Spy

Scemenze action

Babadook

Incubi e allegorie

Terminator Genisys

È tornato (purtroppo)

'71

Quando a Belfast si viveva tranquilli

Poltergeist

Potevamo tranquillamente farne a meno

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
Visualizzazione post con etichetta Fantasy Filmfest 2011. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fantasy Filmfest 2011. Mostra tutti i post

23.9.11

[FF11] Fantasy Filmfest Shorts


Fantasy Filmfest Shorts (2011)
di gente varia, con gente varia

È una tranquilla domenica sera di inizio settembre, mi appresto a guardare il mio decimo film del Fantasy Filmfest (l'eccellente Perfect Sense) e, mentre pago il biglietto e scruto con l'occhietto furbetto le bionde ninfette barely legal che servono gli avventori al bar del cinema, noto un cumulo di oggetti, borse, cappellini, magliette e cianfrusaglie varie con il marchio del festival. Faccio finta di niente, ché gli ho già dato abbastanza soldi, ma mi cade poi l'occhio su un curioso DVD da dieci euro, e in pieno raptus Play.com faccio cenno al cassiere che oltre al biglietto del cinema voglio pure quello. 

E cosa ci trovo dentro? Nove cortometraggi dalla variabile provenienza: la maggior parte sono in lingua inglese (oddio, inglese: americano, australiano e via accentando), con inutile opzione per i sottotitoli in tedesco, mentre la manciata in altre lingue offre anche la possibilità di guardarli con sottotitoli in inglese. Tutto perfetto, insomma. Il genere è in linea con quello della rassegna e scivola quindi fra il fantastico e l'orrore, per una selezione di cortometraggi quasi tutti premiati a questo o quel festival e che, a parte un paio di robette discutibili, tutto sommato i suoi dieci euro se li merita. Anche perché il cofanettino include pure un secondo DVD con tre cortometraggi aggiuntivi, tre making of e un trailer.

Per quanto riguarda i cortometraggi veri e propri, è un po' difficile descriverli senza svelare troppo, anche perché sono brevi e spesso incentrati proprio sullo stupirti con tre o quattro svolte a sorpresa nel giro di dieci minuti. Comunque ci provo, sottolineando come in ogni caso il tutto sia disponibile su Amazon (basta cliccare qui).

Quelli belli, simpatici, o perlomeno divertenti:
Arbeit für Alle è un cortometraggio tedesco che racconta di un'organizzazione che piazza dei giovani aitanti a fare da supporto per anziani che non sono più fisicamente in grado di gestirsi ma vogliono comunque proseguire le loro carriere. Tipo che li vanno a prendere a casa la mattina, li portano in giro sulla sedia a rotelle eccetera. L'anziano protagonista, però, svolge un lavoro piuttosto particolare. Monster è una deliziosa figata australiana, fatta con due soldi, che gioca sul grande classico "peluche che ti fa cacare sotto". Itsy Bitsy è una scemenzucola su una coppia di giovani spasimanti americani che si trovano in casa una tarantola gigante. A Ninja Pays Half My Rent si descrive a sufficienza nel titolo. The Listening Dead è una bella favoletta horror tutta bianco e nero e invenzioni visive che sembra un po' uscita dalla capoccia del giovane Tim Burton. The Saddest Boy in The World è il simpatico racconto autobiografico di un ragazzino che la prende bene.

Quello che meh:
Il giardino è una scemenza tedesca un po' tarantinata su della gente che si porta le pistole a pranzo in un ristorante italiano e poi perde la calma.

Quello che non sarebbe neanche male, se non si prendesse così sul serio con quell'aria da guarda che autore ganzo che sono:
Las Horas Muertas è una specie di versione ridotta a quattordici minuti di Le colline hanno gli occhi, tutta cruda, sporca, sanguinaria e spagnola.

Quello che è una brutta conseguenza del successo di Shrek però presumo che un bambino ci si possa divertire anche se magari non coglie le citazioni e in ogni caso probabilmente è notevole a livello produttivo però davvero a me ha fatto schifo:
Tadeo Jones y el sótano maldito

Quelli che ci sarà un motivo se li hanno messi nel secondo DVD:
Why the Anderson Children Didn't Come to Dinner è una roba assurda su una famiglia "madre + tre creature" tutta strana che sembra diretta da Wes Anderson dopo una lobotomia. Tadeo Jones è la precedente avventura di Tadeo Jones ed è la stessa tristezza, a parte il fatto che non ci sono dialoghi e quindi è in effetti un po' meglio. Me è un videoclip emo realizzato in stile La Sposa Cadavere e musicato da tali ASP, gruppo rock depresso tedesco il cui cantante nella foto su Wikipedia sembra Adriano Galliani con in faccia il trucco dei Kiss.

Il giorno prima della domenica in questione, sono entrato in sala alla proiezione dell'ottimo Red State e mi sono visto iniziare davanti agli occhi una roba in tedesco. Mi sono poi reso conto che si trattava di un ottimo cortometraggio a tema zombesco ambientato in una suggestivissima Berlino. Purtroppo non ricordo minimamente il titolo e, fra l'altro, dato che non c'erano sottotitoli, può pure essere che i personaggi dicessero solo scemenze. Però, senza capire una parola, sembrava veramente un cortometraggio stupendo. Quindi, insomma, se vi capitano gli occhi su un cortometraggio di zombi tedesco ambientato a Berlino in cui all'inizio c'è un tizio che parla alla radio, dategli una chance. E magari poi ditemi come si intitola.

9.9.11

[FF11] Attack the Block



Attack the Block (UK, 2011)
di Joe Cornish
con John Boyega, Jodie Whittaker, Alex Esmail

Non c'è, veramente, non c'è, non ci può essere e non ci sarà mai modo migliore di chiudere una rassegna come il Fantasy Filmfest che riempire una sala di gente e proiettare un film come Attack the Block. E, in maniera simile, non c'è modo migliore di guardare Attack the Block che infilarsi in una sala strapiena di gente pronta a divertirsi, gasarsi, ridere, ululare, applaudire, godere del divertimento puro che l'impressionante esordio alla regia di Joe Cornish è in grado di regalare. Compratevi il blu-ray, guardatevelo nella saletta di provincia, scaricatevelo con un torrent, fate come vi pare e gustatevi comunque un gran bel film, ma sul serio: se avete l'occasione, andate in un cinema pieno di gente, nachos, pop corn, coca cola e birra come è capitato a me. No contest.

Attack the Block è un gioiello, un film divertentissimo per lo spirito comico e allo stesso tempo di puro thrilling, il taglio action, la voglia di sorprendere, il ritmo e la bravura di Cornish, che ti piazza lì, come se niente fosse, almeno un paio di scene d'azione perfettamente costruite e realizzate, senza però sentire il bisogno di ostentare chissà quali virtuosismi. Dentro c'è tutto, veramente tutto, da Carpenter a Coppola, passando per Dante, Spielberg, McTiernan e la serie B dei mostriciattoli. Non c'è il citazionismo smaccato e fastidioso, ma c'è la voglia di omaggiare un certo tipo di fare cinema senza rinunciare al divertimento puro e coinvolgente di chi guarda. E cazzo, se è divertente.

La prima metà è da incorniciare, con quei loschi teppistelli incappucciati che aggrediscono la passante, per poi ribaltare il tutto trasformandosi negli adorabili protagonisti, condurti per mano nel block del titolo e regalarti la pioggia di alieni, la corsa agli armamenti e la bellissima e lunghissima fuga dal parco. Ma poi tutto il film, gli assurdi personaggi di contorno, la comicità perfetta, la puffettosità micidiale delle creature, le morti lancinanti, la bravura dei ragazzetti protagonisti, le musichette in stile Carpenter... aaahhh, mamma mia, ma che scrivo a fare? Bello, bellissimo, emozionante, appassionante, divertente. Un'ora e mezza di meraviglioso luna park, filtrato da una lente tutta brit pop che lo rende unicissimo. Fantastico.

Ovviamente, potendo, va visto in lingua originale. Certo, al prezzo di impiegare una mezz'oretta per cominciare a capire che cacchio di lingua parlino i teppistelli protagonisti, ma tanto leggo che funziona così anche per chi l'inglese lo parla dalla nascita, e comunque il film - incredibile ma vero - è scritto tremendamente bene anche in questo senso e nel modo perfettamente comprensibile in cui usa i suoi termini e le sue incomprensibili espressioni da cacaziretti di periferia londinese.

8.9.11

[FF11] The Revenant




The Revenant (USA, 2009)
di Kerry Prior
con David Anders, Chris Wylde, Louise Griffiths, Jacy King

Il tizio che faceva Takezo Kensei in Heroes, e che evidentemente interpreta solo personaggi immortali, è un soldato americano ucciso in missione che si risveglia nella sua bara dopo il funerale. Non si sa perché, non si sa percome, si sa solo che è un non morto, un po' zombi (l'aspetto e il "funzionamento" del corpo sono quelli) un po' vampiro (ha conservato l'intelletto, va in vulnerabilissima catalessi quando sorge il sole, si accontenta di bere sangue senza bisogno di masticare carne). Assieme al suo amico scemo, che in questo genere di film non può mancare, decide di unire l'utile al dilettevole e si trasforma in un vigilante non morto, che ammazza criminali per cibarsi.

Messa così pare una minchiata, e in effetti The Revenant è esattamente quello, ma lo è in maniera consapevole, voluta, divertita. Scemotto e demenziale, butta in campo comicità di grana grossa, battute, gag a getto continuo, seppellendo però il tutto sotto una patina depressa, grigia e pessimista che regala al film un taglio a modo suo particolare. Minchiatona è e minchiatona rimane, divertente e adattissima a scatenare applausi continui in uno scenario come quello del Fantasy Filmfest, ma certi lampi di cupa tristezza che si manifestano ogni tanto e quel finale così opprimente riescono comunque a lasciare il segno, magari proprio perché stonati rispetto al resto del film.

Il film è del 2009 ma, come tanti altri della rassegna, fino a oggi si è visto solo in giro per festival e occasioni speciali. Pare che quest'anno sarà distribuito negli Stati Uniti, magari poi seguirà anche altrove.



[FF11] In Her Skin / I Am You




In Her Skin (Australia, 2009)
di Simone North
con Guy Pierce, Miranda Otto, Ruth Bradley, Kate Bell, Sam Neill


Girato e distribuito in Australia nel 2009 e giunto altrove rimbalzando fra i festival, I Am You racconta l'allucinata storia di Caroline Reid, ragazza piuttosto squilibrata che in quel di Melbourne decide di farsi prendere dalla rabbia e dall'invidia e fa fuori una sua conoscente più bella, brava, semplice e fortunata di lei. Ispirato a una storia vera, anche se con qualche nome un po' cambiato, il film di Simone North si concentra su tre punti di vista differenti per raccontare la stessa vicenda, tramite gli occhi della vittima, dei suoi genitori, della carnefice. Ne viene fuori, soprattutto, un lavoro pazzesco di almeno tre attori.

Guy Pierce e Miranda Otto sono fenomenali nei panni di genitori attanagliati dal non sapere e dalla preoccupazione e il film è fantastico nel concentrarsi sulle loro umane reazioni senza uscire mai dal seminato, senza buttarla sul patetico o sull'esagerazione. Già solo per godere di questi due attori in azione, vale la pena guardarselo. E poi c'è Ruth Bradley, che interpreta la folle Caroline e fuori giri ci va più e più volte, ma riesce comunque a mettere sullo schermo un personaggio capace di provocare reale inquietudine nella sua disperata carica autodistruttiva.

A rovinare quello che sarebbe  potuto essere uno splendido film e finisce invece per vivere di alti e bassi ci pensa la regia di Simone North, che se da un lato firma con la scena dell'omicidio un momento lacerante, intenso per davvero, dall'altro tende a perdersi in insopportabili, presuntuosi svolazzi di macchina da presa e simbolismi da quattro soldi che nulla hanno a che vedere coi toni pacati del racconto. Se a questo aggiungiamo una colonna sonora insensata, con quei sussurri e bisbigli da Venerdì 13, davvero non si capisce che razza di idee schizoidi ci fossero dietro alla confezione di questo film. Ed è un peccato, però, perché nei suoi momenti buoni I Am You (o In Her Skin) è cinema davvero potente e che lascia il segno.

E poi c'è Sam Neill, che non fa molto più che interpretare il ruolo di Sam Neill, ma è pur sempre Sam Neill.

7.9.11

[FF11] The Divide


The Divide (USA, 2011)
di Xavier Gens
con Lauren German, Milo Ventimiglia, Michael Biehn

The Divide si apre sull'immagine di una bomba atomica che devasta New York e di un gruppo di poveretti che trovano rifugio chiudendosi nella cantina del loro palazzo. Come inizio, non si scherza affatto. Da questa premessa si sviluppa poi un film tutto claustrofobico, psicologico, ansiogeno e privo di speranza o vie di fuga consolatorie. Il mondo esterno viene appena intravisto, giusto in un paio di inquietanti occasioni, e per il resto le quasi due ore di pellicola sono interamente dedicate alla classica storia di gente confinata in uno spazio ristretto che se ne va psicologicamente in vacca.

Perché un film del genere funzioni fino in fondo, il bel talento visivo di Gens e le buone prove di quasi tutti gli attori sicuramente servono e danno una mano, ma contano fino a un certo punto e riescono a renderlo appena gradevole se la scrittura, come in questo caso, non è all'altezza della situazione. Tutto si svolge come da copione, con i personaggi psicologicamente più deboli che piano piano perdono il senno, seguiti poi a ruota da tutti gli altri, in una spirale di violenza psicologica, fisica, sessuale senza fine. I vari protagonisti cadono sempre più a pezzi, mentalmente e fisicamente, (anche se, ovvio, fra caduta di capelli, dimagrimento ed escoriazioni assortite sono quelli più antipatici a ridursi peggio, mentre i "positivi" mantengono tutto sommato un bell'aspetto fino alla fine) e piano piano si arriva a un atto conclusivo in cui è ormai tragedia spinta.

Alla fin fine The Divide non sarebbe neanche male perlomeno nelle intenzioni: tutto concentrato in un ambiente ristretto, concede davvero poco o nulla al lieto rassicurare lo spettatore e prova ad affondare anzi una coltellata - emotiva e letterale - dietro l'altra. Il problema è che i personaggi faticano ad andare oltre la macchietta e finiscono per ricordare più la teppa di Ken il guerriero che i protagonisti di un dramma fantascientifico. Se a questo aggiungiamo che le idee sono tutte concentrate nella prima parte, per poi lasciare spazio a una serie di sviluppi visti mille volte e che non hanno nulla di sorprendente, beh, allora è evidente che le ambizioni di Gens vanno oltre le capacità sue e di chi gli ha scritto il film. Anche se il finale è piuttosto efficace, bisogna ammetterlo.

Fantastico, comunque, scoprire che il tono di voce normale di Milo Ventimiglia non è il bisbiglio da ganzo che utilizza in Heroes. 


[FF11] Cat Run


Cat Run (USA, 2011)
di John Stockwell
con Paz Vega, Scott Mechlowitz, Alphonso McAuley, Janet McTeer

Cat Run è un film d'azione scemo e divertente, che però non riesce ad essere abbastanza divertente o d'azione per andare oltre lo status di scemo. Si sforza tantissimo, fra i protagonisti presentati con le sovraimpressioni ganze, i personaggi totalmente sopra le righe, l'abbondanza di split-screen e altre soluzioni visive à la page, il racconto esilino e tutto costruito su coincidenze, botte di fortuna e romanticismo, l'assenza di pudore nel mostrare sangue e carne, la comicità dell'assurdo e soprattutto gli attori che si divertono come matti a interpretare le loro sagome di cartone. Ma gli manca proprio la capacità di fare quel passo in più che ci vorrebbe.

Ed è una capacità che, probabilmente, manca soprattutto a John Stockwell, regista dalla carriera piuttosto anonima e non in grado di dirigere una singola scena d'azione davvero appassionante o di dare corpo a un film che per funzionare avrebbe bisogno di un manico vero dietro alla macchina da presa. Invece c'è un mezzo incapace che scopiazza in giro tutto quello che gli pare bello e lo schianta dentro alla rinfusa, senza aggiungere un'idea che sia una. E ci sono, anche, due protagonisti vagamente simpatici, ma proprio poco convincenti e incapaci di tenere testa, per presenza scenica e bravura, a chiunque passi loro davanti.

Poi, per carità, nonostante tutto, il film scorre, strappa qualche risata, riesce a sorprendere in un paio di occasioni e ha una spettacolare Janet McTeer che da sola vale la visione. Ma non riesce comunque a sollevarsi dal pantano del mediocre, oltre a lasciare addosso l'impressione di non essere altro che un tentativo impacciato e ritardatario di scopiazzare cose fatte (meglio) da mille altri.

Il paradosso è che sembra un bruttarello adattamento da un qualche fumetto americano recente a caso, di quelli con la gente che spara e dice battute ganze e politicamente scorrette. Ma non lo è.

[FF11] Snowtown



Snowtown (Australia, 2011)
di Justin Kurzel
con Daniel Henshall, Lucas Pittaway, Craig Coyne


Snowtown racconta la storia di John Justin Bunting, un tipetto simpatico famoso per essere il peggior serial killer nella storia dell'Australia e attualmente impegnato a godersi gli undici ergastoli che gli hanno appioppato. Nel portare avanti la sua gioviale attività, Bunting ha goduto dei servigi di un gruppetto di persone, che si sono fatte coinvolgere in maniera più o meno spontanea. Fra queste c'era il giovane James Spyridon Vlassakis, attraverso i cui occhi viene raccontato il film.

Il regista Justin Kurzel sceglie un approccio quasi documentaristico, certo non da appassionante thriller o poliziesco, e mette in scena soprattutto la triste e monotona vita da periferia cittadina. Racconta di una qualunque famiglia squattrinata, di ragazzi che crescono senza una figura paterna e patiscono crudeltà e difficoltà di vario tipo. E mostra l'arrivo di Bunting in questo contesto. Un uomo che si presenta come amico e confidente, che conquista la fiducia di tutti quelli che gli stanno attorno e che sembra avere anche le proprie ragioni nel modo in cui indirizza la propria rabbia contro i (presunti) pedofili e altri tipi di personaggi.

Lento, stordente, ammorbante, ma capace di assorbire completamente proprio grazie al suo stile straniante, Snowtown si trascina sulla noia micidiale di una vita senza sbocchi, mette a disagio vero prima ancora di versare una singola goccia di sangue e colpisce come un macigno nelle sue esplosioni di violenza fuori campo. Tanto Bunting costringe Vlassakis al coinvolgimento nei suoi particolari hobby, quanto il regista Justin Kurzel trascina lo spettatore in quello stesso mondo. A tradimento, di sorpresa, sbattendoglielo in faccia all'improvviso. E poi diventa davvero difficile uscirne.

Fra l'altro ha un'estetica e un ritmo tremendamente da film dei Dardenne, anche se la poetica è piuttosto diversa, molto più storta. Kurzel potrebbe essere il terzo fratello, quello squilibrato e di cui si vergognano.


6.9.11

[FF11] Perfect Sense




Perfect Sense (UK, 2011)
di David Mackenzie
con Eva Green, Ewan McGregor

Siccome non bastava il Fast & Furious d'autore, adesso abbiamo anche il 2012 d'autore. E pure questo è uno spettacolo incredibile. Il tizio che sale sul palco prima di (quasi) ogni film al Fantasy Filmfest ha introdotto Perfect Sense in maniera piuttosto roboante. Almeno credo, dato che non capisco il tedesco. Ma insomma, ho captato che lo considerava l'highlight del festival e che a un certo punto ha citato Roland Emmerich. Questa introduzione, un trailer che fa il misterioso e un avvio di film un po' pomposo mi hanno, devo dire, piuttosto mal disposto. Il che, se vogliamo, rende ancora più forte il mio essere uscito dalla sala emozionato, estasiato, gasato e considerare Perfect Sense una delle robe più belle che abbia visto quest'anno.

Il racconto è semplicino e parla di fine del mondo o, meglio, dell'umanità. Si ipotizza un virus - o qualcosa del genere - che va a colpire l'intera popolazione del pianeta privandola dei cinque sensi, uno per volta. E ogni perdita è anticipata da uno sfogo emotivo fortissimo. Il primo passo, per esempio, è un'eccesso improvviso d'ansia, disperazione, rimorso, cui fa seguito la scomparsa dell'olfatto. E via a proseguire, verso un finale senza uscita. Tutto questo non viene però raccontato con una visione d'insieme, con scene di massa e catastrofi assortite, ma attraverso le vite dei due protagonisti e delle persone che ruotano loro attorno.

Al di là di qualche breve inserto di montaggio, ritmato dalla voce narrante di Eva Green che illustra gli effetti della malattia, tutto il film si concentra su come i due personaggi affrontano l'esplodere della loro storia d'amore e l'implodere della vita umana. Tremendamente romantico e malinconico, nonostante un'apparenza fredda e intellettuale, Perfect Sense si prende il lusso dello sguardo circoscritto, mostra l'apocalisse tramite il panico del singolo individuo e mette in scena un trasporto poetico efficace, delicato, mai forzato. Ricercato e affascinante, dipinge un'umanità che si aggrappa disperatamente a quel che le rimane, adattandosi ogni volta che perde un pezzo e cercando di continuare a vivere nonostante tutto, scoprendo nuove forme, colori insospettabili, passioni che un tempo non esistevano. Un film bellissimo, intelligente, molto ben recitato, pieno di invenzioni e capace di emozionare per davvero.

Oh, magari esagero, magari è solo perché non sapevo bene che aspettarmi, ma insomma, davvero, mamma mia.

5.9.11

[FF11] Red State



Red State
(USA, 2011)

di Kevin Smith
con Michael Parks, John Goodman, Michael Angarano, Nicholas Braun, Ronnie Connell, Melissa Leo, Kerry Bishé

Posso fare a meno di aprire il post su Red State con la tiritera su Kevin Smith, sul personaggio Kevin Smith che ultimamente ha preso a starmi un po' sui maroni, sul fatto che sono riuscito a farmi piacere più o meno tutti i suoi film fino a Jersey Girl (compreso Jersey Girl) ma Clerks II mi ha fatto piuttosto cacare, non ho visto Zack & Miri e Cop Out m'è parso gradevole, anche se più per meriti di Tracy Morgan che altro? Uhm, no, mi sa che non posso. Comunque, quando lo Smith se n'è saltato fuori con questo progetto sfizioso e con quel trailer davvero intrigante, non so perché mi sono convinto che si fosse messo in testa di girare un torture porn, o come cacchio si chiamano adesso le robe in stile Hostel. E che sarebbe venuta fuori una schifezza. E invece Red State è una cosa ben diversa, che tutto sommato non mette in mostra particolari dosi di violenza esplicita insistita (giusto qualche pistolettata) e che si gioca tutto sull'atmosfera e sull'ansia. E non è una schifezza.

Faccio pure fatica a considerarlo un horror vero e proprio, checché ne dica Smith, perché di fatto non c'è questa gran ricerca della tensione o dello spavento. C'è un racconto semplice semplice, che parte sì dalle classiche premesse da film horror (ragazzi arrapati in cerca di sesso, troveranno guai) e per un attimo sembra davvero andare nella direzione di Hostel, ma si dirige poi in un territorio tutto suo, fatto di amoralità, disinteresse per uno sviluppo classico o prevedibile, critica insistita a un po' tutto e tutti, sparando a caso in ogni direzione.

Ispirandosi al reverendo Fred Phelps e alla sua simpatica congrega battista, Smith sembra quasi voler spiegare a tutti quanti che in realtà è molto più capace di quanto si pensi. La sceneggiatura è micidiale, perfetta nel suo prendersi i tempi che servono e costruire la tensione con uno sviluppo dalla lentezza lancinante, puntuale nei rarissimi accenni di risata, ottima nel tratteggiare i vari protagonisti esattamente per quel che servono. Non si prende le parti di nessuno, anche se è evidente che ci sono personaggi per i quali è più facile simpatizzare, e si lascia spazio a una direzione del film e degli attori incredibile, che zittisce tutti quelli che han sempre considerato Smith una capra. Certo, poi aiutano le interpretazioni notevoli di praticamente tutti gli attori coinvolti, ma è proprio il film tutto a funzionare davvero, forse anche e soprattutto per la sua capacità di sorprendere fino in fondo lo spettatore che vi si presenta davanti più o meno vergine, oltre che per la subdola bravura nel dipingere una situazione totalmente assurda senza sconfinare nel ridicolo, ma ricordandoti anzi che, tutto sommato, robe del genere, nella pazza pazza America, sono sempre dietro l'angolo.

Guardando il film ho realizzato che il "God Hates Fangs" di True Blood fa riferimento al "God Hates Fags" motto della chiesa di Phelps. Non ci avevo mai pensato, sono parecchio stordito.

[FF11] Super




Super (USA, 2010)
di James Gunn
con Rainn Wilson, Ellen Page, Liv Tyler, Kevin Bacon, Michael Rooker

Nel momento in cui per la prima volta la DC riesce a portare al cinema qualcosa che non sia Batman o Superman, la Marvel riesce a organizzare un mega cross-over fra sei film distribuiti nell'arco di cinque anni, ci sono altre due o tre saghe di roba sui supereroi apprezzata da critica e pubblico, è in lavorazione un sequel di Ghost Rider con Nicolas Cage che piscia fiamme e siamo addirittura ai sotto-generi radicati, con quattro esponenti per il filone dei supereroi sfigati e fatti in casa, beh, è evidente che i tizi in calzamaglia non ce li leveremo dalle scatole per un bel po'. Oppure il genere sta per implodere e collassare su se stesso, può anche essere. Comunque, nel caso specifico, viene spontaneo chiedersi se dopo Special, Defendor e Kick-Ass ci sia ancora spazio per un nuovo rappresentante della categoria. Eh, dipende. Per dire, a un film il cui trailer si presenta con "From the lunatic who directed Slither" gli si vuole già bene a prescindere. Anche perché io, al lunatico James Gunn e al suo adorabile Slither, voglio in effetti un gran bene. 

Lo spunto che differenzia Super dai suoi predecessori, comunque, sta nella natura del protagonista, che questa volta non è semplicemente uno sfigatello nerd o un povero ritardato, ma uno squilibrato vero. Uno che decide di mettersi in costume dopo aver avuto una visione mistica in cui dei tentacoli in stile Urotsukidoji gli aprono la capoccia, l'enorme dito di Dio gli tocca il cervello e Nathan Fillion vestito da Holy Avenger gli dà un paio di dritte. Un tizio seriamente pericoloso, che procede a tentoni e si agita sostanzialmente preda della rabbia per l'amor perduto, abbattendo a colpi di chiave inglese sulla fronte piccoli e grandi criminali, ma anche gente che - per dire - salta la fila al cinema.

Ed è seguendo la sua furia psicolabile che il film abbandona i temuti toni da Sundance Festival accennati in avvio per andare alla deriva verso un fiume in piena di improvvisi, fortissimi, raptus violenti e comicità dell'assurdo. Anzi, ancora meglio: Gunn riesce a mescolare le due anime, sfruttando non a caso una folle e ottima Ellen Page e partorendo un film che riesce a ritagliarsi un'identità tutta sua, che ti fa innamorare dei suoi personaggi squilibrati e che ti appassiona con la sua narrazione schizoide. Insomma, una figata.

Ha forse solo un po' il "problema" che il trailer rischia di attirare un pubblico non necessariamente avvezzo ai crani scoperchiati mostrati dal film. Voglio dire, il trailer di Slither era decisamente più sincero.

[FF11] Stake Land


Stake Land (USA, 2010)
di Jim Mickle
con Connor Paolo, Nick Damici, Kelly McGillis, Danielle Harris, Michael Cerveris

Prendete Zombieland. Sostituite tutta la sua ironia, la sua voglia di divertirsi, i suoi toni simpaticamente sopra le righe con un clamoroso prendersi sul serio in ogni suo elemento. Mettete una specie di Tom Savini tutto convinto e piuttosto ridicolo al posto di Woody Harrelson. Poi un ragazzetto anonimo dalla voce narrante insopportabilmente seriosa, con frasi che nemmeno in Ken il guerriero, al posto di Jesse Eisenberg e del suo adorabile blaterare nerd. Quella sfigata di Danielle Harris al posto di Emma Stone. Kelly McGillis vestita da suora al posto di Bill Murray. Aggiungete un idiota pelato che si spara le pose da super cattivo per movimentare un po' l'azione. E ovviamente - altrimenti non si spiega il titolo - sostituite gli zombi con i vampiri più tristi, ridicoli, brutti e per nulla spaventosi che possano venirvi in mente. Ecco, questo è Stake Land.

Il paragrafetto in inglese sul catalogo del Fantasy Filmfest lo descrive come il film che 30 giorni di buio avrebbe dovuto essere. E, pur con tutti i limiti che 30 giorni di buio aveva, sorge spontaneo un mapeffavore. Sempre in quella descrizione, viene detto che Stake Land potrebbe ricordare Zombieland e The Road. E se del primo ho già detto, per quanto riguarda il secondo, il "vorrei ma non posso" si fa ancora più colossale. Ma in effetti, sì, è vero: Stake Land ha un po' quelle ambizioni lì, quelle del film post apocalittico serio, deprimente, malinconico e che ti mette addosso tristezza. Il problema è che è proprio il film a mettere addosso tristezza. L'unica cosa degna è la bionda che appare negli ultimi cinque minuti. E mi sembra un po' poco.

Fra l'altro a me Zombieland manco ha fatto impazzire.

4.9.11

[FF11] A Horrible Way to Die


A Horrible Way to Die (USA, 2011)
di Adam Wingard
con Amy Seimetz, AJ Bowen, Joe Swanberg

A Horrible Way to Die è una specie di A letto con il nemico, con un'aggiuntina di True Lies, diretto dal fratello scemo di Paul Greengrass. Solo che a descriverlo così gli si fa un disservizio, perché in realtà, se si assume un antiemetico prima della visione, si scopre un gran bel film, si riesce a scorgere una cura visiva di spessore e ci si gode pure una manciata di ottime interpretazioni. Il problema è che Adam Wingard fa di tutto per nascondere le doti del suo film, convinto che sia ganzo agitare la macchina da presa come uno scemo qualsiasi cosa succeda. Stiamo parlando di uno convinto che sia il caso di sostituire le dissolvenze con la tremarella. Sul serio: nei momenti in cui è evidente che avrebbe voluto mettere una dissolvenza, invece di mettere una dissolvenza comincia ad agitare la macchina da presa ancora più forte, fino a che non si capisce più nulla.

Ad ogni modo. Sarah, erede di Julia Roberts, sta cercando di rifarsi una vita. Ex alcolista, è sobria da tre mesi, ha conosciuto un ragazzo molto dolce e di cui potrebbe innamorarsi, si è lasciata alle spalle il passato. Solo che in questo film il passato non è un marito un po' troppo manesco come il caro vecchio Patrick Bergin, ma un serial killer che mette le donne nel bagagliaio, le porta in campagna e le strozza, o magari le sgozza, le getta nella vasca da bagno, le fa a pezzi, le imbusta e poi le butta nel cassonetto. Quando tornava a casa, però, questo squilibrato era un marito modello, un coccolone orsetto del cuore che nascondeva il suo hobby alla moglie. Tant'è che la nostra protagonista non ha finto la morte gettandosi in mare dallo yacht per fuggire da un matrimonio che la esasperava. No, ha sgamato l'attività segreta del marito pedinandolo, magari perché convinta di essere cornuta, e l'ha denunciato alla polizia. Considerando che il film si apre sul maniaco in questione che evade, capite bene che la situazione non è delle più rosee. 

Ora, prendete questo scenario, mescolate tutto quanto detto in avvio (una bella cura per l'immagine, degli ottimi attori e, ahinoi, una regia piuttosto fastidiosa) con un'atmosfera ammorbantissima e con una parte finale piuttosto imprevista e davvero gagliarda. Si ottiene un ottimo film che avrebbe potuto essere grandissimo, e che magari, se piacciono quelle regie un po' pazzarielle e tutte tremolanti, finisce per esserlo.

Wingard, comunque, prende per il culo: gli unici momenti in cui l'inquadratura sta ferma sono quelli in cui i personaggi vanno in macchina. Dai.

[FF11] A Lonely Place to Die


A Lonely Place to Die (UK, 2011)
di Julian Gilbey
con Melissa George, Ed Speleers, Sean Harris

Un gruppo di amici e conoscenti si ritrova nelle Highland scozzesi per farsi una sana dose di scalate. Durante una scampagnata nei boschi, però, scovano una bambina esteuropea imprigionata in un modo che non svelo perché è troppo bello. Ovviamente la liberano e se la portano via. Altrettanto ovviamente, è la classica situazione in cui chi non si fa gli affari suoi finisce nei guai grossi. Ed è così che ha inizio un film tutto brividi, azione, inseguimenti, sparatorie e morti ammazzati che ho trovato di un ridicolo, un noioso e un banale allucinanti. Spulciando fra le external reviews di IMDB, però, leggo in giro quasi solo entusiasmo per questa minchiatona, e mi chiedo allora se non possa essere io ad averla affrontata nella maniera sbagliata.

Il problema principale, per quanto mi riguarda, sta nella regia tutta esaggerata, nell'eccessivo prendersi sul serio - con qualche spunto di impacciata e un po' ridicola autoironia lasciato nelle mani dei cattivi di turno - e in un utilizzo delle musiche delicato come un rinoceronte in calore. Mi è bastato il prologo del film, con quella regia tutta spettacolino e quelle musiche roboanti, a farmi uscire completamente dall'atmosfera giusta, senza che ci fosse modo di tornare dentro. Colpa mia, senza dubbio.

Ma colpa (anche) soprattutto delle musiche, davvero. Qualsiasi cosa succeda, partono gli archi, intensi, colossali, trascinanti. Si rompe una corda a metà scalata e partono gli archi. Qualcuno urla e partono gli archi. Uno si mette a correre e partono gli archi. Aprono una bottiglia d'acqua e partono gli archi. Uno starnutisce e partono gli archi. Si alza un filo di vento e partono gli archi. Sorge il sole e partono gli archi. Melissa George alza un sopracciglio e partono gli archi. Ma che palle.

Molte delle scene di 'sto film mi sarebbero probabilmente piaciute da matti, se ci fosse stata una colonna sonora un po' meno impegnata a farti sentire in un kolossal d'azione. Le altre scene no, non mi sarebbero piaciute comunque, perché sono troppo tirate per le lunghe e troppo pompose nella regia, senza che ci sia mezza idea a renderle interessanti. Insomma, dupalle.

E il vero dramma è che per guardare 'sta roba mi sono perso la diretta dei primi tre periodi di gioco fra Italia e Germania

[FF11] Non avere paura del buio




Don't Be Afraid of the Dark (USA, 2011)
di Troy Nixey
con Bailee Madison, Guy Pearce, Katie Holmes

Tanto quanto qualsiasi film diretto da Guillermo del Toro merita tutte le attenzioni, le buone intenzioni e le belle speranze di questo mondo, è ormai evidente che qualsiasi film prodotto da Guillermo del Toro ha ampie probabilità di rivelarsi una cagata invereconda. È per esempio il caso di questo Don't Be Afraid of the Dark, che sembra talmente un film di Del Toro da sfiorare la parodia: è raccontato dal punto di vista di una bambina, ha le creature fantastiche e affascinanti, balla sereno avanti e indietro fra la fiaba e l'orrore tutto il tempo... gli manca solo il contesto storico latineggiante. Il problema è che si tratta di materiale che può rendere solo se gestito da un regista con le palle e il talento di Del Toro, mentre l'esordiente Troy Nixey ne tira fuori una specie di ridicolo filmetto che sembra la versione stupida di Gremlins. Anzi, di Critters.

La storia. Una bambina talmente brutta e antipatica che potrebbe essere la figlia di Katie Holmes ha i genitori separati ed è un po' isterica. La madre la riempie di psicofarmaci e la spedisce a vivere col padre, Guy Pearce, che sta ristrutturando un'antica magione assieme alla sua nuova sgarzolina. Che guarda caso è Katie Holmes. Purtroppo vuole il destino che nascoste in un cunicolo sotto la cantina della magione vivano delle strane, inquietanti, dispettose, affamate, incazzate nere creaturine realizzate con della computer grafica appena decente. Ovviamente la bambina protagonista si convince che siano i suoi nuovi migliori amici, le libera e scatena il putiferio.

Un putiferio che, purtroppo, non ha né il fascino divertente e un po' lugubre di Gremlins, né quello trash e bruttarello di Critters. È solo una triste tiritera di luoghi comuni dell'horror, accompagnata da effetti speciali di poco conto e creature che son convinte di far paura ma fanno in realtà poco più che ridere. Aggiungiamoci la pessima scelta di abbandonare, a circa due terzi di film, il punto di vista della bimba protagonista per spostarsi altrove, ed ecco che quel poco di sensato che c'era va a farsi benedire. Un fallimento completo, un film di una tristezza infinita, certo non una roba per la quale possa valere la pena di sorbirsi novanta minuti di Katie Holmes. Che, fra l'altro, l'ho scoperto proprio con questo film, ha una voce perfino più insopportabile delle sue smorfiette.

Ho dato al post il titolo in italiano perché mi sono fidato di IMDB, che sostiene sia quello. Sostiene anche che il film nello Stivale uscirà a gennaio 2012, nientemeno. Considerando la ciofeca che è, non sto a farmi lo sbattimento di aspettare gennaio per pubblicare il post. In questa sede, comunque, voglio fare i miei complimenti ai geni che hanno selezionato le foto promozionali (e ai geni supplementari che le hanno inserite nel catalogo del Fantasy Filmfest), considerando che ce n'è una che mostra in maniera chiara il finale del film. Sul serio, c'è una foto che, se la vedi, e io l'avevo vista, (1) già durante il prologo capisci che fine farà uno dei protagonisti, (2) arrivato a metà film capisci che la situazione dipinta in quella foto è il finale del film e (3) qualsiasi possibilità di provare anche solo un minimo di tensione durante la scena finale va ovviamente a farsi benedire. Bella prova.

[FF11] Hesher




Hesher (USA, 2010)
di Spencer Susser
con Joseph Gordon-Levitt, Devin Brochu, Natalie Portman, Rainn Wilson

Realizzato nel 2010, ma distribuito a oggi praticamente solo in Liechtenstein e in Molise, Hesher è la versione maschia e un po' puzzona di quegli insopportabili film con la protagonista "simpatica e un po' pazza, strana ma divertente, adorabile e ammiccante, un po' puttana e un po' zoccola". Tipo Garden State e, soprattutto, Elizabeth-fottuto-town. Tipo quel che viene descritto così bene in questo articolo. Solo che qui, nel ruolo della scheggia impazzita un po' pazzerella ma tanto zuzzurellona che si inserisce a forza nella vita di un personaggio morto dentro e va a infondervi un nuovo senso, invece di Kirsten "Muori" Dunst, c'è Joseph Gordon-Levitt peloso, sporco, che rutta, impreca e fa le scoregge. E, oh, ditemi quel che vi pare, ma io preferisco. Anche perché nel ruolo delle persone da rimettere in piedi ci sono un ragazzetto e un padre che hanno perso la madre e la moglie per un incidente, non uno stronzo viziato che vuole suicidarsi perché Alec Baldwin l'ha licenziato.

E quindi ci si ritrova con un bambino che fatica ad accettare la morte della madre e si fa maltrattare dai bulletti, un padre che fatica ad accettare la morte della moglie e si nasconde negli psicofarmaci, una nonna che prepara da mangiare e fa la simpatica. Ed è una nonna molto più simpatica di Susan Sarandon che fa i monologhi da alcolizzata, intendiamoci. Nella vita di questo simpatico trio si inserisce Hesher, il burbero buzzurro che beve, rutta e dice le parolacce nei momenti sconvenienti, ma in fondo con i suoi racconti stupidi regala fantastiche metafore capaci di far capire a chiunque gli stia intorno quale sia il vero senso della vita. E poi c'è Natalie Portman.

Un po' Sundance un po' no, Hesher è quel classico film che riesce a stare in costante bilico fra l'insopportabile e l'adorabile. Ha quei personaggi così tipicamente americani, probabilmente manco troppo assurdi in un contesto americano, ma che sul serio dalle nostre parti si fa fatica ad accettare. Ha tre o quattro trovate di regia e di sceneggiatura davvero riuscite, gustose, quasi esilaranti, con menzione d'onore per il modo in cui vengono usati i riff dei (credo) Metallica a introdurre le mosse violente di Hesher nella parte iniziale del film. E tutto sommato perfino quasi emoziona, in un paio di momenti, anche se bisogna dire che davvero succedono tutte quante le cose che ti aspetteresti di veder accadere e, soprattutto, quel rallenti nel finale davvero fa schifo e non ce lo dovevano mettere. Roba che da solo quasi rovina tutto il film.

Resta da capire cosa cacchio ci facesse al Fantasy Filmfest. Probabilmente è una di quelle situazioni "Oh, possiamo metterci dentro anche questo, sembra figo e ha un paio di attori famosi, che facciamo?" che si verificavano anche al Dylan Dog Horror Fest.

Fun Fact: Hesher è anche famoso per essere il film in cui Natalie Portman si sforza di essere brutta. Tipo che si veste male, non si pettina e porta gli occhiali con la montatura da sfigata. Boh, a me andrebbe bene comunque.

3.9.11

[FF11] The Innkeepers


The Inkeepers (USA, 2011)
di Ti West
con Sarah Paxton, Pat Healy, Kelly McGillis

The Innkeepers ha una locandina francamente un po' bugiarda, perché tu la guardi e ti viene un po' da aspettarti uno di quei film anni ottanta in stile Joe Dante, con qualche piccolo brivido in famiglia, tante risate e un lieto fine da scaldare il cuore. E in realtà poi almeno in parte ci siamo, ma appunto solo un po'. Perché è vero che si ride nonostante il taglio lugubre, ma di fondo, l'atmosfera di questo film diretto da un regista che con un nome del genere non t'aspetteresti proprio nulla è ben diversa, molto meno goliardica, molto più creepy. E poi c'è la svolta stile Audition.

Il racconto è semplice e ha quattro personaggi in croce: siamo al weekend di chiusura di una pensione storica e i due ragazzi che vi lavorano come custodi devono passarvi il tempo praticamente da soli, con due clienti in croce, fra cui Kelly McGillis vecchia nel ruolo di una che sostiene di essere un po' medium. I due ragazzi sono mezzi appassionati di occulto e sono convinti che nella pensione ci sia un fantasma, quindi passano buona parte del loro tempo a cercare le prove di tale presenza.

Ora, da questa premessa parte un film molto particolare e gradevolissimo, girato con una bella padronanza della suspense, che ti lascia per un bel po' sull'indecisione e sull'incapacità di capire cosa caspita stia succedendo. Si ride di gusto, si ridacchia a denti stretti, ci si inquieta un po' per l'atmosfera e ci si chiede se alla fin fine i fantasmi siano davvero presenti o se sia tutto nella testa di due persone che si divertono a convincersi di vederli. E in realtà, a volerla proprio dire tutta, si potrebbe anche sostenere che, di fatto, fantasmi non ce ne siano neanche nella parte finale, quando scatta il twist. Solo che si entra nel reame delle pippe mentali e degli spoiler, quindi mi limito a dire che a un certo punto il film prende un'accelerata improvvisa che tutto sommato uno non s'aspetta e ne viene fuori un finale di quelli che lasciano il segno.

Insomma, certo non un capolavoro, e il personaggio della McGillis è piuttosto debole (il che non è il massimo, considerando che sostanzialmente ci sono tre personaggi in tutto il film), ma alla fin fine consigliato. Così magari mi dite anche se Sarah Paxton è una bella ragazza, che io mica l'ho capito.

Ho attivato la nuova versione di Blogger, che ha quel taglio minimalista radical-chic che Google sta applicando a tutte le sue robe e che è evidentemente pensato per fare pendant con Google+. Come tutte le robe nuove, sto facendo un po' fatica ad abituarmi alla disposizione dei comandi e degli elementi che ho sempre usato. Va però detto che diverse cose mi sembrano funzionare meglio o addirittura funzionare, cosa che prima non accadeva. Per dire, ora posso modificare la dimensione delle immagini anche in questo template. Bella la locandina del film tutta grossa, no?

2.9.11

[FF11] Deadheads


Deadheads (USA, 2011)
di Brett Pierce e Drew T. Pierce
con Michael McKiddy, Ross Kidder, Markus Taylor


Il modello di riferimento per Deadheads è palese ed è La casa. E casomai non fosse palese, giusto per sicurezza, ci pensano i due registi a dirlo chiaro e tondo, piazzando in mezzo al film una scena ambientata in un drive-in dove proiettano il film d'esordio di Sam Raimi. L'idea "produttiva" di fondo è quella, quella di un filmetto fatto fra amici, con pochi soldi, che ci credono ma che hanno anche voglia di divertirsi un sacco. Quell'istante in cui viene inquadrato Bruce Campbell sul grande schermo, fra l'altro, è in realtà fondamentale per un motivo: ti ricorda, casomai te ne fossi dimenticato, che in quel film Ash recitava da far schifo. Giusto per sottolineare che non è certo un problema se anche gli attori di questo Deadheads sono poca cosa.

Certo, poi, dei valori di produzione in campo ci sarebbe anche da discutere, perché è vero che l'immagine da videocamera digitale delle vacanze è una roba povera e che ti fai andare giù solo per lo spirito goliardico di tutta la faccenda, ma è vero anche che i fratelli Raimi han girato tutto in una casetta nei boschi con quattro attori in croce, mentre i fratelli Pierce si permettono un continuo cambio di location, un sacco di personaggi, inseguimenti in macchina e altre sciccherie. Ma a un certo punto chissenefrega, parliamo un attimo del film.

Deadheads è una commedia horror, che racconta di due zombi nati da un siero sperimentale, che li ha sostanzialmente trasformati in quella categoria di cadaveri putridi ambulanti, senza però privarli dell'intelletto. E questi due poveretti si ritrovano comunque nel bel mezzo di un'epidemia zombi e finiscono ovviamente per avere a che fare con gli umani impauriti, incazzati, pesantemente armati, che non fanno alcuna distinzione fra zombi scemo e zombi furbo. Da questa situazione di partenza nasce - occhio - un road movie all'insegna dell'ammmore, che vede uno dei due protagonisti impegnato a raggiungere la sua ragazza in nome del sentimento e della proposta di matrimonio che non è riuscito a farle prima di morire.

Senza rinunciare all'horror, perché di sangue e budella se ne vedono in buona quantità, ma anche senza mai provare a spaventare nessuno, Deadheads procede così per novanta abbondanti e piacevolissimi minuti, all'insegna del trash, del divertimento, delle gag buzzurre (Clerks e in generale il cinema del primo Kevin Smith sembrano essere l'altro riferimento netto), ma anche del sentimento, riuscendo a infilare perfino un paio di scene quasi emozionanti, ma sempre e comunque capaci di sdrammatizzare. Tutto è piuttosto sopra le righe, con personaggi volutamente esagerati, e di fondo gli attori sguazzano più che bene nei ruoli di cartone che si ritrovano costruiti addosso. In più i fratelli Pierce mostrano anche una discreta padronanza del mezzo e fan venire voglia di vederli alle prese con un film di maggior spessore.

Insomma, promosso, ma solo se inquadrato nell'ottica giusta, che alla fin fine è quella di una sala piena di gente pronta a divertirsi e applaudire o, al limite, di un divano ricoperto da birra e pizza.

I tedeschi al cinema se ne entrano in sala con la loro bella bottiglia di vetro portatrice sana di birra. Questo normalmente. In un contesto come quello del Fantasy Filmfest, la percentuale di portatori di birra (+ nachos) in sala si fa pericolosamente alta, l'odore di alcool aumenta piuttosto in fretta e verso metà film si comincia a sentire di continuo il rumore di bottiglie di vetro calciate in giro per sbaglio. È tutto molto bello.

1.9.11

Fantasy Filmfest 2011


Hahahahah, è troppo bello, non faccio a tempo a dispiacermi perché stando a Monaco mi perdo la rassegna di Locarno e Venezia a Milano (quella che seguivo da quindici anni e bla bla bla) ed ecco che mi ritrovo fra le mani il catalogo del Fantasy Filmfest, un evento tutto germanico organizzato da gente particolarmente cazzuta, che si svolge a cavallo fra agosto e settembre in sette città tedesce, fra cui appunto Monaco. Dedicato al cinema del fantastico, con una dose abbondantissima di horror, permette di accedere a un tot di pellicole recenti, attuali o ancora da venire, poco note, poco distribuite o che devono ancora essere distribuite. E pure qualcosa di più famoso, via. Insomma, traslocando a Monaco ho abbandonato il festival coi film curdi fatti di silenzi per ottenere in cambio il festival ganzo pieno di sangue e morti ammazzati. Oh, poi, mi piacerebbe avere entrambe le cose, ma diciamo che non mi posso proprio lamentare.

Il festival, almeno per quanto riguarda il distaccamento di Monaco, si spalma in nove giorni, proponendo qualcosa dalle parti della sessantina di film. I prezzi d'ingresso sono altini (9 euro a film), tanto che la tessera d'abbonamento costa una vera e propria sassata (185 euro) e conviene solo se guardi almeno ventuno film. Cosa che io non farò. Rimane il fatto che la tessera è andata esaurita ben prima che potessi accorgermi di cosa stesse accadendo, il festival è un successo clamoroso che va avanti da venticinque anni e ai tre film che ho visto fino adesso c'era sempre la sala piena. Ma che figata, questa città!

Ovviamente turberò i frequentatori di questo scalcinato blog con le mie opinioni sui vari film. Avevo pensato di fare il solito resoconto cumulativo con tutti i film riassunti assieme al termine della rassegna ma, un po' per gasamento, un po' perché colto da sacro fuoco, può essere che mi metta a dedicare un post a ogni film, mano a mano. Vediamo. In ogni caso, la vita è bella.

I film, mano a mano che li guardo, con link ai post:
A Horrible Way to Die
A Lonely Place to Die
Attack the Block
Cat Run
Cortometraggi
Deadheads
Hesher
I Am You / In Her Skin
Non avere paura del buio (Don't Be Afraid of the Dark)
Perfect Sense
Red State
Snowtown
Stake Land
Super
The Divide
The Innkeepers
The Revenant


I film sono tutti in lingua originale. Quelli in inglese sono senza sottotitoli, perché si vede che i tedeschi sono più ganzi degli italiani. Quelli in francese, curdo, giapponese, sarcazzese hanno i sottotitoli in tedesco. E quindi non li vado a vedere. Ho finalmente trovato un motivo valido per mettermi a studiare il tedesco: i film cino-nippo-coreani al Fantasy Filmfest. Oltre al fatto che prima di ogni film un tizio sale sul palco a presentarlo e butta lì delle domande da nerd con premi in palio. Che poi io ieri la domanda l'avevo capita (chiedeva di dire il titolo di un film di Gregg Araki) e la risposta la sapevo, ma in palio c'era il Blu-Ray di 13 Assassini, che è una figata di film ma ha i sottotitoli solo in tedesco e l'audio in giapponese/tedesco, quindi me ne facevo poco. Però, eh.

 
cookieassistant.com