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9.2.13

Fra zombi e bambini (cast)


Questa settimana abbiamo pubblicato un paio di podcast fortemente voluti, lungamente bramati, che c'è voluto tempo. Mercoledì è toccato al primo episodio di The Walking Podcast, in cui io, Nabacchiodorozor e il Manhattan abbiamo chiacchierato del The Walking Dead di Telltale Games e aggiunto in coda qualche considerazione sulle aspettative per la ripresa della terza stagione del telefilm. Sta a questo indirizzo qua. Oggi, invece, tocca ad Outcast Speciale Wii U, in cui chiacchieriamo della console, di quel che c'è, di quel che non c'è, di quel che ci sarà. Sta a questo indirizzo qua.

E lunedì si dovrebbe registrare il nuovo Outcast Magazine, senza contare che, in teoria, di The Walking Podcast, dovremmo registrare un episodio (molto più breve) a settimana, finché dura il telefilm. Io non ci credo, ma insomma, vedremo.

8.2.13

Justified - Stagione 2



Justified - Season 2 (USA, 2011)
sviluppato da Graham Yost
con Timothy Olyphant, Walton Goggins, Natalie Zea, Jeremy Davies, Margo Martindale, Joelle Carter, Nick Searcy

Wow. Dopo aver visto i primi tre o quattro episodi di questa seconda stagione, pensavo di pubblicare solo questo. L'immagine qua sopra, i dati in grassetto e un wow. E basta. Sarebbe pure comodo, mi faccio il post del venerdì senza sbattermi troppo. Poi mi è venuto in mente che al posto di "wow" ci avrei potuto mettere qualcos'altro. Ma questo blog viene letto anche da gente facilmente impressionabile, quindi ho preferito evitare. Infine, ho deciso che valeva la pena di dire due o tre cose, per quanto ovvie. Se la prima stagione di Justified era già notevolissima, stra-divertente e appassionante nonostante qualche impaccio, qui svanisce praticamente ogni problema e, mamma mia, esplode tutto in un tripudio di gioia e amore. Justified non è solo un divertentissimo spacco, è proprio un poliziesco-western-redneck-quelchevipare appassionante, ricco, scritto da Dio, recitato benissimo e con un genio del casting a orchestrare la scelta degli attori. E in più le stagioni durano tredici episodi, così non c'è tempo per perdersi in cazzate bullsh@t.

Rispetto alla prima stagione, il mix fra sviluppo orizzontale del racconto e necessità di offrire episodi almeno in parte leggibili anche per i fatti loro è decisamente meglio orchestrato e le varie storie fluiscono in maniera decisa e pulita. Timothy Olyphant e la sua smorfietta da saccentino incazzoso sono sempre più a proprio agio in un personaggio adorabile, che riesce ad essere allo stesso tempo stra-autoironico, badassissimo, dolce e sfigatello. E che a quanto pare ogni anno deve prendersi una dolorosa raffica di cazzotti perché è convinto di poter menare gente più grossa di lui. Walton Goggins è enorme e si mangia tutti, e questo nonostante tutti siano semplicemente perfetti nei rispettivi ruoli, gestiti deliziosamente bene nel rimanere in costante equilibrio fra la macchietta da lurida provincia americana e il personaggio convincente. Nel giro di tredici episodi ci si diverte, ci si commuove, ci si gasa, ci si esalta, ci si appassiona e si scoprono perfino lati interessanti e ben rifiniti dei vari personaggi che l'anno prima erano parsi un po' sacrificati. Insomma, uno spettacolo.

I Bennett, poi, sono una banda di cattivi semplicemente deliziosa, roba che ti viene voglia di abbracciarli, stritolarli e buttarli giù da una scarpata. Lo sviluppo del personaggio di Boyd - agghiacciante il pensiero che inizialmente volessero ucciderlo nell'episodio pilota - è una cosa che scalda il cuore e forse l'unico aspetto un po' stonato sta nella facilità con cui Ava fa quel che fa. O forse no. Non bastasse tutto questo, Justified si prende anche il lusso di tirarti una sassata fortissima e farti presente che qui non si scherza affatto e, se c'è bisogno, ti ammazziamo sotto gli occhi anche gente che penseresti essere al sicuro. E poi quel finale così ruvido, asciutto eppure toccante, che ti lascia appeso con un groppo in gola. Insomma, mamma mia. Giù il cappello. Ne voglio ancora. Ne voglio di più.



La cosa bella del promo qua sopra? In tutta la seconda stagione, non solo non si vede questa scena, non c'è neanche mezzo stand-off, duello a colpi di pistola o sfida a chi estrae più veloce. Tutte cose invece ricorrenti nel primo anno. Eppure, in qualche modo, è un trailer perfetto. Sh@t.

7.2.13

Cinghiali giganti


Oggi, in Italia, escono al cinema un po' di film, fra cui quello di Bin Laden e quello col morto vivente che impara ad amare. Non li ho ancora visti, così come non ne ho visti altri, però uno l'ho visto e mi è piaciuto da matti: Re della terra selvaggia, fuori dallo stivale noto come Beasts of the Southern Wild. Ci sono pareri contrastanti, al riguardo, ma secondo me è una delle robe più ganze dell'anno passato e, conseguentemente, dell'attuale anno italico. L'ho visto qua al Fantasy Filmfest e ne ho scritto a questo indirizzo qua. Poi, vedete voi.

Il film di Bin Laden dovrei andare a vederlo nel weekend. Quell'altro, mah.

6.2.13

The Impossible

The Impossible (Spagna, 2012)
di J.A. Bayona
con Naomi Watts, Ewan McGregor, Tom Holland, Samuel Joslin, Thomas Oaklee Pendergast

The Impossible racconta una storia vera e ci tiene a dircelo fin dai titoli di testa, scrivendolo chiaro e tondo, nero su bianco, e poi lasciando in particolare evidenza le parole "storia vera". La storia (vera) è quella di María Belón e della sua famiglia, che si stavano godendo le vacanze in un resort a qualche metro dalla spiaggia e si sono ritrovati travolti dal devastante tsunami di ormai quasi dieci anni fa. Non si racconta, quindi, lo tsunami e non si racconta la devastazione subita dal posto e da chi ci abita o abitava. Non si racconta nemmeno la tragedia di tutte le famiglie coinvolte: ci si concentra sul punto di vista di cinque persone e si mostra l'impossibile filtrato attraverso il loro sguardo. E probabilmente anche un po' romanzato, ché non c'è nulla di male, anche se Maria ha collaborato alla sceneggiatura nel tentativo di mantenere il racconto il più fedele possibile alla realtà. E anche se si è scelto - comprensibilmente, dai - di rendere il film più appetibile sul mercato internazionale "britannizzando" la famiglia e piazzandoci Naomi Watts ed Ewan McGregor.

La produzione, comunque, è e rimane spagnola, e in cabina di regia c'è J.A. Bayona, quello che tutti conoscono come il protetto di Guillermo del Toro che ha diretto The Orphanage. Ebbene, la formazione di Bayona, in The Impossible, è piuttosto evidente. Nonostante il film non rinunci alla commozione forte, che in una storia di questo tipo è francamente inevitabile, The Impossible non ha il tono stucchevole di altre operazioni simili e non ce l'ha soprattutto grazie al filtro del suo regista, alla capacità di mantenersi asciutto anche nell'esagerazione, oltre che alla bravura nel dirigere il suo piccolo cast e alla scelta di raccontare la mareggiata quasi come se fosse il mostro di un film horror. I toni, l'incedere della musica, il senso di terrore vero evocato e l'attenzione forte con cui ci vengono mostrate le conseguenze del disastro coinvolgono, disgustano, avvicinano alla tragedia e concedono di voltare lo sguardo solo in rare occasioni, quando anche il piccolo protagonista non riesce più a reggere la visione di una madre in fin di vita davanti ai propri occhi.

E in fondo è anche per questo che si sopportano, anzi apprezzano, la famiglia da Mulino Bianco dei minuti iniziali (ma del resto, durante una bella vacanza, i problemi svaniscono per qualche giorno, no?) e il melodramma, la tensione un po' forzata di quei momenti in cui tutti si cercano nello stesso luogo e nessuno riesce a trovarsi fino a che non scatta la coincidenza. Per la forza espressiva con cui esplode il disastro, certo, ma anche per quei dettagli crudi, per l'efficacia con cui viene raccontato il viaggio personale di un bambino che nel giro di due ore (cinematografiche) passerà dalla strafottenza con cui osserva la madre spaventata durante un atterraggio all'incapacità di rimanere tranquillo durante un semplice decollo. Per la capacità di trascinarti così tanto nell'abisso da farteli desiderare, quegli abbracci e quel lieto fine.

Il film l'ho visto qua a Monaco, in lingua originale, ma francamente, al di là dei soliti discorsi di base (fedeltà, manipolazione del suono, ecc... ), una volta tanto, mi sento di dire che a guardarselo doppiato non è che si perda molto. E certe scene, di esser viste al cinema se lo meritano. Naomi Watts continua ad essere una donna di spessore, anche se l'ho vista un po' invecchiata. 

5.2.13

No vabbé dai


Ed eccoci al trailer "vero" di Fast & Furious 6. In cui Tyreese Gibson prende per il culo The Rock perché è sempre umido, Gina Carano mena Michelle Rodriguez, le macchine impennano, rimbalzano, si cappottano e sfasciano tutto a ritmo di musica, Londra esplode e un tizio salta dal tetto di una macchina in corsa al tetto di un'altra macchina in corsa perché UN CARRO ARMATO LA STA SCHIACCIANDO. Prego.



Hahahahahah, è bellissimo, brum brum. L'unica cosa più bella di guardare questi trailer è leggere Nanni Cobretti che li commenta. Can't wait for domani.

The Walking Dead - Stagione 2


The Walking Dead - Season 2 (USA, 2011/2012)
con le mani in pasta di Frank Darabont, Glen Mazzara e Robert Kirkman
con Andrew Lincoln, Jon Bernthal, Sarah Wayne Callies, Laurie Holden, Jeffrey DeMunn, Norman Reedus, Scott Wilson, Lauren Cohan

A ottobre 2011, subito prima che iniziassero a trasmettere la seconda stagione di The Walking Dead, mi sono fatto prendere dal raptus e, armato di cofanetto blu-ray, mi sono rivisto tutta la prima a maratona, nel giro di una serata. Perché a guardare gli zombi ogni settimana e scriverne sul blog mi diverto, sì, ma a me comunque le serie TV piace guardarle in un'altra maniera. Perché avevo l'impressione forte che The Walking Dead, per come era costruito, avrebbe guadagnato molto da una visione in botta unica. Perché volevo fare un ripasso. Perché volevo scriverci un post. L'anno scorso, per un motivo o per l'altro, non ho fatto in tempo a ripetere l'operazione, nonostante ci tenessi parecchio, un po' per abitudine acquisita, un po' perché ero convinto che la seconda stagione si prestasse ancora di più al fenomeno del "meglio tutta in un'unica soluzione". Ebbene, un paio (abbondante) di settimane fa, di ritorno da un viaggio di lavoro e abbandonato solo soletto a casa con le gatte, mi si è presentata l'occasione perfetta, anche se ho dovuto comprimere i tempi perché la neve mi ha costretto a rimanere a Londra una notte di troppo. E quindi sabato sera, prima di svenire, mi sono visto i primi tre episodi, per poi guardarmi gli altri dieci domenica in maratona-flebo. Con gran godimento ed estrema conferma di quel che pensavo.

Il problema di questa stagione, lo si è detto tante volte, sta nel fatto che la prima metà è stata basata su un equivoco di concezione non da poco, che rende la storia fondamentalmente "sbagliata", perlomeno nel contesto di una roba da guardare spezzettata nell'arco di due mesi. Il racconto portato avanti nei primi sette episodi, fino alla pausa di metà stagione, ha degli sviluppi non troppo da serie TV, si prende i suoi tempi, si articola senza tener conto del fatto che devi tenere alte l'attenzione e la tensione di settimana in settimana. E non solo: viene chiesto di appassionarsi al destino di un personaggio fino a quel punto molto poco caratterizzato, unicamente in ragione del fatto che si tratta di una bambina in pericolo, e si punta molto sull'idea di creare uno scenario tranquillo, privo di terrore, per instillare nei protagonisti e nello spettatore un senso di falsa sicurezza. Tutte queste cose, in teoria anche interessanti, declinate in quella maniera, all'interno di una struttura a puntate forse non troppo pensata per essere tale, perdevano d'impatto. Tutte queste cose, riguardate in fila e a stretto giro di tempo, guadagnano tantissimo.

Detto che a me, pure in diretta, sembrava si criticasse troppo 'sta povera serie, le vicende della ragazzina, viste in questa maniera, funzionano, mantengono una buona tensione e non si trascinano stancamente. Gli episodi di (quasi) sola chiacchiera, in cui non succede sostanzialmente nulla, visti con sette giorni di pausa fra l'uno e l'altro fanno innervosire, visti assieme agli altri funzionano una meraviglia. Si crea un arco narrativo solido e convincente, fra l'altro molto ben integrato con la seconda parte di stagione nel mostrare quello che, di fatto, è il momento in cui il gruppo subisce una profonda trasformazione. Soprattutto a riguardarli oggi, con in testa quanto verrà dopo, questi episodi raccontano in maniera intelligente ed efficace il lento mutare dei caratteri dei vari personaggi. Non voglio certo far passare The Walking Dead per un profondo trattato sociologico, ma è evidente il modo in cui Rick e gli altri si trasformano dai personaggi che erano a quelli che saranno. E se alcune cose sono e rimangono trattate in maniera un po' brutale (Shane è un bel personaggio, ma certi suoi momenti da occhio torbido fanno un po' cadere le braccia), tutto il percorso è davvero piacevole da seguire. E poi Frank Darabont se ne va e arriva Glen Mazzara.



Il cambio di visione è immediato ed evidente. E per paradosso, a riguardare tutto in fila, mi ha colpito di più la prima metà di stagione che la seconda. Ma del resto, forse, non è per nulla paradossale, dato che il pregio del regno Mazzara, che ha preso definitivamente in mano le redini attorno al sesto episodio, sta proprio nel suo strutturare il racconto in maniera molto più "seriale". Il continuo turbinio di eventi, colpi di scena, morti e dispersi rimane emozionante e ben ritmato, ma effettivamente viene forse a mancare un po' quel senso di racconto coeso che invece la prima parte - ripeto: guardata in questa maniera - riesce a dare. In compenso, Mazzara e i suoi regalano una serie di colpi da maestro che levati. Mi viene in mente il bel confronto fra Rick e Lori al termine del sesto episodio, in cui si dicono le cose in maniera chiara, senza "non detti" e segreti da trascinare stancamente. O il bell'episodio in cui la coscienza del gruppo ci saluta, in maniera così brutale, semplice e d'effetto. O ancora quella chiusura così galvanizzante. Insomma, la sostanza è che la seconda stagione di The Walking Dead è, di fondo, pur con diversi problemi, pur con quest'anima divisa in due che lascia in effetti abbastanza straniti, ben più riuscita di quanto mi fosse sembrata a suo tempo. E io vado avanti, a seguirlo un episodio alla volta, perché ormai è andata così, ma non c'è nulla da fare: non fa per me.

E domenica si ricomincia. Oddio, per me lunedì. Vabbuò, dai, ci siamo capiti.

4.2.13

Macchine che abbattono aerei


E OK, c'è stato il Superbowl, si è conclusa con un lieto fine la favoletta di Ray Lewis, ma soprattutto sono stati trasmessi i trailer, che alla fine rimangono la cosa più importante, no? E quindi, fermi tutti:



Hahahaha, no, OK, l'All-Star Game, il bordello, i carri armati, le macchine che rimbalzano a ritmo di musica, Vin Diesel e The Rock che fanno la mossa in tag team e le macchine che demoliscono gli aerei. E vabbé. Peccato solo che alle fine appaia lei, ma lo sapevamo. Evviva. Fast & Furious 6. Maggio. Ora.

Detto questo, ci sono anche sessanta secondi di Iron Man 3, introdotti da Robertino che fa lo scemo.



E continuiamo a far vedere un film che sembra voler fare il drammatico, il serioso e il poetico post-nolaniano e a farci chiedere: "Sì, OK, ma allora perché Shane Black?". Poi, però, Robertino ti butta lì un "oh boy" e si riaccende quel minimo barlume di speranza che stiano prendendo per il culo.

Per chiudere questo lunedì mattina all'insegna del "c'ho altro da fare", segnalo una bella intervista in due parti a Jason Rohrer, ché io ci voglio bene. La prima parte sta qua, la seconda parte sta qui. E c'ho già la fotta a mille per la sfida finale fra tutti i vincitori della Game Design Challenge.

3.2.13

Mutanti futuri


Mark Millar, sceneggiatore di fumetti della scuola di quelli britannici che non le mandano a dire e fanno le storie adulte, crude e cattive, nonché appuntato capo del mondo dello sviluppo dei film Marvel targati Fox, sta rilasciando interviste legate alla lavorazione di X-Men: Days of Future Past, seguito di X-Men: L'inizio. Ricordo al gentile pubblico che il film trae ispirazione da una fra le storie più ganze dei mutanti Marvel, che in cabina di regia c'è tornato Bryan Singer, che si parla di viaggi nel tempo e, non a caso, oltre a James McAvoy e Michael Fassbender ci saranno anche Patrick Stewart e Ian McKellen nel ruolo di loro da vecchi. E che pare Hugh Jackman sia in trattative per partecipare, dato che giustamente lui deve fare almeno una comparsata in ogni singolo film della serie.

Orbene, Millar non è che stia svelando chissà quali segreti, comunque ha detto ai simpaticoni di SFX che nel film ci saranno le Sentinelle, appena intraviste in X-Men 3 e pronte ad esibirsi in tutto il loro splendore, e che sarà resa giustizia al personaggio di Kitty Pryde, immagino non interpretato da Ellen Page. Millar dice anche che c'ha voglia di vedere altri spin-off, non solo quelli dedicati a Wolverine. Nella seconda pagina dell'intervista, Millar parla di Kick-Ass, Dredd e The Dark Knight Rises. Sta tutto a questo indirizzo qua.

Ed ecco servito il post geek della domenica mattina.

2.2.13

The Last Panico Aiuto


OK, calma. Vivo in Germania da un paio d'anni. Sono contento di vivere in Germania da un paio d'anni. In Germania si sta una pacchia. In Germania danno al cinema i film in lingua originale, cosa che mi ha fatto tornare la voglia di andare tanto al cinema. In Germania, spesso, i film escono assieme al resto del mondo, quindi mesi prima che in Italia. Tipo Looper, per fare un esempio recente. Nel senso che è arrivato di recente in Italia. Insomma, tutto ottimo. Adesso, però, sembra arrivato il momento del contrappasso. Ed è un contrappasso che risponde al nome di The Last Stand. Agevolo trailer.



Il 31 gennaio, quindi un pochino in ritardo rispetto alla data indicata nel poster là in cima, è uscito in Germania The Last Stand, ovvero il film dell'esordio occidentale di quel simpatico mattacchione coreano che ha diretto Il buono, il matto, il cattivo e altre meraviglie, nonché il film del ritorno da protagonista assoluto di Arnold Schwarzenegger. Io lo sapevo, che sarebbe uscito il 31 gennaio, anche perché, quando ancora stavo in Italia per le feste, avevo visto sul sito del mio cinema di fiducia il che il 31 gennaio, in seconda serata, dopo Zero Dark Thirty, ci sarebbe stato in programmazione proprio lui, The Last Stand. Poi sono successe delle cose. The Last Stand ha floppato in patria. The Last Stand è scomparso dalla programmazione del mio cinema di fiducia. Al suo posto, ieri sera, in seconda serata, c'era The Impossible. Che pure voglio andarmi a vedere, ma, ecco, le priorità. Nella programmazione da qui a fine febbraio del mio cinema di fiducia, The Last Stand non appare. Negli altri cinema di minor fiducia ma comunque sempre di fiducia, The Last Stand non pare essere in programmazione. Nel mio cinema di non fiducia, ovvero il multisala centrale che proietta quasi solo film doppiati in tedesco e ogni tanto un film in lingua originale, The Last Stand è in programmazione, ma non in lingua originale. Quindi?

Elementi importanti per comprendere meglio quanto scritto qua sopra:
- vivo in Germania ma non mastico il tedesco;
- anche se lo masticassi, vorrei comunque guardare The Last Stand in lingua originale, perché sono fatto così;
- il collegamento fra il flop in patria e quel che segue è una mia pippa mentale per convincermi che non devo andare a picchiare i gestori del mio cinema di fiducia che, poveretti, devono pur campare;
- la recensione su I 400 calci con allegata intervista ad Arnie mi ha fatto salire la fotta a mille;
- i relativi commenti hanno moltiplicato la fotta;
- è piaciuto perfino a Schiaffi;
- uffa.

Eh, sono i grandi problemi del sabato mattina. La fame nel mondo, la crisi economica e io che non so come fare per andare a guardarmi al cinema The Last Stand.

1.2.13

Pre-bowl


Son cominciati a spuntare i trailer del Superbowl di quest'anno. Non sono tutti e mancano cose fondamentali,  tipo quella che vi suggerisco tramite l'immagine qua sopra, che attendo con ansia e che secondo Vin Diesel in persona non vedremo in anticipo, ma intanto qualcosa c'è. E sono i soliti schizzetti che mostrano poco o nulla di nuovo, al di là magari di quei due o tre fotogrammi del trailerino di Iron Man 3 che lascio volentieri analizzare ad altri. Ad ogni modo, due li voglio embeddare. Il primo è quello di World War Z:



In pratica una versione compressa del trailer precedente, che insiste sugli sciami di zombi, mostrando però anche brevemente che vedremo un aereo aprirsi in due in un film con Brad Pitt come ai tempi di Fight Club e puntualizzando con uno scambio di battute che questo è l'ennesimo film di zombi i cui protagonisti non hanno mai visto un film di zombi. Prima o poi arriveremo alla situazione in cui i protagonisti sanno già cosa sono gli zombi e dicono "ma figurati se sono davvero zombi", come accade in tutti i film di vampiri. Anche in quelli che si prendono sul serio. Ne sono assolutamente o forse.


Iron Man 3 Super Bowl von teasertrailer

L'altro è quello di Iron Man 3. Come detto, nulla di particolarmente nuovo rispetto all'altro, fotogrammi da mettere al microscopio a parte. Però non potevo esimermi. Eppoi volevo pubblicare qualcosa oggi e non c'ho tempo e forze per scrivere un post serio. Su.

Comunque, oh, a gennaio ho fatto un post al giorno, 31 post in 31 giorni. Considerando come in certi periodi ho tenuto in piedi questo blog, è una piccola soddisfazione. Mi accontento di poco, lo so.

 
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