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Exodus: Dei e re

Anonimato biblico

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31.1.15

La robbaccia del sabato mattina: Pre-Bowl


Queste qua sopra sono le zanne dell'Indominus Rex, il dinosauro ibrido nato in provetta o qualcosa del genere che cercherà di mangiarsi Chris Pratt e Bryce Dallas Howard fra qualche mese. Bisogna dire che a livello di igiene dentale non scherza affatto, eh! Comunque, in settimana si è parlato del fatto che il nostro eroe Gareth Evans voleva girare un film su Hit-Girl. Non so se essere dispiaciuto per l'occasione mancata o contento per il proiettile schivato. Oltre a questo, hanno annunciato un po' di attori che interpreteranno ruoli di qua e di là, ma niente di clamoroso. Oddio, mi fa un po' sorridere che quando scelgono una persona di colore per un ruolo che in origine è di altra etnia sia quasi sempre per la spalla comica tanto simpatica (nello specifico, mi riferisco a Jimmy Olsen nel nuovo telefilm su Supergirl), ma insomma, magari sono io che sovrainterpreto. A proposito...



Il primo trailer di Interstellar I Fantastici Quattro con la voce narrante di Morgan Freeman Reg E. Cathey. Boh, continuo ad avere quel po' di fiducia dato dagli attori tutti bravi e dal regista che ha fatto qualcosa di molto buono su un argomento simile, ma ha davvero un look brutalmente generico, a metà fra i film degli X-Men e una roba young adult a caso. Non mi fa schifo, ma neanche mi dice qualcosa. Mi lascia indifferente. Ri-boh.



Il teaser trailer di Knock Knock, il nuovo film di Eli Roth in cui il nostro ormai amicissimo Keanu Reeves si vede arrivare in casa due gnocche vogliose, ne approfitta e poi scopre che sono due sociopatiche pericolose. O perlomeno questo si capisce dalla trentina di secondi. Sono moderatamente curioso.



L'ottimo trailer di Ted 2. Col primo mi ero divertito non poco, qui sembra che si vada bene o male sugli stessi binari e non ho nulla in contrario ad Amanda Seyfried.



E niente, basta, tutto qua. Domani c'è il Superbowl, magari ci saranno robe sfiziose.

30.1.15

Fury


Fury (USA, 2014)
di David Ayer
con Brad Pitt, Logan Lerman, Shia LeBouf,  Michael Peña, Jon Bernthal

Se ci sono degli aspetti in cui Fury funziona davvero, sono quelli che tutto sommato da uno sceneggiatore e regista come David Ayer era lecito attendersi. Il nostro amico si è costruito una carriera a colpi di polizieschi sporchi, ruvidi, sanguinari, che non guardano in faccia a nessuno e, pur lasciando spazio a qualche esagerazione, puntano molto sul realismo, la credibilità, la violenza nascosta nelle piccole cose. In questo, nonostante un cambio forte dal punto di vista della fotografia, che abbandona la "shaky cam" in favore di tempi lunghi e inquadrature curate, dettagliate, piene di elementi che vogliono raccontare qualcosa, Fury è effettivamente il film di guerra che ti aspetteresti dall'applicazione della cura Ayer al tema. È brutale, sporco, pieno di testosterone, sangue, budella, morti ammazzati ed epica dell'eroe. Ed è anche fisico nel midollo, agganciato alla creazione di set, alla cura per i dettagli, all'utilizzo di carri e materiali d'epoca, alla ricostruzione storica accurata a costo di sfiorare il ridicolo (i traccianti che danno al tutto quell'aria un po' da Guerre stellari).

Per tutto il film si respira un'atmosfera pesantissima, che non può ovviamente restituire la sensazione di trovarsi davvero lì, ma prova e riesce davvero bene nel farti vivere per un paio d'ore assieme a questo gruppo di soldati costretti dentro uno Sherman. Sfrutta il classico pretesto del nuovo "innocente" nel gruppo ma, invece di usarlo per donare un po' di leggerezza ai suoi compagni acquisiti, punta tutto sulla necessità di distruggerne l'animo, farne a pezzi lo spirito, trasformarlo in una creatura brutale per evitare che la sua innocenza finisca per far ammazzare tutti quanti. Insomma, se ne facciamo una questione di sensazioni, di fisicità, di trascinarti nel mondo senza speranza di chi gironzolava ai margini della Seconda Guerra Mondiale, prendeva schiaffi su schiaffi e non aveva idea di quanto mancasse davvero poco al portarla a casa, Fury è un filmone. E non solo: c'è anche uno splendido confronto fra carri, che racconta della superiorità tedesca in quell'ambito, di quanto fosse complesso per i carristi alleati uscire vivi da uno scontro frontale, tramite una scena d'azione bellissima, tesa, coinvolgente come poche.

Paradossalmente, ciò che impedisce a Fury di funzionare fino in fondo è quella stessa ambizione che, sulla carta, poteva portare Ayer al suo capolavoro. Nei momenti in cui prova a uscire dalla bolla di morte, sangue, polvere e disperazione per raccontare qualcosina in più, si intravedono lampi di un gran film che non è riuscito a concretizzarsi. C'è una sequenza, verso metà, in cui il personaggio di Brad Pitt trascina quello di Logan Lerman nell'appartamento di due donne tedesche per educarlo alla vita adulta da soldato in territorio ostile. È un momento chiave del film, che parte benissimo e in cui Brad Pitt si mangia completamente la scena solo a colpi di silenzi, sguardi e presenza fisica, ma poi, soprattutto quando si intromettono gli altri membri del gruppo, la tensione si sgonfia brutalmente e tutto viene tirato esageratamente per le lunghe. E in fondo quella scena è un po' un microcosmo che riflette i problemi di tutto il film, popolato da personaggi ben interpretati ma sottili, poco più che cliché scritti maluccio, impegnati a declamare conversazioni quasi sempre prive di forza all'interno di scene logorroiche. Vale anche per il combattimento finale, in cui Ayer si fa un po' prendere la mano, prova anche giustamente a sottolineare l'eroismo e l'importanza di questi uomini ai margini del conflitto e impegnati più in scaramucce che nelle "grandi" battaglie, ma tira fuori uno scontro lungo, sfiancante, infinito e lontano anni luce dal senso di realismo, o quantomeno di credibilità, che ha percorso il film fino a lì.

L'ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale (che merita, perché son tutti bravi e con accenti deliziosi), lo scorso ottobre. Ne scrivo solo oggi perché in Italia è uscito ieri sarebbe dovuto uscire ieri, ma il distributore (Moviemax) è fallito e quindi vai a sapere..

29.1.15

Agent Carter 01X04: "The Blitzkrieg Button"


Agent Carter 01X04: "The Blitzkrieg Button" (USA, 2015)
creato da Christopher Markus e Stephen McFeely
puntata diretta da Stephen Cragg
con Hayley Atwell, James D'Arcy, Dominic Cooper, Chad Michael Murray, Enver Gjokaj, Shea Whigham

Così come la terza puntata, anche questo nuovo segmento delle avventure di Peggy Carter patisce un avvio un po' dfficoltoso, con degli sviluppi che arrancano abbastanza e un ritmo che non riesce a ritrovare del tutto quello eccellente delle prime due uscite. E i motivi, per come la vedo io, sono sempre gli stessi: da un lato manca ancora un antagonista vero e proprio, dall'altro tutta la faccenda delle invenzioni di Howard Stark mi sembra onestamente deboluccia e priva del mordente giusto. Per fortuna, fra i pregi di questa puntata c'è l'essere arrivati al dunque, e certo per questo bisogna ringraziare la scelta di condensare tutto quanto nel giro di appena otto segmenti.

Finalmente sappiamo qual è il pezzo pregiato della collezione Stark e improvvisamente le cose cambiano abbastanza, perché anche se di fondo non è altro che un pretesto per muovere le vicende, si tratta sia di un collegamento azzeccato all'universo cinematografico Marvel, sia di uno spunto più che sensato nel fornire finalmente a Peggy un legame personale molto forte con tutta la questione in ballo. E tutto questo mentre si va a piantare un sanguinario paletto in grado di frantumare i rapporti fra lei e i suoi due compagni d'avventura. Insomma, di certo la rivelazione centrale ha un gran bel senso.

In tutto questo, poi, nonostante il ritmo rivedibile, la puntata ha dalla sua la solita ottima prova di Hayley Atwell, il discreto lavoro nel portare avanti la caratterizzazione dei vari agenti SSR e, in quell'unico momento vagamente action, un'altra rivelazione importante. Chi è realmente Dottie? Una Vedova Nera, pare. Magari quella Vedova Nera che in molti si aspettano, quella recuperata dai fumetti? Vai a sapere. Di certo, questa cosa buttata lì, così, all'improvviso, come un calcio volante di passaggio, mette addosso discreta voglia di andare avanti. Meno male che ora le pause son finite e arrivano quattro puntate tutte in fila.

E la prossima settimana ci sono gli Howling Commandos. Nerdathon!

28.1.15

Z Nation - Stagione 1


Z Nation - Season 1 (USA, 2014)
creato da Karl Schaefer e Craig Engler
con Harold Perrineau, Tom Everett Scott, Keith Allan, Kellita Smith, Anastasia Baranova, Michael Welch, Russell Hodgkinson, DJ Qualls, Nat Zang, Pisay Pao

Ho già scritto di Z Nation lo scorso ottobre, dopo essermi guardato l'episodio pilota e aver deciso che, sì, mi incuriosiva e sarei andato avanti. Poi la prima stagione si è conclusa, m'è spuntata su Netflix, me la sono guardata e mi ritrovo qui a scriverne di nuovo, subito dopo essermi riletto quel post là. Fra l'altro, rileggendolo, ho notato due cose abbastanza evidenti. La prima è che all'epoca non m'ero ricordato di aver in effetti visto in precedenza qualcosa di nato su Syfy, Battlestar Galactica. Ma insomma, non è esattamente il tipo di produzione che avevo in mente quando dicevo di avere scarsa dimestichezza con le produzioni di Asylum e Syfy. La seconda cosa abbastanza evidente, ma che del resto avevo già ben chiara in testa prima di rileggere, è la natura di discreto malinteso che caratterizza l'episodio pilota di Z Nation, non troppo in grado di rendere giustizia a quel che poi la serie è diventata. Gli elementi di base ci sono - il budget ridotto, la voglia di non prendersi sul serio, il puntare sull'azione e il macello, le idee non necessariamente standard per il genere - ma l'equilibrio è ancora ben lungi dall'essere quello giusto e soprattutto rimane addosso l'idea di una serie che, al massimo, può ambire a puntare tutto sulle scemate insistite (e divertenti, per carità) come quella che chiude la prima puntata. E invece.

E invece Z Nation è anche quello, ma la verità è che quando sbraca con le assurdità trova i suoi momenti meno riusciti. Già dalla seconda puntata, e in continuo crescendo, i pregi iniziano ad emergere, soprattutto nel gran ritmo, nella volontà di non sedersi mai (e nelle difficoltà che arrivano le poche volte in cui lo fa), nel realizzare una serie in continuo movimento, sempre alla ricerca di nuove location, nuovi ambienti, personaggi e situazioni. A questo si aggiunge il gran vantaggio del non doversi prendere sul serio a tutti i costi e del non porsi freni di alcun tipo: da un lato, ogni tanto, questo porta a sbracare, ma dall'altro permette un'apertura di temi, idee e situazioni che The Walking Dead si sogna la notte e che si traduce fin da subito in un tirar fuori idee a ripetizione, una dietro l'altra. Non funzionano tutte, ma quando centrano il bersaglio c'è da divertirsi come matti e, banalmente, la maniera fantasiosa, brillante, assurda con cui a ogni puntata si inventano un modo nuovo, un'inquadratura, una mutazione, un'assurdità da applicare al concetto di zombi è fenomenale.

Sotto questi punti di vista, Z Nation è l'opposto naturale di The Walking Dead: carico di azione, con ritmo da vendere, mai statico, sempre pronto a inventarsi nuove diavolerie e ad esagerare nelle trovate assurde, capace di buttarla sul ridere quando serve e quando ci sono gli spunti per farlo. E sì, quando invece si prende sul serio, Z Nation manca diverse volte il bersaglio, ma la verità è che non ha bisogno di farlo poi così spesso. E in ogni caso il bersaglio non lo manca sempre, anzi, certi scambi fra Addy e Mack valgono qualsiasi lagna ci siamo sucati in cinque anni di The Walking Dead, serie che per altro funziona sì proprio per il suo buttarla sul dramma, ma spesso fatica anch'essa a trovare il tono giusto e, oltretutto, essendo costretta a provarci in maniera molto più convinta, quando prova a deviare un po' troppo dal "realismo" (le visioni di Rick, i personaggi sopra le righe come Michonne o il Governatore), sfocia spesso in un territorio non poi così lontano dal ridicolo. Intendiamoci, a me The Walking Dead complessivamente piace, ma in Z Nation ho trovato tutto un altro livello di divertimento, a conti fatti molto meno cretino rispetto a quanto mi aspettassi dopo aver visto il pilota. E mi sono reso conto che un po' mi mancavano, queste cose. Forse, mettendo assieme i punti forti delle due serie, si avrebbe la zombata televisiva perfetta. Ma insomma, via, va bene anche averle entrambe.

 E poi c'è Murphy.

Dopodiché, quando ti metti in competizione con la serie di maggiore successo dell'universo è difficile evitare il confronto, ma la verità è che Z Nation è notevole per i fatti suoi, anche al di là del soddisfare chi magari s'è rotto le palle della seriosa e imbolsita staticità di The Walking Dead. E lo è soprattutto grazie al fenomenale cambio di marcia che si verifica verso metà stagione. Dopo aver fatto crescere per bene i personaggi, dando loro un senso che andasse oltre quello delle macchiette iniziali e prendendo dimestichezza con le opportunità offerte dalle idee di base, all'improvviso Z Nation diventa un oggetto completamente diverso, oppure semplicemente ciò che fin dall'inizio prometteva di poter diventare. Piazzate lì in mezzo alla stagione ci sono tre puntate consecutive che per certi versi ricordano alcuni episodi un po' "sperimentali" che ogni tanto si manifestavano in X-Files o in Buffy. Pur senza dimenticarsi di portare avanti il racconto e raccontare nuove cose sui protagonisti, quelle tre puntate alzano il tiro delle opportunità offerte dall'assenza di freni alla base della serie, gettando sul piatto idee, situazioni e sviluppi davvero fuori di cozza, lontani dal classico canovaccio del genere e da qualsiasi cosa quell'altra serie là potrebbe permettersi di fare. È qui che viene davvero fuori la personalità di Z Nation, è qui che si raggiunge un livello superiore (non a caso poco apprezzato da chi sperava solo nell'equivalente zombesco di Sharknado) e da qui in poi la stagione non si ferma più. Certo, qualche puntata funziona meno delle altre, ma improvvisamente i recinti sono aperti e c'è solo da divertirsi.

E mica finisce qui. Abbiamo, per dire, una gestione dei personaggi da applausi: i rapporti fra di loro si evolvono in maniera interessante, non ce n'è uno - incredibile ma vero - che risulti insopportabile o che si comporti solo all'insegna delle scelte cretine e quel paio di volte in cui ci scappa il morto, accade in maniera davvero spiazzante e destabilizzante. Poi c'è la gestione della mitologia zombi, che propone un mondo post-apocalittico per molti versi originale nella struttura, pensato per offrire un sacco di spunti a una storia in continuo movimento, con dei protagonisti che hanno un obiettivo preciso da inseguire e che - cara grazia - vivono in un mondo in cui esistono i film di zombi. Viene perfino dato un senso alla diatriba del correre o non correre! E ancora, c'è il fenomenale Murphy, inizialmente un po' sulle sue ma poi in crescita continua, sempre pronto a rubare la scena a tutti e dominare la puntata, portatore sano di idee e spunti e principale motivo per cui c'è davvero da essere curiosi su come andranno avanti le cose. Ancora? Ancora: l'ultima puntata è un tripudio di ritmo, trovate, narrazione e spiegoni fatti come si deve, capacità di chiudere l'arco narrativo della stagione e nel frattempo buttare lì cento cose che mettono addosso una voglia pazzesca di andare avanti. E c'è pure un cliffhanger che levati. Insomma, basta, la smetto, il punto è che Z Nation è uno spacco. Ha i suoi passaggi a vuoto e i suoi momenti poco centrati, qua e là paga il budget ristretto, ma ha il sapore rancido, adorabile e sincero di chi ci prova sul serio, butta tutto sul piatto e, sì, ogni tanto sbaglia, ma quando funziona - e lo fa spesso - si mangia tutto e tutti. Non vedo l'ora che arrivi la seconda stagione.

Come detto, me lo sono sparato su Netflix. C'è anche su Amazon Instant Video e immagino in altri luoghi bizzarri dell'internet. Non credo sia ancora stata annunciata una data di trasmissione per l'Italia.

27.1.15

Il capodanno a fumetti di giopep


Come è ormai tradizione, ho trascorso le feste di fine anno sul suolo patrio e ho colto l'occasione per fare un salto in fumetteria, dove ho recuperato la canonica cofana di fumetti accumulati nei mesi trascorsi dall'ultima volta. Non è neanche poi tantissima roba, a voler ben vedere, ma insomma, è quel che è. E oggi, incredibilmente solo qualche settimana dopo aver letto tutto quanto, non troppo incredibilmente avendo già dimenticato quasi tutto, scrivo due o tre cose veloci al riguardo.

Crows #1/2 ***
Lo vendono come il primo fumetto di successo di Hiroshi Takahashi, nonché il prequel di Worst. Se la prima cosa immagino possa essere vera, la prima direi che è tecnicamente errata, dato che Worst è uscito alcuni anni dopo, quindi al massimo è lui il seguito. Menate sull'uso dei termini a parte, i collegamenti fra le due serie mi sembrano comunque non andare molto oltre al fatto di essere ambientate negli stessi luoghi e raccontare lo stesso genere di cose (studenti teppisti che si menano). Per il resto, la "vecchiaia" della serie si vede tutta, nel tratto acerbo e nel suo essere (o sembrare, via) sostanzialmente una versione immatura di quello che sarà Worst. Al momento mi pare trascurabile e fondamentalmente da leggere solo per completezza da fan di Takahashi (cosa che temo di essere).

Short Program: Girl's Type ***
Ecco, a proposito di roba trascurabile e degna di attenzione solo per esigenze di completezza, siamo anche qui da quelle parti. Il Mitsuru Adachi dei primi anni è proprio poca cosa e non ha neanche il mestiere che permette al Mitsuru Adachi in là con gli anni di rendere interessanti anche le sue cose più trite e tirate via. Si lascia leggere ma niente di più.

Orfani #11/12 ****
Orfani: Ringo #1/3 ****
Partito secondo me non benissimo, Orfani è cresciuto molto e ha raccontato una storia dagli sviluppi appassionanti e a modo suo originali, seppur nel contesto di un racconto molto classico e dalle ispirazioni fin troppo evidenti. Personalmente continuo ad apprezzare pochino il taglio con cui vengono caratterizzati e scritti i personaggi, ma insomma, è anche un po' una questione di genere scelto. In compenso, è una serie quasi sempre notevole sul piano visivo, carica di azione raccontata come si deve e divertente da leggere. Orfani: Ringo, per il momento, mi sta prendendo meno, ma insomma, di nuovo, la prima serie (o stagione, o quel che vi pare) per me ha ingranato davvero solo col terzo o quarto numero, quindi voglio crederci.

Hokusai *****
La storia del pittore e incisore giapponese che tutti conoscono più o meno solo per la maglietta di Godzilla l'onda ma che, insomma, avrebbe fatto anche altre due o tre cose. A raccontare la sua vita, i suoi turbamenti, le sue opere e i rapporti controversi con chi gli gravitava attorno è Shōtarō Ishinomori, mangaka che tutti conoscono più o meno solo per Cyborg 009 ma che, insomma, avrebbe fatto anche altre due o tre cose. Hokusai è la classica biografia manga, raccontata con quel mix fra dramma, commedia e ridicolo spinto che può lasciare un po' perplesso il lettore poco avvezzo, ma immerge alla grande in un'epoca e un mondo lontanissimi e merita davvero una lettura se si è anche solo vagamente incuriositi dall'argomento. L'ho comprato nell'edizione francese, che m'è capitata fra le mani girando per negozi sotto Natale, ma vedo che esiste una versione italiana pubblicata da Edizioni BD nel 2012. L'ho trovata su IBS, dove però risulta esaurita. Boh.

Dimentica il mio nome ***
Stavo scrivendo il paio di righe all'insegna del maniavantismo in cui chiunque non ricopra di lodi ogni opera partorita da Zerocalcare deve spiegare che lo apprezza, a volte anche molto, ma non impazzisce per tutto tutto tutto quel che fa, poi ho pensato che non c'era bisogno di scriverle, ho cancellato il paio di righe e ovviamente alla fine, implicitamente o meno, le ho comunque scritte. Giusto così. Ad ogni modo, se proprio a qualcuno dovesse interessare quel che penso del lavoro di Zerocalcare in generale, c'è il motore di ricerca del blog là in alto. Nello specifico, Dimentica il mio nome, pur essendo un'altra storia estremamente personale e indubbiamente molto sentita dal suo autore, mi è sembrato, assieme a Dodici, il meno riuscito fra i volumi che ha pubblicato. Alcune gag sono esilaranti, e il modo delicato, leggero, in cui tratta un tema toccante e neanche semplice è apprezzabile, ma in quasi tutti i passaggi in cui il racconto si fa serio mi è parso che faticasse molto a trovare il tono giusto. Poi, oh, rimane una lettura gradevole, ma il polpo e, soprattutto, l'armadillo me li ricordo ben più riusciti.

Dylan Dog #338  ****
Non leggo Dylan Dog da quando, tanto tempo fa, a occhio direi attorno al numero 130, mi sono reso conto che ormai da anni lo leggevo solo per inerzia, senza che me ne fregasse poi molto. Fra l'altro ricordo anche che è stato il tappo: tolto quello, ho mano a mano abbandonato tutte le serie Bonelli storiche. Vabbé, divagazioni a parte, ho comprato questo per ovvi motivi: la curiosità di leggere la storia in cui Bloch finalmente se ne va in pensione. E, che dire, gradevole, intrigante per il modo in cui comunque sfrutta la cosa piazzando lì un po' di elementi che faranno - immagino - da base per sviluppi futuri e ben scritta nella misura in cui non mi ha fatto pesare più di tanto i riferimenti a storie pubblicate durante la mia assenza. Fra l'altro, nonostante fossero ormai passati tanti anni dall'ultima volta, mi sono sentito subito a casa, nel bene e nel male. Non mi ha comunque fatto venire voglia di riprendere a leggere con regolarità la serie, ma probabilmente è soprattutto perché non fa più per me.

Quelli che ho scritto in altre occasioni dei numeri precedenti e non ho niente da aggiungere e mi limito quindi a metterli qua in fila con le stelline che mi ero appuntato 
All Rounder Meguru #13 ****, Billy Bat #10 ****, Blue Exorcist #13 ***, Dragonero #15/19 ***, Dragonero Speciale #1 ***, Hellboy all'inferno #1: "La discesa" ***, Lilith #13 ***, Le storie #23/27 **/****, Lukas #5 ***, Mix #4 ***, Naruto #67/68 ****, Un marzo da leoni #9 ****, Yawara! #10/11 ****

26.1.15

The Kingdom of Dreams and Madness


Yume to kyôki no ôkoku (Giappone, 2013)
di Mami Sunada

Nella seconda metà del 2013 sono usciti in Giappone (e l'anno successivo nel resto del mondo) quelli che potrebbero essere gli ultimi due lungometraggi nelle fantastiche carriere di Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Non sto qui a ripetere i motivi per cui Si alza il vento e La storia della principessa splendente sono due film meravigliosi, fra le cose più belle che ho visto l'anno scorso e [aggiungere aggettivi e superlativi a caso], però, insomma, Miyazaki ha poi annunciato (di nuovo) il ritiro, mentre Takahata ha settant'anni e non buttava fuori un film da quattordici, quindi, eh, se non è finita ci manca poco. Questo non significa necessariamente che lo Studio Ghibli debba chiudere i battenti, del resto ci sono altri registi, l'anno scorso è uscito l'ottimo When Marnie Was There e sperare non costa nulla, ma di certo, con l'eventuale ritiro dei due amichetti, si chiude un'epoca e le cose cambiano parecchio. Tant'è che attualmente è in atto un periodo di pausa e ristrutturazione.

Nel 2013, comunque, è uscito in Giappone anche The Kingdom of Dreams and Madness, un documentario realizzato in parallelo alla lavorazione delle ultime opere di quei due mattacchioni, che racconta soprattutto la produzione del film forse più personale di Hayao Miyazaki, concendedosi però anche divagazioni sullo studio in generale e su altre produzioni in corso allo stesso tempo, con ovviamente in testa quella dell'ultimo film di Isao Takahata. La regista Mami Sunada ha goduto di un accesso incredibile non solo agli uffici dello studio giapponese, ma anche e soprattutto a Miyazaki stesso, che ha seguito in giro mostrandone la ripetitiva e rigidamente organizzata attività quotidiana. Guardando il documentario, si segue quindi l'autore non solo mentre lavora sugli storyboard che daranno vita al suo film, ma anche nei momenti di pausa, nelle passeggiate fra casa e lavoro, in una serie di chiacchierate e riflessioni a cui si lascia andare fra le pareti domestiche.

Ne viene fuori il ritratto intrigante di un personaggio bizzarro e con cui non deve essere necessariamente facilissimo lavorare, poco importa se ad inseguire i suoi standard di meticolosa eccellenza sia l'ultimo degli impiegati o il figlio che cerca la propria via all'ombra del padre. Il documentario dura un paio d'ore, e magari poteva essere accorciato un po' o montato senza dare due o tre volte in fila la sensazione di essere arrivati alla fine, ma - pur concentrandosi molto su un film specifico - apre una finestra affascinante su un laboratorio che ha prodotto capolavori a ripetizione. In quei centoventi minuti osserviamo Miyazaki al lavoro, assistiamo alla discussione in cui si è deciso un po' a caso di proporre il ruolo da protagonista a Hideaki Anno, ascoltiamo i pensieri ruvidi del vecchio Hayao, sbirciamo in maniera fugace su quel che sta combinando Takahata, ci ritroviamo spettatori della sessione di doppiaggio per la scena madre di Si alza il vento, durante la quale lo stesso Miyazaki non riesce a trattenere le lacrime. Insomma, The Kingdom of Dreams and Madness ha forse anche un po' il limite di rivolgersi solo ai fan, dare tanto per scontato e non preoccuparsi minimamente di raccontare lo Studio Ghibli a chi non sa di cosa si stia parlando, ma chi ne ama e ne ha amato il lavoro non può davvero fare a meno di recuperarlo e gustarselo.

Il documentario, come dicevo, è uscito in Giappone nel 2013, più o meno in contemporanea con La storia della principessa splendente. Ha poi iniziato a farsi il giro dei festival mondiali ed è disponibile in versione sottotitolata in inglese sia in DVD che su qualche servizio di streaming online. Io l'ho visto alla serata di apertura dell'edizione 2014 di Kinotayo, un festival dedicato al cinema giapponese che non ho seguito nella sua interezza perché ero sfiancato dalla doppietta cinema coreano / Fantastic Film Fest. Però non potevo perdermi il documentario sullo Studio Ghibli.

25.1.15

Lo spam della domenica mattina: Daedalic in ogni dove


Questa settimana sono volato ad Amburgo per dare uno sguardo alla lineup di Daedalic Entertainment e ovviamente gli articoli al riguardo stanno fioccando, con ancora due o tre cose in arrivo nei prossimi giorni. Abbiamo dunque L'anteprima di Silence: The Whispered World 2, quella di AER e quella di The Devil's Men. Inoltre, nei giorni scorsi abbiamo buttato fuori pure il frutto dell'associazione a delinquere fra me, Nabacchiodorozor e checco, vale a dire lo specialone sulla TV del 2014 e quello sul cinema del 2014. Su Outcast, invece, abbiamo un breve Videopep dedicato al gruppo su Facebook, il primo Outcast Magazine del 2015 e l'Old! dedicato al gennaio del 1995.

Ad Amburgo fa freddo. Però mi piace. Oddio, mi piace, l'ho intravista, ma quel che ho intravisto mi piace. Credo. Non lo so, avevo dormito molto poco. Vai a sapere.

24.1.15

La robbaccia del sabato mattina: Frank West



Bryan singer ha svelato su Twitter i tre attori selezionati per rilanciare i personaggi di Ciclope, Jean Grey e Tempesta in X-Men: Apocalypse. Stanno nel tweet qua sopra e il criterio mi sembra essere "prendiamo degli sconosciuti ché tanto quei tre non conteranno nulla e devono starsene buoni in un angolo senza dar fastidio e senza sporcare".



Questo qinvece è il trailer di Dead Rising: Watchtower, che mi sembra cogliere abbastanza bene lo spirito assurdo del videogioco a cui si ispira. Uscità a fine marzo sul servizio di streaming Crackle, sarà probabilmente una cacata, ma insomma, vediamo.



Anarchy, rielaborazione moderna di Cimbelino con Ethan Hawke che ormai mi sta simpatico, Ed Harris che mi sembra faccia un po' fatica a vivere e Milla che è sempre un piacere. Dirige il regista di Hamlet 2000, che evidentemente è un po' fissato.



Bloodsuckng Bastards, il metaforone dell'arrivismo sul lavoro coi vampiri. Non capisco se prometta di essere divertente o di essere una schifezza. Propenderei per una via di mezzo fra le due opzioni.



Kidnapping Mr. Heineken, un film basato su una storia vera di cui esiste già un film con Rutger Hauer nel ruolo qui interpretato da Anthony Hopkins. Non so se mi attira. Il regista è quello del secondo e terzo film della trilogia svedese degli uomini che fanno le cose con le donne e non sono sicuro che questa sia una cosa positiva. Boh.



Nuovo trailer per It Follows, di cui non avevo mai visto un trailer e che quindi per me diventa il primo trailer per It Follows. Ne parlano bene, mi sembra basato su un'idea vagamente sfiziosa, mi dichiaro incuriosito.



Sarà che mi sto divertendo un sacco con Z Nation, ma devo dire che guardando 'sto trailerino e ascoltando le ennesime lagne di Rick e Tyreese m'è venuto un po' un cascamento di balle. Bah.



Unbreakable Kimmy Schmidt, la nuova serie di Tina Fey in arrivo quest'anno su Netflix. Il trailer ha cose azzeccate e cose meno azzeccate, ma insomma, sono comunque gasatissimo.






La roba ganza che sto guardando e mi sento di consigliare per questa settimana è You're the Worst.

23.1.15

Tusk


Tusk (USA/Canada, 2014)
di Kevin Smith
con Justin Long, Michael Parks, Haley Joel Osment, Johnny Depp, Genesis Rodriguez

Circa sette anni fa, ormai quasi otto, Kevin Smith e il suo amico per la pelle Scott Mosier scoprono di potersi divertire un sacco nel fantastico mondo dei podcast e iniziano a registrare ogni settimana un'ora di chiacchiere più o meno sceme sul tema "Boh, quel che ci interessa questa settimana". Una volta elargito a un mondo che non aspettava altro, il risultato di quelle chiacchierate, che si chiama SModcast perché i nomi dei podcast tendono a venir fuori così, riscuote un successone tale da diventare la base per un discreto business. Se da un lato infatti è noto che anche se ti chiami Kevin Smith e il tuo podcast lo scarica chiunque, i soldi non ce li fai lo stesso, dall'altro puoi trasformare il tutto in uno strumento tramite cui creare (o, se ti chiami Kevin Smith, consolidare) una fanbase che poi ti compra il libro, ti paga il biglietto per l'evento live e ti spinge a dirigere un film cretino che, pur incassando pochissimo, finisce per fare da trampolino per il rilancio della tua carriera da regista. E insomma, alla fine giusto così, no? Boh.

Comunque, Tusk nasce per l'appunto da SModcast, per la precisione dal duecentocinquantanovesimo episodio, nel quale Smith e Mosier si trovano a chiacchierare di un'inserzione pubblicitaria (poi rivelatasi finta) apparsa su Gumtree, in cui un tizio offre alloggio gratuito a chiunque sia disposto a travestirsi da tricheco. Dopo aver trascorso un'ora sparando cretinate col suo amichetto su un'ipotetica storia ispirata a quell'inserzione, Smith chiede a Twitter di fargli sapere se sia il caso di mettere in produzione un film del genere. #WalrusYes o #WalrusNo? Domanda retorica. Circa un anno dopo, Tusk arriva nei cinema e incassa meno di due milioni di dollari, ma - spiega Smith a chi gli sventola in faccia il flop - facendo la tara fra quei due spiccioli, il budget ridottissimo e i soldi arrivati con gli accordi di distribuzione, chiude in attivo e convince la gente che conta a finanziare non uno, non due, ma addirittura tre nuovi progetti del Kevinone. Nei prossimi anni, quindi, a meno di imprevisti, arriveranno Clerks 3 e altri due film ispirati al fantastico mondo dei podcast, che comporranno con Tusk la True North Trilogy. Tutto è bene quel che finisce bene.

"Stacce."

Ma Tusk com'è? Beh, è un film che ha per protagonista un podcaster (wink wink) insopportabilmente borioso (Justin Long), amico di un podcaster un po' meno insopportabile ma insomma (Haley Joel Osment). Il borioso, per una serie di incredibili coincidenze nate dallo star cercando argomenti di discussione per il podcast, si ritrova nelle mani di un signore di una certa età (Michael Parks) che, per una serie di eventi che non andremo ad approfondire, non si accontenta di un costume da tricheco. L'inserzione che Justin Long e i suoi baffi scovano è più generica rispetto a quella "reale", offre alloggio gratuito e tante storie interessanti da raccontare, ma il nostro amico Parks è in realtà un pazzo furioso che ha la fissa di trasformare uomini in trichechi. Letteralmente. Justin si ritrova quindi velocemente drogato, senza baffi e vittima di disgustose operazioni che lo trasformano in uno scherzo della natura, una specie di tricheco umano che sbava, ringhia e mangia pesce.

Se sembra una situazione completamente cretina è perché si tratta esattamente di quello. E del resto Tusk nasce da una chiacchierata scema ed è realizzato a solo uso e consumo di chi voleva il film cretino nato da quella chiacchierata scema. A tutti capita di trascorrere una serata inventandosi idiozie assieme agli amici, buon per Kevin Smith che può permettersi di trasformare quelle idiozie in un film. L'aspetto paradossale della faccenda, per altro, sta nel fatto che Tusk funziona quando si prende sul serio e crolla miseramente quando la butta in farsa. La parte iniziale, che propone dei protagonisti a metà fra il fesso e il deprecabile e inizia pian piano a costruire il classico viaggio implacabile verso l'incubo, fa il suo dovere. Michael Parks che fa il matto, come già in Red State, è una meraviglia. Genesis Rodriguez è gnocca. I momenti più puramente horror e di disagio, seppur ovviamente cosparsi da un bel po' di humor nero, funzionano quasi tutti. Insomma, come horror grottesco e completamente sopra le righe, Tusk non sarebbe neanche male e ti farebbe quasi venir voglia di pensare che abbia cose interessanti da dire sull'attuale era dell'entertainment e della comunicazione online. Quasi, eh.

Il problema è che Smith non sembra interessato a crederci minimamente e butta nel mucchio una deriva demenziale impresentabile, più o meno tutta concentrata nella partecipazione di Johnny Depp truccato da Johnny Depp che fa il cretino canadese con l'accento francese di Johnny Depp e un po' di trucco raffazzonato da Johnny Depp sulla faccia di Johnny Depp. Un personaggio talmente cretino da risultare cretino anche nel contesto di un film cretino come Tusk, e che - immagino - dovrebbe farci molto ridere perché si capisce benissimo che c'è Johnny Depp sotto quel trucco talmente raffinato da rendere irriconoscibile Johnny Depp. Non ho riso. Sta di fatto, però, che ne viene fuori un film costantemente indeciso fra serietà e farsa, incapace di trovare un equilibrio fra le due direzioni, diretto da una persona a cui, probabilmente, fotte sega. Ciliegina sulla torta, i titoli di coda sono accompagnati dalle porzioni della chiacchierata originale fra Smith e Mosier in cui i due ridono come matti proprio delle parti di storia che il film prova a prendere sul serio. E, insomma, sarà un problema mio, ma faccio proprio fatica a non vederci un'enorme coda di paglia.

L'ho visto al cinema, in lingua originale, qualche tempo fa. Era il film di chiusura del PIFFF 2014. Non so, onestamente, se sia prevista una distribuzione italiana, però è passato al Festival di Roma dell'anno scorso. Fun fact: gli altri due episodi della True North Trilogy saranno Yoga Hosers, di cui si sono già concluse le riprese e che è incentrato - glom - sul personaggio di Johnny Depp, e Moose Jaws, descritto come "Lo squalo, ma con un'alce". E vabbuò, che gli vuoi dire?

22.1.15

Predestination


Predestination (Australia, 2014)
di Michael e Peter Spierig
con Ethan Hawke, Sarah Snook, Noah Taylor

Ogni tanto mi ritrovo a scrivere di un film in preda all'ansia del non volerne rovinare la visione e finisco per dire subito "È bello, smettete di leggere e guardatevelo". O anche "È brutto, quindi potete pure continuare a leggere, tanto chi se ne frega". In questo caso diciamo "È bello, se vi piacciono i film sui viaggi nel tempo smettete di leggere e guardatevelo". Fra l'altro, di fondo, già dire una cosa del genere finisce per cambiare almeno un po' l'esperienza di chi ti legge, perché poi si presenterà davanti allo schermo non completamente vergine, aspettandosi già il film in cui c'è qualcosa da scoprire, un colpo di scena, whatever. Ma d'altra parte, ehi, do per scontato che se sei uno a cui piace presentarsi vergine in sala (come fra l'altro è più o meno capitato a me per questo film), beh, non mi leggi prima di aver visto il film. Ad ogni modo, se vi piacciono i film sui viaggi nel tempo, smettete di leggermi, date una chance a Predestination e magari poi tornate a leggermi. Se vi interessa invece leggere un mio giudizio di merito sul film, scritto comunque stando attento a non svelare quasi nulla del racconto, potete passare al prossimo paragrafo.

Predestination è il terzo film dei fratelli Spierig, il secondo con protagonista Ethan Hawke, ed è ispirato alla storia breve —All You Zombies— di Robert A. Heinlein. Al centro del racconto si trova un'organizzazione governativa formata negli anni Cinquanta e dedita all'utilizzo dei viaggi nel tempo per sistemare cose che devono essere sistemate. Fra i pregi maggiori del film c'è un aspetto che mi dicono essere anche la migliore (e forse unica) qualità del precedente Daybreakers: la capacità di creare un mondo alternativo affascinante, carico di personalità e credibile basandosi solo su due o tre pennellate piazzate nel modo giusto. In questo caso, le pennellate sono fondamentalmente riassumibili in una gentile estetica da fantascienza anni Sessanta, che dona al tutto una personalità deliziosa e già da sola vale il prezzo del biglietto. Ma ci sono altri aspetti di gran merito: una sceneggiatura che tratta i viaggi nel tempo in maniera sì contorta, ma molto precisa e comprensibile; una gestione delle rivelazioni che non si preoccupa tanto di nasconderle (se insisti in quel modo sul "non mostrare" un volto, mi stai evidentemente suggerendo qualcosa), quanto di creare una rete di intrecci che, anche se hai già intuito tutto, rimanga coinvolgente grazie al lato umano della vicenda; due attori, il nostro amico Ethan Hawke e quella specie di incrocio fra Emma Stone e Leonardo di Caprio che è Sarah Snook, bravissimi a venderti il tutto. E son pregi non da poco, specie se consideriamo che l'azione sta dalle parti dello zero spaccato e il film ruota fondamentalmente quasi solo attorno al dialogo e alla gestione dell'incastro temporale. Se a questo punto siete definitivamente convinti, smettete di leggere e guardatevelo. Se volete leggere che altro ho da dire, proseguite pure: prometto di non svelare molto.

L'altro aspetto intrigante del film, o quantomeno intrigante per me, è che mentre spesso il paradosso temporale, per quanto possa essere importante nell'economia della storia, è soprattutto uno strumento utilizzato per raccontare delle vicende che gli ruotano attorno, in questo caso il paradosso temporale è la vicenda. Intendiamoci, Predestination appartiene comunque a quella fantascienza che sfrutta le sue assurdità per parlare del mondo reale, di umanità e di temi più o meno alti, ma è anche, in sostanza, il racconto di come nasca e si sviluppi un paradosso temporale. Praticamente tutta la vicenda è composta quasi esclusivamente dai pezzi del grosso puzzle che ne descrive la struttura e che pian piano vanno a unirsi fino a fornire un quadro completo e abbastanza coerente. Poi, certo, alcuni aspetti sono forse un po' traballanti e certi dubbi possono probabilmente essere risolti unicamente tramite una chiacchierata coi due Spierig (che per altro magari risponderebbero in pieno stile Rian Johnson: "Mboh, ci sembrava fico fare così"), ma la linea temporale che viene tracciata è solida e piuttosto affascinante. E questo è l'ultimo pregio che mi premeva sottolineare. Basta, ho finito, andate a guardarvelo, che merita.

L'ho visto al cinema, in lingua originale, durante l'ultima giornata di PIFFF. Fra l'altro, col senno di poi, sono abbastanza orgoglione del fatto di essere riuscito a seguirne la storia senza problemi dopo essermi sparato la maratona notturna sulle invasioni aliene e avendo dormito, boh, cinque ore al massimo. Ma forse il fatto è che un film del genere va visto così, quando sei sull'orlo del collasso isterico e hai i litri di caffè che ti scorrono nelle vene. Ad ogni modo, a casa sua (in Australia) il film è uscito l'estate scorsa, in questi giorni sta arrivando di qua e di là e secondo me non è totalmente da escludere una distribuzione dalle nostre parti.