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13.11.09

Alien vs Predator 2

Alien vs Predator: Requiem (USA, 2007)
di Colin e Greg Strause
con Steven Pasquale, Reiko Aylesworth, John Ortiz, Johnny Lewis, Ariel Gade, Kristen Hager


AVP2 comincia esattamente dove finiva AVP: con il neonato ibrido fra Predator e Alien che si desta e pianta su un casino pazzesco, macellando i due Predator sopravvissuti e facendo precipitare l'astronave sul pianeta Terra, nei pressi di Gunnison, Colorado. L'ibrido comincia quindi a smacellare qualsiasi cosa gli passi davanti, mentre i suoi fidi alienetti fecondano tutto il fecondabile. Nel frattempo, da qualche parte nell'universo, il Predator più cazzuto del creato viene a conoscenza dei fatti, salta sulla sua station wagon e si dirige verso la Terra per sistemare le cose, massacrare tutti gli Alien che trova e cancellarne le tracce con una specie di soluzione caramellosa blu che corrode tutto quello che tocca (e anche un po' di quello che non tocca). Presi nel mezzo, gli abitanti di Gunnison si vedono costretti a mettere da parte le loro squallide storie di ordinaria americanità per tentare di sopravvivere alla rissa aliena. Fallendo quasi tutti.

La cosa più divertente di questo film è che in questo film non c'è nulla di divertente. Al limite, fa ridere il senso di totale caos e abbandono per una sceneggiatura il cui unico filo conduttore sembra essere il delirio. Succedono quasi solo cose a caso, tenute insieme dal vero motore dietro alle vicende: sbattere su schermo una lunga sequenza di citazioni da ogni stereotipo e ogni momento "cool" possibile e immaginabile tratto dalle due saghe. Si comincia coi font del titolo e si finisce con la musica sull'esplosione dell'atomica e l'apparizione di miss Yutani. Nel mezzo non succede nulla di anche solo vagamente emozionante o divertente: solo strizzatine d'occhio, sbudellamenti a caso e pochezza cinematografica. Alla faccia di un fesso - non faccio nomi - che si era esaltato perché nel trailer si vedeva tanto sangue. Come se il bello di Alien e Predator stesse nel sangue.

Ah, sì, per quanto mi riguarda AVP2 è decisamente peggio del primo episodio. Lì perlomeno c'erano una battuta simpatica di Raoul Bova e la bella immagine dello scudo fatto con la testa d'alieno. Capito? AVP2 è peggio di un film in cui fra le cose migliori c'è una battuta di Raoul Bova.

Il film l'ho visto in lingua originale su Sky Cinema HD. Trattandosi di film VM18, la versione trasmessa da Sky è un po' censurata, fra l'altro in maniera abbastanza evidente e grossolana. Da bravo nerd sono andato a controllare coi potenti mezzi dell'Internet le scene che mi erano parse "strane" e ho trovato conferma ai miei dubbi. Manca qualche secondo sanguinario sulla nascita dei primi alieni, sulla morte della barbona e sul ritrovamento del poliziotto appeso (che proprio non si vede). Ma soprattutto manca per intero la scena del parto, effettivamente un po' priva di gusto. Certo, levarla fa abbastanza perdere di senso alle due precedenti apparizioni del personaggio "coinvolto", senza contare che quella scena giustifica il numero di alieni presenti nell'ospedale (e io che per mezz'ora ho creduto fosse un buco di sceneggiatura, pensa te!). Ma d'altronde non si può mica pretendere che chi censura cerchi anche di farlo con criterio, no? Importanza di guardare questo film in lingua originale? Direi nessuna. Tanto qui mica c'è Raoul Bova. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Take, Take, Take - The White Stripes. Stavo digerendo dei simpatici culurgionis.

12.11.09

Pinkcast

Secondo episodio di Outcast (che poi sarebbe il quarto, anche, ma non importa), un po' tutto al femminile, lunghetto & logorroico come al solito, elargisce tutto il suo amore dai network di iTunes, Last FM, MauroButi.it e Podtrac. Beatèvene.

Ancora si deve trovare una struttura definitiva, continuiamo a cambiare rubriche, impostazione, interventi, partecipazioni. Prima o poi ce la faremo, o forse no. Comunque io mi sto divertendo un sacco. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: La cura giusta - Timoria. Scucchiaiavo kiwi.

Le undici leggi di Giordano

"Eons ago, in 1996, Next Generation magazine asked me for a list of game design tips for narrative games. Here’s what I gave them."

Il resto sta sul blog di Jordan Mechner, per la precisione in questo post. Non è un po' un peccato che in vent'anni quest'uomo abbia creato solo cinque giochi? O forse no, magari va bene così.

Karateka me lo ricordo appena. O forse non me lo ricordo proprio, boh. Prince Of Persia, mamma mia, quanti ricordi (buono pure il remake su Xbox Live). Prince Of Persia 2 altro gran bel gioco, all'epoca sottovalutatissimo perché erano tutti innamorati di Flashback. The Sands Of Time, pure, roba incredibile. The Last Express prima o poi me lo devo giocare. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Stalking Juliet - Sarah Gillespie. In padella friggevano Sofficini ai formaggi doppio ripieno.

11.11.09

Funny People

Funny People (USA, 2009)
di Judd Apatow
con Adam Sandler, Seth Rogen, Jonah Hill, Jason Schwartzman, Leslie Mann, Eric Bana


Il problema principale di Funny People sta nelle aspettative, in quel che la gente coinvolta, il tema trattato, e il marketing adoperato ti fan credere che osserverai per un paio d'ore (abbondanti, ché all'Apatow la sintesi proprio non ci piace). T'aspetti di ridere, parecchio, e magari di versare qualche lacrimuccia. In fondo il trailer, davvero azzeccato, proprio questo ti dice. E invece Funny People è un film che non fa particolarmente ridere anche se ogni singolo personaggio è o è stato uno "standup comedian". Ed è un film che non fa particolarmente piangere anche se parla di morte, rimpianti e solitudine. È dunque un film brutto o malriuscito? Uhm.

La verità è che qualche risata te la strappa, un certo sorrisino te lo tiene addosso più o meno tutto il tempo e un pizzico di malinconia te la suggerisce, ma rimane tutto un po' così, accennato, di traverso, senza spinger molto da una parte o dall'altra, se non con il personaggio (un po' troppo) macchietta di Eric Bana. Ma l'impressione è che Apatow sia rimasto volutamente in mezzo, in quel limbo fra la commedia e il dramma che ha forse il limite di essere un po' troppo reale per funzionare davvero al cinema. C'è proprio quell'indecisione lì, quella specie di azzeccato cerchiobottismo che in qualche modo fa venire in mente il "ma questo fatto che sto ridendo deve farmi sentire in colpa?" di Quarant'anni vergine.

Epperò, nonostante la lunghezza eccessiva, nonostante Eric Bana - che pure è bravo e simpatico, ma davvero mi è parso fuori luogo, nonostante tutti 'sti cameo sparsi a caso che dovrebbero far sembrare tutto più vero e invece danno gran sensazione di posticcio, nonostante ci si metta un po' a capire che se aspetti di sghignazzare aspetterai fino alla fine, le cose funzionano abbastanza. Merito soprattutto di attori bravi a recitare in ruoli che non sono esattamente i soliti, a cominciare da un Adam Sandler che si conferma ancora una volta interprete delizioso di personaggi così lontani da quelli che gli danno fama e gloria. E merito di una sceneggiatura che non si fa problemi a raccontare persone tristi e anche un po' brutte.

Quello di Apatow è uno sguardo su se stesso e sul suo mondo, dichiarato in maniera fin troppo didascalica da quell'apertura "di repertorio", con gli scherzi telefonici che Sandler elargiva quando i due erano compagni di stanza. E nel raccontarsi, Apatow parla di gente triste, depressa, opportunista, i cui unici sorrisi stanno dipinti sulle facce del pubblico. Ma il pregio migliore è l'evitare - almeno in parte - la solita formula, i soliti cliché, il macchiettismo. I personaggi di Funny People sono tutti esseri umani, dal primo all'ultimo. Magari un po' strani, magari storditi, ma solidi e convincenti. Basta guardare il fenomenale medico interpretato da Torsten Voges, per rendersene conto. E basta pensare a questo per apprezzare un film sorprendentemente ben diretto e che in fondo, con tutti i suoi limiti, è forse meglio di quanto possa sembrare.

Il film l'ho visto in lingua originale all'UCI Certosa. Se non si è abituati alla parlata ammerigana, a un certo tipo di slang volgaraccio e alla gente che sbiascica le parole (Adam Sandler, my love!) c'è rischio di andare in difficoltà. Oltre a questo, c'è pure Eric Bana che forza al massimo l'accento aussie. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Eh, in effetti mica scarsa. A parte il fatto che le commedie sono l'unico genere che rivaleggia con le serie TV per insopportabilità di traduzioni, adattamenti e doppiaggi. A parte il fatto che, ovviamente, ci sono tonnellate di giochi di parole intraducibili e in generale la comicità è tutta basata sui dialoghi. A parte il fatto che lo sbiascicamento e la varietà di toni dei vari attori sono fra gli aspetti più caratterizzanti. A parte il fatto che - mi dicono - nel doppiaggio s'è perso il divertente giocare sull'insipienza attoriale del personaggio di Leslie Mann. A parte il fatto che ho finito gli "a parte", direi che un bel DVD sottotitolato in inglese è la via migliore per tutti. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Sin Of The City - Duran Duran. Digerivo un'insalata Agita & Gusta Bonduelle.

10.11.09

Octopussy

Terzo appuntamento col Tentacolo Viola. Ospite speciale Gatsu di Ringcast. Gli chiediamo cose e poi si parla di altre cose. Sta tutto qui. Non l'ho ancora ascoltato, non so come sia venuto.

Stanno cominciando a uscire un sacco di podcast italiani. Adesso si vedrà per davvero chi è capace e chi no. Sono fottuto. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Elephant Love Medley - Ewan McGregor & Nicole Kidman. Valutavo se andare a mangiare al Tomoyoshi Endo.

9.11.09

Nemico Pubblico

Public Enemies (USA, 2009)
di Michael Mann
con Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard


Cos'è che mi stordisce e costringe all'abbandono di fronte allo schermo nel cinema di Michael Mann? Cos'è che mi rende un pupazzo inerme nelle mani di quel furbo e distinto (quasi) settantenne? Perché ogni volta mi ritrovo sciolto sul sedile, totalmente ipnotizzato, incapace di staccare gli occhi anche solo per un attimo, del tutto isolato dal mondo che mi circonda, dal vociare, dal masticare, dal fastidio della sala intasata? Perché Mann tocca esattamente le corde giuste, quelle che servono per acchiapparmi, emozionarmi, farmi morire dalla tensione davanti alle sue mostruosamente belle sparatorie, riempirmi d'angoscia gli occhi nel raccontarmi il suo romanticismo maschio, estremo, esagerato, magari anche un po' stucchevole, ma insopportabilmente forte nell'esprimersi anche solo con uno sguardo fugace, il movimento di una mano, l'accenno di un sorriso.

E allora fatico a trovar qualcosa da dire oltre a "Mamma che bello!" e del resto perché dovrei sforzarmi, visto che tanto non mi paga nessuno? Questo spazio è mio e ci faccio pure un po' quel che mi pare, no? Anche semplicemente dire che il nuovo film del mio regista preferito è bellissimo. È bellissimo e bravissimo Depp, con quel suo fare ostinatamente macho, di uomo che deve costantemente dimostrare al mondo la propria onnipotenza. È bellissima la Cotillard, fragile, affamata, con gli occhioni enormi che ti rapiscono. È bellissimo Bale, con lo sguardo puntato verso un obiettivo che sa di poter raggiungere. È tutto bellissimo, dai, basta, vogliamoci bene e facciamola finita.

Il film l'ho visto in lingua originale al Sony Center di Berlino, un paio abbondante di mesi fa. Al Sony Center di Berlino i film li programmano in doppia versione, doppiati e in lingua originale. Quelli in lingua originale riempiono comunque la sala. La sala grossa. Ma grossa grossa, eh! Vaffanculo. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Mah, diciamo che quel bel fiorire di accenti, parlate e toni che furono è talmente un piacere che mi dà fastidio anche solo l'idea, il concetto stesso che debbano esser cancellati col doppiaggio. Senza contare che si parla pur sempre di gente che interpreta il ruolo di altra gente. Vera. Non mi assumo quindi responsabilità su una versione italiana che comunque già parte da testate sui denti levando almeno tre o quattro significati al titolo del film e regalando a Marion Cotillard una voce insostenibile (perlomeno nel trailer). In ogni caso a Milano lo passano in lingua originale: domani e giovedì rispettivamente agli UCI Certosa e Bicocca, nella prima settimana di dicembre al solito trio Anteo/Arcobaleno/Mexico. Se abitate nel milanese e lo guardate doppiato siete cattivi. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Supervixen - Garbage. Nello stomaco s'agitava pastina in brodo.

6.11.09

Orphan

Orphan (USA, 2009)
di Jaume Collet-Serra
con Vera Farmiga, Peter Sarsgaard, Isabelle Fuhrman, Jimmy Bennet, Aryana Engineer


Se il tuo primo figlio nasce stronzo, la tua seconda figlia nasce sorda e la tua terza figlia nasce morta, oltretutto lasciandoti priva d'utero, sarebbe forse il caso di metterci una pietra sopra. E invece Kate Coleman non si arrende e decide addirittura di alzare la posta adottando una psicopatica. Da lì in poi succedono cose, muoiono persone.

Orphan è un filmetto semplice semplice, che passa tranquillo e soffice come un colpo di vento, senza lasciar segni, scorie o cicatrici. La progressione degli eventi è da manuale per quasi tutta la durata, priva di particolari scossoni o sorprese, e ruota attorno alla crescente disperazione della povera Kate, fin troppo consapevole di cosa stia accadendo, ma incapace di sconfiggere la sfiducia di chi le sta attorno. Qualcosa stride, qualcosa sembra fuori posto, qualcosa proprio ti fa pensare "Ma che cazz?", però poi vien tutto messo in riga dal colpo di scena. Talmente sopra le righe da avermi fregato pure se sapevo che ce ne sarebbe stato uno, ma anche talmente ben confezionato da non destare la minima perplessità: te lo bevi senza problemi e vai avanti a gustarti il macello che ne segue.

A non convincere, piuttosto, è la regia del simpatico Collet-Serra, che insomma, in due ore di film tira fuori un minimo d'estro giusto sulla scena d'apertura e sui titoli di coda (per altro immagino non realizzati da lui). Nel mezzo, a tenere in piedi l'anonima baracca non son certo quei quattro "buh!" posticci e totalmente decontestualizzati dal racconto, quanto piuttosto le belle interpretazioni di un po' tutti gli attori, guidati lancia in resta dalla sorprendente orfanella. Può bastare? Sì, può bastare, però, eh, sarebbe stato carino provare non dico qualche spavento, ma perlomeno un filo d'inquietudine.

Considerazione a margine: ma che cavolo di vino bevono, nei film americani? Io di sbronze me ne sono prese in vita mia, andando anche completamente alle cozze. E ho visto stanze girare, ho sentito marciapiedi diventare morbidi, ho provato l'effetto lag alla visione ma, caspita, non mi è mai successo di diventare temporaneamente miope. Possibile che uno beva una bottiglia di vino rosso e improvvisamente gli vada tutto completamente fuori fuoco?

Il film l'ho visto in versione italiana, nella brutta sala 6 dell'antipatico cinema Odeon. Nel trailer italiano di 2012 "The world as we know it will soon come to an end" viene tradotto con "Il mondo, come sappiamo, presto finirà". Importanza di guardare questo film (Orphan, non 2012) in lingua originale? Discreta, mi sa. Un po' perché a tratti m'è parso che la recitazione di chi doppiava c'entrasse poco con quella di chi si agitava sullo schermo, un po' perché Isabelle Fuhrman è davvero brava e vorrei ascoltarla, oltre che guardarla. Canzone ascoltata nello scrivere tramite iPod Touch questo brutto post: Funny The Way It Is - Dave Matthews Band. Sgranocchiavo mentine seduto sulla prima corsa della linea sostitutiva notturna.

4.11.09

Metal Gear Solid: Philanthropy

Metal Gear Solid: Philanthropy (Italia, 2009)
di Giacomo Talamini
con Giacomo Talamini, Patrizia Liccardi, Nicola Cecconi, Marco Saran, Giovanni Contessotto, Enrico Pasotti, Andrea Furlan e le voci di Phillip Sacramento, Laura Post, Lucien Dodge, Adam Behr


L'aspetto migliore di Metal Gear Solid: Philanthropy è il suo sbattersene il cazzo, di tutto e di tutti. Non ci prova, a nascondere il basso budget dietro trucchetti strani e dissolvenze furbette. No no, lui prende e ti vomita addosso tutta la CG di questo mondo, anche se poi appare evidente che non son riusciti a convincere i ragazzi della WETA a ripulirgliela. Non ci pensa nemmeno, ad ammorbidirsi per abbracciare il fantastico mondo del cinema. Ma che, scherziamo? Questo è Metal Gear Solid, e deve contenere tutte le incredibili scemenze di Metal Gear Solid. E chi queste scemenze le legge come un difetto, beh, lo capisco anche, ma sostanzialmente sbaglia il tiro.

Perché qua il punto sta proprio nello stile del videogioco, nel modo insistito, sottolineato, forzato, quasi opprimente e fastidioso, con cui lo si insegue fino allo sfinimento. E lo si raggiunge. Ma dirò di più: lo si supera, semina e arriva addirittura a doppiare. Qua, sta il genio di Philanthropy: che è più MGS di MGS stesso. Sicuramente più di quel casinaccio arrotolato che è Metal Gear Solid 4. Tutto, qui, respira amore, passione e aderenza per il modello originale. C'è la metareferenzialità, per quanto molto meno forte e sopra le righe, ci sono i monologhi pretenziosi e serissimi, c'è l'umorismo un po' stupidino, c'è il prologo lungo e palloso, c'è perfino il boss (Nemesis Divina!) assurdo, sopra le righe e con l'evidente solo senso di esser fico.

E c'è, soprattutto, una ricerca stilistica notevole nella fotografia, che ricalca perfettamente la "faccia" del videogioco ottenendo il doppio risultato dell'aderenza filologica e dell'ottima amalgama fra girato ed effetti speciali. Che ci sono, si vedono e qua e là stonano ma - per la puttana - considerando i mezzi, l'inesperienza e la natura totalmente amatoriale, fanno quasi spavento. Ma l'amore e la voglia di omaggiare MGS si respirano a pieni polmoni in ogni fotogramma, arrivano quasi a soffocare. Per esempio nella marea di piccoli accenni, citazioni, strizzatine d'occhio, che rimandano alla fonte e contemporaneamente sono la fonte, visto che certo il citazionismo non è alieno all'opera di Hideo Kojima.

Oltre a tutto questo, Philanthropy è anche un film estremamente solido, con una sceneggiatura intrigante nei misteri che nasconde e soprattutto con un'ottima regia, che non va a cercare il virtuosismo fine a se stesso ma mostra grande padronanza del mezzo. Fa venire alla mente altri esordi a basso budget (non so bene per quale motivo, ma ho più volte pensato a Dog Soldiers) e mette addosso un po' di dispiacere per il fatto che la natura stessa dell'operazione "su licenza" costringa a un approccio distributivo di stampo amatoriale.

Poi, per carità, i difetti ci sono. In parte, come detto, sono figli della natura stessa del film e riesce difficile non perdonarli. In parte si trovano soprattutto nelle prove degli attori, quasi tutte poco convincenti. L'unico che davvero funziona è Nicola Cecconi, non a caso interprete del personaggio che meno si prende sul serio. Ma anche lui perde colpi nei momenti in cui cerca di dare un'intensità forse fuori portata. Ah, e poi ci sarebbe anche il fatto che questo The Overnight Nation è solo il primo episodio di una trilogia che potrebbe aver termine qui. Speriamo di no, ma in fondo speriamo anche di sì, perché i ragazzi che ci hanno lavorato si meritano forse di tentare un'avventura più ambiziosa e non legata ai confini dell'amatoriale.

Ho guardato MGS Philanthropy sullo schermo (24 pollici di puro amore catodico vintage) del mio PC casalinguo. Mi dicono che a guardarlo su schermi molto grandi perde un sacco di qualità: non fatelo, dunque. Per scaricarlo o guardarlo in streaming, fatevi un giro sul sito ufficiale. Il film è tutto in inglese, ma è possibile guardarlo sottotitolato. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Schism - Tool. Si beveva tanta acqua Vera.

3.11.09

Vent'anni di Prince Of Persia


Questo mese scatta il ventesimo anniversario dell'uscita del primo Prince Of Persia. Che il trailer del film esca proprio questo mese è pura coincidenza, o perlomeno così sostiene sul suo blog Jordan Mechner, però è simpatica coincidenza. Il film sembra un bel baraccone, pieno di bordello, cose che saltano, gente che parla con accento brit senza che ce ne sia reale motivo e Gemma Arterton. Magari vien fuori simpatico pure lui.

Il trailer in italiano sta su Everyeye, o comunque io l'ho visto lì. Il doppiaggio mi fa già innervosire. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: 10th Street - Fun Lovin' Criminals. Mi colava il naso.

2.11.09

Metal Gear Solid 4: Guns Of The Patriots

Metal Gear Solid 4: Guns Of The Patriots (Konami, 2008)
sviluppato da Kojima Productions - Hideo Kojima, Shuyo Murata, Kenichiro Imaizumi


Metal Gear Solid 3 ha rappresentato il punto più alto della saga in termini di sintesi fra narrazione e interazione. Meglio di così, perlomeno lavorando sul modello e sulla struttura sanciti dal primo episodio, non è forse possibile fare. Piacesse o meno la svolta "pop", che abbandonava almeno in parte le pretese di narrativa alta in favore di un romanzettone di genere emozionante e perfettamente raccontato, l'equilibrio fra le varie componenti era perfetto e creava un mix di racconto e gioco da mozzare il fiato.

Metal Gear Solid 4, invece, torna alla sua natura imperfetta e schizofrenica, fatta di equilibri inesistenti e parti mescolate senza apparente criterio. Anzi, la accentua, dividendosi nettamente in cinque capitoli dalle meccaniche di gioco quasi del tutto sconnesse fra loro. Ne nascono cinque diversi Metal Gear Solid in uno, che mescolano il tutto con la sceneggiatura più pretenziosa, pretestuosa, logorroica, impacciata, densa, inutilmente e pretestuosamente ricca dell'intera saga. Un pastrocchio narrativo e ludico, ma anche un frullato talmente ricco di spunti da far venire il mal di testa. Un film che non sa dove stia di casa il ritmo e una sceneggiatura che ignora l'arte del costruire caratteri, preoccupandosi piuttosto di spiegare tutto quel che c'è da spiegare, unire tutti i puntini e tappare tutti i buchi (facendo venire in mente due tragiche e disgustose parole: "George" e "Lucas").

Questa folle impostazione forse nasce dal dover dare seguito a un precedente come quello citato in apertura, forse è figlia della voglia di tirare nuovamente una spallata alle aspettative, come abilmente fatto in ogni singolo episodio, forse è dovuta al semplice gusto di mettersi a sperimentare con le potenzialità offerte da PlayStation 3, o forse è solo che a Kojima gli girava così. Ma certo la natura schizoide di Metal Gear Solid 4 è il suo aspetto di maggior interesse. Molto più che scoprire quale mistero si nasconda dietro al delirio di cazzate messo assieme in vent'anni di sceneggiature ricucite col nastro adesivo. Molto più che tentare disperatamente la ricerca di una qualsiasi emozione mentre si osservano le storie di personaggi (volutamente?) svuotati della propria personalità, fotocopie di se stessi quando non spente citazioni il cui unico scopo sta nello strizzarti l'occhio. Enormemente più che assistere allibiti a una serie di finali talmente superflui da far rimpiangere l'imbarazzo conclusivo degli Anelli di Peter Jackson, esclamando con forza e prosopopea - cito - "Shut the fuck up!"

Ecco, insomma, tanti paroloni, ma la sostanza è semplice: MGS4, il film, è poca cosa, ma non perché contenga poca cosa. Anzi, come al solito, idee, temi, riflessioni, per quanto magari un po' sempliciotte e tendenti allo stantio, ce n'è a strafottere e ce ne sarebbe per scrivere trattati senza fine. Il punto è che si va un po' verso la filippica fine a se stessa, il comizio interminabile, l'autore pretenzioso che sale sul palco ed elargisce al suo pubblico adorante. Il tutto - aggravante - dimenticandosi completamente (ben più che nel vituperato Sons Of Liberty) di cosa sia una narrazione verace, di quanto conti appassionare a una storia, di come risulti spento anche il più forte momento drammatico se non è adeguatamente costruito. E che se imposti l'intera struttura di un racconto sul dovere di cronaca, sull'appiccicare con lo sputo pezzi di un puzzle delirante, poi il racconto lo perdi di vista per forza e ti autoflagelli mentre sei convinto di star facendo quel che devi.

E piange anche un po' il cuore, a vedere girata in questa maniera una roba scritta in quella maniera. Perché se una cosa non si può togliere a Kojima (o chi per lui), ancora una volta, è lo stare anni luce sopra a chiunque altro nella capacità di costruire la regia. Nulla, e ribadisco nulla nel mondo dei videogiochi si avvicina a MGS4 per solidità, naturalezza, senso cinematografico, qualità della regia, del montaggio, delle scelte visive. Certo non l'impacciata "camera a mano" di una qualsiasi tamarrata Epic. Certo non le statiche "riprese" e l'assurda assenza di proporzioni di buona parte delle sequenze di dialogo di Mass Effect. Forse solo Capcom, ogni tanto, mette in mostra un barlume, una vaga scintilla, qualcosa che si avvicini a questo.

In ogni caso, si diceva, Metal Gear Solid 4 è anche un gioco, che purtroppo o per fortuna ogni tanto interrompe i filmati. Anzi, è cinque giochi, magari non uno più bello dell'altro, ma sicuramente uno più interessante dell'altro. Ciascuno dei cinque episodi di cui è composto racconta un gioco diverso, un approccio differente alle stesse meccaniche, mettendo in scena un pastrocchio centrifugato forse pari a quello narrativo e un'ammirevole voglia di tentare strade nuove, particolari, spiazzanti. Un minestrone capace, quando funziona al meglio, di emozionare per la sua essenza di gameplay puro - e penso soprattutto a certi momenti di guerriglia iniziale, che davvero regalano una bella sensazione di esserci, e a quella deviazione noir del terzo capitolo - ma anche per lampi di reale mix fra gioco e racconto - e qui vengono in mente soprattutto l'amarcord di Shadow Moses e l'emozionante scazzottata finale.

Manca di coesione, certo, ma non manca l'idea di un progetto unico, coerente, finito, che sembra per l'appunto essere quello di mostrare tutte le facce della pietra preziosa. Se davvero questo dovesse essere l'ultimo episodio della saga - e non lo sarà - il senso di reale conclusione passa anche per il modo in cui esplora fino in fondo il suo essere puramente videogioco. E, anzi, convince molto più in questo che sul fronte narrativo. E poi, via, come non apprezzare una simile fiera dell'eccesso, del superfluo, dell'inutile, dell'accumulo? Quante possibilità, quante opzioni, quante cose ci sono in MGS4 che la maggior parte della gente non vedrà mai? No, dico, l'iPod, con le musiche e i podcast! I mille modi in cui è possibile affrontare le singole situazioni! La quantità di armi e l'applicazione delle stesse! I segreti, i segretini e le minchiatelle! Guns Of The Patriots è, forse, soprattutto, un gioco dedicato a chi veramente lo ama. Perché se davvero lo ami, lui il tuo amore lo ripaga. Ha tantissimo da darti, forse anche troppo, e ti chiede solo di volerlo davvero.

Insomma, MGS4 è uno splendido, divertente e (a tratti) emozionante carrozzone, e lo è pur pagando su ogni singolo fronte i suoi troppo forti legami col passato. La necessità (ma dove?) di dare una conclusione a ogni cosa, l'incapacità e la non voglia di rinnovarsi completamente in meccaniche ormai vecchie un decennio. Certo, tutto è ripulito, perfezionato, portato agli estremi, in più direzioni diverse, che declinano come meglio non si potrebbe la versatilità forse mai espressa a dovere da questo sistema di gioco. E alla fine ne vien fuori una conclusione più che degna, magari non forte come avremmo voluto, anzi deludente sotto alcuni aspetti, ma in un certo qual modo anche all'altezza della situazione. Ora, però, sarebbe bello se si potesse buttare tutto nel cesso e tirare lo sciacquone. No? Non si può? Uffa.

Ho giocato Metal Gear Solid 4 usando un pad Sixaxis. Psychomantis ha provato a farlo vibrare e ci è rimasto molto male. Metal Gear Solid 4 non è il mio gioco preferito (fra quelli che ho giocato) del 2008. Quello è Mirror's Edge. E magari un giorno troverò la forza di scriverne. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: (Antichrist Television Blues) - Arcade Fire. Si sminuzzava un morbidissimo dolcetto nipponico alla banana.

 
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