La battaglia dei tre regni
Red Cliff & Red Cliff II (Cina, 2008/2009)
di John Woo
con Tony Leung, Takeshi Kaneshiro, Fengyi Zhang, Chen Chang, Wei Zhao, Jun Hu, Chiling Lin, Shido Nakamura
Premessa: della storia cinese so meno di una fava. Ho fatto giusto due ricerchine su Internet, prevalentemente su Wikipedia.
La battaglia dei tre regni è l'adattamento cinematografico di una parte de Il romanzo dei tre regni, monumentale opera che romanza con taglio epico svariati eventi storici della Cina che fu, a cavallo fra secondo e terzo secolo. A quei centoventi capitoli (un migliaio di personaggi, oltre ottocentomila parole) si è nel tempo ovviamente ispirata una marea di altra roba, fra cui pure qualche videogioco, tipo i vari strategici Romance Of The Three Kingdoms, i Kessen e i simpaticissimi Dynasty Warriors.
Ecco, a un appassionato di videogiochi, c'è poco da fare, certi momenti de La battaglia dei tre regni fanno venire in mente proprio l'insopportabile serie di squartammazza targati Koei. Coi generali - non a caso personaggi presenti anche in quei giochi - che scendono in campo e da soli sbaragliano decine e decine di nemici, così, come se niente fosse. Va però detto che queste situazioni e davvero poco altro rappresentano le uniche concessioni di Woo al Wuxiapian cui siamo abituati. Nei due Red Cliff (sì, due, ne parliamo dopo) non si vede gente che svolazza come in La tigre e il dragone e rimbalza fra un muro e l'altro come in New Super Mario Bros. Wii.
E che si vede? Si vede un racconto che - fatta la tara al taglio mitologico con cui vengono caratterizzati i vari protagonisti e determinati snodi narrativi - mantiene abbastanza i piedi per terra, mostrando sì due scene di battaglia epiche, enormi, semplicemente splendide, ma concentrandosi soprattutto sui personaggi, sui complicati intrecci umani e politici che li legano, sulla guerra vista non solo attraverso lo scontro sul campo ma anche (soprattutto) tramite ciò che è preparazione, dialogo, tattica. Si vede un cast meraviglioso, con Tony Leung che al solito mangia in testa a tutti e attorno a lui un campionario di presenze sceniche da mozzare il fiato. Si osserva un John Woo tornato all'eleganza e alla potenza stilistica che sembrava aver ormai irrimediabilmente perso. Si respira il solito, adorabile, malinconico melodramma che permea il cinema dell'estremo oriente tutto e che ce lo fa amare.
Ah, quasi dimenticavo: i due Red Cliff. Avete presente Kill Bill? Volume uno e volume due? Ecco, stessa roba. Red Cliff, in Cina, è uscito sotto forma di due film, da centoquarantaepassaminuti l'uno. La versione occidentale è frutto di un riassemblaggio e scesoiamento voluto e curato dallo stesso Woo, al fine di renderlo più adatto ai nostri palati fini con una durata da centoquaranta minuti e spiccioli. Non l'ho vista, ma ho leggiucchiato in giro e noto come siano in effetti state eliminate quasi solo scene estremamente "cinesi", lontane dal gusto occidentale, oltre a una "sottotrama" che è forse la più debole dei film originali. Ma stiamo comunque parlando dell'eliminazione di oltre due ore di materiale, che genera per forza di cose qualche incongruenza e qualche scena un po' priva di senso, oltre a tagliar fuori alcune fra le più belle immagini dei due film (il parto e la caccia alla tigre? Ma stiamo scherzando?). Insomma, meh.
Il film l'ho visto in lingua originale, sottotitolato in inglese. Importanza di guardare questo film in lingua originale: non saprei, però l'importanza di guardarlo tutto per intero non la sottovaluterei. Eagle Pictures ha comunque annunciato la pubblicazione (su DVD e Blu-Ray) del film in entrambe le versioni: abbreviata e integrale. Quindi a breve saremo tutti più contenti. Nel frattempo, vi segnalo Chua Import & Entertainment, il sito - consigliato dal Guglia, ciao e grazie - tramite il quale ho comprato i due DVD cinesi, dezonati e con sottotitoli in inglese. Spedisce dalla Germania, quindi si schiva quella vergogna nazionale che è la dogana italiana. Mentre scrivevo questo brutto post, Al Michaels e Cris Collinsworth gufavano in televisione. Il mio stomaco elaborava il troppo the bevuto. Gli Eagles battevano agevolmente i Giants e si issavano in testa alla classifica della NFC East.
Multitentacolo
Il podcast del Tentacolo Viola: Episodio IV. Ospite speciale Pierpaolo Greco di Multiplayer. Gli sottopongo un pippone che non finisce più sui metri di giudizio e le scale di valori. E poi si parla di altre cose. Tipo che io parlo di Cooking Mama 3, del nuovo Buzz e di Red Cliff. Sta qui.
I podcast videoludici italiani si vogliono tutti bene fra di loro. Un abbraccio d'amore. Musica ascoltata nello scrivere questo brutto post: The Arrival - Michael Nyman. Mangiavo un paio di kiwi.
Orgoglio e pregiudizio e zombie
Pride and Prejudice and Zombies (USA, 2009)
di Seth Grahame-Smith
L'altro giorno, gironzolando come un'anima in pena da Feltrinelli, ho notato che è uscita un'edizione italiana di Pride and Prejudice and Zombies. E m'è venuto in mente che qua dentro non ho mai scritto di quella sciocchezzuola, anche se ne ho parlato nell'episodio zero di Outcast e quindi magari qualche disperato mi ha ascoltato mentre io lo descrivevo e Fotone rideva. Ma, insomma, mettiamolo pure nero su bianco.
Orgoglio e pregiudizio e zombie è una sciocchezzuola. Seth Grahame-Smith ha sostanzialmente preso il testo originale di Jane Austen e ci ha appiccicato sopra le decalcomanie dei morti viventi. Ma non così per dire, no no, ha proprio preso il testo originale, parola per parola, e l'ha usato come base per realizzare il suo, aggiungendo, togliendo, modificando, ma anche lasciando interi brani del tutto immacolati. La storia è la stessa, l'intreccio non muta di una virgola e le variazioni ruotano tutte attorno al cambio di contesto: la Gran Bretagna in cui amoreggiano Elizabeth, Darcy e tutti gli altri è invasa dagli zombie.
Le modifiche sono talmente deliranti e sopra le righe da non poter che strappare un sorriso: Lizzy e Jane hanno viaggiato in Cina per imparare le arti marziali, la scena del ballo si conclude con un'orda di zombie che irrompe e pianta su un gran casino, Elizabeth rifiuta Darcy prendendolo a calci... tutte simpatiche cosette del genere. Il problema è che non c'è altro. Un esercizio di stile, insomma, che si esaurisce proprio in questo suo giochetto e non riesce a fare quasi nulla in più. Chi - come me - si aspettava di vedere usati gli stessi personaggi e la stessa ambientazione per dare vita a un romanzo horror "canonico", magari dal taglio un po' trash/demenziale, rimarrà sorpreso. In positivo o in negativo? Boh?
L'idea è simpatica e nei suoi momenti migliori funziona anche molto bene. L'estremizzazione delle vicende di Charlotte e il modo in cui l'infezione va ad accentuarne i significati rappresentano forse l'esempio migliore, ma di buone trovate ce ne sono anche altre. Il problema è che sono disperse in un romanzo che, di fondo, condivide tutta la forza del suo intreccio con il testo originale. I personaggi sono quelli, gli snodi narrativi sono quelli e non son certo un paio di risate di bassa lega e due sbudellamenti a cambiar le carte in tavola. Insomma, se è l'intreccio che interessa, tanto vale andare sul libro originale, molto bello e indubbiamente superiore a questo.
Ma allora dove sta, se c'è, il senso di Orgoglio e pregiudizio e zombie? Sta per l'appunto nell'esercizio di stile, nella "rielaborazione" del romanzo originale e nel fatto che sarebbe quasi da leggere con il testo a fronte, confrontando passo a passo le parole di Jane Austen e quelle di Seth Grahame-Smith. In quest'ottica si tratta di un'operazione simpatica, divertente, a tratti perfino intelligente. E mi ha spinto a leggere Pride and Prejudice, che insomma, è già un bel risultato.
Il libro l'ho letto in lingua originale, nell'edizione brossurata di Quirk Books. Importanza di leggerlo in lingua originale? Beh, più che altro sarebbe da capire come sia stata realizzata la versione italiana. Insomma, qua il punto è anche l'utilizzo del testo di Jane Austen: se non è stata mantenuta la fedeltà, che senso ha? Che poi Jane Austen andrebbe comunque letta nella sua lingua e fine, ma insomma, eh. Nello scrivere questo brutto post ascoltavo in sottofondo la roba trasmessa da ESPN durante l'intervallo della partita fra Eagles e Giants. 30 a 17... come finirà?
New Super Mario Bros. Wii
New Super Mario Bros. Wii (Nintendo, 2009)
sviluppato da Nintendo EAD
New Super Mario Bros. Wii è stre - pi - to - so. Punto. Difetti? (1) L'inizio parecchio moscio: nei primi due mondi c'è una totale mancanza di senso del nuovo e di, boh, trasporto. Certo, si intravedono già qualche bella idea e lo sforzo di fare un gioco impegnativo e non la passeggiata che c'era su DS, ma davvero sembra di stare giocando alla stessa roba di tre anni fa. E non è bello. (2) Manca l'online e non ci ho potuto quindi giocare in cooperativa con Holly. (3) Le cazzo di piattaforme/ascensori dell'ottavo mondo: metà delle volte le muovevo troppo velocemente, Mario faceva la piroetta e io finivo nella lava. (4) È un Mario 2D e non è una cosa di tutt'altra pasta come Yoshi's Island, quindi ti viene da paragonarlo a Super Mario World e, vabbuò, su, dai. Però, fine, tutto il resto è stre - pi - to - so.
Ha un crescendo fuori scala: come detto, parti un po' meh, anche se magari ti fai pigliare dal solito stile Nintendo, ma poi ti ritrovi fra le mani una roba assurdamente bella, curata, perfetta, piena di idee, che cresce costantemente dall'inizio alla fine, ha forse il miglior boss finale nella storia dei Mario 2D e dopo il boss ci mette pure il mondo stronzobastardomaledetto dedicato agli hardcore gamer che a prendere le monete del 9-7 ho bestemmiato davvero tanto. Ah, fra l'altro: è il gioco più hardcore che ho giocato quest'anno. E no, non c'è Peach a pecora.
Poi la verità è che ha ragione chi dice che è un aggiornamento del gioco DS, perché dai, è quello, ha quella faccia, ha quello stile, ha pure più o meno gli stessi mondi, non si può negare che lo sia. Però ha pure ragione chi dice "ma col cazzo", perché c'è veramente troppo di più (oh, c'è Yoshi: gameset&match), troppa più cura, troppa più attenzione a fare una roba che funzioni a tutti i livelli, troppe più idee, troppe più cose. E concentrarsi sulla prima visione senza rendersi conto della seconda, se lo hai giocato davvero a fondo, mi sembra abbastanza miope. Se poi ti stai occupando di scriverne una recensione, mi sembra abbastanza degno della brutta gente che ho la sfortuna di chiamare colleghi e che guardo con sdegno dall'alto in basso credendo di essere chissacchì.
È il nuovo Mario paura spaccatutto diverso e innovativo? No, quello era Super Mario Galaxy, per questa generazione direi che siamo a posto. È un gioco della madonna, un Mario della madonna, un platform vecchio stile della madonna? Esatto. Vi sempra poco? A me no. Mamma mia! Ai miei tempi, quando qui era tutta campagna, per dei giochi che erano semplicemente dei seguiti della madonna di giochi della madonna ci si esaltava. Turrican II venne acclamato come capolavoro, non ci si tirava le paranoie perché era uguale al primo.
Quasi tutto quello che leggete in questa pagina l'ho in realtà scritto in una mail per la redazione di Nextgame, all'interno di una discussione ben più ampia e che non riguardava il nuovo Marietto nello specifico. Copio e incollo la chiusura di quella mail: "Uah, figata, adesso copio, incollo, sistemo la formattazione, aggiungo due insulti a Zave e ho fatto il post su New Super Mario Bros. Wii per il blog. Grazie a tutti. :*" Mattia, sei uno stronzo. A New Super Mario Bros. Wii ci ho giocato in inglese, perché ho il Wii impostato così. Ma cambia poco, anzi, in genere le versioni italiane dei giochi Nintendo sono solo ottime. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Crush (non Crash) - Dave Matthews Band. Sorseggiavo una tazza di Earl Grey. Mattia sei una merda.
Hype
"Watching "Avatar," I felt sort of the same as when I saw "Star Wars" in 1977. That was another movie I walked into with uncertain expectations. James Cameron's film has been the subject of relentlessly dubious advance buzz, just as his "Titanic" was. Once again, he has silenced the doubters by simply delivering an extraordinary film. There is still at least one man in Hollywood who knows how to spend $250 million, or was it $300 million, wisely."
Qua il resto, courtesy of my dear Roger Ebert. Però, oh, una cosa importante, che poi è James Cameron riassunto: "I've complained that many recent films abandon story telling in their third acts and go for wall-to-wall action. Cameron essentially does that here, but has invested well in establishing his characters so that it matters what they do in battle and how they do it. There are issues at stake greater than simply which side wins."
Ah, anche: "I saw the film in 3-D on a good screen at the AMC River East and was impressed. I might be awesome in True IMAX. Good luck in getting a ticket before February." In tutto il mondo esce nei prossimi tre giorni. Con qualche eccezione: Giappone (23 dicembre), Polonia (25 dicembre), Argentina (1 gennaio) e - rullo di tamburi - Italia (15 gennaio). Uffa.
Ma sì, dai, pure: "It takes a hell of a lot of nerve for a man to stand up at the Oscarcast and proclaim himself King of the World. James Cameron just got re-elected." Hype. Credo sia il terzo film in questo intero decennio che mi fa voglia a questi livelli. La quarta "cosa", a farmi voglia a questi livelli, così ci mettiamo dentro Dead Rising. Dai, chiudiamo in bellezza: qualcuno mi regali un volo andata/ritorno per Londra con biglietto per la visione all'IMAX. Al pernottamento ci penso io, giuro.
Mentre pubblico questa roba, attendo con ardore l'inizio di Philadelphia Eagles @ New York Giants. Viste anche le scoppole prese dai Dallas Cowboys poco fa, la partita potrebbe definitivamente significare playoff. Hai detto niente. Mi sa che scatta la nottata, a meno che non si vada subito sotto di venti e ciao e grazie. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: I Kissed a Girl - Katy Perry (giusto per sputtanarci definitivamente). Sbadigliavo e valutavo quali droghe utilizzare per restare sveglio.
Il presidente - Una storia d'amore
The American President (USA, 1995)
di Rob Reiner
con Michael Douglas, Annette Bening, Martin Sheen, Michael J.Fox
Guardare questo film è un'esperienza lisergica, ma anche un po' catartica. Quasi una scelta morale. Soccombo alla profonda antipatia nei confronti di Michael Douglas e (soprattutto) Annette Bening, che davvero mi attanaglia le viscere al punto di non farmi piacere una sceneggiatura tanto ben scritta e un film tanto leggero e simpatico? Oppure regalo lode, bacio accademico e un mondo di amore a Rob Reiner e Aaron Sorkin, che mi fanno diventare simpatico il Michael e quasi (quasi) sopportabile l'Annette? E ammetto, sigh, che i due antipaticoni sono anche bravi? La seconda, via, ché è Natale e siamo tutti più buoni.
Il presidente è una commedia sentimentale americana. Non molto di più, ma anche nulla di meno. È lui e lei che si conoscono, per qualche strano motivo si innamorano, vanno avanti felicemente, poi c'è la crisi, poi fanno pace e si vogliono bene. Con tanti amici e personaggi di contorno che son simpatici e adorabili (e un paio pure un po' strani). È quello, lo sappiamo. Però è un "quello" fatto davvero per benino, con tutte le sue cosette al posto giusto, con tutti i suoi bei caratteristi che fanno il loro dovere, con una sceneggiatura solida e frizzante.
Ed è per tutte queste cose che Il presidente funziona. Per il fatto di farti interessare alle vicende di persone dai tratti umani e reali, prima che di politici e presidenti. Perché c'è un film e c'è una sceneggiatura, e non solo Amy Adams e Meryl Streep. E Stanley Tucci. Perché - pare poco ma non lo è - ti caratterizza il presidente come un presidente vero, che ha a che fare con problemi veri e deve prendere decisioni su dilemmi veri, mica su crisi inventate con luoghi di fantasia. Perché quattordici anni dopo non sai se chiederti "Ma 'ste robe si discutevano già quattordici anni fa?" o "Ma dopo quattordici anni ancora stiamo dietro a 'ste robe?". Troppo avanti Sorkin e Reiner o troppo indietro il resto del mondo?
Il film l'ho visto in DVD, original language. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Beh, gli attori son bravi e c'è qualche giochetto di parole simpatico. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: The Boxer - Editors (sto un po' in loop). Nel mio stomaco danzava un Big King XXL menu medio.
[Rec]
[Rec] (Spagna, 2007)
di Jaume Balagueró e Paco Plaza
con Manuela Velasco, Pablo Rosso
Quando a suo tempo vidi i trailer di [Rec], mi immaginai una cosa un pochino diversa da quel che ho poi trovato. Non so bene per quale motivo, mi ero convinto che il film avrebbe raccontato col "trucchetto" della videocamera in prima persona una storia horror sullo stile delle due precedenti di Balaguerò (il perlomeno interessante Darkness e il pessimo Fragile). Insomma, non m'aspettavo gli zombie. E invece qui ci sono gli zombie. A onor del vero va detto che nel finale fa capolino una una botta di misticismo, ma insomma, in sostanza di quello si parla: zombie, del genere "incazzato, rabbioso, corro come un pazzo e ti sbrano".
E se ne parla senza raccontare nulla di nuovo, ma sfruttando il trucchetto della videocamera sempre accesa per calare lo spettatore al centro dell'azione. Che ha qualche forzatura e richiede un minimo di disponibilità per "crederci". Ma, all'ennesimo film che gioca su queste regole, dovrebbe essere ormai chiaro come funzioni 'sto genere di roba. E se piace o no. E se fa venir da vomitare o no. Balaguerò e Plaza, comunque, ci giocherellano abbastanza bene, non si limitano a lasciar la videocamera in mano al reporter coraggioso, la appoggiano anzi di qua e di là, la sfruttano come mezzo di sopravvivenza estrema nel claustrofobico finale, ci fan tutto quel che ci si può fare.
Ne vien fuori un film teoricamente in grado di far paura un po' a chiunque non si faccia prendere da motion sickness, se non altro perché li prova un po' tutti, i modi per spaventarti. Però, con me, non ha funzionato poi tanto. Sarà che mi stavan sulle balle tutti i personaggi e non chiedevo altro che di vederli sbranati? Sarà che la svolta "ultraterrena" del finale m'è parsa un po' ridicola? Sarà che per quanto diretto estremamente bene non l'ho trovato niente più che appunto un esercizio di bravura realizzato estremamente bene? Vai a sapere.
Il film l'ho visto in lingua originale con sottotitoli in inglese (del resto su Play.com te lo tiran dietro). Importanza di guardare questo film in lingua originale? Ma che ne so, mica parlo spagnolo. Leggo comunque in giro che il doppiaggio italiano è stato realizzato con gran cura. Si son sbattuti, insomma. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: You Really Got A Hold On Me - She & Him. Nel mio stomaco facevano a botte tonno, fagioli e un Kinder Colazione Più.
Dita unte sullo schermo
Non ho comprato The Secret Of Monkey Island Brutta Edition perché è brutto. Ha la grafica brutta. Capito? Brutta. "Ma dentro c'è pure la versione originale!" Eh, ok, ma quella ce l'ho in diciottomila forme, e non mi interessa dare soldi a gente che vende quella versione brutta. Non bastasse il fatto che quella grafica è brutta già di suo, poi, si aggiunge pure il fatto che ha il design dei personaggi (brutto) tutto triste e stravolto che qualche idiota ha deciso di inventarsi con The Curse Of Monkey Island, rendendolo la "faccia" ufficiale di Monkey Island per questo popolo di giovani d'oggi che non sanno nulla di quando qui era tutta campagna. Guybrush Threepwood non è questa specie di Bernard Bernoulli o questo stronzetto. È questo qui. Ed è bello anche e soprattutto perché pur essendo un completo idiota è quel fighetta con la barba che sta lì dietro. Ma che ne volete capire, razza di debosciati. Vi scatarro su.
Flight of the Amazon Queen (Renegade Software, 1995/2009)
sviluppato da Interactive Binary Illusions - John Passfield & Steve Stamatiadis
Ho però comprato Flight of the Amazon Queen, per iPod Touch. Che è un'avventura grafica del 1995 uscita su Amiga e PC. Ho la versione PC, nel mucchio della roba comprata e mai giocata. E oggi, se vuoi giocare una roba del 1995, lo sbattimento di farla funzionare non vale i cinque euro scarsi che costa la versione iPod Touch. Quindi l'ho comprato per iPod Touch e me lo sono finalmente giocato.
Ed è esattamente quel che immagino fosse quattordici anni fa: un'avventura grafica spudoratamente riciclata e derivativa, con uno script scoppiettante e abbastanza divertente, una serie di enigmi belli piacevoli da risolvere, quella classica atmosfera demenziale e naïf che tanto ci piace. Un po' Indiana Jones e un po' Guybrush Threepwood, piglia per il culo entrambi con affetto e diverte abbastanza dall'inizio alla fine, pur all'interno di confini e stereotipi che più classici di così proprio non si può.
Buoni i due sistemi di controllo (il secondo arrivato tramite aggiornamento, per rispondere alle critiche di gente un po' scema): entrambi girano intelligentemente attorno al problema di stare sporcando lo schermo dell'iPod con il pollice. Poi, per carità, con un pennino si vivrebbe tutti più felici, ma non si può avere tutto. E in compenso c'è un doppiaggio esilarante, con tutti 'sti accenti forzatissimi e bellissimissimi. Insomma, approvato.
Beneath a Steel Sky Remastered (Virgin Interactive, 1994/2009)
sviluppato da Revolution Software - Charles Cecil
Non pago, ho comprato pure Beneath a Steel Sky Remastered, sempre per iPod Touch. No, non è vero, non l'ho comprato, l'ho recuperato per vie traverse proprie dell'essere uno che campa scrivendo di minchiate. Al contrario di Flight of the Amazon Queen, che è una conversione ripulita e bon, questo è un vero e proprio remake. Ma un remake fatto con intelligenza, mica come quella roba brutta, cattiva e antipatica di cui ho parlato in avvio.
Han tirato in mezzo Dave Gibbons, che già si era occupato della grafica di quattordici anni fa, e gli han fatto fare non so bene cosa. Il risultato, però, è un remake di quelli ligi, rispettosi e fatti con amore. L'introduzione e l'epilogo, per dire, sono impeccabili nello spolverarsi e aggiornarsi al nuovo millennio senza grattar via la patina vintage di cui un'operazione del genere dev'essere ricoperta. Il sistema di controllo, pure, è molto intelligente. Oltre che diverso da entrambi quelli di Flight of the Amazon Queen, come per dire: "oh, su, basta sforzarsi, le buone idee stanno lì fuori e aspettan solo di esser colte".
E poi c'è il gioco, che è un'avventura grafica solida, meno facile di come me la ricordassi - forse perché all'epoca ero troppo più allenato al tipo di ragionamenti richiesti da questo genere di giochi - e con una bella scrittura. Comicità spicciola, senso del dramma, un paio di bei colpi di scena e un'ambientazione cyberpunk che magari è passata di moda ma, insomma, quel minimo di fascino se lo porta ancora dietro. Poi, ovvio, c'è anche la polvere, quasi tutta ammucchiata sul Virtual Theatre, che all'epoca pareva quasi rivoluzionario e adesso, insomma, è proprio la curiosità simpatica a cui fai pat pat sulla spalla. Ma va bene così, mica ci si può aspettare la rivelazione del terzo segreto di Fatima da un'avventura grafica del 1994.
Di entrambi i giochi esiste una versione italiana che non ho visto neanche di sfuggita e non so se sia solo sottotitolata o anche doppiata. Importanza di ascoltare questi giochi in lingua originale? Boh, gli accenti fan parecchio ridere e poi, dai, insomma, i giochi di parole. Chi mi ascolta su Outcast mi ha probabilmente ascoltato mentre dicevo le stesse cose che ho scritto in questo quindi abbastanza ridondante post. Sopravviveremo al dolore. Nella confezione originale di Beneath a Steel Sky c'era un fumetto di Dave Gibbons che faceva da prologo alle vicende e fece pure da base per il filmato introduttivo del gioco. È bello. Lo possiedo. È bella pure la scatola, tutta nera. Mica come le scatole brutte di adesso. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: The Boxer - Editors. Provavo forte desiderio di coma farmacologico.
Nerdcast
Outcast episodio tre: brutto, puzzone e dall'adorabile sapore vintage. Sta qui.
No, perché magari uno si chiede come succeda che dopo una settimana da otto (otto!) post se ne presenti una da blog morto e agonizzante. Succede che ho avuto un podcast da registrare, un sacco da lavorare, un po' di simpatiche faccende da sbrigare e il podcast di cui sopra da montare/tagliare/ripulire/pubblicare. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: In This Light and On This Evening - Editors. Stasera vado a vederli, gli Editors. Prima volta a un concerto proprio loro, dopo che me li sono beccati in un festival olandese e uno tedesco. Son gentili, dovevano andare all'Alkatraz, si son spostati al Palasharp per farmi camminare meno. Comunque ho bisogno di passare quattro giorni seduto sul divano. Ci vediamo mercoledì. Ciao e grazie.
La settimana a fumetti di giopep - 28/11/2009
Due settimane di fila, così poi non lo faccio più per due anni. Olé!
Manga
Naruto #45 ***
Che devo dire, che devo fare, ormai siamo nel limbo, in quella zona in cui è evidente che ha rotto le scatole ma sono ancora troppo affezionato ai personaggi e allo stile grafico e/o narrativo per darci un taglio. Ma insomma, è l'unico manga di 'sto genere che ancora leggo, teniamocelo.
Pluto #4 ****
No, basta, questa roba non si può leggere un pochetto ogni tre mesi. Non ha veramente senso, ti perdi i pezzi per strada, spezzi completamente la tensione della detection, ti rimane solo il gusto per la splendida maniera nel raccontare e nel disegnare le cose (anche se, diciamocelo, con Urasawa cambia il tema ma sembra di legger sempre la stessa storia). Il problema è che non ce la faccio, quando esce il nuovo numero, a metterlo lì sullo scaffale, bello tranquillo, in attesa di averli in mano tutti e otto. Qualcuno mi dia una soluzione, io non so dove pescarla.
Marvel
Incognito ****
Questa cosa del "le sue solite robe, ma quanto sono belle" sta cominciando a diventare monotona. Ma insomma, Incognito quello è. Un noir più o meno superomistico cupo, sboccato, violento e con qualche ammiccamento sessuale non è esattamente materia densa d'originalità, di questi tempi. Però Brubaker riesce a dargli un taglio corrosivo e serio, senza risultare forzatamente serioso, ma anzi sapendo anche ridacchiare di se stesso. Se vi state chiedendo cosa significhi questa roba che ho scritto, sappiate che me lo sto chiedendo pure io. Un po' Powers, un po' Wanted, un po' Sleeper, un po' una roba per i fatti suoi, Incognito è strettamente figlio del suo autore, forse anche per questo limitato nel ricordare parecchio tante altre sue opere. Però, siam sempre lì: che bello!
Magneto: Testamento ****
Testamento racconta la terribile gioventù di un cattivone degli X-Men che Chris Claremont ebbe la bella intuizione di rielaborare come sofferente reduce da Auschwitz. La natura del protagonista sta giusto giusto negli occhi di chi legge, indottrinato dal titolo e capace eventualmente di cogliere la singola strizzata d'occhio ai poteri (il giavellotto) e a un altro personaggio noto (Magda). Fine. Per il resto, c'è un racconto solido, intenso, che non dice nulla di particolarmente nuovo sull'argomento ma racconta, bene, uno squarcio di storia attraverso lo sguardo di un giovane. Occhio: se cercate Maus, andatevi a leggere Maus, perché siamo lontani anni luce. Se cercate un bel fumetto scritto con gusto su un argomento delicato, potete rivolgervi anche a questo. Che fra l'altro contiene pure una breve storia di Joe Kubert e Neal Adams sulla vicenda di Dina Babbitt, hai detto niente. Mettiamola così: se anche solo dieci cretini americani sovrappeso l'hanno comprato convinti di leggersi una cazzatona di supereroi e anche uno solo fra di loro è rimasto colpito e interessato da quel che viene in realtà raccontato, oh, punti stima a Greg Pak. Sì, lo so, sono stupido e qualunquista.
Marvel Zombies #3: Carne e Metallo **
Divertimento di bassa lega, carne, sangue e comicità spicciola. Il filone Marvel Zombies non era partito male (del resto Robert Kirkman, mica pizza e fichi) e l'incrocio con Ultimate Fantastic Four, pure, era stato divertente. Poi si è cominciato a riproporre sempre la stessa storia, riscritta in maniera sempre più brutta, con apparizioni speciali a caso. Qua perlomeno si prova a fare qualcosa di diverso e il risultato è pure simpatico, ma insomma, se deve trasformarsi in una semplice roba di supereroi, solo mezzi morti, che senso ha?
Spider-Man & X-Men: I teenager più strani di tutti i tempi *
Non ho capito se l'intenzione fosse di creare una storia sullo stile sempliciotto dei bei tempi andati o se proprio questa miniserie è scritta da cani. L'impressione, però, è di una roba scritta da cani che ha come unico motivo d'interesse il ripercorrere in maniera superficiale alcuni eventi cardine nella storia dei personaggi coinvolti. Peccato, i disegni di Mario Alberti si meritavano qualcosa di meglio.
Altro
Locke & Key #1 ****
Che cos'è, Locke & Key? Boh? È un thriller? È un horror? È un racconto di formazione? No, hahaha, dai, racconto di formazione no, mi pare esagerato. Però, caspita, è una bestia strana, che ti tiene col fiato sospeso, che giocherella col misticismo, mette paura con il suo non farti capire una fava, si gioca le carte migliori ogni volta che torna coi piedi per terra e tiene incollati alla tavola con una regia e un ritmo strepitosi. Joe Hill, non so da dove tu sia uscito, ma resta fra noi, ti prego!
The Boys #4: Cose che fanno bene allo spirito ****
Periodicamente salta fuori il fumetto (o il film, via) che si bulla di avere un approccio in qualche modo realistico al tema dei supereroi. Watchmen ce li ha fatti vedere stanchi, panzoni, sanguinari e politicizzati. Con Marvels li abbiamo osservati attraverso l'occhio dell'uomo comune. Powers, Top Ten e tanti altri li hanno integrati nella società con un taglio hard boiled. Insomma, ognuno ha la sua. Garth Ennis, con The Boys, li trascina nel fango e li rende quindi molto più vicini a questo simpatico mondo di depravati, squallidi, egoisti, parodistici approfittatori in cui viviamo. Quello di chi vuole gli occhiali a raggi X per spiare sotto i vestiti della vicina gnocca. Quello di chi se fosse Superman rapinerebbe le banche. Quello di chi manda al potere, tramite regolari elezioni, texani rincoglioniti e unti dal signore. Quello, insomma. Il quarto volume interrompe un pochetto il filone della satira porchettara e del giochetto sugli stereotipi infilandoci un apparente sviluppo romantico. Occhio ad affezionarcisi, perché il rischio che si stia preparano un patatrac di quelli grossi mi sembra evidente.
Whiteout ***
Originale poliziesco ambientato a due passi da dove vedemmo per l'ultima volta R.J. MacReady, Whiteout si gioca le sue carte più con il graffiante tratto di Steve Lieber, la solida caratterizzazione delle due protagoniste e il fascino dell'ambientazione che con un intreccio investigativo francamente piuttosto prevedibile. Sarei curioso di guardarmi il recente film con Kate Beckinsale, ma da quel che leggo in giro mi sa che è più interessante cercare "Kate Beckinsale" su Google e sfogliare i risultati sotto la voce immagini.
Adesso mi leggo tutto Volto Nascosto. Fermatemi, vi prego. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: 30 Seconds - Therapy?. Cercavo disperatamente di digerire uno Steakhouse Burger menu medio (con coca e patatine).




