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6.9.12

The Possession


The Possession (USA, 2012)
di Ole Bornedal
con Jeffrey Dean Morgan, Natasha Callis, Madison Davenport, Kyra Sedwick, Matisyahu

Quando l'avviso "Basato su avvenimenti reali" genera risolini in sala, è evidente che qualcosa non funziona. Oppure è evidente che questo genere di disclaimer lascia perplessi gli spettatori tedeschi, come ho scoperto alla proiezione di Compliance, un film per cui questo genere d'avviso è già più credibile. Ma sto divagando. Il punto è che The Possession sostiene di raccontare eventi realmente accaduti, per quanto magari romanzandoli. Insomma, qualche anno fa, sul serio, per una trentina di giorni una famiglia americana si è trovata in una situazione bizzarra, con la figlia più piccola che ha dato di matto. Magari stava solo sclerando pesantemente per il divorzio dei suoi. O magari, come sostiene il film, in quella scatola comprata al mercatino dietro l'angolo c'era un demone ebraico che l'ha posseduta e ha fatto un macello. Vai a sapere.

The Possession è diretto da Ole Bornedal, il danese che nel 1994 si era fatto notare con Il guardiano di notte, tre anni dopo s'era fatto da solo il remake con Ewan McGregor e poi è tornato sostanzialmente a farsi i fatti suoi in Danimarca, prima di questo nuovo esperimento hollywoodiano. Il lato più interessante del suo nuovo film (e c'è dietro sicuramente il tocco del regista, dichiaratamente più interessato alla metafora sul divorzio che al Dybbuk) sta nella voglia di concentrarsi più sui personaggi e sul racconto, che sullo spettacolo e gli effettacci. Per carità, c'è qualche inevitabile "buh" a sproposito e ci sono un po' di scene spettacolari con gente che vola in giro e bambine dagli occhi storti, ma ci si arriva con calma. La prima parte di film è largamente dedicata a raccontarci la famiglia, i personaggi, i rapporti fra di loro. A dipingere, insomma, esseri umani di cui dovrà poi importarci quando comincerà il casino. E per arrivare al casino il film si prende i suoi tempi, che è una cosa che apprezzo sempre molto.

Oltretutto, anche quando le cose si fanno serie, la sceneggiatura spreca un po' di minutaggio inseguendo tutt'altro, portando il suo protagonista (un bravo Jeffrey Dean Morgan, sempre più simile a un Robert Downey jr. con la mole e la voce di Javier Bardem ma senza il suo accento) a cercare una soluzione nel quartiere ebraico della città. E alla fine ne viene fuori una specie di versione col cappellino e la barba de L'esorcista, certo meno incisiva e di qualità, e soprattutto con poco di nuovo da dire, al di là della religione diversa che fa esotico. Poi, ok, c'è anche il problema che a me le storie di spiriti fanno poco effetto e L'esorcista mi sembra più che altro un gran bel film drammatico senza mezzo brivido. Ma quello è appunto un problema mio.

IMDB mi insegna che l'uscita italiana è prevista per il 21 settembre, assieme a The Tall Man e un po' di altra roba. La voce della bambina indemoniata fa un po' ridere già in originale, lo dico subito. Però in italiano vi perdete la voce di Javier Bardem senza accento sulla faccia di Robert Downey jr. in 16:9.

5.9.12

Ace Attorney


Gyakuten Saiban (Giappone, 2012)
di Takashi Miike
con Hiroki Narimiya, Takumi Saito, Mirei Kiritani, Ryo Ishibashi, Akiyoshi Nakao, Shunsuke Daito

Ace Attorney è un film tutto bizzarro e mattarello, che potrebbe tranquillamente piacere a chi apprezza il Takashi Miike un po più fuori di cozza (di sicuro ha poco a che vedere con Audition e 13 assassini) e, in generale, a chi ha voglia di una storia di quelle assurde che solo in Giappone sanno fare in questo modo. Ma è, evidentemente, e nonostante una certa attenzione a renderlo "comprensibile" per chiunque, un film dedicato ai fan della serie di videogiochi Capcom da cui è tratto. E lo è senza la minima vergogna, senza quei tentativi di "normalizzare" storie e ambientazioni impossibili da normalizzare che rendono completamente insensate operazioni come il film di Super Mario Bros. No, qua ci sono le pettinature assurde, ci sono gli atteggiamenti folli, c'è la gestione processuale completamente fuori di testa... c'è insomma tutto il quid del videogioco, traslato su pellicola e schiantato su grande schermo. Ed è un trionfo.

La storia segue quella del primo episodio per Nintendo DS, riarrangiandola un po', modificando alcuni dettagli e concentrandosi in particolare su due casi, ma mettendo sostanzialmente in scena quegli eventi, dagli esordi di Phoenix fino al gran duello con Manfred Von Karma. Tutto è raccontato recuperando alla perfezione il bizzarro mix di dramma e insensata demenzialità del videogioco: le situazioni sono assurdamente contorte, le interpretazioni sempre sopra le righe e segnate da una mimica che ricalca quella esagerata del videogioco, ma gli eventi restano drammatici e potenti. Ne viene fuori appunto un film bizzarro e magari non facilissimo da apprezzare, ma che non è insensato ritenere il miglior film mai tratto da un videogioco (e sì, lo so che la concorrenza è quella che è, ma Ace Attorney vince anche per meriti suoi).

Non solo c'è una fedeltà ammirevole al modello e allo spirito, c'è comunque anche un discreto lavoro di adattamento, per esempio nell'idea delle prove presentate sotto forme di enormi ologrammi, che in qualche modo riesce a recuperare il senso dello spettacolo con cui quelle azioni si verificano nei videogiochi. In più, come detto, la caratterizzazione dei personaggi è perfetta, ci sono tutte le cosette che ci devono essere (sì, compresi gli "Hold it!" e gli "Objection!") e alla fine l'unico vero limite è forse la durata, probabilmente inevitabile volendo comprimere gli eventi del gioco, ma a tratti un po' pesante. In ogni caso, per chi ha amato gli Ace Attorney, è un film francamente imperdibile.

L'ho visto in lingua originale con sottotitoli in inglese e va sottolineato che i nomi dei personaggi, nei sottotitoli, erano adattati seguendo i nomi che sono stati usati per le edizioni occidentali del videogioco. Fra l'altro, Takashi Miike ha dichiarato che è prevista una distribuzione occidentale e che gli adattamenti seguiranno appunto quelli dei videogiochi. Per il momento, comunque, credo sia uscito solo nell'oriente più remoto.

Oggi esce Brave


Canonico post per segnalare che oggi, in Italia, esce un film da me visto qualche tempo fa e di cui ho scritto a questo indirizzo qua. E che mi è piaciuto e mi ha divertito, anche se m'è parso non avere l'ambizione e le trovate interessanti delle migliori cose Pixar. Ma insomma, ci si può pure accontentare.

Inoltre, oggi si conclude il Fantasy Filmfest qui a Monaco. E meno male, che sono fisicamente e mentalmente brasato già da un paio di giorni.

4.9.12

Replicas (In their Skin)


Replicas (USA, 2012)
di Jeremy Power Regimbal
con Selma Blair, Joshua Close, Rachel Miner, James D'Arcy

Replicas, che a me risulta intitolarsi Replicas, che nel manifesto qua sopra vedo intitolarsi Replicas, ma che su IMDB mi sostengono intitolarsi pure In Their Skin, è una specie di Funny Games un po' meno riuscito, un po' meno interessante, un po' meno d'autore, un po' meno brutalmente inquietante, un po' meno col cattivo che prende il telecomando e usa il rewind in un tripudio tutto meta. C'è qualche differenza nelle intenzioni dei cattivi di turno, e si tratta di differenze che è possibile intuire dal titolo (io ero convinto di andare a vedere una nuova rielaborazione della faccenda Body Snatchers, figuriamoci), ma per il resto siamo lì: famigliola in vacanza in casa isolata, arrivano dei tizi a intromettersi, finisce male.

Jeremy Power Regimbal, al suo esordio da regista, non insegue la ricerca d'autore di Haneke ma prova comunque a dire la sua e a staccarsi dagli stereotipi del filone con una prima parte davvero azzeccata. A funzionare, soprattutto, è il senso di disagio provocato dal comportamento bizzarro dei vicini di casa, assolutamente gentili e non aggressivi, ma stranissimi per atteggiamenti e davvero inquietanti in quei piccoli segnali che lasciano intuire quel che arriverà. Poi, però, Replicas si instrada lungo i soliti binari, succede tutto quel che deve succedere e le emozioni tendono un po' a diradarsi.

È un peccato, perché gli interpreti meritano, in particolare i "buoni" Selma Blair e Joshua Close, e le scene più riuscite sono davvero efficaci, ma alla fine rimane addosso la sensazione di aver visto qualcosa che era a uno o due passi dal diventare memorabile. E che proprio per colpa di quei due o tre passi diventa completamente trascurabile.

L'indecisione sul titolo mi fa intuire che il film sia ancora lontano dall'uscire nelle sale e si stia facendo il giro dei festival. IMDB sembra confermare, ma vai a sapere.

3.9.12

Sushi Girl


Sushi Girl (USA, 2012)
di Kern Saxton
con Tony Todd, James Duval, Noah Hathaway, Andy MacKenzie, Mark Hamill

Sei anni abbondanti dopo essere stato arrestato, Fish esce di galera. La sua prole non lo riconosce, la moglie gli mette giù il telefono e i suoi quattro ex compagni di rapine lo "invitano" a cena per fargli confessare dove cacchio siano finite le gemme scomparse in quell'ultimo colpo andato male. Roba che ti passa la voglia di uscire di prigione. La cena consiste in una corposa dose di sushi servita sul corpo ignudo della ragazza che dà il titolo al film e la storia si sviluppa tutta attorno al tavolo, coi quattro che cercano di ottenere quel che vogliono in maniera non proprio gentile e con il classico, inevitabile, veloce andare tutto a mignotte a colpi di sfiducia, menzogne e crisi isteriche assortite.

Il problema di un film del genere è che, per funzionare fino in fondo, deve essere scritto, diretto e interpretato in maniera brillantissima, da gente dotata di talento cristallino. Non è il caso di Sushi Girl, o comunque non del tutto. Gli attori sono anche bravi, il film ha i suoi bei momenti e tutto sommato non stanca per tutti i novanta e oltre minuti che dura, ma quel che sembra mancare davvero è il guizzo di talento, la trovata geniale. È un po' tutto placido e già visto e i brividi al massimo possono arrivare se ci si impressiona per le maniere violente con cui gli amigos cercano di scoprire la verità. Di buono, comunque, c'è che la matrice chiaramente tarantiniana viene a conti fatti inseguita solo fino a un certo punto (c'è un singolo monologo su argomento a caso, per fortuna) e tutto sommato l'equilibro fra la scemata autocompiaciuta e il voler davvero raccontare qualcosa si mantiene abbastanza bene.

Al di là di questo, e della struttura un po' in stile Le iene che comunque ti fa sempre venire voglia di scoprire cosa caspita sia accaduto, il motivo d'interesse del film sta anche nel cast, che sembra messo assieme col solo scopo di raggruppare attori di scarsa fama ma molto noti nel circoletto dei geek. E così fra i protagonisti troviamo Tony "Candyman" Todd, un bolsissimo Mark Hamill e Noah Hathaway (Atreyu de La storia infinita), mentre in giro per il film appaiono Sonny Chiba, Michael Biehn, Jeff Fahey e un Danny Trejo machete-munito. Abbastanza per divertirsi? Boh, questione di gusti, immagino.

IMDB non sa darmi notizie su eventuali uscite al di fuori del giro dei festival. Non che se ne senta troppo l'esigenza, eh.

Flying Swords of Dragon Gate


Long men fei jia (Cina, 2012)
di Tsui Hark
con Jet Li, Kun Chen, Xun Zhou, e un po' di altra gente cinese, compreso il Karl Urban cinese

Remake, reboot, più o meno seguito, frullato, fusione e rimescolamento di due classici del genere wuxia, Flying Swords of Dragon Gate è il primo grande esperimento del cinema cinese (sezione gente che vola e tira di spada) con il 3D. E giustamente non poteva che essere realizzato da Tsui Hark e Jet Li (anche se Wikipedia ci insegna che l'attore è stato usato come rimpiazzo dopo il rifiuto di Donnie Yen). Ed è il classico film di Tsui Hark, vale a dire una roba lunghissima e un po' confusionaria, che dura tantissimo ma ti dà l'impressione che la trama fosse stata pensata per maggior minutaggio e abbia sofferto qualche sforbiciata di troppo (la famosa sindrome di The Dark Knight Rises), ma che ha anche delle scene d'azione e di combattimento da farti balzare in piedi e piangere di gioia (e questo con i film di Christopher Nolan c'entra già di meno).

La confusione narrativa, in realtà, è più che altro nella maniera magari frettolosa con cui vengono spiegate le premesse, facendole sembrare più articolate di quanto effettivamente siano. E i limiti del racconto stanno soprattutto in protagonisti maschili dalla personalità un po' scarsa (compreso Jet Li, che non sembra averci troppa voglia, magari perché offeso dalla faccenda Donnie Yen), che non riescono a reggere troppo il confronto con le belle figure femminili e con il cattivissimo cattivo, che tende abbastanza a mangiarsi il film. Ma alla fine la cosa conta relativamente, perché dopo una mezz'oretta si arriva alla locanda che dava il titolo ai film originali e tutto decolla, fra risse assortite, comicità surreale, intricatissimi piani di spionaggio e controspionaggio, i soliti melodrammoni da operetta e tre quarti d'ora circa di azione finale da lucidarsi occhi e baffi.

E il 3D? Ecco, il 3D, oltre magari a un certo abuso di effetti speciali (nel cast tecnico c'è anche il Chuck Comisky di Avatar), è usato in maniera eccellente e divertente, con un senso della profondità irreale, un sacco di roba lanciata per aria e pure grande attenzione nello spostare in giro i sottotitoli per far spazio a questa o quella spada che si mette in mezzo. Il problema, se problema deve essere, è che è forse usato un po' troppo, e a me girano i maroni, se son lì che voglio vedere Jet Li e i suoi amici che tirano di spada e Tsui Hark me li inquadra di fronte perché si diverte a infilarmi nella pupilla spade che si agitano a caso. Aggiungiamo pure che, ok, certe cose raccontate nel film le puoi fare solo al computer, ma insomma, io un wuxia lo guardo anche per la fisicità data dal vedere gente che salta e rischia la vita davvero appesa ai fili, e se invece in metà delle scene ci sono i pupazzetti in CG ci rimango male. Ma magari sono io che sono vecchio, un po' come Jet Li, che si agita ancora come pochi, ma guarda con nostalgia al suo se stesso di tanti anni fa. Detto questo, Flying Swords of Dragon Gate è comunque uno spettacolo di film, pieno di belle invenzioni, divertentissimo, trascinante ed esaltante nei tanti momenti in cui le cose funzionano come devono. Avercene, insomma.

Va anche detto che un film da due ore in 3D coi sottotitoli che ti costringono a cambiare continuamente l'attenzione e la messa a fuoco fra le robe in profondità e le scritte in primo piano può mettere un po' a disagio. Però, dai, è comunque girato con attenzione, il montaggio è docile, quando si menano parlano pochissimo, si sopravvive.

2.9.12

Cockneys vs Zombies


Cockneys vs Zombies (GB, 2012)
di Matthias Hoene
con Rasmus Hardiker, Harry Treadaway, Michelle Ryan, Alan Ford, Georgia King

Mi sono avvicinato a Cockneys vs Zombies aspettandomi un nuovo Attack the Block, e sicuramente l'errore è stato mio. Speravo di godermi una bella proiezione in una sala piena di tedeschi ubriachi pronti a divertirsi, far casino, ridere e scatenare applausi davanti a un film divertente, ben girato, carico d'azione e di battute adorabili. I tedeschi c'erano ed erano ubriachi, ma il problema è che ci siamo trovati tutti assieme davanti alla solita commedia che ti aspetti divertentissima e poi scopri che le scene più divertenti le hai già viste nel trailer. E quando le rivedi al cinema ti fanno ridere molto meno. Eccolo, il trailer:



Ora, già la roba che si vede qua sopra non è che sia da strapparsi i capelli, ha giusto un paio di trovate davvero belle, ma insomma, uno ci spera. Il film, però, ci aggiunge appena un paio di cose azzeccate (raro esempio di film i cui protagonisti hanno visto dei film di zombi e sanno come comportarsi, per dire) e ci mette attorno un sacco di scene barbose, una comicità piuttosto piatta, una regia di un moscio che non ci si crede, Michelle Ryan che fa la dura e praticamente nient'altro. Poi, certo, bisogna mettere in conto che magari io, da italiano, non riesco a cogliere almeno un po' della comicità legata al giocare con gli stereotipi dell'essere cockney oggi, e per onestà devo aggiungere che le scene dedicate ai personaggi anziani sono tutte gradevolissime. Ma non c'è altro.

E rimane il fatto che guardando Cockneys vs Zombies si ride davvero poco, spesso di quel ridacchiare non convinto in cui ci si sta tirando di gomito a vicenda perché sai che è una scena in cui bisogna ridere. In più, non ci si emoziona mai e non si gode nemmeno di un po' d'azione fatta come si deve. Shaun of the Dead non tiriamolo proprio in mezzo, insomma, che è veramente tutto un altro campionato, rispetto a questa robetta in cui si passa la maggior parte del tempo con addosso quell'espressione un po' delusa del cagnolino a cui han sventolato davanti un osso e poi han deciso di non darglielo per dispetto. Mestizia.

Il film è stato diretto da un tedesco, che prima della proiezione è salito sul palco e ha detto delle cose in tedesco. Ma io il tedesco non lo capisco, quindi sarcatz.

Eden


Eden (USA, 2012)
di Megan Griffiths
con Jamie Chung, Matt O'Leary, Beau Bridges

E quest'anno il premio "non c'entra nulla con il Fantasy Filmfest ma è ganzo, potevamo infilarcelo e quindi perché no" va a Eden di Megan Griffiths. E meno male, aggiungerei, perché Eden è un film bellissimo, duro, che riesce a colpire nello stomaco e mettere sinceramente a disagio pur senza scivolare mai nell'esplicito, men che meno nel gratuito. Uno di quei film per i quali l'avviso "basato su fatti realmente avvenuti" ti lascia addosso una sensazione di sporcizia veramente difficile da schivare, perché gli avvenimenti saranno anche romanzati ma la sostanza rimane, ed è una sostanza sporca, brutta, di quelle che poi ti vergogni un po' di stare al mondo, anche se tu certe cose non le faresti mai.

La storia si ispira a quella di Chong Kim e, cambiando i nomi delle varie persone, racconta di un'organizzazione per la tratta di schiave sessuali nel bel mezzo degli USA, a due passi dalle vite normali di chi ignora o sceglie di ignorare. Adolescenti che vengono rapite e costrette a vivere in un magazzino in mezzo al deserto, tenute in ottime condizioni igieniche e di salute, date in affitto come prostitute, attrici di film porno e altre sciccherie. Tutto è perfettamente organizzato, con tanto di braccialetto per la localizzazione atto ad evitare fughe, perfetta rete di contatti coi clienti e copertura ai limiti dell'impenetrabile garantita dalla presenza di un marshall (Beau Bridges) a coordinare l'attività. Insomma, una vera e propria agghiacciante azienda, pensata nei minimi dettagli e per ogni evenienza.

Megan Griffiths racconta i fatti seguendo il viaggio personale della sua protagonista, interpretata da una bravissima Jamie Chung (ma fantastici anche Matt O'Leary e Beau Bridges), raccontando tre mostruosi anni della sua vita e il modo in cui è riuscita ad adattarsi e a compiere gesti insopportabili aggrappandosi a una speranza di libertà. Tutto è messo in scena con una grazia fenomenale, senza indugiare mai sulle umiliazioni e il degrado subito dalle donne protagoniste. E forse anche per questo, per la parvenza di normalità che pian piano assumono le vicende e per il modo credibile e assolutamente non esasperato in cui vengono tratteggiati i personaggi, risulta ancora più forte e capace di colpire allo stomaco. Insomma, bellissimo.

Per il momento Eden sta facendo il giro dei festival internazionali, ma pare che all'inizio del prossimo anno comincerà ad essere distribuito.

1.9.12

Eva


Eva (Spagna, 2011)
di Kike Maillo
con Daniel Bruhl, Claudia Vega, Marta Etura

Eva è il classico film spagnolo che ci fa rosicare perché in Italia una roba così non la fanno neanche per sbaglio e siamo rimasti fermi a Nirvana. È un tentativo di fare fantascienza adulta, credibile, approfondita e interessante, ed è un film realizzato con cura, che ha magari il solo difetto di limitare la propria ambizione all'ambito produttivo, mentre alla fin fine la storia se ne rimane bella adagiata sui binari del reinterpretare la solita faccenda di Pinocchio. Cosa che comunque fa con grande sensibilità, trasmettendo un calore e una passione fortissimi, che sciolgono le nevi dell'ambientazione alpina.

Insomma, Kike Maillo si limita a raccontare una storia semplice, dalle tematiche tutto sommato molto simili a quelle di I.A., ambientata in una cittadina montana che sembrerebbe attuale, non fosse per la presenza di automobili dalla propulsione strana, computer fascinosi e, certo, robot. Robot di tutti i tipi, dai bidoncini in stile Guerre Stellari a quelli un po' più camuffati, che simulano il comportamento degli animali domestici e delle persone, il cui livello emotivo può essere regolato in una scala da 1 a 10 e che comunque tradiscono sempre la loro natura artificiale.

In questo contesto, il protagonista è un genio della robotica a cui viene commissionato il lavoro sulla creazione di un bambino robot, con tutte le difficoltà del caso nel ricreare l'emotività instabile di un infante e i problemi derivanti dal fatto che sta tornando nel luogo in cui è cresciuto e dove suo fratello ha sposato la sua vecchia fiamma. E insomma, quel che segue è abbastanza prevedibile: drammi familiari, amori repressi, invidie assortite e, ovviamente, tutta la faccenda dell'intelligenza artificiale. Però il film è raccontato bene e appassiona, nonostante le classiche trovate visive per rendere cinematograficamente ganza l'arte della programmazione risultino francamente un po' ridicole e fuori contesto. Comunque, una bella visione.

Il protagonista è lo stesso Daniel Brühl di Goodbye, Lenin! e Bastardi senza gloria. Ma quante lingue parla? Comunque, Eva, che è passato dal Festival di Venezia l'anno scorso, è uscito in Italia ieri, proprio il giorno in cui l'ho visto qua al Fantasy Filmfest. 

A Chinese Ghost Story (2011)


Sien nui yau wan (Cina, 2011)
di Wilson Yip
con Louis Koo, Yifei Liu, Shaoqun Liu, Kara Hui, Elvis Tsui, Siu-Wong Fan

Me l'hanno venduto come A Chinese Ghost Story, scopro ora che sul manifesto cinese si intitola A Chinese Fairy Tale, ma insomma, cambia poco, la sostanza rimane quella: un remake modernizzato, giovanilizzato e francamente anche un po' cheap, con elementi di trama rimescolati e qualche idea inedita, del film più o meno omonimo  del 1987. E com'è venuto fuori? Mboh? Nell'internet lo trattano piuttosto male, ma io ammetto di avere ricordi vaghissimi dell'originale e, quindi, mi riesce difficile fare un confronto sensato. Di sicuro è un film dai toni esageratissimi, con un senso della commedia e del dramma da filmetto di genere orientale, che quando sfonda i confini del melodramma è un po' stucchevole, ma alla fin fine ha sempre quel tono lieve da filmetto bizzarro che ti guardi in videocassetta stupendoti per le sue assurdità. Di sicuro, insomma, non ha i toni eleganti, occidentalizzati e amichevoli di Hero o La tigre e il dragone.

La storia è semplice semplice, ambientata tanto tempo fa, in una Cina lontana lontana dove i demoni sfrecciano liberi per la campagna e c'è una quantità di cacciatori (di demoni) esorbitante che li insegue. I demoni, però, assumono la forma di manze indicibili e seducono gli umani. Ne consegue che un cacciatore di demoni si innamora di una demonessa particolarmente cicci, ma finisce per decidere di cancellarle la memoria perché il loro è un'amore impossibile e proprio non si può (da notare che, a causa di questo ragionare col pisello, diversi colleghi finiscono ammazzati e il suo amico Karl Urban cinese perde un braccio). Parecchi anni dopo, un ragazzetto sfigato incontra la stessa demonessa e se ne innamora, altre demonesse si incazzano e vogliono fare un macello, il cacciatore di demoni di cui sopra interviene a far casino e poi arriva pure il Karl Urban cinese ad aggiungere colpi di spada e superpoteri. Insomma, tutto un Romeo e Giulietta pieno di piroette e una storiellina che potrebbe tranquillamente stare in un manga di Rumiko Takahashi (che è giapponese, ma fa lo stesso).

Il Karl Urban cinese.

E tutto questo si traduce in un filmetto che ha tutti gli ingredienti prevedibili: c'è il melodrammone amoroso insistito fra umano e demone, c'è la comicità surreale dai toni esagerati, ci sono le soluzioni visive affascinanti che fanno riferimento alla mitologia cinese, risultano tanto tanto esotiche per il gusto occidentale e danno l'impressione di stare guardando un manga d'azione fantasticheggiante interpretato da attori. E alla fine, se si leva il nome che porta sulle spalle e si entra nell'ordine di idee di stare guardando una sciocchezzuola dimenticabile, il divertimento sta tutto lì. Perché poi, non ci posso fare niente, quando questi cominciano a saltare in giro, roteare spadoni fiammeggianti, combattere demonesse dai capelli che s'allungano e frustano, sparare raggi gamma da tutte le parti, pronunciare formulette magiche, applicare sigilli, nuotare su mari di foglie, io ancora un po' e mi metto a piangere. Sarà che non ci sono abituato.

Visto in lingua originale con doppia riga di sottotitoli, la prima in qualche lingua cinese, la seconda in inglese ma palesemente realizzata dai cinesi stessi, o comunque da qualcuno che non si rendeva conto delle assurde frasi che qua e là stava scrivendo. E in fondo pure questo aggiunge al fascino da visione cheap in videocassetta un pomeriggio di quindici anni fa.

 
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