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8.2.15

Lo spam della domenica pomeriggio: Popcorn!


Questa settimana, lato IGN, ho da segnalare l'anteprima sulla verisone in Accesso anticipato di Breach & Clear: Deadline e quella di Magnetic: Cage Closed. Sul fronte outcastaro, invece, abbiamo il Videopep dedicato a quel che ho giocato a gennaio, il primo episodio del nostro nuovo podcast dedicato al cinema, il Librodrome sui bellissimi giochi di Inkle Studios, l'Old sul gennaio del 1975 e il The Walking Podcast su Life After Beth.

In teoria domani registriamo il Chiacchiere Borderline che non abbiamo registrato la scorsa settimana. Poi, oh, ovviamente, vai a sapere.

7.2.15

La robbaccia del sabato mattina: Famiglia vs. Famiglia


Mentre anche Carrie-Ann Moss si unisce al cast della serie su Jessica Jones, che mi attira molto perché il fumetto è bellissimo e soprattutto è fra le storie Marvel che più si prestano a tirarne fuori un telefilm, saltano fuori le prime immagini del remake di Poltergeist, che mi attira come un dito in un occhio ma poi, oh, vai a sapere. Comunque poi si è manifestato (wink wink) anche il trailer, sta là sotto. A margine, a questo indirizzo qua ci sono un po' di forse spoiler sul nuovo Star Wars. Ho letto solo alcune parole a caso, spostando l'occhio in giro dove capitava, così, tanto per fare. E poi c'è quella roba meravigliosa della JCVD Make My Movie Challenge. Il video di presentazione sta a questo indirizzo qui e YouTube si è subito riempito di assurdità.



Il teaser trailer della serie TV su Daredevil targata Netflix. È più o meno quel che mi aspettavo e in cui speravo. Il che non significa necessariamente che sia bellissimo ma è, appunto, quel che mi aspettavo. Detto questo, oh, è una roba dell'universo cinematografico Marvel in cui si vede chiaramente del sangue. Non è mica (ci si accontenta di) poco.



Famiglia contro famiglia, The Rock contro The Stath, auto contro forza di gravità, le mani di Ronda Rousey contro la faccia di Michelle Rodriguez, è tutto bellissimo, a parte il fatto che non si vede mai Tony Jaa picchiare qualcuno. È Furious 7. Mancano due mesi.



Lost River, il film d'esordio di Ryan Gosling da regista, con tutti i suoi amichetti come attori. Non sono sicuro di capire se e quanto mi interessi, sembra un po' un pippone con le musiche scartate da Drive e le scene scartate da Solo Dio perdona.



Una scena tratta da Mr. Holmes, in cui Ian McKellen torna nelle mani di Bill Condon per interpretare il ruolo di Sherlock Holmes decrepito. La presenza di un bambino mi fa paura, ma sono curioso, anche se vedere McKellen che, una volta tanto, esce dal costume del supereroe, beh, fa impressione.



E insomma, ecco il trailer di Poltergeist, prodotto da gente che ha prodotto solo remake di film vecchi e/o di film giapponesi. Che bel biglietto da visita. Mi attira più o meno come mi attira qualsiasi cosa abbia dentro della gente che muore male. Bah.



Hahahahaha, oddio, Magic Mike XXL, mi fa riderissimo e mi fa molta paura. Alla fine il primo non mi era dispiaciuto, ma c'era dentro Matteo Maccoso e dirigeva Steven Soderbergh. Qua, va detto, c'è Amber Heard. E il regista è quello di Wind Chill, che era guardabile. Ma insomma, eh.







Domani ricomincia The Walking Dead e non ne ho molta voglia. Mh.

6.2.15

Luther


Luther (GB, 2010/2013)
creato da Neil Cross
con Idris Elba, Ruth Wilson, Warren Brown

Per parecchio tempo Luther, nei miei occhi, è stato solo e unicamente quel telefilm da cui arrivavano un sacco di gif animate con Idris Elba. Poi, per un altro po' di tempo, è diventato quel telefilm che mi guardava ammiccante da Netflix, immerso nella marea furiosa della roba infilata in watchlist. Infine, è diventato quella serie che mi son guardato in tempi relativamente brevi, divertendomi un sacco nonostante non riuscisse mai a convincermi fino in fondo, apprezzandolo soprattutto per il carisma degli attori coinvolti e la totale assenza di vergogna nel mescolare una narrazione, un protagonista e un approccio estetico coi piedi per terra a tematiche, comprimari e situazioni talmente sopra le righe da fare il giro e rimanere comunque sopra le righe perché non è possibile prenderle sul serio. Ah, ed è diventato anche il primo telefilm davanti al quale mi sono trovato più volte a pensare a quanto sia buffo, per chi è stato colonizzato culturalmente dagli iuessei, guardare dei poliziotti che entrano in azione senza portarsi dietro armi da fuoco. Son momenti importanti.

 Per esempio.

La chiave di Luther, comunque, tanto vale ribadirlo, sta nei suoi protagonisti. Ovviamente in lui, Luther, quindi Idris Elba, che da solo fa la serie, con il suo carisma, la sua presenza fisica, il vocione, gli sguardi, gli scatti d'ira, il modo un po' irrazionale in cui riesce ad essere normale in mezzo a quel baraccone e una sorta di malinconica tristezza che serpeggia dietro le sue pupille. Non solo Luther, il personaggio, ma proprio Luther, la serie, è Idris Elba. Non se ne scappa in alcun modo e infatti è quantomeno bizzarra l'idea dell'ormai tradizionale remake americano, oltretutto messo in produzione non da un network via cavo di quelli che ispirano fiducia ma da Fox. Oh, poi, per carità, ci sta lavorando Neil Cross e c'è Elba in produzione, ma mi arrogo il diritto di avere zero fiducia al riguardo, nonostante in un certo senso gli iuessei siano la casa ideale per Luther.

L'amore di Cross per un certo tipo di narrativa per immagini all'americana è infatti evidente in ogni singolo episodio della serie, che fondamentalmente prende qualsiasi cliché possibile e immaginabile del thriller a stelle e strisce e lo immerge in un'ambientazione, un'atmosfera e uno strato sociale che esprimono Union Jack da tutti i pori. Ma il punto è che il fascino di quel che ne viene fuori, pur con tutte le sue contraddizioni, le sue assurdità e i suoi momenti che faticano a centrare il bersaglio, sta proprio in questa contaminazione surreale. E, sì, nei suoi attori, perché poi anche Ruth Wilson che si spara le pose con il labbretto arricciato, l'adorabile Warren Brown e un po' tutti gli altri disperati di contorno son quel che rendono Luther davvero divertente e appassionante da seguire. Oltre al fatto che non si trascina stancamente per venti puntate a stagione come farà la versione americana.

Ma insomma, basta divagare, sto scrivendo in maniera ancora più sconclusionata del solito: quel che voglio dire è che Luther racconta di un poliziotto talmente carismatico che le quattordici puntate meritano la visione solo per lui e gli fa affrontare una serie di squilibrati, criminali e serial killer usciti dai peggior racconti pulp che è possibile immaginarsi. Ne viene fuori un telefilm camp fino al midollo, e per questo non poi così inquietante anche quando mette in scena le peggiori nefandezze, ma parecchio divertente e con personaggi che è un piacere seguire. Ha un po' il limite del risultare vagamente sconnesso fra le sue tre serie, con personaggi che vanno e vengono un po' alla come capita, e non sempre trova il tono giusto, ma quando abbraccia fino in fondo le proprie assurdità e apre per bene le porte dell'assurdo, diventa davvero uno spacco.

Me lo sono guardato, appunto, su Netflix, in lingua originale, e insomma, perdersi le voci di Idris Elba e Ruth Wilson è abbastanza un crimine. A margine, dopo una lunga tarantella di supposizioni e mezzi annunci su un possibile proseguimento al cinema, accolgo con gioia la notizia a quanto pare ormai ufficiale che quest'anno arriverà una nuova miniserie in due puntate. Now what?

5.2.15

Agent Carter 01X05: "The Iron Ceiling"


Agent Carter 01X05: "The Iron Ceiling" (USA, 2015)
creato da Christopher Markus e Stephen McFeely
puntata diretta da Stephen Cragg
con Hayley Atwell, James D'Arcy, Neal McDonough, Chad Michael Murray, Enver Gjokaj, Shea Whigham

Superato il giro di boa di metà "stagionina", Agent Carter ingrana la quinta e decolla sparato a mille, si spera con l'intenzione di non fermarsi fino alla fine. Le rivelazioni della scorsa puntata fanno da motore alla base di una storia che vede Peggy prendere finalmente il controllo della situazione e trovare un modo, costi quel che costi, per farsi valere nell'ambiente ostile che la circonda fin dall'inizio, il tutto mentre attorno a lei esplodono un paio di gustosi riferimenti all'universo Marvel più ampio. Pur mantenendo ovviamente i legami con l'indagine su Howard Stark che fa da sfondo all'intera serie, finalmente ce ne stacchiamo un po', grazie a un divertente viaggio in zona di guerra che tira fuori forse l'oretta più puramente avventurosa proposta fino a qui.

Ed è un'avventurona in cui ci troviamo a osservare in azione il programma sovietico che darà vita alla Vedova Nera di Scarlett Johansson, anche se durante la puntata quelle due parole non vengono mai pronunciate. Una simpatica scuola in cui vengono utilizzati i film d'animazione Disney (altro sfruttamento incrociato dei marchi dopo il trailer di Age of Ultron) per insegnare a un gruppo di bambine l'obbedienza totale e, già che ci siamo, una buona pronuncia della lingua americana. Non manca l'ora di educazione fisica, in cui volano gli schiaffi e chi vince spezza il collo all'avversaria. Insomma, è la scuola elementare in cui vorremmo mandare tutti nostra figlia, specie poi considerando quanto è venuta su bene la vedovella che sta tramando a New York.

Ma al di là dei riferimenti e del buon equilibrio nel mescolare umorismo e toni cupi, l'episodio funziona bene anche e soprattutto nel portare avanti lo sviluppo dei suoi personaggi, e non solo con l'improvviso puntare i piedi di Peggy. Al centro delle vicende c'è soprattutto l'evoluzione del suo rapporto con l'agente Thompson e una finestrella aperta brevemente sul personaggio di Chad Michael Murray. La bella amicizia fra la protagonista e i baffi improbabili di Dum Dum Dugan fa da leva tramite cui il macho per finta del gruppo viene messo a nudo, mentre la serie continua a dimostrare di non voler (e non poter, vista la breve durata) rimanere seduta troppo a lungo su situazioni statiche. Tant'è che, a giudicare dal trailer, la prossima settimana la situazione esploderà ulteriormente e altre carte verranno scoperte. Bene.

Comunque Bridget Regan c'ha veramente l'occhio da squilibrata. Se la incrocio in un vicolo buio scappo di corsa.

4.2.15

Transparent - Stagione 1


Transparent - Season 1 (USA, 2014)
creato da Jill Soloway
con Jeffrey Tambor, Gaby Hoffmann, Jay Duplass, Amy Landecker, Judith Light

Transparent è la prima serie realmente di spessore uscita da quella cosa strana che sono gli Amazon Studios, e quando dico "di spessore" intendo dire che si tratta di una roba dalla bellezza lancinante. Dando uno sguardo al post in cui elenco le serie TV viste l'anno scorso, si può evincere che è la mia serie preferita in un 2014 capace di regalarmi parecchia altra gioia sul fronte televisivo e posso pure aggiungerci che lo è di gran lunga. Mi trovo per altro in buona compagna, dato che la serie di Jill Soloway ha fruttato ad Amazon i suoi primi due Golden Globe e un sacco di buzz, seguito a ruota - in maniera credo molto poco casuale - dall'annuncio di una nuova serie realizzata da Woody Allen. Insomma, tutto bellissimo, tutto fantastico, vogliamoci bene. Ma perché? Che ha di così bello, 'sto Transparent? Beh, intanto è un qualcosa che prima non c'era. E hai detto niente.

Pubblicata tutta assieme lo scorso settembre, come è pratica comune per le serie "TV" di Netflix e Amazon, Transparent è una piccola meraviglia che condensa in dieci puntate, quasi tutte scritte e dirette dalla stessa Soloway, una spremuta di semplice e spontanea umanità. In un certo senso mi ricorda un po' Girls, per la voglia di mettere a nudo e di raccontare un certo tipo di persone che popolano un microcosmo specifico, anche se poi non ci potrebbero essere due serie dall'impatto più lontano, vuoi per la differenza d'approccio fra Jill Soloway e Lena Dunham, vuoi perché New York e Los Angeles sono divise da galassie, universi, buchi neri e nexus spaziotemporali. Transparent, comunque, racconta di una famiglia disfunzionale come tante ne abbiamo viste nella narrativa americana, ma forse anche un po' diversa da tutte le altre, e presta fede al suo titolo mettendo completamente a nudo i propri personaggi, puntando tutto su una profonda vulnerabilità capace di regalare risate e commozione senza mai forzare la mano.

È una serie dall'atmosfera lieve e spensierata, che affronta temi difficili in maniera liberatoria, delicata e divertente. Viaggia fra passato e presente, raccontando una vita di ombre e timori, mettendo sulla piazza i rapporti tra fratelli e sorelle, parlando di intrecci, amicizie, relazioni, sessualità, umanità, senza alcuna inibizione ma senza risultare mai aggressiva, solo di una semplice e spiazzante onestà (e sta forse in questo suo approccio sempre incisivo ma mai brutale la principale differenza con Girls). Se tutto questo funziona è grazie all'incredibile coerenza nella direzione di Jill Soloway e alle pazzesche performance che riesce a tirar fuori dai suoi attori. Jeffrey Tambor è fuori dal mondo, uomo improvvisamente rinato, bambina di settant'anni impegnata ad esplorare il mondo, ma attorno a lui gravita un cast meraviglioso, da quel fascio di nervi di Gaby Hoffmann al sorprendente Jay Duplass. Insomma, Transparent è una serie pazzesca, scritta, diretta ed interpretata in maniera meravigliosa, da guardare e riguardare volendole solo e unicamente bene.

Amazon Prime merita la sottoscrizione anche solo per l'esistenza di questa serie, anche al di là del fatto che praticamente qualsiasi altra cosa abbiano prodotto gli Amazon Studios è trascurabile. Detto questo, vedo che in Francia è apparsa Alpha House in TV, quindi suppongo che stiano cominciando a cedere i diritti per le varie serie in giro fra i canali televisivi del pianeta. Quindi, chissà, magari un'edizione italiana di Transparent non è poi così lontana. Certo, visti i temi trattati, vai a sapere.

3.2.15

30 Rock


30 Rock (USA, 2006/2013)
creato da Tina Fey
con Tina Fey, Alec Baldwin, Tracy Morgan, Jane Krakowski, Jack McBrayer e un sacco di altra gente deliziosa

Non sono un gran seguace del Saturday Night Live. È una trasmissione che mi affascina, al punto che ho letto uno dei tanti libri ad essa dedicati, ascolto sempre con interesse i podcast sull'argomento che mi capitano sul telefono, ho comprato il cofanetto in DVD della prima stagione durante un viaggio in America, ogni tanto guardo pezzetti a caso su Netflix e qualche sketch su YouTube, ma non mi sono mai messo a seguirla in maniera assidua. E infatti, per me, Tina Fey era più che altro quella tizia che avevo visto imitare Sarah Palin su YouTube. Le cose cambiano in fretta, se ti guardi le sette stagioni di 30 Rock: ora sono una sua mezza groupie, ma soprattutto ho ben presente chi sia, i suoi ritmi, il suo stile, il suo modo di far comicità, cosa che mi è risultata particolarmente chiara quando, un paio di settimane fa, ho rivisto quella cosetta deliziosa di Mean Girls e mi sono reso conto di quanto sembri un episodio speciale della serie dedicato al mondo delle adolescenti.

L'argomento è diverso, lo stile è magari ancora acerbo, ma il genere di gag, l'approccio al politicamente scorretto, l'elegante cattiveria con cui si riesce a prendere in giro tutto e tutti, il senso del ritmo, i personaggi assurdi e quel fondo di tenerezza con cui vengono portate avanti vicende in fondo molto umane in un contesto ben oltre i limiti del demenziale... alla fin fine sono questi i pregi maggiori della serie che ha poi occupato sette anni della carriera di Tina Fey. Una serie che parte dallo spunto autobiografico, dal raccontare le assurdità della sua esperienza da head writer del Saturday Night Live, e finisce poi per allargare il tiro e raccontare le mille assurdità che definiscono una città folle e fuori dal mondo come New York. E se il piazzare una gag dietro l'altra rimarrà fino alla fine il focus principale, pian piano emergerà anche il desiderio di raccontare la storia dei due personaggi principali, a cui è veramente difficile non affezionarsi e coi quali, in un qualche modo un po' sbalestrato, diventa in fretta facilissimo immedesimarsi.

Poi, certo, la faccenda "New York" magari io, da italiano, posso coglierla solo fino a un certo punto, ma in fondo a render grande la serie c'è proprio il suo saper essere splendida e adorabile anche se spesso non hai ben chiaro di cosa stia parlando. Se ci riesce è soprattutto per la clamorosa valanga di idee, trovate, personaggi che spara fuori a getto continuo con un ritmo estenuante, implacabile, che ovviamente ogni tanto finisce per dar vita a momenti poco riusciti, ma tempesta le sue sette stagioni di gioielli indimenticabili. La follia di Tracy Jordan e Jenna Maroney, il reality show di Angie Jordan, Grizz e Dot Com, la malefica nipotina affarista di Chloë Grace Moretz, gli episodi dal vivo, le inquietudini di Kenneth e della sua erede, i monologhi di Jack Donaghy, la cretinaggine della banda di scrittori, il clamoroso Leo Spaceman e l'altrettanto clamoroso Devon Banks, le donne di Jack e gli uomini di Liz, i parenti e gli amici, Cerie, Jonathan, Danny, Paul e la famiglia Geiss, l'episodio su Batman e quello sul boardgame, il patetico Kim Jong-il e tutto il resto, un delirio che non sempre ha centrato il bersaglio ma che ha saputo mantenere un livello costante di spacco abbastanza sconosciuto alla maggior parte delle serie comiche americane. E insomma, mi sa che 30 Rock è la mia commedia televisiva preferita di sempre, almeno fra quelle poche che ho seguito dall'inizio alla fine. Ma in effetti già il fatto che ho avuto voglia di andare fino in fondo dice molto. E poi, come dice Tracy sul gran finale, non siamo stati in tanti a seguirla, ma loro i soldi li han presi lo stesso, a posto così.

Ho visto le prime stagioni in DVD, poi mi si è manifestata su Netflix ed è scattato il binge watching. In linea di massima, mi sembra veramente il prototipo della cosa che non ha troppo senso guardarsi tradotta/doppiata, per mille questioni che vanno dall'intraducibilità al ritmo delle parole, passando per un puro e semplice Alec Baldwin. Fra l'altro, se Wikipedia non mente, in Italia non l'hanno neanche trasmesso per intero, manca ancora l'ultima stagione.

2.2.15

I trailer del Superbowl


Dunque, oggi avevo intenzione di scrivere un post nostalgico su 30 Rock, dato che qualche tempo fa ho finito di guardarmelo su Netflix volendogli tantissimo bene, ma poi è successo che è lunedì mattina, sono un po' stordito e soprattutto mi sono ritrovato davanti il trailer di Fast & Furious 7 dal Superbowl in cui Dom Toretto salta da un palazzo all'altro a bordo di una macchina urlando "Ethan Hunt puppa la fava!" e m'è venuta voglia di enucleare il banale post sui trailer di stanotte.



50 sfumature di non me ne frega niente, l'ho messo solo perché li metto tutti. C'è anche la battuta sull'Xbox, com'è tagliente e moderno.



Avengers: Age of Ultron in un nuovo fantastico trailerino in cui non si vede nulla di nuovo a parte, boh, immagino un fotogramma o due. Whatever.



Furious 7, la famiglia, la famiglia vs la famiglia, famiglia squared.



OK, questa cosa è affascinante: Il settimo figlio qua in Francia è uscito a dicembre e pure in parecchi altri luoghi si è manifestato fra dicembre e gennaio, ma in America deve ancora arrivare e quindi gli fanno lo spot al Super Bowl. Com'è cambiato, il mondo. Comunque, quando è uscito in Francia a dicembre, l'ho evitato con cura.



OK, non avendo visto Divergent, non ci ho capito niente, ma quindi sarebbe una specie di Matrix al femminile? È la prescelta? O che?



Oh, secondo me questo spottino di Jurassic World è già anni luce migliore del primo teaser trailer annunciato in gran fanfara. Comunque, la sostanza è che hanno inventato il T-Rex intelligentissimo e con le manine prensili ma c'è Chris Pratt con i raptor addomesticati pronto a suonargliele.



Spottino per Kingsman: The Secret Service. Non si vede nulla che non si sia già visto, continua ad attirarmi un sacco, voglio crederci.



Minions. Whatever.



Non ho visto Pitch Perfect, è il primo trailer che vedo di Pitch Perfect 2, non mi ha fatto venire molta voglia di rimediare.



Hahahahahha oddio sto piangendo.



Terminator: Genisys, mh, sono abbastanza dell'idea che sarà una cacata divertente. Non è comunque da questo spottino che si possono trarre ulteriori impressioni.



Primo sguardo alla città delle meraviglie di Tomorrowland. Il film continua a intrigarmi, fosse anche solo perché è di Brad Bird, però il look della città mi sembra veramente un look generico da computer grafica in zona George Lucas. Boh.



Questo non è lo spot edulcorato trasmesso in TV ma il red band trailer per Unfinished Business. Dave Franco mi fa tenerezza.



Un tuffo nel passato 2, o forse Hot Tub Time Machine 2, sicuramente un altro caso di "non ho visto il primo, è il primo trailer che vedo del secondo, non mi ha fatto venire molta voglia di rimediare.

Ecco, niente, tutto qua, buona settimana a tutti.

1.2.15

In tuffo


A vederlo lì, nell'angolo di Nole, ingrassato da un cinquantennio di dieta bavarese, composta da weiss bier e wollwurst, viene spontaneo chiedersi: ma cosa avrà mai da dire Boris Becker a Novak Djokovic?
Probabilmente niente, perché Boris, in fondo, è sempre stato un gran cazzaro. Sin da giovanissimo, quando il padre architetto costruisce a Leimen un circolo di Tennis per assecondare la passione del figlio e questo, invece di imparare per benino la tecnica, si limita a seguire a rete delle martellate di servizio e di diritto steccando, spedendo la palla fuori di metri e cercando di mettere una toppa ai suoi attacchi suicida tuffandosi a più non posso.
Invece di correggere tali deficienze, il suo primo allenatore Gunther Bosch, decide che in definitiva spaccare le palline con il servizio è una qualità, e insegna al diciassettenne ariano un movimento a bilanciere, seguito da spinta sulle ginocchia e saltino a piè pari, utile a sospingerlo verso la finale di Wimbledon. Dall'altra parte c'è Kevin Curren, il classico erbivoro anni '70 abituato a giocare di fioretto, intento solo a sopravvivere ai colpi di mortaio da 180 all'ora che gli sibilano nei pressi delle orecchie, e a guardare sconsolato la sedia con gli occhi del "evvabbè, ma così non vale, questo mi picchia, arbitro!".
E quindi finisce che Boris vince Wimbledon all'età in cui di solito la gente vince i tornei di Kick Off contro il cugino. Intendiamoci però: se Boris avesse saputo solo tirare di servizio ce lo saremmo dimenticato subito, come i tanti Raonic intenti, prima e dopo di lui, a collezionare ace urlando "HODOR!". Bum Bum non urlava Hodor. Bum Bum tirava un missile facendo la solita catapulta e poi, a dimostrazione del fatto che l'universo distribuisce il talento assolutamente a cazzo, scendeva a rete come un gatto e, volleando, dimostrava di avere una manina delicata come quella di un orafo. Boris spaccava 20 racchette Puma all'anno scentrando, ma quando gli arrivava la pallina nei piedi la tirava su con una grazia che levati, di conseguenza sotto rete si trasformava in un armadio capace di coprire 800 degli 829 cm del campo, mentre gli avversari non sapevano se aspettarsi uno schiaffazzo o una carezza.
La carriera del nostro amabile armadio cazzaro, tutto intento a far schioccare la mascella e a sbattere le ciglia rosse, è talmente ripiena di momenti memorabili che ricordarli tutti richiederebbe quindici post: ci si potrebbe concentrare sulle scoccate sottorete che trasformarono Wimbledon nel giardino privato di Bum Bum e Stefanello, intenti a sfidarsi per tre anni consecutivi in altrettante finali dalla durata complessiva di 15 minuti, perché oh, mica vorremo scambiare più di tre colpi, non scherziamo.

Si potrebbe ricordare come Andre intuisse sempre la direzione dei servizi di Bum Bum osservando il saettare della lingua teutonica: Boris faceva oscillare il bilanciere e spuntare la linguetta. Se rientrava sulla sinistra, Andre si preparava per il diritto, e viceversa. Anni dopo, a carriera finita, Steffi Graff rivelò il segreto davanti ad una birra, reputandolo un aneddoto divertente e ottenendo come risposta una bestemmia capace di increspare il Reno.
Per correttezza, si potrebbe anche sottolineare come, dopo una infinita serie di sconfitte ottenute su tutte le superfici, Boris, nell'ultimo match con Andreino, sotto di due set e di due giochi sulla sua sacra erba, si mise l'asciugamano in testa e, esclamando ad alta voce "nicht mehr, hier nicht" sollevò la Puma da terra come se fosse il Mjolnir, vincendo tutti i punti successivi. Tutti, mentre nell'aria vibrava la cavalcata delle Valchirie.
Ci si potrebbe soffermare sui due match point sprecati contro uno sfiancato Thomas Muster che, durante una finale di Montecarlo ormai persa, andò a fare pipì per poi tornare in campo arzillo come un grillo, negando a Boris la soddisfazione di vincere per una volta sulla terra e convincendo i capoccia dell'ATP che, in fondo, la pratica dell'antidoping poteva avere un suo perché.
Si potrebbe fare tutto ciò, senza dimenticare che stiamo parlando di un cazzaro. Un ventenne idolatrato in patria che molla la biondissima fidanzata perché insomma, c'è una nazione di bionde scopabilissime, poi se ne pente, va in depre e si affaccia alla finestra, decidendo per una volta di non buttarsi, ma giusto all'ultimo. Di un marito tanto pronto a vantarsi della sua splendida moglie quanto a spupazzarsi una modella nel bagno del Nobu. Con quest'ultima che poi si ripresenta, qualche anno dopo, dicendo "hey! ti ricordi quella volta che abbiamo fatto Bum Bum? Ecco, si chiama Anna". Si potrebbe parlare della tasse evase, delle Ferrari guidate a duecento all'ora sulle strade cittadine, di tutte le cazzate fatte da un cazzaro che prima corre verso rete e poi, per parare i lungolinea, si butta e capitombola, sfangandola.
Ma noi ci concentreremo su un singolo punto: il match point del Masters del 1988, giocato contro Ivan Lendl. Un match point durato 3 anni, perché tra i due, che si detestano, c'è un duello perdurante: Boris vince tutte le sfide sull'erba londinese, infrangendo i sogni del cecoslovacco. Quest'ultimo vince tutte le altre. Perché non esiste che un bifolco privo di rovescio e prono a sbatterla in rete dopo due colpi possa battere la metodica, precisa, iperallenata macchina dell'est. Sul cemento, la terra, il tartan, il fango, la neve e il muschio a Ivan basta insistere sul rovescio di Bum Bum e gestire le sue martellate di diritto per portare a casa le partite con fredda percentuale statistica.
Tuffati, rosso bifolco. Tuffati sul mio magnifico diritto lungolinea in corsa. Fai ululare il pubblico con un punto, poi torna al tuo posto, cerca di contenermi e sbaglia, perché io di sicuro non lo farò.
Ivan queste cose le dice ai giornalisti, le suggerisce con lo sguardo durante le strette di mano. Arriva ad una finale di Wimbledon sudando sul campo per mesi e si vede scippata la coppa. Se la lega al dito. Umilia il lentigginoso nella finale del Masters. Tutta la tiritera si ripete l'anno successivo.

Boris si incazza. Licenzia Gunther e decide di impartire una lezione allo stronzo cecoslovacco. Passa mesi a giocare da fondo, perdendo nei quarti con gente come Wally Masur. Allena il rovescio coperto e tagliato, dimenticandosi di andare a rete, prendendo gli schiaffi dal numero 70 del mondo. Nel novembre del 1988 si qualifica al Masters di New York per il rotto della cuffia. Bombarda chiunque gli si trovi davanti. In finale trova Ivan.
Match Point.
Il rovescio coperto? Eccolo qui, lo so fare anche io. Tagliato? Anche quello, bello quanto il tuo. Diritto incrociato? Dai ceco di 'sto cazzo, è tutto qui quello che sai fare?
E se anche voi, anche per una sola volta, siete stati dei cazzari, se siete corsi a rete buttandovi senza paracadute, se avete lasciato la sicurezza della riga di fondo per cercare qualcosa, chissà se bello come quello di prima, trovando qualcosa di inatteso una volta giunti colà, bè, guardateli bene questi 37 colpi. Guardate come finiscono.
Sono il vostro inno.

Lo spam della domenica mattina: Assortimento non morto


Questa settimana, fra gli avanzi della faccenda Daedalic e un certo qual gioco di origini francesi, ho scritto su IGN un po' più del solito e quasi solo di roba abbastanza interessante. Abbiamo l'anteprima di Dead Synchronicity, l'anteprima di Fire, un articolo sugli "altri" giochi di Daedalic e la recensione del primo episodio di Life is Strange. Su Outcast, invece, siamo in zona routine: un Videopep dedicato sempre a Daedalic, un The Walking Podcast su H1Z1 e Dying Light in cui più che altro faccio domande a chi li ha giocati e l'Old! sul gennaio del 2005.

Domani, se tutto va bene, si registra il nuovo Chiacchiere borderline!

31.1.15

La robbaccia del sabato mattina: Pre-Bowl


Queste qua sopra sono le zanne dell'Indominus Rex, il dinosauro ibrido nato in provetta o qualcosa del genere che cercherà di mangiarsi Chris Pratt e Bryce Dallas Howard fra qualche mese. Bisogna dire che a livello di igiene dentale non scherza affatto, eh! Comunque, in settimana si è parlato del fatto che il nostro eroe Gareth Evans voleva girare un film su Hit-Girl. Non so se essere dispiaciuto per l'occasione mancata o contento per il proiettile schivato. Oltre a questo, hanno annunciato un po' di attori che interpreteranno ruoli di qua e di là, ma niente di clamoroso. Oddio, mi fa un po' sorridere che quando scelgono una persona di colore per un ruolo che in origine è di altra etnia sia quasi sempre per la spalla comica tanto simpatica (nello specifico, mi riferisco a Jimmy Olsen nel nuovo telefilm su Supergirl), ma insomma, magari sono io che sovrainterpreto. A proposito...



Il primo trailer di Interstellar I Fantastici Quattro con la voce narrante di Morgan Freeman Reg E. Cathey. Boh, continuo ad avere quel po' di fiducia dato dagli attori tutti bravi e dal regista che ha fatto qualcosa di molto buono su un argomento simile, ma ha davvero un look brutalmente generico, a metà fra i film degli X-Men e una roba young adult a caso. Non mi fa schifo, ma neanche mi dice qualcosa. Mi lascia indifferente. Ri-boh.



Il teaser trailer di Knock Knock, il nuovo film di Eli Roth in cui il nostro ormai amicissimo Keanu Reeves si vede arrivare in casa due gnocche vogliose, ne approfitta e poi scopre che sono due sociopatiche pericolose. O perlomeno questo si capisce dalla trentina di secondi. Sono moderatamente curioso.



L'ottimo trailer di Ted 2. Col primo mi ero divertito non poco, qui sembra che si vada bene o male sugli stessi binari e non ho nulla in contrario ad Amanda Seyfried.



E niente, basta, tutto qua. Domani c'è il Superbowl, magari ci saranno robe sfiziose.

 
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