Festival du Film Coréen à Paris

Occhi a mandorla parigini

Frank

I cantanti tutti matti

The Knick

La serie del 2014.

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X07

The Writing on the Wall

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20.11.14

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X08: "The Things We Bury"


Agents of S.H.I.E.L.D. 02X08: "The Things We Bury" (USA, 2014)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
puntata diretta da Milan Cheylov
con Clark Gregg, Brett Dalton, Ming-Na Wen, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Adrianne Palicki, Elizabeth Henstridge

E anche questa settimana puntata notevole per il sempre più lanciato Agents of S.H.I.E.L.D., con cinquantamila fili narrativi portati avanti assieme, misteri svelati, confronti appassionanti, nerdate sparse in ogni dialogo, strizzatine d'occhio, gomitate nel costato, apparizioni, sparizioni, omaggi, azione, Adrianne Palicki che si spoglia, Ward che continua ad evolversi in una figura bizzarramente psicotica, Kyle MacLachlan che dà spettacolo, Reed Diamond che è davvero un cattivo efficace nonostante c'abbia un accento tedesco che lo facevo meglio io, aggiungere a piacere. Pare assurdo, ma viene quasi da dire che succede perfino troppa roba, non fosse che è tutto bene o male gestito come si deve, c'è un gran ritmo, praticamente ogni personaggio ha il suo momento senza risultare tirato via e, insomma, è davvero una gran bella puntata.

Il punto forte, comunque, è senza dubbio il primo confronto diretto fra Coulson e il simpatico paparino di Skye, infilato alla grande in una scena molto azzeccata e con MacLachlan che prosegue a definire molto bene il suo personaggio, tirando per altro fuori un paio di battute meravigliose. Ma anche il racconto del passato di Whitehall, con quella svolta quasi in zona splatter per ribadirne in maniera netta - casomai ce ne fosse ancora bisogno - la morale deviata, fa assolutamente il suo dovere. Aggiungiamoci, come detto, l'evoluzione di Ward, il modo in cui decide di gestire il suo rapporto con la famiglia, e direi che la tripletta di antagonisti in ballo al momento, uniti a guardarsi negli occhi facendo brutto sul finale di puntata, ha davvero un gran bel potenziale. Insomma, sono curioso di vedere che ruolo avrà il terzo incomodo Ward e, in generale, di capire dove abbiano intenzione di condurre questa simpatica banda di amiconi.

Al momento, comunque, sembra che l'intenzione sia di condurli a questa fantomatica città misteriosa, che davvero è sempre più difficile, per chi conosce i fumetti, pensare possa non essere Attilan. E di fondo, anche qui, se le supposizioni si riveleranno centrate, c'è comunque parecchio di sfizioso da capire, soprattutto su come vorranno utilizzare i personaggi non strettamente pescati dalla mitologia Marvel. Fra l'altro, in questo senso, continua a risultare sempre più naturale e organico il modo in cui la serie è inserita all'interno dell'universo cinematografico e i vari riferimenti non danno più l'impressione del name dropping un po' a caso. Più in generale, le ultime puntate mi hanno lasciato in bocca il sapore di un telefilm Marvel senza che venissero di fatto introdotti nuovi personaggi pescati dai fumetti come accadeva a inizio stagione. E, forse, questo è il segnale più forte di come la serie sia riuscita a diventare quel che doveva essere.

In teoria ieri sera non avrei dovuto guardare la puntata, perché sto seguendo il Paris International Fantastic Film Festival, di cui scriverò appena possibile. Solo che poi shit happened, mi son perso la proiezione di Housebound (ne dicono bene, voglio recuperarlo) e a quel punto tanto valeva. Poi, però, sono andato a guardarmi Lo sciacallo, che è un film strepitoso e dovete andarvi a vedere tutti quanti anche se il titolo italiano banalizza tutto in una maniera sconcertante.

Kill List


Kill List (GB, 2011)
di Ben Wheatley
con  Neil Maskell, Michael Smiley, MyAnna Buring

Prima di cominciare a scrivere questo cumuletto di caratteri che - si spera - qualcuno là fuori sta leggendo, mi sono messo a spulciare nella scheda di Kill List su IMDB. Così facendo, ho avuto la conferma - sai mai - che il film di Ben Wheatley non è mai uscito al cinema nello stivale, ma ho scoperto che è stato trasmesso sulla TV italiana il 21 gennaio 2014. Mi sento di azzardare che sia passato su un qualche canale satellitare, ma ovviamente posso sbagliarmi. Qualcuno di chi legge questo cumuletto di caratteri sa darmi conferme al riguardo? È importante. Ci tengo. Grazie. Comunque, se scrivo oggi di Kill List è perché l'uscita ufficiale in Italia viene data a oggi, direttamente sul mercato dell'home video. E come mai esce il 20 novembre 2014 un film di tre anni prima, che chiunque faccia parte del suo target di riferimento ha probabilmente già visto in qualche maniera? La risposta non so darla. O forse sì: io, in linea di massima, faccio parte del target di riferimento, eppure, per un motivo o per l'altro, pur essendomi pappato i successivi Killer in viaggio e A Field in England, non l'avevo ancora visto e l'ho recuperato su Netflix per l'occasione. Quindi, insomma, vai a sapere.

Ad ogni modo, come chi conosce questo film potrebbe avere intuito, ho cazzeggiato sulla fascia per un paragrafo non solo perché volevo fornire un po' di contesto, ma anche perché Kill List è uno di quei film in larga parte basati sul mistero alle spalle del racconto. Quindi preferirei evitare di svelare troppo, dato che si finirebbe per rovinare una discreta fetta di quel che il film ha di buono. Il suo fascino principale sta nel modo in cui si evolve viaggiando da un genere all'altro e trascinandosi verso un crescendo conclusivo di quelli che ti lasciano con un punto di domanda enorme svolazzante sopra alla capoccia. E il bello è che ogni svolta di genere viene affrontata da Wheatley con grande padronanza. All'inizio, per dire, Kill List sembra un classico e molto ben realizzato dramma famigliare britannico, con una famigliola che ha problemi di liquidità, litigi furiosi e noiose cene in doppia coppia. Anche se va detto che fin da subito intuisci che qualcosa non va, quando ti rendi conto che fondamentalmente i due litigano perché non hanno i soldi per riparare la Jacuzzi. E, insomma, eh, ma che gente, c'è la crisi e tu ti preoccupi della Jacuzzi.

Poi, però, il nostro amico protagonista di dramma familiare britannico standard decide di accettare quel lavoro che rifiutava da un po' e improvvisamente il film si trasforma in una discesa verso l'inquietudine a base di gente che muore male, gente che merita di morire male e martellate fortissime verso le ginocchia. Nel mentre, la moglie svedese (che ricordiamo con piacere per la brutta fine fatta in The Descent) si rivela un personaggino tutto pepe e attorno al nostro eroe si manifestano sempre più segnali del fatto che c'è parecchio marcio in Danimarca. Cosa sia il marcio in questione non sto qui a dirlo, anche perché la verità è che non viene spiegato proprio benissimo. Kill List parte in un modo, si evolve diventando altre due o tre cose e finisce per trasformarsi in un claustrofobico macello, ma si gioca il finale in quella maniera lì. Ti piazza davanti agli occhi una svolta piuttosto forte, per quanto intuibile con discreto anticipo, ma poi chiude senza spiegare sostanzialmente una fava. E mi va bene, eh, anzi, ho in antipatia i film che spiegano tutto, pero qua tende a rimanerti in testa più che altro solo un grosso whaddafuck (e anche una certa sensazione da fratello scemo di The Wicker Man, ma forse è solo perché l'ho visto al cinema l'anno scorso). Dopodiché, intendiamoci, Kill List merita, è coinvolgente, girato con un gran occhio e tre o quattro inquadrature molto, molto belle, oltre che con un uso della violenza trucido al punto giusto. Però, boh, non so, whatever.

In tutto questo, visti gli accenti allucinogeni tramite cui si esprimono i protagonisti, forse ha almeno un po' di senso l'uscita italiana. Credo.

19.11.14

Out for PIFF 2014


Ieri sera è iniziata questa cosa di cui vedete il manifesto qua sopra, l'edizione 2014 del Paris International Fantastic Film Festival. Cinque giorni e spiccioli di film inseribili in maniera più o meno borderline all'interno della dicitura "fantastic", proiettati in una fra le sale principali del Gaumont Pathé Opera. Fra l'altro, di base, è sempre una cosa cosa in grado di lasciarmi ricolmo di delizia, l'idea che un grosso multisala in centro occupi per quasi una settimana (weekend compreso) la sua seconda sala (addirittura la prima per gli spettacoli d'apertura e chiusura), con una valanga di film per lo più dedicati alla gente che muore male. E ancor più bello è il fatto che le sale son quasi sempre piene, anche per il film vintage degli anni Sessanta e per la maratona notturna che finisce alle sei del mattino. Son cose belle, dai. Quantomeno per uno che è cresciuto a Milano e ricorda con nostalgia quel paio di edizioni del Dylan Dog Horror Fest dimenticate fra le nebbie padane. Comunque, ieri sera, sala 1, han cominciato proiettando questo montaggio che agevolo qua sotto e che immagino vedrò prima di ogni film.



Tamarramente delizioso, no? Ieri, seduto lì in quarta fila, in una sala gremita di persone, a veder partire questa cosa davanti ai miei occhi, con la musica brutalmente sparata, m'è venuta la pelle d'oca. Si comincia! Si comincia! Ye ye ye! Cacchio, mi son gasato anche a riguardarlo adesso. Poi c'è stata l'introduzione del tizio di non so quanti anni che non ricordo se era uno di Gaumont, dell'aministrazione della città di Parigi o chissaccosa, ma che comunque ha fatto tutto un bel discorso, quindi han proiettato un simpatico cortometraggio d'animazione francese e poi, dopo le chiacchiere introduttive che, come l'anno scorso, i due tizi che organizzano fanno prima di ogni film, s'è iniziato. Con una roba delirante, tratta da non so quale manga, diretta da quel malato nella capoccia di Takashi Miike. E insomma, da oggi è maratona.

Maratona che avrà delle ricadute sul blog. Nello specifico, non so bene quando guarderò la puntata di questa settimana di Agents of S.H.I.E.L.D. e, quindi, quando ne scrivero. Dubito in molti si stracceranno le vesti in preda alla disperazione, ma insomma, sai mai, magari qualcuno segue con passione le mie fregnacce al riguardo, tanto vale avvisare. Al di là di questo, e del fatto che chissà se scriverò mai un post su Interstellar (visto che qualcuno me l'ha chiesto, tanto valeva dire anche questo), non dovrebbero esserci conseguenze particolari, dato che ci sono già dei post pronti per i prossimi giorni. E poi ovviamente scriverò del festival. A proposito, a questo indirizzo qua c'è il programma, casomai interessasse. Non riuscirò a seguire ogni singola proiezione, ma certamente proverò a guardarmi più roba possibile.

E niente, chiudiamo con un pizzico di nostalgia, sbattendo qua sotto il montaggio che introduceva i film l'anno scorso e che ogni volta mi faceva emozionare tutto. Ah, fra l'altro, se interessa, i post su quell'edizione li trovate a quest'altro indirizzo qui.



Vediamo se e come sopravvivo. Di certo, questo mese, contando anche il festival del cinema coreano, i soldi per la tessera del cinema non vanno sprecati.

18.11.14

The Walking Dead 05X06: "Consumati"


The Walking Dead 05X06: "Consumed" (USA, 2014) 
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
episodio diretto da Seith Mann
con Norman Reedus, Melissa McBride

OK, con questa settimana s'è composto anche l'ultimo pezzetto del puzzle, arrivando a svelare le poche - prevedibili, diciamocelo - cose che c'erano da svelare, e adesso siamo pronti alla doppietta di puntate che, presumibilmente, racconterà un gran macello con cui chiudere la prima metà di stagione. O qualcosa del genere. Nel mentre, ci siamo beccati un'oretta di televisione dedicata a tappare qualche buco sul passato recente (e non solo) di Carol, per spiegare ogni minimo dettaglio della sua evoluzione come personaggio. Onestamente non sono convinto ci fosse tutto 'sto bisogno di andare a riempire ogni singolo buchetto, ma insomma, è stato comunque interessante veder in qualche modo delineato un po' tutto il percorso che l'ha quasi portata ad abbandonare nuovamente il gruppo. Certo, poi si son messi di mezzo i nuovi cattivi con la macchina del Papa e niente da fare.

Come era lecito attendersi, dati gli sviluppi successivi intravisti in chiusura delle puntate precedenti, la maggior parte del tempo è stata dedicata al vagabondaggio di Carol e Daryl, con un po' d'interazione fra i due e le conversazioni non proprio verbose che ne vengono inevitabilmente fuori: da un lato una che si spara le pose da sopravvissuta senza speranza, dall'altro il redneck che si esprime per monosillabi e ogni tanto prova ad estrarre la rispostina a effetto. Per altro, a furia di provarci, una - quando commenta la scomparsa delle due bimbe - gli viene proprio bene. Ma al di là di tutto, e delle prime interazioni fra Noah e quello che si presume possa diventare il suo nuovo gruppetto di amici, la puntata è stata gradevole più che altro per il ritorno ad Atlanta.

L'avevamo appena intravista un paio di settimane fa, ma qui ci siamo fatti un bel giro fra i palazzi bombardati, si è visto che sembra essere meno invasa dagli zombi rispetto a un tempo e ci sono state regalate un paio di inquadrature che omaggiavano le origini della serie. È ormai da un pezzo che The Walking Dead sta lontano dalle metropoli e l'idea di una gran battaglia finale ambientata fra i palazzi mi attira abbastanza. Tanto più che, a giudicare dal trailer, la prossima puntata dovrebbe ricucire un po' tutto e tornare a raccontare dell'intera brigata, compresi i dispersi della spedizione verso Washington D.C., e il ritmo dovrebbe tornare ad alzarsi. Forse. Speriamo.

Va anche detto che OK i fuochi accesi come filo conduttore per la storia di Carol, però non mi sembra proprio una genialata, generare tutto quel fumo mentre stai cercando di nasconderti. Bah.

17.11.14

Roaring Currents


Myeong-ryang (Corea del Sud, 2014)
di Han-min Kim
con Min-sik Choi, Seung-Ryong Ryoo, Ryu Seung-Ryong

Roaring Currents racconta la battaglia navale di Myeongnyang, una fra le più grandi vittorie del leggendario ammiraglio Yi Sun-sin, costretto ad affrontare centinaia d'imbarcazioni dell'invasore nipponico avendo a disposizione solo una dozzina di navi. Praticamente sono le Termopili (navali) della Corea, o giù di lì. E, a occhio, si tratta di un evento storico particolarmente sentito da quelle parti, se consideriamo che il film di Han-min Kim ha sfracellato tutti i record del cinema coreano, superando anche l'ex capoclassifica The Host e diventando, semplicemente, il film più visto della storia da quelle parti, anche al di sopra del colosso hollywoodiano Avatar. È il primo film di sempre a far staccare oltre quattordici milioni di biglietti nei cinema della penisola a mandorla e ha finito per superare addirittura quota diciassette milioni. Insomma, è andata bene.

Al centro del film c'è l'ammiraglio in questione, interpretato da un Choi Min-sik un po' diverso da quello a cui siamo abituati, impegnato a ritrarre un guerriero stanco, affaticato, rimesso al comando della sua flotta in situazione d'emergenza, dopo essere stato imprigionato e torturato dal suo popolo per essersi fatto fregare da una spia giapponese infiltrata fra i propri ranghi. Ne viene fuori un personaggio forte e problematico, ma comunque nel contesto del classico film storico che tende a esaltare il portato eroico dei suoi protagonisti e a dipingere gli invasori come una banda di cattivacci senza pietà. Nonostante questo, o forse proprio per questo, finiscono per risultare più interessanti i comandanti della flotta giapponese, impegnati in un delicato equilibrismo legato ai rapporti di forza di una flotta composta tanto da equipaggi "ufficiali" quanto da pirati tirati in mezzo per l'occasione.

Quel che ne viene fuori è fondamentalmente un melodrammone storico molto classico, con bene o male tutte le svolte narrative che è lecito attendersi, fra traditori, discorsi alle truppe, drammatici imprevisti, morti eroiche e l'inevitabile coppia di innamorati tragicamente separata dagli orrori della guerra. Il melodramma, come in ogni film coreano che si rispetti, è spinto all'eccesso, a tratti forse un po' oltre i limiti del tollerabile, ma a tenere alta l'attenzione nella prima metà di film ci pensano comunque un taglio sufficientemente brutale e, soprattutto, la natura pittoresca dei personaggi, inevitabilmente affascinanti per il mio occhio occidentale. Poi, però, comincia la battaglia e, per la miseria, prevedibile o meno, nonostante un uso del computer non sempre impeccabile, è un'ora abbondantissima di scontro senza tregua, brutale, esplosivo, trascinato da una colonna sonora roboante, sufficientemente realistico (o credibile, via) nello sviluppo degli scontri, caricato da scontri all'arma bianca di massa molto ben coreografati e coinvolgente come poche cose. A un certo punto, in un momento di pausa dopo che sullo schermo era successo veramente di tutto, ero talmente carico che volevo alzarmi in piedi sui seggiolini del cinema in stile Benigni e mettermi a incitare la folla urlando "Libertà", mentre mulinellavo una spada tagliando teste come se fossero fiorellini. E c'era ancora mezz'ora buona di battaglia in arrivo. Bene così, insomma.

L'ho visto al festival del cinema coreano qua a Parigi e al momento non mi risulta prevista una distribuzione capillare in giro per il mondo. Detto questo, il film è andato discretamente bene anche nel passaggio "limitato" negli USA, quindi magari non è da escludere che prima o poi si manifesti.

16.11.14

Lo spam della domenica mattina: Triplamente A


Questa settimana, su IGN, sono stato bizzarramente dietro a roba di un certo spessore. Prima il Rewind Theater dedicato ad Assassin's Creed: Unity (polemiche non incluse), poi l'intervista a Karolina Kuzia di CD Projekt, il cui argomento è ovviamente The Witcher 3. Ci teno a precisare che ha ignorato alcune domande che mi intrigavano. Ma insomma, con le interviste via mail capita. Per compensare questo tripudio di A, venerdì ho giocato in diretta su Twitch ad Axiom Verge e stamattina è uscito il nuovo episodio di Indiegram, con i miei contributi su The Collider e Shovel Knight per 3DS e Wii U. Su Outcast, invece, ho enucleato un nuovo (finalmente!) episodio di Outcast Magazine, il podcast in cui chiacchieriamo dei giochini giocati, e l'Old! dedicato al novembre del 1994.

The Walking Podcast è saltato perché Nabacchio c'aveva la febbre alta. Capita.

15.11.14

La robbaccia del sabato mattina: Sono Ash, reparto ferramenta


L'annuncio della settimana, è evidente, è la messa in cantiere di una serie TV che porterà avanti la storia di Ash, reparto ferramenta, con Bruce Campbell come ovvio protagonista, Rob Tapert a dare una mano e Sam Raimi a curare il progetto e dirigere l'episodio pilota. Potrebbe venir fuori una schifezza? Certo! Ma bisogna essere veramente delle brutte persone per non voler nemmeno provare a crederci. Dai, crediamoci. Prendiamoci tutti per mano e crediamoci.



Il trailer di Iron Sky 2. Il primo non l'ho visto, ma qui c'è Hitler in sella a un tirannosauro, che gli vuoi dire? Beh, io potrei dire che il trailer m'è sembrato un bel tre minuti e mezzo di noia micidiale e umorismo squallido, ma magari è un problema mio. Previsto addirittura per il 2016. Anzi, sperato per il 2016, visto che è in fase di crowdfunding.



La nuova frontiera dei film con Adam Sandler: The Cobbler è sia la commedia cretina sul pretesto assurdo in cui lui fa l'idiota, sia il film malinconico in cui recita in maniera cristiana. Cerchio, botte, tutto quanto. Non so bene cosa aspettarmi, ma un pochino voglio sperarci. In fondo, quando recita in maniera cristiana, tende a piacermi sempre. Fra l'altro il regista è quello di Mosse vincenti, quindi voglio crederci un pochino di più, dai.



Il teaser trailer di Divergent: Insurgent. Il primo non l'ho visto, ma Hunger Games a conti fatti non mi dispiace. Devo provarci?



Un'altra versione alternativa del trailer di Avengers: Age of Ultron. Anche basta, dai. Comunque, buon weekend, vi lascio con due robe assurde.





La prossima settimana sarà un po' un affanno causa festival del cinema delle cose fantastiche, bizzarre, sanguinare e/o spaventevoli in quel di Parigi. Così, lo segnalo.

14.11.14

Frank


Frank (USA, 2014)
di Lenny Abrahamson
con Domhnall Gleeson, Michael Fassbender, Maggie Gyllenhaal

Il personaggio, più che la storia, attorno a cui ruotano le vice di Frank è vagamente ispirato alla figura di Frank Sidebottom, stella della comicità televisiva britannica a cavallo fra anni Settanta e Ottanta, la cui maschera veniva indossata da Chris Sievey. Ma al di là di qualche spunto, Lenny Abrahamson utilizza l'idea di un uomo (Michael Fassbender) che trascorre tutta la sua vita nascosto dietro un'enorme testa di cartapesta per parlare d'altro. E per provare a farmi innervosire, fregandomi poi a tradimento. Frank, infatti ha un po' tutte le caratteristiche dell'insopportabile (o adorabile, fate voi) film indie che presenta personaggi matterelli, situazioni matterelle e un mondo tutto un po' scoppiato, colorato e dalle musiche pure loro matterelle, così, perché sì. La storia viene raccontata attraverso gli occhi (e i tweet) di Domhnall Gleeson, il cui faccione da schiaffi e atteggiamento da sempliciotto fanno il loro dovere per lasciar immedesimare e condurre nel mondo assurdo della band The Soronprfbs, capitanata per l'appunto da Frank. E il film procede a lungo alternando gag, stranezze, esibizioni musicali da fratelli scemi degli Interpol e situazioni che raramente funzionano davvero. Insomma, un mezzo disastro, o forse no.

C'è un aspetto particolarmente azzeccato di Frank, che esplode nella seconda metà e può sembrare magari un po' forzato, ma me l'ha improvvisamente fatto diventare un film interessante e apprezzabile. Il fatto è che di solito questo genere di personaggi matterelli ci viene dipinto così com'è, punto e basta, prendere o lasciare. E invece Frank fa un passo in più e prende di petto il fatto che, diciamocelo, si tratta di squilibrati, disadattati preda di turbe psichiche. Da un certo punto di vista, il film di Lenny Abrahamson mi è sembrato una versione distorta di Il lato positivo. In entrambi i casi, fra le pieghe della commedia, fa capolino una certa sensazione di disagio, il ritratto di persone che fanno fatica a vivere con loro stesse. La differenza sta nel fatto che il film di David O' Russell a un certo punto piglia e parte per la tangente della commedia a tutto tondo con finalino catartico, mentre Frank decide invece di levare la maschera (wink wink) ai suoi personaggi e mostrare appieno le insicurezze che cercavano disperatamente di nascondere.

Ecco allora che emergono l'ambiguità, l'egoismo e l'ambizione anche ingenui e sinceri dove forse meno te li saresti aspettati, pronti a travolgere la band e farla a pezzi. Ecco che Frank mostra quel che fino a lì emergeva fra le pieghe e il film sposta l'attenzione dalle riflessioni - banalotte - sulle difficoltà nel bilanciare creatività ed esigenze commerciali, per andare invece a raccontare la figura di una persona afflittà da malattia mentale. E in questo è fondamentale l'interpretazione pazzesca di Michael Fassbender, che lavora esclusivamente di voce e fisico, comunicando tantissimo con semplici gesti del corpo, movimenti delle braccia, improvvise incertezze. La forza della sua interpretazione è totale anche per il modo in cui, col senno di poi, ripensando all'evoluzione nel corso del film, ne cogli i dettagli e la capacità di comunicare, grazie a semplici movimenti, piccoli gesti e variazioni di tono, quanto nascondersi dietro quella maschera possa cambiare la vita di un uomo.

È evidente che una grossa fetta della performance di Fassbender vada a perdersi con il doppiaggio, anche se rimane comunque il gran lavoro fatto sul corpo. Comunque, il film è arrivato al cinema in Italia in questi giorni. Fate un po' voi.

13.11.14

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X07: "The Writing on the Wall"


Agents of S.H.I.E.L.D. 02X06: "The Writing on the Wall" (USA, 2014)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Vincent Misiano
con Clark Gregg, Brett Dalton, Ming-Na Wen, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Adrianne Palicki, Elizabeth Henstridge

Sarà che in questi giorni sto guardando le puntate conclusive della seconda stagione di Arrow, una serie incredibilmente tamarra, cretina e con momenti romance da mani in faccia, ma anche dal crescendo di ritmo davvero divertente, però questa nuova puntata di Agents of S.H.I.E.L.D. l'ho trovata bizzarramente moscia. Ci vedo del bizzarro perché m'è sembrata interessante, dal bello spirito cupo, ben messa in scena e capace di far progredire diversi aspetti del racconto in maniera sensata, anche per il modo in cui suggerisce svariati sviluppi futuri. Però moscia. E sì che succedono tante cose, portate avanti in direzioni diverse, ma mi è parso le mancasse un po' quella scintilla che ho trovato nelle precedenti della stagione. Oh, capita. Magari avevo sonno. Comunque, Attilan?

Fondamentalmente la puntata s'è occupata di due cose. Da un lato, mostrare l'evoluzione di Ward, sempre più impegnato a fare il cattivo "di traverso" che tira schiaffi da tutte le parti. Dall'altro, arrivare più o meno al dunque sulla questione dei simboli che Coulson e i suoi compagni di droghe aliene si sognano giorno e notte. Oddio, al dunque, ora sappiamo di che si tratta, ma in verità continuiamo a non sapere di cosa realmente si tratti e dove si trovi. Ma insomma, meglio che niente. Rimane da vedere come proseguiranno le cose da qui in avanti, ma è probabile che il conflitto fra Hydra e S.H.I.E.L.D. alla ricerca di 'sta benedetta città sia la questione che ci porteremo dietro fino al termine della stagione. E ovviamente l'internet esplode di ipotesi su che luogo sia e su quali siano le reali origini di Sky e paparino.

Certo, considerando che c'è di mezzo un (probabile) Kree morto e che i Marvel Studios hanno appena annunciato un film dedicato agli Inumani per il 2018, è difficile non dar retta a chi sostiene che possa trattarsi di Attilan. E in questo senso, se così sarà, è interessante vedere che, dopo aver fatto da ricettacolo per le conseguenze di quanto avvenuto nei film durante la prima stagione, la serie possa fare l'esatto contrario nella seconda, mostrando per la prima volta roba grossa che poi esploderà al cinema. Vedremo. Nel mentre, ripeto, episodio a modo suo gradevole, con fra l'altro svariati accenni e nerdate sparse, da Von Strucker a Micro, ma che ho trovato un po' moscio negli sviluppi, forse soprattutto a causa di una scrittura un po' meno brillante del solito. Ad ogni modo, la prossima settimana, se il trailer non mente, dovrebbero volare un po' di schiaffi.

Intanto i Marvel Studios hanno buttato fuori la centododicesima versione dello stesso trailer di Avengers: Age of Ultron. Abbiamo capito che ci siete rimasti male per il leak, però basta, eh.

12.11.14

Sabotage


Sabotage (USA, 2014)
di David Ayer
con Arnold Schwarzenegger, Olivia williams, Sam Worthington, Mireille Enos, Terrence Howard, Joe Manganiello, Josh Holloway

Sabotage è il terzo tassello extra-Expendables nel tentativo di rimettersi in carreggiata da parte del Governatore di ritorno al cinema. Dopo aver partecipato all'esordio occidentale di quello squilibrato di Kim Jee-woon e averci finalmente regalato - ed essersi mangiato - il tardivissimo team-up con Sylvester Stallone, tocca al film brutalmente anni Ottanta, senza se e senza ma, curato dal regista e sceneggiatore che oggi, forse più di chiunque altro, ancora insegue quel genere di testosterone sanguinario, brutale, senza compromessi. Ovviamente, così come per gli altri due tasselli, ne è venuto fuori un discreto flop al botteghino, probabilmente alla base dei motivi per cui il film in Italia ci arriva solo oggi, e direttamente sul mercato dell'home video. E altrettanto probabilmente a questa tripletta di flop si deve anche il fatto che al momento la pagina IMDB di Arnie vede come progetti in arrivo solo un film di zombi e tre ritorni a serie vintage che gli hanno sempre dato soddisfazione: se non gira neanche con questi, c'è proprio poco da fare.

Comunque, Sabotage è in larga misura proprio quel che sarebbe lecito attendersi se metti assieme uno Schwarzy carico a mille e l'uomo responsabile a diversi livelli per roba come Training Day, Harsh Times o End of Watch, ma lasci che quella brutta persona di Skip Woods (qui un pratico elenco dei suoi crimini) metta mano alla sceneggiatura. Intendiamoci, lungi da me sostenere che i problemi di Sabotage siano tutti colpa sua, in fondo Ayer non è esattamente infallibile, però è difficile non maturare sospetti al riguardo. E quali sono i problemi di Sabotage? Beh, innanzitutto il fatto che si tratta fondamentalmente di un film dall'intreccio in stile procedurale senza sorprese particolarmente azzeccate, anzi, dagli sviluppi bene o male legnosetti e abbastanza telefonati. Oltretutto, il finale puzza lontano un miglio di roba appiccicata con lo sputo senza troppa convinzione e a supporto della tesi giunge la versione alternativa inserita come contenuto extra, decisamente meno "catartica" e più a tema con il tono generale del film. Ma insomma, a questo si può sopravvivere, anche considerando che pure il finale "ufficiale", per quanto davvero impacciato, non è che sia esattamente lieto.

Detto questo, si parla comunque di un film che pare estratto di peso dai favolosi anni Ottanta, per livello di violenza, maschilismo e spirito tosto come la sella di un cosacco. È il classico film "serio nonostante qualche gag" come il caro Arnie ne faceva una volta, diretto da un Ayer senza peli sulla lingua, in cui l'azione, per quanto non tantissima, è messa in scena in maniera solida e il sangue zampilla in ogni dove. In più c'è un cast dal tasso di testosterone fuori scala, interamente composto da uomini del cinema di genere recente la cui carriera ha fatto ciao ciao con la manina, fra i quali spicca la carica di un Joe Manganiello che ci crede e ce la mette tutta. Sono tutti maschi, sporchi, rozzi, scorreggioni e immersi nel sangue e anche le uniche due donne sono fondamentalmente due maschi, fra una Mireille Enos strafatta e con la bava alla bocca e una Olivia Williams poliziotta tutta d'un pezzo e dal taglio di capelli tattico. Ora, mi rendo conto che quanto ho appena descritto in questo paragrafo, per molti, possa essere tranquillamente inserito fra i punti deboli, ma il fatto è che stiamo parlando di un film con protagonista un vecchio Arnie che prova a rifare ciò che l'ha reso grande trent'anni fa, filtrandolo attraverso le sue condizioni attuali. Se ti metti a guardare un film del genere, do per scontato che sia quel che cerchi. E quindi a posto così. No?

L'ho visto qualche tempo fa nella versione Unrated del Blu-ray americano. Non ho idea della forma in cui viene proposto sul mercato italiano, ma mi sento di puntare cinque euro sul fatto che sarà la stessa edizione che ho visto io. Crediamoci.