Spy

Scemenze action

Babadook

Incubi e allegorie

Terminator Genisys

È tornato (purtroppo)

'71

Quando a Belfast si viveva tranquilli

Poltergeist

Potevamo tranquillamente farne a meno

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

24.11.12

Quando meno te l'aspetti, come una bomba, The Host 2


Il primo The Host è un film meraviglioso, uscito da quel posto tutto matto che è la Corea del Sud, da me visto qualche anno fa alla rassegna milanese del Festival di Cannes (avevo scritto poche righe a questo indirizzo qui). Era un tripudio di divertimento, azione, comicità surreale, sentimenti forti, melodramma e altre cose a caso tutte mischiate assieme nel frullatore e spalmate sulla panza di un mostro gigante mutante che si penzolava dal soffitto. E non c'entrava nulla con il The Host tratto da Stephenie Meyer che uscirà a marzo. Ora, completamente dal nulla, salta fuori che in Corea stanno girando The Host 2. E qua sotto c'è una sequenza del film, poi mostrata anche con un simpatico confronto "prima e dopo gli effetti speciali". Ecco, The Host 2, non ne sapevo nulla, Surgo me lo mette di fronte così, come se niente fosse, e io poi come faccio a sopravvivere nell'attesa? Intanto mi piglio il blu-ray del primo film, toh.




E insomma, sono tutto un brivido. Non si sa quando esca, non si sa nulla, ma è già ficata.

23.11.12

Battlestar Galactica: Blood & Chrome #3/4



Battlestar Galactica: Blood & Chrome #3/4 (USA, 2012)
creato da David Eick e Michael Taylor
diretto da Jonas Pate
con Luke Pasqualino, Ben Cotton, Lili Bordán

Non so se ho intenzione di scrivere ogni settimana un post su Battlestar Galactica: Blood & Chrome, ma insomma, questa volta m'è venuta voglia, vediamo se poi va avanti coi due episodi che escono oggi. Certo è che trovare ogni volta qualcosa da dire su un paio di puntate da neanche dieci minuti non sarà semplice. Fra l'altro, sembrano essersene accorti pure quelli di Machinima, che gli episodi sono brevi, considerando che il terzo e il quarto li hanno accorpati in un solo video di YouTube. Però sono belli, e alla fine conta quello. Così come conta il fatto che intanto, divagando, un paragrafo è andato.

L'impressione tratta dal terzo e dal quarto episodio è che tutto sia gestito con grande padronanza. Giocherà anche il fatto di guardare la serie su un monitor, per quanto da 24 pollici, ma la resa degli effetti speciali e, in generale, il taglio visivo mi sembrano davvero convincenti, con piccole, compresse, ma efficaci battaglie stellari. In questo senso sono curioso di vedere come hanno gestito lo scontro fra i due grossi incrociatori per il quinto episodio, ma insomma, è questione di ore, o forse minuti, o forse aspetta che vado a guardare su  YouTube.

Per il resto, mi sembra che tutto sia costruito molto bene, riuscendo a dare organicità alla storia ma orchestrando anche l'inevitabile necessità di avere un cliffhanger ogni dieci minuti (anzi, meno). Bello, nel quarto episodio, quel dialogo all'hangar, bella la caratterizzazione del tonno Obama, che, come era prevedibile, sta andando un po' oltre il teppistello insopportabile del primo episodio, intrigante il gioco di misteri. Di sicuro, se la qualità è questa, non sarebbe affatto male veder diventare Blood & Chrome una vera e propria serie, magari più fortunata di Caprica. Vediamo.

Ah, cosa non si fa, per mantenere aperta una striscia di giorni consecutivi con post pubblicati. Comunque il tutto sta su Machinima Prime, ma mi dicono che in Italia è oscurato.

22.11.12

The Making of Prince of Persia - Journals 1985/1993


The Making of Prince of Persia - Journals 1985/1993 (USA, 2011)
di Jordan Mechner

Jordan Mechner è un tipo ganzo. È una personcina gradevole e umile, pur avendo creato una fra le icone videoludiche (e non solo) più longeve della storia e pur essendo uno che ha curato pochi videogiochi, ma tutti notevoli (lista per gli smemorati: Karateka, Prince of Persia, Prince of Persia 2, The Last Express, Prince of Persa: Le sabbie del tempo e, adesso, il remake di Karateka). Ha un blog, che non aggiorna spesso ma è spesso molto interessante. Vuole bene ai suoi fan e al suo passato, che non dimentica, racconta con amore ed "elargisce" a piene mani. Ed è pure bello stare ad ascoltarlo quando chiacchiera alla GDC. E non solo quando racconta di Prince of Persia. Insomma, è un tipo ganzo.

Inoltre, è un tipo ganzo che fin da giovane ha l'abitudine di raccontare i suoi pensieri, le sue esperienze, la sua vita, in un diario, confusionario e assemblato un po' come viene, perché è così che sono i diari, ma affascinante da percorrere a tanti anni di distanza. Le pagine che raccontano la lavorazione di Prince of Persia sono apparse piano piano proprio sul sito di Mechner, che poi, l'anno scorso, ha deciso di assemblarle in un libro, pubblicato prima sotto forma di eBook e poi pure in formato cartaceo. Un libro pubblicato bene o male così com'era, senza i tagli e le modifiche che magari, rileggendo, avrebbe voluto fare. Un libro che racconta di come un giovane sognatore, col cuore diviso fra videogiochi e cinema, sia riuscito testardamente a portare avanti i suoi progetti e a creare qualcosa che ancora oggi se ne sta ben scolpito nel cuore di tante, tantissime persone.

I diari di Jordan Mechner sono affascinanti non solo perché raccontano diversi piccoli retroscena, svelano la nascita di tante scelte, spiegano quanto Giordanino bello sia stato o non stato realmente coinvolto nelle conversioni, nel seguito, nelle mille forme che il Principe ha mostrato in quegli anni. Lo sono anche perché rappresentano una finestra sulla persona e per quegli istanti di totale umanità che emergono fra le righe. Lo shock per una morte improvvisa di un amico, l'orgoglio di fronte al successo per una propria creatura, il piacere di incontrare qualcuno che ti rispetta e ama il tuo lavoro, il terrore per il fallimento, il coraggio di scommettere tutto, l'ansia da prestazione, perché no. E la voglia di leggere il diario sulla lavorazione di The Last Express, il bellissimo "train game" le cui fasi di concepimento vengono sfiorate nella parte finale del libro. The Making of Prince of Persia - Journals 1985/1993, nella sua sconclusionatezza e nonostante qualche passaggio, inevitabilmente, sia meno interessante di altri, è una lettura piacevolissima non solo per chi ama quel videogioco, non solo per chi ama il videogioco, ma un po' per tutti (compreso chi magari è incuriosito da qualche retroscena hollywoodiano). Tanto costa poco e va via in un attimo.

Io l'ho letto in edizione Kindle, ma come detto c'è anche la versione cartacea. È però per forza tutto in inglese, sia chiaro.

21.11.12

Paranormal Activity 2 in tedesco


L'altro giorno ero qua a casa con due visitatori oscuri dall'Italia (noti anche come Il Dottore e Il Cobra, pensa te). Eran venuti qui per il weekend e la loro adorabile visita si avvicinava alla conclusione, in quel tardo orario della domenica sera prima di una comoda partenza in treno al lunedì mattina. Eravamo lì, con del saporito arrosto (preparato nella miracolosa pentola Fogacci ricevuta fra i doni di matrimonio) nello stomaco, reduci da un paio di partitine a PES 2013 (FIFA 13 non ce l'ho, capita), con gli sguardi posati sulla TV. E ci siamo dati allo zapping sulla televisione pubblica tedesca via cavo, dove tutti parlano tedesco, tutto è scritto in tedesco e non ci sono sottotitoli in altre lingue. Perché da Sky mi sono disintossicato.

Orbene, mentre pigiavo furiosamente sul telecomando, sono capitato su un canale che trasmetteva Paranormal Activity 2, chiaramente in tedesco. Io un Paranormal Activity non l'avevo mai visto e, degli altri due presenti, solo uno aveva visto il primo episodio. E quindi abbiamo deciso di rimanere lì a guardare e divertirci un po' sfidandoci nell'enigmistica. Premessa doverosa per chi non dovesse sapere di che si parla, anche se è una saga di cui esce adesso in Italia il quarto episodio: sono film in cui i protagonisti stanno in una casa infestata da un fantasma e finiscono molto male. Il tutto viene raccontato tramite delle riprese "diegetiche", che nel caso specifico di questo episodio si alternano fra il sistema di videocamere di sicurezza della casa e, quando serve, le videocamere portatili dei protagonisti.

I dialoghi, chiaramente, ci risultavano incomprensibili, al di là di qualche parola, ma tanto cosa vuoi che si dicano, si capisce sempre il senso dai gesti (e dal labiale degli attori americani!). Ma il divertimento non stava mica nella storia, e neanche negli spaventi, che probabilmente, se il film te lo guardi da solo, sono anche riusciti. Il fatto è che un buon 80% della faccenda è costituito, ovviamente, da inquadrature fisse. Sempre le stesse, riproposte ogni giorno e ogni notte. Inquadrature piene di roba, di oggetti, soprammobili e mille cose che da un momento all'altro possono aprirsi, chiudersi, accendersi, spegnersi, muoversi e ballare la giga. E infatti noi ci siamo divertiti a scrutare ogni angolo dello schermo - un 50 pollici aiuta - e fare ipotesi. "Secondo me adesso si apre quello sportello", "Guarda quel robo, qualsiasi cosa sia, è evidente che adesso si metterà a ruotare su se stesso", "Il cane sta per morire", "La porta in cantina", "Il primo gol lo segna Ibrahimovic" e cose del genere. Una pacchia davvero divertente, che fa schizzare via il film in un attimo, nonostante su 'sta TV tedesca facciano davvero un sacco di pubblicità. E probabilmente è anche un ottimo modo per guardarsi un Paranormal Activity all'una di notte senza cacarsi sotto. O per guardare un film in tedesco senza che venga voglia di uccidersi filmando il tutto con una videocamera.

Fra l'altro, il giorno dopo abbiamo curiosato su Wikipedia e ci siamo resi conto che, nonostante il tedesco, avevamo capito bene o male tutto, tranne il rapporto "temporale" fra primo e secondo film, con tutto il suo contorto casino di prequel/sequel. E, lo ammetto, sarà che c'ho la malattia per la continuity, sarà che ricordo che del terzo episodio se ne parlava bene, sarà quel che sarà, m'è venuta un po' voglia di mettermi lì a guardare tutta la serie. Lo faccio?

Intanto, a proposito di cose che fanno paura alla gente, mi scarico la demo di DmC.

20.11.12

The Walking Dead 03X06: "La preda"


The Walking Dead 03X06: "Hounded" (USA, 2012)
con le mani in pasta di Glen Mazzara e Robert Kirkman 
episodio diretto da Daniel Attias
con Andrew Lincoln, Michael Rooker, Norman Reedus, Lauren Cohan, Steven Yeun, Laurie Holden, Danai Gurira, David Morrissey

Ecco, il bello di aver letto il fumetto da cui è tratto The Walking Dead sta anche in finali come quello di quest'episodio. In altri casi, magari, anche se riescono spesso a prenderti in giro con modifiche, rivoluzioni, tragedie di un personaggio applicate a un altro e via di questo passo, sotto molti aspetti ti perdi comunque il gusto della rivelazione. Che so, penso a certe brutture di carattere di quel simpaticone del Governatore. In altri, però, c'è veramente da farsi venire una sincope. Ché a vedere come si stava risolvendo la gita in farmacia m'è presa l'ansia, pensando a quel che accade nella simpatica Woodbury a fumetti e tremando per un personaggio in particolare. Si nota, che sto girando attorno alla faccenda perché non mi va di fare spoiler? Comunque, bel finale, crescendo, ansia e poi finalmente il bell'incontro al cancello.

Per il resto, La preda, oltre ad avere un titolo italiano che francamente questa volta, dai, è quasi preciso, è un episodio un po' di traverso, che muove le pedine sulla scacchiera, affronta conseguenze e prepara eventi futuri. Ma che lo fa mettendo in mostra questo Merle freak infame che pare essere pensato per scusarsi del fatto che han voluto dare un tono al personaggio del Governatore. E che in fondo a me piace, anche se il sessantenne che agita lama e pistola sbiascicando fa un po' ridere. Ma soprattutto si mette in mostra Michonne, sempre più intenta a fare cose con il suo broncio da ninja incazzata del ghetto.

E poi tante altre cose, dalla faccenda del telefono molto ben rielaborata rispetto al fumetto ad Andrea che prosegue nella sua evoluzione di personaggio talmente apprezzabile che tutti vorrebbero vedere morto e sperano cambino la trama per far capitare a lei tutte le tragedie viste negli ultimi quaranta numeri del fumetto. Di sicuro, i momenti più impacciati dell'episodio sono quelli che la riguardano, anche se poi finiscono spesso per generare qualche trovata azzeccata. Perché in fondo, questo Governatore che manipola, chiude il quaderno coi trattini, seduce parlando di calci rotanti agli zombi, poi va fuori in vestaglia e pianifica le prossime porcherie, quindi torna dentro a fare il ciccipucci, è prevedibile, sì, ma sempre molto ben tratteggiato nel dare vita a una figura subdola, infame e interessante. E spoiler, ops.

E nel frattempo mancano due puntate alla pausa invernale e alle lacrime di sofferenza per la lunga astinenza. Ed è sempre più evidente che quella puntata là, con quel titolo là, sarà quella in cui cominceranno a volare le pizze, anche se dubito che sarà risolutiva come quella "equivalente" del fumetto.

19.11.12

Rurouni Kenshin


Rurouni Kenshin: Meiji kenkaku roman tan (Giappone, 2012)
di Keishi Ohtomo
con Takeru Sato, Yû Aoi, Emi Takei, Teruyuki Kagawa

Credo sia la prima volta che mi capita di guardare un film "live action" basato su un manga o un cartone animato, genere che mi sembra essere piuttosto diffuso in Giappone (ho però visto l'Ace Attorney di Takashi Miike, basato su un videogioco ma realizzato con spirito molto simile). Chiaramente non ne ho mai visti perché quei film faticano ad arrivare in Occidente e il motivo penso sia abbastanza chiaro: mentre i film-fumetto occidentali provano a limare gli aspetti più bizzarri delle opere originali, puntando sull'approccio realistico, smorzandone l'assurdità con un taglio comico e, in sostanza, anche nei casi più "variopinti" come quelli delle pellicole Marvel, adattando il tutto al gusto del grande pubblico nostrano, quelli giapponesi fanno l'esatto opposto. Abbracciano la totale follia estetica e di scrittura della fonte e la riproducono il meglio possibile su schermo, con tutte le assurdità che ne derivano. E che tutto sommato non vanno comunque distanti da un certo tipo di poetica che comunque si vede spesso al cinema in oriente, anche quando non si sta lavorando sull'adattamento di un fumetto per ragazzi.

O, insomma, questa è una lettura che do io. E del resto, quando a realizzare un film tratto da un manga ci si mettono di mezzo gli occidentali, tipicamente, o ci si ispira a opere dal taglio molto realistico (Crying Freeman) o si imbastardisce un po' tutto cercando di ridimensionare il ridicolo e finendo per tradire lo spirito dell'originale (Fist of the North Star, Guyver). E realizzando film osceni, ma quello è un altro discorso. Tant'è che, pur avendo visto questi, per la mia percezione, Rurouni Kenshin è il primo film di questo genere che guardo. Insomma, detto che son curioso di vedere cosa combinerà il mio amico del cuore James Gunn con una roba totalmente senza senso come il film dei Guardiani della galassia, si tratta proprio di due universi parecchio distanti. Basta mettere a confronto come si approccia negli iuessei un film basato sui Transformers e cosa viene fuori quando i giapponesi decidono di portare sul grande schermo Yattaman.

In Guillermo Del Toro we trust.

OK, basta divagare: Rurouni Kenshin racconta di un samurai-assassino particolarmente ganzo e violento che, dopo aver dato il suo contributo al crollo dello shogunato Tokugawa e all'avvio dell'era Meiji, decide di abbandonare la via della violenza, darsi al vagabondaggio e dedicarsi ad aiutare il prossimo suo. Chiaramente accadono cose e si finisce di nuovo a combattere, anche se sempre evitando di uccidere. L'ambientazione storica è gustosa, guardacaso simile a quella di Tai Chi Zero, con la società occidentale che piano piano si fa strada fra le maglie del Giappone, e in questo contesto si sviluppa una storia stra-classica, con la cittadina che patisce le angherie del riccone di turno, le forze dell'ordine con le mani legate e lo straniero vagabondo che arriva a salvare la povera gente. Non so dire quanto tutto questo sia fedele all'opera originale, perché non ho mai visto il cartone animato e del fumetto ho letto solo i primi numeri  pubblicati da Star Comics (Kenshin Samurai vagabondo), ma la storiellina è semplice e funziona.

Certo, bisogna entrare nell'ordine di idee per cui l'eroe della situazione è un ragazzino giapponese con l'aria effeminata, il capello rossiccio, una ridicola cicatrice in faccia e che dimostra molti meno anni di quanti dichiarati dal personaggio. E bisogna saper assimilare l'atmosfera sopra le righe, il continuo passare dal melodramma più spinto alla comicità più demenziale, i personaggi usciti direttamente da un fumetto per caratterizzazione estetica e atteggiamenti... insomma, tutte quelle cose che non ci si aspetta di veder funzionare al cinema. Ci son tante belle immagini, le scene d'azione sono convincenti e c'è quell'atmosfera tutta stupidina e leggiadra da film giapponese per ragazzi. Per una seratina placida, va più che bene.

E questo era l'ultimo dei cinque film visti all'Asia Filmfest. Leggo in giro che forse lo distribuiscono fuori dal Giappone. Vai a sapere.

18.11.12

Outspam a puntate - Prima parte


Questa settimana abbiamo pubblicato la prima parte del ventunesimo episodio di Outcast Magazine. Sì, la prima parte, perché a un certo punto ci siamo resi conto che stavamo registrando da oltre due ore ed eravamo arrivati appena a metà scaletta, quindi ho deciso di interrompere, uscire così e la seconda parte la registriamo domani.

Quindi, qua trovate Puffetti Rosa e mezzo Ci sta piacendoci, la prossima settimana arrivano il resto del Ci sta piacendoci e le altre rubriche. Non ci trovate Borderlands 2, anche se sta scritto in copertina, perché il maledetto Fotone ogni volta mi distrae con qualche errore di battitura che gli faccio correggere e così non mi accorgo che ci ha infilato la minchiata grossa. E quando dico "qua", intendo "a questo indirizzo qua".


Inoltre, oggi abbiamo pubblicato il nuovo Outcast Sound Sitter, il nostro podcast a base di musica videoludica, con Fabio "Kenobit" Bortolotti che, in contumacia Babich, continua ad ospitare le più grandi personalità del pianeta. Questa volta tocca a Ugo "Surgo" Laviano. Trovate il tutto a questo indirizzo qua.

Outing pure qua: ho prenotato il Wii U. Trattasi della seconda volta in vita mia (l'altra fu per il Megadrive giapponese) in cui compro una console al lancio. Anche se in effetti posso ancora cambiare idea, visto che non mi han fatto lasciar giù neanche un euro.

17.11.12

Oz, grande, potente, uhm


Allora, l'altro giorno è uscito il trailer di Oz: The Great and Powerful, che in Italia si intitolerà Il grande e potente Oz e che in pratica fa da prequel a Il mago di Oz. Ora, per me, Il mago di Oz, non è un vecchio e adorabile film con le canzoncine e non è nemmeno un libro. Cioè, li conosco, eh, ma per me, Il mago di Oz, è una versione a fumetti che da piccolo leggevo e rileggevo, mi piaceva da matti e mi faceva cacare sotto dalla paura. C'avevo un terrore folle della strega dell'Ovest, che in quei disegni era davvero brutta e inquietante. Per me, Oz, è quella lì, con quei colori lì e quei disegni lì. Che fra l'altro ho ancora qua, in un bel volume rilegato (ma la sovracopertina è andata perduta, uffa!). Un volume Rizzoli, che raccoglieva una storia, se l'internet non mente, pubblicata in origine sul Corriere dei piccoli, sceneggiata da Anna Brandoli e disegnata da Renato Queirolo. Che chiaramente all'epoca non sapevo chi fossero, e in effetti anche adesso non è che li conosca bene, anche se del secondo ho letto molte storie su albi Bonelli. E basta, niente, era così per divagare e introdurre il trailer del nuovo film di Sam Raimi.



Ora, a me Sam Raimi sta molto simpatico. Ho visto tutti i suoi film, penso che molti siano davvero tanto belli, ritengo non ce ne sia neanche uno davvero brutto brutto, anche se chiaramente diversi non gli sono venuti proprio benissimo, e, insomma, simpatia. Qua dentro, se interessa, ho scritto solo dei tre Spider-Man e di Drag Me to Hell. E consiglio fra l'altro la lettura di The Evil Dead Companion e di If Chins Could Kill!, bella roba. Insomma, tutta la fiducia possibile, contando anche che James Franco mi sta simpatico e Rachel Weisz, Michelle Williams e Mila Kunis buttale. Però, oh, a guardare questo trailer, non riesco a non farmi venire in mente l'Alice in Wonderland di Tim Burton. E mi rabbuio davvero tanto. No, dico:



Ma io voglio crederci. Sicuramente più di quanto voglio credere in uno che prende un libro da trecento pagine e lo fa diventare due tre film da probabilmente due ore e mezza l'uno. E il cui King Kong fra l'altro m'è pure piaciuto, ma quella cosa che ha fatto dopo con la morta volevo morire io. No, dai, evviva Oz!

16.11.12

Tai Chi Zero


Tai Chi 0 (Cina, 2012)
di Stephen Fung
con Yuan Xiaochao, Angelababy, Tony Leung Ka Fai, Eddie Peng

Girato assieme alla seconda parte, Tai Chi Hero, che nel frattempo in Cina è pure uscita al cinema e non mi spiacerebbe guardare, dato che qua si rimane appesi col cliffhanger, Tai Chi Zero è un filmetto d'azione stupidino, simpatico e divertente, con quel taglio tutto orientale che sembra uscito per direttissima da un cartone animato. I personaggi sono sopra le righe, le situazioni sono assurde, c'è una punta di melodramma - con anche un paio di svolte in effetti abbastanza cupe - ma è sempre tutto smorzato da una comicità che spazia fra lo slapstick, la battutina innocente e la demenza pura. E in più si ammicca anche spesso allo spettatore, coi vari personaggi introdotti con sovrimpressione che ne illustra anche l'interprete. Tipo che quando esordisce il protagonista Yuan Xiaochao scopriamo che l'attore è stato campione pseudo-olimpico di wushu nel 2008, sul cameo di Andrew Lau ci specificano "regista di Infernal Affairs", un altro tizio che non ricordo viene segnalato come star dei film di kung fu degli anni Settanta e così via.

Ma, buffonate a parte, com'è il film? Eh, se levi le buffonate, non rimane moltissimo, ma può bastare. La storia è ambientata in un periodo affascinante, quello in cui la Cina stava subendo l'invasione da parte della cultura e della tecnologia occidentale, e ci ricama su per mettere in piedi un bizzarro scenario dai tratti steampunk. Chiaramente, il tutto si inserisce in situazioni da classico fantasy orientale, con un bel ripieno di arti marziali e un protagonista il cui bizzarro cornetto gli regala una potenza incredibile ma lo sta anche conducendo alla morte. L'eroe decide allora di recarsi in un villaggio fra i monti per imparare una particolare tipologia di kung fu, che dovrebbe aiutarlo a convogliare meglio la sua energia interiore e, sostanzialmente, salvargli la vita. Ma qui scopre che per tradizione non si insegna il kung fu ai forestieri e che tutti gli abitanti del villaggio, ma proprio tutti tutti, sono fortissimi e lo prendono a pizze in faccia come niente.

La bimbetta viene presentata come prodigio del wushu, o qualcosa del genere. E tira le pizze.

E da lì parte tutta una storia di amore, amicizia, redenzione, crescita umana e personale, Tony Leung con la barba che fa il vecchio maestro, macchine a vapore che esplodono, salti e piroette. Un filmetto gradevole, molto molto molto curato sul piano visivo, con un bel ritmo, un'atmosfera tutta simpatica e leggerina. Non c'è moltissima azione, in realtà, ma è sempre gran bella da osservare, come del resto è lecito attendersi quando a curarla c'è Sammo Hung. E insomma, niente di clamoroso, ma è uno spettacolo piacevole e che scorre via, anche se sul finale girano un po' i maroni. OK, lo sapevo. OK, l'arco narrativo si conclude. Ma su diverse cose si rimane davvero appesi, senza contare che uno vorrebbe anche poi vederlo davvero in azione, il protagonista, armato del kung fu paesano. Ma, per quello, tocca aspettare Tai Chi Hero.

Il film l'ho visto qua a Monaco, all'Asia Filmfest, in lingua originale e con sottotitoli in inglese. In Italia c'è passato tramite il Festival di Venezia, ma non tratterrei il fiato in attesa di una distribuzione al cinema. È comunque uscito negli USA e in Australia, quindi non penso sarà un problema recuperarlo in DVD o per altri mezzi. Ah, come insegna la locandina là sopra, viene proiettato in 3D e perfino in IMAX. Io l'ho visto in normalissimo 2D e andava bene così.

15.11.12

Headshot


Headshot (Thailandia, 2011)
di Pen-Ek Ratanaruang
con Nopachai Chaiyanam, Sirin Horwang and Chanokporn Sayoungkul

Non conosco neanche per sbaglio lo stato del cinema tailandese, quindi non so se e quanto Headshot ne sia rappresentativo. Quello che so è che Headshot è un film con un paio di idee simpaticamente bizzarre e un protagonista abbastanza bravo, ma circondato da cani e diretto da un regista che insomma. Mi immagino questo stesso film messo in mano a un coreano di quelli cazzuti e mi scaldo tutto. E invece, quel che si vede in Headshot è una roba fatta da gente che ci crede tanto ma proprio non ce la fa. Sembra di guardare un film di quelli fatti per divertimento da ragazzini, con la videocamera regalata da mammà, la recitazione a caso e tanta voglia di provarci fino in fondo. Con più azione nella locandina qua sopra che in tutti i 105 minuti di film. E con il Jim Caviezel thailandese come protagonista.

Il film si apre con un killer professionista, il nostro Jim Caviezel thailandese, che si becca una pistolettata in faccia durante una missione, mentre è travestito da Agente 47 travestito da monaco. Da lì in poi, la storia si sviluppa su due binari paralleli, che raccontano presente e passato. Da un lato vediamo il nostro antieroe che si riprende dall'infortunio (si fa per dire: a causa della ferita, ora vede tutto capovolto) e cerca di ritirarsi a vita privata da monaco, per scoprire che ovviamente il passato tornerà a spaccargli i maroni. Dall'altro, ci viene raccontato come abbia fatto a trasformarsi dal poliziotto più incorruttibile di Bangkok al killer più ganzo del quartiere. E la spiegazione è molto semplice: è un cretino.

Il Jim Caviezel thailandese protegge la sua bella.

Perché poi, la sostanza di Headshot non è altro che il classico racconto noir in cui il protagonista crede di essere un fico, ci viene dipinto come tale, ma pian piano scopre di non essere altro che una marionetta completamente in balia delle femme più o meno fatale di turno e, già che ci siamo, pure dei diabolici piani di chi lo manipola dall'alto. Praticamente ogni cosa accaduta in vita al nostro amico Jim Caviezel thailandese è stata in qualche modo organizzata da qualcuno, e Jim se ne accorge sempre troppo tardi. Il problema è che tutto questo viene raccontato in una maniera un po' ridicola, con un film fatto di silenzi contemplativi, grandi melodrammi e dialoghi che vorrebbero essere ganzi ma non ce la fanno (ma diamogli pure il beneficio del dubbio del sottotitolo che non rende). E insomma, alla fine ti rimangono in mano solo le buone intenzioni, innegabili, una bella scena d'azione finale al buio (troppo poco e troppo tardi) e un pugno di mosche.

Il film l'ho visto qua a Monaco all'Asia Filmfest. Vedo che sta uscendo un po' in giro per il mondo, ma dubito arriverà in Italia. Non che valga la pena di aspettarlo.

 
cookieassistant.com