Into the Woods

Emily Blunt che canta, balla e sorride

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X14

Love in the Time of Hydra

La scomparsa di Eleanor Rigby

Il film uno e trino

The Interview

Simpatico ma deludente

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1.4.15

Third Person


Third Person (USA, 2014)
di Paul Haggis
con Liam Neeson, Olivia Wilde, Mila Kunis, Adrien Brody, Moran Atlas, James Franco, Maria Bello, Kim Basinger

Nei salotti bene, quelli in cui si chiacchiera fra geek appassionati di cinema, Crash - Contatto fisico si piazza senza sforzo tra le prime posizioni di una classifica invidiabile, quella dei film che non se lo meritavano. È l'A spasso con Daisy del nuovo millennio, il maledetto che ha vinto l'Oscar senza meritare particolarmente, rubacchiandolo ad altre opere superiori. È vero? Non è vero? C'è di peggio? Non importa, perché tanto lui ormai si è beccato quel ruolo e finisce per saltar fuori ogni volta che ne capita l'occasione. E in effetti, considerando la lista degli altri in lizza per gli Oscar del 2005, faccio fatica a non essere d'accordo. Voglio dire, Brokeback Mountain, Capote, Good Night and Good Luck e Munich. Su, dai. Non che Crash sia necessariamente un brutto film, anzi, è ben confezionato e recitato, ma fondamentalmente ha avuto la fortuna, o la furbizia, di centrare i temi giusti al momento giusto, facendo leva sul senso di colpa e sulle problematiche che in fondo ancora oggi infestano gli USA. Hai detto niente. Ad ogni modo, in teoria qua dovrei parlare di Third Person, ma il preambolo era banalmente dovuto, perché Paul Haggis, dopo la (non malvagia) parentesi poliziesca di The Next Three Days, è tornato sul luogo del delitto.

Third Person ripropone infatti bene o male la stessa struttura di Crash, raccontando una serie di storie che si collegano fra loro in maniera improbabile, spingendo al massimo sul melodramma esagerato e sull'utilizzo di ogni possibile cliché senza alcuna vergogna. E sui colpi di scena. Ah, i colpi di scena! Per un po' segui il racconto (anzi, i racconti) e non ci pensi, ma poi arriva il primo, arriva il secondo e inizi a capire che da lì in poi sarà solo una lunga raffica di twist messi in fila uno dietro l'altro, fino a svelarti, nei minuti conclusivi, che Bruce Willis è morto. O qualcosa di molto simile. Per fortuna tutto è messo in scena con una discreta cura per l'immagine, un certo gusto nel far filare il racconto in maniera scorrevole e, soprattutto, un buon lavoro da parte degli attori. Anche perché Haggis, questo bisogna concederlo, è davvero bravo nell'assemblare i suoi cast, sempre piuttosto nutriti.

Certo, non sono tutte stelle di prima grandezza, ma ci sono parecchi attori più o meno noti, tutti pronti a dare il massimo per un regista che comunque non nega mai loro una sequenza in cui sfogarsi con un po' di urla e qualche lacrima in primo piano. Sai mai che vada bene anche a 'sto giro e ci scappi l'Oscar. Ma il vero colpo di genio (?) di Third Person sta nella decisione di far ruotare tutto attorno alle vicende di un romanziere in piena crisi creativa, sfruttando la cosa come pretesto per una serie interminabile di gag, battute, strizzatine d'occhio e giri in tondo metanarrativi. La cosa raggiunge poi l'apice nel gran finale, al punto di lasciare addosso l'impressione che un po' tutto il film sia, forse, una specie d'ammissione di colpa da parte del suo autore. Magari Haggis sa di non essere poi 'sto gran sceneggiatore, ma tanto, fino a che gli attori gli vanno dietro e i film glie li producono, che problema c'è? Ah, figurati, nessuno. Io il film me lo sono anche guardato, pur sapendo a cosa andavo incontro, quindi alla fine ha ragione lui.

Poi, per carità, c'è Olivia Wilde a vari livelli di svestimento, quindi comunque uno sguardo se lo merita.

31.3.15

The Walking Dead 05X16: "Conquistare"


The Walking Dead 05X16: "Conquer" (USA, 2015)
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
puntata diretta da Greg Nicotero
con Andrew Lincoln, Steven Yeun, Danai Gurira, Melissa McBride, Norman Reedus, Lauren Cohan, Michael Cudlitz, Chandler Riggs, Sonequa Martin-Green

E anche quest'anno siamo arrivati alla fine, con una puntata conclusiva un po' più lunga del solito (un'ora e spiccioli senza pubblicità) che, come da tradizione della serie, non cerca necessariamente il "botto", la tranciata finale che ti lascia appeso, e punta piuttosto sul portare a compimento i vari discorsi aperti e gettar lì una serie di questioni che verranno affrontate nell'annata successiva. Insomma, per i cliffhanger che ti abbandonano sul divano con gli occhi insaguinati, urlando e sbavando contro la TV, insultando il dio sceneggiatore infame, bisogna rivolgersi altrove. Voglio dire, quand'è stata l'ultima volta che un finale di stagione di The Walking Dead ci ha abbandonati preda della disperazione? Io non me la ricordo, onestamente. Quei momenti se li tengono per metà stagione. Al massimo, toh, potrei citare il finale della seconda annata e il modo in cui mi aveva gasato il mix fra il lancio della Ricktocracy, con forse l'ultimo monologo davvero gustoso di Andrew Lincoln, e le fugaci apparizioni di prigione e Michonne. Ma insomma, ormai ci siamo abituati. La questione è un'altra: si è chiuso bene, questo bel filotto di puntate consecutive dalla gran qualità?

Secondo me sì, pur magari con qualche perplessità. In generale, la scelta di realizzare una puntata "allungata" ha fatto bene allo sviluppo del racconto e dei personaggi, permettendo agli autori di prendersi i loro tempi per raccontare tutto quel che volevano e costruire il crescendo conclusivo nella maniera giusta. Dall'altro, a tratti, ho avuto un po' la sensazione di stare guardando il Let's Play di un episodio del The Walking Dead di Telltale Games, in cui ogni singolo personaggio ha a disposizione almeno un minutino per dire la sua e far ciao con la manina. Giusto? Sbagliato? Probabilmente anche un po' inevitabile, nel momento in cui vuoi fare il punto della situazione e tirare le fila delle varie faccende, ma tant'è, a tratti m'è parso un po' forzato. Allo stesso tempo, però, ne sono venuti fuori discorsi interessanti, fra questa Carol ormai sempre più Terminator, anche al punto di rischiare d'alienarsi un po' i compagni, questo Glenn costretto a prendere in mano la situazione e far vedere nuovamente di che pasta è fatto e quella Sasha che sembra proprio star partendo per la tangente tanto quanto il fratello. In generale, ho l'impressione che la stagione si sia chiusa riuscendo nell'impresa di tornare a dare solidità a un po' tutti i personaggi, compresi quelli che, come Glenn e Maggie, si erano persi per strada. Non è poco, considerando quanto è diventato ampio il cast (ciao Morgan!).

In tutto questo, han funzionato bene anche i momenti un po' più d'azione, a cominciare da quella articolata trappola che mostra almeno un po' le azioni dei "lupi". A proposito: chi sono? Faranno parte di quelle cose che chi ha letto i fumetti attende con ansia? Non penso. Saranno il tema principale dell'avvio di sesta stagione? Probabile. Potrebbero essere gli esiliati da Alexandria di cui si è parlato un paio di volte? Vai a sapere. Onestamente, nella loro breve apparizione, non mi hanno convinto molto, sono serviti più che altro a farci vedere Morgan in versione Denzel/Eli, ma ci sarà tempo per approfondirli. Bene invece la scazzottata notturna fra Glenn e Nicholas, come un po' tutta la sottotrama che li ha riguardati, e molto bene il crescendo finale, con quel montaggio alternato che porta al dunque i vari casini in ballo mentre tutti parlano alla riunione e Abraham dà spettacolo grazie alla sua capacità di sintetizzare i concetti in un paio di "shit". Il tutto poi per condurre a un gran finale in cui, forse prevedibilmente, non abbiamo visto nuove morti di peso, ma gli autori sono stati comunque bravi a sfruttare il paio di vittime predestinate in maniera intelligente, per dare loro un peso forte nello sviluppo delle vicende. Quella della sesta stagione sarà un'Alexandria parecchio diversa, guidata da un Rick che si è esibito in un discorsone non poi così dissimile da quello che chiuse la seconda annata. E sarà un'Alexandria che sono molto curioso di visitare, anche perché, a questo punto mi sento di dirlo, pur coi suoi alti e bassi e i suoi problemi, questa quinta stagione di The Walking Dead potrebbe essere la mia preferita. Del resto a me capita spesso che la quinta annata di un telefilm sia la mia preferita. Coincidenza? Io non credo.

E adesso vediamo un po' come va con lo spin-off, che dovrebbe arrivare in estate.

30.3.15

Into the Woods


Into the Woods (USA, 2014)
di Rob Marshall
con James Corden, Emily Blunt, Anna Kendrick, Meryl Streep, Chris Pine e cinque minuti di Johnny Depp

Dodici anni dopo il successo di Chicago, tre anni dopo le pernacchie di Nine, Rob Marshall è tornato al musical cinematografico con l'adattamento di Into the Woods, classico surreale della Broadway anni Ottanta che mescola assieme svariate fiabe, tirandone fuori una sorta di Avengers fantasy pieno di gente che canta e dà spettacolo. O qualcosa del genere. Ne è venuto fuori un film polarizzante, che ha convinto pochi e generato critiche da tutte le direzioni, fra chi si lamentava per l'esclusione di parti importanti dello spettacolo originale e chi invece lo riteneva troppo lungo. Eppure, tutto sommato, per quanto imperfetto, Into the Woods è un bel musical divertente, che conserva almeno in parte lo spirito dissacrante dello spettacolo originale, pur risultando almeno un po' addomesticato, probabilmente in larga misura per le richieste di mamma Disney.


La storia di Into the Woods, come detto, mescola assieme un po' di tutto, da Cappuccetto Rosso a Cenerentola, passando per Raperonzolo (o forse oggi si dice Rapunzel) e Jack e il fagiolo magico. A far da filo conduttore in questo minestrone ci pensano la coppia di panettieri protagonisti (James Corden ed Emily Blunt), che non riescono ad avere figli e per questo accettano la proposta della strega cattiva di Meryl Streep, infilandosi in una serie di avventure che coinvolgono tutti quanti. Quando però il film sembra stare concludendosi all'insegna del far vivere tutti felici e contenti, scatta il twist. Pare che all'epoca dello spettacolo originale, il compositore Stephen Sondheim abbia dovuto inseguire la gente uscita dal teatro all'intervallo per spiegare loro che erano solo a metà. E in effetti, non conoscendo il musical, quando tutti i discorsi sembravano stare chiudendosi, mi sono ritrovato a controllare l'orologio chiedendomi come potesse mancare ancora quasi un'ora.

Ma in fondo lo spirito di Into the Woods, anche della versione cinematografica, sta tutto lì. C'è una prima parte che, pur nel suo minestrone bizzarro, racconta una favolona abbastanza classica, dall'aria allegra e ottimista, accompagnandola con dei bei numeri musicali. Qui dà il massimo l'aspetto comico della faccenda, con in particolare una prova strepitosa (e sorprendente) di Chris Pine nei panni del principe azzurro di Cenerentola, che raggiunge l'apice nel suo duetto col fratello principe azzurro di Rapunzel, quando si sparano le pose in riva al fiume per decidere chi sia il più drammatico, intenso e disperato. È un film allegro, divertente, pieno di idee brillanti, in cui tutto il cast rende alla grandissima sul fronte musicale e regala diversi momenti di spessore, soprattutto nei pezzi corali, anche se forse manca quella singola canzone che ti porti nel cuore dopo la visione. Perfino Johnny Depp riesce a non rovinare tutto, forse perché il suo personaggio si limita a una comparsata veloce e poi si leva dalle scatole. E c'è Emily Blunt che canta, balla e sorride sullo schermo gigante per quasi tutto il tempo, quindi io, di base, sono soddisfatto.

Da metà in poi, però, Into the Woods stravolge tutto, vira verso il drammatico, affronta di petto tutta quella serie di temi adulti che nelle fiabe tendono a rimanere sullo sfondo e ribalta i ruoli, svelando che in fondo i cattivi poi così cattivi non sono, raccontando di buoni che sotto sotto sono persone normali piene di difetti. E ne viene vuori una creatura bizzarra, forse non perfettamente centrata, ma che sa trovare una sua identità brillante, interessante, capace di raccontare qualcosa in più rispetto alla classica favoletta cinematografica targata Disney di questi anni. Insomma, Into the Woods è un bel musical cinematografico, messo in scena con gran gusto, interpretato e cantato alla grande nonostante la seconda delle due cose non sia necessariamente la specialità degli attori coinvolti. Non coglie probabilmente fino in fondo l'essenza dello spettacolo originale, soprattutto nel momento in cui deve adattare la seconda parte, ammorbidita nelle svolte drammatiche e nella potenza dei temi, ma ha una sua personalità originale e interessante. In più, la sua natura totalmente fantastica, surreale, sopra le righe e anche un po' scemotta, rende forse più accettabile, per chi fa fatica, l'idea di gente che all'improvviso si mette a cantare invece di parlare. E insomma, buttalo.

L'ho visto al cinema, qua a Parigi, ormai quasi due mesi fa. Ne scrivo oggi perché in Italia ci arriva questa settimana. E comunque, ribadisco, Emily Blunt, gigante, che sorride, balla e canta. È anche un po' faticoso, a dirla tutta. Ti sfianca.


29.3.15

28.3.15

La robbaccia del sabato mattina: Tommasone bello vieni qua che ti abbraccio


Dunque, questa settimana hanno confermato quello che ormai era evidente da un pezzo ma, ehi, serve comunque la conferma: faranno una nuova miniserie da sei episodi con Mulder e Scully incartapecoriti. Io mi chiedo come si potrà prendere sul serio lui dopo anni di Californication, ma insomma, ci si proverà. Fra l'altro, a proposito di gente invecchiata, Kevin Smith sta recuperando un po' tutto il cast di Mallrats per realizzare un seguito e Shannen Dohery sembra avere una consistenza tutta strana, dal sapore di botulino. Agevolo documentazione fotografica.


Meno vecchio dovrebbe essere il nuovo Spider-Man, se è vero che i Marvel Studios stanno facendo provini a sedicenni. Chissà. Intanto, pare che Neill Blomkamp e Simon Kinberg abbiano deciso di mettersi al lavoro per far diventare The Leviathan un film. Brava gente. L'ho detto che Chappie mi è piaciuto un sacco? Lo dico qua. Passiamo ai trailer.



Man Up, ovvero un film di cui in teoria dovrebbe fregarmene molto poco, solo che poi Lake Bell e Simon Pegg e mi ritrovo a guardare tutto il trailer sorridendo come un cretino. Sigh.



Ed eccolo, lui, Tommaso, nel trailer di Mission: Impossible 5. Cosa gli vuoi dire a uno così, che a cinquant'anni suonati si fa incollare fuori da un aereo in decollo perché ci vuole bene e vuole farci divertire? Niente, ricambi l'amore e basta. Mamma mia, Tommaso. Mamma mia.



Jake Gyllencoso che ormai è idolo delle folle, Antoine Fuqua che è sempre uno dei nostri, pugilato, riscossa, dramma padre/figlia, occhi che sudano, lacrime maschie. Southpaw, voglio crederci.



L'altra faccia della medaglia è Arnie che in zona settanta si riscopre attore, col film sugli zombi in cui fa il padre affranto perché la figlia è infetta. Si intitola Maggie e promette benissimo. Almeno credo. Ma poi Arnie, dai, gli si vuole bene pure a lui. E poi niente, c'è questo:
E poi ieri dovrebbe essere uscito il primo teaser trailer di Spectre, ma c'avevo da fare e comunque a me Sam Mendes sta sulle palle, ecco.

27.3.15

La scomparsa di Eleanor Rigby


The Disappearance of Eleanor Rigby (USA, 2014)
di Ned Benson
con James McAvoy, Jessica Chastain

La scomparsa di Eleanor Rigby è un film uno e trino, nato con una doppia anima che poi è stata fusa per creare un figlio bastardo su imposizione del signore e padrone Weinstein. O qualcosa del genere. Il progetto originale, opera d'esordio del regista e sceneggiatore Ned Benson, parte dall'idea di raccontare il disfacimento di una coppia mostrando i due punti di vista soggettivi, con un film dedicato a lui e uno dedicato a lei. Poi Harvey Weinstein ha deciso che si trattava di una formula commercialmente poco sensata e ha quindi imposto la realizzazione di un terzo film che li unisse in una storia unica, limando eccessi e ridondanze e rendendo il tutto più accessibile. E generando una porcheria. Ma, ehi, basta ignorarla e guardarsi i due film originali, che meritano davvero proprio in quanto idea balzana tutta giocata sulle diverse prospettive e sullo sguardo fortemente soggettivo che, per forza di cose, un uomo e una donna applicano alle stesse vicende quando vengono colpiti da un evento brutale come quello al centro di questo (questi?) film.

Se infatti il soggetto, di suo, non è nulla di particolarmente originale, è come sempre la realizzazione a rendere La scomparsa di Eleanor Rigby un film meritevole e interessante, per quanto magari imperfetto. Scritti e diretti in maniera solida, con una fotografia curatissima e degli attori in gran spolvero, i film di Ned Benson affascinano per il modo in cui mostrano i due punti di vista senza alcun compromesso e sanno calarti davvero nei panni dei protagonisti. Sia Lui che Lei sono costantemente in scena nei rispettivi film e viviamo le vicende interamente tramite i loro sguardi, che sono chiaramente parziali e costringono quindi a tantissime omissioni. Mentre segui Lui, abbandonato, disperato, vivi l'ansia di non sapere cosa stia facendo Lei e percepisci dall'inizio alla fine la sua presenza. O la sua assenza. Mentre segui Lei, che ha abbandonato e non ne vuole sapere niente di Lui, vivi l'esperienza di una persona che sta provando a dimenticare e un punto di vista radicalmente opposto. In entrambi i casi, il gioco funziona benissimo, per mezzo di un gran lavoro nel decidere cosa mostrare, fin dove arrivare, quanto omettere, lasciando sempre addosso dubbi su quel che sta accadendo altrove e immergendo in una visione parziale.

Il bello, poi, sta anche nella scelta compiuta da chi guarda, perché chiaramente decidere di dedicarsi prima a Lui o a Lei cambia totalmente il modo in cui si vivranno le rispettive storie. Guardarne una senza sapere cosa accada altrove, senza conoscere i pensieri dell'altro, è totalmente diverso dal guardare poi l'altra con addosso la consapevolezza dell'altrui punto di vista. Il fascino dell'esperienza sta anche qui, nella maniera unica in cui può cambiare la visione a seconda dell'ordine scelto, chiaramente influenzata anche dalle decisioni molto intelligenti compiute a livello di sceneggiatura. E a tutto questo si aggiunge anche il fatto che, come detto, il punto di vista raccontato è estremamente soggettivo, non solo nella realtà di quel che effettivamente i due vedono e vivono, ma perfino nella lettura degli eventi. I due film hanno chiaramente alcune scene parzialmente condivise, quelle in cui i personaggi si incontrano, ma anche quelle che magari da una parte si vedono, dall'altra vengono raccontate per bocca di terzi. E spesso le cose non coincidono, perché la memoria è fallace, perché talvolta si mente a se stessi o agli altri per meccanismo di protezione o anche semplicemente perché in certi casi è difficile capire dove finisca la realtà e dove inizi quel che vogliamo vedere.

Insomma, si può discutere del soggetto piuttosto classico, o magari della scrittura a tratti un po' zuccherosa, seppur quasi sempre stemperata da sane dosi di ironia nei momenti in cui si rischia di esagerare, ma è difficile negare il fascino dell'idea e i molti modi intelligenti secondo cui è stata messa in pratica. E proprio per questo la versione "fusa" dei due film è non solo superflua, addirittura dannosa. Presa per i fatti suoi, probabilmente, lascia addosso la sensazione di un film poco originale ma tematicamente interessante, dalla bella fotografia, scritto in maniera dignitosa seppur un po' sconclusionato nello svolgimento, tenuto in piedi dalla bravura degli attori: dimenticabile, se non fosse che fa comunque piacere vedere attori di grido impegnati in film che raccontano il quotidiano. Guardandolo dopo aver visto i due "veri" film, ci si rende conto della porcheria che è, messa assieme cercando di limitare i danni nell'assecondare gli obblighi imposti dalla produzione, mescolando assieme del girato che nasceva per due film separati. Tutto il senso del progetto finisce per direttissima alla discarica, con una valanga di materiale che scompare nel nulla, il gran lavoro sullo sguardo soggettivo che ovviamente svanisce, decisioni impossibili prese per bilanciare fra i due punti di vista e tante, troppe mancanze nello sviluppo dei personaggi e del racconto. Insomma, i due "veri" La scomparsa di Eleanor Rigby sono, seppur imperfetti, film interessanti, ricchi di spunti, ben diretti, che vanno assieme a formare un progetto riuscito, compiuto, di personalità. Il pastrocchio che li unisce è roba da evitare con cura e disgusto.

L'intera operazione arriva questa settimana in Italia, direttamente sul mercato dell'home video. La scomparsa di Eleanor Rigby: Lui e La scomparsa di Eleanor Rigby: Lei vengono venduti separatamente e c'è poi un pacchetto che, con una piccola aggiunta, include anche La scomparsa di Eleanor Rigby: Loro. Non vale quella piccola aggiunta.

26.3.15

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X14: "Love in the Time of Hydra"


Agents of S.H.I.E.L.D. 02X14: "Love in the Time of Hydra" (USA, 2015)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
puntata diretta da Jesse Bochco
con Clark Gregg, Ming-Na Wen, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Adrianne Palicki, Elizabeth Henstridge

Una maniera abbastanza efficace in cui gli autori di Agents of S.H.I.E.L.D. stanno girando attorno ai limiti di una produzione da network "tradizionale" e dei suoi venti episodi abbondanti a stagione sta nel modo in cui vengono portati avanti più discorsi contemporaneamente, al fine di avere sempre qualcosa da raccontare anche nel momento in cui devi rallentare un po' su un fronte per non bruciarti tutto subito. Nulla di mai visto prima, eh, non si sta reinventando la ruota, però funziona e spazza via uno fra i problemi più forti che avevano caratterizzato la prima stagione, permettendo a questa seconda annata di risultare interessante e coinvolgente anche quando, come qui, il racconto forse si ferma un po' per introdurre discorsi, piazzare in giro elementi e preparare quel che sta arrivando.

Nelle scorse settimane abbiamo seguito prevalentemente le vicende degli inumani/mutanti, mentre veniva pian piano introdotto il discorso supplementare dello S.H.I.E.L.D. alternativo. In questa puntata la situazione si ribalta, le faccende degli inumani passano in secondo piano (nonostante il cliffhanger su cui abbiamo lasciato Calvin, qui del tutto assente) ed esplode invece tutta la faccenda del gruppo di dissidenti capitanati dal Gonzales di Edward James Olmos, ma viene anche riproposta la terza questione, con Ward e l'agente 33 che finalmente tornano in scena. E in tutto questo non sappiamo in che situazione si trovi quel che è rimasto dell'Hydra (o se magari abbia legami con il gruppo che sta tramando alle spalle di Coulson).

È un bel minestrone, che porta avanti tante cose assieme e può grazie a questo permettersi di sviluppare pian piano tutte le vicende, facendole evolvere con calma da una puntata all'altra mentre conserva comunque la struttura da "caso" della settimana che tende ad essere inevitabile in serie di questo tipo. Poi, certo, non tutto funziona per forza alla perfezione e non tutti i fili narrativi sono interessanti alla stessa maniera, ma è anche abbastanza inevitabile. In tutto questo viene poi da chiedersi se e quanto di quel che vediamo qui avvenga anche in funzione di Avengers: Age of Ultron: arriverà nelle sale americane subito prima che venga trasmessa la penultima puntata, è lecito immaginarsi una qualche forma di collegamento, magari proprio generata dalle faccende appena introdotte. O magari no. Vai a sapere. Nel mentre, Agents of S.H.I.E.L.D. rimane una serie molto godibile, anche quando non si mantiene al livello dei picchi che ha dimostrato di poter raggiungere.

In generale, comunque, l'inevitabile lavoro di name dropping, con citazioni sparse in giro a personaggi ed elementi dei fumetti e dei film, continua a sembrarmi fatto molto meglio che in passato. Ed è divertente. Bene così.

25.3.15

The Interview


The Interview (USA, 2014)
di Evan Goldberg, Seth Rogen
con Seth Rogen, James Franco, Randall Park, Lizzy Caplan, Diana Bang

A suo tempo si è discusso a lungo sulla natura e sulle conseguenze di un po' tutta la "faccenda" The Interview e non è che abbia poi molto senso tornare a farlo oggi solo perché il film arriva dalle nostre parti, distribuito per altro direttamente sul mercato dell'home video (e dopo essersi manifestato il mese scorso sul servizio di streaming Chili). L'unico dato a questo punto abbastanza certo ci dice che, se dobbiamo dare retta a chi tira di gomito e pensare che sia stata tutta una manovra pubblicitaria da parte di Sony, beh, la manovra non è stata poi 'sto gran colpo di genio. Magari è vero che ha finito per garantire fama extra al film sui mercati internazionali (ma siamo sicuri che il nuovo film con il protagonista di un successo del calibro di Cattivi vicini ne avesse bisogno?) e sì, ha mostrato come un film "grosso" distribuito quasi esclusivamente online possa tirar su cifre altrimenti impensabili sul mercato digitale. Ma il punto, forse, è proprio quello: The Interview è un film "grosso". E quando le due precedenti commedie con Seth Rogen sul poster hanno sfracellato i cento milioni di dollari con i loro passaggi in sala, beh, il dubbio che rinunciare alla grossa distribuzione cinematografica sul territorio americano sia stato a conti fatti un grosso danno ti viene. O forse no. Forse The Interview era destinato in partenza a non replicare quelle vette. Vai a sapere. Ho detto che non volevo parlarne, Basta.

In realtà a me interessa chiacchierare di un'altra cosa, soprattutto considerando che il precedente film della magica coppia m'è piaciuto non poco: com'è The Interview? Eh, insomma. Da un lato è un altro film degli autori, per l'appunto, di Facciamola finita, quindi una commedia bassa, lurida, sboccata, acida e senza vergogna, che prende in giro tutto e tutti senza alcun riguardo per temi e vittime. Rogen e Goldberg sono due comici più intelligenti di quanto, forse, vogliano far vedere e dietro il loro muro di scorregge e volgarità nascondono una satira spesso estremamente centrata, cattiva, pungente, oltre che uno spirito comico capace di trovate davvero esilaranti. Certo, la barriera all'ingresso può non essere facile da superare, perché serve una soglia di tolleranza per il volgare e lo stupido che, comprensibilmente, non appartiene a tutti, ma la sostanza rimane: more than meets the eye.

E The Interview riesce a conservare quell'equilibrio fuori di cozza, a dipingere di monnezza qualcosa che non è necessariamente tale. Il problema, però, è che questo assurdo racconto su due cretini della TV americana inviati ad assassinare il presidente Kim funziona molto meno rispetto al fulminante e sorprendente film apocalittico di due anni fa. Certo, le risate sono una questione assai soggettiva, ma l'impressione è che The Interview si sforzi tantissimo di farti ridere come un matto e riesca invece a tirar fuori al massimo qualche sorrisino. Ma soprattutto la satira appare un po' spuntata e, paradossalmente o forse no, a conti fatti Rogen e Goldberg sono riusciti ad essere molto più cattivi e scorretti quando hanno deciso di prendere in giro loro stessi. O forse quando hanno deciso di prendere in giro solo loro stessi, perché in fondo anche qui i primi bersagli sono soprattutto loro (e James Franco, nel ruolo del cretino fuori misura, è fantastico, tanto quanto è perfetto Seth Rogen con la sua recitazione totalmente opposta, placida, misurata e "normale"). Fatto sta che manca qualcosa e The Interview, seppur gradevole, seppur con Lizzy Caplan che fa sempre venir voglia di salvare qualsiasi cosa la includa, seppur abbastanza divertente e ancora una volta con una canzone conclusiva centrata alla perfezione, non riesce a ripetere il miracolo.


L'ho visto al cinema, qua a Parigi, lo scorso gennaio, perché al cinema in Francia esce qualsiasi cosa, figuriamoci se non usciva questo. In Italia, come detto, ci è arrivato qualche settimana fa in streaming e sbarca oggi sul mercato dell'home video.

24.3.15

The Walking Dead 05X15: "Provare"


The Walking Dead 05X15: "Try" (USA, 2015)
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
puntata diretta da Michael E. Satrazemis
con Andrew Lincoln, Steven Yeun, Danai Gurira, Melissa McBride, Chandler Riggs, Sonequa Martin-Green

Vogliamo dire che il ciclo di Alexandria sta diventando molto, molto in fretta il più bel "blocco" di puntate che The Walking Dead abbia saputo offrire da quell'ormai lontano episodio pilota a oggi? Magari ci sono state in passato puntate migliori di qualsiasi cosa si sia vista in questa stagione, ma un gruppo di episodi consecutivi di questa qualità? No, faccio davvero una gran fatica a ricordarmelo e probabilmente è perché non c'è mai stato. Ad ogni modo, tutto 'sto giro in tondo è per dire che anche questa settimana la serie zomba più seguita del pianeta è stata un gran bel vedere, dall'avvio sulle azzeccatissime note dei Nine Inch Nails fino all'attesa (da chi ha letto il fumetto o anche solo da chi ha una punta d'intuito) conclusione, con Rick che perde definitivamente la brocca e costringe chi gli sta attorno a intervenire.

A voler essere superficiali si potrebbe dire che se queste puntate stanno funzionando è per la decisione di seguire i fumetti in maniera più fedele rispetto al passato ma, per come la vedo io, si starebbe raccontando solo parte della faccenda. Perché da un lato è vero che buona parte di quel che c'è di buono arriva da lì, ma dall'altra non si può sminuire l'ottimo lavoro di adattamento che ci stiamo gustando, così come il modo in cui viene intrecciato ad altri elementi inediti, o rimaneggiati, dal ruolo di Sasha al coinvolgimento di Carol nelle faccende "famigliari". Insomma, il punto è che The Walking Dead sembra essersi improvvisamente e finalmente trasformato in ciò che nelle passate stagioni ha spesso faticato ad essere: un signor adattamento, che sa cosa conservare, cosa modificare, cosa miscelare e cosa mettersi ad inventare di sana pianta. Non è poco.

Ma anche al di là del discorso in generale su come sta procedendo la serie, questa è una signora penultima puntata se mai ce n'è stata una, capace di sviluppare personaggi, rapporti ed elementi del racconto in maniera significativa pur nel contesto inevitabile dettato dal dover soprattutto preparare i vari elementi in previsione del gran finale in arrivo fra una settimana (e più lungo del solito). Da un lato, appena accennate, ci sono le faccende "esterne" ad Alexandria, presumibilmente pronte ad esplodere, e dall'altro c'è un turbinio di questioni irrisolte che potrebbero arrivare al dunque, con una Deanna costretta ad affrontare decisioni impossibili e un Rick ormai totalmente perso nel vortice di chi, pur essendo in larga misura nel giusto, sembra essere infine crollato sotto il peso immane delle responsabilità. E hai detto niente. Poi, certo, ora serve un punto esclamativo di gran spessore, per chiudere come si deve una seconda metà di annata da applausi a scena aperta e non rovinare tutto. Il ruolino di marcia di The Walking Dead, sul fronte dei finali di stagione, non è esattamente impeccabile, ma insomma, voglio crederci.

Improvvisamente ho brutte sensazioni per Sasha e Aaron. Tutto sommato spero di sbagliarmi.

23.3.15

Men, Women and Children


Men, Women and Children (USA, 2014)
di Jason Reitman
con Adam Sandler, Jennifer Garner, Ansel Elgort, Kaitlyn Dever, Rosemarie DeWitt, Judy Greer, Dean Norris e la voce di Emma Thompson

Qualche anno fa, Jason Reitman veniva acclamato come uno fra i migliori nuovi registi americani, un grande narratore dei nostri tempi venuto fuori dal nulla (o da suo padre, che però non ha mai esattamente goduto della stessa stima). Del resto, con una tripletta clamorosa come quella composta da Thank You For Smoking, Juno e Tra le nuvole, tutti amati da critica e pubblico, che gli volevi dire? Poi, però, qualcosa si è incrinato. Young Adult è un film meraviglioso, forse il suo che preferisco, ma è stato un discreto flop e ha convinto solo in parte la critica. Successivamente è arrivato Un giorno come tanti, che ha preso schiaffi da tutte le parti per aver osato buttarla sul melodrammone sincero e convinto fino in fondo, finendo bastonato forse oltre quanto fosse lecito per un film non riuscitissimo ma certo non disastroso. E si arriva quindi a Men, Women and Children, sua sesta opera, che torna a parlare del giorno d'oggi e ad affrontare argomenti non facili, creando grandi aspettative ma rivelandosi un tonfo di critica e pubblico. Giusto? Sbagliato? Vai a sapere. A me sembra che tirar pomodori al povero Jason sia diventato pratica facile e che il suo ultimo film abbia sì dei problemi, ma sia comunque interessante, ben realizzato e lontano dalla porcheria per cui viene fatto passare.

In Men, Women and Children si parla di società moderna, del rapporto che genitori e figli hanno con la tecnologia e con la socialità online (e, di riflesso, quella "reale), delle implicazioni che questo mondo totalmente interconnesso rovescia sulla sessualità, sui rapporti interpersonali, sull'adolescenza e sull'età adulta. I temi sono insomma tanti, potenti, complicati e difficili da affrontare senza correre il rischio di risultare pedanti, moralisti, fastidiosi o anche ridicoli. Reitman ci riesce abbastanza, senza sbilanciarsi con giudizi eccessivi e raccontando tanto la madre iperprotettiva oltre il muro della paranoia quanto il padre che prova ad essere di mente aperta e a comprendere quel che combina suo figlio. È un film corale, con diverse storie che si intrecciano, e purtroppo fra i suoi limiti c'è anche questa apertura ambiziosa, perché non tutte le vicende sono centrate e approfondite come meriterebbero e, anzi, sono forse quelle meno interessanti ad avere più spazio. Inoltre c'è un problema di tono, perché Reitman cerca di bilanciare dramma e commedia, senza riuscire a trovare un equilibrio che regga fino in fondo, soprattutto nel raccontare i personaggi più estremi.

Fra metaforoni spinti a badilate e improvvise, prevedibili e nonostante questo un po' fuori luogo botte di melodramma, in Men, Women and Children, c'è tanto che non funziona, a cominciare dalla voce narrante di Emma Thompson che fornisce pratiche didascalie per veicolare il "messaggio", già fin troppo chiaro per i fatti suoi. Eppure, vuoi perché non si ha mai l'impressione del moralista che tratta in maniera manichea argomenti difficili, vuoi perché si percepisce il tentativo di non demonizzare e neanche di difendere a tutti i costi, ma solo di raccontare, vuoi perché Reitman è comunque sempre bravo a dirigere gli attori e far rendere tutti al meglio, Men, Women and Children finisce per essere un film comunque interessante, gradevole e capace di raccontare qualcosa in maniera intelligente. Non è Trust, che si concentrava su un singolo discorso e riusciva ad approfondirlo molto meglio, ma una chance se la merita.

L'ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale, lo scorso dicembre. Ne scrivo oggi perché questa settimana arriva in Italia direttamente sul mercato dell'home video. Il che rappresenta fra l'altro un'ottima occasione per guardarselo direttamente in lingua originale. Poi, certo, se vuoi guardatelo in lingua originale, probabilmente, non hai aspettato l'uscita italiana. Mh.