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24.5.13

Il grande Gatsby


The Great Gatsby (USA, 2013)
di Baz Luhrmann
con Leonardo di Caprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Elizabeth Debicki

Con Baz Lurhmann ho un rapporto difficile. Ci vogliamo bene, c'è sicuramente grande stima e alla fine coi suoi film mi diverto sempre un sacco. Ho trovato del positivo perfino in Australia, che diamine! E sì, probabilmente Moulin Rouge è la sua cosa che mi è piaciuta di più, nonostante resti comunque convinto che in un simile carnevale totalmente e splendidamente fuori controllo diventi difficile farsi trascinare dai personaggi, dall'umanità, dal melodramma (che pure a Luhrmann piace da matti, e lo si vede da quanto ci spinge su fortissimo), perché si è troppo rapiti dal delirio che ti riempie occhi e orecchie. Insomma, tutto bellissimo e travolgentissimo, ma allo stesso tempo anche tutto un po' bizzarramente storto e non convincente fino in fondo. Fermo restando che, comunque, gli si vuole bene. Anche perché come fai a non voler bene a uno che tira fuori cose come l'Elephant Love Medley? Ecco.

Per questo motivo i trailer di Il grande Gastsby, ogni volta che mi apparivano davanti nel mio cinema di fiducia, anche (soprattutto, guarda) in versione 3D, mi mettevano addosso una fotta che levati. Male che vada, si sta per un paio d'ore con occhi e orecchie spalancati. Ed è andata così? In parte sì, ma non fino in fondo. Da un lato, è sicuramente così: soprattutto nella sua prima metà, ma tutto sommato anche fino in fondo, Il grande Gatsby è quel tripudio di messa in scena vibrante, colorata e assurda che ci si aspetta da Luhrmann. Ha quel taglio un po' pazzoide, quell'uso delizioso della dissonanza creata da una colonna sonora moderna che racconta con le sue parole personaggi ed eventi di un mondo antico, quell'appoggiarsi a una comicità slapstick semplice e che comunque pochi riescono a infilare in maniera tanto efficace in un contesto che sembrerebbe non poterla ospitare. In sostanza, propone quell'immaginario (audio)visivo lì, estremo, seducente, riconoscibile. E fa pure un bell'uso delle tre dimensioni, come solo un autore capace di raccontare qualcosa con la sua macchina da presa è in grado di fare. Allo stesso tempo, però, c'è anche l'impressione che il Baz abbia cercato di limitarsi, di moderarsi, di controllarsi. Non c'è quel senso di totale tripudio fuori controllo e un po' a cazzodecane che rendeva tanto affascinante, ben oltre i suoi limiti, Moulin Rouge. Magari è per un senso di sudditanza nei confronti del testo originale, magari è per convinzione del regista che quel testo andasse trattato in questa maniera, magari è perché i produttori gli han tirato una cinquina sul coppino o magari è semplicemente capitato e non è quel che voleva Luhrmann, ma l'impressione c'è.

E dunque? E dunque si rimane lo stesso a bocca aperta di fronte a questo mondo completamente folle, ma sembra sempre che arrivi lì sul ciglio, stia per gettarsi e decollare definitivamente e poi torni indietro, o magari caschi proprio nel baratro. Il che, volendo, potrebbe essere pure del tutto voluto, perché in fondo legato a doppio filo all'essenza della storia di Gatsby e di tutti quelli che gli girano attorno. Il paradosso, però, è che tutto questo maggior controllo non riesce comunque a cancellare fino in fondo - o perlomeno non ci è riuscito con me - i problemi in termini di coinvolgimento emotivo e di resa melodrammatica di cui parlavo là sopra. Perché comunque rimane questo filtro di esperienza visiva barocca che finisce un po' per staccare dai personaggi. A fare da ponte, in compenso, ci pensa un cast pazzesco. Di Caprio è fuori dalla grazia di Dio, perfetto nel tratteggiare un uomo che di fondo è lui per primo attore impegnato nell'interpretazione della vita. Ma anche Tobey Maguire è eccellente nel dare spessore al solito personaggio esile che pare condannato a interpretare, Carey Mulligan è una splendida Daisy, donna fondamentalmente vuota, splendido sorriso e voce fatata a nascondere la sua pochezza, e Joel Edgerton è un sorprendentemente efficace Tom Buchanan. E poi c'è Elizabeth Debicki, pseudo-esordiente ed eccellente metro e novanta scarso che ruba la scena a tutti e voglio sposare domani.

L'ho visto qua a Monaco, al cinema, in lingua originale e in 3D. La lingua originale merita totalmente, perché sono tutti davvero tanto bravi e la voce è metà del lavoro. Il 3D, pure, merita, solido, potente e interessante nel modo in cui costruisce la scena, però va anche detto che il montaggio frenetico usato da Luhrmann in alcuni momenti  - soprattutto durante le feste, nella seconda metà di film si tranquillizza un po' - può rendere la visione in treddì un po' faticosa e magari molto faticosa per chi tende a patirlo.

23.5.13

Star Trek


Star Trek (USA, 2009)
di J. J. Abrams
con Chris Pine, Zachary Quinto, Eric Bana e un sacco di altra gente

Quand'ero piccolo e tutti mi scherzavano, per me, Star Trek era quella serie televisiva vecchia, buffa e un po' strana, che guardavo affascinato quando mi capitava davanti, anche se "a pelle" temevo sempre fosse un po' troppo vecchia, buffa, barbosa. Eppure, quando capitava, la guardavo, rapito. Quando ero un po' meno piccolo e comunque tutti ancora mi scherzavano, Star Trek: The Next Generation fu amore totale. Il primo telefilm che abbia davvero seguito in maniera maniacale, di settimana in settimana, registrandomi le puntate sulle videocassette, organizzando le maratone con gli amici nerd, gasandomi sugli episodi migliori, azzardo quasi a dire commuovendomi su quel finale al tavolo da poker. Quello, per me, è e sempre sarà Star Trek. Deep Space Nine l'ho apprezzato molto, sulla distanza, ma perso di vista prima della fine perché era un periodo in cui mi ero rotto le palle di seguire le cose in TV e non c'era ancora la comodità del cofanetto DVD. E per gli stessi motivi ho appena sfiorato Voyager ed Enterprise. Poi chiaramente i film, visti tutti, qualcuno apprezzato tantissimo, qualcuno meno, ma in fondo bene o male sempre divertito, tranne con Insurrection, che davvero guarda al confronto m'era sembrato bello il primo prequel di Star Wars.

Ecco, io sono questo genere di fan qui, per Star Trek, uno che ha amato alla follia The Next Generation e apprezzato, pur senza mai esserne rapito, le varie altre incarnazioni. In più sono uno che non si infastidisce mai mai mai per le reinterpretazioni, i reboot, le modifiche, i ritocchi, gli adattamenti e via dicendo, anzi, mi diverto troppo a vedere cosa cambiano. E infatti, probabilmente, ero lo spettatore ideale per lo Star Trek di J. J. Abrams. Sufficientemente ferrato e amante di Star Trek per riconoscere i riferimenti, le citazioni, le strizzatine d'occhio, totalmente non spaccamaroni per chi sceglie di cambiare cose, spirito, feeling, anzi, più che aperto a vedere cosa si inventavano. Tant'è che quando finalmente l'ho guardato, in ritardo colossale, qualche tempo fa, mi ci sono divertito come un matto, trovandolo per altro molto più Star Trek di quanto molti appassionati di Star Trek sostenessero. E anzi, da malato di continuity quale sono, ho pure apprezzato tantissimo la scelta di non limitarsi a brasare tutto per ripartire da zero e usare invece il cheat, il paradosso temporale che giustifica qualsiasi modifica, qualsiasi cambiamento Abrams e il suo circoletto di amici decidano di ideare e permette comunque di considerare il tutto ambientato nello stesso universo. E di infilarci Leonard Nimoy, che è tanto cicci e gli vogliamo bene.

Ma soprattutto mi son trovato davanti a un film spettacolare, divertente, dal look moderno ma anche rispettoso della fonte originale (o quantomeno dell'immagine che di quella fonte io ho ancora in testa, che poi è la cosa fondamentale) e carico di simpatico umorismo. E con un cast deliziosamente azzeccato nella scelta degli attori, tutti bravi e in parte, tutti deliziosamente a metà fra l'omaggio e lo sviluppo di un'interpretazione propria. Poi, chiaramente, i vari personaggi di supporto non hanno molto da fare, come è sempre inevitabile in un film di Star Trek, ma secondo me - attenzione - fanno comunque in larga parte una figura ben migliore di quanto facessero in quasi tutti gli altri film e, spesso, anche nella serie TV. Fondamentalmente mi fanno venire voglia di guardarla, una serie TV con loro protagonisti. Poi, certo, c'è tanta azione e molto poco tecnoblabla, con magari in questo un lieve "tradimento", anche se, oh, Kirk non era Picard e io me lo ricordo bene, quando tirava i doppi calci volanti o si esibiva nel combattimento più brutto della storia. E poi ci sono, inevitabilmente, mille piccoli dettagli e cose che i "veri" Kirk e Spock non avrebbero mai fatto e che sono solo in parte giustificabili con la linea temporale presa a testate da Eric Bana, ma Chris Pine e Zachary Quinto sono - per quanto mi riguarda - dei giovani Kirk e Spock perfetti e il film, pur con la sua trametta prevedibile e il suo cattivo un po' sprecato, è affascinante in quel che è il compito principale di un (più o meno) prequel: raccontare il prima, mostrare quei due grandi amici quando, sostanzialmente, non si conoscevano e non si sopportavano. Insomma, per me, vittoria quasi totale e uno fra i migliori film di Star Trek. Anche se non è che per essere considerato tale ci voglia molto, considerando che quelli davvero belli senza se e senza ma sono due o tre.



Come detto, ho visto questo film con parecchio ritardo, ma comunque qualche mese fa. Non ne avevo mai scritto perché vai a sapere, ma m'è venuta voglia di farlo adesso perché l'altra settimana ho visto il seguito. Che mi è piaciuto altrettanto, pur con un paio di ma.

22.5.13

Pioggia di trailer


Son giorni frenetici, qua, con tutto 'sto bordello sugli annunci di Microsoft e l'E3 che si avvicina. E quindi oggi gestiamo il quotidiano appuntamento sul blog con una serie di trailer che l'internet ha voluto regalarmi col solito, perfetto, tempismo. Iniziamo dal nuovo trailer di The Wolverine / Wolverine - L'immortale.



E niente, onestamente non so cosa aspettarmi. James Mangold mi ispira un po' di fiducia, ma non ci vedo nessuna garanzia totale. A giudicare dal trailer potrebbe venirne fuori tanto una roba guardabile quanto una cacata indecorosa.  Ho l'impressione che ci saranno un paio di combattimenti anche potenzialmente ganzi, però, boh, magari sbaglio. Vedremo. Andiamo avanti, comunque, con il nuovo trailer di Man of Steel / L'uomo d'acciaio. Quello in cui si scoprono gli altarini.



Ed è abbastanza il trailer del "sì, OK, Superman, l'alieno, le tematiche importanti, il pesce fuor d'acqua, il dramma umano, ma è comunque un film di Zack Snyder, volano le pizze e saranno pizze fortissime, di quelle che tirano giù palazzi e fanno esplodere mondi". Snyder non so se mi ispiri fiducia o morte intestinale, ma insomma, sono quantomeno curioso. Proseguiamo con Byzantium, trailer uscito in realtà da tempo e di cui mi sono accorto solo adesso, abbiate pazienza.



E niente, un film sui vampiri dal regista di Intervista col vampiro (a cui continuo ancora oggi a volere un discreto bene) e in cui le vampire sono Gemma Arterton e Saoirse Ronan. Di base, venduto, prima ancora di guardare il trailer. Gemma. Sigh. Detto questo, il trailer, onestamente, non mi piace quasi per niente. Però Gemma. Sigh. Ma proseguiamo con il trailer di V/H/S 2.



Del V/H/S originale, che al momento non credo sia ancora uscito in Italia ma non dubito arrivi prima o poi d'estate, ho scritto a questo indirizzo qua. In pratica, era una raccolta di cortometraggi più o meno horror in stile found footage, tenuti assieme da un pretesto narrativo pure lui in found footage. A dirigere, un gruppetto di amici che si vogliono tanto bene. Questo seguito è sostanzialmente la stessa roba, con un set di registi quasi del tutto nuovo e che include il peccatore originale Eduardo Sánchez (co-regista di The Blair Witch Project) e scelte quantomeno peculiari tipo il regista di The Raid e quello di Hobo With a Shotgun. Il trailer mi piace, fino a metà è abbastanza anonimo, poi diventa un frullato di cose horror a caso e gente che muore male tutta in fila. Vedremo. Chiudiamo con il nuovo trailer di The World's End / La fine del mondo, uscito nell'internet proprio mentre scrivevo questo post.



Voglio. Fortissimamente voglio.

Torno a scrivere/tradurre/registrare cose su 'sta console di cui non me ne frega nulla.

21.5.13

La casa (2013)


Evil Dead (USA, 2013)
di Fede Alvarez
con Jane Levy, Shiloh Fernandez, Lou Taylor Pucci, Jessica Lucas, Elizabeth Blackmore

Ci sono film che crescono nel ricordo. Sono quelli che più ci pensi e più ti accorgi che durante la visione non ti stavi rendendo conto di quanto davvero ti piacesse quel che guardavi. Per dire, un caso netto nella mia nebbiosa memoria, chiaramente per quanto mi riguarda, è Il petroliere, che mi era piaciuto parecchio al cinema, ma poi, ripensandoci nelle settimane successive, m'era cresciuto a dismisura, scavandosi un posticino bello caldo nel mio cuore. Ecco, il remake di Evil Dead è più o meno il caso opposto. Mentre lo guardavo, pur con qualche se e qualche ma, mi ci stavo moderatamente divertendo. Subito dopo il termine della visione ho già cominciato a ritrattare. A distanza di una settimana sta pericolosamente vacillando sul baratro della cacata. Temo che a ripensarci fra qualche anno farò finta di niente. Ora, mi rendo conto che il paragone fra Il  petroliere ed Evil Dead non ha molto senso, ma in fondo il punto sta tutto nel peso specifico. Il film di Anderson m'aveva lasciato addosso un senso di densa pesantezza, che piano piano s'è srotolata nel mio cervello, mentre quello di Alvarez m'ha lasciato addosso un senso di leggerezza allucinante, neanche avessi appena finito di guardare una commedia romantica con Julia Roberts.

Ecco, 'sto Evil Dead è un film in cui vengono versati ettolitri di sangue, si fa a fette la gente con taglierini e motoseghe e c'è un florilegio di protagonisti che muoiono malissimo, eppure non rimane addosso neanche una punta di disagio vero. Solo una sensazione di bizzarra, incomprensibile e totalmente fuori posto leggerezza. Splatter da tutte le parti e ti senti come se avessi guardato il nuovo film dei Puffi. Ora, chiaramente, è anche una questione di sensibilità personale e non dubito che una persona poco avvezza all'horror (o anche semplicemente un'altra persona) possa uscirne impressionata/spaventata/disgustata, ma non è quello il punto. Il punto è che non si tratta di un pessimo remake - s'è visto ben di peggio - e anzi, è un'operazione condotta con rispetto e diligenza (d'altra parte c'erano Raimi e Campbell a tirare i coppini ad Alvarez), che butta sul piatto uno splatter sanguinolento e fisico, senza eccesso di computer fra le palle, e tutto sommato propone in ambito mainstream cose che l'horror mainstream non ha sempre il coraggio di fare. E quindi? E quindi manca di polso, manca di equilibrio, manca di convinzione, manca di coraggio, manca di personalità. Tutte cose che l'originale aveva a pacchi. Oddio, magari l'equilibrio no, ma insomma.

Ma anche senza stare a fare confronti, ché onestamente è sempre l'ultima cosa a cui mi interesso, il problema rimane. L'impressione mia, soprattutto, è stata di trovarmi davanti a un film che provava a proporre l'Evil Dead originale, tutto serio, splatterone, cupo e chiaramente adattato a un'estetica fighetta moderna, ma sotto sotto, magari anche senza rendersene troppo conto, non riusciva a dimenticarsi dell'esistenza di Evil Dead 2. E quindi, di fianco alla "seriosità", c'è la cialtronaggine del defibrillatore, della motosega, del biondo che fa da puntaspilli, di "Ash" che aggiusta tutti col nastro isolante, delle smargiassate dette in faccia ai demoni, delle armi raccolte al volo col colpo d'anca e di tutta la sbroccata finale, in cui la cosa diventa proprio palese e ti aspetti che da un momento all'altro si apra il portale sul passato di L'armata delle tenebre. Il problema, però, è che il risultato è una roba un po' insapore, che non funziona fino in fondo né in un senso né nell'altro, perché non ha la forza di abbracciare per davvero nessuna delle due vie. E in più ci appiccica sopra le strizzate d'occhio "obbligatorie" e che sembrano buttate lì un po' a caso, tipo le soggettive, la carcassa dell'automobile o la cosetta - anche simpatica, eh! - sui titoli di coda. Il risultato non è che faccia pietà, anzi, strappa due risate e scorre via tranquillo. Ma appunto: scorre via tranquillo, non azzarda niente e non lascia nulla addosso, se non questo forte senso di vuoto spinto: non è l'horror pesante, non è la cialtronata, che è? Nulla. Si accendono le luci in sala, hai l'impressione di esserti anche divertito, ma poi ti rendi conto che "Oddio, che è successo? È finito? M'ero distratto un attimo. Aspetta, no, cacchio, caspita... ma che ho visto?".

Il bello è che alla fine non riesco a capire se ne ho parlato bene o ne ho parlato male. Ma mi è piaciuto? Non lo so, chi lo sa. Poteva andare peggio, questo sempre.





SPOILERISSIMO







Una cosa che ho apprezzatto, lo ammetto, è il ribaltamento finale. L'uso che viene fatto del defibrillatore è un po' triste, ma ne deriva un bel ribaltone e forse l'unica cosa non troppo prevedibile del film, con il presunto Ash che tira le cuoia e la posseduta che diventa, di fatto, il vero Ash, per poi dare definitivamente spazio alla cialtroneria. Anche se, pure lì, tutto quel casino sul male cazzutissimo da evocare facendo fuori cinque anime e poi, il maligno, quando arriva, è una doccia di sangue e un demonuccio uguale a tutti i posseduti che si fa fregare con due colpi di motosega? Bah. 

20.5.13

La madre


Mama (Spagna/Canada, 2013)
di Andrés Muschietti
con Jessica Chastain, Megan Charpentier, Isabelle Nélisse, Javier Botet, Nikolaj Coster-Waldau

Un tizio biondo che recita in un telefilm fantasy pieno di gente che tromba è il classico bravo padre di famiglia bello, buono e così brava persona che un giorno sbrocca, ammazza tutti i colleghi, va a casa, ammazza la moglie, scappa nel bosco, si rifugia in una casa abbandonata con le due figlie piccole e si prepara ad ammazzarle, per poi suicidarsi. Solo che l'agenzia governativa di Quella casa nel bosco ha fatto casino e ha piazzato per sbaglio in quella casa in quel bosco la fantasma di Ju-On. Dopo aver fatto fuori il biondo degenere, la juonna, affascinata dal sogno americano, decide di trasformare il suo rancore in amore materno e si rifà una non vita allevando le due bimbe in quella casa in quel bosco. Passano cinque anni e le bambine - ormai diventate due gremlin che si cibano di ciliege e scoiattoli - vengono trovate e salvate dal fratello gemello del biondo, che decide di adottarle e crescerle assieme a una Jessica Chastain punk fallita che a trentacinque anni fa la bassista coi capelli tinti di nero in un gruppo di sfigati perché non vuole sentirsi vecchia, non vuole figli e ha lo spirito ribelle. Jessica finirà per affezionarsi ai due mostri, la juonna non gradirà, seguiranno scenate di gelosia ultraterrena.



La madre, che ho visto solo la scorsa settimana perché in Germania è uscito con un mese di ritardo e proprio quando io stavo per andare in ferie, è il film d'esordio di Andrés Muschietti, uno che si è fatto notare da Guillermo Del Toro perché aveva realizzato il cortometraggio che ho piazzato qua sopra (introdotto per l'appunto da Ciccio Pasticcio Del Toro) e urlava ai quattro venti: "Guardate che bello, datemi i soldi per costruirci attorno un film d'esordio!". E Guillermo ha fatto quello che fa di solito: gli ha dato retta, gli ha dato i soldi, gli ha prestato il nome da mettere sul manifesto e gli ha spiegato che non doveva limitarsi a fare un horror, ma doveva infilarci il melodramma, le metafore, la poesia e il finale se non deprimente quantomeno agrodolce. Ne è venuto fuori, per l'appunto, La madre, vale a dire un film horror che si gioca tutto sul mescolare una storia piena di gente triste, madri inadeguate, cose che fanno abbastanza paura, Javier Botet truccato da juonna che si muove strano e mette angoscia, il cortometraggio qua sopra rifatto tale e quale, un po' di "buh" abbastanza ben piazzati e i soliti inserti fatti al computer che rovinano tutto e mi ammazzano completamente la voglia di vivere.

Di diverso rispetto ad altre operazioni simili, La madre ha soprattutto il regista e l'attrice. Il regista, nel senso che Muschietti, sì, OK, il melodramma, però c'ha proprio voglia di far paura e tira fuori un film che comunque ai suoi toni inquietanti e ai suoi spaventelli ci tiene. Il genere è quello "provo a farti cacare sotto senza far succedere nulla", in un tripudio di momenti tutti all'insegna del vedo/non vedo, in cui pare sempre stia per succedere l'apocalisse e poi non capita niente, ma nel frattempo te ne sei stato cinque minuti in ansia. Nulla di clamoroso, ma solido, ben fatto e con qualche bella scena che ti vien da dire "apperò!", tipo quella della coperta o il flashback FPS. L'attrice, nel senso che Jessica Chastain non si limita a staccare l'assegno con sufficienza, si mette d'impegno ed essendo proprio brava, riesce a nobilitare un personaggio che in mano ad altre sarebbe stato la solita macchietta inutile e insopportabile da film horror. Quindi bene, nonostante, come detto, si metta in mezzo il grande flagello dell'horror moderno, la computer grafica pezzente che svilisce e ridicolizza qualsiasi tentativo di far paura.

Poi ho visto il remake di La casa, che sul momento mi ci sono divertito, ma più ci penso e meno mi piace, però quantomeno limita le stronzate pixellose.

19.5.13

Quo Podcast


Questa settimana abbiamo pubblicato un podcast con una fra le copertine più inquietanti della storia. Son cose belle. Al suo interno, io e Braincoso chiacchieriamo per tre ore circa della manifestazione Quo Vadis 2013 e del museo del videogioco di Berlino. Lo trovate a questo indirizzo qua. Se l'argomento vi interessa particolarmente, trovate la copertura che ho dedicato alla cosa su IGN a quest'altro indirizzo qua.

E intanto forse arriva il nuovo Outcast Sound Shower. O forse no.

18.5.13

Scudo televisivo più approfondito


L'altro giorno ho segnalato qua dentro il primo trailerino di Agents of S.H.I.E.L.D., il telefilm Marvel dedicato all'agente Coulson e ai suoi simpatici superamici. Poi, però, è uscito il trailer vero, che mi sembra un ottimo modo per riempire, seppur in ritardo, questo sabato mattina di blog.



E che dire, onestamente, come trailer, mi sembra eccessivamente lungo e un po' impacciato, però tutto sommato ci vedo premesse positive, oltre a un paio di battute che mi fanno molto ridere e a Gunn che mi fa nostalgia. Anche se devo ammettere che il mio ottimismo non deriva tanto dal quel che si vede qui sopra, quanto dal fatto che Joss Whedon il telefilm di supereroi l'ha già fatto tanti anni fa, seppur camuffato da altro, ed era bellissimo. Comunque, vedremo. Di martedì, in autunno.

Fra l'altro ultimamente ho ripreso a leggere un po' di fumetti Marvel, così, a caso. E mi sento a casa.

17.5.13

Ha la mente di Tetsuya ma tutto il resto fa da sé


E niente, questa settimana va così, pago lo scotto di aver trovato la forza necessaria a scrivere un post sull'Oman e non riesco a scrivere nient'altro di sensato. Mi giunge comunque in aiuto il mondo del cinema: stamattina, su IGN ammerigano, ho visto spuntare un altro trailer di Pacific Rim.



Che poi alla fine sono le immagini del trailer dell'altra settimana, rimontate in maniera diversa, con qualche pezzettino in più o in meno e con un tono più da dramma epico. Quindi ottimo, dai. C'è però una cosa fondamentale che non ricordo di aver visto prima (e magari sbaglio, eh!): poco prima che scatti il minuto, Tetsuya scende giù con la cabina di pilotaggio per andare ad appiccicarsi sul robottone. Sono queste, le piccole cose che fanno la differenza nel meraviglioso mondo della fotta.

Fun fact: in Germania esce una settimana dopo rispetto all'Italia.

16.5.13

Wrestler e alieni


Mi piace questo fatto che ogni volta che vorrei scrivere un post per il blog ma non ce la faccio perché sono troppo impegnato con centomila altre cose, non riesco a concentrarmi, non c'ho l'ispirazione, [aggiungere a piacere], arriva l'internet in mio soccorso. Per esempio, oggi c'è il trailer di Riddick.



E niente, io qua dentro ci vedo il potenziale per un bel filmetto divertente in cui Riddick, Vin Diesel e David Twohy tornano a fare quello che sanno fare meglio, ovvero fantascienza tamarra coi mostri, la gente che muore male e il protagonista che si esprime solo a frasi storiche. L'approccio alla continuity pare essere abbastanza in stile "boh, sticazzi", anche se la presenza di Karl Urban nel cast e il tizio pelato in armatura con cui combatte Riddick in armatura verso metà trailer paiono suggerire quantomeno una scena iniziale in cui ci spiegano come il nostro amato passi da regnante del cosmo tutto a solo e abbandonato. In generale, trailer abbastanza promettente e pieno di roba: sembra quasi mettere in fila due film diversi, uno con i wrestler e Starbuck che vogliono ammazzare Riddick e poi uno con i wrestler e Starbuck che chiedono aiuto a Riddick per non farsi ammazzare dai mostri. Boh, aspettiamo l'autunno, io voglio crederci.


Casomai a qualcuno interessasse, avevo scritto di Pitch Black a questo indirizzo qua e di The Chronicles of Riddick a quest'altro indirizzo qui.

15.5.13

Un Oman, un perché


"Oooman?!? A vacation in Oooman?!? What's in Oooman?". Questo è quel che mi ha risposto il ragazzo che controllava i passaporti, qua all'aeroporto di Monaco, quando gli ho detto che stavo andando in vacanza in Oman. E in effetti il tenore dei commenti di altre persone, pure, è stato simile. D'altra parte io stesso, fino a qualche mese fa, non so quanto avrei pensato "Ma sì, facciamoci una settimana in Oman!". E invece ci sono andato. La cosa è nata come spesso nascono robe del genere, con quel passaparola terra promessa di chiunque voglia vendere qualsiasi cosa. Si era a pranzo dagli amici cinesi, che ci cucinano le cose cinesi "vere" che ho già menzionato più volte qua dentro e che ogni volta ne esco pieno come un'otre e soddisfatto oltre ogni limite, e c'erano degli altri conoscenti che ci hanno raccontato della loro recente e meravigliosa vacanza in Oman. Da lì all'ìnformarci sull'internet, all'acquistare la relativa Rough Guide e al decidere che la settimana di ferie che avevamo in programma sarebbe stata in Oman, beh, il passo è stato sorprendentemente breve.

E quindi, perché Oman? Beh, ci possono essere diversi motivi. Ma prima il disclaimer, inevitabile: non sono un esperto in materia. Quel che so al riguardo l'ho leggiucchiato, come detto, in giro per l'internet e sulla Rough Guide, oltre che imparato sul campo, gironzolando in Oman per una settimana e chiacchierando coi locali. Quindi, ecco, prendete con le pinze quel che dico e, se ne sapete più di me, non fatevi problemi a correggermi. Io mi limito a raccontare quella che è la mia esperienza. Procediamo.


In Oman ci si può andare per starsene sotto l'ombrellone. Di mare ce n'è in abbondanza, alcune spiagge sono bellissime e i "resort" occidentaloidi accoglienti e pieni di comodità non mancano. Certo, se il punto è andare al mare, magari ci sono luoghi migliori, o anche solo più vicini, per un italiano. E infatti a me il lato "marittimo" della faccenda è sembrato essere un graditissimo e delizioso plus, di contorno per tutt'altro. Tutt'altro cosa? Beh, l'Oman, quantomeno il mio Oman, è sostanzialmente un posto in cui pigli e te ne vai in giro a visitare, magari a bordo di una bella 4X4 a noleggio. Visitare città e cittadine, paeselli e luoghi storici, attrazioni naturali, per così dire, tanto quanto villaggi, villaggetti, forti e castelletti. E il deserto, chiaramente, che è una roba un po' fuori dal mondo e deliziosa, tanto più che il Rub' al Khali (per gli amici Empty Quarter) è il deserto di dune più grande al mondo. Non che a me turista cambi qualcosa, il suo essere così grande, tanto non è che me lo vado a girare tutto, senza contare che solo una piccola porzione si trova in Oman. Ma insomma, è comunque bello saperlo. E poi c'è il Khareef, simpatico monsone.

In pratica, da giugno a settembre, nella parte più a sud dell'Oman si presenta il monsone, che, da come me l'han descritto i locali di Salalah (principale città di quella zona) è una sorta di stato di pioggerellina lieve ininterrotta, che "alimenta" la flora sulle montagne e trasforma il paesaggio in una specie di scenario pseudo-mediterraneo. Considerando che intanto a nord è estate e si crepa di caldo (per non parlare del deserto) e che non deve essere proprio uno scenario tipico da estate araba, non c'è da stupirsi se in quel periodo Salalah e dintorni subiscono un'invasione di turisti del continente. Da come mi è stata descritta, mi sembra una roba affascinante e magari anche curiosa da vedere, ma forse non altrettanto sorprendente/attraente per un turista europeo. Ma d'altra parte non l'ho vista con i miei occhi, quindi vai a sapere. Anzi, se c'è in ascolto qualcuno che ha esperienza di prima mano, sono graditi approfondimenti. Rashid, comunque, la simpatica guida che ci ha portati nel deserto e che assomiglia a Danny Glover, sostiene che il periodo migliore per andare in vacanza in Oman sia fra ottobre e marzo. Di sicuro è un periodo "amichevole" sul piano della temperatura, mentre d'estate si muore probabilmente di caldo.

A conti fatti, essere andati a cavallo fra aprile e maggio è abbastanza al limite, e infatti faceva parecchio caldo. Aggiungiamo il fatto che il clima è abbastanza umido - ovviamente al di fuori delle zone desertiche - e ci siamo capiti. Sotto questo punto di vista siamo stati comunque fortunati, perché, pur essendoci presentati in un periodo in cui, appunto, cominciava ad arrivare il caldo pesante, abbiamo beccato un po' di pioggia e la cosa ha garantito temperature assolutamente tollerabili. Per capirci, ho trovato situazioni di caldo e umidità ben più difficili da sopportare diverse volte che sono stato in Abruzzo d'estate. Immagino, comunque, che già per fine maggio le temperature a Muscat e nel deserto siano una roba insostenibile.


Prima citavo il caro Rashid, diciamo due parole sulle persone: la gente, in Oman, è adorabile. Disponibilissima, gentile, quasi sempre in grado di spiccicare due parole in inglese. Ora, è chiaro che gran parte delle persone che incontri è gentile anche per lavoro, ma insomma, non è comunque scontato e il mondo è pieno di luoghi in cui baristi, tassisti e via dicendo trattano male chiunque passi loro davanti. Da un certo punto di vista, mi è sembrato di essere in Giappone. In una versione bizarro del Giappone, magari, but still. Tutti gentili, tutti amichevoli, tutti pronti a dare una mano, e non solo nella grande città, anche quando sei lì che giri disperso, unico occidentale nel raggio di miglia, nel paesino di montagna. C'è quello stesso senso di essere in un luogo per molti versi alieno, anche se assolutamente accogliente, e di avere a che fare con persone che sono allo stesso tempo abituate e non abituate ad avere forestieri tra i maroni. Quella stessa comprensione, magari per alcuni un po' affaticata, nei confronti dell'occidentale che non è avvezzo a regole, usi e costumi del posto, e anche quella stessa curiosità. Soprattutto nei centri abitati più piccoli, ma in generale nei luoghi (o negli orari) in cui non c'è invasione di turisti, vedi un sacco di occhi che ti guardano con curiosità, come alla fine è pure normale. Ma mai mai mai impressione di ostilità, ecco. Anche se, per condizionamento culturale, per esser cresciuto vittima dei cartoni animati e aver guardato cinque stagioni di 24, in Giappone mi sento comunque almeno un po' a casa, in Arabia mi sento comunque almeno un po' fuori posto. Adorabili, comunque, i bambini, che ti vedono, ti salutano, "How are you?", sorridono e guardano incuriositi. M'è perfino capitato il ragazzo che mi chiede di fare una foto con lui (e una roba simile m'era capitata a Kyoto, anche se lì non ero io il soggetto della foto).

Poi, certo, ci sono le usanze "di abbigliamento" magari un po' fastidiose, vista la temperatura (diciamo che gradiscono se mostri meno carne di quanta siamo abituati a mostrarne da queste parti, soprattutto quando vai a visitare determinati luoghi... poi è chiaro che nella spiaggia chiusa del resort occidentaloide vai sereno), ma allo stesso tempo il posto è stra-accogliente. E, paradossalmente o forse no, da un certo punto di vista è pure più accogliente del Giappone, visto che anche nelle località più remote la stragrande maggioranza dei cartelli e delle insegne è in doppia lingua e - almeno a esperienza mia - qualcuno che non abbia problemi a comunicare in inglese lo trovi bene o male dappertutto. Fra l'altro il paese è abbastanza tecnologicizzato, c'è bene o male campo dappertutto (OK, magari non in pieno deserto) e appena arrivati ci siamo fatti una SIM del posto (fra SIM italiane, tedesche e dell'Oman sto diventando come Moggi), attivando un piano internet da una settimana, per avere le mappe attive quando ce ne andavamo in giro in macchina. A tal proposito, fun fact, lì la linea Galaxy ha chiaramente vinto: praticamente chiunque ha un qualche S, Note (questi, in particolare, vanno di brutto) o modelli minori, mentre di iPhone ne ho visti pochini.


Per chi ci tiene, nelle due città più grandi che ho visitato (Muscat e Salalah) c'è anche un discreto livello di occidentalizzazione sul fronte alimentare. Di McDonald's ce ne sono parecchi, ma cercando con il lumicino è possibile trovare almeno un esemplare dei vari Burger King, Pizza Hut, Domino's Pizza, Starbucks, Kentucky Fried Chicken... e anche qualche catena locale che li scimmiotta. Mi direte: "Sei lì e vai a mangiarti il Big Mac?" e avreste perfettamente ragione. E non l'abbiamo fatto. Però, oh, magari ad alcuni la cosa tranquillizza, visto anche che non è scontato digerire bene la cucina locale e che, oltretutto, non è necessariamente un posto in cui dove entri entri, va tutto bene. Detto che spesso i locali sono ben migliori di come possano sembrare visti da fuori, perché semplicemente hanno un gusto per le insegne, diciamo, un po' diverso e per noi pacchiano, il punto è che - come al solito - se si seguono le dritte giuste si trovano posti in cui si mangia molto bene, ma in diversi altri luoghi in cui siamo finiti la cucina era piuttosto anonima. Va anche detto che non ci siamo esattamente dati ai banchetti: spesso a pranzo eravamo in giro e a cena eravamo in scazzo, per cui... Comunque il caffè omanita al cardamomo è buonissimo.

E niente, direi che come post introduttivo con cose a caso ci siamo. C'è sicuramente molto altro che potrei aggiungere, per esempio il fatto che è uno di quei posti in cui, se non stai attento, non ti rendi conto di quanto stai spendendo, perché ragioni con in testa gli euro e poi ti accorgi di aver speso il doppio di quel che pensavi. Maledette mani bucate! Ma al momento non mi viene in mente altro e la chiudo qui. Vorrei fare altri post un po' più del tipo "siamo andati lì, abbiamo visto questo e quello", vedremo se ne troverò la forza. Intanto, dai, qualcosa ho scritto.

Ah, ho caricato le foto. Sono tornato a casa che ne avevo scattate, boh, ottocento, ne ho scartate circa trecento e ne ho poi selezionate dalle rimanenti circa trecento da mettere online. Le ho caricate su Facebook e anche su Google+, a questo indirizzo qua. Non le ho messe su Flickr perché ho l'account gratuito che mostra solo le ultime 200 foto, quindi non avrebbe avuto molto senso.

 
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