Lucy

Il nuovo volto di Hokuto

Si alza il vento

Al cinema in Italia dal 13 al 16 settembre!

Frances Ha

Modern Love

Necropolis - La città dei morti

Il found footage sotto casa mia

The Raid 2

Le mazzate FORTISSIME

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

21.9.14

Lo spam della domenica mattina:


Questa settimana, su IGN, non ci si crede, ho uscito ancora qualche contenuto figlio della Gamescom. Non si finisce mai, per la miseria. Comunque, stiamo parlando dell'anteprima di Star Citizen, dell'anteprima di Aquanox: Deep Descent e di un articolo su una manciata di giochi indie. Da quell'altra parte, invece, si sono manifestati il Videopep dedicato ai cinque anni di Outcast (auguri!), la recensione dell'ultimo episodio della seconda stagione del The Walking Dead di Telltale Games, il The Walking Podcast dedicato alla stessa roba e l'Old! sul settembre del 1994, che è molto più lungo del solito e fra l'altro, a occhio, con quello della prossima settimana andrà pure peggio.

La prossima settimana sarà un po' un delirio, considerando che prima vado al D.I.C.E. Europe e poi mi faccio un weekend lungo italiano per celebrare come si conviene i compleanni della FAMIGLIA. Mi sento di pronosticare un crollo delle pubblicazioni qua sul blog. Vedremo.

20.9.14

La robbaccia del sabato mattina: Star Batman


Questa qua sopra è la prima immagine ufficiale di Sharlto Copley e Susan Heyward nei panni dei Christian Walker e Deena Pilgrim di Powers, la serie TV ispirata all'omonimo fumetto in produzione per il PlayStation Network. Che dire, coi personaggi del fumetto c'entrano poco, però lui mi piace, voglio crederci. E come non crederci anche quando leggi che Scott Glenn è stato ingaggiato per interpretare Stick nella serie Netflix dedicata a Daredevil? Crediamoci. Infine, a proposito di crederci, a questo indirizzo qua c'è un bello scambio fra Rian Johnson e Terry Gilliam in cui il primo spiega al secondo come ci si sente a stare scrivendo la sceneggiatura di Star Wars: Episodio VIII.



Questo qua sopra è il primo trailer della prima parte di Mockingjay, capitolo conclusivo di Hunger Games, serie che a me alla fin fine neanche dispiace (qua ho scritto del primo film, qua del secondo), anche se questa roba qua sopra mi lascia abbastanza indifferente. A questo indirizzo qua, invece, c'è un'infografica assurda su tutti i supereroi apparsi in "live action" sullo schermo, grande e piccolo. Io neanche mi ci sono messo, a leggerla.


Questo, invece, è il trailer di John Wick, con il quale Keanu Reeves continua a confermare di essere uno a cui non puoi che voler bene. Nel caso specifico, s'è preso come registi quelli che coordinavano gli stunt dei Matrix e ha tirato fuori questa roba in cui fa il killer definitivo incazzato nero e pronto a spaccare tutto. In più c'è Tyra Collette, e che le vuoi dire. Secondo me promette benissimo.



A Most Violent Year nuovo film del regista di Margin Call e All Is Lost, con Jessica Chastain e Oscar Isaac. Non sono sicuro di aver capito fino in fondo cosa racconti, però il trailer mi ha messo addosso lo stesso una gran voglia. Chiudiamo con un'altra delle scemate virali che si stanno palleggiando J.J. Abrams e Zack Snyder e una "intervista" a Kevin Smith relativa a Tusk, su cui metto le virgolette perché di fatto gli viene posta una sola domanda e poi lui va avanti a blaterare per tre minuti. Buon weekend.





Non sto più riuscendo ad andare al cinema. Però ieri ho mangiato della roba che mamma mia e per la miseria e santa polenta a Les Trois Royaumes, a cui voglio sempre tanto bene. Quindi apposto.

19.9.14

Tropico del cancro


Tropic of Cancer (Francia, 1934)
di Henry Miller

Il mio rapporto con Henry Miller consiste nel fatto che, lo ammetto, so a malapena chi sia. Ho vaghi ricordi di Henry & June come di quel film con Remo Williams che ogni tanto passavano su Rete 4 e in cui c'era la gente che faceva sesso (e mi sembrano, esclusa magari Rete 4, elementi degni di nota, specie se consideriamo che si parla degli anni della mia adolescenza). Oltre a questo, c'è il fatto che, quando ci siamo sparati il road trip per gli Stati Uniti occidentali qualche anno fa, fra le tappe lungo il meraviglioso Big Sur c'è stata la deliziosa Henry Miller Memorial Library, dove abbiamo pure comprato un bel manifesto che ora sta appeso di là, nella stanza del retrogaming. E basta. Lo scorso ottobre, però, mi sono trasferito qua a Parigi e subito il Marrone mi ha ordinato di leggere Tropico del cancro. Io mi sono fatto un appunto, ho promesso che avrei ubbidito, ho deciso che per qualche motivo un classico del 1934 lo volevo stringere in mano e non mi bastava la versione Kindle e ho quindi proceduto ad ordinare l'edizione riprodotta nell'immagine là sopra.

Certo, poi ci ho messo mesi a tirarlo fuori dallo scaffale e decidere che era il momento di leggerlo e altri mesi per mettermi effettivamente a leggerlo, perché da queste parti funziona così, a caso. Fatto sta che durante le vacanze estive, spaparanzato fra le frasche e i sassi delle spiagge liguri, mi sono letto Tropico del cancro. Anzi, Tropic of Cancer. E? E ci ho trovato un racconto affascinante, seppur scritto in una maniera che magari non è troppo nelle mie corde per... come dire... come potrei definirlo... forse... eccesso di stile? Ad ogni modo, in Tropico del cancro, Henry Miller racconta, romanza, riarrangia e sbatte sulla pagina la sua assurda vita da nomade americano disperso nei meandri della Parigi degli anni Trenta, offrendo un ritratto viscerale di un modo di vivere che non è esattamente quello in cui mi sono ritrovato io andando a stare a Parigi negli anni Dieci.

Fra gli aspetti più affascinanti, oltre alla capacità di raccontare in maniera coinvolgente storie di gente che ti verrebbe voglia di prendere a schiaffi urlando fortissimo "SVEGLIAAA!!!", ci sono le riflessioni - in larga misura ancora attualissime - gettate lì sulla natura umana e su ciò che governa i rapporti fra le persone, c'è ovviamente il ritratto che viene fatto di un'epoca, o quantomeno di una qualche forma del vivere in quell'epoca, e c'è il linguaggio utilizzato. Il tono e i modi con cui viene descritta ogni cosa lasciano di sasso più che altro perché, di fondo, risultano in larga parte piuttosto moderni e soprattutto caratterizzati da un'assenza di vergogna talmente brutale da risultare straniante ancora oggi. Molti dei termini, dei modi di dire, delle descrizioni che si leggono in questo libro sono considerati parecchio sconvenienti nel 2014 e non riesco a immaginare cosa debba essere stato provare a pubblicare questo libro ottant'anni fa. Posso al limite leggerlo su Wikipedia. Ad ogni modo, dopo magari un avvio un po' affaticato a causa della scarsa compatibilità stilistica, devo dire di aver trovato un romanzo coinvolgente e che ho finito in un soffio, cosa non sempre scontata coi grandi classici lontani quasi cent'anni. Insomma, bravo Marrone.

Immagino che su internet si trovino articoli ben più interessanti e approfonditi dedicati a questo libro, ma insomma, eh, non volevo mica fare una tesi di laurea, volevo solo scribacchiare il mio post quotidiano dicendo due cose su un libro che ho letto. A posto.

18.9.14

La quinta onda


The Fifth Wave (USA, 2013)
di Rick Yancey

Con questa cosa che ultimamente ho preso a leggere libri anche in francese, oltre che in inglese, il quantitativo di romanzi o saggi in lingua italiana che mi passano fra le mani si è mostruosamente ridotto. Capita ancora, eh, anche perché esistono le altre lingue, delle quali non capisco nulla, ma insomma, capita sempre meno. Il che, se vogliamo, potrebbe pure essere un problema: non è che faccia bene smettere quasi completamente di leggere cose scritte nella lingua che uso principalmente per il mio lavoro. Che è scrivere. Del resto, fra i consigli base da dare a chi è tanto pazzo da voler provare a guadagnarsi da vivere con le parole, beh, c'è anche quello: leggere, leggere sempre, leggere di tutto, leggere come se non ci fosse un domani. Comunque, sto divagando prima ancora di aver iniziato, o forse no, ma non importa, tanto qua dentro finisce sempre così. Il succo del discorso, ammesso e non concesso che in questo momento esista un discorso nella mia testa, è che in linea teorica La quinta onda, avrei dovuto leggerlo in lingua originale. Ma la verità è che probabilmente non l'avrei mai letto, in lingua originale. E invece l'ho letto in italiano, perché l'agenzia che si occupava delle PR per il libro (ciao!) me l'ha gentilmente inviato, suppongo nella speranza che ne scrivessi qua sul blog.

E qui si potrebbe aprire tutta una parentesi sul fatto che improvvisamente qualcuno ha deciso di infilare il mio blog nella lista di quelli interessanti per cose del genere. Non so bene cosa significhi. Sono diventato importante? Piaccio? Qualcuno mi considera un opinion leader? Dio, che brutta espressione, "opinion leader". Probabilmente sarà un caso isolato, magari un glitch nel sistema, anche tenendo conto del fatto che il libro me l'han mandato a luglio e io ne scrivo a settembre. Ma, ehi, i libri non hanno data di scadenza! In tutto questo, per altro, si potrebbe riflettere sul fatto che il 90% (stima sparata completamente a caso) dei post pubblicati su questo blog parla di cinema eppure non mi arriva mai mezzo invito a un'anteprima, una proiezione, un qualcosa. Però posso raccontarmi che va così perché sanno tutti che vivo all'estero e che mi invitano a fare. In più, ci sarebbe anche da dire che se nel post su La quinta onda pubblicato con due mesi di ritardo trascorro oltre duemila caratteri parlando dei fatti miei, beh, mica posso stupirmi se poi la gente non mi invita alle cose e non mi manda le robe. Al di là del fatto che mi leggono in quattro. Uhm.

Beh, OK, dopo aver vinto il campionato mondiale di divagazioni sparate a caso perché non so come iniziare il post, parliamo di La quinta onda. Trattasi di romanzo young adult, e già qui la gente scappa urlando in preda al panico. Le parole "young" e "adult" sono fra i principali babau del geek che non deve chiedere mai. Al confronto, le parole "rom" e "com" vengono liquidate con un sorrisino d'indifferenza. Il problema è che i romanzi e i film young adult commettono il crimine più grosso che si possa compiere nei confronti della cultura geek: la rendono popolare e lo fanno senza rivolgersi ai maschietti adolescenti come target principale. Son bravi tutti (si fa per dire) a portare i supereroi Marvel al cinema senza far incazzare nessuno (si fa per dire), ma trasformare l'horror, l'azione, la fantascienza e [aggiungere a piacere] in cose pensate per le ragazzine beh, è tutt'altra faccenda. Ed è un crimine contro il popolo geek tanto quanto, che so, creare una console Nintendo che punta alle nonne, alle zie e alle donne delle pulizie. Ma, mannaggia, sto divagando ancora. Provo il reset.


Google mi propone questa immagine.

Dunque, La quinta onda racconta di un futuro post-apocalittico in cui l'umanità è stata fatta a pezzetti da un'invasione aliena, che ha attaccato seguendo vie subdole e infamissime, organizzate secondo quelle che i sopravvissuti hanno definito onde. E siamo appunto nel bel mezzo della quinta onda. Non sto a raccontare nello specifico come siano strutturate le onde, perché parte del fascino del libro sta nel modo in cui vengono svelate tramite i flashback della protagonista, ma diciamo che l'idea funziona abbastanza, nonostante il geek scafato non possa che ritenere telefonata la maggior parte dei colpi di scena. Diciamo che, una volta capito come funzionano le cose, gli sviluppi sono abbastanza nella norma. Ma insomma, il racconto rimane comunque scorrevole, piacevolissimo e a modo suo appassionante. Chiaramente, visto il filone d'appartenenza, il ruolo di protagonista tocca a una ragazza adolescente che, ora della fine, si ritrova coinvolta in un triangolo i cui altri due estremi appartengono a "famiglie" opposte, come nella miglior tradizione Montecchi/Capuleti.

Insomma, La quinta onda non fa nulla di particolarmente nuovo o fuori dagli schemi, ma quel che fa lo fa in maniera gradevole e la lettura scorre via che è un piacere. Il modello è sempre quello lì, quello della narrativa che tipicamente si rivolge ai maschietti, filtrata però attraverso uno sguardo di femminuccia, e con protagonisti dei ragazzini che prendono in mano la situazione in un mondo in cui gli adulti variano dall'inutile al dannoso, proponendosi come pericolosi cattivi, buoni incapaci e più che altro morti ammazzati. Il risultato dà colpi a cerchio, botte e pure moglie ubriaca, ma di certo non annoia, non sporca, non fa casino e non disturba. Voglio dire, Il codice Da Vinci ho fatto una fatica bestiale a finirlo, questo qua mi si è praticamente letto da solo. Qualcosa vorrà pur dire. Forse che nel profondo del mio cuore nascondo una ragazzina che non chiede altro che fissare i pettorali di un giovane attore hollywoodiano in 3D e su schermo gigante. Ehm.

Comunque, fondamentalmente La quinta onda è una specie di La strada con gli alieni in versione easy e ha certo il potenziale per dar vita all'ennesima trilogia  cinematografica di successo, per la quale fra l'altro si sono assicurati la nostra amica Hit-Girl. E non si può mica dire di no alla Chloe, dai: andremo a guardarci anche quello. Anzi, quelli. Ah, a proposito, sì, ovviamente questo è il primo volume di una trilogia, e infatti la storia si chiude per modo di dire. Poi, certo, per quanto il tutto sia gradevole, non è che sia esattamente rimasto qui con la bava alla bocca in attesa del secondo romanzo, ma insomma, immagino quello dipenda anche dal mio essere fuori target. Quindi no, non sono una ragazzina che bla bla bla. Credo. Ad ogni modo, il secondo volume, The Infinite Sea, è uscito da qualche giorno negli iuessei. Mh, quasi quasi me lo piglio su Kindle. No, dai. Sì. Non lo so. Comunque non so quando arriverà in versione Italiana. Abbiate pazienza.

L'ho letto a inizio luglio, mentre me ne stavo sdraiato fra le fresche frasche liguri. Nella lettura della versione italiana non m'è parso di notare molto di particolarmente fuori posto, mi sembra una traduzione ben fatta. Al di là del fatto che, quando sei abituato a leggere in inglese, poi noti sempre questa o quella espressione tradotta un po' come veniva perché non c'era altro modo. Va anche detto che sono passati due mesi, non ricordo nulla e magari invece mentre lo leggevo mi sembrava una traduzione fatta coi piedi. O forse no. Non ricordo. Uffa.

17.9.14

The Good Wife - Stagione 5


The Good Wife - Season 5 (USA, 2013/2014)
creato da Robert King e Michelle King
con Julianna Margulies, Josh Charles, Matt Czuchry, Archie Panjabi, Chris Noth, Christine Baranski, Alan Cumming

In America, nei salotti bene, The Good Wife è diventato il simbolo del "Avete rotto le palle con 'sta storia che le serie TV funzionano solo quando si accontentano di una dozzina di episodi a stagione". Che in effetti è un po' una convinzione generale, e del resto io ormai da tempo sono entrato nel circoletto di quelli che "meglio meno episodi". Voglio dire, ha senso ed è almeno in parte dimostrato dai fatti, oltre che dalla logica: tirare avanti un racconto per il doppio degli episodi senza fare un po' fatica e finire per allungare il brodo non è semplice. Ma d'altra parte non è che siccome è difficile allora deve diventare impossibile, così come - a proposito di cose dimostrate dai fatti - nulla impedisce a stagioni da dodici puntate di avere momenti morti e brodaglie allungate. Voglio dire, se riescono a infilare un episodio brutto in stagioni da tre puntate, tutto è possibile, no? Ad ogni modo, la questione è molto semplice e alla fin fine si tratta di ribadire l'ovvio: dipende da come le cose vengono fatte. Dipende dalla gente che scrive, dalla gente che recita e dalla gente che dirige. Well, duh!

Ebbene, la quinta stagione di The Good Wife è una bomba atomica, cosa che del resto è spesso capitata alle quinte stagioni di diverse serie con questo formato qua (penso a 24 e Buffy l'ammazzavampiri perché ce le ho fresche in memoria, ma l'elenco potrebbe andare avanti a lungo). I motivi sono ovvi tanto quanto quelli espressi qua sopra e stanno nell'avere ormai perfetta dimestichezza con personaggi, temi, situazioni, formula e spunti assortiti. Poi, certo, non è comunque scontato che venga fuori la bomba atomica, ma in questo caso è capitato eccome e infatti son qui a commentare ventidue puntate pazzesche, in cui non c'è praticamente mai un calo e vengono portate avanti in maniera quasi perfetta svariate storie incrociate fra loro a meraviglia. C'è tutto quel che ha fatto funzionare The Good Wife fino a qui, dai personaggi azzeccati alla qualità della scrittura, dalla voglia di legarsi a temi attuali al modo in cui anche l'ultimo fra i casi del giorno viene reso interessante, passando per lo sviluppo dei mille intrighi politici, lavorativi, relazionali. E ogni cosa funziona in una maniera che non ci si crede.

Per quindici episodi il crescendo è trascinante, inarrestabile, e se poi le cose rallentano un pochino è solo e unicamente perché, beh, dopo un evento come quello lì, buttato dentro all'improvviso in quella maniera lì (mi ha ricordato, per brutalità ed efficacia, un momento simile nella seconda stagione di Terminator: The Sarah Connor Chronicles, di cui fra l'altro non ho mai scritto qua dentro, uffa), devi tirare un attimo il fiato per forza di cose. Poi, per carità, dove c'è Kalinda c'è fastidio e in generale è forse un po' troppo perfettino il modo in cui si incastrano certe svolte, spunta fuori il nuovo procuratore faccia di palta proprio quando si stanno concludendo quei quindici episodi e vediamo arrivare quello lì a sostituire quell'altro là proprio in quel momento. Ma insomma, sono anche dinamiche piuttosto normali nel contesto della serialità, senza contare che, di fondo, la velocità e la maniera improvvisa con cui si verifica di tutto è un po' il tema portante dell'annata, che chiaramente raggiunge il culmine con tutto quel detto, non detto, fatto e non fatto lasciato appeso dopo un colpo di pistola all'improvviso.

La sostanza, comunque, è che si tratta di una stagione strepitosa, che scorre a una velocità pazzesca e butti giù come un bicchier d'acqua. Il paradosso, rispetto al discorso che facevo all'inizio, sta nel fatto che son ventidue puntate talmente dense, ricche, strabordanti, che gli autori, a tratti, sembrano quasi aver fatto fatica a farci stare dentro tutto e un paio di faccende - comprese quelle menzionate qua sopra  - danno l'impressione di essere state tirate via un po' di fretta. Insomma, stiamo parlando di una stagione da ventidue puntate a cui magari non avrebbe fatto male durare un po' di più. Sacrilegio! Anatema! Follia! Sparta! Fatto sta che è difficile sapere se The Good Wife saprà mantenersi su questi standard (certo, il finale lascia aperte delle strade che levati) o se farà magari un capitombolo allucinante sullo stile della sesta annata di 24, ma intanto qua c'è della gran televisione, probabilmente e ingiustamente sottovalutata da molti per mille motivi, compresi quelli per cui all'inizio la sottovalutavo io. Bene così, dai.

E comunque io scommetto che la sesta stagione sarà ganza. Dai. Voglio crederci.

16.9.14

Frances Ha


Frances Ha (USA, 2012)
di Noah Baumbach
con Greta Gerwig

In linea teorica, Frances Ha dovrebbe avere tutte le (o quantomeno parecchie) carte in regola per farmi innervosire e non riuscire in alcun modo a piacermi, con quella sua aria tutta da film indie che omaggia i classici e si immerge nella sua patina fatta di bianco e nero stile Manhattan e musiche da Nouvelle Vague (e David Bowie!). Senza contare la protagonista tutta strana e buffa ma così adorabile. E vogliamo parlare del manifesto qua sopra? No, dai, non parliamone. Ecco, solo a scrivere queste cose e rileggerle qui tutte in fila mi piglia il nervoso. E invece. E invece Frances Ha è un bel film, in grado di farsi adorare forse anche per il suo voler essere, in un certo senso, antipatico. Intendiamoci, la patina di cui sopra c'è e onestamente ne avrei fatto volentieri a meno, per quanto sia applicata con discreto gusto e immagino possa rendere il tutto ancora più adorabile per chi apprezza questo genere di cose, ma i meriti stanno altrove.

Per esempio c'è il bizzarro equilibrio che Baumbach riesce a trovare nel dipingere la sua protagonista. Da un lato c'è un personaggio tutt'altro che santificato, anzi, ritratto abbastanza impietosamente come la neyorkese privilegiata, senza senso della realtà, appiccicata a un sogno che può permettersi di (far finta di) inseguire mentre cazzeggia girando in tondo assieme a chiunque la circondi. In questo, Frances Ha è un ritratto abbastanza impietoso di un certo tipo di gioventù moderna, e qui mi fermo subito perché altrimenti mi trasformo nell'anziano parcheggiato davanti ai lavori in corso che discute di come andavano le cose ai tempi suoi. Tanto più che, a voler ben vedere, newyorchese non sono, ma sul resto, eh, non è che ci vada molto lontano. Comunque, dicevo, l'equilibrio.

Dall'altro lato, è difficile non vedere, nel modo in cui Frances domina la scena e mostra i suoi tratti più affascinanti, la passione del regista per la sua compagna di vita. Baumbach osserva la protagonista iniettando nella macchina da presa quello stesso sguardo che Frances descrive in maniera impacciata e tanto efficace alla festa coi suoi improvvisati amici, l'occhio dell'amore con cui il migliore degli Anderson riprende in ogni film la sua Milla. E Greta Gerwig (anche co-sceneggiatrice, per altro) risponde con un'interpretazione fantastica, naturale e fuori di cozza. Il film le appartiene fin dal titolo e lei lo prende in mano e lo porta a un livello superiore, mangiandosi tutto quanto e dando un senso ben preciso anche a una seconda parte in cui il racconto, come la protagonista, prende a vagare senza meta e senza costrutto. E alla fin fine il fascino di Frances Ha, lo dice anche il titolo, sta nel farsi ipnotizzare dai sorrisi accennati e dal tragico borbottare di questa tizia un po' strana che insegue un'amicizia destinata a finire, getta un paio di giorni in un viaggio senza senso e a un certo punto trova anche una via d'uscita dal suo girare in tondo.

Il film è fuori da un paio d'anni, durante i quali se l'è visto chiunque. Tranne me, che l'ho visto ieri sera, e chiunque lo stesse per caso aspettando al cinema in Italia, dove è arrivato la scorsa settimana. Certo, perdersi il vociare scombinato della Gerwig mi sembra un peccato e, boh, il trailer in italiano mi ha messo l'ansia, ma insomma.

15.9.14

I nuovi episodi pilota di Amazon


Un paio di settimane fa, Amazon ha buttato fuori i suoi nuovi cinque episodi pilota, dando il via alla terza edizione del processo di votazione da parte del pubblico tramite cui si decide poi cosa trasformare in serie e cosa no. Vai su Amazon, scarichi l'episodio, lo guardi, lo voti, aspetti che vengano prese delle decisioni al riguardo e poi vai su un forum a lamentarti perché Amazon non ha preso le sue decisioni affidandosi solo ai tuoi voti. Ah, maledetta democrazia! In passato, il mio unico contatto con tutto questo carosello - e, in generale. con le serie prodotte da Amazon - è stato rappresentato dall'episodio pilota della serie TV di Zombieland, che ho guardato in ritardissimo e di cui ho chiacchierato in un episodio di The Walking Podcast subito dopo l'annuncio che non se ne sarebbe fatto nulla. Questa volta, invece, complice il fatto che stavo usando di brutto l'app di Amazon su PlayStation 3 per guardarmi la quinta stagione di The Good Wife, m'è cascato l'occhio su 'sta cosa della Amazon Pilot Season e mi son detto "Beh, stanno lì, perché no?". Ecco, col senno di poi, un paio di "perché" ce li avrei anche, ma insomma, me li sono guardati tutti e cinque, ormai da oltre una settimana, sono andato pure a compilare il sondaggio (ti fanno quattro domande a risposta multipla, l'ultima delle quali richiede una valutazione secca di merito) e adesso m'è venuta voglia di scrivere due scemenze al riguardo.

Che cos'è?
Una commedia scemotta ambientata negli anni Ottanta, con il protagonista un po' sfigato ma che in fondo ha una certa dose di successo con le donne dal look improbabile dell'epoca. Attorno a lui e alle sue disavventure si trovano il classico cast di amici-macchiette e Paul Reiser nel solito ruolo di Paul Reiser. Il tutto è ambientato in un tennis club pieno di ricconi (probabilmente) cocainomani e ripreso con Instagram, o qualcosa di simile.

Come mi è sembrato?
Ho iniziato da questo perché in quei giorni non avevo tempo di dedicare un'ora alla cosa e allora mi sembrava il caso di partire dalle commedie, che durano meno. Dopo dieci minuti ero già scoraggiato e pesantemente attirato dallo smartphone appoggiato sul tavolino davanti a me, ma ho tenuto duro e sono arrivato fino in fondo. In linea teorica i nomi coinvolti - David Gordon Green alla regia, Steven Soderbergh in produzione - dovrebbero garantire una qualità che, boh, non mi sembra esserci. Il tentativo è chiaramente quello di tirar fuori una specie di Superbad, o forse di Adventureland: ci sono gli anni Ottanta, ci sono tutti i riferimenti da anni Ottanta (musiche in primis, ma non solo) e c'è quel taglio a metà fra la comicità scorretta e la malinconia da adolescenza che se ne va. Solo che se passo tutto il tempo a rendermi conto che "Ah, qui dovrei ridere", c'è un problema. Poi, certo, magari il problema è mio, but still. Detto questo, i personaggi, per quanto non esattamente un tripudio di originalità, sono tutto sommato ben costruiti e hanno il potenziale per crescere se la serie va avanti.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Poca. Ma diciamo che se ne leggo bene in giro, magari, una chance glie la do. Tanto sta lì, su Amazon.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Average


Che cos'è?
Ce lo vendono come sguardo onesto al "dietro le quinte" delle complessità emotive e psicologiche della vita matrimoniale e della raggiunta consapevolezza di non essere più tanto giovincelli. Il che si traduce in un sacco di battute a sfondo erotico, situazioni che coinvolgono il sesso orale e un tentativo di sembrare onesti e privi di vergogna facendo finta che Girls non abbia spostato di svariati chilometri i confini del tollerabile quando si parla di questi argomenti. E infatti sembra il Girls del discount, nel senso che al discount certe cose non te le puoi permettere.

Come mi è sembrato?
Ma c'è un altro parallelo, con Girls. Di fondo, quella di Lena Dunham non è una commedia in senso stretto e, quando ti fa ridere, lo fa sempre lasciandoti addosso un certo senso di disagio. Si potrebbe dire lo stesso di Really, o quantomeno dell'episodio pilota di Really, con la differenza che questo, ad essere una commedia, ci prova eccome, e il senso di disagio te lo lascia addosso perché sei lì che, quando scatta il momento in cui dovresti ridere, sei tu a dire "Really?". Poi, per carità, volendo c'è anche qui del potenziale, senza contare che immagino a qualcuno faccia piacere vedere Sarah Chalke impegnata nelle sue evoluzioni sessuali col marito. Io, mentre lo guardavo, ho esclamato talmente tante volte "Really?" che a un certo punto ho deciso di interrompere la visione. E, voglio dire, non mi capita praticamente mai di abbandonare una cosa che inizio, ho quel genere di ossessivo-compulsività. Però qua mi sembrava proprio di stare buttando via il mio tempo. Solo che poi mi sono ricordato che c'era Selma Blair e ho deciso di riprendere la visione e arrivare fino in fondo. Ho sofferto abbastanza.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Pochissima, ma non escludo di cadere in tentazione quando (se) me le ritroverò davanti su Amazon. Giusto per vedere cosa fanno fare a Sarah Chalke e Selma Blair.


Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Poor


Che cos'è?
Altro giro, altra commedia, questa volta scritta, diretta e prodotta da Whit Stillman, di cui credo di aver visto solo il bizzarro Damsels in Distress. Si racconta di un gruppo di giovani e bellissimi rampanti americani che vivono a Parigi e passano le loro giornate chiacchierando seduti sui tavolini di vari locali. C'è Adam Brody che sembra arrivare per direttissima dal set di The O.C., c'è Chloe Sevigny che fa la donna affascinante e sfuggevole, c'è Carrie MacLemore nei panni dell'americana totalmente pesce fuor d'acqua e preda degli autoctoni dall'accento strano e ci sono un po' di altri (mediocri) attori a occupare lo spazio dei sagomati di cartone che fan da contorno.

Come mi è sembrato?
M'è sembrata la classica storiella di gente bellissima, pulitissima e di cui non me ne frega nulla, ma che immagino abbia un suo pubblico, altrimenti non continuerebbero a proporre storie del genere e non riuscirebbero, di tanto in tanto, a trasformarle in serie di successo. Anche qui, fra l'altro, s'è ripresentata la costante del mio esclamare "Really?" di fronte a ogni gag. Evidentemente è il tema delle serie comiche Amazon. Va comunque detto che l'ambientazione parigina regala al tutto un look diverso dal solito e che quantomeno si vede lo sforzo di ingaggiare attori che conoscano la lingua in cui si ritrovano a parlare (per dire, c'è Adriano Giannini nel ruolo dell'amico italiano che, in quanto italiano, ne se a pacchi su come si trattano le donne). Pare una cosa da poco, ma non è che sia esattamente la norma, nelle produzioni americane. Anzi, la norma è l'esatto contrario, americani che parlano lingue straniere completamente a caso. Ah, anche di questo ho interrotto la visione verso metà, ma insomma, visto che poi ho recuperato Really, mi sentivo in colpa a non guardare fino in fondo solo The Cosmopolitans, quindi ho rimediato. Ho sofferto molto.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Zero assoluto.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Poor


Che cos'è?
Un thriller ispirato ad eventi reali, per la precisione il caso delle diciotto cheerleader di Le Roy (New York) che nel 2012 si sono ritrovate preda di tic e reazioni fisiche incontrollabili, propagate fra di loro secondo delle modalità da isteria di massa mentale. Il fatto viene anche citato in questo episodio pilota, che quindi non si tratta di una rielaborazione in senso stretto ma di un "È già capitato!". Protagonista degli eventi è una psicologa chiaramente formatasi con un pratico corso in fascicoli della Hobby & Work, che viene chiamata a investigare sul caso ma nasconde un oscuro segreto: suo fratello è un condannato a morte e ogni tanto, quando lei va a trovarlo, si esibiscono in una deliziosa imitazione della coppia Lecter/Starling.

Come mi è sembrato?
Tolti i primi dieci minuti in cui le mani e le rughe di Mena Suvari mi hanno messo di fronte alla tragica realtà degli anni che sono passati da American Beauty e dal primo American Pie, ho onestamente fatto un po' fatica a trovare motivi d'interesse, più che altro perché respinto dalla solita banda di adolescenti tutte un po' ribelli, super sessualizzate e senza un minimo spunto di caratterizzazione che vada oltre gli ovvi cliché. Fondamentalmente il racconto prende l'episodio reale e lo fonde con la fissazione di questi anni per gli smartphone, i social network e i video su internet, generando un po' quella sensazione da telefilm che tenta in maniera impacciata di raccontare cose moderne e giovani. Alla fin fine, sono più interessanti - per quanto altrettanto banalotte - le storie di contorno e, tutto sommato, il rapporto bizzarro della protagonista col fratello lascia addosso un minimo di curiosità. Ma insomma, è poca cosa. Di certo, sono arrivato in fondo più che altro per senso del dovere, aiutato da un po' di cazzeggio su Twitter.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Nel caso, guarderò cosa se ne dice e mi farò un'idea.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Below Average


Che cos'è?
L'esordio televisivo di uno fra i registi più versatili in attività. Voglio dire, si possono discutere i risultati, ma di sicuro Marc Forster non è uno che si fa problemi a saltare come uno schizzato da un genere all'altro, e basta scorrere la sua filmografia per rendersene conto: Monster's Ball, Neverland, Stay, Vero come la finzione, Il cacciatore di aquiloni, Quantum of Solace, Machine Gun, World War Z. Ad ogni modo, Hand of God è il nuovo esponente del filone "Gente normale che sbrocca a causa di un evento traumatico" e nello specifico racconta del giudice Ron Perlman che, messo di fronte al tentato (e ai limiti del riuscito: è in coma) suicidio del figlio, scivola nei meandri di un trip religioso vendicativo e si lascia tentare dalla pratica di giustiziere della notte.

Come mi è sembrato?
Di sicuro è il pilota più curato sul piano visivo del gruppo e, beh, ci mancherebbe altro. Poi c'è Ron Perlman, che è un valore aggiunto per qualsiasi cosa e riesce a dare senso a un racconto che comunque viaggia costantemente sul baratro del ridicolo. È un po' tutto molto sopra le righe, tant'è che leggo in giro chi lo paragona a iniziare a guardare Breaking Bad quando Walter White è già completamente uscito di testa, ma tutto sommato ci sono degli elementi interessanti, anche se, onestamente, gli sviluppi sono piuttosto prevedibili. Il modo in cui tutto gioca sul "Ma sarà veramente pazzo oppure c'è del senso in quel che dice?", comunque, funziona abbastanza e fa conservare un minimo d'interesse fino alla rivelazione finale. O, quantomeno, ci riesce rispetto agli standard piuttosto bassi degli altri quattro episodi pilota.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Beh, devo ammettere che il finale mi ha incuriosito, non tanto per il colpo di scena abbastanza telefonato, quanto perché potrebbe essere divertente vedere come gestiscono tutto quel che c'è da svelare, oltre alla progressiva perdita della brocca di Ron Perlman (e del suo amico Garret Dillahunt, che in questo genere di ruoli è sempre ottimo).

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Above Average

Ho l'impressione di non essere esattamente parte del target di Amazon.

14.9.14

Lo spam della domenica pomeriggio: Finferli!



Questa settimana ho da segnalare due articoli scritti per IGN, una lunga e penso molto interessante intervista a David Braben, nella quale si chiacchiera di Elite: Dangerous ma non solo, e l'anteprima di NBA 2K15, che fa sempre piacere. Ah, c'è anche il Dite la vostra di oggi, dai. E ci sono, poi, pure dei video su Call of Duty: Advanced Warfare che ho doppiato. Sono contenuti prodotti da IGN US, quindi sono relativamente "miei", però comunque nel doppiarli credo di averci messo del mio. Forse. Vai a sapere. Ad ogni modo, sono quello sulla mappa Retreat, quello sul sistema Pick 13 e quello sulla mappa Recovery. Ci sarebbe anche un'intervista, ma lì di mio non ci ho messo davvero niente. Su Outcast, invece, devo innanzitutto segnalare due podcast: il nuovo Tentacolo Viola e il Reportage sulla GDC Europe 2014. E poi ci sono un Videopep e l'episodio di Old! dedicato al settembre 1984. E basta.

Nei prossimi giorni dovremmo registrare The Walking Podcast. Credo.

13.9.14

La robbaccia del sabato mattina: I trailer dell'orrore


Questa qua sopra è la prima foto ufficiale della Batmobile di Batman V Superman: Dawn of Justice. L'ha pubblicata Zack Snyder in persona su Twitter dopo che era partita la tarantella delle immagini di pessima qualità uscite più o meno da non si sa dove (stanno tutte raccolte a questo indirizzo qua, credo). Che dire, lo spirito mi sembra bene o male quello della Batmobile di Christopher Nolan: un carro armato. Alla fine, giusto così. Qua sotto, invece, c'è una foto del Millennium Falcon e di un X-Wing (più o meno) "beccati" durante una sessione di volo e postati dall'account di una scuola di pilotaggio.



Ma a questo indirizzo stanno altre foto, in cui si vede anche altra roba, tipo che gli X-Wing saranno di diversi colori, nientemeno, e che J.J. sembra voler suggerire fra le righe "Morte nera". Intanto, mentre Haley Joel Osment non si può veramente guardare sul set del nuovo film di Kevin Smith (Yoga Hosers), Antoine Fuqua ha annunciato un remake de I magnifici sette con Denzel Washington (mmm... ) e adesso metto qua sotto un paio di trailer, tutti sanguinari.



Tipo, questo è il nuovo trailer della quinta stagione di The Walking Dead e a me sembra che continuino a marciare pesantemente sul fatto di farci credere che questo nuovo cattivo sia una specie di Negan in anticipo sui tempi. Lo sarà? Boh, può essere, ma io continuo a ricordarmi molto bene le centododici volte in cui Rick e Shane sono andati nel bosco col fucile.



Qua abbiamo ABCs of Death 2, nuovo ed emozionante appuntamento con il rilancio del tritacarne a episodi. Purtroppo, sono colpevole: devo ancora guardarmi il primo episodio, e se è per questo pure il seguito di V/H/S, ma insomma, eh, ho avuto da fare.



Questo, invece, è il trailer che mette in fila i personaggi di American Horror Story: Freak Show, quarta stagione della serie di cui devo ancora guardare la terza, ma tanto non è che ci siano spoiler, visto che ogni volta è una storia diversa. Fra l'altro, se non ho capito male, sarà l'ultima annata con Jessicona Lange. Uffa.



Di questo non sapevo assolutamente nulla fino a quando ho visto il trailer. Si tratta di The Town That Dreaded Sundown, remake (ma anche pseudo-seguito, se sto capendo bene) del film omonimo del 1974 che dalle nostre parti era stato ribattezzato La città che aveva paura. Il trailer mi pare promettente, il regista viene, per l'appunto, da American Horror Story (e infatti Ryan Murphy produce) e Addison Timlin è sempre un bel vedere. Mboh? Ah, buon weekend.








Post by Tusk.


Vi ricordo che oggi esce al cinema in Italia Si alza il vento. Sapete cosa fare.

12.9.14

Necropolis - La città dei morti


As Above, So Below (USA, 2014)
di John Erick Dowdle
con  Perdita Weeks, Ben Feldman, Edwin Hodge, François Civil

John Erick Dowdle è un regista che si è costruito una carriera sostanzialmente facendo l'esperto di film horror found footage. Il che, se vogliamo, in un certo senso significa che quando si vuole fare un film horror spendendo poco o nulla si può chiamare lui e si va sul sicuro. Considerando la predominanza del filone negli ultimi anni all'interno del genere (e non solo), avere una cosa simile a curriculum deve far comodo. Ovviamente si tratta di mie elucubrazioni basate sul nulla, ma i fatti intanto ci dicono che, dopo il suo esordio cult The Poughkeepsie Tapes, ha diretto il remake americano di [Rec] (e scritto il seguito), poi Devil e adesso questo Necropolis. Guarda un po', tutti quelli di cui ha curato anche la sceneggiatura sono found footage e l'unica eccezione è il film dell'ascensore scritto da M. Night Shyamalan. John Erick Dowdle autore, quindi, ma di found footage, insomma. Poi, certo, il prossimo film da lui scritto e diretto viene presentato come un action/thriller in stile Taken, ambientato in Thailandia e con protagonisti Owen Wilson, Pierce Brosnan, Lake Bell e Michelle Monaghan (♥)... fatico a immaginarmelo girato in stile videocamera, anche se, vai a sapere, magari ci stupisce.

Comunque, tutta questa divagazione in apertura sta lì più che altro perché su Necropolis non è che ci sia molto da dire. Racconta di un'archeologa fissata col suo lavoro al punto dell'autolesionismo e figlia di un archeologo fissato col suo lavoro al punto dell'autolesionismo (e del suicidio). La nostra amichevole ragazza dal ricciolo rosso e dal sexy accento brit si presenta al pubblico durante una spedizione in Iran per recuperare uno strano manufatto e ci mostra subito il pretesto - utilizzato con coerenza dall'inizio alla fine - per la messa in scena da found footage: sta documentando la sua ricerca tramite l'utilizzo di videocamere, che per il resto del film si alterneranno fra strumenti tenuti in mano, poggiati su cavalletti e comodamente inseriti negli elmetti dei protagonisti. E insomma, la ragazza si salva a malapena dalla sua avventura, non si accorge di alcuni segnali che, se avesse visto qualche film horror in vita sua, le suggerirebbero di lasciar perdere e finisce in quel di Parigi, dove assembla un team scalcagnato per andare ad infilarsi nelle catacombe. L'obiettivo è recuperare la pietra filosofale, nientemeno, ma i nostri simpatici amici scopriranno, come anticipato dai segnali di cui sopra, che quella infame pietra ha generato cose indicibili.

Da lì in poi parte il classico film del genere, che punta tutto sul (presunto?) coinvolgimento emotivo offerto da inquadrature che non stanno ferme un secondo e ti portano lì, al centro dell'azione e dell'orrore. Poi, chiaro, come sempre, per non rendere il film inguardabile, spesso la macchina da presa viene utilizzata con una padronanza e una pulizia che non hanno alcun senso, se consideriamo che si tratta di piccole videocamere agganciate in testa a gente sull'orlo del collasso isterico causa discesa negli abissi dell'inferno, ma insomma, fa parte dei pretesti di base che chiunque si guardi un film del genere, bene o male, dev'essere disposto ad accettare. Anzi, a Dowdle bisogna concedere che lo spunto di partenza - infilarsi in un luogo suggestivo come le catacombe di Parigi e avere a che fare con il mondo dell'alchimia - viene sfruttato molto bene per dare al tutto un look a modo suo originale e ricercato, quantomeno nel contesto del found footage.

Ci sono belle suggestioni visive e gli ambienti sono costruiti in maniere interessanti, che sembrano, di nuovo, uscire più da una versione per adulti di un film in stile Indiana Jones che dal classico horroretto di seconda categoria. C'è insomma dell'ottimo materiale, che purtroppo viene appesantito da una banalità sconcertante, ed essa sì in linea con il genere di film, per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi e le trovate più puramente horror. Insomma, ci viene chiesto di spaventarci per le solite quattro cose e se sicuramente qualche sobbalzo d'accumulo, a furia di "buh", prima o poi arriva, è un po' tutto un trionfo del prevedibile. Poi, per carità, è un prevedibile comunque confezionato meglio, o comunque in maniera visivamente più interessante, rispetto alla media dei found footage, senza contare che il film comunque scorre in maniera dignitosa e in un paio di punti ci sono delle trovate che ti fanno perfino esclamare "Ah!". Ma insomma, siamo veramente dalle parti di quel genere di cose che vado a guardarmi giusto perché sono cinematograficamente bulimico (specie quando si parla di horror), ho la tessera flat e, beh, ho la scusa di farlo più o meno per lavoro.

L'ho visto al cinema, in lingua originale, qua a Parigi, l'altro giorno, anche se da queste parti è uscito qualche settimana fa. Ogni tanto i personaggi parlano in francese: lo fanno anche nella versione italiana o han brasato tutto? Ah, le grandi domande degli adattamenti! In Italia è uscito ieri.