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1.10.14

True Detective - Stagione 1


True Detective - Season 1 (USA, 2014)
creato da Nic Pizzolatto
con Matthew McConaughey, Woody Harrelson, Michelle Monaghan, Alexandra "Perdinci" Daddario

Osserviamo con attenzione il poster qua sopra. Quanto se la tira? Parecchio. Fa bene a tirarsela? Tutto sommato sì, dai. Del resto, quando hai le qualità, non ti serve la falsa modestia, vai all in e spari tutte le cartucce. Ecco, True Detective m'è parso un po' così, spocchioso e convintissimo, forse anche troppo convinto, ma con talmente tanto di buono, un impatto talmente devastante e talmente tanti pregi difficili da contestare che, insomma, cosa gli vuoi dire? Me lo sono guardato, come mio solito, in ricco ritardo rispetto alla trasmissione originale e al suo essere stato, per un paio di mesi, l'argomento principe della chiacchiera su internet. E oggi, con ulteriore ritardo, ne chiacchiero qua dentro, fuori tempo massimo, stimolato in qualche modo dall'imminente arrivo sulle reti televisive italiane, altrettanto fuori tempo massimo.



Quanto è bella la sigla? Fun Fact: sulla HBO ci sono due telefilm ambientati in Louisiana, con il titolo che inizia per True, che si fanno ricordare per le tette (uno per la quantità, l'altro per la qualità). E la sigla di quello più recente sembra la versione signorile della sigla di quello meno recente. Altro Fun Fact: mentre guardavo True Detective non riuscivo a fare a meno di pensare che mi sembrava Arma Letale scritto da una persona che nella vita si diverte molto meno di Shane Black, ma se la crede altrettanto. What If i drammi familiari di Martin Riggs lo facessero diventare un pazzo un po' più unrated rispetto a quello di Mel Gibson e con una certa tendenza a partire per la tangente con monologhi sul senso della vita, il nichilismo, il sistema che è il vero nemico (mica il serial killer), la religione, l'amore, il sesso, le scie chimiche, le stampanti 3D, NO TAV, la qualunque? What If Roger Murtaugh fosse molto più scoppiato rispetto a quello di Danny Glover (e bianco, ma non sottilizziamo), servisse comunque a fare da spalla comica che prende per il culo gli eccessi seriosi del suo compagno ma invece che tutto casa e chiesa fosse un uomo di melma, seppur con la scusante che non so in quanti sarebbero in grado di resistere a una tentazione chiamata Daddario?

Ecco, True Detective, mi ha fatto bene o male l'impressione di stare guardando questa cosa qua sopra, immersa in un poliziesco ruvido e puzzolente, dal sapore di zuppa di pesce lasciata troppo a lungo in frigo e che ora ha un tanfo da far schifo ma non hai voglia di buttarla perché poi ti tocca pulire il frigo e non riesci a respingere il gag reflex. C'è una bella atmosfera, ci sono dei bei personaggi, c'è l'intelligenza di smorzare tutto quel serioso degrado con dell'umorismo che a tratti mi ha fatto sganassare e c'è una scrittura che si prende magari un po' troppo sul serio, specie quando partono quei monologhi così densi di significati (o di cazzate) e scritti in maniera tutta aulica e piaciona. E poi c'è il lato poliziesco, costruito in maniera intrigante, con questo mistero che si dipana su due piani temporali e che, pur mettendoci magari tre o quattro episodi, quando decolla regala belle emozioni, un piano sequenza di sei minuti e un delirio finale lovecraftiano che levati. Poi, certo, il delirio finale lovecraftiano si risolve in Matteo Maccoso che passeggia per [non ricordo ma mi sono sembrati tanti] minuti fra le fresche frasche prima di abbandonarsi ai tarallucci e al vino. E certo, la soluzione del mistero è talmente un po' Seven e un po' I soliti sospetti che ci si chiede dove sia Kevin Spacey. Ma insomma, è pur vero che l'aspetto più investigativo è fondamentalmente un pretesto attorno a cui Pizzolatto e i suoi si arrotolano per raccontare i personaggi, le relazioni, il degrado, il sistema che è brutto e cattivo e quel che veramente conta. E se le cose funzionano, di che ti lamenti? Nulla, figurati, era per dire.

Un esempio di quel che veramente conta.

Di fondo, quel che ho trovato più apprezzabile e interessante di True Detective sta sotto la maglietta di Alexandra Daddario nei valori di produzione e nel modo in cui sono stati sfruttati. Innanzitutto, banalmente, la pazzesca cura per l'immagine, la sovrabbondanza di esterni, la ricerca estetica in generale, il nostro amico piano sequenza e così via, tutta roba che magari non è unica nella TV via cavo, ma di sicuro non è ancora la norma. Ma più in generale, quel che resta, credo, è soprattutto un modello produttivo che probabilmente farà (sta già facendo?) scuola. E sì, lo so che sto scoprendo l'acqua calda, ma che vi devo dire? Fondamentalmente True Detective è una storia autoconclusiva, raccontata nel giro di pochi episodi, che puoi proporre a un cast di stelline del cinema imponendo loro un impegno che non si distacca poi troppo da quello di un film. E così puoi passare al livello successivo e permetterti gente dalla carriera ancora non finita nello sciacquone. Un Matteo Maccoso, in questo momento della sua vita, non si legherebbe mai a cinque o più annate da syndication, ma otto episodi, perché no? E lo stesso vale per registi, cast tecnico e così via.

Insomma, il colpo da maestro di Nic Pizzolatto non sta tanto nel suo lavoro di scrittura, che è solido, a tratti efficacissimo, ma tutto sommato anche fra gli aspetti più criticabili della serie, quanto nell'aver tirato fuori un modello che gli ha permesso di raccontare la sua storia lungo otto episodi affidandola a un singolo, ottimo, regista e a gente del calibro di Matteo, Woody Harrelson, Michelle Monaghan, per altro tutti in stato di grazia. E infatti non è un caso se tutto il chiacchierare sulla seconda stagione verte sui nomi che saranno coinvolti e se per qualche tempo si è addirittura fatto il nome - improbabile e poi smentito, ma in questo contesto forse non impossibile - di Brad Pitt. Perché alla fin fine il fascino di True Detective sta in quella cosa lì, nel vedere che razza di performance saprà tirar fuori un cast che allo stato attuale, forse, solo questa serie, con queste modalità, su questo network via cavo, è in grado di permettersi. Credo. Non lo so. Whatever.

Come detto, nei prossimi giorni lo trasmettono anche in Italia. Con calma. Immagino che lo guarderà chi non ha interesse a guardarselo in lingua originale e non se l'è quindi già visto, ma rimane il fatto che se gli levi la lingua originale è un po' un peccato, via.

30.9.14

Sherlock - Serie 3



Sherlock - Series 3 (UK, 2014)
creato da Mark Gatiss e Steven Moffat
con Benedict Cumberbatch, Martin Freeman

Dopo due anni di pausa, con la gente che si stava facendo esplodere il cervello nel tentativo di inventarsi le teorie più bislacche per spiegare come Sherlock Holmes ed eventualmente anche Jim Moriarty potessero essere sopravvissuti ai rispettivi suicidi, la prima puntata della terza serie di Sherlock non poteva che affrontare l'argomento alla sua maniera. E infatti è tutto un tripudio di modi per girare attorno alla questione, ostentare la maniera tanto intelligentissima e fuori dal comune con cui si è deciso di affrontarla, prendersi in giro ma prendere in giro anche noi, voi e quegli altri. Insomma, è una supercazzola, in cui si spiega tutto senza spiegare nulla, si risolve il gran dubbio a colpi di pernacchie e si fa finta di niente, allontanandosi poi fischiettando. Il risultato è un episodio estremamente furbetto, a modo suo divertente e certo fondamentale per il modo in cui piazza qua e là elementi che vanno a comporre un arco narrativo condotto lungo tutta la terza serie, ma anche, perdonatemi il termine tecnico, una discreta palla al cazzo. Poco male, anche le prime due annate avevano l'episodio debole, in entrambe il secondo. E quello della prima serie, coi cinesi, mamma mia, non ci voglio neanche pensare, al confronto questo qui è un gioiello splendente. Quindi, insomma, OK, ci siamo levati subito di torno l'episodio moscio, andiamo avanti. O forse no.

Il fatto è che questa terza serie di Sherlock è costruita con un bel crescendo che conduce dalla palla di cui sopra allo strepitoso gran finale, e ovviamente l'episodio di mezzo, beh, sta nel mezzo. Di fondo, il primo e il secondo "micro film" di cui è composta l'annata sono interessanti per il modo in cui si concentrano più che altro sul raccontare i personaggi e sullo sviluppare i rapporti fra di loro. Il caso di turno, soprattutto il primo, in una certa misura anche il secondo, diventa quasi un pretesto attorno a cui far ruotare gli eventi e un tassello da incastrare nello scenario più ampio dell'annata, ma il cuore dei due episodi sta altrove. Sta, appunto, nello sviluppo del rapporto fra Holmes, Watson e il resto del cast, sempre più caratterizzato come una famiglia allargata, e nella maniera ancora più spinta in cui gli autori si divertono a mettere in scena un racconto plasmato sulla natura stessa del suo protagonista. Un po' schizzato, a modo suo vacuo e disinteressato a tutto ciò che lo circonda, estremo nel pasticciare con i riferimenti "esterni" più o meno espliciti, fra appunto tutto il giocare del primo episodio e la stessa scelta degli attori nei successivi, mogli e genitori nella realtà che rivestono gli stessi ruoli anche nella finzione.

Per altro, a proposito di attori, si sottolinea l'ovvio, Cumberbatch, Freeman e compagni mostrano qui un'intesa e una padronanza fuori scala e riescono a far funzionare tutto a meraviglia anche nei momenti in cui il racconto vacilla un po' verso il nulla. Poi è anche vero che tanto la scelta di realizzare piccoli film da un'ora e venti si rivela controproducente quando, nei momenti peggiori, si finisce per dare una sensazione di brodo allungato e girare in tondo, tanto è invece perfetta quando viene fuori un episodio come quello conclusivo, denso, appassionante, pieno di eventi, capace di stupire con i suoi colpi di scena e di dare un significato concreto all'intera annata per il modo in cui porta a compimento tutti i piccoli e grandi discorsi aperti qua e là. Insomma, ancora una volta, Sherlock dà il meglio quando il word processor sta tutto nelle mani di Steven Moffat. Guarda un po' il caso. 

Me lo sono visto su Netflix. Viva Netflix. Lo sapevate che ora c'è anche in Francia? Fra l'altro anche quello francese ha la lingua originale. No, dico. Ah! Génial!

28.9.14

Lo spam della domenica mattina: Saluti dalla Liguria


Questa settimana ho riversato i miei sforzi igiennici sul Rewind Theater del trailer del nuovo Hunger Games, sull'intervista al senior producer di NBA 2K15 (con cui - incredibile ammisci - ho esaurito gli avanzi dalla Gamescom 2014) e sull'anteprima di The Book of Unwritten Tales 2. Sul fronte outcastaro, invece, abbiamo il Videopep dedicato al Neo Geo CD, l'eXistenZ sul film dell'Angry Video Game Nerd, la recensione di Fenix Rage e l'interminabile Old! sul settembre del 2004. Ho preparato questo post giovedì, non mi assumo responsabilità se non è stato pubblicato il paio di cose che doveva uscire nel weekend.

Nei prossimi giorni si dovrebbe registrare della roba. Credo.

27.9.14

La robbaccia del sabato mattina: Weekend lungo


Allora, questo post l'ho preparato giovedì, così, perché ne avevo voglia, e sicuramente nel frattempo sono spuntate chissà quante cose meravigliose, ma insomma, eh, meglio che niente, viva la programmazione automatica, saluti dal weekend lungo in trasferta a tema compleanni.



Big Eyes, il nuovo film di Tim Burton, che la butta nuovamente sul biografico e sicuramente avrà tutte le sue cosine giuste da film biografico al posto giusto, ma insomma, sembra comunque interessante. E poi Amy Adams e Christoph Waltz. Comunque arriva a gennaio.



Men, Women & Children, il nuovo di Jason Reitman, che per quanto mi riguarda deve ancora sbagliare un film, fermo restando che no, certo, mica possono venirgli fuori tutti BELLISSIMI. Ma no, secondo me non ne ha fatto uno brutto, anzi. Le argomentazioni stanno sparse in giro per il blog. Ad ogni modo, questo promette bene e oltretutto è un altro caso di Adam Sandler in un film in cui non fa lo scemo e si mette nelle mani di un regista bravo. In genere ne escono cose belle.



E a proposito di registi dei quali apprezzo anche le scorregge uscite di traverso, abbiamo il primo trailer per il nuovo di Michael Mann, Blackhat. Non ho altro da aggiungere al riguardo, se non che gennaio è drammaticamente lontano.



Big Hero Six ci propone un trailer di quelli che ti raccontano mezzo film. E, uhm, ehm, non lo so, non sono convinto. Sembra simpatico, però sembra anche un po' quel simpatico che non mi convince tipo quello là sui videogiochi che sappiamo bene. Boh, vedremo. Chiudiamo con un filmetto amatoriale su Spawn e una roba virale dai film degli X-Men. Messi così in fila a caso.





Adesso che torno a Parigi mi rimetto ad andare giudiziosamente al cinema. Prometto.

25.9.14

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X01: "Shadows"



Agents of S.H.I.E.L.D. 02X01: "Shadows" (USA, 2014)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Vincent Misiano
con Clark Gregg, Ming-Na Wen, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Brett Dalton

E finalmente si ricomincia, dopo l'altalenante prima stagione e il suo finale in gran crescendo, con un secondo anno di Agents of S.H.I.EL.D. che innanzitutto ha dalla sua la promessa (tutta da mantenere, certo) di una maggiore continuità nella messa in onda, con due blocchi di episodi previsti attorno a una pausa natalizia che sarà invece dedicata alla nuova serie Agent Carter. E non a caso questa "season premiere" si apre con breve ritorno ai tempi in cui il personaggio interpretato da Hayley Hatwell era agile e scattante, per porre le premesse del racconto ma anche (soprattutto?) per buttare lì una specie di teaser trailer del nuovo show. Poi, però, si passa al presente, con un episodio che si porta sulle spalle il peso di non accartocciarsi su se stesso dopo le vette raggiunte nel finale della scorsa stagione, dettare da subito tono e ritmo del nuovo corso e, ovviamente, fare il suo dovere da primo appuntamento in cui si fa il punto della situazione su tutto quel che era rimasto in sospeso.

E il suo dovere lo fa bene, pur senza far gridare al miracolo. Innanzitutto, il tono: per quanto alcuni attori, quando si piazzano in posa plastica, continuino a sembrare un po' poco adatti al ruolo di cazzutissimi agenti dello S.H.I.EL.D., sembra che finalmente avremo a che fare con, appunto, dei cazzutissimi agenti dello S.H.I.EL.D. E già come cosa non si butta. In generale, il racconto delle spie costrette a lavorare di nascosto, fra le pieghe del sistema, perché prese nel fuoco incrociato fra governo e Hydra, viene assecondato da un'atmosfera generalmente più cupa e dei personaggi che lo abbracciano liberandosi di buona parte delle scemate e mostrando un'apprezzabile voglia di fare le cose sul serio. Fermo restando che, per carità, rimane sempre una serie Marvel su un network che si rivolge forzatamente a tutta la famiglia. E nel contesto è azzeccata anche la figura di un Coulson sempre più in modalità Nick Fury, tutto sulle sue e incattivito nelle decisioni operative.

Lì in mezzo si inseriscono poi i nuovi personaggi, dalla varia bassa manovalanza a Crusher Creel, supercriminale una volta tanto non particolarmente minore dell'universo Marvel che fa la sua apparizione e viene trattato decisamente bene, fra l'attitudine badass, la visualizzazione dei poteri ben realizzata e la strizzatina d'occhio con palla e catena. Inoltre abbiamo anche un nuovo cattivone, pure lui pescato dall'universo fumettistico, e sono in arrivo diverse cose che sono state annunciate ma ancora non si manifestano. Aggiungiamoci pure la mossa in stile Hannibal Lechter, un po' scontata ma che potrebbe generare qualche sviluppo divertente, e il modo azzeccato in cui è stata trattata la questione FitzSimmons e abbiamo un avvio di stagione davvero riuscito, soprattutto con una parte finale dal bell'impatto e che lascia addosso gran voglia di andare avanti. Bene così.

Dopodiché io son qua che aspetto solo e unicamente Tyra Collette.

Oggi esce Lucy in Italia


Oggi, con ampio ritardo sul resto del mondo ma giusto in tempo per non arrivare dopo Uruguay e Paraguay, arriva nei cinema italiani Lucy, l'ultimo film di Luc Besson con Scarlett Johansson che fa la maestra di Hokuto, o qualcosa del genere. Io l'ho visto un mesetto fa qua a Parigi e ne ho scritto a questo indirizzo qui. Alla fin fine neanche m'è dispiaciuto.

Tanti auguri a me. Così, lo segnalo.

23.9.14

Sul trenino per Londra


Come credo di avere già scritto da qualche parte, forse in uno degli ultimi post da weekend, questa settimana la trascorro per buona parte in viaggio fra tre paesi. Per esempio, a meno di imprevisti, questo post viene pubblicato automaticamente mentre io me ne sto spaparanzato sul trenino diretto a Londra. Vado infatti a spararmi la due giorni (anche se sarebbe più corretto parlare di un giorno e uno sputacchio) del D.I.C.E. Europe 2014. E se volete sapere di che si tratta, il sito ufficiale sta a questo indirizzo qua. Fra l'altro, mentre scrivevo questo post, m'è venuto in mente che due anni fa avevo scritto quattro post sul D.I.C.E. 2012, seguito tramite internet. Stanno a questo indirizzo qua, casomai interessassero. Comunque, rientro a Parigi domani sera, ma poi venerdì riparto per farmi un weekend lungo in Liguria causa doppio festeggiamento incrociato di entrami i compleanni di casa. Quindi, insomma, il succo è che probabilmente, da qui a perlomeno martedì prossimo, ci sarà moria di post sul blog. Anzi, in realtà già da ieri, ché ero stracarico di roba su cui portarmi avanti e non sono riuscito a scrivere un post. E temo andrà così per tutta la settimana. O forse no. Magari scrivo roba e la metto in programmazione automatica. Vai a sapere.

Poi, quando torno, se le conferenze del D.I.C.E. non han fatto cagare, si registra un podcast.

21.9.14

Lo spam della domenica mattina:


Questa settimana, su IGN, non ci si crede, ho uscito ancora qualche contenuto figlio della Gamescom. Non si finisce mai, per la miseria. Comunque, stiamo parlando dell'anteprima di Star Citizen, dell'anteprima di Aquanox: Deep Descent e di un articolo su una manciata di giochi indie. Da quell'altra parte, invece, si sono manifestati il Videopep dedicato ai cinque anni di Outcast (auguri!), la recensione dell'ultimo episodio della seconda stagione del The Walking Dead di Telltale Games, il The Walking Podcast dedicato alla stessa roba e l'Old! sul settembre del 1994, che è molto più lungo del solito e fra l'altro, a occhio, con quello della prossima settimana andrà pure peggio.

La prossima settimana sarà un po' un delirio, considerando che prima vado al D.I.C.E. Europe e poi mi faccio un weekend lungo italiano per celebrare come si conviene i compleanni della FAMIGLIA. Mi sento di pronosticare un crollo delle pubblicazioni qua sul blog. Vedremo.

20.9.14

La robbaccia del sabato mattina: Star Batman


Questa qua sopra è la prima immagine ufficiale di Sharlto Copley e Susan Heyward nei panni dei Christian Walker e Deena Pilgrim di Powers, la serie TV ispirata all'omonimo fumetto in produzione per il PlayStation Network. Che dire, coi personaggi del fumetto c'entrano poco, però lui mi piace, voglio crederci. E come non crederci anche quando leggi che Scott Glenn è stato ingaggiato per interpretare Stick nella serie Netflix dedicata a Daredevil? Crediamoci. Infine, a proposito di crederci, a questo indirizzo qua c'è un bello scambio fra Rian Johnson e Terry Gilliam in cui il primo spiega al secondo come ci si sente a stare scrivendo la sceneggiatura di Star Wars: Episodio VIII.



Questo qua sopra è il primo trailer della prima parte di Mockingjay, capitolo conclusivo di Hunger Games, serie che a me alla fin fine neanche dispiace (qua ho scritto del primo film, qua del secondo), anche se questa roba qua sopra mi lascia abbastanza indifferente. A questo indirizzo qua, invece, c'è un'infografica assurda su tutti i supereroi apparsi in "live action" sullo schermo, grande e piccolo. Io neanche mi ci sono messo, a leggerla.


Questo, invece, è il trailer di John Wick, con il quale Keanu Reeves continua a confermare di essere uno a cui non puoi che voler bene. Nel caso specifico, s'è preso come registi quelli che coordinavano gli stunt dei Matrix e ha tirato fuori questa roba in cui fa il killer definitivo incazzato nero e pronto a spaccare tutto. In più c'è Tyra Collette, e che le vuoi dire. Secondo me promette benissimo.



A Most Violent Year nuovo film del regista di Margin Call e All Is Lost, con Jessica Chastain e Oscar Isaac. Non sono sicuro di aver capito fino in fondo cosa racconti, però il trailer mi ha messo addosso lo stesso una gran voglia. Chiudiamo con un'altra delle scemate virali che si stanno palleggiando J.J. Abrams e Zack Snyder e una "intervista" a Kevin Smith relativa a Tusk, su cui metto le virgolette perché di fatto gli viene posta una sola domanda e poi lui va avanti a blaterare per tre minuti. Buon weekend.





Non sto più riuscendo ad andare al cinema. Però ieri ho mangiato della roba che mamma mia e per la miseria e santa polenta a Les Trois Royaumes, a cui voglio sempre tanto bene. Quindi apposto.

19.9.14

Tropico del cancro


Tropic of Cancer (Francia, 1934)
di Henry Miller

Il mio rapporto con Henry Miller consiste nel fatto che, lo ammetto, so a malapena chi sia. Ho vaghi ricordi di Henry & June come di quel film con Remo Williams che ogni tanto passavano su Rete 4 e in cui c'era la gente che faceva sesso (e mi sembrano, esclusa magari Rete 4, elementi degni di nota, specie se consideriamo che si parla degli anni della mia adolescenza). Oltre a questo, c'è il fatto che, quando ci siamo sparati il road trip per gli Stati Uniti occidentali qualche anno fa, fra le tappe lungo il meraviglioso Big Sur c'è stata la deliziosa Henry Miller Memorial Library, dove abbiamo pure comprato un bel manifesto che ora sta appeso di là, nella stanza del retrogaming. E basta. Lo scorso ottobre, però, mi sono trasferito qua a Parigi e subito il Marrone mi ha ordinato di leggere Tropico del cancro. Io mi sono fatto un appunto, ho promesso che avrei ubbidito, ho deciso che per qualche motivo un classico del 1934 lo volevo stringere in mano e non mi bastava la versione Kindle e ho quindi proceduto ad ordinare l'edizione riprodotta nell'immagine là sopra.

Certo, poi ci ho messo mesi a tirarlo fuori dallo scaffale e decidere che era il momento di leggerlo e altri mesi per mettermi effettivamente a leggerlo, perché da queste parti funziona così, a caso. Fatto sta che durante le vacanze estive, spaparanzato fra le frasche e i sassi delle spiagge liguri, mi sono letto Tropico del cancro. Anzi, Tropic of Cancer. E? E ci ho trovato un racconto affascinante, seppur scritto in una maniera che magari non è troppo nelle mie corde per... come dire... come potrei definirlo... forse... eccesso di stile? Ad ogni modo, in Tropico del cancro, Henry Miller racconta, romanza, riarrangia e sbatte sulla pagina la sua assurda vita da nomade americano disperso nei meandri della Parigi degli anni Trenta, offrendo un ritratto viscerale di un modo di vivere che non è esattamente quello in cui mi sono ritrovato io andando a stare a Parigi negli anni Dieci.

Fra gli aspetti più affascinanti, oltre alla capacità di raccontare in maniera coinvolgente storie di gente che ti verrebbe voglia di prendere a schiaffi urlando fortissimo "SVEGLIAAA!!!", ci sono le riflessioni - in larga misura ancora attualissime - gettate lì sulla natura umana e su ciò che governa i rapporti fra le persone, c'è ovviamente il ritratto che viene fatto di un'epoca, o quantomeno di una qualche forma del vivere in quell'epoca, e c'è il linguaggio utilizzato. Il tono e i modi con cui viene descritta ogni cosa lasciano di sasso più che altro perché, di fondo, risultano in larga parte piuttosto moderni e soprattutto caratterizzati da un'assenza di vergogna talmente brutale da risultare straniante ancora oggi. Molti dei termini, dei modi di dire, delle descrizioni che si leggono in questo libro sono considerati parecchio sconvenienti nel 2014 e non riesco a immaginare cosa debba essere stato provare a pubblicare questo libro ottant'anni fa. Posso al limite leggerlo su Wikipedia. Ad ogni modo, dopo magari un avvio un po' affaticato a causa della scarsa compatibilità stilistica, devo dire di aver trovato un romanzo coinvolgente e che ho finito in un soffio, cosa non sempre scontata coi grandi classici lontani quasi cent'anni. Insomma, bravo Marrone.

Immagino che su internet si trovino articoli ben più interessanti e approfonditi dedicati a questo libro, ma insomma, eh, non volevo mica fare una tesi di laurea, volevo solo scribacchiare il mio post quotidiano dicendo due cose su un libro che ho letto. A posto.