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8.5.13

Cose da fare prima della fine del mondo


Allora, ho in testa il primo post in cui vorrei parlare della vacanza in Oman. Ce l'ho in testa, davvero, è praticamente già scritto. Quanto sarebbe più comodo, se la roba che hai in testa si scrivesse da sola? Comunque, ce l'ho in testa, ma stamattina non mi sono messo a scriverlo. Mi sono invece messo a scrivere di Iron Man 3, ed ero a buon punto, mezzo post era già andato, mi stavo divertendo e poi... e poi mi sono bloccato. Stop. Capita, eh. Proprio in quel momento, vedo apparire un tweet e, beh, dai.



Ecco qua, The World's End, il nuovo film del simpatico team che ci ha regalato Shaun of the Dead e Hot Fuzz, questa volta impegnato sul sempre attuale tema "fine del mondo / villaggio dei dannati". A me sembra una cosetta ancora una volta deliziosa, poi vedremo. Ah, pare che in Italia si intitolerà La fine del mondo e uscirà verso la fine di settembre.

Adesso lavoro un po', mentre sullo schermo a fianco scorrono i play-off NBA. Poi magari provo a scrivere qualcosa di più sensato da infilare qua dentro.

7.5.13

Dylan Dog all'amatriciana


Oggi potevo scrivere di Iron Man 3 (spoiler: mi è piaciuto molto, forse il mio preferito dei tre) o cominciare a scrivere dell'Oman, ma non c'ho tempo, e allora segnalo una roba che mi hanno segnalato chiedendomi di segnalarla e, boh, magari può essere interessante. Quindi la segnalo.



In pratica, si tratta di un film amatoriale su Dylan Dog, realizzato da degli amanti del fumetto che vorrebbero tirar fuori qualcosa di più aderente alle storie Bonelli rispetto al recente capolavoro con Brandon Routh. Non mi è chiaro, in tutto questo, quale sia la posizione di Sergio Bonelli Editore. Il progetto, comunque, è su indiegogo e vuole i vostri soldi. Decidete voi se darglieli a questo indirizzo qua.

Spoiler: io non glie li do. 

6.5.13

No, OK


Allora, già ieri ero a casa a far cose (sono atterrato a Monaco alle 7:20, improbabile passare tutta la giornata senza riattaccarmi al computer da bravo nerd), ma stamattina rientro ufficialmente in attività. Ieri, spulciando i feed, ho visto che erano uscite queste due cose, ma me le sono tenute per oggi. Ora, sono due cose uscite una settimana fa, quindi le avrà viste chiunque, ma non potevo esimermi, e poi così cominciamo col piede giusto la settimana. Sono i nuovi trailer di Pacific Rim e Fast & Furious 6.





Ci sono tante cose che si potrebbero dire su entrambi, ma la verità è che non c'è niente da dire, parlano da soli. Non c'è modo migliore per iniziare la settimana di rientro dalle ferie che ritrovarsi con la pelle d'oca e le lacrime agli occhi davanti a cose del genere. È troppo bello essere ancora bambini.

Ho tanta voglia di scrivere dell'Oman, non so se lo farò perché qua il criterio è sempre del sarcazzo, ma il concetto base è che è veramente un gran bel posto e lo consiglio a chiunque.

1.5.13

Streghe che esplodono in Italia


Oggi esce in Italia Hansel & Gretel Cacciatori di Streghe 3D, un film dal titolo che è tutto un programma. Io me lo sono visto a metà marzo in quel di Monaco e ne ho scritto a questo indirizzo qua. La sostanza è che l'ho trovato moderatamente divertente e m'è piaciuto più di quel che m'aspettassi, anche se chiaramente si ragiona nell'ottica di quel che ci si può attendere di fronte a un titolo del genere. Ma insomma, se si è gente che va volentieri al cinema per film con titoli del genere, secondo me, con questo film con un titolo del genere ci si può divertire. Moderatamente. E poi, oh, Famke Janssen e Gemma Arterton.

Ho preparato questo post giovedì scorso, attualmente sono in ferie, non mi assumo responsabilità se fanno casino e il film non esce oggi. Ecco.

27.4.13

A frappé


Come era prevedibile, nei giorni scorsi non ho avuto proprio il tempo e la forza di inventarmi dei post da sbattere qua dentro in programmazione automatica, quindi il blog si ferma per almeno una settimana. Più o meno mentre questo post appare sull'internet, infatti, me ne sto partendo per una settimana di ferie in Oman e l'unico altro post che lascio programmato è uno di quei "Poi non dite che non vi ho avvisati" per l'uscita di un film. Fra l'altro, dato che voglio che sia una vacanza vera, stacco tutto, blocco la sincronizzazione delle mail sul telefono, lascio a casa il computer e mi porto da spizzicare solo libri e riviste che non abbiano a che vedere coi videogiochi. Credo. Quindi, insomma, un saluto a tutti quelli che mi leggono regolarmente, un saluto anche alla striscia aperta (sono comunque fiero di aver sostanzialmente pubblicato un post al giorno da novembre a oggi), ci risentiamo da qualche parte dopo il cinque maggio. Se non finisco in un fosso esplorando le montagne.

Che poi sarà un dramma, farmi il viaggio in aereo senza avere il laptop su cui guardare roba, scrivere cose, cazzeggiare.. Quando sono in aereo, per me, il laptop è tipo coperta di Linus. Mi ci attacco e lo stringo forte. Ma ce la farò! Ne sono assolutamente o forse!

26.4.13

Rosicata per paradosso (AKA "Kiki arriva al cinema, machefficata!")


Tanto tempo fa, erano gli anni Ottanta, sono andato al cinema a guardarmi un film d'animazione di quelli con Mazinga e Goldrake. E un tipo ci ha molestati durante l'intervallo e ci ha venduto un Commodore 16. Io, figurati, qualsiasi cosa avesse a che fare coi videogiochi la volevo, quindi "dai dai papà, per favore, bellissimo, ci studio" e via. Anche se era un catorcio. Anche se - attenzione - già avevo il Commodore 64. Ero un bambino viziato. Tanto tempo dopo, erano gli anni Novanta, sono andato al cinema a guardarmi Akira. Lo proiettavano, se non sbaglio, al Maestoso, o forse da un'altra parte, boh. Era una cosa folle, era il filmone d'animazione giapponese al cinema, ma che bello. Fu un'esperienza di quelle che scaldano il cuore. Ci restò una settimana, al cinema. Riuscii comunque ad andare a vederlo due volte, la seconda portandoci anche mia mamma, saltando per altro parte di una giornata di Dylan Dog Horror Fest, data l'importanza dell'operazione. Tanto tempo dopo, erano gli anni Zero e Zero, sono andato al cinema per una simpatica tizia di nome Mononoke. Ma pensa te, un film di Miyazaki al cinema, ma che spettacolo! Ci andai con la Rumi e il film non mi fece impazzire, ma fu bellissimo lo stesso, perché, oh, era Miyazaki al cinema.

Intervallo: a fine 2006, sono stato al museo dello Studio Ghibli in Giappone.

Un altro po' di anni dopo, i film di Miyazaki al cinema in Italia sono diventati una cosa normale. Anzi, una cosa anche un po' bizzarra, perché non solo escono tranquillamente i film nuovi, ma arrivano pure, con quei dieci o venti anni di ritardo, quelli vecchi. Al cinema. E così è capitato che nel 2009 sono andato al cinema, in Italia, a guardarmi il film con quel peloso bestione di Totoro. Ci sono andato con Giovanna, ed è stato un momento di quelli meravigliosissimi. Anche perché, oh, si trattava di uno dei miei tre film preferiti di Miyazaki. La mia reazione all'evento, qua sul blog, è stata un po' scomposta. Poco dopo, nel 2010, al cinema in Italia ci è uscito Porco Rosso. Che è un altro dei miei tre film preferiti di Miyazaki. Siamo andati al cinema e, guarda un po', ci abbiamo trovato il Babich. E due zoccole che hanno fatto casino tutto il tempo. La mia reazione qui sul blog è stata un po' più composta. Questa settimana, tre anni dopo, arriva al cinema in Italia l'altro dei miei tre film preferiti di Miyazaki. Quello con Kiki. E io non potrò completare la mia trilogia dei miei film preferiti di Miyazaki visti al cinema, perché non vivo più in Italia. Ora, dimmi te se devo rosicare perché quei fortunelli degli italiani vedono arrivare al cinema un film con ventiquattro anni di ritardo. No, sul serio, dimmelo. Ma roba da matti. Comunque, andateci, guardatevelo, divertitevi, amatelo. Vogliatevi tutti bene in un tripudio di ammore. Questo post è la mia reazione, non so se composta o scomposta.

Sono reduce da una serata in cui ho buttato via un'ora e oltre di lavoro perché non mi ero accorto che il microfono era collegato male. Siamo ben oltre mezzanotte e ho ancora da fare. Abbiate pazienza.

25.4.13

BioShock 2


BioShock 2 (2K Games, 2010)
sviluppato da 2K Marin e i suoi superamici

C'ho questa cosa che ogni tanto mi metto a scorrere l'elenco delle bozze qua su Blogger e mi dico "ma guarda un po' quel videogioco/film/libro/fumetto/serie/ghiacciolo di cui non avevi poi mai scritto o finito di scrivere, che peccato". Sono tante, le bozze lasciate lì a marcire. Sono oltre duecento, per capirci. E talvolta mi vien voglia di recuperare qualcosa, tipicamente perché ne sto giocando/guardando/leggendo il seguito. O qualcosa del genere. A volte semplicemente perché sì. Ho perfino creato apposta il tag "Quasi me ne dimenticavo". E quindi, eccomi qui, fresco di BioShock Infinite (ne ho chiacchierato nell'ultimo Outcast Magazine, per la cronaca), che mi metto a scrivere di BioShock 2. Dicesi avere grossa crisi.

La cosa bizzarra di BioShock 2 è che mentre lo giocavo avevo addosso una sensazione superficiale di meh, della quale sembrava quasi che dovessi convincermi a forza, ma poi, a ripensarci a posteriori, mi sembrava un gioco ben migliore rispetto alle sensazioni provate con il pad in mano. Il fatto è che, almeno in parte, gli mancava la colossale potenza espressiva del primo episodio, e non poteva essere altrimenti. Voglio dire, per quanto quell'avvio fosse davvero bello, per quanto l'atmosfera horror fosse sul serio notevole (il primo incontro con la Big Sister!), per quanto vestire i panni di un Big Daddy fosse a modo suo qualcosa di nuovo - anche se implementato un po' senza le palle di darti il feeling giusto fino in fondo - il già visto non poteva che smorzarti tutto quanto. Arrivare a Rapture e sentirsi a casa, invece che in un luogo soffocante, alieno, assurdo, era proprio l'epitome del tutto sbagliato. In più, nonostante qualche bel momento (l'orfanotrofio!), nonostante una parte finale pazzescamente riuscita, c'era un po' quella sensazione del gioco narrativamente moscio, povero, che prendeva il volo per davvero solo, appunto, nella parte finale, dopo avermi mortificato con quella specie di inguardabile alone viola modello AIDS nelle chiacchierate con l'amica del cuore.

C'era insomma questa sensazione di "a che mi serve, un BioShock, se lo trovo moscio dal punto di vista narrativo, poco evocativo, già visto nell'ambientazione, affaticato nel raccontarmi le pur interessanti tematiche che si porta dietro?". E in parte, eh, ne sono ancora convinto. Il problema, però, è che sono anche ancora convinto che BioShock 2, quello non sviluppato da Irrational Games, sia l'episodio della serie in cui si gioca di più e si gioca meglio. C'è quel che aveva reso interessante la prima uscita, rifinito e declinato meglio. C'è sì già una parziale marcia indietro sul fronte dell'esplorazione, con una progressione più lineare e forzata (per quanto giustificata sul piano narrativo), ma ci sono comunque arene grandi, ben strutturate, capaci di regalare soddisfazioni forti. C'è tutto il sistema di gestione e protezione delle Little Sister, a cui sono stato dietro dall'inizio alla fine, divertendomi come un matto a studiare le arene, piazzar trappole, trovare gli angoli migliori, pianificare e scatenare il caos. Ci sono un sacco di opzioni e possibilità nell'approccio al gioco, al combattimento, che ora della fine magari ti rendono un po' troppo un Papa che passeggia sereno in mezzo a orde di mostri non in grado di toccarti, ma davvero sanno dare tanto. E, soprattutto, non c'è la tragica involuzione arrivata poi con BioShock Infinite. Che è bello, eh, anche bellissimo, però, mabafangule.

Per cui, insomma, alla fine di BioShock 2 ho decisamente un bel ricordo, che mi è pure cresciuto nel tempo, quando mi sono scrollato di dosso le esigenze di "quel che vorrei che BioShock 2 fosse" e mi sono reso conto che, di fondo, si trattava di una roba su cui - se Raptr non mente - ho trascorso 21 ore, divertendomi come uno scemo, sucandomi la fase di estrazione e protezione per ogni singola sorellina e, insomma, spolpandomelo a dovere, seppur senza totalizzare i mille punti come per il primo episodio. E sì, OK, non mi sono cacato il multiplayer neanche di striscio, ma insomma, non lo faccio quasi mai, e comunque non è quello il punto. Quindi sì, BioShock 2, nella mia testolina bacata, è e rimane un gran bel gioco, certamente debole in alcune caratteristiche chiave di quel che dovrebbe essere un BioShock, ma alla fine anche un po' chissenefrega. E dirò di più: pollice altissimo anche per Minerva's Den, DLC di spessore che ha il limite di essere forse un po' troppo more of the same (ma io l'ho giocato mesi dopo, quindi questa cosa l'ho patita poco), però ha anche dalla sua un paio di intuizioni molto riuscite (la parte al buio!) ed è davvero affascinante sul piano narrativo, per il modo in cui di fondo va a chiudere la trilogia di Rapture. Eppoi quanto è bello quel Big Daddy con la faccia da Bomberman in copertina?

Fra l'altro, quando ho intervistato i tizi di 2K Marin all'E3 2011, tutto incuriosito dalla presentazione del loro XCOM che, oh, OK il tradimento, ma secondo me aveva un sacco di spunti affascinanti, io glie l'ho proprio detto che, sì, va bene, il more of the same, il riciclo, ma sul piano del gameplay avevano cacato in faccia a Irrational Games. "Eh, grazie".

24.4.13

By the hammer of Thor!


OK, primo trailer della prima roba Marvel post-The Avengers che non si intitola Iron Man 3.



Impressioni veloci, ché sono in trasferta, ho da fare e ho dormito tre ore:
- discreta e potente sensazione di sticazzi;
- mentre da un lato Gwyneth Paltrow la infilano da tutte le parti, dall'altro Natalie Portman ha fatto i capricci, non voleva tornare e probabilmente hanno infilato a caso una scena in cui la ammazzano e poi Thor va a deprimersi a capo chino su un colle;
- Kat Dennings si fotografa le tette col cellulare;
- le armature luccicanti sono sempre una gioia del trash;
- a metà trailer, Jaimie Alexander fa chiaramente lo sguardo "scusa, hai a disposizione quel gran pezzo di cavalla della sottoscritta, che incidentalmente è pure una dea, e devi andare a piantar casini sulla terra per trombarti quella nana umana, che oltretutto neanche ha voglia?". Dalle torto;
- Tom Hiddleston, nonostante un look improponibile per dare l'impressione di quello che ne ha passate tante, sta velocemente diventando uno che dove lo metti ti salva il film.

Si intitola Thor - Il mondo oscuro, è diretto da uno che fa i telefilm, arriva a novembre.

23.4.13

Andiamo a Berlino, Beppe!


Mentre queste righe vengono pubblicate sul blog, io sono a Berlino, mi sono già auspicabilmente messo alle spalle la ricerca dell'albergo e mi sto organizzando sul da farsi. Son qui fino a venerdì sera, per seguire una serie di eventi legati ai giochini elettronici. Si tratta di una roba cui normalmente, forse, non avrei prestato molta attenzione, ma, già che vivo in Germania, perché no? L'evento nel complesso si chiama DGT 13, ma io seguirò principalmente la sezione Quo Vadis e, l'ultimo giorno, mi farò un giro al museo del videogioco di Berlino, che fra l'altro per l'occasione ospita la Gamefest. Fra le altre cose che si svolgono a Berlino in questi giorni c'è pure un festival indie a due passi dal mio albergo, e non mi spiacerebbe riuscire a fare un salto, ma insomma, vediamo, che vado solo e abbandonato.

A Berlino ci sono già stato nell'estate del 2009, quando ho unito utile, comodo e dilettevole assemblando una settimana di vacanza in loco attorno al concerto dei Pearl Jam, per poi saltare su un aereo e dirigermi a Colonia per la Gamescom. Era la mia prima volta in Germania e l'idea di finirci a vivere era ancora qualcosa di del tutto inesistente. Pensa un po' come vola il tempo. Comunque, di Berlino ho un bel ricordo e sicuramente mi fa piacere tornarci, anche se poi non è che avrò particolarmente tempo per girare. Di certo, comunque, mi fa piacere avere un'occasione per visitare il museo di cui sopra, dato che all'epoca non sapevo della sua esistenza e non ci ero stato. Ad ogni modo, scriverò e parlerò di quel che vedo e sento su IGN, presumibilmente già da stasera, e poi, sabato, piglio e me ne parto per una settimana di ferie, e chi s'è visto s'è visto. Quel che accadrà al blog fra questa settimana e la prossima, beh, lo scopriremo solo vivendo. Qualche post già pronto ce l'ho, poi boh.

In tutto questo, Iron Man 3 esce mentre sono in ferie. Mi raccomando niente spoiler!

22.4.13

9 Luglio 2001


Cosa stavate facendo il 9 Luglio 2001?

Probabilmente non ve lo ricordate. Io si. Siamo in tre a ricordarlo: Io, Goran Ivanisevic e suo padre, che riconoscete con la barba e i baffetti grigi nel video di pochi minuti che vi agevolo. È un video che andrebbe gustato con calma, sorseggiando magari un cognac, quindi vi proporrei di posticiparne la fruizione a stasera, quando sarete davanti al dispositivo post-pc di casa, e non tra le mura invisibili dell’ufficio open space. Che poi la gente vi vede chiagnere e non è bello.

Goran, 29 anni e dieci mesi nel luglio del 2001, occupava la posizione 125 nel ranking mondiale ATP. Non aveva insomma la classifica adatta a partecipare al torneo di Wimbledon, ma ne fu protagonista per una di quelle irriducibili tradizioni che gli Inglesi impongono al resto del mondo con la spocchia di chi sa di avere inventato regole e gioco: la Wild Card. Era insomma stato “invitato” a partecipare, a discapito di qualcuno meglio piazzato di lui, probabilmente impegnato, in quelle due settimane, a smadonnare contro la regina remando sulla terra del sempre interessantissimo e contemporaneo torneo di San Marino.

Goran venne invitato perché era brutto fare il torneo senza di lui. Negli undici anni precedenti, questo spilungone, noto per tirare dei bolidi da 190 all’ora sia sulla prima che sulla seconda, era stato una presenza fissa nelle finali e nelle semifinali del torneo. Nelle finali e nelle semifinali di un botto di tornei, invero, perché Goran arrivava sempre lì, ad un passo, per poi prendere gli schiaffi da Boris, da Stefan e soprattutto, soprattutto, da Pete. Alcuni romantici potrebbero sottolineare come il buon Goran, un croato tanto superstizioso quanto sveglio e imprevedibile durante le interviste post partita, spesso si battesse da solo: bombardava per due set il malcapitato avversario, gli strappava un paio di servizi con delle risposte sparacchiate verso le righe e poi si incartava su la più banale delle cazzate. Bastava uno starnuto dell’arbitro a fargli perdere la testa. Iniziava a smoccolare contro i piccioni, le cavallette australiane, lo strabismo dei guardialinee e buttava via in dieci minuti di follia tutto il vantaggio accumulato precedentemente, consegnandosi agli avversari. Questa innegabile attitudine gli fece perdere molti match già vinti con avversari a lui inferiori, ma la verità è che il gioco di Goran non era all'altezza di quello dei suoi mitici rivali. Pete dei 30 ace a partita tipicamente sparati dal croato negli angoli se ne sbatteva, gestiva i suoi turni di servizio passeggiando e aspettando il passo falso dello spilungone, afflitto dalla più terribile delle debolezze attribuibili ad un tennista: il braccino.

Insomma, quando si arrivava alla stretta finale, Goran si cacava sotto. Visto che il suo colpo più sicuro era il servizio, questo cacarsi sotto si rifletteva, il più delle volte, nel tirare un bolide anche sulla seconda, consumando per anni le palle break avversarie a botte di ace o doppi falli. Il problema è che i doppi falli arrivavano spesso anche sui match point a suo favore, perché Goran, come sanno bene tutti i tennisti ansiosi messi alle strette, smetteva di respirare, di muoversi, di inviare al cuore gli impulsi involontari indispensabili al sostenimento della vita, mentre dall’altra parte Pete continuava a sentire nella testa solo il tema principale dell’anello del Nibelungo, perché insomma, sei Achille, figlio di Teti, probabile cugino di Marte e Apollo, cazzo te ne frega di queste problematiche mortali.

E quindi Goran arriva a Wimbledon con l’intenzione di accattare due sghei in quelli che lui considera gli ultimi mesi della sua poco memorabile carriera. Anni prima, da giovane, aveva avuto le sue chance, ma non le aveva raccolte. Aveva vinto qualche torneo di quelli importanti, quelli più utili per il conto corrente che per la gloria, ma si era rassegnato all'idea che gli Slam non fossero roba per lui, e la stessa cosa pensavano i suoi fanz.


A normal day at the office.


Entrò in campo, su uno dei campi laterali, senza essersi allenato. Per sua stessa ammissione, le sue Head erano parcheggiate nel borsone da un bel po’, quindi il match contro tale Jonsson fu affrontato con uno spirito a lui non inedito: lo scazzo. Poi al secondo turno, visto che sei il numero 125 del mondo, presente solo perché amico degli organizzatori, ti capita già il tostissimo Carlos Moya, che però sta all'erba quanto il maiale di Clooney sta alla fisica quantistica, e quindi bon. Al terzo turno, ciao, c’è Roddick. Il tuo già affermatissimo erede bombardiere. Ha dieci anni meno di te, serve come e meglio di te, ha un diritto che passa sopra il tuo e fa il giro due volte, quindi preparati al saluto di commiato verso il pubblico.

Ma ecco cosa succede: Goran entra in campo senza aspettative, senza speranze, senza nulla da perdere. Lo scazzo scorre potente in lui. Scorre come scorrono i giochi, mentre Roddick aspetta l’inevitabile arrivo della mattana per mettere fine alla questione. Finisce un set e niente, Goran tranquillo. Viene archiviato anche il secondo set. Al terzo finalmente si intravede la mancanza di allenamento, la partita sembra cambiare aspetto ma niente, lo scazzo continua. Lo scazzo mantiene la catapulta di servizio croata fluida, letale, asfissiante. Andy guarda il suo allenatore sugli spalti tacitamente chiedendo lumi riguardo a questa inattesa novità. Poi va negli spogliatoi con l’aria di chi non ha capito cosa sia successo. Il turno successivo la stessa perplessità investe Rusedski, erbivoro doc.

Probabilmente in un quintiliardo di dimensioni parallele la storia finisce qui, con Achille che incontra Scazzo sulla sua strada e *splat*, lo riduce a una macchia di sangue sul prato. Ma noi siamo i fortunelli della dimensione giusta e assistiamo ad un imprevedibile quanto assurdo evento: nei quarti non c’è Pete, perché Pete è stato sconfitto due turni prima. Da uno svizzero mai sentito nominare.

Non vale nemmeno la pena di tirare in ballo quel match. Ha come coprotagonista un elvetico che fa la partita della vita e ribatte colpo su colpo, ignorando il suo ruolo nel cosmo, alle ineffabili maestrie di Achille. Un po’ come se Ettore quel giorno si fosse svegliato sentendosi Superman. Ovviamente, poi, il match dopo si sveglia di nuovo Ettore e bon, perde con quella mezza sega di Henman, quindi sto Doganiere possiamo pure dimenticarcelo, tanto non ne sentiremo mai più parlare.

Henman ha tutto il tifo dell’impero alle sue spalle. Sa che è la sua occasione, cerca di buttarla sul’epico andante vincendo secondo e terzo addirittura con un 6–0 e poi *sbram*, lo scazzo gli passa sopra come un caterpillar.

Poi uno dice.

E siamo al 9 Luglio 2001. Volete che vi descriva l’avversario di Goran come un fenomenale campione del male, imbattuto e imbattibile? Se volete lo faccio, ma Patrick Rafter è solo un tostissimo volleatore. Uno perfetto per i campi veloci, quindi a suo agio sull'erba  ma più forte sul cemento, dove ha già vinto uno US Open. L'australiano, fisico, faccia e pacioso carattere usciti direttamente da Un mercoledi da leoni, ha sconfitto in semi Agassi, perché insomma, 'sto film della Disney ce lo siamo proprio studiato bene, ma non rappresenta il problema principale per Goran.

Il problema per Goran è che, una volta arrivato in finale, lo scazzo è scomparso. Goran sa di essere la più delirante Wild Card della storia. Goran entra in un centrale tramutato, da una opera di bagarinaggio civile, in una Zagabria ripiena di croati esaltati come neanche nei giorni dell’invasione mongola del 1242. Goran vede anche suo padre vicino al Royal Box, lo stesso baffetto grigio che negli anni ‘80 lo scarrozzava in macchina per l’Europa, chiedendogli di dormire sui sedili per risparmiare tra un torneo giovanile e l’altro. 

Goran il cacasotto vive il suo peggior incubo: può perdere di nuovo davanti a tutta la Croazia, a papà, a me, che guardo 'sta partita dalla TV di un hotel esotico e ho più strizza di lui. 

È così in paranoia che non si taglia la barba dall'inizio del torneo, usa sempre gli stessi calzini, lavati dalla stessa cameriera dell’hotel. Gli stessi pantaloncini, la stesa limo e lo stesso autista per arrivare. Chiede agli organizzatori che sia sempre lo stresso steward ad accompagnarlo. Mangia a colazione, pranzo e cena le stesse cose per due settimane e quando entra in campo si fa più segni della croce lui che tutta la chiesa ortodossa nell'ultimo secolo.

Io vi mostro l’ultimo gioco di quel match di cinque set e voi dovete guardarlo con attenzione. Dovete vedere come Goran sparacchi fuori la volèe del primo punto, una roba che io, voi, chiunque, non avremmo sbagliato nemmeno con la sinistra. 

Dovete guardare il pallonetto di Patrick che esce di pochi millimetri, mentre il croato guarda la palla terrorizzato. Dovete osservare come gli cedano le ginocchia sul doppio fallo successivo, i muscoli ridotti in gelatina dalla consapevolezza di essere giunti a quel momento li, quello che ti definisce come persona. Dopo oggi non potrai essere che due cose: il ricco perdente che non vinse mai uno slam, oppure “Papà, ho vinto Wimbledon”.

Dovete guardare i doppi falli successivi, gli Ace accolti da una esplosione assordante. Dovete guardare il coraggio di Patrick che risponde con un lob perfetto alla tua altrettanto perfetta volèe. Le palle nei pressi delle righe sui match point, il pubblico che ad un certo punto urla su qualsiasi cosa, Goran che implora i raccattapalle per riavere la stessa pallina, perché basta ancora un punto, solo uno dai dai dai, ti prego. 

Poi dovete dirmi grazie.



Davide "Quedex" Giulivi ogni tanto si ricorda di avere uno spazio riservato sul mio umile blog e mi omaggia di questi post meravigliosi. Se volete leggere tutto quel che c'è qua dentro firmato da lui, basta cliccare sul tag Quedex qua sotto. O anche qui, tipo.

 
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