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10.5.15

Lo spam della domenica mattina: Ultron!


Questa settimana su IGN ho uscito la recensione di Broken Age, che insomma, sì, bello ma non ci allarghiamo, un'anteprima di pippe mentali sul nuovo Mirror's Edge e un'anteprima su Zenzinzenzic. Su Outcast abbiamo invece il Videopep sui giochi di aprile, il nuovo Popcorn, il The Walking Podcast su Dead Rising: Watchtower e l'Old! sul maggio del 1985.

Forse domani registriamo il nuovo Chiacchiere Borderline. O forse no.

9.5.15

La robbaccia del sabato mattina: I poster brutti


Come si può ammirare qua sopra, in Marvel hanno deciso che quel bel manifesto tutto bianco era troppo simpatico e hanno voluto tirar fuori anche questa monnezza standardizzata qua sopra. Ci mancherebbe altro, lo capisco bene. Nel mentre, sono uscite cinquantamila foto, fra ufficiali e non ufficiali, tratte da Suicide Squad, il film con i cattivoni e le mezze tacche dell'universo DC diretto da ciccio Ayer. E mi sembra che la linea estetica continui ad essere coerente con quella del Joker coi tatuaggi da dodicenne ribelle che mi fa sentire brutalmente fuori target. Però, ehi, Margot Robbie, va benissimo. A margine, ci sono anche nuove foto ufficiali del film col vecchio stellare.



The Strain si prepara a tornare con la seconda stagione. A me la prima non è dispiaciuta, quindi rimango moderatamente curioso e speranzoso. Fra l'altro nel trailer dicono che il Maestro sta per trasformarsi, magari hanno trovato i soldi per farlo sembrare meno ridicolo.



Mboh, a me 'sto Mr. Holmes continua a non convincere, nonostante ci siano di mezzo quasi solo nomi che mi piacciono. Non mi scatta la scintilla. Al massimo mi scatta l'ansia, a vedere Ian McKellen che, dopo aver fatto il supereroe per dieci anni, improvvisamente interpreta il ruolo di un vecchio.



Absolutely Anything, vale a dire i Monty Python che fanno interpretare a Simon Pegg un film di Jim Carrey, con Robin Williams che dà la voce a un cane. Qualche risata il trailer me l'ha strappata. Magari sarà divertente, dai.



Sense8 la nuova serie Netflix curata dai Wachowski. Dal trailer non si capisce molto, se non che sarà una wachowskata vintage con le robe metafisiche e la gente che spara e si mena. E, insomma, a me attira abbastanza. Mi piacciono, i Wachowski.



Oh, è quasi ora di Max Rockatansky.

8.5.15

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X20: "Scars"


Agents of S.H.I.E.L.D. 02X20: "Scars" (USA, 2015)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
puntata diretta da Bobby Roth
con Clark Gregg, Ming-Na Wen, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Kyle MacLachlan, Dichen Lachman

Alla fine, come era prevedibile, l'incrocio fra Agents of S.H.I.E.L.D. e Avengers: Age of Ultron è stato una sorta di via di mezzo fra il delirio legato a Captain America: The Winter Soldier e quella specie di semplice mini accenno che fu il collegamento a Thor: The Dark World. Nella sostanza si è ridotto al finale "introduttivo" della scorsa puntata e al prologo "esplicativo" di questa, quindi poca cosa, ma allo stesso tempo, per i fissati di continuity, non s'è fatto un brutto lavoro. Si possono tranquillamente guardare le due cose in maniera indipendente, ma a conti fatti Coulson è quello che ha scoperto dove si trovava Strucker, dando il via alla scena iniziale del film, e il Theta Protocol su cui ce l'hanno tanto menata era la costruzione dell'elivelivolo che poi Nick Fury ha cavalcato gloriosamente al cinema. E tutto questo ha avuto anche delle conseguenze di riflesso nella serie TV, dato che l'efficacia delle azioni di Coulson e il suo rinnovato legame con Fury hanno spinto Gonzales a dargli definitivamente retta. Insomma, non male, via.

Per il resto, è evidente che questa è stata soprattutto una puntata di preparazione al gran finale, che fra una settimana ci sciropperemo con due episodi in una botta sola. E di cose ne sono successe a valanga, fra il sostanziale avvio di una guerra tra S.H.I.E.L.D. e inumani, la dipartita di un altro personaggio importante e l'evoluzione delle faccende legate a Ward. Tra l'altro, tutto sommato, entrambi gli sviluppi, per quanto se vogliamo almeno un po' prevedibili, sono stati ben giocati. Da un lato tutto sembrava suggerire che sarebbe stato Gonzales a far precipitare le cose e dall'altro, per quanto tutta la questione dell'agente 33 un po' puzzasse, la scena in cui sono state scoperte le carte se la son giocata bene, fra la doppia May e il ritorno a sorpresa di Ward. Insomma, bene anche qui.

A questo punto, per la prossima settimana, il trailer sembra promettere un gran macello, tanta azione, luci, colori ed effetti speciali. E tutto sommato penso ne vedremo, anche se tipicamente, per i finali di stagione, confezionano sempre trailer in cui viene concentrata solo azione e poi ci si ritrova con puntate in cui accade tutto negli ultimi dieci minuti. Però, ehi, stavolta andiamo con la doppia durata, voglio crederci. Fra l'altro è notizia di questi giorni che ABC ha rinnovato per una nuova annata sia Agents of S.H.I.E.L.D. che quel gioiello di Agent Carter. Bene così.

Totomorti: sbaglierò, ma vedo male entrambi i genitori della nostra amica terremotante.

7.5.15

Forza maggiore




Turist (Svezia, 2014)
di Ruben Östlund
con Johannes Kuhnke, Lisa Loven Kongsli, Clara Wettergren

Ah, le vacanze in famiglia! Papà, mamma, figlio e figlia, tutti nel fiore degli anni, all'apice della forma, felici e sorridenti, pronti a godersi una settimana di riposo e divertimento sulle alpi francesi. L'albergo è confortevole, gli impianti sciistici sono di primo livello e quel ristorantino coi tavoli sulla balconata del rifugio è una delizia. Fantastico, no? No? "Niente male", almeno? Sì, dai, niente male, perché poi in una famiglia ci sono sempre quelle piccole tensioni irrisolte, quei problemi che non si affrontano per mancanza di tempo, voglia o coraggio, e la vacanza serve spesso più che altro a dimenticarsi cosa non va e concentrarsi su quel che funziona. Solo che non sempre ci si riesce, perché a stare in quattro chiusi nella stessa stanza, impegnati nella routine quotidiana fissa da sciatori, si finisce inevitabilmente per cozzare. Soprattutto se ci si mette di mezzo una valanga.

Forza maggiore, quarto film dello svedese Ruben Östlund, vincitore del premio della giuria a Cannes, candidato come miglior film straniero ai Golden Globe e "snobbato" poi dagli Oscar, parte da questa situazione e si appoggia su uno spunto forte per chiacchierare di rapporti umani, ipocrisie, difficoltà famigliari, sentimenti e piccole menzogne. Posto di fronte all'improvviso panico per un pericolo imminente, il padre pensa a salvarsi la pelle e non degna di uno sguardo la sua famiglia, che in realtà non corre alcun rischio, ma ci resta un po' di sasso. A conti fatti non succede nulla di grave, ma qualcosa si è incrinato: lei è sconvolta, lui nega l'evidenza, il dubbio si infila con forza e l'intero nucleo famigliare sembra in procinto di finire allo sfascio a causa dell'improvvisa voragine appena apertasi fra mamma e papà.

Seppur magari un po' forzato in alcune reazioni, lo spunto è affascinante, per il modo in cui fa da apertura per raccontare mille aspetti dei rapporti umani all'interno della famiglia. E la bellezza del film sta soprattutto nel tono tenuto da Östlund, che si allontana dai personaggi e tratta il racconto quasi come un'indagine giornalistica, senza farsi trascinare dalle emozioni, senza offrire letture facili, lasciando allo spettatore il compito di dare la propria. E poi, nelle belle immagini e nel placido muovere la macchina da presa del regista fra i corridoi dell'albergo e le piste da sci, c'è quell'inconfondibile sapore nordico fatto di ritmi lenti, posati, sfiancanti, e umorismo improvviso, assurdo, dissacrante. Insomma, Forza maggiore è un filmone, che ha un sacco di cose da dire e le dice in una maniera cinematograficamente forte, mai pedante.

Me lo sono visto al cinema a febbraio, qua a Parigi, in lingua originale sottotitolata. Chiaramente i personaggi parlano in svedese, ma a un certo punto si manifesta un americano e diventa tutto un saltellare fra una lingua e l'altra. Chissà se questa cosa è stata mantenuta nel doppiaggio italiano? Comunque, in Italia ci arriva oggi, anche se trovarlo in una sala vicino a casa vostra potrebbe non essere facile. Fun fact: il titolo internazionale è Force Majeure, ma ai francesi non andava bene e l'hanno ribattezzato Snow Therapy. Wut?

6.5.15

Avengers: Age of Ultron


Avengers: Age of Ultron (USA, 2015)
di Joss Whedon
con Robert Downey jr., Chris Hemsworth, Mark Ruffalo, Chris Evans, Scarlett Johansson, Jeremy Renner, Elizabeth Olsen, Aaron Taylor-Johnson e la voce di James Spader

Dunque, è successa questa cosa che sono uscito dalla sala, dopo la visione di Avengers: Age of Ultron con in testa l'idea di aver visto il miglior film dei Marvel Studios fino a qui. O, mettiamola diversamente, il primo dal quale sono uscito senza avere grossi "però" che mi gravitavano attorno alla capoccia. Sono passati un po' di giorni e la mia posizione non è cambiata di una virgola, anzi, è sempre più forte: nonostante la sua natura un po' sconclusionata, nonostante traspaia abbastanza chiaramente il conflitto di forze fra le esigenze produttive e quel che Whedon avrebbe voluto fare, nonostante sia un film sicuramente meno quadrato, preciso e pulito di alcuni che l'hanno preceduto, è quello che mi ha più divertito, convinto e intrigato con la sua personalità, le cose che provava a dire, la consapevolezza nel tentare di approcciare da un'ottica almeno un po' diversa il solito tran tran e anche, certo, il lavoro di adattamento e d'incastro in questa specie di grosso telefilm che lo showrunner Kevin Feige continua a portare avanti. Come mai? Eh, boh, non ne sono mica tanto sicuro, ma adesso provo a spiegarmi.

Tanto per cominciare, nonostante tutto, questo è un film di Joss Whedon e lo è con forza, sotto tanti punti di vista. C'è la solita scrittura fenomenale, in cui è difficile trovare un singolo dialogo buttato lì, tirato via, che non abbia un senso preciso e non funzioni per ritmo, trovate e capacità di comunicare qualcosa, seppur spesso nascondendosi dietro il suo classico umorismo beffardo. È un aspetto che divide e che, fra l'altro, rende il suo lavoro inadattabile, sempre mortificato dall'impossibilità di tradurlo come si deve (e, a quanto leggo in giro, in questo caso largamente distrutto da un adattamento comunque mediocre), ma per me è un aspetto fondamentale che fra l'altro rende questo film forse il più divertente di tutti i Marvel, quello dalla comicità più forte. E il bello è che allo stesso tempo, per come la vedo io, una volta tanto le battutine sono contestualizzate, perché rendono a meraviglia il senso del rapporto cameratesco nella squadra mandata in guerra e, sul fronte del cattivo di turno, sono figlie della sua stessa natura di essere nato da Tony Stark.

E, a proposito, per me Ultron è un bel cattivo. Certo, non è Loki, ma l'ho trovato più riuscito e interessante di qualsiasi altro antagonista si sia visto nell'universo cinematografico Marvel, secondo appunto solo al personaggio di Tom Hiddleston (che però è cresciuto lungo tre film) e al Wilson Fisk di Daredevil, che ha addirittura un'intera stagione televisiva dalla sua. È questa specie di intelligenza artificiale che si trova ad avere all'improvviso un'anima e filtra la classica visione apocalittica da Skynet attraverso lo sguardo di un adolescente incazzato col proprio genitore. C'è l'odio e allo stesso tempo l'amore per il padre, nascosto nel suo provare inconsciamente ad esserne fotocopia, e c'è anche l'ingenuità di un ragazzo che cerca l'amicizia dei due gemelli e nel suo squilibrio da genocida bipolare, soffre per la loro perdita, riesce a voler loro bene anche mentre cerca di sterminare l'umanità. Poi, sì, è un personaggio dal bel potenziale che viene un po' sprecato, se vogliamo anche inevitabilmente, nel contesto del film con centododici protagonisti e due ore di scazzottate, ma in questi casi sono anche i dettagli, le piccole cose, le battutine apparentemente insignificanti e l'inquadratura che si sofferma, a raccontare la storia e i personaggi. E secondo me Ultron ne esce bene, funziona, anche in quell'ultimo confronto con Visione. Poi, certo, l'ottanta per cento del personaggio arriva dal carisma di James Spader e non è che ci si possa girare attorno.

E poi c'è Elisabetta che agita i ditini e la scollatura.

Ma, dicevo, Avengers: Age of Ultron è un film di Joss Whedon. Lo è nella misura in cui riesce ad esprimere la personalità del suo autore e, pur compresse nel disastro produttivo e organizzativo che dev'essere un film del genere, tira fuori idee, piccole trovate, temi e un approccio comunque consapevole e un pochino diverso dagli altri alla solita sbobba. C'è l'azione spettacolare, in quella doppietta di piani sequenza iniziali, nel duello al centro del film e nel gran finale, ma c'è sempre la voglia di portarla avanti come frutto delle storie personali. C'è il tema centrale, che prende il via da tutti i film precedenti, e sicuramente verrà ulteriormente sviluppato in futuro, delle conseguenze delle proprie azioni, delle eredità che ci si lascia alle spalle. C'è il raccontare personaggi che scendono a patti con i risultati degli errori commessi e riescono, nonostante tutto, a tirarne fuori qualcosa di buono (un saluto a Visione, poco più che abbozzato ma perfetto nello spirito, nell'estetica e in Paul Bettany). E c'è la storia di "eroi" che provano davvero ad essere tali e si preoccupano di salvare chi sta loro attorno, invece di passare tutto il tempo a demolire città ignorando le conseguenze. Lo si vede nel modo in cui si risolve la scazzottata fra Iron Man e Hulk, sia per l'approccio alla stessa sia perché, di fondo, Hulk rallenta proprio quando nota di star seminando panico e morte. E lo si vede in un disastro finale che racconta la solita corsa contro il tempo, il solito oggetto enorme che precipita, focalizzandosi però sulla necessità di salvare la gente, invece che sulla distruzione.

In parte sono discorsi che si rifanno al "telefilm" Marvel, alle faccende raccontate fino a qui e che porteranno a Civil War. In parte è forse una risposta a quel che spesso questi film tendono ad essere, con l'esempio massimo rappresentato da L'uomo d'acciaio (il cui seguito, non a caso, pare voler affrontare temi simili). E in parte ci ho visto anche un parallelo con il lavoro fatto su Daredevil, l'idea di mostrare un lato più "terreno" della faccenda, di raccontare cosa significhi essere semplicemente umani in un mondo pieno di divinità che svolazzano in pigiama prendendo a cazzotti alieni giganti ed eserciti di robot assassini. Lo si vede nella caratterizzazione dei due gemelli, ragazzi impauriti e in difficoltà alle prese con l'impossibile nonostante i loro poteri fuori dal mondo, e lo si vede soprattutto nella scelta di dare spazio ai personaggi minori, con unico, vero protagonista l'Occhio di falco di Jeremy Renner in modalità Roger Murtaugh. Alla fin fine il cuore del film, la sua forza drammatica e la sua potenza emotiva stanno nelle storie ai margini dei giganti che abbattono le montagne. Nella storia d'amore fra Natasha e Bruce, nella gente normale coinvolta in questa specie di apocalisse, in due giovani rabbiosi ma spaventati che mettono piede in un mondo non loro, nell'arciere che si trascina per il campo di battaglia sperando di sfangarla ancora una volta e, sì, alla fin fine anche nel robot adolescente che perde la brocca e nel nipote artificiale che sconfigge il padre per abbracciare il nonno. Poi, sì, ci sono gli altri e funzionano bene, lavorando sull'eredità dei film precedenti, sulla loro statura ormai iconica, e facendolo, di nuovo, con dialoghi quasi sempre azzeccati, presenza scenica e semplici battute che dicono tanto. Ma il film racconta gli altri, e in fondo è giusto così.

Sono soprattutto questi gli aspetti che mi hanno fatto apprezzare Avengers: Age of Ultron nonostante la sua natura sconclusionata e i suoi limiti. Le idee, gli spunti, il tentativo di raccontare qualcosa fra le pieghe del macello d'esplosione nerd e la capacità tutta whedoniana di far funzionare a livello drammatico le vicende di quarantamila personaggi e le svolte potenti anche quando sono legate a chi ha appena fatto il suo esordio e ha avuto due scene in croce. E poi, sì, certo, c'è anche lo spettacolo nerd dei supereroi che fanno le cose da supereroi, anche se onestamente, a questo punto, siamo un po' viziati e non hanno l'impatto di una volta. Ma il guizzo salta sempre fuori, per esempio in quel momento, durante la battaglia finale, in cui Joss Whedon urla "puppamelo" alle vignette in split screen di Ang Lee e tira fuori una fantastica versione cinematografica delle tavole a fumetti, riproducendo al rallentatore le pin up a doppia pagina e facendomi venire i brividi. Che ci posso fare, m'accontento di poco. E ci sono gli omaggi, le citazioni, Wanda e Visione che fanno wink wink, un Quicksilver secondo me ottimo anche se non ha una scena pazzesca come quello di Bryan Singer, gli accenni alle cose future e quel finale tutto sgasato con la squadra rinnovata. Insomma, per me Ultron sì, e pure con tantissima convinzione, nonostante i problemi, i limiti e le sbroccate di Joss Whedon successive all'uscita. Alla fin fine i film migliori non son mica quelli perfetti, no? Son quelli che riescono a comunicarti qualcosa spremendola magari fuori da non si sa dove. Per me qua ci siamo.

Me lo sono visto al cinema, con lo schermo grosso, in lingua originale e in 2D. E credo sia la maniera migliore di guardarselo. Però ammetto una certa tentazione di riguardarmelo in Imax.

5.5.15

Un ultimo (?) post inutile su Battlestar Galactica


Tanto tempo fa, in una galassia lontana, se n'è saltata fuori dal nulla (si fa per dire) quella serie strepitosa di Battlestar Galactica. Come qualsiasi serie del pianeta, anche questa aveva alti e bassi, momenti controversi, fan irriducibili e quelli che la odiavano a morte. Mano a mano che me la guardavo, coi miei soliti ritmi alla un po' come viene, passando da un cofanetto di DVD all'altro, ne ho scritto qua sul blog, lungo una serie di post che, volendo, è possibile recuperare a questo indirizzo. Però, per qualche motivo, quando ho finito di guardare la quarta stagione, lei e le due maledette parti in cui l'hanno divisa, non ho scritto nulla al riguardo. Avevo la bozza pronta qua su Blogger, eh, con tanto di immagine di apertura, dati iniziali e tutto quanto, il che è fra l'altro più di quel che faccio solitamente quando creo le bozze qua su Blogger. Ero pronto a scriverne, ma non l'ho mai fatto. Come mai? Vai a sapere.

"Perché faceva pietà", urla qualcuno dal fondo della sala. Ma no, non faceva pietà. Certo, quella mossa un po' avanti nei tempi di spezzarla in due sezioni non le fa un gran favore e sì, tutta la parte dedicata alla missione spirituale di Starbuck mi ha fatto due palle così, però poi l'annata si riprende in abbondanza verso metà stagione, soprattutto grazie alla strepitosa parte dell'ammutinamento, e lancia un crescendo finale che chiude molto bene tutti i discorsi aperti con calma nel corso degli anni. Continuano ad esserci alti e bassi? Sì. Ma del resto, per come la vedo io, l'unica stagione davvero senza grossi punti deboli rimane quella iniziale. Vogliamo aggiungerci che la rivelazione sull'ultimo Cylon, a conti fatti, non vale le precedenti? Tranquillamente. Eppure quell'ultima manciata di puntate, che saluta i tanti personaggi in maniera emotivamente forte e dà una chiusura da molti poco amata, ma secondo me molto in linea coi toni spirituali che hanno percorso l'intera serie, me la ricordo come efficace e riuscita ancora quattro anni dopo.

E come mai ne scrivo oggi? Perché improvvisamente mi sono guardato Battlestar Galactica: The Plan, l'unico pezzetto di 'sta serie che ancora mi mancava. Perché ora e non all'epoca? Qualcuno mormora in fondo alla sala, ma non saprei dare un motivo preciso. Ce l'avevo lì, non l'ho mai guardato, è capitato. Forse il fatto è che, una volta giunto alla fine, non sentivo poi 'sto gran bisogno di tornare indietro. M'è venuta voglia adesso perché l'ho notato che mi guardava dallo scaffale e, insomma, poverino, era lì abbandonato da quattro anni, m'ha fatto pena. Mi sono tolto lo sfizio, dunque, giungendo alla conclusione che tutto sommato potevo farne a meno. The Plan ripercorre la miniserie iniziale e le prime due stagioni mostrando gli eventi dagli occhi dei Cylon, riempiendo buchi, aggiungendo dettagli, illuminando sui diversi punti di vista. A tratti è interessante, in certi aspetti propone spunti gustosi e ha un paio di scene piuttosto azzeccate, ma insomma, m'è sembrato veramente il trionfo del superfluo. Del tutto inutile? Ma no, dai, alla fine è stato gradevole tornare per un paio d'ore in quell'universo che tante soddisfazioni m'ha dato. Anzi, in questo senso, forse, l'aver atteso quattro anni, se da un lato mi ha ovviamente impedito di cogliere tutte le sfumature e i riferimenti, dall'altro ha ampliato proprio quel piacere lì del ritorno a casa.

Quando avevo preparato questa bozza, quattro anni fa, avevo appena scoperto che nella versione italiana Adama si chiama Adamo e Starbuck si chiama Scorpion. Oggi come allora, la mia reazione rimane quella che lascio qua di seguito: non voglio sapere altro, voglio solo smettere di soffrire.

4.5.15

American Horror Story: Coven


American Horror Story: Coven (USA, 2013/2014)
creato da Ryan Murphy e Brad Falchuk
con Jessica Lange, Sarah Paulson, Taissa Farmiga, Kathy Bates, Angela Bassett, Evan Peters, Emma Roberts, Frances Conroy, Lily Rabe, Danny Huston, Denis O'Hare

Rispetto alle due precedenti stagioni, American Horror Story: Coven sceglie un approccio abbastanza diverso, meno casinista nel mescolare centomila cose assieme accazzodecane, più lineare nel dedicarsi solo ed esclusivamente al suo argomento principale. Poi, certo, quell'argomento principale lo tratta facendo un gran pastrocchio, altrimenti non sarebbe American Horror Story: streghe bianche e streghe di colore, vudù e zombi, resurrezioni stile Frankenstein e misticismi d'accatto, cacciatori di streghe corporativi e donne capaci di diventare streghe senza esserlo per davvero. C'è di tutto e di più, la qualunque a tema stregoneria, ma ci si limita appunto a quel campo da gioco, tolta l'eccezione del serial killer di passaggio che ha la sfortuna di finire coinvolto nelle vicende dell'allegra famigliola.

Si parla insomma di streghe, raccontando le vicende di una congregazione centenaria alle prese con un punto di svolta drammatico nella loro storia, e lo si fa abbracciando in maniera ancora più aperta il tono smaccatamente "easy" che già a tratti emergeva nelle due precedenti stagioni. Di horror, ormai, c'è quasi solo la facciata: la sempre inquietante sigla iniziale, due o tre immagini sanamente creepy che emergono di qua e di là, qualche ettolitro di sangue e in generale il farsi pochi problemi a trattare tematiche un po' scomode. Ma l'inquietudine non è esattamente di casa, come del resto è forse anche inevitabile quando metti al centro delle vicende un gruppo di adolescenti squinternate che si tirano i capelli a vicenda per conquistare il ruolo di reginetta del ballo.

In un certo senso siamo in zona Buffy, in quell'area da horror all'acqua di rose che lo stesso True Blood è andato ad occupare di prepotenza dopo un paio di stagioni e che in fondo, per certi versi, ha sempre fatto parte dell'anima di American Horror Story. La maschera viene forse gettata definitivamente sull'assalto degli zombi risolto a botte di motosega, ma è un po' tutta la stagione a seguire questi binari pazzerelli e, come al solito, il divertimento si piazza su quel labile confine che separa la fase "Sì, ancora, apri a mille, spara tutto" da quella "OK, qua si è andati troppo oltre". Con Stevie Nicks, forse, si va un po' oltre, ma per il resto siam sempre lì: American Horror Story è un tripudio scemotto e ben poco spaventoso di sangue, romanticismo caramelloso e idiozia, che funziona solo se si sta al gioco. E se si sta al gioco, in mezzo al paciugo, si trovano un po' di idee fenomenali (quanto è bella la satira del tira e molla con cui madame LaLaurie non si pente, poi si pente, poi si pente di essersi pentita, poi addirittura mostra orgoglio?), parecchie risate e un branco di attrici fuori misura, con Jessicona Lange a guidare il branco ma Angela Basset e Kathy Bates a risponderle per le rime. E poi c'è quell'idea di base della regina condannata a morte, senza poterci fare nulla nonostante viva in un contesto nel quale praticamente chiunque muore e resuscita con uno schiocco di dita, che è un po' sbalestrata e forse non funziona dall'inizio alla fine, ma quando ingrana colpisce per davvero. Insomma, non m'ha affascinato come alla seconda annata e non m'ha allucinato come alla prima, ma per me anche al terzo giro è stato un piacere.

Lo guardo su Netflix, con la calma che è propria di Netflix. Quindi, per la quarta stagione, mi tocca aspettare innanzitutto ottobre, e poi il momento in cui avrò voglia di guardarla. Cose che capitano.

3.5.15

Lo spam della domenica mattina: Alla faccia dell'Outcast


Questa settimana c'è stata una concentrazione abbastanza casuale di roba mia sull'Outcast. Ogni tanto capita. Abbiamo la recensione di Affordable Space Adventures, l'eXistenZ su Gameloading: Rise of the Indies, il nuovo Outcast Popcorn, il Librodrome sui fumetti di Gabriel Knight, il nuovo podcast sulle serie TV e l'Old! sul maggio del 1975. Su IGN, invece, abbiamo un Dite la vostra in cui cerco rissa e l'intervista ai creatori di Titan Souls. E poi hanno infilato la mia bloggata su Fast & Furious 7 dentro una specie di carosello di articoli presi in giro. Vorrà dire che è piaciuta.

Questa settimana... questa settimana mi sa che non registriamo podcast, apparte il solito Popcorn.

2.5.15

La robbaccia del sabato mattina: Non fa ridere


Dunque, questa cosa imbarazzante qua sopra dell'adolescente tutto matto che si scrive "Damaged" sulla fronte è la prima foto diffusa del Joker di Jared Leto in Suicide Squad. Poi sono anche spuntate le dichiarazioni stile "Ma no, scherzavamo", quindi suppongo sia un'ipotesi di look, omaggio, vai a sapere, whatever. A me sembra che 'sti film della DC siano un po' in preda alla confusione, ma per carità, posso sbagliarmi. A questo indirizzo, fra l'altro, ci sono delle foto di Will Smith vestito da pappone sul set. Bello. Andiamo coi trailer.



Questo è Irrational Man ed è l'ennesimo film di Woody Allen. A guardare il trailer sembra in effetti esattamente quello, l'ennesimo film di Woody Allen. Che poi, in linea di massima, è una roba che io guardo sempre con piacere. Specie poi se ci sono Emma e Gioacchino, figuriamoci.



Legend, Tom Hardy che fa il gangster nelle mani di Brian Helgeland. Ci sto. Anche se ultimamente "Tom Hardy" non è che sia necessariamente garanzia di filmone.



The Last Witch Hunter, ovvero Vin Diesel che si fa riprendere dal delirio nerd che un tempo diede vita a The Chronicles of Riddick e si lancia in un film in cui può agitare lo spadone come faceva nella sua testa quando da giovane, fra una serata da buttafuori e l'altra, giocava con gli amici a Dungeons & Dragon. Non so se essere fiducioso, di sicuro sono curioso.



Jonathan Strange & Mr Norrell, la serie TV ispirata all'omonimo romanzo. Mi sembra prometta bene, anche se onestamente io del libro non ricordo praticamente nulla, se non che m'era moderatamente piaciuto. Boh, vediamo. Tanto le serie televisive britanniche son tutte belle, no?





Ho visto il nuovo film degli eroi Marvel in pigiama e, oh, secondo me è il miglior film degli eroi Marvel in pigiama. La fila per crocifiggermi parte là in fondo.

1.5.15

Le streghe son tornate


Las brujas de Zugarramurdi (Spagna, 2013)
di Alex de la Iglesia
con Hugo Silva, Mario Casas, Carolina Bang

Le streghe son tornate è, come quasi tutti i film di Alex de la Iglesia, una creatura bizzarra, quel genere di cosa che non è forse scontato avere nelle proprie corde, ma che è difficile non amare con forza se ci si scopre a lei sensibili. Sul mercato anglofono l'hanno intitolato Witching & Bitching, e non sono ancora riuscito a capire se sia una scelta azzeccata, ma il titolo originale fa riferimento a Zugarramurdi, paese spagnolo noto per aver (teoricamente) ospitato culti di streghe perseguitate nel diciassettesimo secolo, durante l'iniziativa forse più ambiziosa e brutale mai intrapresa da quell'organizzazione umanitaria che ricordiamo col nome di Inquisizione spagnola. Un posticino allegro, insomma, che ovviamente fa parte del folklore locale e oggi ospita un museo dedicato alla stregoneria e un festival annuale ambientato fra le grotte in occasione del solstizio d'inverno.

Ed è proprio lì che finiscono incautamente gli scombinati protagonisti del film: un paio di rapinatori piuttosto cretini, il figlio di uno dei due, un tassista "dirottato" per fuggire dopo il colpo e il suo precedente passeggero. Chiaramente, destino vuole che le streghe del posto si interessino a loro per inseguire qualche bizzarra profezia e da lì scatta il casino. Ma il casino, in realtà, è attivo ed esagerato fin dal primo fotogramma, con de la Iglesia che abbandona gli eccessi melodrammatici di Ballata dell'odio e dell'amore per sparare a mille su azione brutale e comicità demenziale. Il film si apre su dei rapinatori travestiti da artisti da strada che assaltano armati di shotgun un negozio di compravendita d'oro. Nel giro di pochi minuti ci ritroviamo con Spongebob che viene smitragliato dalla polizia mentre Gesù dipinto d'oro fugge a bordo di un taxi, sporgendosi dal finestrino per scaricare pallettoni sugli inseguitori. E non sono ancora arrivate le streghe coi denti seghettati, i forni accesi, le evocazioni mistiche e le passeggiate sui tetti.

Lo spirito è insomma quello della comicità a base di cretinerie e assurdità, con un taglio costantemente sopra le righe e gag a ripetizione. Ma, per quanto notevole, quella è solo una parte del gioco. C'è poi, per esempio, la solita grande messa in scena di de la Iglesia, come sempre capace di fare genere hollywoodiano all'europea, imprimendo un taglio personale e fortissimo su una cura per l'immagine e un'efficacia dei momenti action che non hanno nulla da invidiare a quel che combinano oltreoceano. E c'è poi un sottofondo narrativo tutt'altro che banale, con una schiera di personaggi indifendibili a mettere in piedi una guerra tra i sessi in cui non si salva praticamente nessuno e quasi ogni personaggio "positivo" o "negativo" si dimostra squallida creatura egoista e pure piuttosto cretina. Insomma, Le streghe son tornate è un tripudio di divertimento "intelligentemente scemo" ed è un film pieno di trovate fantastiche. Poi, certo, a voler cercare il pelo nell'uovo, possiamo dire che, come spesso gli accade, de la Iglesia si perde un po' nella parte conclusiva, tirandola troppo per le lunghe e disinnescando quello che dovrebbe essere l'apice del macello, ma trova comunque un finale delizioso con cui chiudere un film divertentissimo.

In giro per il mondo ci è uscito fra 2013 e 2014, ma nelle sale italiane ci arriva questa settimana. Poi, certo, "nelle sale italiane" è sempre un concetto abbastanza relativo e da tarare sul numero di sale che vanno ad ospitare il film sconosciuto di turno, ma insomma, meglio che niente.

 
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