Kingsman - Secret Service

Lo spionaggio in stile Millar

Agent Carter 01X08

Valediction

Automata

Intelligenza artificiale e focaccine

The Honourable Woman

Spionaggio televisivo con due palle così

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26.2.15

Agent Carter 01X08: "Valediction"


Agent Carter 01X08: "Valediction" (USA, 2015)
creato da Christopher Markus e Stephen McFeely
puntata diretta da Christopher Misiano
con Hayley Atwell, James D'Arcy, Shea Whigham, Chad Michael Murray, Enver Gjokaj, Bridget Regan, Ralph Brown

Ci sarà una seconda stagione per Agent Carter? Vai a sapere. Apprezzata dalla critica e in generale dai fan, la serie è andata discretamente ma senza sfondare più di tanto, cosa che comunque potrebbe anche tranquillamente rientrare nelle ambizioni che ABC aveva al riguardo. In linea di massima dovremmo avere una risposta fra un paio di mesi, dato che tipicamente i suoi annunci il network li fa a maggio. Io ci spero, perché queste prime otto puntate, pur con qualche alto e basso, hanno raccontato una storia ben congegnata, dai temi interessanti, costruita e sviluppata come si deve, capace di ricollegarsi all'universo cinematografico Marvel senza essere pedante e anzi traendone spunti molto riusciti. E ha pure chiuso come si deve il suo arco narrativo, pur lasciando ovviamente aperti i discorsi di Leviathan e Vedova Nera. Insomma, non ci si può lamentare.

In particolare, quest'ultima puntata ha messo brutalmente sul piatto la maniera in cui, di fondo, il racconto ha rappresentato una sorta di seguito "alternativo", incentrato sul personaggio di Peggy, per gli eventi del primo Captain America. Tutto il percorso della protagonista è stato incentrato sulle conseguenze del rientro dalla guerra, sul ritagliarsi un ruolo all'interno di un ambiente poco intenzionato a concederle la posizione che si era conquistata, sull'elaborazione del lutto per la morte dell'uomo che amava. E tutto questo ha trovato sfogo nelle belle scene conclusive. Prima quel rientro trionfale in ufficio, poi smorzato dal modo in cui il personaggio di Thompson, messo di fronte all'occasione, zittisce il suo lato più umano emerso in precedenza per inseguire il guadagno personale. Poi il delizioso scambio con Jarvis, che mette una gran voglia di osservare ancora in azione il dinamico duo e l'ottima intesa che lo caratterizza. E infine quella scena sul ponte, che chiude davvero tutto.

Chiaramente, come al solito, a far girare il racconto è soprattutto Hayley Atwell, bravissima nel tenere anche i momenti più melodrammatici e impedire che scadano nel ridicolo. Varrebbe la pena di sperare nel rinnovo anche solo per continuare a godersela otto settimane l'anno in un ruolo che le han cucito addosso. Per il resto, comunque, è stata un'ottima puntata conclusiva sotto tanti aspetti, con le tanto attese pizze in faccia fra le due donne della serie, il bel confronto con il dottor Faustus, e i rimandi ai film, non solo con quella gustosa apparizione nel finalissimo, che ricollega tutto quanto alla faccenda Hydra e al secondo Captain America, ma anche e soprattutto nel bel modo in cui è stata costruita la scena dell'aereo. Il parallelo con Peggy Carter che ancora una volta si trova alla radio con un uomo prossimo allo schianto è stato reso alla grande e ha iniettato un bel momento di emotività nel finale di una puntata in cui, fra l'altro, forse per la prima volta ho trovato davvero riuscita fino in fondo la presenza di Dominic Cooper, che porta la giusta dose di carisma e personalità. Oltretutto, volendo, anche in tutta la faccenda delle sue armi, e nel modo in cui sceglie di risolverla, c'è un parallelo con le vicende cinematografiche, e in particolare con quelle di Iron Man 3. Insomma, di nuovo, gran bel finale di stagione, speriamo sia appunto questo e non un finale di serie.

E la prossima settimana si riparte con Agents of S.H.I.E.L.D., nel cui trailer che agevolo qua sotto, fra l'altro, un personaggio pronuncia per la prima volta la parola "inhuman". Go go go!


25.2.15

Automata


Automata (USA/Spagna, 2014)
di Gabe Ibáñez
con Antonio Banderas, Birgitte Hjort Sørensen, Dylan McDermott, Robert Forster

Automata è il secondo lungometraggio di Gabe Ibáñez, regista spagnolo con un passato da tecnico degli effetti speciali e un'evidente voglia di proporsi come autore completo a tutti i livelli, visto che questo suo esordio in zona anglofona se l'è scritto e diretto. Il tema al centro del film è quello delle intelligenze artificiali, un filone improvvisamente tornato di moda un po' da tutte le parti, fra cartoni animati, film di supereroi e produzioni di ogni tipo, ma che qui trova forse una fra le sue declinazioni più particolari e ambiziose. Ibáñez, infatti, vuole evidentemente fare fantascienza alta, che non ha paura di puntare verso l'infinito e oltre, anche a costo di mancare il bersaglio e piombare giù di faccia, schiantandosi nel fantastico mondo del ridicolo. Ci riesce? In larga parte sì, anche se ne viene comunque fuori un film polarizzante e non facilissimo da apprezzare, come del resto testimonia la demolizione a cui è stato sottoposto da buona parte della critica a stelle e strisce. Eppure uno sguardo se lo merita, se lo merita eccome.

Sulle prime, Automata sembra "solamente" un riuscitissimo tentativo di riportare la fantascienza a una dimensione piccola, personale, sporca e tutta bella ricoperta di pioggia. Racconta di un'umanità prossima all'estinzione, costretta da fenomeni solari e rovesci assassini dilaganti a rinchiudersi in grosse metropoli circondate dal deserto. Gli uomini hanno provato a uscirne creando intelligenze artificiali in grado di aiutarli ma i risultati non sono particolarmente confortanti e ormai la vita dell'uomo medio è ridotta a uno stanco sperare in un futuro migliore che non arriverà mai. Il primo atto del film prende questa base di partenza all'insegna dell'allegria e vi costruisce sopra un fantapoliziesco che sembra uscita da una lurida ammucchiata fra Blade Runner, Beneath a Steel Sky e Gemini Rue. In questo contesto, Banderas veste i panni di un investigatore delle assicurazioni un po' sfigato, alle prese con una moglie e una gravidanza che, in quel brutto brutto mondo in cui vive, non è sicuro di continuare a volere. Il nostro simpatico eroe allegro finisce ad indagare sullo strano caso di un robot che - dicono - si stava riparando da solo, contravvenendo a una fra le due leggi base che sono state inculcate alle intelligenze artificiali (l'altra è quella solita, non c'è bisogno di scriverla). E ovviamente scoperchia un pentolone allucinante.

Ora, già il fatto di essere un riuscitissimo tentativo di replicare - volutamente o meno - modelli di quel tipo sarebbe un risultato niente male, ma Ibanez non si accontenta ed è lì che le cose si complicano. Proprio quando il lato poliziesco della faccenda sta ingranando, Automata sposta tutto nel deserto e cambia completamente le carte in tavola, spingendo a mille sui filosofeggiamenti surreali, sulle grandi domande, su quel che significa essere o non essere umani, più varie ed eventuali. Ne viene fuori un viaggio surreale fatto soprattutto di grandi dubbi e metaforoni biblici, che va poi a chiudersi con una surreale sfida all'OK Corral e racconta tutto quanto all'insegna di ottime interpretazioni e una ricerca estetica notevole. Insomma, Automata è un gran bel filmone di fantascienza, che affronta con coraggio temi interessanti, insegue i suoi obiettivi con grande coerenza, regala scorci visivi insospettabilmente riusciti, considerando il budget ristretto, e può risultare indigesto nel momento in cui pare suggerire una via ma parte invece per la tangente. Da maneggiare con cura, ma assolutamente da provare se interessa l'argomento.

È uscito un po' dappertutto in giro per il mondo lo scorso anno, io l'ho recuperato solo di recente grazie all'ammore di Netflix (un caro saluto all'accento improbabile di Banderas) e domani esce al cinema in Italia, immagino in poche sale, nessuna delle quali vicina a casa vostra. Comunque, insomma, se ne avete l'occasione, dategli una chance.

24.2.15

The Walking Dead 05X11: "La distanza"


The Walking Dead 05X11: "The Distance" (USA, 2015)
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
puntata diretta da Larysa Kondracki
con Andrew Lincoln, Norman Reedus, Lauren Cohan, Sonequa Martin-Green, Steven Yeun, Danai Gurira, Melissa McBride, Michael Cudlitz

E per l'appunto, eccoci qua con la conferma: la prima metà di stagione e ancor di più le ultime due puntate hanno mirato fortissimo sul demolire l'identità del gruppo, ridurrne quasi ogni singolo elemento ai minimi termini, creando una simpatica compagnia di amichetti che è meglio non incontrare per strada, col solo fine di arrivare a questo punto in questa situazione. Improvvisamente spunta "da fuori" qualcuno che sembra proporre una via d'uscita, che promette salvezza, si presenta armato di sorriso e gentili omaggi, ma chi vuoi che gli creda? Intando un bel cazzotto in faccia, poi spremiamolo come si deve e solo dopo, forse, proviamo a ragionarci. L'idea era di creare una situazione di enorme contrasto, che presumibilmente non si esaurisce qui, e forse c'era il dubbio che quattro stagioni di schiaffi non bastassero, quindi bisognava forzare ulteriormente.

Il risultato, va detto, è una puntata che funziona e che (anche grazie all'assenza di un monologo di Rick, che ormai vedo come nemico pubblico numero uno), si racconta con la giusta dose di dubbi e di tensione. E immagino lo faccia mille volte di più per chi non ha letto il The Walking Dead a fumetti, dato che, pur con qualche deviazione, la sostanza della puntata segue il modello originale come raramente si è visto nella serie. Per cui, insomma, il nodo attorno a cui ruota l'intero meccanismo della narrazione era per me sciolto in partenza, ma questo non mi ha impedito di apprezzare i pregi della faccenda, l'ironia della prudenza di Rick che, per quanto "giusta", finisce per mettere nei guai tutti, quella bella sequenza con la macchina che falcia il branco e in generale la buona gestione del gruppo nei diversi momenti, con la storia che si concentra sempre su quel che davvero importa.

Fra l'altro, per certi versi, sembrava quasi di stare guardando un adattamento del videogioco di Telltale Games, tutto incentrato su un protagonista costretto a compiere scelte difficili, con attorno personaggi che tirano di qua e di là, conseguenze che tendono ad essere complicate in qualunque direzione si vada e in chiusura la moralina della scelta giusta che è sbagliata ma in fondo è anche giusta. Insomma, una volta tanto un buon episodio, che porta avanti il racconta in maniera coinvolgente e che funziona perché aggiunge un pizzico di dinamismo agli eventi, per una serie che continua a vivere in quello strano paradosso di fondo: da un lato, dovrebbe dare il meglio negli episodi più riflessivi, dall'altro ci riesce raramente e finisce per funzionare meglio quando si dà una mossa. La speranza (vana?) è che venga trovato l'equilibrio giusto da qui a fine stagione, perché dietro quelle mura si nascondono tante cose interessanti, ma bisogna saperle gestire.

Fra l'altro a questo punto inizio davvero a chiedermi se a fine stagione vedremo quell'esordio esplosivo di Lucille. Ci credo molto poco, ma vai a sapere.

23.2.15

Kingsman - Secret Service


Kingsman: The Secret Service (GB, 2015)
di Matthew Vaughn
con Colin Firth, Taron Egerton, Mark Strong, Samuel L. Jackson, Sofia Boutella, Sophie Cookson

Narra la leggenda che Kingsman sia nato una sera al pub, quando Matthew Vaughn e Mark Millar non c'avevano niente di meglio da fare che sbronzarsi, ricordare i bei tempi in cui i film di James Bond erano le cretinate sopra le righe con Roger Moore e pensare che sarebbe stato fico raccontare una storia che recuperasse quel taglio di puro divertimento, filtrandolo però attraverso il loro gusto personale. E così sono nati più o meno in parallelo il Kingsman a fumetti e quello cinematografico, scritto da Vaughn mentre in teoria doveva stare occupandosi di X-Men: Giorni di un futuro passato. Una cosa tira l'altra, i mutanti son tornati in mano a Bryan Singer e il caro Matteo, come già con il primo Kick-Ass, si è messo a dirigere un film ispirato a un fumetto di Mark Millar ma che in realtà prende la stessa idea di base per farsi poi una sana dose di affari suoi. E ne è venuto fuori bene o male quel che ci si potrebbe aspettare quando quella strana coppia di amiconi applica la loro personale idea di cura medievale ai film di super spie ganze, eleganti e sciupafemmine.

Il risultato non può quindi che essere un film sboccato, violento, dall'umorismo tanto basso e puerile quanto intelligente in certe sue trovate, che fa satira magari anche un po' spuntata, ma senza freni nell'insultare tutto e tutti e sparare in ogni direzione, anche a costo di mancare il bersaglio a più riprese. Colin Firth, forte dell'allenamento intensivo con cui si è messo in forma per l'occasione, è perfetto nell'incarnare la spia elegante, raffinata, impeccabile, ma all'occorrenza brutale, implacabile e capace di abbandonarsi a un linguaggio da scaricatore di porto. Pronti via e subito, nella primissima scena, infila un fuck dietro l'altro per dettare immediatamente il tono surreale di tutta l'operazione e guidarci poi per mano nella classica storia d'iniziazione della nuova recluta improbabile ma in fondo perfetta. Il problema è che tutta la prima metà di film, pur mostrando qualche gag azzeccata qua e là, è fin troppo ordinaria e prevedibile, incastrata nell'alternanza fra un addestramento visto mille volte e un'indagine non particolarmente fuori dagli schemi. Poi, certo, chi non ha letto il fumetto, presumibilmente, se la godrà di più, trovandoci qualche sorpresa intrigante, ma i momenti davvero riusciti del film sono tutti spremuti nella seconda metà.

È infatti con la scena d'azione in chiesa intravista nei trailer che il film esplode per davvero. Una rissa esagerata fra estremisti del Kentucky, sulle note di Free Bird, messa in scena con uno spettacolare piano sequenza in cui Colin Firth spacca, trafigge e devasta qualsiasi cosa gli passi davanti, mentre un branco di pazzi scatena la propria rabbia repressa senza alcuna pietà. È il punto di svolta: da lì in poi il film è uno spacco continuo, per un crescendo finale in cui davvero si spalancano i recinti e Vaughn apre a mille, regalando belle scene d'azione, umorismo greve, violenza e invenzioni fuori di cozza come quella lunga serie di... ehm... esplosioni colorate, diciamo. E quindi, alla fin fine, Kingsman non è un film perfetto, ci mette un po' a ingranare e ha uno stile barbaro che potrebbe offendere qualcuno, ma in fondo punta in larga misura proprio a quello (offendere, dico) e quando decolla lo fa a massima velocità, senza guardarsi mai indietro. Inoltre, abbraccia con forza il suo rating da film per adulti e si permette di ostentare un linguaggio, un approccio alla violenza e perfino una spruzzata di allusioni sessuali che nel cinema action attuale si vedono solo nelle piccole produzioni. Intendiamoci, non ci sono gli squartamenti di The Raid, ma c'è roba che non è esattamente all'ordine del giorno nel cinema mainstream e c'è un'apprezzabile voglia di mostrare l'azione in maniera chiara, ampia, comprensibile, senza fuggirne a gambe levate per accontentare tutti e/o nascondere i limiti del cast. Avercene.

L'ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale, e tutto il tripudio di accenti brit che spingono in ogni direzione è davvero un piacere da gustarsi. Detto questo, ci sono due o tre sequenze che è altrettanto un piacere gustarsi sul grande schermo. Quindi apposto così.

22.2.15

giopeppredictions 2015


Fra qualche ora, questo tizio simpatico qua sopra presenterà la notte degli Oscar. Che poi noi la chiamiamo la notte degli Oscar perché c'è la differenza di fuso orario e quindi bisogna fare le cinque del mattino per seguirla, però in effetti per gli americani non è che sia proprio proprio una notte. Al massimo è la serata degli Oscar, toh. E anche lì, dipende da dove vivi. Ma insomma. Purtroppo, l'anno scorso ho scoperto che in Francia non vige il trionfo di civiltà attuato in Germania (e, a quanto pare, ormai pure in Italia) della trasmissione in diretta, in chiaro e in lingua originale. Serve essere abbonato a Canal+, cosa che io non sono, e quindi mi sa che anche quest'anno me ne starò bello tranquillo a dormire e mi guarderò poi la differita il giorno dopo. Almeno credo. Vai a sapere.

Ad ogni modo, ecco qua il mio solito post inutile e poco interessante con il copia e incolla invertito da Wikipedia di tutte le nomination, completamente sconclusionato, traducendo cose a caso ma lasciando i titoli dei film in originale perché troppo sbattimento. La roba che premierei io è evidenziata in blu (e scelta fra i film che ho visto, chiaramente) e le scommesse su cosa vincerà sono evidenziate in rosso (e scelte del tutto a caso, chiaramente). E quando coincidono le evidenzio in viola. E magari ci metto anche qualche commento. O magari no. Come viene.

Migliori effetti speciali
Captain America: The Winter Soldier – Dan DeLeeuw, Russell Earl, Bryan Grill and Dan Sudick
Dawn of the Planet of the Apes – Joe Letteri, Dan Lemmon, Daniel Barrett and Erik Winquist
Guardians of the Galaxy – Stephane Ceretti, Nicolas Aithadi, Jonathan Fawkner and Paul Corbould
Interstellar – Paul Franklin, Andrew Lockley, Ian Hunter and Scott Fisher
X-Men: Days of Future Past – Richard Stammers, Lou Pecora, Tim Crosbie and Cameron Waldbauer

Miglior montaggio
American Sniper – Joel Cox and Gary D. Roach
Boyhood – Sandra Adair
The Grand Budapest Hotel – Barney Pilling
The Imitation Game – William Goldenberg
Whiplash – Tom Cross

Migliori costumi
The Grand Budapest Hotel – Milena Canonero
Inherent Vice – Mark Bridges
Into the Woods – Colleen Atwood
Maleficent – Anna B. Sheppard
Mr. Turner – Jacqueline Durran

Miglior trucco e parrucco
Foxcatcher – Bill Corso and Dennis Liddiard
The Grand Budapest Hotel – Frances Hannon and Mark Coulier
Guardians of the Galaxy – Elizabeth Yianni-Georgiou and David White

Miglior fotografia
Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) – Emmanuel Lubezki
The Grand Budapest Hotel – Robert Yeoman
Ida – Łukasz Żal and Ryszard Lenczewski
Mr. Turner – Dick Pope
Unbroken – Roger Deakins

Probabilmente, se l'avessi visto, punterei su Birdman, ma qua esce la prossima settimana.

Miglior production design
The Grand Budapest Hotel – Adam Stockhausen (Production Design); Anna Pinnock (Set Decoration)
The Imitation Game – Maria Djurkovic (Production Design); Tatiana Macdonald (Set Decoration)
Interstellar – Nathan Crowley (Production Design); Gary Fettis (Set Decoration)
Into the Woods – Dennis Gassner (Production Design); Anna Pinnock (Set Decoration)
Mr. Turner – Suzie Davies (Production Design); Charlotte Watts (Set Decoration)

Miglior sound mixing
American Sniper – John Reitz, Gregg Rudloff and Walt Martin
Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) – Jon Taylor, Frank A. Montaño and Thomas Varga
Interstellar – Gary A. Rizzo, Gregg Landaker and Mark Weingarten
Unbroken – Jon Taylor, Frank A. Montaño and David Lee
Whiplash – Craig Mann, Ben Wilkins and Thomas Curley

Miglior montaggio sonoro
American Sniper – Alan Robert Murray and Bub Asman
Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) – Martin Hernández and Aaron Glascock
The Hobbit: The Battle of the Five Armies – Brent Burge and Jason Canovas
Interstellar – Richard King
Unbroken – Becky Sullivan and Andrew DeCristofaro

Miglior canzone
"Everything Is Awesome" from The Lego Movie – Music and Lyric by Shawn Patterson
"Glory" from Selma – Music and Lyric by John Legend and Common
"Grateful" from Beyond the Lights – Music and Lyric by Diane Warren
"I'm Not Gonna Miss You" from Glen Campbell: I'll Be Me – Music and Lyric by Glen Campbell and Julian Raymond
"Lost Stars" from Begin Again – Music and Lyric by Gregg Alexander and Danielle Brisebois

Miglior colonna sonora
The Grand Budapest Hotel – Alexandre Desplat
The Imitation Game – Alexandre Desplat
Interstellar – Hans Zimmer
Mr. Turner – Gary Yershon
The Theory of Everything – Jóhann Jóhannsson

Miglior cortometraggio animato
The Bigger Picture – Daisy Jacobs and Christopher Hees
The Dam Keeper – Robert Kondo and Daisuke Tsutsumi
Feast – Patrick Osborne and Kristina Reed
Me and My Moulton – Torill Kove
A Single Life – Joris Oprins

Più che altro Feast è l'unico che ho visto.

Miglior cortometraggio
Aya – Oded Binnun and Mihal Brezis
Boogaloo and Graham – Michael Lennox and Ronan Blaney
Butter Lamp (La Lampe au beurre de yak) – Hu Wei and Julien Féret
Parvaneh – Talkhon Hamzavi and Stefan Eichenberger
The Phone Call – Mat Kirkby and James Lucas

OK, siamo ufficialmente entrati nella zona delle cose messe completamente a caso.

Miglior documentario (cortometraggio)
Crisis Hotline: Veterans Press 1 – Ellen Goosenberg Kent and Dana Perry
Joanna – Aneta Kopacz
Our Curse – Tomasz Śliwiński and Maciej Ślesicki
The Reaper (La Parka) – Gabriel Serra Arguello
White Earth – J. Christian Jensen

Miglior documentario
Citizenfour – Laura Poitras, Mathilde Bonnefoy and Dirk Wilutsky
Finding Vivian Maier – John Maloof and Charlie Siskel
Last Days in Vietnam – Rory Kennedy and Keven McAlester
The Salt of the Earth – Wim Wenders, Lélia Wanick Salgado and David Rosier
Virunga – Orlando von Einsiedel and Joanna Natasegara

Miglior film straniero
Ida (Poland) in Polish  – Paweł Pawlikowski
Leviathan (Russia) in Russian – Andrey Zvyagintsev
Tangerines (Estonia) in Estonian and Russian – Zaza Urushadze
Timbuktu (Mauritania) in French  – Abderrahmane Sissako
Wild Tales (Argentina) in Spanish  – Damián Szifrón

Miglior film d'animazione
Big Hero 6 – Don Hall, Chris Williams and Roy Conli
The Boxtrolls – Anthony Stacchi, Graham Annable and Travis Knight
How to Train Your Dragon 2 – Dean DeBlois and Bonnie Arnold
Song of the Sea – Tomm Moore and Paul Young
The Tale of the Princess Kaguya – Isao Takahata and Yoshiaki Nishimura

Se pensassi che Kaguya avesse qualche chance di vittoria, me ne fregherebbe poco dell'esclusione dei mattoncini Lego. Siccome però non ci credo, l'esclusione mi mette addosso una certa tristezza. Boh, l'unico altro che ho visto dei cinque è Big Hero 6 e anche no, grazie. Riciclo i Golden Globe.

Miglior sceneggiatura non originale
American Sniper – Jason Hall from American Sniper by Chris Kyle, Scott McEwen and Jim DeFelice
The Imitation Game – Graham Moore from Alan Turing: The Enigma by Andrew Hodges
Inherent Vice – Paul Thomas Anderson from Inherent Vice by Thomas Pynchon
The Theory of Everything – Anthony McCarten from Travelling to Infinity: My Life with Stephen by Jane Wilde Hawking
Whiplash – Damien Chazelle from his short film of the same name

Miglior sceneggiatura originale
Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) – Alejandro González Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris, Jr. and Armando Bo
Boyhood – Richard Linklater
Foxcatcher – E. Max Frye and Dan Futterman
The Grand Budapest Hotel – Wes Anderson and Hugo Guinness
Nightcrawler – Dan Gilroy

Miglior attrice non protagonista
Patricia Arquette – Boyhood as Olivia Evans
Laura Dern – Wild as Barbara "Bobbi" Grey
Keira Knightley – The Imitation Game as Joan Clarke
Emma Stone – Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) as Sam Thomson
Meryl Streep – Into the Woods as The Witch

Anche se non ho ancora visto Birdman, non importa.

Miglior attore non protagonista
Robert Duvall – The Judge as Judge Joseph Palmer
Ethan Hawke – Boyhood as Mason Evans, Sr.
Edward Norton – Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) as Mike Shiner
Mark Ruffalo – Foxcatcher as Dave Schultz
J. K. Simmons – Whiplash as Terence Fletcher

Miglior attrice protagonista
Marion Cotillard – Two Days, One Night as Sandra Bya
Felicity Jones – The Theory of Everything as Jane Wilde Hawking
Julianne Moore – Still Alice as Dr. Alice Howland
Rosamund Pike – Gone Girl as Amy Elliott-Dunne
Reese Witherspoon – Wild as Cheryl Strayed

Metto il blu sull'unica che ho visto, ma insomma, sembra tutto abbastanza scritto.

Miglior attore protagonista
Steve Carell – Foxcatcher as John Eleuthère du Pont
Bradley Cooper – American Sniper as Chris Kyle
Benedict Cumberbatch – The Imitation Game as Alan Turing
Michael Keaton – Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) as Riggan Thomson / Birdman
Eddie Redmayne – The Theory of Everything as Stephen Hawking

Anche se non ho ancora visto Birdman, non importa. Dopo aver preparato questo post ho visto American Sniper e il blu lo metto su Bradley Cooper.

Miglior regista
Wes Anderson – The Grand Budapest Hotel
Alejandro González Iñárritu – Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance)
Richard Linklater – Boyhood
Bennett Miller – Foxcatcher
Morten Tyldum – The Imitation Game

Miglior film
American Sniper – Clint Eastwood, Robert Lorenz, Andrew Lazar, Bradley Cooper and Peter Morgan
Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) – Alejandro González Iñárritu, John Lesher and James W. Skotchdopole
Boyhood – Richard Linklater and Cathleen Sutherland
The Grand Budapest Hotel – Wes Anderson, Scott Rudin, Steven Rales and Jeremy Dawson
The Imitation Game – Nora Grossman, Ido Ostrowsky and Teddy Schwarzman
Selma – Christian Colson, Oprah Winfrey, Dede Gardner and Jeremy Kleiner
The Theory of Everything – Tim Bevan, Eric Fellner, Lisa Bruce and Anthony McCarten
Whiplash – Jason Blum, Helen Estabrook and David Lancaster

Ultimamente sono sempre più convinto che non abbia senso premiare due film diversi nelle ultime due categorie, perché la verità è che senza essere stato sul set non puoi davvero capire come abbia lavorato il regista. E quindi, di fondo, se premi il miglior regista giudicando il risultato finale, che è il film, stai premiando il miglior film. Il problema è che il mio film preferito, qua, è Whiplash, ma Damien Chazelle non c'è fra i registi, e quindi mi tocca puntare su due film diversi. Ah, le ingiustizie!

Quest'anno sono riuscito a vedere meno film del solito fra quelli papabili, in larga misura perché molti non sono ancora usciti in Francia, in parte anche per pigrizia, via. Capita.

Lo spam della domenica mattina: Mulinello Dance


Questa settimana su IGN ho uscito la recensione dell'ottimo The Book of Unwritten Tales 2 e le anteprime di tre giochi che sono andato a provare a Londra: Ori and the Blind Forest, ScreamRide e l'edizione supercazzola di State of Decay per Xbox One. Su Outcast, invece, abbiamo un Videopep dedicato a mostrar due robe, far due regali e parlare di quegli stessi tre giochi per Xbox One, ovviamente gli Outcast Popcorn e The Walking Podcast della settimana, il nuovo Chiacchiere Borderline e il centesimo episodio di Old!, dedicato al febbraio del 1995. Un tripudio di podcast, insomma. Secondo me fra un po' esplodo. Per fortuna venerdì parto, così esplodo in trasferta.

Abbiamo pure registrato il nuovo Podcast del Tentacolo Viola, arriva martedì.

21.2.15

La robbaccia del sabato mattina: Due cose in cui voglio credere tantissimo ma che per qualche motivo non mi ispirano fiducia


Dunque, è successa questa cosa che la Fox ha detto a Neill Blomkamp "Oh, fico quel tuo progetto per un nuovo Alien, dai, portiamolo avanti". Ovvero una bella cosa, dai. Oppure è tutta una manovra pubblicitaria molto adatta a quest'era dell'internet e in realtà erano già d'accordo da prima. Vai a sapere. A me fa piacere nella misura in cui penso che il gusto estetico e i pipponi socialisti di Blomkamp siano molto adatti ad Alien, quindi teoricamente, se proprio qualcuno deve farne uno nuovo, ottimo che sia lui. Allo stesso tempo non so quanto ho voglia di vedere un nuovo Alien e, soprattutto, ho zero fiducia in quel che si può fare oggi, per un film di quel tipo, lavorando con gli studios. Tanto più che Blomkamp con gli studios ci ha già lavorato e, insomma, ne è uscito meglio di altri, ma non è che ci sia stato proprio da strapparsi i capelli per la gioia. Boh, vedremo.



E abbiamo finalmente il primo trailer di Crimson Peak, con cui Guillermo del Toro torna a fare quel che sa fare meglio. O almeno credo. Devo essere sincero? Ci credo fortissimo perché, beh, Del Toro, ma onestamente 'sto trailer m'ha messo addosso più preoccupazione che altro. Non lo so, ho percepito un feeling che non mi convince. Spero di sbagliarmi. Fra l'altro, non pensavo che avrei mai potuto dire una cosa del genere ma è così: la moda delle cover da pianobar nei trailer è arrivata a farmi rimpiangere le vuvuzela di Inception. Ecco, l'ho detto.

E niente, questa settimana non ho altro da infilare qua dentro. Sarà che sono stato distratto. O sarà anche che mercoledì a pranzo ho ordinato la pizza da Domino's e non mi sono ancora ripreso.

20.2.15

Arrow - Stagione 2


Arrow - Season 2 (USA, 2013/2014)
con Stephen Amell, Emily Bett Rickards, Katie Cassidy, Caity Lotz, Celina Jade, David Ramsey, Manu Bennett, Willa Holland, Colton Haynes, Susanna Thompson, Paul Blackthorne

Dopo una prima stagione divertente, ricca di azione, a tratti un po' in difficoltà nel bilanciare al meglio gli aspetti più assurdi e camp della faccenda, oltre che nel gestire l'ingaggio dell'insopportabile cagna maledetta Katie Cassidy per un ruolo di punta, la seconda annata di Arrow apre tutto e si lancia nel vuoto senza vergogna. Un tuffo eseguito in vari modi, fra i quali spiccano magari l'inserimento di una trovata narrativa abbastanza contestualizzata per introdurre il concetto di superpoteri e più in generale lo sciogliersi un po' sul tono, andando fra l'altro a formare meglio il protagonista, che da quella specie di giustiziere della notte che era inizialmente cambia in qualcosa di un po' diverso. Nel mentre, ahinoi, si continua a dar spazio a quella cagna maledetta, affidandole definitivamente il ruolo – fondamentale in quasi tutte le serie TV americane di un certo tipo – della stordita che piazza un errore dietro l'altro, non è in grado di avere relazioni umane dignitose e crea continuamente problemi. Una delizia.

Ma insomma, sorvolando su questo piccolo dettaglio, la seconda stagione di Arrow è, tanto quanto la prima e forse anche di più, uno spacco. Certo, bisogna voler guardare un telefilm di supereroi che prende la saggia decisione di staccarsi un po' dal nolanismo che infettava il primo anno e apre maggiormente le porte al fantastico, all'assurdo e al puramente geek (la mascherina! Le apparizioni e gli omaggi che escono dalle fottute pareti! Flash! La Suicide Squad! Il supergruppo!) ma, insomma, stiamo parlando della serie basata sul Robin Hood dei fumetti DC, non è che ci si possa aspettare molto di diverso. E va bene così, anche perché gli autori continuano ad essere molto bravi nel giocarsi le loro carte, bilanciando l'ansia da apparizioni speciali, riferimenti e tripudio geek con un buon lavoro di equilibrismo nel mantenere comunque la serie accessibile per chi non coglie neanche un centesimo di tutto quel che viene recuperato.

Il risultato è una serie action divertente, piena di scazzottate e assurdità, che si gioca bene il parallelo fra presente e passato coi misteri dell'isola. E soprattutto lo sfrutta per costruire come si deve il rapporto fra protagonista e principale antagonista, che dà poi vita a un gran bel crescendo nella seconda metà di stagione, nonostante Manu Bennett che fa il serio con la vocina bisbigliante sia abbastanza impresentabile. Fra l'altro, ma come mai tutti quelli che tornano dall'isola bisbigliano? È il cambio di clima? Una volta che ti sei abituato a quell'umidità, la secca Starling City ti asciuga le corde vocali? Vai a sapere. Ad ogni modo, Arrow è una serie magari un po' scema, sicuramente assai sopra le righe e che quando la butta troppo sul melodramma fa fatica, ma che ha la saggezza di abbracciare il suo essere una tamarrata in maniera semplice, diretta e in fondo adorabile. Bene così.

Me lo sono visto su Netflix, in lingua originale e in tutto lo splendore del tripudio di voci impostate, bisbigli e accenti improbabili. Va detto che in binge watching probabilmente guadagna un sacco, perché smaltisci più facilmente le puntate che la buttano troppo sul piagnisteo.

19.2.15

Agent Carter 01X07: "SNAFU"


Agent Carter 01X07: "SNAFU" (USA, 2015)
creato da Christopher Markus e Stephen McFeely
puntata diretta da Vincent Misiano
con Hayley Atwell, James D'Arcy, Shea Whigham, Chad Michael Murray, Enver Gjokaj, Bridget Regan, Ralph Brown

Al termine di un'altra ottima puntata per quella che a conti fatti, pur fra qualche alto e basso (e in attesa di scoprire come andrà coi progetti Sony e Netflix), rischia davvero di essere la miglior serie fumettistica sulla piazza, mi sono rimasti in mente soprattutto due pensieri. Da un lato, l'apprezzamento per il modo in cui, come già in Agents of S.H.I.E.L.D., gli autori riescono a iniettare improvvise botte di atmosfera cupa e svolte drammatiche all'interno di una serie che in larga misura punta su un taglio solare, colorato e accattivante. Dall'altro, la bravura di Hayley Hatwell, che qui splende anche più del solito e si mangia la scena a più riprese, rubandola a tutti quanti nelle varie fasi di un confronto multiplo a parole davvero ben condotto. L'unico che le tiene testa è James D'Arcy e infatti i duetti tra i due rimangono fra i momenti più gustosi della serie.

Ma in realtà ci sono altri aspetti che mi hanno colpito. Per esempio il modo un po' subdolo, poco appariscente, in cui gli autori sono riusciti a rendere interessanti personaggi che sulle prime parevano cartonati o poco più. A conti fatti, senza neanche accorgermene, mi sono affezionato al cast e mi sono ritrovato abbastanza in preda alla tensione quando è diventato evidente in fretta che in questa puntata qualcuno rischiava di lasciarci le penne. Oltretutto, la scena in cui è poi accaduto è stata davvero ben gestita, a coronamento di una puntata che ha saputo perfino dare maggior senso a tutta la faccenda dell'ipnosi, con un bel viaggio surreale nella mente della vittima.

A proposito, un'altra testimonianza della qualità di Agent Carter sta nel fatto che, di settimana in settimana, ci si trova a chiacchierare soprattutto delle puntate in sé, senza perdere troppo tempo dietro a riferimenti e omaggi incrociati ai fumetti. E non è che questi ultimi manchino, fra il programma Vedova Nera, Leviathan, quella macchietta di Ivchenko (che sembra proprio essere una reintepretazione del dottor Faustus) e l'armatura Stark protagonista qui del gran finale, che fa ovviamente pensare a una certa altra armatura targata Stark senza che la cosa risulti forzata o troppo sottolineata. Insomma, Agent Carter, pur non facendo nulla per cui valga la pena di gridare al miracolo, è proprio una bella (mini)serie, caricata splendidamente sulle spalle di un'ottima attrice, interessante nei temi e capace di alzare a dovere il ritmo quando serve. Speriamo che la prossima puntata riesca a chiudere tutto come si deve.

E poi tornano gli agenti del presente, con tutto il loro carico di inumani e di inevitabili aspettative. Incrociamo i diti e speriamo bene.

18.2.15

Justified - Stagione 5


Justified - Season 5 (USA, 2014)
sviluppato da Graham Yost
con Timothy Olyphant, Walton Goggins, Joelle Carter, Nick Searcy, Jere Burns, Michael Rapaport, Alicia Witt, Amy Smart

Ci sono opere che crescono nel ricordo, sedimentano, finiscono per diventare qualcosa di ben più grande rispetto a ciò che ti erano parse mentre te le gustavi e ti riempiono un grosso spazio nel cuoricino. Ce ne sono invece altre che scivolano sempre più in basso ogni volta che ci ripensi, scavando un tunnel senza fondo. Ecco, magari esagero, ma la quinta stagione di Justified mi fa proprio questo effetto qui: già mentre la guardavo ero brutalmente perplesso, ma più ci ripenso e più son deluso da un'annata brutalmente al di sotto delle aspettative. Poi, certo, si può discutere delle aspettative, ma non è mica colpa mia se dopo quattro stagioni di livello altissimo, seppur con qualche alto e basso, mi aspetto meraviglie da una quinta che vede l'aggiunta di Michael Rapaport nel ruolo di antagonista principale. E sì che ho voluto crederci fino in fondo. Del resto, già la quarta annata non era partita nel migliore dei modi, ma aveva poi saputo riprendersi alla grande, regalando un crescendo che levati. Per cui, insomma, ci si sperava, tanto più che proprio in generale Justifed è sempre stato un diesel, che parte piano, ti assorbe e poi decolla.

E invece qui c'è proprio poco da salvare, in una stagione che sbaglia tutto lo sbagliabile, trova pochi motivi di redenzione e a conti fatti lascia addosso la sensazione di aver guardato tredici puntate di prologo per il conflitto finale che si scatenerà nell'annata conclusiva. Intendiamoci, qualche puntata di spessore c'è, gli attori, quando vengono chiamati al dunque, fanno un gran lavoro, Alicia Witt è una rossa da urlo e il crescendo finale è parecchio divertente, ma appunto: ogni volta che la serie torna ad ingranare, ogni attimo in cui tutto va al suo posto, viene sottolineato in maniera impietosa quanto non vada tutto il resto. E l'esempio forse più grande sta nell'improvvisa scarica elettrica portata da quella breve apparizione di Dickie Bennet, piazzata lì quasi a ricordare tutto quel che manca. Ad ogni modo, inutile girarci attorno, il problema è Ava: tutte le sue menate in prigione sono stupide, superflue, tragicamente dalle parti del ridicolo. Sembra di star davanti a una di quelle sottotrame intollerabili che si manifestavano in ogni singola stagione di 24 quando c'era bisogno di allungare il brodo per star dietro alla narrazione in tempo reale. Ava Crowder come Kim Bauer. E non è un complimento.

Il problema è che questo avviene in una serie che di puntate ne ha solo tredici e a discapito di mille altre cose più interessanti che si sarebbero potute fare. Nella quarta stagione si era dato maggior spazio ai colleghi di Raylan, con risultati eccellenti, e qui tornano in disparte. In diverse puntate si gettano lì spunti interessanti che poi vengono completamente dimenticati. La stessa famiglia Crowes, che teoricamente dovrebbe avere un ruolo di primo piano, è un enorme spreco di potenziale, con personaggi che non fanno praticamente nulla per la maggior parte del tempo nonostante il loro evidente mangiarsi tutto quando vengono lasciati liberi di agire. Insomma, il problema è che il potenziale c'era, lo si vede chiaramente in quei momenti che riescono a sfruttarlo, ma è stato sprecato in nome di scelte perlomeno discutibili. Poi, di nuovo, magari esagero, ma non ci posso fare niente: durante la visione ero tanto, tanto, tanto deluso e nel ricordo non ha fatto altro che peggiorarmi. Per altro, sarà un caso, è la prima stagione realizzata per intero dopo la morte di Elmore Leonard. Coincidenza? Io non credo.

Intanto leggo cose confortanti sui primi episodi della sesta stagione. Poi boh, vai a sapere, tanto io la guarderò fra un bel po'.