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15.4.14

Out of the Furnace


Out of the Furnace (USA, 2013)
di Scott Cooper
con Christian Bale, Woody Harrelson, Casey Affleck, Zoe Saldana, Sam Shepard, Willem Dafoe 

Mentre guardavo Out of the Furnace, mi sembrava di stare davanti a un episodio di Justified completamente privato di senso dell'umorismo e sparato brutalmente sul grande schermo. In pratica una ballata di Bruce Springsteen, anche se poi nel film Bruce Springsteen nel film non si sente e Scott Cooper ha preferito metterci i Pearl Jam, con una scelta forse più adatta a raccontare il degrado americano tutto sporco, lurido e fatto di tragedie senza speranza in cui, forse, il romanticismo del Bruce non avrebbe poi tutto questo spazio. I Gaslight Anthem non adavano bene, son troppo movimentati. E insomma, la sostanza è quella lì: si parla di gente rozza, sporca, che fa la vita dura lavorando in fabbrica e che ogni volta che esce di casa deve stare un po' più attenta del normale perché la tragedia incredibile è sempre lì che l'aspetta dietro l'angolo.

Voglio dire, Christian Bale interpreta il ruolo di uno che ne ha viste talmente tante da essere diventato Christian Bale tutto magrolino, con la barbetta e lo sguardo depresso. Lavora in un'acciaieria brutta e pesante, appiccicato alla fornace, e riesce a malapena ad avere una vita al di fuori del suo impiego. Il padre sta morendo di una malattia brutta, causata dai decenni di lavoro appiccicato alla fornace e che quindi prima o poi contrarrebbe anche Christian Bale, se non fosse che probabilmente presto la fornace chiuderà perché c'è la crisi. Il fratello, invece, è appena tornato dalla guerra e vive quindi il dramma dello stress brutto di chi ha trascorso il fiore della sua giovinezza sparando alla gente in terra straniera. E oltretutto torna a casa nel paesino di provincia americano in cui la prospettiva migliore consiste nel lavorare all'acciaieria che ha condannato a morte tuo padre e alla depressione tuo fratello. Epperò, Christian Bale commette l'errore di avere una storia d'amore con Zoe Saldana. Non si fa. Il karma quindi lo punisce e lo fa finire in galera per una botta di sfiga clamorosa, con morti ammazzati inclusi. Basta? Non basta: durante il periodo che Christian trascorre in prigione, la Zoe decide di trovarsi un uomo serio e il fratellino va a inguaiarsi in una maniera che non sto qui a svelare ma basta aver visto un paio di film americani da depressione per poterla immaginare. A quel punto è abbastanza inevitabile che a Christian si chiuda un po' la vena sul collo.

L'aspetto migliore di Out of the Furnace, al di là delle interpretazioni di una banda d'attori uno più bravo dell'altro, sta forse nel modo in cui riesce a ballare in equilibrio sul confine che separa il classico film drammatico tutto intento a raccontarti la provincia americana dal classico film d'azione tutto intento a raccontarti la gente (americana) che s'incazza e cerca vendetta. Christian Bale s'arma di doppietta e, assieme a zio Sam Shepard, va a cercare di scoprire cosa sia accaduto al fratello, ritrovandosi inesorabilmente avviato sulla direttrice che li porterà allo scontro frontale con lo schizoide lercio, pericoloso e con la faccia che fa brutto interpretato da Woody Harrelson. Solo che il film cambia continuamente direzione e, per dire, dopo uno splendido momento in cui pare che stia per succedere di tutto e la tensione va alle stelle, si torna invece a casa come se niente fosse e il tono rimane quello del dramma, dell'ansia, della difficoltà insita nel provare a fare la cosa giusta, del film che sembra voler andare in tutte le direzioni e poi finisce per non andare da nessuna parte e, soprattutto, del fatto che se vivi nella provincia americana deve andare sempre tutto storto e alla fine soffrirai come un cane.

L'ho visto a fine gennaio, al cinema qua a Parigi, chiaramente nella lingua originale che si conviene a un film con gli attori bravi che interpretano la gente sofferta. Ho aspettato fino adesso a scriverne perché, boh, forse stavo aspettando di vedere quando sarebbe uscito in Italia. Solo che a un certo punto uno si rompe anche le palle di aspettare, eh.

14.4.14

American Hustle - L'apparenza inganna


American Hustle (USA, 2013)
di David O. Russell
con Christian Bale, Amy Adams, Bradley Cooper, Jennifer Lawrence, Jeremy Renner

La cosa buffa di David O. Russell è che a tratti non si riesce a capire se ci sia o ci faccia, ma di sicuro l'impressione è che non glie ne freghi nulla. Lui piglia e fa i suoi film un po' a casaccio, senza troppo senso, puntando soprattutto su quel che interessa a lui e a posto così. E quel che interessa a lui sono innanzitutto gli attori, che riesce sempre a far rendere in una maniera fuori dalla grazia di Dio. Il bello, poi, è che spreme il meglio da tutti quanti, quindi i rapporti di forza rimangono quelli: Christian Bale si mangia qualsiasi cosa gli passi vicino, si aggira per il film con l'aria di un fotomontaggio fatto male, come se arrivasse da un altro mondo, e tutti gli altri gli vanno dietro. Ma che andare dietro, però! Amy Adams è, come al solito, pazzesca e tira fuori una sensualità che raramente ha avuto modo di mostrare sul grande schermo (certo, ha fatto Cruel Intentions 2, ma insomma... ), Bradley Cooper è sempre meglio e sta lì apposta a dimostrare che non son mica solo quegli altri a render tanto bene con Russell, Jeremy Renner fa il suo e Jennifer Lawrence, pur con un ruolo per molti versi secondario, rapisce lo sguardo come al solito.

E alla fine, ancora una volta, il motivo più forte per gustarsi un film di Russell sta nel piacere di osservare attori in forma strepitosa, che magari fanno anche cose un po' diverse da quelle a cui ci hanno abituati e si piazzano nelle mani del regista perché lui ne faccia quel che vuole, compreso il metterli completamente in ridicolo (Christian Bale con la panza e il riporto fuori scala, Bradley Cooper coi bigodini, Jennifer Lawrence e il suo personaggio... ). Poi, certo, attorno alle interpretazioni c'è anche un film, una specie di scorsesata in cui Russell chiacchiera di finzione e illusioni, prese in giro dello sguardo che parlano non solo della storia vera a cui il racconto è parzialmente ispirato, ma probabilmente anche dell'illusione del cinema e soprattutto delle fregnacce che le persone si raccontano a vicenda quotidianamente.

Sono infatti soprattutto i protagonisti e i rapporti fra di loro, molto più che l'intrigo in sé, il motore del film. Il triangolo amoroso con al centro il personaggio di Christian Bale, certo, ma anche il senso d'inadeguatezza e la sfrenata ambizione del personaggio di Bradley Cooper e la quasi commovente amicizia virile che nasce fra, di nuovo, Bale e il sindaco corrotto di Jeremy Renner. Russell si concentra soprattutto su di loro, sul raccontare questi personaggi dalla morale intollerabile e provare a renderli adorabili attraverso un'umanità sempliciotta e a modo suo onesta. E ci riesce anche, infilando nel mezzo almeno due o tre momenti dalla messa in scena ipnotica e in generale un film intero nel quale sfoga la sua creatività all'insegna dell'eccesso estetico. Ne viene fuori un po' un pasticcione, forse lievemente troppo lungo - ma, del resto, chi oggi non dirige film troppo lunghi? Di certo non Scorsese - e che alla fin fine mi ha lasciato una buona dose di amaro in bocca. Eppure, mentre lo guardavo, era quasi solo un piacere.

L'ho visto a metà febbraio, al cinema a Parigi, perché, oh, in Francia è uscito così in ritardo. Che ci posso fare? L'ho visto in lingua originale e, beh, insomma, se gli levi quella, che gli rimane, a un film così? Niente, o quasi, dai. Ne scrivo solo adesso perché boh.

13.4.14

Lo spam della domenica mattina: Mugo-dance


Questa settimana su IGN ho prodotto un articolo dedicato alle novità in arrivo per Dofus, del quale vado orgoglioso perché sono stato all'evento qua a Parigi e sono riuscito a seguirlo in francese senza farmi tradurre al volo quasi nulla. E magari fraintendendo metà della roba. Eppoi l'altro ieri è toccata all'anteprima su Project Totem, sfizioso nuovo gioco dei danesi di Press Play che ho provato alla GDC assieme al resto del contingente abruzzese. Su Outcast, invece, giovedì abbiamo buttato fuori il Cinquepercinque dedicato alla realtà virtuale, che come al solito io ho solo curato nell'organizzazione, poi venerdì l'Outcast Reportage dedicato alla GDC 2014 (un mostro da quasi cinque ore!) e ieri l'Old! su aprile del 1984.

Fra un paio di giorni, invece, a meno di imprevisti, torna in onda il Tentacolo Viola.

12.4.14

La robbaccia del sabato mattina: Growl


Settimana nerdisticamente fatta più di cosette e scemenzucole varie, che di cose grosse, anche se ho qualche video sfizioso da mostrare. Per esempio, il nuovo trailer esteso di Godzilla, da cui mi pare di capire che l'avvio del film sarà una specie di omaggio al disastro di Fukushima. Per il resto, non è che si veda molto di nuovo, al di là di un inquadratura sul nostro amicone che ruggisce. Fra l'altro, sono l'unico a pensare che con 'sto design abbia un musetto adorabile? Mi viene voglia di fargli i grattini.



Poi abbiamo un trailer concettualmente simile per Guardians of the Galaxy, che si apre con una versione lievemente allungata della sequenza su cui si apriva il primo trailer, per poi mostrare una versione ridotta del solito montaggio. Il succo è che si vede Star Lord un po' più in azione con il casco e tutto. E continuo ad averne una voglia matta, ma magari sono solo io.



Quindi c'è l'ultimo trailer "red band" per 22 Jump Street, che sembra poter veramente raggiungere livelli di idiozia fuori parametro. Che poi, diciamocelo, questo trailer è simpatico, ma di suo non so se mi farebbe venire voglia di andare a vedere il film. Però il primo episodio era delizioso e i registi sono sempre Phil Lord e Chris Miller, quindi che gli vuoi dire?



E infine è emerso un filmato dal PAX che riassume un po' la presentazione di Star Citizen, il capo della galassia nella categoria "videogiochi creati da vecchi barbogi nostalgici per vecchi barboni nostalgici. Sta qua sotto ed è abbastanza spettacolare, occhio al pacemaker.



Per il resto, nella settimana che ha visto l'estremo saluto del caro Ultimate Warrior, grande protagonista di un'era in cui ero bambino e  me ne fregava realmente qualcosa del wrestling, al punto di andare a vederlo dal vivo al Palaqualcosa vicino a casa e sbraitare come un ossesso per un paio d'ore, non è che sia incappato in molto altro da segnalare. Giusto questa deliziosa raccolta di biglietti da visita dei personaggi dei film, il giochino a 8 bit ispirato a The Raid 2 e una serie di video scemi che piazzo qua sotto in fila.







Bonus: una roba simpatica che per qualche motivo non riesco ad embeddare e quindi la linko.

Questa sera parto per l'Italì, dove me ne resterò per una settimana abbondante, buona parte della quale trascorsa in un luogo dove l'internet arriva a malapena. Non passerò tutto il tempo impegnato a cazzeggiare e, anzi, lavorerò, però vai a sapere se avrò la voglia e la forza di aggiornare il blog. Mboh, vedremo. Alla peggio, ci si rilegge fra dieci giorni o giù di lì.

11.4.14

Grand Budapest Hotel



The Grand Budapest Hotel (USA, 2014)
di Wes Anderson
con Tony Revolori, Ralph Fiennes, Saoirse Ronan e una valanga di gente famosa

Grand Budapest Hotel, in un certo senso, mette in scena un giochetto simile a quello del precedente Moonrise Kingdom, giustificando in qualche maniera il tono assurdo dei film di Wes Anderson e, anzi, sfruttando la cosa per spingere ancora di più sull'acceleratore. Magari non è neanche voluto, magari ce lo vedo solo io, ma sta di fatto che se lì tutto il racconto era una favola filtrata dallo sguardo e dall'immaginazione di due ragazzini turbati da paturnie amorose, qui c'è una struttura di racconto nel racconto nel racconto, che dipinge tutto con toni romantici da nostalgia canaglia e abbraccia quelle esagerazioni tipiche dei ricordi più cari. E ad ogni strato che si aggiunge, con tanto di variazione del formato cinematografico utilizzato, ecco che diventa tutto sempre più un sogno, un assurdo quadretto che s'allontana dal film per abbracciare apertamente i toni da cartone animato un po' passé, resi anche espliciti in quel paio di sequenze in stop motion.

La cosa impregna ogni atomo di Grand Budapest Hotel: sul piano estetico, con i movimenti assurdi e scattanti dei personaggi e la gestione posata delle inquadrature, nella caratterizzazione di personaggi adorabili che estremizzano personalità e sentimenti, nelle svolte assurde di un racconto che s'arrotola su se stesso con scelte che a tratti hanno veramente il sapore del pianoforte piovuto in testa dall'ultimo piano. E ovviamente fanno la loro gli attori, tutti perfetti nel vestire panni assurdamente fuori di testa e nel raccontare vicende semplici, accattivanti, divertenti e, nella loro bizzarria, davvero appassionanti. Al centro di tutto, poi, come già nel precedente film, ci sono due ragazzini, che si vedono ruotare attorno questo turbine d'assurdità e conducono per mano grazie alla maniera davvero adorabile in cui Tony Revolori e, soprattutto, Saoirse Ronan li interpretano.

Grand Budapest Hotel è proprio un film delizioso, non è che abbia molto da aggiungere. È divertente, ha un racconto che, pur nella sua natura completamente fuori di cozza, riesce a sedurre grazie al modo in cui gioca coi propri misteri e comunque a chiacchierare di umanità e del modo in cui spesso ci si ritrova a nascondersi dietro alle apparenze per riuscire a sopravvivere. È percorso dall'inizio alla fine da un fortissimo tono malinconico, figlio della guerra imminente in cui viene avvolto il racconto e che in qualche modo fa da brutale ancora alla realtà. E dipinge un mondo allo stesso tempo surreale e credibile con una lunga serie di immagini dalla bellezza fulminante. È l'ennesimo film di Wes Anderson che sembra fare di tutto per farsi odiare dal sottoscritto e invece alla fine riesce a incantarmi e farmi divertire dall'inizio alla fine. E, beh, sì, immagino che per chi proprio non lo tollera sarà l'ennesimo film di Wes Anderson uguale a tutti gli altri. Ma è così sbagliato essere in grado di raccontare sempre storie molto simili, in maniere brutalmente diverse, non perdendo mai la propria identità e, anzi, risultando sempre perfettamente riconoscibili, come forse nessun altro? Alla fin fine, io ho l'impressione che "Fa sempre lo stesso film" sia una cosa che si tende a dire solo se quello "stesso" film non ti piace, altrimenti neanche ci fai caso.

L'ho visto al cinema, qua a Parigi, un mese fa. E forse è anche per questo che non ho molto da aggiungere: ho la memoria corta. Ne scrivo oggi perché in Italia c'è arrivato questa settimana. L'ho visto in lingua originale e gli attori hanno tutti un suono talmente particolare, morbido e croccante che sarebbe proprio un peccato perderselo. Ma, ehi, che vi devo dire?

10.4.14

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X17: "Turn, Turn, Turn"


Agents of S.H.I.E.L.D. 01X17: "Turn, Turn, Turn" (USA, 2014)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Vincent Misiano
con Clark Gregg, Brett Dalton, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Ming-Na Wen, Chloe Bennet 

La leggenda narra che quando, mesi e mesi (e mesi) fa, Joss Whedon e i suoi superamici proposero a Kevin Feige di realizzare una serie dedicata allo S.H.I.E.L.D. la risposta fu, più o meno, "Ficata! Però ci sarebbe una cosetta che dovrei dirvi... ". All'epoca, Captain America: The Winter Soldier era in lavorazione da tempo e, oltretutto, Feige sostiene continuamente di avere in testa i prossimi centododici anni di film Marvel con una sicumera che neanche George Lucas quando giura che Star Wars l'aveva pianificato tutto dall'inizio. E insomma, il punto è che si sapeva già che il secondo film del capitano a stelle e strisce avrebbe raccontato quelle cose e un telefilm sullo S.H.I.E.L.D. non avrebbe potuto fare a meno di uscirne fatto un po' a fette. Col senno di poi, guardando indietro, anche alla luce di alcune più o meno piccole rivelazioni emerse in questo episodio, è difficile non ripensare alle prime sedici puntate di Agents of S.H.I.E.L.D. come a un lento e tutto sommato ben orchestrato prepararsi per arrivare fino a qui, seppur ogni tanto girando anche un po' in tondo (soprattutto con le pause fra una messa in onda e l'altra, ma non solo) e senza per questo voler negare che ci siano stati diversi episodi a dir poco deboli.

E più o meno tutto finisce per trovare un senso preciso, anche le cose più assurde. Perché il team così raffazzonato e inesperto, con solo un paio di agenti "seri" e una banda di novellini un po' incapaci lanciati allo sbaraglio, era tutta una macchinazione di Nick Fury per piazzare Coulson sul campo ma tenerlo allo stesso tempo in un ambiente controllato, manipolandone il processo di guarigione fisica e mentale. Perché il clima di dubbi e paranoie sempre più forte da un episodio all'altro si è svelato essere sintomo di un male enormemente più grosso, esploso nell'ultimo film Marvel e rovesciato a catena su questo episodio, che si svolge più o meno in parallelo a quegli eventi. E il risultato è non solo la miglior puntata a oggi della serie, ricca d'azione ben messa in scena, di sviluppi appassionanti, di personaggi trattati come si deve e di bel potenziale per il futuro, ma anche un crossover fatto come si deve, se vogliamo pure coraggioso nel suo spoilerare un film appena uscito al cinema e che fa dimenticare l'operazione un po' ridicola che fu il pubblicizzato incrocio con Thor: The Dark World. Tra l'altro, al di là delle conseguenze più evidenti, ci sono tante piccole cose che non sono emerse in maniera netta e potrebbe essere piacevole vedere affrontate, a cominciare dall'amicizia che c'era fra Coulson e Sitwell. E poi quanto è ganzo il logo Hydra alla fine?

In tutto questo, il bello è che il crossover è fondamentale ma non necessariamente "invadente": immagino che senza aver visto il film si possa guardare la puntata senza problemi, ma con in testa quegli avvenimenti, beh, tutta la prima parte, in cui si mettono in dubbio le motivazioni di ogni singolo personaggio, assume un peso diverso. I vari colpi di scena, poi, sono molto azzeccati, al punto che riescono ad avere un bell'impatto anche se vengono bene o male tutti telefonati con cinque minuti d'anticipo (e, in generale, era veramente "necessario" che, in questo contesto, uno dei personaggi chiave si rivelasse membro dell'Hydra) e tutti i personaggi vengono fatti interagire con la situazione in maniera coerente e intelligente, anche nei piccoli dettagli. Bello, per esempio, il comportamento di Fitz nel momento peggiore, perché coerente col personaggio ma equilibrato, senza sbracare, interessante l'atteggiamento di Simmons che, in linea teorica, non è da escludere sia pure lei prossima a un voltafaccia, divertente vedere Garrett che non si trasforma nel cattivo con monocolo e conserva l'essenza piaciona del personaggio, azzeccata la svolta di Ward, con la speranza che rimanga tale e non venga ritrattata nei prossimi episodi: quell'inquadratura finale può suggerire qualsiasi cosa e sicuramente ci sta che il personaggio abbia dei rimorsi, ma se poi si rivela tutto un articolato triplo gioco o se scatta la redenzione, boh, secondo me è un po' una sconfitta. Al di là del fatto che redimersi dopo aver fatto fuori tre innocenti a sangue freddo mi sembrerebbe troppo anche per certe evoluzioni a tratti forzate che si sono viste in questa serie. Bottom line: voglio andare avanti.

Ma la prossima settimana sarò in un posto nel quale l'internet arriva a malapena, quindi mi sa che mi toccherà aspettare più del dovuto.

9.4.14

Lei


Her (USA, 2013)
di Spike Jonze
con Joaquin Phoenix, Amy Adams e la voce di Scarlett Johansson

Mentre guardavo i minuti iniziali di Her, che chiamerò Her perché mi piace di più, voglio fare il rompipalle coi titoli originali e mi fa strano scrivere Lei, che poi sembra che stia parlando di qualcuno e comunque adesso ci metto un punto, ché mi sto incasinando. Dicevo, mentre guardavo i minuti iniziali di Her, mi sono ritrovato a pensare che, in effetti, è abbastanza vero: se scavi nell'hard disk di una persona, oggi come oggi, ci trovi tanto che la descrive. Ed è ancora più vero, soprattutto oggi, se allarghiamo il concetto di hard disk e diciamo che si parla del pezzo d'hardware in cui la tal persona conserva le sue cose, poco importa se si tratta di uno smartphone o altro. E dai, infiliamoci pure il cloud, se proprio dobbiamo. Non è solo una questione di cosa ci si trova dentro, delle foto, delle e-mail o di chissà che, ma anche di come tutto questo è sparso in giro, di cosa invece non c'è e di tanti altri piccoli dettagli che poi, se li analizza un'intelligenza artificiale con la voce di Scarlett Johansson, finiscono per definirne il proprietario anche meglio di come saprebbe farlo lo Sherlock Holmes di Benedetto.

Ma intanto il film andava avanti, senza preoccuparsi di quel che pensavo io, e a un certo punto mi sono ritrovato a pensare che, dai, l'Oscar alla sceneggiatura ci stava proprio tanto bene. Per la precisione m'è saltato alla mente durante l'amplesso, quando c'è quell'improvviso stacco sul nero che ti proietta nel mondo dell'immaginazione grazie alle perfette voci dei due attori. E non è che sia solo quello, perché poi ci sono i dialoghi frizzanti, quella scena iniziale così perfettamente costruita, l'incedere costante e impeccabile, il modo meraviglioso in cui Jonze riesce a prendere una commedia romantica assolutamente classica, aderente in tutto agli stereotipi del genere, e usarla però per raccontare qualcosa di moderno, particolare, nuovo, che riesce comunque a dire cose interessanti. Her ragiona su cosa possa significare essere un'intelligenza artificiale e su come la sua esistenza modificherebbe il mondo e le persone attorno ad essa, racconta tante cose con cui molti si trovano in imbarazzo trattandole invece alla perfezione, trovando chiavi comiche inedite, sincere, spiazzanti e poi alla fin fine sfruttando il pretesto fantascientifico per parlare soprattutto d'altro, del suo protagonista, di amore, solitudine, rapporti umani e lotta contro i ricordi. Paradossalmente, nonostante di fondo proponga tutte le svolte narrative che ci devono essere, mentre lo guardavo, Her riusciva a sorprendermi e farmi chiedere cos'altro si sarebbe inventato e lo faceva raccontando una semplice e prevedibile commedia sentimentale americana classica, che non mi risultava praticamente mai stucchevole e pesante, solo delicata, intelligente e adorabile.

Dopodiché, alla sua seconda apparizione, ho agitato il ditino sorridendo e indicando Chris Pratt, bisbigliando "Ma... ma... ma... " mentre mi rendevo conto che stavo ascoltando la voce dell'omino Lego, e al mio fianco ho visto muoversi una testa a indicare un vigoroso "Sì."


Nei minuti successivi è arrivato quel momento che si manifesta ogni volta che guardo un film in cui c'è Amy Adams. È il momento in cui penso "Porca miseria quanto è brava Amy Adams". La cosa fantastica è che non arriva mai subito, perché all'inizio non ci faccio proprio caso: è troppo brava, troppo naturale, troppo calata nel ruolo, mi limito a goderne senza rendermene conto. Poi, però, succede qualcosa che mi fa accendere la lampadina e me ne ricordo. Mi ricordo anche che, ehi, lo sapevo già che è tanto brava, non è mica la prima volta che la vedo, ma non posso fare a meno di stupirmene. E porca miseria se anche qui è brava, mostruosamente naturale, perfetta, credibile, pazzesca Amy Adams. Oltre che portatrice sana di una bellezza tutta semplicina e disarmante, ancor più in un film che fa di tutto per renderla ordinaria e lo fa quando ancora ho nella capoccia la versione bomba sexy vista in American Hustle.

Ed è stato più o meno lì, da qualche parte durante la fase centrale del film, mentre ero affascinato e sedotto, mentre ascoltavo la voce di Scarlett Johansson un po' roca e mi dicevo che se non la inquadrano è proprio brava pure lei, che mi sono ritrovato a pensare a Roger Ebert. O, meglio, a quanto mi sarebbe piaciuto leggere una recensione di questo film firmata da Roger Ebert. Ho proprio una voglia matta di leggerla, quella recensione, e invece non potrò mai farlo, a meno che non saltino davvero fuori le intelligenze artificiali capaci di ricreare lo spirito, il cuore e la passione di chi non c'è più. Cacchio, se mi manca, poterlo leggere. Oddio, ho già capito, adesso vado a saltellare fra un link e l'altro e a rileggermi cose di e su Rogerino Ebert. Torno subito.

Tic-toc-tic-toc-tic-toc...

A un certo punto, mentre guardavo il film, mi sono ritrovato a pensare a queste cose qua, a queste cose che avrei scritto nel post sul blog, un po' così alla rinfusa, invece di mettermi a chiacchierare del film in maniera normale, perché in fondo che ne vuoi dire? Pensavo anche a quel che sto scrivendo in questo paragrafo qua, e adesso mi si sta arrotolando il cervello. E uno potrebbe chiedersi perché non stessi invece pensando al film. Ma in verità ci stavo pensando, al film, contemporaneamente. E me lo stavo anche guardando e vivendo con passione, senza pensare ad altro. In pratica funzionavo come l'intelligenza artificiale, mille cose assieme a compartimenti stagni intercomunicanti, indipendenti ma anche collegati, con Joaquin Phoenix che si siede sulle scale e osserva tutti quelli che passano di fianco a lui, non più zombi con lo sguardo affossato dentro l'app di Facebook ma comunque ipnotizzati a chiacchierare con persone fatte di numeri e virgole, mentre lui si chiede quali fra di loro siano le persone che condividono l'amore che sta perdendo.

E poi, pian piano, sono arrivati i titoli di coda e io mi sono ritrovato a pensare che, ehi, pure Joaquin Phoenix è di una bravura e una naturalezza come al solito fuori scala, che qui mette in mostra tenendo in piedi tutti quegli scambi a due con il suo solo volto, dovendo affidare unicamente alla propria espressività tutte le emozioni trasmesse. Pazzesco. E mentre pensavo a questa cosa, mi sono ritrovato a sorridere per l'omaggio a James Gandolfini e a ridacchiare scoprendo che quelle due altre voci erano di Kristen Wiig e Brian Cox. Poi son tornato a casa chiacchierando con la mia Her, giungendo alla conclusione che il film ci era piaciuto da matti. Abbiamo mangiato qualcosa, mi sono dovuto mettere a lavorare per finire un paio di robe che m'ero lasciato alle spalle in un pomeriggio convulso e ho deciso che, prima di andare a dormire, dovevo scrivere questo post. Poi lo rileggo e pubblico domani, non importa, ma avevo bisogno di scriverlo subito. Così, un po' a caso.

L'ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale. Solo ieri, perché è andata così. Leggo in giro che oltre un terzo delle copie distribuite in Italia era in lingua originale. Bravi. Fra l'altro si sono fatte quasi le due, magari dovrei anche andare a dormire, ché mi aspetta un'altra giornata pesante. Buonanotte.

8.4.14

Quasi amici


Intouchables (Francia, 2011)
di Olivier Nakache, Eric Toledano
con François Cluzet, Omar Sy

Ricordo che un paio di anni fa si era chiacchierato parecchio di Quasi amici, clamoroso successo del cinema francese capace di ammaliare tutti quanti anche in Italia, e indubbiamente m'era rimasta addosso una certa curiosità, soprattutto di capire se i suoi meriti andassero oltre al fatto di saper raccontare in maniera accattivante temi che hanno sempre presa facile. Aggiungiamoci che in questo periodo che sto cercando di leggere e guardare roba in francese per alimentare i miei studi della lingua - che procedono, nei limiti del possibile - ed è andata a finire che qualche settimana fa ho comprato in un negozio qua a Parigi il Blu-ray a prezzo stracciato e ce lo siamo poi guardato, in lingua originale e con tanto di sottotitoli in francese (ho ancora i miei limiti, eh!). E, beh, ecco, insomma, bellino, eh, gradevole e tutto sommato delicato nello sfiorare temi difficili, però allo stesso tempo incapace di distaccarsi troppo dalle classiche formule di questo genere di film.

Alla fin fine si tratta della classica storia da ricchi che, anche loro, poveretti, piangono, con sparata dentro una bella iniezione di aristocratico puzzone che crede di sapere tutto ma vede invece la sua vita rivoluzionata in meglio dal pezzente selvaggio e vitale. Da un lato, il riccone che può tutto ma in fondo vive una vita triste e inquadrata, più per limiti dati dal suo status sociale e dalla sua chiusura mentale che dall'handicap che lo costringe sulla sedia a rotelle, dall'altro l'uomo di colore di bassa estrazione sociale, che viene dall'Africa, ha il ritmo nel sangue, sa come si vive e che per goderti la vita devi infrangere qualche regola e farti le canne. Son stereotipi visti mille volte, né più né meno che quelli di un film d'azione o dei supereroi svolazzanti, qui però messi in fila dai due registi con uno stile gradevole e la capacità di lasciarsi andare a una comicità naturale e a tratti perfino sbracata.

Ma a far davvero funzionare il film sono soprattutto gli attori: molto bravo François Cluzet nel comunicare un'intera persona solo grazie a volto e voce, eccellente Omar Sy nel trascinare con la sua semplicità, spontaneità e fisicità. È per entrambi esattamente ciò che richiedono i rispettivi personaggi, ma tutti e due riescono a trasformare i loro sagomati in figure convincenti e alle quali è difficile non voler bene. E alla fine, perché un film del genere faccia quel che deve, non si scappa, devi affezionarti ai protagonisti e ritrovarti a gioire e soffrire con loro. Se Quasi amici ce la fa è grazie agli attori e alla bella intesa che si sviluppa fra i due, raccontando del rapporto quasi simbiotico che può venirsi a creare fra una persona in quelle condizioni e chi la cura andando ben oltre il semplice dare una mano sugli aspetti pratici della vita. Pazienza se poi, in tutto questo, resta addosso un film proprio semplice, stereotipato e in molte cose superficiale: quantomeno, rispetto a tanti altri su questo filone, non è stucchevole e tragico in maniera fastidiosa. Anzi.

Ricordo che a un certo punto si parlava della possibilità che ne venisse realizzato un remake italiano. È poi accaduto? C'è Claudio Bisio?

7.4.14

Arrow - Stagione 1


Arrow - Season 1 (USA, 2012/2013)
con Stephen Amell, Katie Cassidy, David Ramsey e un altro po' di gente

Per me, i telefilm basati sui personaggi della DC Comics sono sempre stati solo due: il Batman che sappiamo, quello tutto gosh, gasp e dinamico duo che s'arrampica sul lato del palazzo con la gente che spunta dalla finestra, e il Flash con John Wesley Shipp, che era spuntato nel momento giusto per affascinare da matti il me ragazzino e da poco invischiatosi con la lettura di fumetti in calzamaglia. Non so bene quale sia il motivo, ma ho sempre schivato con cura le varie incarnazioni televisive di Superman, Smallville compreso, senza riuscire a trovare il desiderio di conceder loro più che uno sguardo distratto quando capitava. Magari era solo una questione di tempismo, di momento sbagliato, e se Smallville iniziasse domani, boh, ci proverei, ma tant'è, è andata così. Per qualche ragione, però, m'è venuta voglia di provare a guardarmi Arrow. Sarà che ne leggevo e me ne dicevano cose positive, sarà che m'è venuto il dubbio che pure la DC avesse una mezza idea di fare i crossover coi film e poi mi s'incasina la continuity, sarà che c'era il cofanetto in Blu-ray della prima stagione scontato su Play.com, sarà quel che sarà, me lo sono comprato e guardato. E mi sono divertito un sacco.

Arrow prende corposo spunto dal bel Green Arrow: Year One a fumetti di Andy Diggle e Jock (non credo sia un caso se uno dei personaggi principali l'hanno chiamato, per l'appunto, Diggle) e ci fa sostanzialmente un po' quel che vuole, applicandoci sopra svariati strati di rielaborazioni e reinvenzioni finalizzate a raccontare le origini di una nuova versione dell'universo "urbano" DC. Un po' preda di nolanite, ma non al punto di dimenticarsi delle pacchianate più spinte, la serie si dedica all'equilibrismo nel cercare di trovare una sua identità sufficientemente tamarra, dare un senso agli aspetti più assurdi dei personaggi (quest'ansia molto nuovo millennio di provare a razionalizzare il fatto che i supereroi si mettono la maschera e il costume) e contestualizzare il tutto in un mondo "allargato" che dà continuamente di gomito al geek, citando questa e quest'altra cosa non solo strettamente legata a Green Arrow, ma pescata anche in giro da tutto il resto del cosmo DC, con particolare insistenza in zona Batman. In più, un po' sullo stile di quanto viene fatto con The Walking Dead, gli autori si divertono anche a prendere per i fondelli, suggerendo questa o quella cosa dei fumetti con un nome, un cognome, un atteggiamento, e poi andando a rielaborartela in una maniera che non necessariamente ti aspetteresti.

Questo lavoro di continuity spinta, che per altro, durante la seconda stagione, darà vita all'ingresso in campo di Flash, con tanto di serie TV dedicata in arrivo, s'appoggia su una narrazione che fa procedere in parallelo gli eventi nel presente e quelli sull'isola in cui il personaggio ha vissuto le sue origini segrete, costruendo una rete di misteri e colpi di scena a tratti un po' sfiancante, ma che nel complesso funziona e tiene alta l'attenzione. Aggiungiamoci, poi, che è un telefilm strapieno d'azione, in cui le mazzate volano di continuo e sono quasi sempre ben messe in scena, e che le scelte di casting sono quasi tutte azzeccate. Non ci sono certo grandi attori e, anzi, il protagonista Stephen Amell conosce solo due espressioni (con la testa dritta e con la testa inclinata di lato), però, bene o male, sono tutti molto azzeccati per i rispettivi ruoli e, per esempio, John Barrowman è veramente un ottimo cattivo. Certo, Katie Cassidy ha una faccia che sembra sia stata piallata da un ferro da stiro e quando scattano i momenti-melodramma e lei diventa tutta rossa, si gonfia e lacrima copiosamente, viene voglia potente di fast forward, ma insomma, non si può avere tutto. Nel complesso, comunque, Arrow è una visione divertente, coinvolgente, perfettamente comprensibile anche per chi non sa una mazza dei fumetti, dall'apprezzabile approccio ruvido, cupo, a tratti perfino brutale, senza per questo rinunciare ad essere orgogliosamente geek e autoironico. Non è perfetto, spesso sbraca di qua e di là, ma insomma, eh, mica si può pretendere troppo.

Me lo sono sparato grazie al luccicante cofano Blu-ray britannico, chiaramente in lingua originale, che ti permette di godere del sapido bisbigliare di Stephen Amell nei momenti drammatici e del biascicare da alcolizzata di Willa Holland ogni volta che apre bocca.

6.4.14

Lo spam della domenica mattina che però arriva di pomeriggio: Imprevisti


Questa settimana su IGN ho estratto l'anteprima di Clandestine, un gioco indie sfizioso e promettente dalla Danimarca, e un paio di Rewind Theater: quello sull'ultimo trailer di X-Men: Giorni di un futuro passato e quello sul primo trailer di Tartarughe Ninja. E basta. Su Outcast, invece, abbiamo un Videopep dedicato alle ultime notizie sulla realtà virtuale, il The Walking Podcast sull'ultimo episodio della quarta stagione di The Walking Dead e l'Old! sull'aprile del 1974. E, di nuovo, basta.

Stiamo cercando di mettere assieme l'Outcast Reportage dedicato alla Game Developers Conference 2014, ma cacchio, c'è veramente un imprevisto dietro l'altro. Comunque, si punta a venerdì.