San Andreas

The Rock contro il terremoto

Il libro della vita

Una delizia visiva

Tomorrowland

Giorgino futurista

Youth - La giovinezza

La commedia geriatrica secondo Sorrentino

Mad Max: Fury Road

Il film dell'anno

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29.5.15

Milano accoglimi!


Ieri pomeriggio mi sono preso il mio bell'aereo in direzione Milano e adesso mi faccio un weekend lungo delle solite cose, fra pappe abbondanti a casa dei suoceri, passaggio a volo radente in fumetteria, incontri con amici e parenti assortiti. Oggi, però, il tuffo nell'oblio: andiamo a farci un giro all'Expo, nella speranza di non fare troppe code, con l'obiettivo di mangiare più roba possibile. Almeno credo. Si va per quello, all'Expo, no? Non so, io, 'sta cosa dell'esposizione universale, a furia di vederla in film, libri e fumetti, me la sono sempre immaginata come il trionfo della tecnologia e del futurismo. E invece si mangia. Non che mi lamenti, eh. Viva il padiglione coreano! But still.

Comunque la mascotte dell'Expo mi risulta abbastanza inquietante. La vedrei bene in un film di Brian Yuzna. Fa solo a me quest'impressione? Ah, il blog, probabilmente, si arena un po' da qui ad almeno martedì. Oddio, magari non si arena, vai a sapere, però, insomma, me la prendo comoda.

28.5.15

San Andreas


San Andreas (USA, 2015)
di Brad Peyton
con Dwayne Johnson, Carla Gugino, Alexandra Daddario

C'è stato un momento, mentre guardavo San Andreas, in cui mi sono ritrovato a chiedermi come debba essere, per uno spettatore americano, magari residente in California, starsene seduto davanti a uno schermo gigante su cui viene proiettato il distaccamento del suo stato dal continente in un tripudio di ottimi, credibili, agghiaccianti effetti speciali. Voglio dire, io sono stato diverse volte a Los Angeles e a San Francisco, ho pure visitato la Hoover Dam protagonista della devastazione iniziale raccontata dal film, e quelle immagini, per brevi tratti, mi hanno un po' messo a disagio. Se sei uno che lì ci vive da sempre, e che bene o male ha impiantata nel retro del cervello la nozione del Big One che prima o poi piallerà tutto, beh, fatico a immaginare quali sensazioni possano avvolgerti. Poi, certo, intendiamoci, San Andreas non è un documentario rigoroso e deprimente, è un blockbuster estivo che mette The Rock contro il terremoto e si racconta all'insegna dell'esagerazione colorata. Però, insomma, per brevi attimi, questa cosa mi ha abbastanza colpito.

Proprio l'abbandono al colore più sfrenato, comunque, è una fra le caratteristiche più apprezzabili del film di Brad Peyton. Ultimamente ci siamo abituati a un approccio spento, buio, grigio e desaturato a tutto ciò che è distruzione, ma San Andreas demolisce la soleggiata California, mettendola in scena costantemente di giorno, immersa nella luce e nello splendore visivo che quei luoghi, a volte, sanno regalare. Può sembrare poco, ma in fondo si tratta di un aspetto che dona al film una personalità tutta sua, anche se forse lo fa più nel confronto col resto della produzione recente che per meriti del film stesso. Gli altri pregi di quello che alla fin fine è un blockbuster "medio", senza particolari pretese o spunti d'originalità, stanno senza dubbio nei validi effetti speciali, nel dono della sintesi e nell'aver ficcato al centro dell'azione The Rock.

Dwayne Johnson, infatti, si conferma un centrifugato di personalità e si carica con grande agio sulle spalle tanto le scene d'azione, in cui non sbaglia un colpo anche se questa volta non può abbattere il nemico con una Rock Bottom, quanto i momenti di raccordo, nei quali sfodera le sue sottovalutate doti d'attore. Poi, certo, il materiale è quello che è, ma il nostro eroe fa il suo dovere e l'intesa con Carla Gugino funziona a meraviglia. Per il resto, San Andreas è disseminato di attori apparsi in mille e più telefilm, fra cui spicca per questioni di canottiera bagnata la nostra amica Alexandra Daddario, che con la Gugino di cui sopra va a formare una coppia madre/figlia di spessore assoluto, come non se ne vedevano dal duo Shue/Lawrence di House at the End of the Street. In generale, come nucleo famigliare a tre vertici, direi che il film accontenta senza problemi maschi, femmine, grandi e piccini. Agevolo documentazione fotografica.



Nel metter tutto questo assieme, viene fuori un film catastrofico godibile, che spreca un po' un comunque efficacissimo Paul Giamatti nel ruolo del generatore di spiegoni, mette in fila tre o quattro sessioni di distruzione ben realizzata, si accontenta del minimo (ma veramente minimo, eh!) indispensabile sul fronte della sceneggiatura e fa tranquillamente il suo dovere dall'inizio alla fine. Non c'è una sorpresa che sia una e tutto ciò che è storia è ampiamente risaputo, ma quantomeno le scene di raccordo non si fanno prendere dalla logorrea e il film si ferma attorno al sempre saggio centinaio di minuti. Proprio su questo fronte vince il confronto con l'inevitabile termine di paragone rappresentato dalle lunghissime e tediose apocalissi di Roland Emmerich, del quale manca forse però un po' la capacità di rendere il senso epico e di scala della distruzione. Brad Peyton è volenteroso, fa il suo compitino diligente e piazza pure lì un piano sequenza piuttosto efficace, ma se cercate una trovata originale, un guizzo visivo o anche solo la forza che il regista tedesco riesce a imprimere su certe immagini, beh, rivolgetevi altrove. Se invece volete vedere The Rock che guizza il muscolo e fa il contrito per gli errori passati, due belle donne che corrono in abiti aderenti e la California che viene demolita da Madre Natura, beh, potrebbero essere cento minuti ben spesi.

L'ho visto in 3D e devo dire che, nonostante le doti delle attrici e il macello su schermo, non mi sento di consigliarlo. L'effetto non è particolarmente sfruttato, il film non mi è parso diretto da un regista che ci teneva particolarmente e la patina oscura degli occhiali quasi trasforma la soleggiata California nella nebbiosa Padania.

27.5.15

Il libro della vita


The Book of Life (USA/Messico, 2014)
di Jorge R. Gutiérrez
con le voci di Diego Luna, Zoe Saldana, Channing Tatum, Ron Perlman, Ice Cube 

L'aspetto forse più affascinante di Il libro della vita, coproduzione a cavallo dei ponti che, dopo diverse battute d'arresto in casa Dreamworks, è riuscita a concretizzarsi grazie all'intervento di Guillermo del Toro e alla distribuzione targata Fox, sta nella maniera per noi totalmente aliena in cui parla di morte e di accettazione della stessa. Perché alla fin fine il racconto del triangolo amoroso fra Manolo, Maria e Joaquin, tre giovani messicani che finiscono invischiati nelle trame di divinità dall'oltretomba, è il prototipo della storia che in mano ad altri avrebbe generato il classico film d'animazione dark proto-burtoniana. E non che ci sia niente di male, eh, ma qui si respira tutta un'altra atmosfera, figlia di un aldilà vissuto in maniera gioiosa, colorata, variopinta, che parla di speranza, del potere dei ricordi, di un rapporto con la morte che è culturalmente distantello dall'immagine di matrice cattolica che ne abbiamo da queste parti.

Il punto è che stiamo parlando di un racconto in cui la gente muore a ripetizione, le creature che arrivano da due diversi piani dell'oltretomba abbondano e l'intera vicenda è mossa da macchinazioni ultraterrene, eppure non c'è mai un briciolo di disperazione, di cupa ansia. È sempre tutto vibrante, colorato, allegro, anche nel ritrarre gli angoli teoricamente più oscuri e abbandonati dell'aldilà. La disperazione, casomai, si manifesta in vita, nella ricerca di un amor perduto, nel sentirsi affogare fra le ombre proiettate dalla propria famiglia, nel cercare disperatamente un senso per il proprio destino. Si tratta di una visione talmente particolare e "diversa" da saper dare una personalità unica anche a un film d'animazione che invece si allinea al filone dominante di matrice statunitense sotto tanti altri punti di vista, dalla struttura narrativa risaputa alle gag francamente banalotte, passando per una colonna sonora che riproduce successi della musica pop in versione mariachi.

E questo immaginario così particolare, surreale, vibrante si manifesta anche e soprattutto in uno spettacolo visivo pazzesco. Ogni singola inquadratura di Il libro della vita, con magari la parziale eccezione dei segmenti ambientati nel mondo reale, è un tripudio di energia fulminante, un'esplosione di trovate assurde, caratterizzazioni fuori di cozza, paesaggi dalla fantasia infinita. C'è tutta la carica esagerata della tradizione messicana e del Giorno dei morti, per di più intrecciata a una serie di omaggi che vanno anche oltre la cultura locale e sbattono dentro videogiochi, musica, cinema provenienti da ogni dove. Dovunque sposti lo sguardo c'è un piccolo, meraviglioso dettaglio, un delirio di luci e colori, una citazione azzeccata, una gag fulminante (le suore!). E il risultato è uno spettacolo grandioso, che si merita tutto l'amore del mondo nonostante il suo essere onestamente un po' sprecato sui binari di un racconto banalotto e dal ritmo altalenante. Insomma, Il libro della vita non è magari il capolavoro a tutto tondo nel quale si poteva sperare, ma è un discreto capolavoro di rappresentazione visiva. E hai detto niente.

Purtroppo me lo sono perso al cinema e l'ho recuperato a casina bella grazie a un pratico servizio di Video on Demand. Mentre lo guardavo, pensavo che era davvero un peccato non godermi quei fantastici paesaggi su uno schermo gigante. E anche che forse il 3D ci sarebbe stato proprio bene. Beh, esce questa settimana al cinema in Italia, fatevi un po' i vostri conti. Ah, a margine, voglio tanto bene a Channing Tatum, anche quando fa il doppiatore.

26.5.15

Youth - La giovinezza


Youth (Italia, 2015)
di Paolo Sorrentino
con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano

Una caratteristica un po' surreale di buona parte dei film in concorso a Cannes 2015 sta in quel che, forse, racconta del modo in cui oggi si produce il cinema, con registi dalla personalità fortemente incastonata nella propria nazionalità che si ritrovano a lavorare con cast e produzioni anglofone, alle prese con una lingua che non è la loro. Da un lato, forse, è un peccato, perché in fondo il bello di manifestazioni del genere sta anche nel dare spazio a cinematografie di ogni dove, nell'infilare in un megafono voci lontane dall'omogeneizzazione in lingua inglese, voci come quella di Jia Zhangke e del suo bellissimo Mountains May Depart. Dall'altro, a voler ben vedere, è forse anche un'opportunità, perché da quello che magari è un compromesso possono venir fuori creature bizzarre, che parlano una lingua non loro ma riescono comunque a conservare l'identità forte del regista e del mondo da cui arriva. È un bene? È un male? Vai a sapere. Non è una novità, intendiamoci, e del resto gli ultimi tre anni di cinema hollywoodiano hanno premiato con l'Oscar altrettanti autori giunti da altrove, ma in qualche modo il regista "internazionale" che va a lavorare a Hollywood me lo aspetto un po' di più. Immagino sia un problema mio.

Ad ogni modo, com'è andata, con questo secondo Sorrentino all'inglese? Dovunque ti giri c'è un'opinione al riguardo e vai a trovare due persone che siano d'accordo. Se lo chiedete a me, è andata molto bene, nonostante qualche perplessità. Youth, intanto, è un film dalla potenza visiva strabordante, dalla prima all'ultima inquadratura. È forse anche esagerato in questo, perché Sorrentino sembra quasi voler mandare a mille ogni fotogramma, senza dare un minimo di sosta, alzando al massimo il senso di satira surreale, anche a costo di sparare a vuoto e di perdere il controllo. E io un approccio del genere, in fondo, lo ammiro, a maggior ragione poi considerando quella che è la cinematografia italiana dell'ultimo paio di decenni. Il primo impatto è soprattutto questo qui, quello con un regista che compone immagini, sequenze, musiche in maniera fenomenale e ti sommerge con la sua bravura pazzesca. Youth è una lunga collezione di scene meravigliose, che ogni tanto cozzano un po' l'una con l'altra, ma vanno a comporre un insieme affascinante e, forse, superiore nella somma alle singole parti che unisce.

Ma non c'è solo il tripudio audiovisivo e non ci sono solo degli attori in formissima, fra il sempre eccellente Michael Caine, una Rachel Weisz fantastica nell'ingenua semplicità del rapporto che racconta col proprio padre, nella fenomenale intesa che i due mettono a schermo, e un Harvey Keitel che un ruolo da interpretare degnamente non lo vedeva da un pezzo. Youth racconta gli anni del tramonto e la difficoltà nell'affrontarli, il rapporto fra anzianità e gioventù, la difficoltà nel rapportarsi con il proprio passato e con il futuro. Ma va a toccare anche tanti altri temi, senza aver paura di porli sotto forma di domanda diretta, letterale, anche a costo di risultare caramelloso e un po' stucchevole. È un film che mira alto ma lo fa senza sentirsi in obbligo di risultare pesante nel linguaggio, anzi, affidandosi a una deliziosa e surreale leggerezza, alla capacità di schivare tante possibili scene madri archiviandole con un delicato sorriso, senza per questo evitare di andar giù pesante quando c'è bisogno dell'esagerazione evocativa. Il suo susseguirsi di meravigliose cartoline può suonare sconclusionato, sbarellato, magari un po' vuoto nell'affidarsi a personaggi piuttosto schematici, dagli archi narrativi semplicistici, figuranti tramite cui raccontare temi ben più interessanti di loro. Ma in fondo, in mezzo a tutte le sue assurdità, è forse proprio questo mettere in scena esseri umani grandiosi fuori, ma di poco conto dentro, a renderlo brutalmente vivo.

L'ho visto in lingua originale durante la rassegna parigina dei film del Festival di Cannes. Ho un po' il timore che per un film dai toni così surreali e pacchiani il doppiaggio rischi di fare dei gran danni, facendoli oltretutto a una manciata di ottime interpretazioni, e mi scatta quindi il paradosso di consigliare la visione in lingua originale (inglese) per un film italiano. E che ci vuoi fare.

25.5.15

Sogni e follia al cinema


Arriva oggi al cinema in Italia Il regno dei sogni e della follia, un bel documentario sull'attività dello Studio Ghibli, girato durante la lavorazione di Si alza il vento e La storia della principessa splendente, che si concentra soprattutto su Hayao Miyazaki, ma dà un po' d'attenzione anche a Isao Takahata. Io l'ho visto 'anno scorso e ne ho scritto a questo indirizzo qua.

Occhio: è fuori solo oggi e domani. Datevi una mossa.

24.5.15

Lo spam della domenica mattina: Masseffetto


Questa settimana, su IGN, mi sono manifestato quasi solo con le bloggate e una o due traduzioni. C'è però l'anteprima tutta speranze, supposizioni e leak su Mass Effect 4. Meglio di un dito in un occhio, via. Su Outcast, invece, abbiamo il nuovo Chiacchiere Borderline, un Videopep in cui mostro il libro della felicità, il nuovo Outcast Popcorn, il The Walking Podcast sulla prima stagione di The Strain e l'Old! dedicato al maggio del 2005.

Nei prossimi giorni forse registriamo qualcosa. Forse no. Vai a sapere.

23.5.15

La robbaccia del sabato mattina: Poppanti non morti


Incredibile ma vero, il flusso di immagini dal set di Suicide Squad ha rotto le palle perfino a me. Sarà anche che mi sembra tutto estremamente brutto, boh. C'ho proprio qualcosa che mi sega le gambe all'entusiasmo, su 'sto film, ma non riesco a inquadrarla. Penso a David Ayer e mi rallegro, poi vedo i tatuaggi di Jared Leto e mi si stronca la voglia di vivere. Penso a Margot Robbie e wow, ma dura poco. Boh, vedremo. Intanto, così, giusto perché non ce ne sono mai abbastanza (?), è stata annunciata una nuova serie TV a base di zombi. La cosa che fa alzare il sopracciglio, però, è il fatto che c'è di mezzo George Romero. Empire of the Dead nasce infatti come miniserie a fumetti scritta per la Marvel da Giorgino (e disegnata da Alex Maleev), il quale ora si sta occupando di scrivere le sceneggiature per l'adattamento televisivo. Io il fumetto, che mescola vampiri e zombi, non l'ho letto, però, ehi, l'idea di una serie TV curata direttamente da Romero fatico a non trovarla intrigante.



Il primo teaser trailer di Steve Jobs, che così, a occhio, mi immagino in prima linea nell'assalto agli Oscar dell'anno prossimo. Boh, non so se Danny Boyle mi stia ancora simpatico, ma è pieno di bravi attori, è scritto da Aaron Sorkin, voglio crederci.



Se non bestemmio guarda.



Scream Queens, praticamente è American Horror Story: Coven senza la magia. O qualcosa del genere. Sulla carta mi attirava, il trailer mi ha ucciso ogni parvenza di voglia. Boh.



Knock Knock, il grande ritorno di Eli Roth che affronta uno fra i temi sociali più forti del nuovo millennio: il padre di famiglia che si fa tentare dalla gnocca e finisce per questo nei guai. Poi, certo, trattandosi di Eli Roth, i guai sono particolarmente brutali. Secondo me ci si diverte, poi a Keanu si vuole bene, dai.



Hahahahahha, oddio, gli zombi bambini, che ridere. No, aspetta, in effetti fa abbastanza ridere. Cooties, gli zombi bambini. Voglio crederci.





Credo mi sia passata la frenesia per Mad Max: Fury Road. Oddio, è possibile che oggi vada a vederlo per la quarta volta, ma sarebbe per altruismo, dato che la mia gentile signora ancora non l'ha visto. Ma insomma, ho ripreso a respirare.

22.5.15

Tomorrowland - Il mondo di domani


Tomorrowland (USA, 2015)
di Brad Bird
con Britt Robertson, George Clooney, Raffey Cassidy, Hugh Laurie 

Se si guarda ai nomi coinvolti, ci sono due cose particolarmente sorprendenti di Tomorrowland. Da un lato abbiamo il fatto che una volta tanto non ci si può accanire più di tanto contro una sceneggiatura su cui ha lavorato Damon Lindelof. Sì, c'è qualche calo di ritmo e sì, l'elemento scientifico alla base del tutto è un po' fumoso, ma si respira una certa consapevolezza al riguardo, le cose vengono comunque messe in scena in maniera chiara e i personaggi non si comportano in modo cretino. Confortiamoci pensando che sia andata così grazie all'apporto di Brad Bird. L'altro aspetto sorprendente è il fatto che un film di Bird fatica a trovare la giusta forza espressiva, arranca con scarso successo nell'inseguire il senso di meraviglia che dovrebbe tenere in piedi la baracca e, appunto, ha perfino qualche sorprendente calo di ritmo. Tutta roba che da un regista del genere, onestamente, non ti aspetti.

Eppure è proprio sotto quel punto di vista che Tomorrowland fa una fatica tremenda, sostanzialmente fallendo in quello che dovrebbe essere il suo obiettivo principale: trascinarti su una giostra lunga due ore, capace di farti sognare un luogo meraviglioso e fuori dal tempo, mandando a segno il messaggio a base di ottimismo, gioia e fantasia che fa da motore alle vicende. Stiamo parlando di un film ispirato a un'attrazione dei parchi Disney, per la miseria! E invece entrambe le sequenze che mostrano la "fantastica" Tomorrowland al massimo del suo splendore, pur essendo dei discreti trionfi di tecnica, messa in scena e precisione nelle coreografie, sono afflitte da una personalità banalotta, moscia, risaputa. Sarà che sembra di stare guardando una versione per minorenni di BioShock (o, a voler fare un po' meno i geek, si può tornare direttamente alla fonte e pensare ad Ayn Rand), sarà anche che non è facile sorprendere nel creare un immaginario visivo con le radici piazzate in parecchi decenni fa (eppure Predestination fa di meglio con quattro caschi e due gonnellini), ma è davvero tutto già visto, estremamente standardizzato e pure penalizzato da una computer grafica molto cartoonesca, tarata del resto sul target del film.

E forse il problema sta anche un po' lì, nel target. Immagino che un ragazzino possa gustarsi molto più di me questa specie di lunga e simpatica giostra, però è innegabile che Tomorrowland ci provi a tentare qualcosina in più e ci creda sul serio. Per certi versi, sembra quasi che Bird stia tentando di realizzare una specie di film Pixar dal vivo. C'è proprio uno spirito fanciullesco, bizzarro, schematico nelle soluzioni narrative e buffo in quelle visive, che sarebbe forse molto più a suo agio in un film d'animazione. E insomma, Tomorrowland vuole essere quella cosa lì, un divertente macello che non rinunci però ad accalappiare anche i grandi con qualche tema importante, ma ci prova in maniera piuttosto impacciata e alla fin fine rimane ben poco anche sotto quel punto di vista, così come di una protagonista e un antagonista fatti di carta velina. I momenti migliori del film ruotano infatti quasi tutti attorno a un George Clooney carismatico come al solito. Lo fanno tanto sul piano dell'azione (quella specie di Mamma ho perso l'aereo in versione hi-tech), quanto su quello delle idee surreali (la torre!) e della narrazione. Il rapporto fra lui e il personaggio di Athena è bello, intrigante, malinconico e tutt'altro che banale, anzi, piuttosto rischioso e trattato con la giusta delicatezza. Lo spirito di Tomorrowland sta forse soprattutto lì, ma non è abbastanza.

O forse il problema è che dopo Mad Max: Fury Road come fai?

21.5.15

The Lazarus Effect


The Lazarus Effect (USA, 2015)
di David Gelb
con Olivia Wilde, Mark Duplass, Evan Peters

Come accade che il regista di Jiro e l'arte del sushi, la cui carriera sembra in linea di massima stare sviluppandosi all'insegna dei documentari, finisca a dirigere The Lazarus Effect? Vai a sapere. Magari è un appassionato di cinema horror. Magari è amico del cuore di Mark Duplass. Magari voleva conoscere Olivia Wilde. Chissà. Però è accaduto e ne è venuto fuori un film horror girato in maniera discreta e capace di tirar fuori qualche bella soluzione visiva, probabilmente anche grazie alla collaborazione fra Dabid Gelb e Michael Fimognari, già direttore della fotografia sul ben superiore Oculus. Ma, onestamente, non c'è molto altro, in un film forse eccessivamente bastonato dalla critica d'oltreoceano, ma che certo si limita al compitino diligente, fa tutto come da copione e non rischia neanche per sbaglio di scherzare con i limiti del rating PG-13.

Insomma, The Lazarus Effect è un horror medio, guardabile, a tratti perfino divertente, che ha soprattutto il gran merito di durare appena ottantatré minuti, affidandosi con forza al dono della sintesi. Può sembrare poco, ma di questi tempi è merce rara. La storia parte da una base che può ricordare l'oggetto bizzaro che fu Linea mortale di Joel Schumacher e racconta di alcuni ricercatori impegnati a lavorare su una cura miracolosa per quella brutta malattia chiamata morte. Proprio quando sembrano aver svoltato riportando in vita un cane, tutto va a rotoli: il cane resuscitato mostra segni di squilibrio, vengono tolti loro i fondi per la ricerca e, durante un tentativo impacciato di non perdere tutto, ci scappa il morto. Da lì in poi le cose vanno come da copione, con i ragazzi che decidono di provare la mossa della resurrezione e la resuscitata che esce dalla vacanza all'altro mondo con un carattere pesantemente virato verso il brutto.

A quel punto il film si trasforma in una classicissima storia di mostri, col babau infernale che fa fuori tutti uno alla volta, i "buoni" che provano a fare appello al buon cuore del boia e la veloce discesa verso un finale già scritto, in pieno stile horror anni Ottanta, di quelli in cui i tarallucci e il vino non sono di casa. Nulla di sconvolgente, ma anche nulla di tragico, per un film che, nel suo essere classico ben oltre i limiti del risaputo, risulta paradossalmente piuttosto fresco, in quest'era di found footage assortiti. Poi, certo, non c'è una sorpresa che sia una e l'angoscia sta da un'altra parte, ma in fondo ci si diverte abbastanza, c'è una bella messa in scena e gli attori tengono in piedi la baracca con interpretazioni solide e naturali dei tradizionali personaggi puniti col sangue per la loro moralità discutibile. Insomma, The Lazarus Effect è il classico horror dignitoso che non fa danni, non disturba, non sporca, si lascia serenamente guardare e ti dimentichi dieci minuti dopo essere uscito dal cinema.

Me l'ho sono visto al cinema a San Francisco, lo scorso marzo, al termine della trasferta per la GDC 2015. Fun fact: il rating PG-13 non è un divieto, è un'indicazione, e il risultato è che in sala c'era un'allegra famigliola con un bambino che avrà avuto al massimo sei o sette anni, che del film se ne fregava e voleva andarsene. Il che, fra l'altro, mi fa venire in mente quella volta che mia madre mi portò, tredicenne, a vedere Linea mortale, vietato ai minori di quattordici anni, e riuscì a farmi entrare piantando una scenata col cassiere. La differenza sta nel fatto che io non chiedevo altro. E nell'età. E nella consapevolezza, da parte di mia madre, che ero uno psicopatico.

20.5.15

Cold in July - Freddo a luglio


Cold in July (USA, 2014)
di Jim Mickle
con Michael C. Hall, Sam Shepard, Don Johnson

Partiamo dalle doverose premesse. Sono un discreto fan di Joe R. Lansdale. Nell'ultimo paio d'anni l'ho un po' perso di vista, ma ho letto quasi tutto quel che ha scritto e ho voluto molto bene a parecchi dei suoi romanzi. Non vado però matto per il Lansdale che vira più verso il thriller, quello per esempio di In fondo alla palude, Il lato oscuro dell'anima o Atto d'amore. E magari sarà per questo che Freddo a luglio fa parte del ristretto gruppo di suoi romanzi a cui non mi sono dedicato. Non so cosa sia, ma c'è qualcosa che non mi convince nel Lansdale che si prende più sul serio. Magari è un problema mio, ma per me il suo meglio lo dà nell'horror stralunato di La notte del drive-in, nel ciclo di Hap e Leo (nonostante gli ultimi libri della serie mostrino un po' la corda) e in romanzi come Tramonto e polvere. Se c'è però un singolo tratto distintivo che gli riconosco sempre, anche nei suoi libri meno riusciti, è la capacità di raccontare storie scorrevoli, coinvolgenti e dai dialoghi brillanti, efficaci, divertentissimi. È, fra i suoi tanti pregi, uno dei più evidenti e costanti.

Il fallimento principale del Cold in July cinematografico sta proprio nel non essere riuscito a trasportare al cinema quella capacità di scrivere i personaggi e le loro interazioni. Manca la classica verve di Lansdale, la sua bravura nell'infilare in bocca ai protagonisti battute che ti ricordi per mesi e che vai a condividere col mondo su Facebook. Manca quel sapore lì, tutto particolare e fortemente distintivo. D'altro canto, è forse l'unico reale limite di un film per il resto molto riuscito, ben diretto da un Jim Mickle che mostra forse per la prima volta di saper padroneggiare a dovere cambi di registro e di stile continui, assecondando un racconto che ha la sua principale intuizione proprio nel mescolare, attraverso le proprie svolte narrative, commedia, dramma, thriller, poliziesco, azione e perfino una punta di orrore. In questo, senza dubbio, Cold in July è un gran bel film.

Dove poi l'adattamento funziona a meraviglia è nel saper mettere su schermo i classici eroi romantici un po' scapestrati di Lansdale, grazie anche a un trio di attori davvero azzeccati. È difficile immaginare gente più adatta di Sam Shepard e Don Johnson per interpretare ruoli nati dalla capoccia del romanziere texano e il secondo, in particolare, regala un'interpretazione di quelle che si meritano di rilanciare una carriera. È soprattutto grazie a loro, e al comunque bravo Michael C. Hall, se Cold in July regge nel suo continuo gioco di ribaltoni e coinvolge nonostante certe scelte stilistiche un po' troppo focalizzate sullo strizzare l'occhio con l'ambientazione eighties. E poi, al di là di tutto, l'aspetto migliore del film è la promessa che rappresenta: Mickle è al lavoro su una serie TV dedicata a Hap e Leo per conto di quella brava gente di Sundance Channel. Incrociamo le dita.

Nel mondo il film c'è uscito l'anno scorso e infatti io me lo sono visto a gennaio, al cinema, qua a Parigi, nello splendore della lingua originale e dei suoi polverosi accenti texani. In Italia ci arriva oggi, direttamente sul mercato dell'home video.