Poltergeist

Potevamo tranquillamente farne a meno

Predestination

Paradosso explained

Maggie

Schwarzenegger impegnato

Unfriended

Alla fine pure interessante

Jurassic World

Jurassic Meh

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

5.7.15

Lo spam della domenica mattina: Biodiversità


Questa settimana su Outcast ho uscito il Videopep in cui chiacchiero di soldi, il nuovo Outcast Popcorn, l'Outcast Reportage sull'E3 2015 e l'Old! sul luglio del 1975. Su IGN, invece, abbiamo la recensione di Her Story, l'anteprima di Master of Orion, l'intervista a David Braben per Elite: Dangerous e una roba strana in cui mi hanno fatto delle domande.

Ieri sono andato al cinema per l'aria condizionata Inside Out. Ne è sicuramente valsa la pena, perché fa davvero troppo caldo. Gesù.

4.7.15

La robbaccia del sabato pomeriggio: Gesù, abbassa la temperatura, ti prego

Dio santo non sono in grado di intendere e di volere, fa troppo caldo. Mi esprimerò tramite concetti brevi. Là sopra c'è poster della seconda stagione di Agent Carter, ambientata a Los Angeles. Vojo. Qua c'è la prima foto dal set di Ash vs. Evil Dead. Vojo? Questo è lo zaino protonico del nuovo Ghostbusters. E, oh, che vi devo dire, vojo.



Il primo trailer di Creed, il film sul figlio di quello che si pestava con Rocky e poi veniva ucciso da Ivan Drago. Ray Coogler ha fatto un bel film, Michael B. Jordan è il suo amichetto, mi piace tanto tanto e si è fatto grosso, Sly è sempre Sly. Vojo.



Ten Thousand Saints, con Ethan Hawke che fa il padre buffo e sciamannato nella New York degli anni Ottanta. A giudicare dal trailer, potrebbe piazzarsi da qualche parte fra l'adorabile e l'insopportabile. Vojo?



Quanto è bello intitolare un film Love 3D? Comunque, Gaspar Noe ha voja.



Secret in Their Eyes, remake di un film per me brutalmente sopravvalutato, con Julia Roberts che punta brutalmente all'Oscar. Vojo?



Wet Hot American Summer, la serie Netflix che fa da prequel a un film di quattordici anni fa prendendo gli stessi attori e facendo fare loro gli scemi con le parrucche. Non so onestamente cosa pensarne, il trailer mi ha quasi fatto ridere, forse vojo.



London has Fallen. Il primo episodio mi è piaciuto meno che ad altri, però comunque a un film del genere non si può mai dire di no, dai.



Eccolo, è lui, è Michael Fassbender che punta all'Oscar come miglior protagonista in un film scritto da Aaron Sorkin e diretto (purtroppo) da Danny Boyle. È Steve Jobs, vojo.

Torno a sciogliermi.

3.7.15

The Great Hypnotist


Cui mian da shi (Cina, 2014)
di Leste Chen
con Jing Hu, Zhong Lü, Karen Mok

The Great Hypnotist si apre con una balla, ma è una balla che detta fin dal primo istante le regole del racconto e ti prepara a un paio d'ore interamente giocate su illusioni, immaginazione, detto, non detto e detto apposta per far credere ad altre balle. La prima scena sembra uscita per direttissima da un horror giapponese in zona Ringu, con una donna che scappa dentro a un edificio assieme a un bambino e una seconda donna, dalle movenze inquietanti, che li insegue. Ma, appunto, è una balla, o comunque un'illusione, messa in piedi dall'ipnotizzatore protagonista del film. The Great Hypnotist racconta la sua attività e lo fa mettendola in scena in maniera diretta, mostrando quel che accade nella testa di chi si sottopone alle sue terapie, dando quindi spazio a situazioni fuori di cozza e a un continuo ribaltarsi di illusioni e contro-illusioni.

La storia, semplice semplice, vede il nostro amico ipnotizzatore alle prese con un caso proposto da una collega: una donna che sostiene di vedere la gente morta. Si ritrovano una sera nello studio di lui, provano a gestire la cosa con una normale seduta d'analisi e poi si passa all'ipnosi. E a quel punto il film parte per la tangente, fra illusioni, dubbi e verità nascoste, mettendosi a giocare con la percezione, le immagini e le incertezze su cosa stia realmente accadendo. La donna ci fa o ci è? Sarà mica che parla davvero coi morti? Oppure è convinta di farlo? O fa finta? E perché? Come fa a conoscere certi segreti del protagonista? Avrà mica delle intenzioni discutibili? Oddio, sarà mica che... anche lei è un'ipnotizzatrice?

Tutto questo viene raccontato concentrando la gran parte del film all'interno dello studio e piazzandolo sulle spalle dei due ottimi attori protagonisti. Poi, certo, dallo studio si esce spesso e volentieri per entrare nel mondo della mente, ma nella sostanza il racconto, da lì, non si sposta. Ed è un racconto appassionante, composto da misteri intrecciati in maniera complicatissima, ma impeccabile, e molto ben sviluppato nei modi in cui semina indizi, depistaggi e incasinamenti vari, oltretutto mettendoli in scena attraverso un'estetica notevole (anche se forse si poteva osare qualcosina in più sul fronte delle assurdità visive all'interno delle menti). Dove il film crolla un po' è nel lungo, esagerato finale, ingolfandosi prima su uno spiegone interminabile (e in larga parte superfluo), poi su una chiusura impacciata e pacchiana. Ma insomma, ne vale comunque la pena.

L'ho visto qualche tempo fa al festival del cinema cinese qui a Parigi. Il film è dell'anno scorso ed è già disponibile una versione occidentale per l'home video. Non tratterrei il fiato in attesa di una possibile versione italiana.

2.7.15

Poltergeist


Poltergeist (USA, 2015)
di Gil Kenan
con Sam Rockwell, Rosemarie Dewitt, Jared Harris

Sulle prime, questo remake di Poltergeist sembra poter essere dignitoso, guardabile, meno fastidioso di tante altre operazioni simili. Intendiamoci, è evidente fin da subito la sua placida inutilità, la mancanza totale di idee o di personalità, l'allineamento allo standard del remake sfiatato e lontano anni luce da come un tempo lo interpretava gente del calibro di John Carpenter o David Cronenberg, ma insomma, per un po', si lascia guardare. E lo fa più che altro grazie al semplice piacere di guardare sul grande schermo attori efficaci come Sam Rockwell, Rosemarie Dewitt e Jared Harris. Non dura molto, però, anche perché, per quanto le loro interpretazioni siano efficaci, non stiamo esattamente parlando di ruoli dallo spessore infinito e grazie ai quali scatenarsi. Anzi, rispetto al film originale, l'importanza dei due genitori è drasticamente ridotta, in favore della nuova versione di chi viene ingaggiato per gestire la possessione della casa. E tutto sommato, fra i problemi principali di un film che comunque avanza con buon ritmo per la sua novantina di minuti, c'è proprio questa incapacità di dare una qualche forma di sostanza ai protagonisti, cosa che per altro priva di qualsiasi carica emotiva tutto il gran macello finale.

Insomma, il Poltergeist di Gil Kenan è un remake pigro e senza nerbo, che ripercorre a grandi linee il racconto originale, senza cambiare poi troppo di significativo e senza azzardarsi anche solo a provare una seppur vaga reinterpretazione, a dire qualcosa di suo. No, è il classico rifacimento che si accontenta di rinnovare un po' l'estetica, strizzare l'occhio variando leggermente un paio di trovate e infilarci dentro gli effetti speciali moderni, per altro utilizzati con gusto davvero pessimo. Non che il Poltergeist di Tobe Hooper (e Steven Spielberg) fosse un trionfo di moderatezza, anzi, nella seconda metà di film c'era tutto un susseguirsi di apparizioni assurde ed effetti speciali sparate a mille, ma quello stesso spirito, qui, viene filtrato dal farsi prendere la mano all'insegna dell'eccesso quando va bene, dalla mediocrità visiva media da effetto al computer moderno standard quando va male.

Quel poco che c'è di ben realizzato, per esempio l'albero, viene spinto all'eccesso, oltre il dovuto, e quel poco che il film originale non mostrava, vale a dire il piano dimensionale "altro", qui si manifesta in pieno, regalando una truppa di spiriti che sembrano disertori dell'esercito di morti guidato da Imhotep nella Mummia di Stephen Sommers. Aggiungiamoci, per sicurezza, la classica museruola da rating adolescenziale, con l'unica scena un po' sanguinaria del film di Hooper che qui viene ammorbidita e, per sicurezza, pure mostrata un po' sbilenca, riflessa nel metallo del rubinetto, e il quadro è completo. Anzi, no, c'è di più, per esempio un improvviso buco di continuità verso due terzi di film, che fa pensare a scene tagliate senza porsi troppi problemi, e quell'imprevisto impeto di creatività sul finale, quando la gag che chiudeva il film di trent'anni fa viene ripresa e riarrangiata malissimo, coi tempi comici completamente sballati. Insomma, lasciamo stare, dai.

Detto questo, per quanto mi riguarda, il remake di Carrie rimane molto più brutto e fastidioso.

1.7.15

Predestinazione!


Oggi arriva nei cinema italiani Predestination, il bel film di fantascienza tutto incentrato su quella cosa strana che sono i paradossi temporali e con il nostro amico Ethan Hawke come protagonista. Io l'ho visto al Paris International Fantastic Film Festival 2014 e ne ho scritto a questo indirizzo qua.

E intanto oggi dovrei andarmi a vedermi Terminator: Genisys. Ho molta paura.

30.6.15

Macbeth


Macbeth (UK, 2015)
di Justin Kurzel
con Michael Fassbender, Marion Cotillard, Jack Reynor, David Thewlis

Se c'è un singolo filo conduttore che lega Snowtown, placida, angosciante, ruvida, quasi documentaristica cronaca di una famosa tragedia australiana, e Macbeth, è la passione di Justin Kurzel per la recitazione basata sulla voce bassa, i grugniti, l'espressione quasi animalesca della personalità, con improvvisi scatti d'ira e momenti di furia. C'è ovviamente anche altro, ma questo aspetto spicca forse anche perché Macbeth vi unisce l'inglese shakespeariano e l'accento scozzese, generando un borbottio che a tratti perfino parecchi spettatori madrelingua hanno ammesso di interpretare a fatica. D'altra parte, Kurzel è anche un fantastico direttore di attori, che qui tira fuori da Fassbender, Cotillard e tutti gli altri interpretazioni pazzesche, capaci di comunicare con gli occhi, il corpo, le movenze, tutta la furia delle devastanti emozioni che vivono nei loro personaggi.

L'interpretazione di Marion Cotillard, ovviamente, è impressionante anche per il fatto di stare recitando in una lingua non sua, ma il modo in cui trasmette quello strano miscuglio di lucido calcolo, disperazione e rabbia ha dell'incredibile. E non è comunque da meno Michael Fassbender, che sembra nato per questo ruolo e comunica in maniera meravigliosa l'altalena d'insicurezza, arroganza, crudeltà e ambizione che definiscono il personaggio. Attorno a loro si sviluppa un film che unisce la filologia dell'ambientazione medievale scozzese, una volta tanto rispettata anche nella scelta delle location, a un'interpretazione molto moderna sul piano visivo e in alcune rielaborazioni a livello di sceneggiatura, per esempio nel tentativo abbastanza riuscito di dare maggior sostanza al personaggio di Lady Macbeth.

Dove però Kurzel lascia veramente di sasso è nella pazzesca carica visiva che riesce a tirar fuori, magari intuibile nella sua opera prima, ma forse non attesa a questi livelli. Aiutato dal "solito" Adam Arkapaw alla fotografia, Kurzel apre e chiude il film con due battaglie pazzesche per potenza evocativa, forza delle immagini, capacità di far muovere il racconto fra una testa mozzata e l'altra, e popola l'intera pellicola con una brutalità estetica fuori misura. Il suo Macbeth è un adattamento tosto, intenso, che replica il sapore della lingua shakespeariana, riproduce gli ambienti con uno spettacolare lavoro sui costumi e sui luoghi e trasporta il tutto in una dimensione visiva da moderno blockbuster, se non nei ritmi, certamente compassati, di sicuro nella forza delle immagini. Imperdibile.

Io l'ho visto al cinema, qua a Parigi, durante la rassegna locale del Festival di Cannes. La distribuzione nelle sale italiane è prevista per novembre 2015. Intanto, Kurzel è al lavoro con Fassbender e Cotillard sul film di Assassin's Creed, che dovrebbe arrivare l'anno prossimo. La cosa, onestamente, mi spiazza e non so cosa attendermi. Un regista addomesticato per staccare l'assegno in serenità? Un film pazzesco e la miglior pellicola mai tratta da un videogioco? Un divorzio per differenze creative? Vai a sapere.

29.6.15

Unfriended


Unfriended (USA, 2015)
di Levan Gabriadze
con Heather Sossaman, Matthew Bohrer, Courtney Halverson

L'aspetto più sorprendente e convincente di Unfriended sta forse nel fatto che, pur nella banalità di un intreccio stra-risaputo e nella semplicità della sua natura di film horror, riesce a funzionare e a coinvolgere nella maniera impeccabile con cui mette in pratica l'idea cinematografica alla base del progetto. Poi, certo, si può discutere di quanto sia effettivamente cinematografico inquadrare lo schermo di un computer per un'ora e mezza scarsa, ma quella è tutta un'altra faccenda. Il punto, come spesso accade, non è tanto il cosa, ma il come. E il come è davvero riuscito, interessante e a modo suo coinvolgente, quantomeno per chi - come il sottoscritto - trascorre le sue giornate preda di ottecentomila programmi, finestre, chat e compiti che s'inseguono sullo schermo. Durante quell'ora e mezza scarsa di film, ho visto il mio mondo quotidiano distorto e invaso dalle dinamiche più classiche dell'orrore cinematografico americano. Non mi ha esattamente fatto paura, ma devo dire che è stato coinvolgente e divertente.

Unfriended racconta la solita storia di ragazzetti che hanno combinato qualcosa di molto discutibile e si ritrovano a pagarne le conseguenze in maniera brutale. Pian piano vengono fuori tutti i segreti, si capisce cosa stia realmente accadendo, il fango sepolto nelle anime dei personaggi si mostra sempre più e la giusta punizione arriva per tutti quelli che se la meritano. Nel mentre, non accade nulla che chiunque abbia visto un certo numero di film horror adolescenziali non si aspetti, ma tutti i cliché vengono filtrati in maniera abbastanza ingegnosa attraverso l'idea di raccontare il film tramite lo schermo della protagonista. Unfriended, infatti, mostra solo quello: uno schermo. Chiaramente, l'azione viene portata avanti soprattutto grazie alle conversazioni in videochat su Skype fra i protagonisti, ma lo schermo è costantemente invaso da un tripudio di multitasking, mentre la protagonista, sempre più in preda al panico, prova a cavarsela utilizzando gli strumenti a portata di mouse e tastiera.

Di fondo, Levan Gabriadze applica il concetto del found footage (anzi, del found log) allo schermo del computer, e non è neanche il primo a farlo, ma è forse il primo a farlo in maniera tanto rigorosa, credibile e intrecciata al racconto senza particolari compromessi. Il motivo per cui i personaggi restano davanti al monitor fino alla fine ha (quasi) senso e l'utilizzo dei vari strumenti è per lo più impeccabile, tanto in termini di coerenza interna, quanto sul senso che assumono nel portare avanti il racconto. Facebook, iMessage, Spotify, YouTube, Google, Gmail, i problemi di connessione, i filmati compressi, le finestre che si sovrappongono l'una sull'altra, i tempi di caricamento, le cose di cui non ti accorgi perché sei concentrato su quell'altra finestra... è tutto utilizzato in maniera talmente azzeccata da fari risultare quasi fresca la maniera assolutamente risaputa in cui si sviluppano gli eventi. E alla fin fine il fascino di Unfriended sta soprattutto lì, in questa specie di azzeccato esercizio di stile tramite cui viene raccontato un horror piuttosto canonico. Anche perché come horror funziona relativamente. Da un lato è notevole la capacità di far salire la tensione con elementi banalmente quotidiani come la rotellina colorata del Mac o l'ansia del riscrivere otto volte un messaggio prima di inviarlo, esitando col puntatore sul tastino. Dall'altro la paura è assente ingiustificata, al di là di qualche "Buh!" generato da Spotify che parte all'improvviso, mentre il disagio si concentra in una sorta di pippone su che razza di brutta gente siano i giovani d'oggi e ai miei tempi qua era tutta campagna.

L'ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale, ed è stato un po' bizzarro perché la parte "visiva", quindi le varie finestre delle chat, i risultati delle ricerche e cosi via, era invece in francese. E in più le scritte meno importanti, tipo i video suggeriti a lato su YouTube, erano rimasti in inglese. Sembrava che la tizia avesse sballato qualcosa nell'installazione del sistema operativo.

28.6.15

Lo spam della domenica mattina: E3 2015 (e un paio di altre cose)


Dunque, nel corso delle ultime due settimane, su Outcast ho tirato fuori il The Walking Podcast sull'ultimo paperback di The Walking Dead, l'Old! sul giugno del 1995, il Videopep sul ciarpame che mi sono riportato da Los Angeles, il nuovo Outcast Popcorn, l'Outcast Reportage sullo Svilupparty 2015 e l'Old! sul giugno del 2005. Su IGN, invece, c'è il disastro di roba dall'E3, che provo a mettere qua in fila sapendo che (1) mi dimenticherò qualcosa, (2) forse quando uscirà questo post alcune cose non saranno ancora state pubblicate, ma poco importa, e (3) ci sono ancora due o tre cose che devo scrivere. A buon rendere.

Articoli
La mia Top 10 dell'E3 2015
La grigliata di Devolver Digital
Deus Ex: Mankind Divided
Mirror's Edge Catalyst
Star Wars Battlefront - Intervista
Tom Clancy's Ghost Recon Wildlands
Total War: Warhammer - Intervista
Tutti gli annunci Bethesda 
Tutti gli annunci EA 
Tutti gli annunci Microsoft
Tutti gli annunci Sony
Tutti gli annunci Ubisoft
Tutto quel che c'è da vedere su Fallout 4
Tutto quel che c'è da vedere su Star Wars Battlefront

Video
Chiacchiere in libertà da Los Angeles 
Ecco i nostri badge!
Perché amiamo Devolver Digital
Rewind Theater - Horizon: Zero Dawn
Rewind Theater - The Last Guardian
Rewind Theater - Uncharted 4: A Thief's End

Videoanteprime
Abzù
Assassin's Creed Syndicate
Beyond Eyes
Crossing Souls
Destiny - Il re dei corrotti
Deus Ex: Mankind Divided
EITR 
Elite: Dangerous (Xbox One)
Everybody's Gone to the Rapture
For Honor
Hatoful Boyfriend & Hatoful Boyfriend: Holiday Star
King's Quest
Masters of Orion
Mirror's Edge Catalyst
Mother Russia Bleeds
Narcosis
Overkill's The Walking Dead
Relativity
RIVE
Shadow Warrior 2
SMS Racing
Squares
Thumper 
Tom Clancy's Ghost Recon Wildlands 
Tom Clancy's Rainbow Six Siege
Tom Clancy's The Division
Typoman
Unravel
Until Dawn
We Happy Few
World of Tanks (Xbox One)
XCOM 2

Forse ho sconfitto il jet lag. Forse. Crediamoci.

27.6.15

La robbaccia del sabato mattina: Emily!


Dunque, mentre ero via, c'è stato il solito tripudio di notizie, leak, immagini, trailer, la qualunque. Mi sarò perso qualcosa di ganzo? Vai a sapere. Qua ci metto quel che m'è capitato davanti.



Legend, il film che ci propone due Tom Hardy al prezzo di uno per raccontare la storia dei gemelli del crimine londinese. A dirigere c'è quel ganzo di Brian Helgeland, ma tanto io ero già convinto a "due Tom Hardy nello stesso film." Ci credo fortissimo.



Il primo trailerino per Heroes Reborn, il rilancio di quella serie là coi supereroi che mi aveva abbastanza divertito nella prima e nella seconda stagione, senza però farmi venire tutta questa voglia di proseguire. Adesso i supereroi dominano il mondo e al secondo posto ci stanno i revival, quindi direi che era inevitabile. La cosa peggiore di questo rilancio, lo so, è che mi farà venire voglia di recuperare le stagioni che non ho visto. Sono fatto così, che ci posso fare?



7 Days in Hell, una presa in giro dei documentari sportivi che mi piacciono tanto e che mi guardo spesso su Netflix. Sembra simpatico, sembra una scemenza, ha due o tre gag che mi hanno fatto ridere.



Sicario, Emily Blunt che fa cose, il nostro amico Denis Villeneuve a dirigere, ma soprattutto Emily blunt che fa cose. I'm in.



Non è ancora nato l'erede e già non sto più riuscendo a combinare una fava perché c'ho troppo da fare. L'inverno sta arrivando.

26.6.15

Police Story 2013


Jing cha gu shi 2013 (Cina, 2013)
di Sheng Ding
con Jackie Chan, Ye Liu, Tian Jing

I titolisti dei film americani mi hanno sempre affascinato per il modo in cui, spesso, se ne fregano di tirar fuori il titolo "tradizionale" ad effetto e preferiscono andare più sul descrittivo. Che poi, intendiamoci, spesso ne vengono fuori comunque titoli dal bell'impatto, ma mi sembra indiscutibile che dalle nostre parti si sia abituati diversamente. Voglio dire, in America possono fare uscire film intitolati Cinque piani di scale, da noi devono ribattezzarli Ruth & Alex - L'amore cerca casa. Ci sono però situazioni in cui anche i titolisti americani tirano una riga e dicono no. Ed è per esempio il caso dell'ultimo Police Story, che in Cina, per non stare a perdere tempo, hanno intitolato Police Story 2013. È un Police Story, esce nel 2013, a posto così, no? In America, invece, hanno voluto fare quel piccolo sforzo in più e l'hanno intitolato Police Story: Lockdown. Che comunque, intendiamoci, è il classico titolo, appunto, descrittivo, ma perlomeno ci prova.

Però, in fondo, il titolo scelto dalla distribuzione cinese dice un po' tutto. Stiamo parlando infatti di un reboot, che prova a reinventarsi completamente la serie partendo dall'assunto che Jackie Chan, oggi, le cose che l'hanno reso famoso (1) non è più in grado di farle e (2) si è anche un po' rotto le scatole di provare a farle. E quindi si riparte da zero, spostando il tutto nella Cina fuori da Hong Kong, cambiando il nome del protagonista e, insomma, mantenendo come unica costante il fatto che al centro della faccenda si trova un poliziotto. Un poliziotto con alle spalle una lunga carriera e tanta azione, chiaramente, ma che oggi è un po' troppo vecchio per queste stronzate e limita le sue acrobazie alla prova Olio Cuore su una ringhiera in cima a un palazzo e a qualche capriola mentre si barcamena fra condotti d'areazione e ascensori.

Il film racconta infatti di un intero locale, avventori compresi, preso sotto controllo (Lockdown) da un gruppo di criminali, che hanno in testa un piano ben preciso ma non lo sveleranno prima del gran finale. Il nostro caro Jackie si trova prigioniero sul posto assieme alla figlia e cerca di venirne fuori in qualche maniera, dando vita a un film che sulle prime sembra una specie di Die Hard, ma poi si evolve in qualcosa di completamente diverso e va a concludersi nella classica risoluzione finale iper-complicata da poliziesco cinese, dove però il macello non è tanto di azione, quanto di pezzetti assurdi che vanno a comporre le motivazioni del cattivo. E quindi? E quindi Police Story 2013, di Police Story, ha molto poco: via i toni da commedia, dentro il melodrammone esagerato dagli occhi a mandorla, con un puzzle finale abbastanza intrigante e un combattimento verso metà piuttosto brutale e riuscito, in cui Jackie Chan prende una raffica infinita di schiaffi perché, ehi, non ce la fa più, tanto il personaggio quanto l'attore. Il ritmo non è dei migliori, ma tutto sommato è un film godibile e di certo se lo sono goduto in Cina, dove ha passato in agevolezza i cento milioni d'incasso e confermato quindi la solidità, da quelle parti, tanto della serie quanto dell'ultrasessantenne (!) protagonista.

L'ho visto al cinema, qua a Parigi, durante il festival del cinema cinese di qualche tempo fa. Il film è già uscito sul mercato dell'home video in diversi paesi, quindi penso sia reperibile senza troppi problemi.

 
cookieassistant.com