolo Andrea Maderna si spostava assieme a loro. E improvvisamente, tutta quella dolcezza e quel romanticismo si sono messi lì in disparte, pur sempre pronti a farsi vedere in uno sguardo, in una mano poggiata su una pistola, in un sopracciglio alzato della bella interpretazione, pacata e dimessa, di Jamie Foxx. Ma ecco che saltava fuori un senso di disgusto fortissimo per il razzismo, lo schiavismo, le brutture dell'umanità. Django Unchained mi diventava un film capace di farmi venire la pelle d'oca di fronte anche alla sua idea più grezza e divertente. Uno spirito fortissimo e che in realtà era già presente in tante piccole cose precedenti - per esempio nel modo in cui Django improvvisamente, per la prima volta, trova la forza stupefatta di guardare Schultz dritto negli occhi quando questi gli propone, pazzesco, di stringere un accordo - ma che esplode all'improvviso quando si entra in casa accolti da quella cameriera tutta sorridente, vestita come una bambola, che ci parla in francese. E il piccolo Andrea era lì che ridacchiava e allo stesso tempo sentiva la pelle arrotolarglisi lungo le braccia, infastidito fin nelle budella per quel che Tarantino gli stava raccontando e che, per quanto fittizio, stupidino, voglioso di farti ridere e circondarti di gente che muore sparata piroettando e spruzzando sangue, mostrava ciò di cui siamo e siamo stati capaci.
O forse la forza del romanticismo, della dolcezza, del mostrare crudeltà e razzismo e di tante altre belle cose di questo film sta proprio nella sua natura schizofrenica. Nel modo meraviglioso e perfetto con cui mescola tensione, dramma, comicità surreale, demenzialità sfrenata, violenza brutale e violenza cartoonesca, gusto per l'omaggio e per la citazione infilati di forza nei suoi momenti più seri. È una potenza che non necessariamente funziona, con cui si deve essere in sintonia, perché non è scontato che si riesca a farsi rapire dalla tensione drammatica o dal romanticismo quando questi sono circondati da risate e minchiate, ma se funziona - e con me, caspita, se ha funzionato - è una meraviglia. E qui gli equilibri sono perfetti, o almeno lo sono parsi a me. E questo è il mio blog, il pallone è mio e comando io, quindi qui, Django Unchained è uno splendido, splendido film, di una bellezza che mi ha ammaliato come Tarantino non faceva da dieci anni almeno.
Uno splendido film in cui quasi tre ore volano via in un soffio e no, non c'è un singolo momento troppo lungo, dilatato, con problemi di gestione dei tempi. No no, funziona tutto alla perfezione, ogni dialogo sta al posto giusto, la scena degli incappucciati è perfetta e, cacchio, una volta tanto, non ho nemmeno avuto l'impressione che la passione per la chiacchiera di Tarantino rischiasse di danneggiare il racconto: ogni aneddoto, ogni battuta, ogni stronzata... era tutto perfetto, era tutto al suo posto. Django Unchained è uno splendido film che a livello superficiale può sembrare ricalcato su Bastardi senza gloria, ma in realtà se ne distacca tantissimo per tono, atmosfera, sviluppo, e anche le similitudini più forti (Christoph Waltz, la cena/taverna) sono tali solo in superficie. Tanto più che di Bastardi non ha forse quello splendore visivo nella costruzione di alcune scene semplicemente stordenti, come l'avvio o lo strudel, perché qui, di fondo, Tarantino fa un sacco di caciara e si perde dietro al suo omaggiare, citare, spolverare. Ma lo fa con gusto, criterio, eleganza, senza spaccare i maroni. Perlomeno senza spaccarli a me. E tira fuori uno splendido, splendido film, divertente, appassionante, comunque bellissimo da osservare, delizioso nelle sue centomila citazioni, con uno stellare lavoro sul linguaggio e una serie di attori che recitano tutti fuori dalla grazia di Dio. Ma quello è il meno: son bravi tutti, con Tarantino.
Come di consueto, l'ho visto in lingua originale, al cinema qua a Monaco. Devo dire che, per essere un film di Quentin Tarantino con Samuel L. Jackson che sbraita e pure con gli accentacci vintage del sudest, l'ho trovato sorprendentemente limpido e comprensibile. O magari è solo perché arrivavo dal disastro di dover stare dietro ai vecchi biascicanti di Lincoln.
Qualche tempo fa, Diegozilla ha pubblicato questo post, in cui faceva una delle sue solite chiacchiere sui limiti e i problemi di cui la nostra amata Italia è intrisa, che gli danno tanto fastidio e gli fanno venire voglia di emigrare. Cose che capitano. In quel post, mostrava il delizioso video di Dumb Ways to Die, pubblicità progresso australiana dallo stile e dagli intenti un tantino lontani da come quelle stesse cose si fanno di solito in Italia. Agevolo per comodità.
Ieri, un gentile lettore che risponde al nome di grievaris mi ha segnalato quanto segue, vale a dire un video che riproduce quel video "ambientandolo" nel mondo della serie TV di The Walking Dead. E che è davvero simpatico.
Già che parliamo di segnalazioni, poi, Surgo mi ha segnalato le due cose che seguono. La prima:
Un primo trailer del nuovo film di Stephen Chow, rinomato attore e regista di gioielli come Shaolin Soccer e Kung Fu Hustle (da noi noto come Kung Fusion), fermo dal 2008, che torna in campo (da co-regista) con una roba di cui non si capisce assolutamente nulla, se non che a quanto pare è ispirata alla solita leggenda cinese a cui si sono ispirati, per dire, Dragon Ball ed Enslaved: Odyssey to the West.
L'altra cosa che mi ha segnalato Surgo è questa:
Una corposa chiacchierata con sei registi: Gus Van Sant, Quentin Tarantino, Ang Lee, Tom Hooper, Ben Affleck e David O. Russell. È lunga un'ora, ma merita. Ce ne sono poi altre con attrici, attori, sceneggiatori, produttori e via dicendo.
Lo sapete che Stephen si legge "stiven"? Con la v. Io l'ho scoperto l'anno scorso. Ci sono rimasto un po' male, devo ammetterlo. Pensa te. Avevo sempre detto "stifen ching".
Sembra definitivamente tornata l'era della Hollywood che fa i film a coppie. Oddio, magari qualcuno mi dirà che non era mai andata via, e può essere, ma ultimamente, dai, la cosa tende a spiccare. Dei bei tempi, ricordo con particolare affetto Volcano e Dante's Inferno, Armageddon e Deep Impact, Wyatt Earp e Tombstone, Robin Hood con l'accento del New England e Robin Hood con quell'attore che ho già visto ma non mi ricordo come si chiama. Di recente mi saltano in mente Biancaneve quello con Julia Roberts e Biancaneve quello con quella che ha messo le corna al vampiro, ma anche Immortali e La furia dei titani. Mentre scrivevo mi sono ricordato di quel momento in cui uscirono Capote e Infamous. Qualche tempo fa abbiamo visto uscire praticamente in contemporanea i trailer di Oblivion e After Earth. Adesso abbiamo Gerard Butler che difende il presidente dal terrorista cattivo forse coreano e Channing Tatum che difende il presidente da non so chi. Se non mi perdo pezzi, c'è un trailer solo per il primo, quello con Leonida.
Quale sarà il più guardabile? Io punto su Gerard Butler, fosse anche solo perché mi fa piacere rivederlo finalmente in un film in cui fa la faccia brutta e non ci sono Jennifer Aniston, Katherin Heigl o simili. Ma in effetti anche perché Antoine Fuqua.
Da domani a mercoledì sono a Londra per lavoro. Non escludo il blog si fermi, anche perché sono ancora debilitato dal malessere che mi ha colpito questa settimana. Magari mi sto trasformando in uno zombi!
Circa un anno fa, ho segnalato qua sul blog un episodio di The B.S. Report, podcast curato da Bill Simmons, giornalista sportivo divertentissimo, fra i miei preferiti da leggere e, oltretutto autore di un libro che ho adorato (e di cui ho scribacchiato qua). In quell'episodio c'era ospite Flea dei Red Hot Chili Peppers. Oggi segnalo un altro episodio molto ganzo e, secondo me, molto interessante anche per chi non conosce nello specifico l'argomento trattato (la boxe). Anche perché io, di certo, l'argomento trattato non lo conosco per niente. Magari per chi lo conosce 'sto podcast è una pena. Vai a sapere.
Comunque, dicevo: in questo episodio, quello del 17 gennaio, che trovate assieme agli altri a quell'indirizzo linkato là sopra, a condurre c'è Adam Carolla e a rispondere alle sue domande c'è Mike Tyson. Ora, non so quanto di quel che viene detto sia roba già nota, perché appunto non me ne intendo dell'argomento, però si tratta davvero di una bella chiacchierata, in cui si parla relativamente poco di pugilato - e in termini che sono in grado di comprendere pure io - e molto di vita, della giovinezza di Tyson, di quel che ha combinato, di quel che sta combinando, in maniera aperta e semplice. Non dico sia istruttivo, ma è davvero un ascolto affascinante e pieno di begli spunti. Insomma, boh, lo segnalo, sai mai.
Segnalo anche che Tyson c'ha un modo di parlare che levati: se non avete gran semplicità a comprendere una parlata americana non esattamente limpida, lasciate perdere.
Lincoln (USA, 2012) di Steven Spielberg con Daniel Day-Lewis, Sally Field, Tommy Lee Jones Lincoln non è un biopic in senso stretto, non racconta per intero la storia del presidente più amato e rispettato nella storia degli Stati Uniti d'America, si limita invece a concentrarsi sui suoi ultimi mesi di vita e sulla sua battaglia decisiva per l'approvazione del tredicesimo emendamento. Non è certo il primo e non sarà certamente l'ultimo film ad affrontare una figura storica in questo modo e a sfruttare la persona per parlare anche d'altro, in questo caso del funzionamento di quella cosa bizzarra che si chiama democrazia, della necessità di accettare compromessi e fare passi indietro su ciò in cui si crede per raggiungere un risultato fondamentale, dell'importanza di inseguire con forza, perseveranza, inarrestabile pervicacia, gli obiettivi in cui si crede. Ma il bello di Lincoln è che oltre a fare questo riesce anche a dipingere mortalmente bene la figura del suo protagonista, uomo alla mano, amichevole, sempre pronto a dire quel che pensa e a spiegare le sue opinioni in maniera chiara, raccontando episodi e barzellette per stemperare la tensione e lanciare messaggi limpidissimi, vicino al suo popolo come forse nessun altro presidente prima e dopo di lui, in un periodo in cui era normale che il capo dello stato se ne andasse in giro tranquillo fra la gente, a chiacchierare e stringere mani, senza scorte e cecchini da tutte le parti per proteggerlo.
Spielberg tutto questo lo racconta con uno stile compassato, riconoscibile e allo stesso tempo lontano da tanti altri suoi film, mettendo in piedi una pellicola che sembra quasi uno spettacolo teatrale, statica e per lo più appoggiata sulle larghissime spalle dei propri attori, che prende vita e movimento ogni volta che Lincoln attacca a raccontare i suoi aneddoti. Nonostante questo, e nonostante la pesantezza tematica di un film che non rinuncia a raccontare la Storia e anzi si sofferma su dettagli ed episodi da esporre con fiumi di parole, Spielberg riesce a dare alla sua storia un ritmo e una vita incredibili, puntando anche su un umorismo semplice ma azzeccato, portato avanti da caratteristi in gran forma (il trio Spader-Nelson-Hakwes è uno spettacolo), e sulla vita privata di un uomo che affronta il dolore mai scomparso, trattenuto ma fortissimo, per la perdita di un figlio, la difficile vita al fianco di una moglie che quel dolore non ha mai saputo digerirlo e il conflitto con un figlio maggiore che pare essere appoggiato lì in maniera sbrigativa e invece dice tantissimo con due parole e un gesto.
Ma Lincoln è anche un film che sa essere potentissimo nelle sue scene più forti, in quell'unica, fortissima, scena di battaglia iniziale, nello splendido litigio fra il presidente e sua moglie e, ovviamente, nella scena madre, in cui Spielberg rende micidialmente appassionante, teso, da sudore sulla fronte, uno spoglio di voti, una serie di persone che vengono chiamate all'appello e devono dire "sì" o "no", del quale oltretutto conosciamo già perfettamente l'esito. Bravissimo Spielberg, come sempre, come spesso non gli si riconosce, meravigliosi tutti i suoi attori, che non si esibiscono in una serie di mossette e smorfiette esagerate e invece tengono in piedi il film dando vita a personaggi stanchi, dimessi, tremendamente umani, pazzesco Day-Lewis, certo, ma fantastici anche tutti gli altri e fenomenale Tommy Lee Jones, oltretutto protagonista della scena più smaccatamente strappalacrime eppure non stucchevole. Peccato solo che Spielberg faccia forse andare avanti il film un po' più del dovuto, si senta in dovere di raccontare - splendidamente, per altro - anche la morte di Lincoln e tiri poi fuori quella brutta cosa con la candela che m'ha fatto venire in mente quell'altrettanto brutta cosa con la faccia di Matt Damon di quindici anni fa.
Io l'ho visto qua a Monaco, al cinema, in lingua originale. Inutile dire che, per quanto possano essere bravi Pierfrancesco Favino e compagni, privarsi delle interpretazioni pazzesche che ci sono qua dentro è un crimine verso se stessi prima ancora che verso il film. Quantomeno se si è in grado di comprenderle. Cosa che, in questo caso, non va sottovalutata: fra gli accentacci e il fatto che son tutti vecchi biascicanti, servono orecchio fino e grande abitudine all'americano. Insomma, occhio.
Gangster Squad (USA, 2012) di Ruben Fleischer con Josh Brolin, Ryan Gosling, Sean Penn, Emma Stone
Il fatto di essere cresciuto con la testa infilata nel meravigliuoso mondo dei videogiuochi ha chiaramente deviato il mio cervellino, portandolo a prodursi in associazioni mentali automatiche che hanno poco a che vedere con il mondo normale. Tipo quando stavo guardando Il cigno nero, parte Il lago dei cigni e a me viene in mente il riarrangiamento firmato Amiga 500 di Loom. Ecco, mentre guardavo Gangster Squad, mi è capitata una cosa simile. Nella parte iniziale del film, il capo della polizia di Los Angeles William H. Parker (Nick Nolte) fa presente a Josh Brolin e a noi del pubblico che il suo autista si chiama Daryl Gates. Ora, questa cosa non ha alcuna importanza nel film e sta lì solo per ricordare con del sano name-dropping che ti stanno raccontando (e romanzando) fatti realmente accaduti. Una persona normale sente citare Gates e, magari, si ricorda che quel ragazzo diventerà un leggendario capo della polizia della città degli angeli, considerato il padre dei team SWAT e, per carità, anche un po' famigerato. Io, invece, appena ho sentito le parole "Daryl Gates", ho pensato "toh, quello di Police Quest". Già, perché Gates, da pensionato, collaborò con Sierra Online prendendo in mano quella deliziosa serie di avventure grafiche da malati di mente della difficoltà anni Ottanta - leggendaria la necessità di seguire le procedure ufficiali per fare qualsiasi cosa - e lavorando su quarto episodio e successivi. Ma sto divagando.
Nei mesi scorsi, tutte le volte che ho letto interviste relative a Gangster Squad, ho trovato gente (attori, regista e via andare) che sosteneva di stare realizzando un film ambientato in quegli anni senza mitizzarli, che sarebbe invece stato scritto e girato come se fosse una storia ambientata al giorno d'oggi. Il che, probabilmente, è riassumibile nel fatto che non c'è nebbia dappertutto, volano continuamente pizze e proiettili e quando questo accade si vede parecchio sangue, ossa spezzate, pance spalancate. Insomma, è un film violento e moderno. Certo, poi la fotografia punta tutto sui colori sparati a mille e mi chiedo come si possa sostenere che, dal punto di vista visivo, questo sia un approccio realistico e che non restituisce una visione mitizzata e da cartolina di quei tempi, ma non importa. Il fatto, più che altro, è che quella descrizione non "spiega" veramente il film di Ruben Fleischer. Gangster Squad è sostanzialmente una rilettura in chiave action anni Ottanta/Novanta delle storie da poliziescone serio e un po' noir. Come quando fecero il western gggiovane con Young Guns, se vogliamo. I personaggi sono tutti massicci e ganzi e si esprimono solo per battute del secolo, l'azione è continua, incalzante, ripetuta, le musiche ti gasano, il cattivo è bastardissimo e sopra le righe, i protagonisti non guardano le esplosioni, quando chi c'ha scritto "morto" in fronte muore hai comunque quell'attimo di commozione maschia, anche se lo sapevi dall'inizio, e sul pestaggio finale sei tutto contento perché finalmente il maledetto si becca quel che si merita. È quel genere di film lì, divertente, stupidino, che scorre via pulito e non ti lascia nulla addosso, ma con quest'ambientazione qua. Un Con Air col fedora in testa. E meno divertente di Con Air, per carità.
A dirla tutta, Gangster Squad è sostanzialmente un remake di Gli intoccabili, approcciato senza le pretese d'autore di De Palma, cercando semplicemente di tirarne fuori una tamarrata d'azione divertente. Josh Brolin fa Kevin Costner, Ryan Gosling fa Andy Garcia (ma con un ruolo più importante), Robert Patrick fa il vecchio (quindi Sean Connery, anche se con un ruolo mooolto meno importante), Giovanni Ribisi fa quello con gli occhiali e poi ci sono l'ispanico e il nero per far colore. Sean Penn fa De Niro e ha pure l'aiutante cattivissimo, solo con la cicatrice a un occhio invece che la faccia di Billy Drago. E poi c'è Emma Stone che fa la Kim Basinger di L.A. Confidential. Tutto è filtrato attraverso una sensibilità da stronzata action e ne viene fuori un film gradevole, con Ryan Gosling che si impegna tantissimo sul suo accentino, Sean Penn che riesce comunque a regalare una bella prova, fatta soprattutto di inquietante presenza fisica, e poi dell'azione brutale e per lo più divertente, un inseguimento in macchina davvero riuscito, alcune ricostruzioni d'epoca spettacolari e, purtroppo, una sparatoria finale poco convincente. Insomma, se ci si presenta al cinema senza aspettarsi un noir fatto come si deve, o anche semplicemente - come nel mio caso - aspettandosi una porcheria, tutto sommato, se ne può uscire sorpresi in positivo. A patto di saper fare i conti con una sceneggiatura poco riuscita. L'idea è chiaramente di divertirsi e far divertire, e senza dubbio qualche gag e qualche dialogo divertente ci sono, ma mancano le battute fulminanti dei migliori film d'azione cui questo chiaramente si ispira e, soprattutto, in quei momenti in cui Gangster Squad prova a prendersi sul serio, cadono le braccia. Alcune trovate sono pure apprezzabili, in particolare il personaggio della moglie di Josh Brolin che lo aiuta a selezionare i membri del team, ma nel complesso c'è proprio questo problema che ogni tanto la baracconata si ferma e parte il momento drammatico. E fa pietà. Poi, per fortuna, si ricomincia. Peccato solo che si chiuda tutto con quel monologo sulla spiaggia da vergognarsi di essere entrati al cinema.
Il film l'ho visto qua a Monaco, in lingua originale, e do per scontato che metà del divertimento andrà a perdersi con la traduzione dei dialoghi. Comunque, in Italia esce fra un mese, con calma.
Continuo ad essere fisicamente e mentalmente sbalestrato, quindi anche oggi mi limito a un post di quelli semplici semplici col trailer. Nello specifico, si tratta del teaser trailer per il nuovo film di Hideo Nakata. Il caro Hideo è noto all'universo per essere stato il regista del Dark Water giapponese, poi rifatto in occidente con Jennifer Connelly my love, e soprattutto dei due Ringu, vale a dire i film a cui si ispirò poi Gore Verbinski per il The Ring occidentale con quella gran bionda che a me piace tanto di Naomi Watts. Nakatino bello, poi, ha pure fatto capolino in occidente con The Ring 2, il seguito americano del remake americano del film che aveva diretto lui in Giappone. Facendo, fra l'altro, da quel che mi ricordo, un lavoro vagamente decoroso. Dopo questa esperienza, ha diretto una serie di altre robe giapponesi di cui da queste parti non si è accorto nessuno, fra le quali troviamo anche L: Change the World, spin-off della saga di Death Note dedicato al personaggio di L, ci ha poi riprovato in occidente con l'agghiacciante Chatroom - I segreti della mentee continua insomma a lavorare tutto contento.
Questo qua sotto è appunto il teaser trailer del suo nuovo film, tale Kuroyuri danchi (per gli amici The Complex). Una roba che, a giudicare dal poster là sopra, continua a prevedere i fantastici bambini inquietanti da horror giapponese che ci piacciono tanto. Vediamo un po'.
OK, non si capisce una sega, dato che - ovviamente - parlano in giapponese ed essendo un teaser non viene mostrato nulla. Però sembrerebbe quasi esserci una bella atmosfera. Vogliamo crederci? Boh, vedremo. Tra l'altro, fra i suoi progetti successivi, noto su IMDB che è già in postproduzione Words With Gods, un film a episodi a cui ha partecipato assieme ad altri registi provenienti da un po' tutto il mondo (Guillermo Arriaga, Hector Babenco, Bahman Ghobadi, Amos Gitai, Alex de la Iglesia, Emir Kusturica, Mira Nair, Warwick Thornton) e un progetto senza titolo che parla di onsen, quindi già mi immagino il mostro delle terme giapponesi. Su Wikipedia, invece, si fa cenno a un The Ring 3D previsto per il 2014. Che un po' mi sconforta. Fra l'altro all'Asia Filmfest di novembre proiettavano Sadako 3D, ma non c'ho avuto la forza.
Se le forze non mi abbandonano, ho pronta davanti a me una tripletta in tre giorni: Ganster Squad, Lincoln e Django Unchained. Fra l'altro, così, a occhio, mi sa che sarà un crescendo.
Seven Psychopaths (USA, 2012) di Martin McDonagh con Colin Farrell, Sam Rockwell, Christopher Walken, Woody Harrelson
A volte mi capita di guardare film che poi, nel ricordo, crescono, diventano molto più belli e significativi di quanto mi fossero parsi durante la visione. È per esempio il caso de Il petroliere, che pure mi era piaciuto un sacco guardandolo, ma col tempo mi è diventato sempre più bello, in una specie di distorsione mentale che lo ingigantiva nella mia memoria. Ecco, 7 psicopatici è un po' il caso opposto, e a ripensarci a qualche settimana di distanza mi sembra una robetta meno riuscita rispetto alle belle sensazioni che quel monologo finale di Christopher Walken mi aveva lasciato addosso. Non che sia un brutto film, anzi, è pieno di idee fulminanti, scritto in maniera brillante e recitato molto bene. Ma alla fin fine non è nulla più che un giochino in cui Martin McDonagh si diverte a raccontare di film nel film nel film.
La storia è semplicemente un gran casino e non so nemmeno quanto senso abbia raccontarla. Parla di uno sceneggiatore che si chiama Marty, come il regista, e che sta cercando di scrivere la sua nuova sceneggiatura, intitolata per l'appunto 7 psicopatici. Siccome il caro Marty è una persona un po' squallida e, fra l'altro, non ha mai avuto un'idea che fosse sua - mi chiedo se qui McDonagh abbia fatto autocritica - diventa inevitabile andare a copiare in giro, pescando fra psicopatici veri e finti, leggende metropolitane, racconti, drammi umani e disastri vissuti di persona. Ne viene fuori un film che continua a passare da un piano del racconto all'altro, mostrando le vicende di Marty e dei suoi amici, quel che loro raccontano, fatti di cronaca, leggende che poi si scoprono essere reali, tutto mescolato in un gran minestrone.
Ed è un minestrone divertente da seguire, simpatico, casinista, che però, da un certo punto in poi, scivola forse troppo nella riflessione "filosofica" sul cinema e sul ruolo dell'autore, perdendo un po' il controllo di quel che sta raccontando e rimanendo in piedi solo grazie a uno strepitoso Christopher Walken e a quel bizzarro, dilatato confronto finale nel deserto. Insomma, una cosetta divertente da guardare, ma che poi, a conti fatti, non lascia molto addosso. Tanto più che Olga Kurylenko ha un ruolo piccolissimo. Non puoi vendermela nel trailer e poi farmela vedere così poco. Olguccia.
L'ho visto qua a Monaco, in lingua originale, che merita per tutti i biasciconi che si esibiscono, a inizio dicembre. Ne ho scritto adesso perché sono un po' febbricitante, ho la mente annebbiata e mi sembrava dunque il film adatto per oggi.
C'ho tante cose di cui vorrei scrivere, ma mi sono svegliato storto, ho mal di gola, temo di stare covando un malanno e soprattutto sono veramente sommerso di robe da fare, quindi mi limito ad agevolare il trailer di Red 2, con il ritorno della simpatica banda di amici ed Anthony Hopkins a sostituire Morgan freeman. Sembra simpatico e poi c'è il nostro amico coreano cattivo prezzemolino.
Il primo non l'ho visto, meritava? E il fumetto? Meritava?
Oggi abbiamo pubblicato il nuovo episodio del Podcast del Tentacolo Viola, in cui si parla di chiptune e derivati con l'ospite Kenobit, poi di CES 2013, quindi di Oscar e Golden Globes e infine del solito giro di consigli, in cui, una volta tanto, riesco anche a chiacchierare di un paio di giochi. Sta tutto a questo indirizzo qua.
Martedì, invece, dovremmo recuperare la registrazione dello speciale di Outcast che è saltata la scorsa settimana a causa di un improvvido mal di denti capitato a un illustre membro - termine scelto non a caso - dello staff.
A dicembre si diceva che Glen Mazzara, l'uomo responsabile per aver cambiato il tiro del The Walking Dead televisivo, aveva mollato tutto, pur essendosi reso disponibile per seguire la postproduzione della seconda metà di stagione. E c'era stato tutto un fiorire di dichiarazioni di circostanza su quanto comunque si sono lasciati tutti in amicizia e tranquilli che sarà sempre e comunque una ficata. Poi, però, sono saltate fuori un po' di dichiarazioni molto meno amichevoli, pure da persone che in teoria non c'entrano nulla, ma sono amicici del Mazzara e qualcosa dovranno pur sapere.
La sostanza pare essere che in AMC, pur trattandosi di network via cavo, non c'è la stessa liberà creativa che chi gestisce una serie TV ha in altri network paragonabili. E la gente s'incazza e se ne va. Nel caso specifico, poi, AMC viene accusata di dare troppa corda a Robert Kirkman, autore del (bellissimo) fumetto a cui si ispira The Walking Dead e co-produttore della serie TV, a sua volta accusato di non cavarsela benissimo nel magico mondo della televisione e, in sostanza, di essere troppo geloso della sua creatura e il pallone e mio e decido io. Queste cose le pesco da un articolo in cui viene anche riportato che secondo alcuni Mazzara c'aveva grossa crisi nel portare avanti il suo lavoro e che la produzione della seconda metà della terza stagione si è bloccata più e più volte per questo motivo. Insomma, un casino in tutte le direzioni e un bel fiorire di gente che ha lasciato perdere le dichiarazioni di circostanza e ha cominciato a puntare il dito di qua e di là. Ah, che bello, quando tutto il mondo è paese! Comunque, febbraio, vediamo.
A margine, segnalo che il simpatico Filippo Lorenzin, che un mese fa mi aveva chiesto cose su Wii U, evidentemente ci ha preso gusto e mi ha fatto blaterare anche su Journeye su Illumiroom.
Young Adult (USA, 2011) di Jason Reitman con Charlize Theron, Patton Oswalt, Patrick Wilson
Eviterò qui di iniziare con la solita tirata sul fatto che Jason Reitman mi sta simpatico in quanto figlio di suo padre, nonché in quanto regista che non sta veramente sbagliando un colpo, fra il fulminante esordio di Thank You For Smoking, l'essere riuscito a farmi piacere da matti un film che aveva tutte le carte in regola per farmelo odiare (Juno), quella roba splendida, splendida, splendida che era Tra le nuvole e, infine (per il momento), questo Young Adult. E in effetti non sono riuscito a evitarlo. Jason Reitman è meno celebrato di tanti altri, magari perché non c'ha le invenzioni visive spettacolari che le metti nel trailer e fanno tanta scena, ma eccome se ce le ha, le invenzioni visive, e pure il manico di girare scene splendide con George Clooney davanti a una porta che non sentono il bisogno di urlati in faccia: "Guarda quanto sono splendida!", ed è uno fra i migliori registi sulla piazza. Fra i migliori giovani registi sulla piazza, se vogliamo considerare giovane uno che è nato un mese dopo di me. E Young Adult è un film bellissimo con un'attrice pazzesca nel ruolo della vita, altro che quando l'han truccata da panzona.
Young Adult racconta della stronza del liceo che crescendo è rimasta stronza, senza cambiare sostanzialmente di una virgola. Pur essendo stronza, è umana, e le è rimasta sul gozzo la sua storia interrotta con il più ganzo della scuola. Quando viene a sapere che il più ganzo della scuola ha appena avuto un figlio, decide di tornare nella sua città natale, che le fa schifo, a guardare tutti i suoi (ex) concittadini dall'alto in basso e a cercare di demolire il matrimonio del ganzo per riconquistarlo. Seguono scene di patetica umanità. Il film è raccontato dal suo punto di vista, tramite i suoi occhi, quelli di una persona che sa di essere un'alcolista senza una vita ma non vuole ammetterlo con se stessa, anzi, vive la cosa in maniera normale. E un po' tutto il filo conduttore rimane quello, con uno sguardo che non dipinge un ritratto di disperazione ed evita di scivolare nel macchiettismo, ma riesce allo stesso tempo a farti provare disprezzo per la protagonista e disagio per il disastro in cui sai che sta per andare a cacciarsi. Sei lì che la guardi, persa nella sua presunzione (e nel suo alcolismo) e ti vergogni per lei, allacciandoti la cintura per prepararti all'incidente stradale in arrivo.
A farle da contrappunto ci sono un Patton Oswalt strepitosa spalla comica e Grillo Parlante che le dice in faccia quel che lei non riesce ad ascoltare e un ottimo Patrick Wilson, perfetto nel ruolo del ganzo messo in difficoltà dal buon cuore con cui vuole evitare a quella stronza della sua ex il duro impatto con la realtà. Ma la vera carta vincente del film, oltre agli attori, sta nella scrittura di Diablo Cody, che riesce a sfruttare tutti i punti fermi della commedia sentimentale americana mentre allo stesso tempo li scardina, trattando il trio di personaggi in maniera molto più umana e credibile del solito e, soprattutto, non adeguandosi a quel che vorrebbe la norma. Perché quando tocca al terzo atto, quello in cui bisogna risolvere il momento di crisi e ogni cosa sembra stare incastonandosi dove ci aspetteremmo, ecco che arriva il colpo da maestro e, una volta tanto, la risoluzione è brutale, crudele, impietosa. E qui sta, di fondo, la differenza fra la commediola ottimista che sembrava essere e il cupo dramma che invece è. Bello, davvero.
Me lo sono visto in DVD un mesetto fa, chiaramente in lingua originale che, è sempre la solita storia, ma non mi stancherò mai di ripeterla, merita a maggior ragione quando c'è di mezzo un'interpretazione di questo spessore. Ne scrivo adesso perché così capita.
End of Watch (USA, 2012) di David Ayer con Jake Gyllenhaal, Michael Peña
David Ayer è arrivato a dirigere End of Watch dopo essersi costruito una carriera da sceneggiatore che oscilla in qualche modo fra il competente e l'eccellente. U-571, Fast And Furious, Training Day, Dark Blue e S.W.A.T. non sono certo tutti capolavori ma non rappresentano un brutto ruolino di marcia, anzi. In più, Ayer ha già fatto anche il regista, con il notevole Harsh Times, che del resto si era scritto lui, e il più che valido La notte non aspetta, con nientemeno che James Ellroy alla macchina da scrivere. Ora, tolta la sceneggiatura d'esordio, si vede un filo conduttore abbastanza evidente: la polizia. E a volerla dire tutta, c'è un altro filo conduttore mica da ridere: la polizia sporca e brutta, quella che si fa traviare dal crimine, che cade vittima della tentazione, si alcolizza, pesta, gira intorno al confine fra bene e male, sostanzialmente fa brutto. Quella di Rampart, volendo. Ebbene, pare un po' bizzarro, ma con la sua terza prova dietro alla macchina da presa, Ayer sceglie di puntare su uno stile estetico e registico all'insegna dell'assoluto realismo, dello schiantare la faccia dello spettatore sul cemento, per raccontare però la storia di due agenti eroici.
Tutto sommato, si può tranquillamente dire che l'intreccio di End of Watch è quello di un classicissimo buddy cop movie, con un paio di protagonisti che sono bravi, buoni, belli e simpatici, dei dialoghi davvero divertenti e dei cattivi che sono violenti, brutali e stronzi. Non ci sono vie di mezzo, non c'è nessuna zona grigia, non c'è quella ricerca della dubbia moralità che sembra essere obbligatoria nel poliziesco del nuovo millennio. Magari quella di Ayer è stata una crisi di rigetto, un voler raccontare, una volta tanto, che esistono anche poliziotti semplici, onesti, magari non perfetti, ma normali, sinceramente desiderosi di aiutare le persone, nel loro piccolo eroici, e talvolta costretti ad avere a che fare con cose più grandi di loro e con criminali che son sinceramente, brutalmente, onestamente brutte persone (anche se, forse, la loro caratterizzazione sopra le righe rappresenta l'aspetto meno credibile del film... o magari no, in fondo non è che io sia un esperto di criminalità ispanica a Los Angeles).
Tutto questo viene raccontato con uno stile documentaristico e una regia da found footage, anche se found footage non è. Lo spunto d'avvio, dopo dei titoli di testa che sembrano usciti da Una pallottola spuntata, vede il personaggio di Jake Gyllenhaal riprendere le sue giornate di lavoro con un paio di videocamere, ma in realtà poi Ayer segue quel modello solo a tratti e mescola la cosa con una regia invece più tradizionale, anche se sempre "traballante". Questa scelta, unita a una scrittura dei personaggi assolutamente terra terra e alla pazzesca, pazzesca, pazzesca bravura dei due protagonisti e di chi sta loro attorno, va a comporre un film che è un'esperienza straniante. Perché nonostante sia chiaro che sono tutti attori ed è tutto sceneggiato, sembra davvero di stare guardando uno di quei reality show in cui si seguono le gesta della polizia, solo confezionato e recitato mille volte meglio, quindi allo stesso tempo più finto, ma anche più vero. Che in effetti non vuol dire nulla, ma non importa. Fatto sta che quando i due si trovano ad avere a che fare con agghiaccianti esempi di bassa umanità ti si gela il sangue, quando le cose vanno bene sei contento per loro, quando arriva il dramma colpisce duro. E non è quel che dovrebbe accadere con un bel film?
L'ho visto l'altro giorno, in lingua originale, che merita sempre quando gli attori son così bravi, qua a Monaco. Dove è uscito dopo che in Italia. Ogni tanto capita.
The Accidental Tourist (USA, 1988) di Lawrence Kasdan con William Hurt, Geena Davis, Kathleen Turner, Bill Pullman
Nel 1988 avevo undici anni. E in quel periodo ero un maschietto che guardava un certo tipo di film e ne evitava accuratamente altri. Quali evitavo? Quei film che identificavo come "da mia mamma". Qualsiasi cosa volesse dire. Turista per caso rientrava appieno nella categoria, tanto più che c'aveva dentro William Hurt, che a mia mamma piaceva tanto. E infatti non l'ho mai visto, fino a qualche giorno fa, quando l'ho recuperato in qualche maniera, dato che non è esattamente un blockbuster stampato e ristampato in centomila edizioni rimasterizzate in digitale e in accaddì, e me lo sono finalmente visto. Scoprendo un film molto bello e affascinante, oltre che graziato da attori davvero bravi.
Scritto e diretto da Lawrence Kasdan quando quel nome e quel cognome facevano pensare quasi solo a cose positive, Turista per caso è un film delizioso, che racconta di una famiglia devastata da un evento terribile, mettendone in scena la micidiale apatia e rassegnazione, descrivendo il tortuoso viaggio necessario per recuperare la capacità di sorridere. E William Hurt è strepitoso nel mostrare la crescita di un personaggio che parte completamente apatico, depresso, incapace di esprimere sentimenti, di aggrapparsi a qualcosa o a qualcuno, e pian piano viene scardinato, aperto, spalancato da quel che gli succede attorno. Il film lo segue un passo alla volta, raccontando gli eventi con uno sguardo freddo che rispecchia lo stato mentale del suo protagonista, passando di continuo dalla commedia al dramma senza inseguirne i toni, filtrando tutto attraverso una nebbiosa patina di apatia. Ma la storia si evolve assieme a lui, inseguendone il viaggio compiuto assieme al bizzarro personaggio di Geena Davis.
A guardarlo oggi, poi, Turista per caso è uno spettacolo per il contesto temporale. Sono trascorsi venticinque anni ed è folle osservare uno scrittore che batte a macchina e deve spedire pagine su pagine per posta, una persona che si perde in auto perché non ha in tasca un telefono col GPS e che, non avendo in tasca un telefono, non può essere raggiunta con una semplice chiamata, per capire dove sia e come stia. Inoltre, col senno di poi, viene da pensare che Turista per caso, oggi, sarebbe il classico film da Sundance Festival, con il protagonista circondato da una famiglia un po' strana e con la donna tutta bizzarra e simpatica che si infila a forza nella sua vita e conquista un Oscar mostrandogli quanto possa essere fantastico questo pazzo pazzo mondo. Oddio, mi sta venendo in mente Elizabethtown, lasciamo stare.
Justified - Season 1 (USA, 2010) sviluppato da Graham Yost con Timothy Olyphant, Walton Goggins, Joelle Carter, Nick Searcy La prima stagione di Justified ha un po' il classico problema di tutte quelle serie che partono e non si sa bene se, come, quanto si andrà avanti. Magari sovrainterpreto io e hanno iniziato con già in tasca la conferma per quattro stagioni, ma guardando l'episodio pilota mi è parso fin troppo chiaro che, sì, pur in mezzo a tanti spunti piazzati lì per il futuro, ci fosse un po' di timore a cominciare fin da subito con lo sviluppo di un racconto ad ampio respiro. E questa è la tipica cosa che ha poi ripercussioni per tutta la prima annata, con un ritmo che fatica ad ingranare e ci mette un po' a dar vita a quel fitto intreccio di storie sviluppate pian piano che, nel bene e nel male, deve caratterizzare una serie TV moderna. Il risultato è che per buona parte di questi primi tredici episodi si guardano tante piccole storie scollegate fra loro in cui ogni tanto salta fuori un membro a caso della famiglia Crowder per ricordare che "ehi, c'è il crescendo". Ma questa struttura narrativa un po' sbilanciata è forse l'unico limite di una serie altrimenti eccellente.
Sviluppato da Graham Yost sulla base del racconto e dei due romanzi con protagonista il personaggio di Raylan Givens, Justified porta in dote la benedizione dell'autore originale Elmore Leonard, che co-produce la serie, ha messo il sigillo papale sul protagonista Timothy Olyphant e ha sentenziato che si tratta di uno fra i migliori adattamenti delle sue opere. Di certo, è una serie TV splendidamente scritta e molto ben interpretata, che calza in effetti a pennello su Olyphant, con quel suo fare ambiguo e quel suo broncetto confuso. Il deputy marshal Raylan Givens è un personaggio delizioso, ironico e dall'elegante e misurata badassitudine, capace di non prendere mai niente troppo sul serio ma allo stesso tempo pistola più veloce dell'est e portatore poco sano di fortissima rabbia repressa. Attorno a lui ruota un cast molto ben assortito, carico di personaggi intriganti e scritto da gente che ha la capacità di tirar fuori dal cilindro idee e caratteri seducenti a ogni puntata, anche per personaggi che appaiono, scompaiono e non vedremo mai più.
Ma oltre al personaggio per cui davvero Timothy Olyphant sembra essere nato e oltre a tutti coloro che gli ruotano attorno (Boyd!), è soprattutto il profondo Kentucky ad essere protagonista della serie. Una provincia americana poco battuta, dove ogni cosa profuma di fritto pesante e i cui abitanti vengono dipinti in maniera divertente ma mai parodistica. Justified non è un circo di ridicoli redneck, è un dramma poliziesco un po' western, che racconta di un cowboy dalla morale discutibile, ma granitica, del suo rapporto con il proprio passato, della classica provincia americana i cui abitanti sognano di fuggire ma non sono in grado di farlo. Ma soprattutto, Justified è un vero spasso, appassionante nelle sue vicende, affascinante nelle micro-storie dei singoli episodi e con una scrittura divertentissima. Uno spacco, insomma.
E va visto in lingua originale, altrimenti ci si perde il fascinoso suono svirgolato dei vari "shit" e "bullshit", la parlantina tagliente dei personaggi femminili, il croccante aroma di pollo.
Silver Linings Playbook (USA, 2012) di David O' Russell con Bradley Cooper, Jennifer Lawrence, Robert De Niro, Jacki Weaver, Chris Tucker In Silver Linings Playbook recitano tutti tremendamente bene, talmente bene che anche solo questo sarebbe un ottimo motivo per guardarselo, possibilmente in lingua originale. Tanto più che riescono tutti ad essere adorabili e convincenti in ruoli sempre a un passo dalla macchietta. Bravo chi ha fatto il casting, magari, e bravo soprattutto a David O' Russell, che evidentemente nel dirigere gli attori se la cava. Anche perché a far recitare bene Jennifer Lawrence ci riescono in tanti, ma qui, in un colpo solo, abbiamo un Bradley Cooper che si merita la (giusta) nomination all'Oscar, un Robert De Niro che non solo non ti vergogni per lui (cosa rara, di questi tempi), ma si merita pure lui la (giusta) nomination agli Oscar e, considerazione personalissima, la prima apparizione cinematografica di Chris Tucker che non mi fa venire voglia di sparare allo schermo.
Ma al di là degli attori, che sono comunque mezzo film, Silver Linings Playbook merita per la leggerezza con cui O' Russell, anche sceneggiatore, riesce a calibrare tremendamente bene l'equilibrio fra la commedia surreale e il dramma umano dei suoi protagonisti. Racconta di gente squilibrata, fra il disturbato mentale con gli attacchi di violenza, il malato di scommesse e la vedova scorbutica, ma riesce, nonostante i toni da commedia e nonostante si rida parecchio, a non dipingertela come la solita, insopportabile, gente un po' bizzarra, pazzerella, ma in fondo adorabile. No, sotto le risate, c'è l'amarezza di persone a disagio con la propria vita, la difficoltà di ripartire, l'incapacità di sconfiggere i propri demoni. E c'è un film che sfrutta tutti i cliché di questo mondo, ma lo fa con una grazia e una bravura che di solito non trovi, nei film che sfruttano tutti i cliché di questo mondo. Perché non è mica facile.
Eppoi è ambientato a Philadelphia, babbo De Niro è fanatico degli Eagles, la storia è impregnata della sfiga sportiva di Philly e il film è ambientato nel 2008, annata che mi ricordavo benissimo, meta-spoilerandomi quindi mezzo finale. E quando si sono accese le luci in sala, mi è stato fatto notare che avevo addosso, ehm, la felpa degli Eagles. Ma mica l'ho fatto apposta, eh, non sapevo di che parlasse il film. Però, eh, come faccio a non innamorarmi di una cosa del genere? Dai, sono di parte, non sono affidabile. Però, davvero, è un bel film. E gli attori sono bravi. Sul serio.
Ho scritto questo post durante le interruzioni pubblicitarie dei Golden Globes e ho appena visto Bradley Cooper incassare malissimo la sconfitta. Del resto, porello, che vinca l'Oscar non ci crede nessuno, ma dove si compete fra musical e commedie ci sperava. Cicci. Toh il legnetto.
Ieri abbiamo pubblicato il primo Outcast Sound Shower del 2013, nonché il primo Outcast del 2013, nonché il primo Outcast Sound Shower da agosto 2012. Ebbene sì, Babich si è ripreso dalla paternità, è fuoriuscito dal cumulo di merda in cui la prole l'aveva seppellito e, rigorosamente a torso nudo, ha imbracciato il kalashnikov, per tornare a raccontare assieme al suo compagno di tossicità la musica dei videogiochi che furono. O qualcosa del genere. Sta a questo indirizzo qua.
L'altro giorno Robert Kirkman ha twittato questa cosa qua sopra. Mi sembra voglia suggerire che Rick, nel telefilm, perderà un occhio come il governatore. Dai, è fatta apposta per far venire in mente questa cosa, soprattutto a chi ha letto il fumetto e sa cosa sarebbe già successo a Rick se la serie TV lo avesse seguito fedelmente. O forse no, vai a sapere. Comunque, 10 febbraio, ancora un mese.
Rimaniamo in zona sangue per commentare velocemente il nuovo trailer del remake di Evil Dead (il primo trailer sta a questo indirizzo qua). Che dire, continuo a non averne una voglia matta, però bisogna ammettere che in questo trailer ci hanno infilato tutti gli omaggi all'originale possibili e immaginabili, dalle soggettive "di corsa" alle cantilene, passando per questo e quell'altro, il tutto condito da quella stessa idea di schifo e orrore totali, fatti però con effetti speciali di altro spessore. Di fondo, il taglio mi sembra abbastanza fedele a quello del primo Evil Dead, che bene o male era soprattutto un horror con qualche elemento grottesco in parte anche figlio del "budget", senza l'esplosione di comicità arrivata col seguito (dal quale, però, sembrano comunque prelevate alcune cose). Però vai a sapere. Ammetto che la riedizione della cantilena "Noi ti avreeemo, non ci sfuggiraaai" mi ha un po' emozionato. Chissà se conserveranno quella trovata deliziosa dell'originale, in base alla quale ogni volta che c'era una porta da aprire veniva costruita tutta una suspense incredibile da "buh" e invece poi non accadeva nulla. Boh, gli alberi lo sanno.
E questo è un trailer lievemente esteso di Pacific Rim, che rispetto a quell'altro ha un po' di cosette in più che dei malati di mente come il sottoscritto, strizzando gli occhi, possono notare. Non le elenco, trovatevele.
Mi è arrivata una e-mail che dice nel giro di un mese arriverà un trailer contenente vere e proprie fasi di gioco da Wasteland 2. Hanno un po' rotto le palle, 'sti annunci degli annunci dei trailer dei trailer.
The Sessions (USA, 2012) di Ben Lewin con John Hawkes, Helen Hunt, William H. Macy, Moon Bloodgood The Sessions è uno splendido, splendido film, delicato, intelligente, divertentissimo, capace di commuovere senza risultare stucchevole o patetico (e sa Dio quanto sia facile che accada, con un argomento del genere). È una fra le robe più belle che abbia visto del 2012, anche se l'ho visto nel 2013 e in Italia esce a metà febbraio. La nomination all'Oscar per Helen Hunt è meritatissima e cacchio se avrebbero dovuto darla anche a John Hawkes (l'ha ricevuta per i Golden Globes) e al film. Potrei semplicemente chiudere qui e ribadire che dovete guardarvelo appena possibile, tanto non serve dire altro e, in fondo, è sempre bello guardare un film senza saperne assolutamente nulla, se non che a qualcuno è piaciuto tantissimo. Ma ampliamo un po'.
Il protagonista di The Sessions è Mark O'Brien (interpretato da John Hawkes), un uomo di 38 anni, realmente esistito, che quando era ancora bambino è stato colpito da poliomelite e si è ritrovato immobile. Non è completamente paralizzato: il suo corpo, in qualche modo, "funziona", ha mantenuto sensibilità dappertutto, genitali compresi, ed è rimasto lucido e perfettamente consapevole. Non può trascorrere più di qualche ora senza stare rinchiuso nel suo polmone d'acciaio, è prigioniero in un corpo bloccato in una posizione contorta, se ne va in giro su un lettino, eppure è laureato, lavora come giornalista e, chiamalo scemo, non gli dispiacerebbe riuscire a soddisfare almeno una volta nella vita i suoi desideri sessuali.
Il film riassume velocemente, tramite i titoli di testa, il contesto di partenza, e poi, ispirandosi a un articolo che lo stesso O'Brien ha scritto nel 1990, racconta della sua esperienza con un surrogato sessuale. Vale a dire una donna (Helen Hunt) che lo aiuterà a prendere confidenza con il proprio corpo e la propria sessualità. E con cui avrà un rapporto sessuale. Una prostituta, insomma, verrebbe da dire. Una terapista sessuale, invece, si chiama lei. Tutto questo viene raccontato con un'eleganza, una delicatezza, una passione incredibili. Si passa la maggior parte del tempo a ridacchiare, magari anche di risate amare, e ci si lascia trascinare dentro la testa di una persona affascinante, adorabile, senza mai la sensazione che il regista stia in qualche modo forzando la mano: è tutto tremendamente realistico, asciutto, credibile, in ogni suo attimo, da quello più puramente divertente a quello più commovente. Bravissimi gli attori, compresi anche il prete William H. Macy - messo di fronte alla difficoltà di consigliare una persona su quello che, di fatto, sarà un rapporto sessuale extramatrimoniale - e l'infermiera Moon Bloodgood. Un film bellissimo e perfetto, oltre che, se vogliamo, pure coraggioso, nel trattare in maniera tanto semplice una tematica se vogliamo anche scomoda, specie poi in un paese moralista come gli Stati Uniti.
L'ho visto qua a Monaco, in lingua originale, e, cacchio, l'interpretazione di John Hawkes, con quel suo parlare sforzato, difficoltoso, si merita di non essere doppiata. In Italia, come detto, se IMDB non mente, arriva fra un mesetto.
Oggi, con appena tre mesi di ritardo, che vuoi che siano, arriva nelle sale italiane Cloud Atlas, il contorto e gigantesco progetto a sei mani firmato Wachowskis & Tykwer, prima gigamegaproduzione di stampo hollywoodiano realizzata in Germanì. Io l'ho visto a ottobre, quando è uscito da queste parti, e mi è piaciuto molto. Ne ho scritto a questo indirizzo qua. L'estate scorsa ho anche comprato su Kindle il libro di David Mitchell, ma ancora non l'ho letto. Prima o poi ci riuscirò. Davvero.
Rientro a casa on fire, sto guardando tanti film, ho aggredito la prima - divertentissima - stagione di Justified e ho perfino ripreso in mano Mass Effect 2. Evviva!
About Last Night... (USA, 1986) di Edward Zwick con Rob Lowe, Demi Moore, James Belushi, Elizabeth Perkins
Ogni volta che poso gli occhi su un film risalente alla seconda metà degli anni Ottanta, o alla prima dei Novanta, soprattutto poi quando si tratta di pellicole popolari, magari un po' tamarre, comunque "facili", non posso fare a meno di pensare che quello sia il periodo che invecchia peggio di tutti, e da cui del resto non si esce vivi. Quando poi di mezzo non ci si mettono i dolci ricordi, perché A proposito della notte scorsa... non l'avevo mai visto (e, a dirla tutta, non avevo mai visto, forse, un film con protagonista la meteora Rob Lowe), ecco che si fa tutto più complicato. Ma in fondo è giusto così, quando decidi di fare archeologia, sai bene che dovrai sopportare un'estetica, degli stereotipi e un modo di fare che ti sembreranno mortalmente sbagliati, e vai a sapere se invece trent'anni fa funzionavano a meraviglia. Fatto sta che mi sono guardato il film d'esordio di Edward Zwick, uno che andrà a conquistare il suo momento di massima gloria appena tre anni dopo, per poi rimanersene rinchiuso in quell'anonimato dei registi di cui finisci per guardare molti film senza ricordarti mai chi cacchio li abbia diretti. E com'è? Interessante.
Tratto da un lavoro teatrale di David Mamet, e fra i principali responsabili dell'esplosione cinematografica di James Belushi, che di lì a poco sarebbe stato un po' dappertutto, A proposito della notte scorsa... mi ha ricordato parecchio Ti odio, ti lascio, ti...nel suo tentativo di dipingere in maniera credibile e deprimente la nascita, la lenta nuclearizzazione e la conclusione di un amore fra due persone, infilandoci dentro degli elementi da commedia, ma senza virare completamente in quella direzione. Insomma, c'è il dramma. Al di là dell'età dei protagonisti (fra i venti e i trenta qui, fra i trenta e i quaranta nel film con Jennifer Aniston e Vince Vaughn), la differenza principale sta nel fatto che il lato comico risulta qui molto meglio integrato nel tessuto del racconto, senza dubbio grazie a Jim Belushi (soprattutto) ed Elizabeth Perkins, che non fanno solo da spalle, provando invece a raccontare l'impatto che una storia d'amore, coi suoi alti e bassi, ha non solo sui diretti interessanti, ma anche su chi sta loro attorno.
E ne viene così fuori una storia tanto banale, dallo sviluppo inevitabile, quanto interessante perché scritta in maniera credibile e interpretata più che degnamente da quasi tutti, probabilmente anche grazie alla buona direzione di Zwick, che a tratti rende convincente perfino la cartella da scemo di Lowe. Ma solo a tratti. Brevi e circoscritti. I personaggi del film e il loro modo di esprimersi, al di là di qualche tratto esagerato che denuncia in fondo le origini teatrali del racconto, sono bene o male tutti credibili e simili a questa o quella persona che prima o poi ci è capitato di conoscere. E infatti paiono tutti dei cretini un po' in balia di quel che accade. Purtroppo, inevitabilmente, il film è invecchiatissimo. Lo è nell'estetica e nella scelta musicale, davvero difficile da digerire, e lo è anche nella scrittura, con modi di fare lontani anni luce e con certi dialoghi che all'epoca erano magari ganzi, o perfino di rottura, e adesso fanno abbastanza tenerezza. Ma tra le pieghe di una vecchiaia fin troppo evidente, se si riesce ad applicare il filtro, emerge un racconto che in fondo è ancora attuale e si lascia guardare. Certo, ci vuole dello stomaco.
Jack Reacher (USA, 2012) di Christopher McQuarrie con Tom Cruise, Rosamund Pike, Jai Courtney
Ogni tanto qua dentro mi lascio andare a considerazioni da vecchio rincretinito su quanto mi faccia piacere vedere un film d'azione/avventura/[inserire a piacere] moderno che ha il coraggio di prendersi i suoi tempi, fare le cose con calma, raccontare una storia e infilarti l'azione al momento giusto. Magari dell'azione girata come si deve, in maniera classica, costruendola con criterio e mostrandola in tutto il suo splendore. C'ho trentacinque anni ma ragiono come un cinquantenne lamentoso. O come un trentacinquenne lamentoso. Ad ogni modo, Jack Reacher è il film per me, fatto apposta per me, è fatto per me e da uomo sa dir parole d'amor. Ha un racconto semplice, lineare, con il colpetto di scena che ti aspetta al varco, con i buoni, i cattivi e un protagonista ruvido, massiccio, cazzuto e indistruttibile, dal cuore d'oro nascosto sotto una rabbia cinica violenta capace di fare il dito medio al senso di giustizia e far fuori tutti senza aspettare che questi estraggano la pistola a sorpresa. È cazzuto, spacca tutto, ha sempre la battuta pronta e se gli rispondi a tono lui ne ha almeno altre quattro o cinque di riserva per seppellirti. Qualsiasi cosa succeda, se l'aspettava, o comunque sa come reagire e come risolvere ogni imprevisto. È una macchina, non lo puoi fermare, we are all witnesses.
Poi se ne va a Miami e si incazzano tutti.
Ma al di là di Jack, il punto è anche un po' il film in cui si trova, che poi è quel che stavo dicendo all'inizio. Un film coi suoi tempi (a tratti magari anche lievemente troppo dilatati), che si racconta con calma e con ritmo compassato, ma senza divagare o perdersi per strada. E che comunque in quei tempi dilatati ti ci infila dentro (1) una scena d'apertura di cecchinaggio muto che da sola vale il film, (2) un inseguimento in macchina che da solo vale il film, splendidamente pensato e costruito, a cominciare da quei tre o quattro scambi di sguardi iniziali per arrivare alla conclusione spoilerata dal trailer, (3) la scena nella vasca da bagno che magari da sola non vale il film ma fa molto ridere, (4) tutta una sparatoria finale molto ben gestita che da sola quasi vale il film, (5) dei dialoghi brillantissimi e sempre divertenti, con la scena del bar che davvero è uno spacco anche se il trailer ha spoilerato come va a finire e con quel dialogo fra Jack e Jack (McClane) che è divertentissimo anche se il trailer ce l'ha spoilerato. E che da soli valgono il film. Insomma, bello. Ma soprattutto vecchio. L'han capito anche i titolisti italiani, con quell'aggiunta così passé.
L'unico problema, per quanto mi riguarda, è rappresentato dagli attori. Jai Courtney va benissimo, massiccio, strafottente, lo vedo bene come figlio di John McClane, e Robert Duvall fa l'adorabile Robert Duvall, ma gli altri no. Werner Herzog è una divertente macchietta, e fa pure simpatia vederlo lì che incassa i bigliettoni standosene muto in un angolo e dicendo quattro cacate col suo accentaccio, ma è fuori contesto, fa paura come un vecchietto che fissa i lavori in corso e, in sostanza, ti tira fuori dal film, perché stai lì a fissare Werner Herzog che fissa i lavori in corso alle spalle di Tom Cruise. Rosamund Pike è un bel vedere e sfoggia le sue notevoli doti da neo-mamma, ma ha una recitazione che sarebbe scadente anche nella parodia porno di Jack Reacher. Per un attimo, quando va a chiacchierare col padre della vittima, quasi ti convince che sia in grado di cavarsela. Poi però c'è il resto del film, in particolare la scena all'appartamento in cui Jack le svela tutto il complotto e lei ha un'espressione che sembra che il pizzettaro abbia appena svelato il buco nella scatola. E poi c'è lui. Tom è bravo, si impegna fortissimo come sempre, ce la mette tutta e in fondo funziona bene, ma (paradossalmente, visto che il film è palesemente costruito attorno a lui) mi è parso un po' fuori ruolo. E non è per quella faccenda del nano che interpreta un personaggio in teoria enorme, che mi interessa il giusto (niente), non avendo fra l'altro mai visto i libri nemmeno da lontano. È che mi sembra poco attinente anche con quel che mi racconta il film. Non sono certo io a poter giudicare se abbia senso che ogni donna del pianeta, quando lo vede, si inumidisca tutta e sorrida ammiccante, però Tommaso non mi pare trasmetta per nulla il senso di pericolo, di minaccioso, che il personaggio dovrebbe dare. Arriva perfettamente a parole e nelle coreografie, ma poi lui, con quella faccetta un po' stanca da cinquantenne col fiatone, manca della fisicità giusta. Ci avrei visto bene Bud White.
Il film l'ho guardato qua a Monaco in lingua originale e ne vale la pena per sentire tutti gli accenti da svelti e la voce di Werner Herzog che, insomma, l'han pagato solo per quello.
Life of Pi (USA/Cina, 2012) di Ang Lee con Suraj Sharma Dopo aver passato, per l'ennesima volta un paio di splendide ore in compagnia di Ang Lee, rimangono in testa tante cose, ed è difficile indicarne una in particolare. C'è per esempio il modo in cui un film per tre quarti ambientato su una scialuppa riesce a stupirti ogni due minuti con una nuova, sorprendente, meraviglia. C'è la voglia di dipingere il muro invalicabile che separa uomo e animale, mettendo subito le cose in chiaro con quella scena della tigre in gabbia e poi raccontando di due creature che imparano a conoscersi e a rispettarsi, ma non diventeranno mai amiche. C'è il rifiuto totale di umanizzare, rendere simpatica o favolistica la splendida gattona, sebbene il racconto si presti a più livelli per uno scivolone del genere. C'è la capacità di lasciare a bocca aperta con le piccole cose, con dei bellissimi titoli di testa, con quell'addio sotto il pontile, con quel racconto finale sul letto d'ospedale, prima ancora che con luci, colori, effetti speciali. E c'è la sorprendente sobrietà di quelle immagini che nel trailer sembravano stucchevoli e nel film sono invece stupefacenti e basta. C'è un film strepitoso, uno fra i migliori del 2012.
Vita di Pi si apre con il racconto di una giovinezza che già da solo potrebbe riempire un film, quindi mette in scena un naufragio mozzafiato, che terrorizza e spalanca gli occhi, e poi mostra un viaggio incredibile, supportato da degli effetti speciali pazzeschi (c'è pochissimo di vero, in quella tigre) e da un protagonista fantastico, che invecchia, s'abbronza, dimagrisce, soffre e rinasce assieme al suo personaggio. E in tutto questo, Ang Lee si concede anche il lusso di usare il 3D come forse nessuno prima, dando vita a uno spettacolo visivo fuori scala, una specie di colorato libro animato che prende vita e sorprende con immagini mai viste. Usa la macchina da presa in maniera strabiliante, tratteggiando quadri dalla profondità e dalla ricchezza evocativa incredibili, piazzando lo sguardo sott'acqua, in cielo, fra i pesci, e raccontando una visione della vita, e della morte, che davvero resta nel cuore.
Ne viene fuori un film che lascia a bocca aperta, per la potenza visiva, per la piacevolezza di un racconto semplice ma non scontato, per il finale che lascia di stucco e commuove per davvero.
A margine, devo dire che tornando a vedere un 3D tradizionale si nota davvero la superiorità de Lo hobbitvisto a 48 FPS. Ecco che tornano le scie, i lievi sdoppiamenti alla periferia dell'immagine, una definizione generale meno convincente. Insomma, nonostante il movimento "strano", viva i 48 FPS.
Mentre vagavo con scopi lavorativi fra quelle lande desolate che erano le pagine di IGN US in periodo festivo, sono incappato sullo specialone multipagina di anteprima dei film in arrivo nel 2013. Vengono menzionati circa duecentoquarantamila film, chi con il trailer, chi con l'intervista, chi con le quattro cose che si sanno, e certo non li riporto tutti qua. Alla peggio, trovate il tutto a questo indirizzo qui.
Questo, a parte il fatto che la rossa qua sopra l'ho intravista pensando fosse Emma Stone e mi ero gasato, viene venduto come "da quelli che Paranormal Activity, però con gli alieni". E in effetti, dal trailer, sembra Paranormal Activity uguale sputato, solo che girato come un film cristiano, invece che come un found footage, e che alla fine sono alieni e non fantasmi. E c'è J.J. Jameson. Boh. Dark Skies, esce a febbraio.
In questo, invece, Emma Stone c'è. Si chiama Movie 43 e pare una coglionata colossale, piena di nomi famosi che si divertono a fare gli scemi. Non ho capito se mi è venuta voglia di guardarlo, comunque esce a fine mese. Nel mondo. In Italia a giugno.
Parker è il nuovo tentativo di lanciare una saga con protagonista Jason Statham ed è, se Wikipedia non mente, l'ottavo tentativo di portare al cinema il personaggio di Parker, creato da tale Donald E. Westlake, uno che non ha proprio la faccia che ti aspetteresti dal creatore di Parker. I precedenti sette film erano tutti, credo, operazioni isolate, mentre questo sarà sicuramente fatto con in testa quel che ormai chiunque faccia qualcosa ha in testa: creare un franciais, o perlomeno una trilogia. Ormai pure io, quando mi siedo sulla tazza, lo faccio con l'idea di provare a creare una trilogia. Comunque, dei sette film precedenti ho visto solo l'ottimo Payback. Prima di Jason Statham e Mel Gibson, nei panni di Parker si sono visti fra gli altri Peter Coyote, Robert Duvall e Lee Marvin. E dici poco. Parker esce nel mondo a fine mese.
Che è un po' come quando vedi la faccia di quella che s'è inventata True Blood.
Eppoi ci sarebbero anche altre cose interessanti, solo che ho commesso l'errore di guardare quel che segue e no, davvero, basta, non ce la posso fare. Qui si è passato il segno. Ve prego.
L'altra sera ho ripreso a giocare Mass Effect 2. A quasi sette mesi di distanza dall'ultima volta che ci ho messo mano. Fra i propositi per l'anno nuovo ci mettiamo il vederne la fine. Non mi azzardo a ripromettermi di giocare anche il terzo episodio. Sarebbe rischioso.
A Natale mi han regalato il libro ritratto qua sopra, Roger Ebert's Four-Star Reviews 1967-2007. Il titolo dice tutto: è la raccolta di ogni singola recensione da quattro stelle (il suo voto massimo) che Roger Ebert ha scritto fra il 1967 e il 2007. Un meraviglioso tomo da 944 pagine, che ho piazzato in salotto sullo scaffale dove tengo i videogiochi e le serie TV "in corso", oltre ai film che voglio guardarmi a breve. Così ogni tanto lo piglio, apro in un punto a caso, o magari curioso per vedere se ha messo quattro stelle a quel film là, e leggo una o due recensioni di uno che amo leggere, trovo sempre interessante ed è probabilmente la persona che mi piace di più quando voglio leggere di cinema. Anche se non sono sempre d'accordo con lui, ma ci mancherebbe pure che non fosse così. Il libro si apre con una bella introduzione in cui Ebert chiacchiera dei suoi esordi e di con che spirito ha sempre provato a scrivere di cinema. E dice anche che magari, a riguardare oggi l'elenco, ad alcuni di quei film leverebbe una stella o due, mentre inserirebbe film a cui col senno di poi ha dato troppo poco. Ma insomma, è pure normale. In totale ci sono circa centordicimila recensioni, messe in ordine alfabetico e con pure un indice per argomenti in coda. Una gran bella roba che consiglio proprio senza il minimo dubbio. Eventualmente, sta su Amazon, anche su Kindle.
Fra l'altro ho anche deciso che voglio guardarli (o riguardarli) tutti, dal primo all'ultimo, seguendo l'ordine del libro. Considerando quanti sono e quanti film guardo in media in un anno, non ce la farò mai. Ma, insomma, anche se fallisco nell'impresa, avrò comunque guardato tanti bei film.
AMC ha pubblicato un trailer per la seconda metà della terza stagione di The Walking Dead, che prenderà il via a inizio febbraio con il nono episodio, The Suicide King. Lo schianto qua sotto prelevato da Youtube, in un video che lo include, non so bene per quale motivo, due volte di fila. Il fatto è che, da una ricerchina veloce, questa è l'unica copia del trailer in versione estesa che ho trovato sul Tubo. La versione estesa sarebbe quella che si vede sul sito di AMC e che ha in effetti qualche scampolo in più rispetto a quella che vedo un po' dappertutto, ma dalle mie parti (e, immagino, da qualsiasi parte fuori dagli USA) è oscurata
Allora, quanto segue non contiene spoiler basati sugli avvenimenti del fumetto, sono solo osservazioni e supposizioni basate su quel che vedo, riordinato come mi fa comodo:
- resto dell'idea che Merle farà una brutta fine, possibilmente sacrificandosì per salvare il fratello e redimersi in punto di morte stile cattivo di Ken il guerriero, ma non accadrà subito;
- il gruppo che ha fatto irruzione a Woodbury si divide: Michonne scorta verso la prigione i due piccioncini, Rick rimane indietro per salvare Daryl;
- il bordello che si vede all'inizio del trailer potrebbe essere in una scena in cui Rick va per l'appunto a recuperare Daryl e... si porta dietro a bonus pure il simpatico fratello Merle;
- del resto poi si vede Michonne incazzata (e vabbuò, sai che novità) con di fianco Glenn incazzato che chiede cosa ci faccia [inserire a piacere] lì, mentre le mani di Rick e Daryl si agitano per tenerli buoni. [inserire a piacere] è Merle, dai;
- si vede anche Glenn che trama con una Maggie poco a suo agio, magari appunto perché oh, ma che scherziamo, quello là nel gruppo con noi. Uhm, andrà mica a finire che Merle muore ammazzato da Glenn? Non sarebbe male;
- Hershel fa il grosso con Rick;
- quella presenza contestata + morti recenti + discussioni assortite = Rick che si fa le pare sul suo ruolo di leader;
- mi sa che possiamo mettere una pietra sopra all'idea che a Rick succeda una certa cosa che nel fumetto gli succede quando passa da Woodbury;
- Andrea sembra avere perlomeno qualche dubbio sulle sue recenti scelte in termini di uomini e vuole investigare, stellina;
- il Governatore c'ha le palle che gli roteano e sta per scatenare l'inferno;
- gente spara in contesti diversi;
- il Governatore spara in maniera viulenta con un mitra;
- Carol sdraiata per terra vicino a una torre di guardia mentre gente le spara addosso e lei si ripara dietro a un morto biondo che è probabilmente il prigioniero maialo che c'ha scritto in fronte "sono il prossimo a morire";
- Daryl va a salvare Carol chiusa in una macchina assieme alla bimba con gli zombi fuori;
- le ultime cinque cose in sequenza ci dicono che il Governatore va a piantare giù un casino che metà basta alla prigione e la gente scappano.
Come tutto questo sarà distribuito negli otto episodi di terza stagione che ci rimangono, chiaramente, è tutto da capire. Ah, per quanto riguarda i titoli degli episodi successivi al nono, su IMDB vedo "in chiaro" solo quello del quindicesimo, che GUARDACASO corrisponde al titolo di un paperback a fumetti: This Sorrowful Life. Che però è una presa per il culo tanto quanto Made to Suffer.
Ricapitolo evitando spoiler, ma insomma, già sapete di poter evitare di leggere quanto segue se ci tenete a non subire spoiler sul fumetto. Nelle storie di Robert Kirkman, Made to Suffer è il titolo dell'ottavo paperback, con cui si conclude la lunga saga della prigione, in un tripudio intestinale di bordello che, fondamentalmente, si verifica quando il Governatore comincia a smitragliare in giro e attacca appunto la prigione. Per altro, nei fumetti, Lori muore in quel momento lì, non quando e come è accaduto nel telefilm (e ci sono mille altre differenze). Nel telefilm, Made to Suffer è il titolo dell'ottavo episodio, quello che ha chiuso la prima parte di stagione, in cui Rick e compagni attaccano Woodbury. Ruoli ribaltati, insomma, eh? Brutte merde che ci prendete per i fondelli.
Ora, come dicevo, This Sorrowful Life sarà il titolo del penultimo episodio di questa terza stagione. Ebbene, nei fumetti è il titolo del sesto paperback, vale a dire quello in cui la gente prigioniera a Woodbury scappa e Michonne fa tutta una serie di bei servizietti al Governatore. Tutto ribaltato, quindi? Dobbiamo aspettarci per quell'episodio l'apocalisse in prigione? Nah, secondo me stanno prendendo per il culo sulla presa per il culo: non ci credo che nel promo là sopra fanno vedere scene del penultimo episodio e, con i ritmi con cui hanno raccontato le cose in questa terza stagione, non ci credo che il Governatore aspetta sei episodi prima di partire all'assalto. Però posso sbagliarmi, per carità.
In tutto questo varrebbe la pena di far presente che non c'è ancora stata una singola scena con Rick e il Governatore che davvero si guardano negli occhi e si confrontano, mentre nei fumetti a questo punto già avevano limonato durissimo. Stai a vedere che magari su quella certa cosa potremmo non dovercela mettere, la pietra.
Poi, seghe mentali a parte, è un bel trailerino con la musica giusta per gasare, anche se i momenti in cui c'è gente che spara coi mitra continuano a darmi 'sta impressione un po' cheap.
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Dovrebbe essere giovedì, ma essendo arrivato lunedì sera mi sembra che
siano passati secoli. Il vostro è qui per collaborare con la produzione TV
dell'ev...
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Originally posted on the SciFi.com forum:
I don't want this day to happen.
I want it to be rescheduled, rethought, removed and recalled.
Tomorrow the stor...
RingCast cambia URL!
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Da oggi IDV cessa di esistere come entità autonoma e si trasforma nel blog
ufficiale di RingCast. Se non siete già stati reindirizzati al nuovo
indirizzo...
The Top Albums of 2008
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The subtitle of this post is: I Give Up This is taking too long. I’m on the
road pretty regularly these days (typing this in a hotel right now, in
fact), a...
Trasloco
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Ci si sposta ufficialmente. Da oggi in poi tutto *solo* a questo indirizzo,
e fine.
Buona lettura e chiunque segua può eliminare questo link e usare solo ...
Fantaghirò
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Era il *22* *dicembre* *1991* quando iniziò questa fantastica favola
televisiva.Ricordo tutt'ora quel giorno perchè ero in macchina coi miei
quella...
Chi l'avrebbe mai detto?
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scap-pel-làr-si v.pronom.intr. (io mi scappèllo) 1 salutare togliendosi il
cappello, in segno di ossequio o di deferenza 2 pop., volg., scoprire,
liberar...
Facebooked
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[image: facebook_1024]
Da qualche mese ho perso l'ispirazione (e forse anche la voglia) di
scrivere nel blog. Ultimamente invece mi sono preso be...
True Blood
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dopo la caduta libera di alcune serie che ho amato molto (weeds e prison
break su tutte..e temo la terza serie di dexter)
ecco una nuova grande serie dell...
Le trasimssioni riprenderanno...riprenderanno?
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Avevo già preso atto della volontà di alcuni (ex) GB di tentare una nuova
avventura calcistica che, evidentemente, ha voluto preventivamente non
essere ape...
Blog relocation
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Starting today, this blog is moving to http://dilbert.com/blog/. There you will be able to vote on comments, and the best ones will float to the top. Scott
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lascivia si è sdoppiato in due persone
uno bellissimo, che conosco solo di vista
e uno che invece è proprio lui ma è diventato un po' brutto, semi-grasso e ...
Harpya (Raoul Servais, 1979)
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Raoul Servais, né le 1er mai 1928 à Ostende, est un
...
Leggi ancora | Pubblicato da CaptainStrange | Commenti (11)
[image: Cita il...
Vallo o...Arena ?!?!
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e per chi si era persa (o mai scoperta) questa...
che dire.
avremo voluto notarla prima io e saverio.
in ogni caso lo sapevano tutti...tranne che pietru...
THE NEW DAISY GODZILLA LIVE! (PARTE VI)
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Il concertino è già bello che finito da qualche ora e, visti i tempi che
corrono, il disgraziatissimo Magiustra non ha fatto in tempo a mettere giù
due ri...
Morte per inedia
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Con l'aggiornamento delle classifiche che trovate qui sotto si chiude
ufficialmente e prematuramente il FROGEvolution Soccer Tour 2. Le
motivazioni non va...