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17.2.15

The Honourable Woman


The Honourable Woman (USA/GB, 2014)
ha fatto tutto Hugo Blick
con Maggie Gyllenhaal, Lubna Azabal, Stephen Rea, Andrew Buchan, Philip Arditti

The Honourable Woman è una creatura bizzarra, una coproduzione angloamericana fra BBC e Sundance TV che nasceva già come scomoda e provocatoria nei temi quando è stata concepita e ha involontariamente finito per risultare ancora più d'attualità quando è andata in onda, durante l'estate del 2014. Si tratta di una miniserie da otto puntate, scritta diretta e prodotta da Hugo Blick e interpretata da un cast eccellente, su cui svetta, certo, la forse mai così brava Maggie Gyllenhaal, giustamente premiata ai Golden Globe, ma nel quale è difficile trovare qualcuno fuori posto ed è facile invece innamorarsi di un grande Stephen Rea. Al centro delle vicende ci sono Nessa ed Ephra Stein, che hanno dedicato la propria vita e il proprio lavoro al miraggio della pace in Medio Oriente, in larga misura come risposta agli estremismi di cui era protagonista il loro padre. Proprio quando stanno per compiere un passo fondamentale, ovviamente, ne capitano di tutti i colori e la situazione va a rotoli in una serie di maniere che sarebbe un crimine svelare, quindi mi limito a suggerire con forza la visione e proseguo mettendo in fila una lunga serie di aggettivi.

Scritto, diretto e fotografato in una maniera pazzesca, The Honourable Woman è un fantastico racconto di umanità e spionaggio, figlio illegittimo del miglior Le Carré. Si dipana con la placida lentezza di chi sa come raccontare con calma le proprie storie, costruisce in maniera magistrale una fitta rete di personaggi e intrighi e accumula una tensione devastante, facendola esplodere con colpi da maestro che levati. Da qualsiasi parte la si guardi, è una serie fuori scala, nelle interpretazioni, nei riferimenti estetici, in quell'inseguimento spettrale che chiude la prima puntata, nel dipanarsi dei suoi segreti, nel meraviglioso flashback che, arrivati a metà, spalanca le porte del racconto e fa compiere a tutto quanto il salto di qualità. È un pezzo di televisione pregiato da gustarsi assaporandolo con la giusta calma ed è una fra le cose più belle che vedrete sul piccolo schermo quest'anno.

Insomma, The Honourable Woman è quella serie lì. Quella che non è pubblicizzatissima, non è poi così famosa, eppure fa innamorare perdutamente chiunque la guardi. Adesso, magari, con un Golden Globe in tasca, un po' famosa lo è diventata, ma la sostanza non cambia di molto. È quella serie che consigli a tutti col cuore in mano, perché “Devi troppo guardarla”. E quindi dovete troppo guardarla. Fatelo e anche voi vi ritroverete a consigliarla a chiunque vi passi davanti. Oppure siete delle brutte persone. C'è sempre questa possibilità.

 Mi sono sparato The Honourable Woman su Netflix qualche settimana fa e oggi la serie arriva sulla TV italiana, grazie al sempre amabile lavoro di Sky Atlantic. Mi raccomando, fate i bravi.

The Walking Dead 05X10: "Loro"


The Walking Dead 05X10: "Them" (USA, 2015)
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
puntata diretta da Heather Bellson
con Andrew Lincoln, Norman Reedus, Lauren Cohan, Sonequa Martin-Green, Steven Yeun, Danai Gurira, Melissa McBride, Michael Cudlitz

Era evidente già nei pipponi esistenziali e nella dipartita della scorsa puntata, lo è ancora di più in questa: siamo in un momento in cui gli autori hanno deciso di spingere il più in basso possibile i propri personaggi, portarne la disperazione ai massimi estremi, dalle parti dell'allegria che si respira, per dire, in un The Road. Se dovessi far finta di niente, direi che mi sembra una scelta un po' estrema e fuori tiro, che rischia di uniformare un cast di personaggi in teoria piuttosto eterogeneo verso un'unica direzione. Ma da persona che ha letto il fumetto, pur evitando di fare anticipazioni, riesco a dare una lettura diversa alla cosa, pensando che si stanno preparando i personaggi per ciò che arriverà a breve. Anzi, a brevissimo, a giudicare da come si conclude la puntata.

Nel mentre, devo dire che ho apprezzato molto di più il modo in cui questo improvviso tuffo nella disperazione ci è stato raccontato qui. Sarà che The Walking Dead non è esattamente popolato da attori sopraffini, sarà che la scrittura ci va spesso giù pesante, sarà quel che sarà, ma trovo funzionino meglio le puntate che se la giocano con dialoghi secchi, brevi, poco insistiti, e soprattutto coi silenzi, con le immagini dirette, esprimendo concetti in due parole e senza sentire il bisogno di farti la didascalia approfondita. Poi, certo, aiuta anche il fatto che a 'sto giro non ci siamo dovuti sorbire il regista che ha scoperto i filtri di Instagram e si diletta col montaggio surreale, onirico e tanto poetico. Ma insomma, il punto è che questa è un'altra di quelle puntate in cui "non succede niente" e che di fatto definiscono l'identità di The Walking Dead, quella che a molti non piace e che a me, in linea di massima, va benissimo. Però senza i pipponi, dai.

A margine, la stagione continua a confermare quanto dichiarato tempo fa da Robert Kirkman, vale a dire che sarebbe stata la più fedele al fumetto, con tante scene e tanti momenti prelevati di peso dalle sue pagine. Questa settimana ci siamo beccati il famoso monologo di Rick, seppur traslato in una situazione diversa, ovviamente modificato in base alle necessità e con una risposta targata Daryl in coda. E poi, come detto, sul finale è apparso un nuovo personaggio, interpretato dal Topher Grace del discount, che apre teoricamente le porte a tutta una nuova fase pescata di peso dal The Walking Dead originale. Forse. Vai a sapere. Dal trailer della prossima puntata non è che si capisca bene. Dai, crediamoci. Io ci credo. E magari poi a fine stagione...

Fra l'altro, sempre nell'ottica del pescare dal fumetto, un po' tutta la puntata sembrava tendere verso quell'altra cosa là legata a Maggie. E invece no. Non ci sarebbe stata male.

16.2.15

Tower Block


Tower Block (GB, 2012)
di James Nunn e Ronnie Thompson
con Sheridan Smith, Ralph Brown, Russell Tovey, Kane Robinson, Jack O'Connell

C'è un termine, "high concept", che viene spesso lanciato in giro di qua e di là e sul cui preciso significato Wikipedia non sembra in grado di darci certezze. E, come sappiamo, se neanche Wikipedia può darci certezze, è finita. Nonostante questo, il termine esiste e tipicamente viene usato - per lo più in ambito cinematografico - per indicare quelle opere basta su una singola idea forte in cui possono essere riassunte. "Un parco giochi pieno di dinosauri clonati!", "Liam Neeson su un aereo preso di mira da un terrorista!", "Gli alieni invadono la periferia londinese!", "Batman si tira le pizze con Superman!", "Liam Neeson cammina fra le tombe!", "Ryan Reynolds seppellito vivo!", "Un bambino vede la gente morta!", "Liam Neeson vuole vendicarsi!"... cose del genere. Ora, magari ho frainteso tutto e sto usando il termine nel modo sbagliato, ma direi che Tower Block ci si infila alla grande.

Uscito in patria nel 2012 e arrivato di recente in Italia sul mercato dell'home video senza passare dal via, il film d'esordio di James Nunn e Ronnie Thompson è ambientato in uno di quegli enormi condomini britannici la cui popolazione si divide fra gente più o meno normale e teppisti violenti. Quelle zone simpatiche, insomma, in cui la differenza fra l'arrivare a casa e il finire al pronto soccorso è sempre molto flebile. O quantomeno così ce li raccontano, io poi non è che ci abbia mai abitato. In questo luogo cinematograficamente affascinante e non a caso negli ultimi anni piuttosto sfruttato, troviamo una situazione particolare: l'edificio è ormai quasi disabitato causa demolizione imminente e sono rimasti solo gli inquilini dell'ultimo piano, che ovviamente sono un tripudio di diversità umana, dalla coppia anziana alla single depressa, passando per la ragazza madre rincretinita, la famigliola col bambino fanatico di Battlefield 3 e ovviamente una tripletta di criminali. E qui scatta l'high concept: un cecchino piazzato nel palazzo di fronte ha deciso che vuole ammazzarli tutti e loro non hanno modo di scappare, perché l'ascensore è bloccato, l'uscita sul retro è barricata e gettarsi lungo le scale con vetrata equivale a urlare "pull!".

Tolta la ventina di minuti iniziale, dedicata a creare un contesto per la situazione e a definire i personaggi, il resto del film è esattemente quel che ci si può aspettare da una situazione del genere, gestita all'insegna del budget ridotto, del non farsi particolari problemi ad ammazzare qualunque personaggio e della tensione. L'azione vera e propria, a conti fatti, è pochina, ma il lavoro sull'accumulo di tensione è svolto bene, non ci sono svolte insensate o comportamenti cretini e, per quanto tutto sia lineare e abbastanza prevedibile, ci si diverte parecchio, complice anche la scelta eccellente e mai abbastanza abbracciata di limitarsi a novanta minuti. La baracca, ovviamente, è tenuta in piedi anche e soprattutto dalla sventagliata di caratteristi utilizzati come vittime predestinate, fra i quali svetta a colpi di carisma quel Jack O'Connell poi fattosi notare con '71 e Starred Up (entrambi ancora inediti in Italia) e al momento impegnato nel suo lancio hollywoodiano, fra un 300: L'alba di un impero e un Unbroken. Se Tower Block merita è anche per godersi il suo teppista tanto stronzo ma in fondo dal cuore d'oro che ruba la scena a tutti.

Me lo sono visto in lingua originale ed è il solito tripudio di accenti impresentabili che si trova nei film ambientati all'interno dei palazzoni britannici. E che ci vuoi fare?

15.2.15

Lo spam della domenica pomeriggio: Il film dell'anno (scorso e in corso)


Questa settimana su Outcast abbiamo enucleato tre podcast, perché ormai non ci si controlla più. Il primo dei due Outcast Sound Shower dedicati a Taito, il nuovo Outcast Popcorn e il The Walking Podcast sul ritorno della serie TV zomba sbagliata. Eppoi, chiaro, ieri l'Old! sul febbraio del 1985. Su IGN, nel mentre, mi sono manifestato sotto forma della recensione di Shantae and the Pirate's Curse, di un paio di contributi al nuovo Indiegram e del Dite la vostra di oggi.

Domani, forse, registriamo il Chiacchiere Borderline che abbiamo già rinviato due volte. Vai a sapere.

14.2.15

La robbaccia del sabato mattina: Coach Taylor!


Fra il trailer di Daredevil l'altra settimana, le prime immagini di Jessica Jones e soprattutto il trailer legato al poster qua sopra, è in corso tutto un tripudio Netflix che può farmi solo piacere. Nel frattempo, però, c'è anche quella faccenda di Kevin Feige che va avanti a raccogliere figurine e integra il ragnetto nell'universo cinematografico Marvel, seppur senza levarsi del tutto dalle scatole Sony Pictures. In compenso pare definitivamente tramontata l'era Andrew Garfield. Considerato quanto mi è piaciuto The Amazing Spider-Man 2, non credo mi dispiaccia. Infine, segnalo l'annuncio della messa in lavorazione presso Cinemax di una nuova serie TV tratta da Outcast, un bel fumetto di Robert Kirkman a tema esorcismi che guardacaso mi sono letto giusto l'altro ieri tornando da Londra.



Ed ecco appunto il trailer di Bloodline, una nuova serie Netflix in arrivo a marzo con dentro Coach Taylor e diverse altre genti che mi stanno solo simpatiche. In realtà non sono completamente sicuro che il trailer mi convinca, ma insomma, di certo c'è del potenziale e il cast buttalo.



Questo invece è il trailer di Hitman: Agent 47, il nuovo tentativo di portare al cinema il killerazzo del videogioco danese, con Raylan Givens che cede il posto all'Orlando Bloom del discount. Non so onestamente se aspettarmi buone cose, però il trailer è moderatamente simpatico. Eppoi c'è una scena da Close Range, il nuovo film di Isaac Florentine con Scott Adkins che fa brutto. L'embed è disattivato, sta a questo indirizzo qua, è un piano sequenza che levati, se il film è tutto così (credici) mamma mia.



Aloha, il nuovo film di Cameron Crowe, in arrivo la prossima estate. Un attimo che mi sono rotolate le palle in salotto e devo andare a recuperarle.



The Man from U.N.C.L.E., in Italia sarà Operazione U.N.C.L.E. ed è il film di spionaggio tutto simpatico, divertente e pirletta di Guy Ritchie. Non sono sicuro di capire se mi piaccia. Magari è un po' come Kingsman, che all'inizio non m'attirava e coi trailer successivi, invece...



Last Knights, sembra un po' il film di The Order: 1886 e un po' una puttanata in cui non si capisce come mai ci sia Clive Owen al posto di Nicolas Cage. Però il regista è quello di Kyashan - La rinascita, magari ne viene fuori una roba bella da vedere.









Ieri dovevo andare a vedere Kingsman, ma è scattato l'imprevisto. Però, tornando in treno da Londra, mi sono letto anche quel fumetto. Ed è simpatico, via.

13.2.15

Whiplash


Whiplash (USA, 2014)
di Damien Chazelle
con Miles Teller, J.K. Simmons

Whiplash è il film dell'anno scorso e di quest'anno. E potremmo chiuderla qua, ma andiamo avanti. È il film dell'anno scorso perché, dopo aver fatto faville al Sundance 2014, in autunno è uscito di qua e di là, ma soprattutto in America, e infatti si è infilato alla grande nella stagione dei premi, con J.K. Simmons già giustamente premiato ai Golden Globe. È il film di quest'anno perché in Italia e in buona parte d'Europa ci arriva invece nel 2015 e, per la precisione, dalle nostre parti esce questa settimana. Indicare il film dell'anni a inizio febbraio vale quel che vale, ma il punto è che si tratta di un film meraviglioso e sono abbastanza convinto che fra dieci mesi saremo ancora lì a chiacchierarne indicandolo come una fra le opere più belle uscite in Italia nel 2015. E se, visto il soggetto, ve lo state immaginando come il classico filmetto valido "solo" perché molto ben interpretato, sappiate che state sbagliando, e non di poco. Whiplash è un filmone.

Perché è un filmone? Se lo chiedete a me, per tre motivi. Innanzitutto, sì, perché è interpretato da due attori pazzeschi. Miles Teller è uno fra i nuovi talenti più grossi del momento (se non avete visto The Spectacular Now, è il momento di recuperarlo in qualche modo) e come al solito esprime un'impressionante carica di naturalezza in ogni fibra del suo corpo. In Whiplash si presenta sul ring che ospita il confronto fra studente e maestro con lo sguardo di un pugile suonato al quindicesimo round, ruvido, sudato, sanguinante, insicuro e borioso al tempo stesso, con l'obiettivo della vita chiaro in testa, pronto a tutto per strappare la vittoria sul filo di lana. E all'altro angolo lo aspetta un J.K. Simmons fuori dalla grazia di Dio, un fascio di nervi glabro che afferra la musica in un pugno e detta i tempi del confronto con la potenza di uno sguardo, il flettere di un muscolo, il gesto improvviso di un braccio che scatta come un coltello a serramanico. È una riedizione subdola, elegante, muscolare degli istruttori militari inflessibili visti in mille altri film, solo che lui insegna musica, spreme persone per scoprire talenti. Sono due attori formidabili che assieme, da soli, fanno il film. Eppure il film non è solo loro due. Ah, quanto non lo è.

Il secondo motivo si chiama Damien Chazelle, che in effetti, in quanto regista e sceneggiatore, è all'origine anche del terzo aspetto per cui stiamo parlando di un film maiuscolo. Chazelle, alla sua opera seconda, apre tutto e svela la furia di un nuovo grande regista americano, capace di esprimere una clamorosa personalità in maniera fin troppo netta. Whiplash è un meraviglioso tripudio di ritmo e sintesi, fonde in maniera pazzesca racconto, suono e immagini, trovando una sua forma nuova, originale e mostruosamente adatta a quel che vuole dire. Si apre con una sequenza fantastica, in cui la macchina da presa viene attratta dal suono magnetico della batteria del giovane Andrew e poi, con tre rapidi movimenti, racconta in un attimo tutta la storia del film, trascinandoti dentro come se niente fosse. A quel punto è iniziata, non puoi fare più nulla a parte esserne risucchiato fino in fondo, fino a quel finale pazzesco, perfetto, dall'equilibrio impeccabile.

E infine, si fa per dire, c'è il racconto del rapporto fra i due protagonisti, delle rispettive ossessioni, dell'abuso e della sofferenza a cui ci si sottopone in nome della grandezza e soprattutto di quanto si è disposti a sopportare per inseguirla. C'è un insegnante che ha una visione chiara della vita, di quanto sia inutile accontentarsi, della necessità di spingere oltre il limite umano per raggiungere un obiettivo, e che tramite questa coltre di argomentazioni giustifica il suo accanimento, il suo abuso nei confronti dei ragazzi che si affidano a lui. C'è un allievo che insegue un sogno e mette alla prova il suo essere realmente pronto a tutto per raggiungerlo, alienandosi chiunque gli stia attorno, rinunciando alla propria vita in nome del fatto che l'unica vera vita, in realtà, si nasconde proprio in quel sogno. C'è un film che racconta due personaggi estremi trascinandoti nel vortice a cui danno forma senza fermarsi a giudicarli, senza scivolare nel patetico e nell'emozione a tutti i costi, sapendo sempre alla perfezione quando fermarsi. C'è un capolavoro, puro e semplice.

L'ho visto un mesetto fa, al cinema, qua a Parigi, in lingua originale. E qui casca l'asino: è un film con due attori pazzeschi che si meritano di poter comunicare con la propria voce, ma è anche un film incredibile, da gustarsi, ammirare e ascoltare in preda al piacere di una bella sala cinematografica. Mettiamola così: è una scusa per guardarlo più di una volta. Non che ne servano.

12.2.15

Agent Carter 01X06: "A Sin to Err"


Agent Carter 01X06: "A Sin to Err" (USA, 2015)
creato da Christopher Markus e Stephen McFeely
puntata diretta da Stephen Cragg
con Hayley Atwell, James D'Arcy, Chad Michael Murray, Enver Gjokaj, Bridget Regan, Lyndsy Fonseca, Shea Whigham

Uno dei punti di forza a disposizione di questa serie è il tentativo di recuperare quella sorta di bizzarro equilibrio fra coloratissimo spirito un po' naïf, melodramma e azione che eredita dal primo film di Captain America. Non è un obiettivo semplice, anzi, è spesso facile sbracare in una direzione o nell'altra, ma quando viene centrato, il potenziale sboccia e ci si diverte parecchio. In questa puntata succede? Sì e no. Certi passaggi funzionano per davvero, per esempio grazie alla sempre eccellente intesa fra Hayley Atwell e James D'Arcy, al modo in cui Lyndsy Fonseca sfrutta quel po' di spazio che le viene offerto una volta tanto e anche per il paio di scene d'azione ben orchestrate, ritmate, che regalano una botta di vita ogni volta che le cose sembrano sedersi un po' troppo.

Allo stesso tempo, però, certi aspetti paiono un po' tirati per i capelli e soprattutto per le lunghe. Sarà un problema mio, ma ci mancava poco che le sedute d'ipnotismo del nuovo villain sotto copertura facessero cadere in catalessi pure me. Magari è perché fissavo con troppa attenzione l'anello, chissà. Poco male, comunque, perché (assieme magari all'eccesso di didascalismo sulla bionda super spia che deve prendere appunti quando riceve il messaggio in codice) si tratta di una macchia tutto sommato trascurabile nel contesto di un'altra puntata gradevole, che conferma il dinamismo di una serie in costante movimento e che non ha tempo da perdere nel portare avanti il suo racconto.

È anche una puntata che conferma la bontà della decisione di calcare la mano sul tema del maschilismo diffuso e delle difficoltà da parte di Peggy nel trovare una sua dimensione dopo i trionfi in guerra. Se da un lato è vero che a volte la mano è stata calcata pure troppo, dall'altro si è costruito un bell'arco narrativo che scalda il cuore a ogni piccola vittoria, come quella della concessione da parte del capo che arriva qui. E rende ancora più duro il boccone nel momento in cui all'improvviso va tutto gambe all'aria. In questo, va detto, è fondamentale il contributo di Hayley Atwell, che continua a confermarsi attrice incredibilmente perfetta per il ruolo, efficacissima tanto nel comunicare molto con un semplice cenno quanto nei momenti più sopra le righe. L'anima della serie non smette, giustamente, di essere lei ed è un gran bel pezzo d'anima.

Fra l'altro, OK, i trailer mentono e non dubito lo faccia pure questo, però sembra proprio che la prossima settimana voleranno gli schiaffoni.

11.2.15

Jupiter - Il destino dell'universo


Jupiter Ascending (USA, 2015)
dei Wachowskis
con Mila Kunis, Channing Tatum, Sean Bean e le tonsille di Eddie Redmayne

Il poster qua sopra lo dice chiaramente: 2014. Poi, però, gli inconvenienti, i dubbi, aspetta un attimo che riarrangiamo quel pezzo e aggiungiamo due spiegoni, ma siamo sicuri, chi lo sa, vai a sapere, e il nuovo film della coppia di registi un tempo nota come fratelli Wachowksi viene spostato al 2015. Cosa sia successo realmente nel frattempo non ci è dato saperlo, così come non ci è dato sapere se e quanto il film sia stato rimaneggiato, ma d'altra parte, piaccia o meno, quando arrivi da due flop costosissimi e, invece di lavorare con capitali europei assieme al regista tedesco di film d'autore, torni nelle sapienti (?) mani Warner, non puoi mica aspettarti di aver carta bianca totale per il tuo filmone fantasy/fantascientifico multimilionario nostalgico in stile Flash Gordon. E nel guardare Jupiter è difficile non vederci delle ingerenze più o meno forti dall'alto, mirate al tentivo di uniformarlo agli standard del blockbusterone moderno e levargli quel po' di spirito interessante che poteva avere. Lo si vede nel classico primo atto frettoloso, da cui sembra che siano stati tagliati via tanti momenti di raccordo e che invece di dare sostanza ai personaggi preferisce accelerare per passare in fretta alle esplosioni. E lo si vede nelle esplosioni stesse, che diluiscono qualche bella intuizione visiva in sequenze a conti fatti piuttosto anonime, troppo tirate per le lunghe e pure ripetute, fra il matrimonio da fermare e la firma da impedire. Poi, per carità, magari è tutta farina del sacco Wachowski, ma da qualche parte, in mezzo a questo pastrocchione che non funziona, c'è nascosto un film a cui non sarebbe servito poi moltissimo per essere di gran lunga superiore. È andata male, pazienza.

Eppure non riesco a prendere in antipatia un simile polpettone senza freni, che la butta per intero sul nostalgico recuperare suggestioni anni Ottanta e immaginari con cui i due registi son cresciuti, in un tripudio tutto incentrato sul costruire e raccontare un universo enorme, sopra le righe, coloratissimo, barocco, senza freni e senza vergogna. C'è dentro veramente di tutto, da Channing Tatum cane ai robottoni, passando per le astronavi abnormi con le statue sulla balconata, i reggenti stellari che commerciano in vite umane, la burocrazia intergalattica con Terry Gilliam e gli schiavi animali antropomorfi. Le suggestioni visive sparano in ogni direzione, ci sono pianeti e agglomerati stellari che paiono arrivare dagli aborti stellari più recenti di George Lucas e altri che escono dritti dritti dalla pittura ottocentesca, trovate che fulminano lo sguardo e altre che non hanno davvero nulla da dire, è un tripudio di accumulo che non può funzionare per definizione e in cui però, se ci si lascia andare con gli occhi spalancati, si trova tanto di bello. E la trovata forte attorno a cui ruota l'azione, il Channing Tatum orecchiuto che pattina per aria, è una delizia posta al centro di scene action assemblate e coreografate con la solita potenza dei Wachowski, oltre che, ancora una volta, all'insegna di una carica innovativa tecnologica magari meno forte e immediatamente percepibile rispetto a quella di Matrix, ma comunque interessante per il modo in cui riesce a dar vita a un'azione impossibile comunque fatta in larga misura di stunt fisici. In compenso, tolto appunto il pattinare per aria, quel che manca è un po' di originalità, perché da un lato è vero che è un tentativo di raccontare una storia non basata su proprietà intellettuali già esistenti, ma dall'altro è tutto un recuperare cose che piacciono ai Wachowski e immergerle nei loro soliti temi a base di prescelti ed esseri umani allevati in batteria. Se il colpo di scena più sorprendente del film sta nel fatto che Sean Bean non muore pur avendono la possibilità almeno un paio di volte, è evidente che qualcosa non funziona.

Al di là di tutto questo, Jupiter è a modo suo interessante perché in un epoca che ci ha abituati ad eroine totalmente attive e padrone del proprio destino recupera la favola di Cenerentola, prendendo una Mila Kunis immigrata russa che lava i cessi e trasportandola in un'avventura fuori dal mondo, che la sballotta in giro nel costante ruolo di damigella da salvare. Eppure, a modo suo, Jupiter non racconta la solita storia della poveretta che aspira a rifarsi una vita sposando il principe di passaggio e, anzi, si potrebbe addirittura sostenere che sia un pregio il limitare il suo coinvolgimento nel lato action a una ginocchiata nelle palle. Di fondo, abbiamo una donna che diventa eroina non perché accetta un matrimonio o si lancia in battaglia, ma perché invece di prendere in mano un arco prende in mano la sua vita e decide cosa farne in base ai propri principi. Poi, certo, la sua storia, per quanto centrale negli eventi, rimane sullo sfondo, così come quella di qualsiasi altro personaggio, per lasciar spazio al tripudio d'immagini, suoni e colori. Ma d'altra parte, per l'appunto, il grosso problema del film sta soprattutto lì, nella valanga di cose buttate in mezzo e in un cast sottosfruttato, con forse il solo Caine Wise a poter vantare un minimo d'approfondimento. Poi, certo, si può discutere del senso del ridicolo, di Channing Tatum truccato da pirla e delle assurdità variopinte, ma onestamente - e sarà un limite mio - fatico a capire perché quel che si vede in questo film debba essere più ridicolo di un albero e un procione parlanti, un biondo gonfio come un canotto ammantato nella bandiera americana, Barbie con la barba e il martello e tante altre cose che ci facciamo andare bene. Jupiter la butta sul fantastico un po' scemo, si prende tantissimo in giro e non ha paura del ridicolo. Il che può anche renderlo ridicolo, ci mancherebbe, ma personalmente l'ho trovato simpatico, divertente e tutto sommato tenuto in piedi da quel puccettone di Channing Tatum. Poi, certo, Mila Kunis ha costantemente lo sguardo di una a cui non interessa quel che sta facendo ed Eddie Redmayne che bisbiglia tutto il tempo e ogni tanto sbraita a caso sembra un cattivo di Ken il guerriero, ma insomma alla fine sono pure in contesto. Probabilmente, la chiave per divertirsi con 'sto pasticcio, pur ammettendo che in larga misura lo è, un pasticcio, sta nell'apprezzare Channing Tatum: a me sta simpatico e nel ruolo del cucciolone (letterale) mi sembra che funzioni bene. Se non lo si tollera, va malissimo. Se al suo posto ci fosse stata Jennifer Lawrence, forse, non si lamenterebbe nessuno.

L'ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale e in 3D nella sala col Dolby Atmos e tutte quelle sigle strane di cui ho rinunciato a capir qualcosa. Eddie Redmayne è terribile anche in lingua originale, tranquilli, però va detto che questo è il classico film che viaggia costantemente in bilico fra il ridicolo volontario e quello involontario, vale a dire il classico film a cui il doppiaggio fa probabilmente un sacco di danni. Poi, per carità, io in italiano non l'ho visto, quindi vai a sapere. Il 3D è abbastanza spettacolare e, soprattutto, mostra un Channing Tatum che pattina e svolazza in giro tutto piccolino e ti fa venir voglia di allungare la mano e afferrarlo con le dita.

10.2.15

The Walking Dead 05X09: "Non è finita"


The Walking Dead 05X09: "What Happened and What's Going On" (USA, 2015)
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
puntata diretta da Greg Nicotero
con Andrew Lincoln, Steven Yeun, Chad L. Coleman, Danai Gurira, Tyler James Williams

Attenzione, di solito evito, ma stavolta parlerò in libertà di quel che accade nella puntata, perché mi va di fare così e perché non mi vengono in mente altri modi per scriverne. Limite mio, sicuramente.

E niente, era nell'aria ormai da tempo, per certi versi sembra essere un po' l'assunto di base attorno a cui è stata costruita un po' tutta la quinta stagione, stavamo insomma dalle parti dell'inevitabile: ci siamo levati di mezzo Tyreese e i suoi monologhi da piangina. Mi dispiace? No, non mi dispiace, anche perché - sarà che durante la pausa invernale mi sono viziato divertendomi come uno scemo davanti a Z Nation - quando se n'è rimasto appositamente in disparte con Noah perché voleva mettersi a fargli la predica, m'ha preso tutto un improvviso turbamento di violenza e m'è venuta una discreta voglia di lanciare il telecomando contro lo schermo della TV. Per fortuna mi sono trattenuto. E per fortuna gli autori si son resi conto che stavolta la manovra Shane non era riuscita. Pur fra alti e bassi, quel personaggio, una volta "sopravvissuto" più di quanto avesse fatto nella sua edizione fumettistica, aveva trovato una sua dimensione. Tyreese no.

Tyreese non aveva trovato altro da fare che piangere, lamentarsi, piangere, lamentarsi, predicare bene, razzolare male, piangere, lamentarsi e far da baby sitter. Anche fuor di paragone - impietoso - con il Tyreese dei fumetti, si trattava di un personaggio superfluo, sviluppato male, che sembrava aver già detto tutto quel (poco) che aveva da dire. Uno spreco, insomma, tanto del personaggio quanto del valido attore ingaggiato per interpretarlo. Ma soprattutto, e si torna al punto di partenza, in una stagione dedicata al raccontare di come ormai solo chi ha la pelle dura possa sopravvivere (o rimanerci comunque secco per un errore) e del modo in cui chi è arrivato fino a qui l'ha fatto perdendosi per strada brandelli d'anima, uno ridotto in queste condizioni non poteva che finire male. Per quanto si tratti di una morte prevedibile, però, devo dire che è stata orchestrata bene, in maniera tutto sommato sorprendente ed efficace, vuoi perché uno non si aspetta due "cadute" di peso in episodi consecutivi, seppur con la pausa in mezzo, vuoi per la struttura scombinata del racconto.

Quello che all'inizio sembra solo un montaggio da tesina universitaria tramite cui mostrare in maniera ganza il lutto per Beth, sulla distanza si rivela essere figlio dello stato allucinatorio in cui piomba Tyreese, e soprattutto legato alla sua, di morte. Una bella trovata, che contribuisce allo sgomento delle fasi finali, per altro ben costruite anche nell'ottica di lasciarti lì appeso per un po', abbandonato a quella situazione in cui sai che è finita eppure, per qualche motivo, ti viene il dubbio che forse si trovi una via d'uscita. Non fosse che tutto questo ruotava attorno a un personaggio che con me non ha mai funzionato, probabilmente, sarei qui a parlarne come di un grandissimo episodio. O forse no, forse non l'avrei fatto comunque, perché fatico davvero a digerire i centododici monologhi che ripetono le stesse cose, quelle stesse cose ribadite più e più volte in tutte le puntate precedenti, perché non sia mai che si lasci qualcosa al non detto, bisogna spiegare e sottolineare i temi per benino. Ma immagino sia soprattutto un problema mio.

E la prossima settimana, a giudicare dal trailer, ci si butta decisamente on the road. Mi sembra una cosa positiva. Meno monologhi, più mattanza, per favore.

9.2.15

The Strain - Stagione 1


The Strain - Season 1 (USA, 2014)
creato da Guillermo del Toro e Chuck Hogan
con Corey Stoll, David Bradley, Mia Maestro, Kevin Durand, Jonathan Hyde, Richard Sammel, Sean Astin, Miguel Gomez 

Nato come trilogia di romanzi scritti a quattro mani da Guillermo del Toro e Chuck Hogan, portato poi da loro stessi sui sanguinari schermi FX, con la collaborazione di quel Carlton Cuse a cui dobbiamo, nel bene e nel male, sei anni di Lost, The Strain è un'operazione che per certi versi può ricordare il fumetto American Vampire. Recuperando un po' il design dei vampiri mutanti che aveva utilizzato nel'ottimo, e forse sottovalutato, Blade 2, del Toro prova a restituire ai succhiasangue una dimensione mostruosa, sanguinaria, virale, realmente spaventosa, lontana dai pizzetti, dalle mossette e dai luccichii diurni a cui siamo ormai abituati. I vampiri di del Toro e Hogan sono creature disgustose e violente, che hanno solo una cosa in testa, attaccano e contagiano usando tentacoli, bava, vermi, mordono in maniera distruttiva e distorcono l'amore trasformandolo in metodologia per la selezione della preda. Una fra le intuizioni più felici di The Strain, infatti, è quella secondo cui i trasformati, come prima cosa una volta tornati in piedi, vanno alla ricerca di chi amavano in vita per cibarsene. È un'idea potente e viene sfruttata piuttosto bene, meglio di tanti altri spunti che finiscono invece abbandonati a loro stessi, in una serie che, purtroppo, in comune con American Vampire ha anche l'incostanza, il passare da momenti davvero notevoli ad altri da latte alle ginocchia.

La scelta di mostrare in maniera approfondita l'esplosione dell'epidemia, le prime fasi di un'apocalisse a base di non morti, è interessante, o comunque perlomeno originale, se consideriamo che la stragrande maggioranza dei racconti di questo tipo parte direttamente a disastro avvenuto o ci arriva molto in fretta a botte di ellissi. Il problema è che c'è un motivo se in genere si sceglie di fare così: le fasi iniziali dell'epidemia sono una gran rottura di palle, un trascinarsi verso l'inevitabile arrivo del divertimento vero. E infatti questa prima stagione di The Strain è, in larga misura, un susseguirsi di momenti in cui sei lì che aspetti l'esplosione del caos e questo non ne vuole sapere. Ma soprattutto, a giochi finiti, si ha la sensazione di aver guardato un lungo prologo. Da un lato ci sta, considerando che fin dall'inizio - ascolti permettendo - sono state progettate cinque stagioni e tutto sommato si vede il potenziale per sviluppi intriganti, con tanta carne gettata sul fuoco. Dall'altro, però, ci si trova ad aver guardato per sette puntate delle divagazioni neanche malvagie, ma che a conti fatti si sono confermate essere appunto divagazioni che si perdono nel nulla, e per le sei successive un bel crescendo il cui culmine non può che essere però un nulla di fatto.

In più, a gravare sulla riuscita di The Strain ci si mette anche il budget da serie TV. Mettere in scena una New York in preda all'apocalisse non è cosa da poco e infatti non è che qui ci si riesca molto bene. A tratti l'illusione quasi regge, soprattutto grazie al lavoro sull'audio, un tripudio di sangue cavato dalle rape, ma per la maggior parte del tempo non si capisce dove caspita sia il delirio a cui la storia cerca disperatamente di farci credere. Quella che dovrebbe essere una faccenda che colpisce su ampia scala finisce per restituire il sapore di questioni molto ridotte, circoscritte ai protagonisti. E la cosa potrebbe anche andare bene, visto che in fondo al centro dell'azione ci sono le loro storie, ma si crea un'incoerenza di fondo a tratti davvero storta. E poi ci sono i vampiri. Da un lato, le creature funzionano bene pur senza essere questo tripudio di effetti speciali allo stato dell'arte: nonostante qualche passo falso, sono disgustose e inquietanti. Il loro capetto, però, il maestro che diventa in fretta l'antagonista principale, è inguardabile. Ma proprio inguardabile, eh.

Per fortuna c'è Vasiliy.

Magari la cosa è in parte voluta, un tentativo di mettere in mostra una qualche forma di orrore ridicolo, ma rimane il fatto che quella che dovrebbe essere la presenza più minacciosa della serie, ogni volta che offre un primo piano, al massimo minaccia di far ridere. Per fortuna, consapevolmente o meno, gli autori scelgono di mostrarlo il meno possibile e il vero ruolo di principale antagonista, perlomeno in questa prima stagione, va al suo galoppino, lui sì davvero efficace. A interpretarlo c'è l'ottimo Richard Sammel, che gli regala un taglio quasi macchiettistico, ma proprio per questo efficace. Il suo Eichhorst, per altro, è anche al centro del classico parallelo tanto caro a del Toro fra horrore sovrannaturale e schifezze perpetrate dall'umanità, immancabile seppur non riuscito come nei suoi migliori film. Più in generale, a tenere in piedi la serie sono proprio gli attori e il carisma che ci mettono, nonostante una scrittura spesso discutibile.

Corey Stoll, al di là del parrucchino impresentabile, fa da centro nevralgico e morale alle vicende e inietta la giusta dose di insopportabile pragmatismo in un personaggio che rappresenta l'ancora alla normalità in un cast costantemente piazzato due metri sopra alle righe. Il Vasiliy Fet di Kevin Durand, col suo cambiare quattro accenti al minuto, è meraviglioso. Praticamente è lo Jena Plissken dei derattizzatori e ogni volta che gli viene lasciato spazio si mangia tutti quanti. L'ottimo David Bradley dà il massimo e regala carisma a un ruolo onestamente ingrato, considerando che passa il tutto il tempo a declamare spiegoni e strillare dietro a chi non lo ascolta, mentre il suo personaggio viene sviluppato nei flashback da un altro attore. Sean Astin fa il suo dovere in quella che è sostanzialmente una versione più tenerona del ruolo che aveva in 24. E poi c'è il trio femminile, che lascia di stucco perché, incredibilmente, abbiamo una serie televisiva di genere americana in cui ci sono nel cast fisso non una, non due ma addirittura tre donne che non hanno la sola funzione di risultare insopportabili e compiere gesti insensati che mettono tutti nei guai. Per essere una serie che non si fa il minimo problema ad abbracciare tutti i cliché possibili e immaginabili, è apprezzabile che The Strain voglia evitare di ricadere proprio in questo (poi, certo, l'hacker super gnocca, ma insomma, non chiediamo troppo).

E intendiamoci, i personaggi macchietta fastidiosi non mancano, soprattutto considerando che anche qui non ci è stato risparmiato il solito figlio pasticcione interpretato da un cane maledetto, ma complessivamente non fanno molti danni. La verità, però, è che The Strain dà il suo meglio quando abbraccia fino in fondo la sua natura camp e la butta in caciara, lasciando spazio ai personaggi più sopra le righe e alle sue esplosioni folli. E in questo senso, più o meno tutto ciò che riguarda l'entrata in scena dei vampiri (sì, anche dell'inguardabile maestro) fa decisamente il suo dovere. Ci sono idee e momenti proprio azzeccati, dalla vasca da bagno ai problemi d'urologia di Bolivar, passando per i diversi confronti con Eichhorst e il maestro o sequenze azzeccate come quell'attacco alla casa di cura, messo in scena (da Peter Weller, nientemeno) con inquietante, banale normalità. E c'è l'ottavo episodio, il più riuscito dall'inizio alla fine (a parte magari il pilota, ma quello l'ha diretto del Toro e ci mancherebbe altro), che con quel coinvolgente assedio alla stazione di benzina imprime una svolta alla stagione e sembra promettere qualcosa che poi non arriverà fino in fondo. Ma per tutti questi motivi, nonostante i suoi limiti, The Strain è una serie che si lascia guardare con piacere, che quando ingrana sa essere parecchio divertente e che ci fa il favore di restituire ai vampiri la loro dimensione di mostri nascosti nell'ombra. La speranza è che andando avanti riesca a correggere il tiro e liberarsi dei suoi aspetti meno riusciti. In questo senso, perlomeno, la velocità con cui gli autori sembrano disposti a mettere fuori gioco i personaggi e mietere vittime fra il cast di supporto fa ben sperare.

In America l'han trasmesso l'anno scorso, a cavallo fra estate e autunno. In Italia ci arriva questa sera su Fox. Se potete, cercate di guardarlo in lingua originale, un po' perché gli accenti di Richard Sammel e Kevin Durand fanno metà dei rispettivi personaggi, un po' perché una serie così costantemente in bilico sull'orlo del ridicolo è facile farla sbracare col doppiaggio.

 
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