Fargo

Minnesota anche in Italia

Magic in the Moonlight

Colin + Emma = Cicci

Lo sciacallo - Nightcrawler

Il film dell'anno

Festival du Film Coréen à Paris

Occhi a mandorla parigini

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X10

What They Become

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18.12.14

La ragazza scompare anche in Italia


Oggi esce in Italia Gone Girl, forte del delizioso titolo vintage L'amore bugiardo. Al che uno potrebbe chiedersi come mai nel manifesto qua sopra ci sia la data del 2 ottobre, e di certo io non saprei dargli risposta. Sarà un poster finto? Ci sarà sotto una cospirazione? Coincidenza? Io non credo? Vai a sapere? Comunque, io l'ho visto per l'appunto a ottobre, quando è uscito nel resto del mondo, e ne ho scritto a questo indirizzo qua. Spoiler: mi è piaciuto. Credo.

C'ho un po' da fare, fra pochi giorni parto per il canonico natale milanese. Buone feste. Per sicurezza.

17.12.14

St. Vincent


St. Vincent (USA, 2014)
di Theodore Melfi
con Bill Murray, Jaeden Lieberher, Melissa McCarthy, Naomi Watts

Film d'esordio del regista Theodore Melfi, St. Vincent è una commedia dei buoni sentimenti, che butta lì un po' di scorrettezza un tanto al chilo, lascia spazio a qualche battuta fuori luogo, sconfina a tratti nel malinconico, ma fondamentalmente dirige spedita verso il classico lieto fine da manuale e si tiene in piedi soprattutto grazie alla bravura e al carisma degli attori. Chi viene colto da pellagra alla sola idea farebbe meglio a starne lontano, non c'è niente da vedere, circolare. D'altro canto, non c'è nulla di male in un film che segue bene una formula classica, mettendo tutte le cose giuste al punto giusto e appoggiandosi sull'efficacia degli interpreti. Voglio dire, non è che sia concettualmente molto diverso o particolarmente meno originale rispetto all'ennesimo film di supereroi con l'ennesima mezz'ora finale in cui esplode tutto. È solo meno cool.

L'aspetto più intrigante di St. Vincent, se vogliamo, sta nel fatto di mostrarci una manciata di attori in ruoli tutto sommato abbastanza diversi da quelli a cui ci hanno abituati. E se la prostituta dal macchiettistico accento russo di Naomi Watts lascia il tempo che trova, è confortante vedere Melissa McCarthy, una volta tanto, non trascorrere tutto il film urlando come un'indemoniata, gettandosi in giro e facendo la cretina dall'inizio alla fine. È un po' come quando guardi quella manciata di film in cui Adam Sandler e Will Ferrell provano a fare le persone normali e scopri che non sono affatto male. È piacevole. Ed è altrettanto piacevole ritrovare un Bill Murray in là con gli anni che esce dal ruolo di Bill Murray vecchio da routine post Tenenbaum/Coppola e interpreta, beh, una versione ben più credibile di come ti aspetteresti di veder diventare sessantenne il Bill Murray degli anni Ottanta.

Alla fin fine, lo dice espressamente il titolo, St. Vincent è più che altro il suo film, una sorta di Gran Torino più rilassato e divertente, il tradizionale racconto di formazione che vede un ragazzino tanto dolce e insicuro alle prese con un modello di vita dagli atteggiamenti discutibili. È un film in cui si ride in maniera prevedibile, le svolte narrative vengono rese note per telefono con largo anticipo e le subdole manipolazioni emotive sono sbracate senza la minima vergogna. Eppure, sarà che gli attori funzionano, sarà che fa piacere riscoprire un Bill Murray ancora in grado di recitare senza sbavarsi sulla camicia, sarà che il piccolo Jaeden Lieberher è adorabile e il rapporto fra i due convince davvero, ma St. Vincent m'è risultato simpatico, mi ha divertito e mi ha perfino messo addosso un po' di magone. Che vi devo dire, sono una persona semplice. 

Me lo sono visto in lingua originale su Netflix e tutto sommato credo che il borbottare di Bill Murray faccia abbastanza parte dei motivi per cui l'ho apprezzato. Detto questo, in Italia esce al cinema domani, giovedì 18 dicembre. Del resto è un film da Natale, no?

16.12.14

Fargo - Stagione 1


Fargo - Season 1 (USA, 2014)
creato da Noah Hawley
con Billy Bob Thornton, Martin Freeman, Allison Tolman, Colin Hanks

Che senso ha candidare True Detective agli Emmy nella categoria Drama Series quando Fargo e American Horror Story, strutturate sostanzialmente allo stesso modo, se ne stanno belle tranquille in zona Miniseries? Secondo me nessuno ma, ehi, le regole lo permettono, e in fondo non è tanto diverso dalla barzelletta di Daniel Brühl candidato agli Oscar come Supporting Actor per Rush. Per altro, in entrambi i casi, coda fra le gambe e bocca asciutta. Bonus: ai Golden Globe True Detective ci va come miniserie, perché lì le regole sono più limitanti. Nel mentre, Fargo s'è portato a casa gli Emmy per la miglior miniserie e la miglior regia, oltre in generale a un'esplosione d'amore figlia almeno in una certa misura del fatto che, onestamente, in pochi avrebbero scommesso qualcosa sulla riuscita del progetto. Si erano già viste in passato serie TV della madonna nate da film (che so, M.A.S.H. e Friday Night Lights) ma è un tipo di operazione dai risultati spesso indecorosi e nello specifico si partiva da un capolavoro pluripremiato e considerato fra le cose migliori partorite dai fratelli Coen. Insomma, era dura. E invece.

E invece Fargo, nonostante un episodio pilota che magari fatica un pochino a ingranare (ma quegli ultimi minuti!) è una fra le migliori nuove serie TV del 2014 e ha solo bisogno che le diate il minimo di fiducia necessario per una storia che si prende il tempo che le serve. Sta proprio lì in cima, assieme ad altre due o tre cose come The Knick, Transparent e sicuramente altro che mi dimentico, che non ho visto o che non ho già citato là sopra. Fra l'altro, a proposito di quello che ho citato là sopra, dopo averlo già fatto per The Knick, mi tocca l'ingrato compito di sostenere che, sì, anche Fargo è meglio di True Detective. È più forte Hulk o la Cosa? Non lo so, però so che anche Transparent è meglio di True Detective e lo scrivo qui perché ho finito di guardarlo l'altro ieri e, fra una cosa e l'altra, non so quando avrò modo di parlarne più approfonditamente. Ha senso mettersi a fare le classifiche? No, dai, però avevo voglia di buttare lì 'sta cosa in maniera gratuita e un po' polemica.


Fargo, dal film dei fratelli Coen, recupera l'ambientazione - un profondo Minnesota innevato e sopra le righe che fa incazzare chi in Minnesota ci vive - e la burla dello strillone iniziale "Basato su una storia vera" anche se di vero non c'è nulla. Ne va poi a pescare anche quel tono meravigliosamente incastrato fra la commedia dell'assurdo, il thriller tesissimo e il parabolone morale in cui chiunque, se messo nelle condizioni giuste, finisce per macchiarsi delle peggiori nefandezze e anche l'anima più pura, messa alle strette, può ritrovarsi costretta a immergere le mani nel fango. Sulle prime, pur raccontando una storia diversa negli sviluppi, sembra voler ricalcare il film dei Coen, la natura dei personaggi, i temi, in maniera forse anche poco ambiziosa, ma bastano un paio di puntate per capire che Noah Hawley, creatore della serie e sceneggiatore dell'intera stagione, vuole andare ben oltre. Il Fargo televisivo non è assolutamente succube delle sue origini, pur omaggiandole nel tono, recuperandone e ampliandone i temi e presentando un paio di personaggi difficili da non ricondurre a quelli dei Coen. È una creatura splendida che vive di vita propria e allarga oltre misura i confini dell'idea originale, ipnotizzandoti pian piano e conducendoti senza tregua verso una meravigliosa puntata conclusiva, in cui la tensione si taglia con la motosega.

Dieci puntate scritte e dirette (da cinque registi diversi, due a testa) in maniera pazzesca, che abbagliano per lo splendore visivo, la capacità di montare bordate di tensione improvvisa, il modo meraviglioso in cui viene risolto il conflitto Solverson/Malvo e la bravura degli attori. Il killer di Billy Bob Thornton e il mediocre ometto di Martin Freeman dominano la scena, il primo vagando fra le nevi con la sua figura dalla surreale imponenza, il secondo viaggiando su quel labile confine che riesce per brevi tratti a farti tifare per un uomo capace di assurde nefandezze, solo per poi prenderti a schiaffi con le meschinità di cui è capace. Ma attorno a loro ruota un cast semplicemente pazzesco, strapieno di attori che regalano performance fuori scala e con al centro i veri protagonisti della storia, i poliziotti interpretati da Colin Hanks e Allison Tolman, quest'ultima per altro bravissima a evitare di finire nel trappolone Frances McDormand. Insomma, Fargo è una meraviglia e non vedo l'ora di piazzarmi davanti alla già confermata seconda stagione, che vedrà nel cast Kirsten Dunst e Jesse Plemons, racconterà gli eventi di Sioux Falls del 1979 cui spesso fanno riferimento diversi personaggi e sarà ovviamente pure lei una storia vera.

Io me lo sono visto su Netflix e, insomma, non so se in Minnesota parlino davvero così, ma gli accenti sono uno meglio dell'altro e vanno gustati. Senza contare che Billy Bob Thornton e Martin Freeman danno spettacolo. Detto questo, stasera - con calma - iniziano a trasmettere la serie anche in Italia, su Sky Atlantic.

15.12.14

R100


R100 (Giappone, 2013)
di Hiroshi Matsumoto
con Nao Ōmori e un po' di pazzi furiosi

Quarta regia di quel pazzo scriteriato di Hiroshi Matsumoto, R100 si intitola così in riferimento al sistema di rating nipponico, in una sorta di meta-tripudio. La storia del protagonista Nao Omori, padre di mezz'età, la cui moglie sopravvive attaccata alle macchine in un letto d'ospedale, che per ritrovare la gioia di vivere si concede al masochismo, è raccontata sotto forma di film nel film, con degli stacchi durante i quali si esce dal racconto e si osservano le discussioni degli addetti all'applicazione del visto censura, sconvolti da quel che stanno osservando, da quanto in là il film si spinga e dall'insensatezza della trama. Nel mentre, in sala, il regista, centenario, se la ride della grossa, convinto che solo persone della sua età siano in grado di comprendere il film. E il whaddafack si sparge a macchia d'olio.

R100, sulle prime, sembra un film quasi normale. Almeno, nei limiti di quanto possa esserlo la storia di un uomo che accetta di subire pestaggi e umiliazioni, così, quando meno se l'aspetta, durante la vita di tutti i giorni, davanti alle reazioni sbalordite della gente, secondo le regole del club a cui si è iscritto. E che trova gioia, espressa attraverso un effetto speciale che gli modifica gli zigomi e gli fa emettere pulsazioni, solo quando viene raggiunto l'apice dei maltrattamenti. Ecco, in questo contesto qua, R100 è un film quasi normale, malinconico e divertente, sparato a schermo con un affascinante uso dei colori, talmente spenti da sfiorare il monocromatico, e raccontato con quella capacità tutta orientale di saltare senza vergogna dal delicato dramma di una moglie in coma al delirio demenziale più spinto offerto dalle dominatrici assurde che attaccano il protagonista.

Verso metà film, dopo la meravigliosa esibizione di Saliva Queen, roba che quasi ci resto secco dal ridere, R100 scollina e svacca definitivamente verso il delirio, trasformandosi in una specie di sconclusionato film d'azione in cui il protagonista e la sua famiglia, a causa di un incidente in cui ci scappa il morto, vengono presi di mira dalle "regine" più pericolose del gruppo. E il bello è che il conseguente tripudio di assurdità non si dimentica di portare avanti i suoi meta-discorsi, per esempio coi continui accenni a un fantomatico terremoto infilati solo perché, a quanto pare, nel cinema giapponese è obbligatorio parlare di questioni d'attualità. E insomma, R100 è sostanzialmente un gran casino, un film assurdo, pieno di invenzioni folli, con un protagonista incredibilmente bravo nel riuscire a veicolare comunque drammatica intensità all'interno di quel delirio. Ha forse un po' il limite di tirar troppo per le lunghe la parte finale, quando ormai le gag hanno un po' esaurito la benzina. O forse no. O forse quel concerto d'estasi su cui si chiude tutto è bellissimo. Non ne ho idea.

È uscito in Giappone a ottobre dello scorso anno e si è girato un po' tutti i festival internazionali, compreso il Paris International Fantastic Film Festival 2014, che è dove l'ho visto io. È uscito in qualche forma negli USA ed esiste un'edizione in DVD cinese, con sottotitoli anche in inglese. Non vorrei comunque dare l'impressione di stare consigliandolo. O sconsigliandolo. Non lo so. Voglio la mamma.

14.12.14

Lo spam della domenica mattina: Localizzazione e altro

13.12.14

La robbaccia del sabato mattina: Deserti che esplodono


Questa settimana si è conclusa la prima metà della seconda stagione di quella certa qual serie Marvel trasformatasi da discreto meh a discreta bomba e ovviamente è partita la tarantella promozionale per Agent Carter, che ci allieterà (?) durante la pausa invernale. Qua sopra il poster, che mi piace un sacco. Nel mentre, i supereroi in TV non accennano a rallentare e infatti parliamo un attimo di Flash. Rallentare. Eh. Battutona. Comunque, quei nerdacchioni di CW continuano a strizzare l'occhio reclutando gli attori del telefilm dei primi anni Novanta a cui siamo tutti (?) affezionatissimi e hanno fatto il colpo ingaggiando Mark Hamill per riprendere il ruolo di Trickster. Grandissima mossa. Fotta. Nel mentre, David Goyer s'è messo a sviluppare una serie TV intitolata Krypton, perché Gotham non bastava. Sigh. Ma perché? Vabbuò, comunque, menzionando il fatto che pare i Marvel Studios vogliano tirar dentro Al Pacino per un qualche film, segnalo tre begli articoli su cui mi si sono posati gli occhi questa settimana. Questo, questo e questo. Così, senza spiegazione.



San Andreas, l'America che crolla, Dwayne Johnson che strabuzza gli occhi, due generazioni di gran pippe con Alexandra Daddario e Carla Gugino, la solita cover da piano bar, Paul Giamatti che recita tutto intenso. Esce a maggio, prenoto subito il posto in settima fila all'Imax.



È il secondo trailer consecutivo di Iron Sky 2 che mi fa molto ridere sulla carta e mi annoia a morte mentre lo guardo. A questo punto mi tocca ammettere totale disinteresse per il progetto.



The Walk, il nuovo film di Bob Zemeckis, con Joseph Gordon-Levitt nel ruolo del pazzo furioso francese che si fece la passeggiata sulla fune tra una torre e l'altra in quel di New York. Non ho la minima idea di cosa aspettarmi, il trailer mi sembra pure fatto maluccio, ma ne ho molta voglia.



Il film d'animazione de Il piccolo principe, diretto dal regista di Kung-Fu Panda e che in originale ha un cast di doppiatori allucinante: Rachel McAdams, Mackenzie Foy, James Franco, Jeff Bridges, Marion Cotillard, Benicio Del Toro, Paul Giamatti, Ricky Gervais e Albert Brooks. Alla faccia. Epperò questo trailer è in francese, e che ci vuoi fare? Comunque, un mix di computer e stop motion, direi, anche se magari nella stop motion c'è di mezzo il computer. Sembra ganzo, al di là della cover da piano bar, ci mancherebbe. Per altro di una canzone da piano bar già in partenza.



A voler scassare la minchia si possono trovare cento cose che non vanno in questo trailer. Nonostante questo, caga in faccia a tutti i trailer usciti quest'anno e il ritorno di Max bello diventa improvvisamente la roba più attesa dell'anno prossimo, quantomeno nella categoria dei film spaccatutto.



Ma si difende bene, nel senso di "Mi ha fatto schiantare", anche il trailer di Inside Out, il nuovo film Pixar che sembra in grado di accontentare tutti quelli che si lamentano che non c'è più la Pixar di una volta e si stava meglio quando si stava peggio. Voglio crederci.



Per non parlare del nuovo trailer di Kingsman: The Secret Service, un film che fino a qualche giorno fa, per qualche motivo, non mi convinceva. E invece, dopo aver visto questo trailer, c'ho addosso una fotta che levati. E va così, che ci posso fare?





 L'avete visto Transparent? Guardate Transparent.

12.12.14

Musarañas


Musarañas (Spagna, 2014)
di Juanfer Andrés, Esteban Roel
con Macarena Gómez, Nadia de Santiago, Hugo Silva

Il film di cui chiacchiero oggi, in giro per l'internet, potreste trovarlo intitolato Shrew's Nest, ma a me piace il titolo originale. Voglio dire, provate a leggerlo ad alta voce, Musarañas, non ha un suono fantastico? Specie poi se - come me - non avete il benché minimo rapporto con la lingua spagnola e, quindi, lo leggete probabilmente in maniera sbagliata. Musarañas, musarañas, musarañas, musaragnagnagnagnagnas! È fantastico! Comunque, si tratta del film d'esordio di Juanfer Andrés ed Esteban Roel, due autori spagnoli con a curriculum un paio di cortometraggi ciascuno e un decennio di carriera da attore televisivo per il secondo. La loro natura di esordienti è ben esemplificata dalla presenza di un "Alex de la Iglesia presenta" sul manifesto del film, messo bene in alto, con l'evidente impressione che a un certo punto abbiano pensato fosse il caso di scriverlo ancora più grosso del titolo. E del resto, il film nasce come nascono tanti horror di questi tempi: un regista affermato ti nota, decide che gli piaci tanto e ti produce, permettendoti di mettere il nome in locandina e prestandoti anche quella bella gnocca di sua moglie per un ruolo minore. Alla grande.

Il risultato è un film bizzarro, con quell'atmosfera da horror spagnolo tutto strano che ci piace tanto, forse non riuscito fino in fondo, ma che si merita di essere recuperato in qualche maniera, magari sperando che il nome di Alex de la Iglesia scritto bello grosso sul manifesto finisca per farlo arrivare anche in Italia. Racconta di Montse, una donna brutalmente affetta da agorafobia, al punto che il solo tentativo di metter piede fuori dal suo appartamento le fa patire violenti attacchi di panico, vomito, varie ed eventuali. La poveretta, tormentata dai ricordi di un padre non proprio modello, vive con sua sorella minore, a posto con la testa ma frustrata dal pugno di ferro esercitato da Montse. L'atmosfera già non idilliaca che si respira in casa parte per la tangente quando quest'ultima si ritrova alla porta un uomo ferito, lo accoglie controvoglia per curarlo e si riscopre poi novella Kathy Bates, decidendo di bloccarlo a letto, drogarlo, aggravarne l'infortunio e, insomma, tenerselo in casa tutto per sé.

Il bello è che tutto questo viene raccontato con una serie di cambi di registro che levati, con tanto di suggestioni sovrannaturali (ma saranno realmente tali o è tutto nella testa di Montse?) e con un buon lavoro sul rendere la protagonista un personaggio sì folle e sopra le righe, ma allo stesso tempo umano, spinto da cause che te la rendono anche quasi simpatica, perlomeno fino a che non scoppia il delirio della seconda metà di film. Non manca il classico humor nero che ci si aspetta con quel nome là sulla locandina, anche se il tono generale tende a spingere soprattutto sul pedale del dramma e delle esplosioni brutali di violenza che prendono il controllo della situazione nella parte finale. Insomma, Musarañas è un film che sembra partire un po' confuso e invece, pian piano, unisce con cura tutta la roba sparsa in giro, fa salire la tensione a mille e si scatena quindi alla grande. Ben scritto, diretto con una gran cura per l'immagine e soprattutto interpretato da una Macarena Gómez totalmente fuori di testa, è sostanzialmente uno spacco.

Per il momento si è fatto solo il giro dei vari festival del fantastico mondiali. In Spagna esce a Natale. Del resto, è il classico film di Natale, no? Comunque, secondo me prima o poi in Italia ci arriva. Crediamoci fortissimo. Dai. Mano nella mano.

11.12.14

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X10: "What They Become"


Agents of S.H.I.E.L.D. 02X10: "What They Become" (USA, 2014)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
puntata diretta da Michael Zinberg
con Clark Gregg, Brett Dalton, Ming-Na Wen, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Adrianne Palicki, Elizabeth Henstridge

Non è che ci tenga a rigirare il coltello nella piaga aperta dalle ultime settimane di quell'unica altra serie che seguo regolarmente, ma dopo una signora penultima puntata, anche il finale di metà stagione di Agents of S.H.I.E.L.D. è un discreto trionfo, alla faccia delle morti cretine in quel di Atlanta. Quarantacinque appassionanti minuti pieni di azione, roba che esplode, pizze in faccia, colpi di scena, badassitudine in ogni dove, riferimenti assortiti all'universo Marvel, origini di supereroi e supercriminali, Kyle Maccoso che dà spettacolo ininterrotto, Skye che piglia e spara brutalmente a Ward senza perder tempo a far minacce e infilarsi in trappole e infine pure una morte buttata lì, così, con indifferenza e gran gusto, piazzata in un momento chiave a creare un bel contrasto e imprimere senso di colpa nelle retine di Skye. Alla grande.

Per quanto non siano stati menzionati espressamente gli inumani o Attilan, possiamo comunque definitivamente metterci il cuore in pace: stiamo parlando di quella cosa lì, che esploderà al cinema fra quattro anni ma sta piantando i germi nell'universo cinematografico già oggi (e magari giocherà un ruolo nell'annunciato incrocio fra la serie e Avengers: Age of Ultron). E sì, presumibilmente, con Whitehall fuori dai giochi grazie a una deliziosa morte che fugge senza vergogna dallo scontro finale epico, sarà su queste faccende, oltre che sul rapporto tra padre e figlia, che si concentrerà il resto della stagione. In generale, le rivelazioni sono state bene o male quelle che un po' tutti gli appassionati segaioli dell'internet si aspettavano, ma il punto è che sono state orchestrate in maniera eccellente e ci si è arrivati nel miglior modo possibile. Fra il conflitto iniziale, il bellissimo confronto tra Cal e Daisy (ormai tanto vale chiamarli così) e tutto il macello successivo, ne è venuto fuori un episodio parecchio divertente, che ha chiuso quel che c'era da chiudere, ha aperto altre porte e ha lasciato in sospeso quel bisognava lasciare in sospeso.

Insomma, puntatona "conclusiva" perfetta, notevole per i fatti suoi, ottima nel chiudere un arco, eccellente nel gettare lì tante cose da esplorare per il futuro, compresa anche la nuova strana coppia Ward/Bizarro May. La morte finale non ha forse l'impatto di altre bastardate in stile Whedon, fosse anche solo perché si tratta di un personaggio che conosciamo relativamente da poco, ma ha quel gusto deliziosamente sadico del mozzare sul nascere diversi sviluppi dal potenziale interessante che non vedremo mai. E poi c'è tutto lo strato di cose gettate lì e di pipponi mentali da geek su come procederanno le cose, su come porteranno avanti l'adattamento dei personaggi presi dai fumetti, sulla "rinascita" di Raina, varie ed eventuali. Ma fondamentalmente la parola da utilizzare è una sola: entusiasmo. Alla grande. Avanti così. Adesso vediamo che hanno combinato con Agent Carter.

E alla fine le vibrazioni negative ce le avevo per il personaggio sbagliato. Giusto così.

10.12.14

Avalon


Avalon (Giappone/Polonia, 2001)
di Mamoru Oshii
con Malgorzata Foremniak, Wladyslaw Kowalski, Jerzy Gudejko

A fine anni Novanta, Mamoru Oshii, reduce da quel Ghost in the Shell che rimane forse ancora oggi l'opera simbolo della sua carriera, si prese un quinquennio di pausa dall'attività registica, per dedicarsi ad altri progetti. Quando decise di tornare - letteralmente - dietro alla macchina da presa, fu per realizzare Avalon, suo quarto esperimento nel mondo del live action e sua prima produzione realizzata all'estero, perché "girarlo in Giappone sarebbe stato impossibile". Alla ricerca di posti adatti a mettere in scena la propria visione, Oshii puntò quindi sul vecchio continente, con in testa il Regno Unito, ma finì per deviare sulla Polonia, i cui luoghi si adattavano parecchio a come si immaginava il mondo virtuale che avrebbe dovuto ospitare le vicende. Senza contare che le forze di polizia locali garantivano accesso gratuito agli equipaggiamenti e alle armi da fuoco, e buttalo. Ed ecco quindi che ne saltò fuori una creatura incredibilmente bizzarra, un film di fantascienza ambientato in mondi virtuali da MMO, realizzato e recitato in polacco, diretto da un regista giapponese noto per il suo lavoro sul cinema d'animazione all'insegna dei pipponi mentali.

Oltre dieci anni dopo, ho visto per la prima volta Avalon al cinema, durante il Paris International Fantastic Film Festival 2014, a dimostrazione del fatto che se sai aspettare vieni premiato. C'ho messo un po', ma sono riuscito a spararmi le sue immagini deliranti sul grande schermo, invece che tramite un DVD recuperato per vie traverse. Ottimo, no? Ottimo, sì, perché Avalon ancora oggi è un film tremendamente affascinante e carico di suggestioni innanzitutto visive, per il modo tutto allucinato in cui Oshii ha deciso di dipingere i diversi piani virtuali e/o reali fra cui si sviluppa la sua storia. Se da un lato, ovviamente, l'utilizzo del computer per gli effetti speciali - a basso budget già in partenza - mostra un po' gli anni che si porta sulle spalle, dall'altro le notevoli intuizioni estetiche, a cominciare dalle scelte (mono)cromatiche, che regalano al film un'atmosfera e una personalità senza tempo. E infatti, nonostante qualche elemento fuori posto, Avalon è uno spettacolo per gli occhi ancora oggi e i minuti iniziali, che gettano immediatamente nel bel mezzo di una battaglia fra avatar a colpi di attacchi speciali ed esplosioni bidimensionali, sono e rimangono una discreta bomba.

 Va che roba.

Il film racconta le vicende di Ash, cintura nera di un gioco di ruolo d'azione illegale a base di realtà virtuale, popolarissimo ma anche piuttosto pericoloso, dato che provoca assuefazione e ci vuole pochino perché una partita finisca male e ti lasci in stato catatonico. Dopo un avvio che, come detto, mostra una spettacolare battaglia in un mondo che mescola suggestioni medievali, elementi contemporanei e macchinari ipertecnologici, Avalon passa a raccontare una realtà distrutta dall'assuefazione al virtuale, in cui gli unici stimoli di vita paiono giungere dal piacere del gioco e chiunque non sia incollato a uno schermo per seguire le partite giace abbandonato in giro come una statua di sale. Sembra quasi di ritrovarsi nel mondo virtuale del primo Tron, solo con applicate sopra le texture di una città polacca. E in realtà sono i primi segnali del fatto che fra i temi del film c'è un continuo giocare con viaggi fra diverse realtà fittizie, piani del virtuale tra i quali ci si sposta senza che sia mai chiaro dove e se ci sia effettivamente un mondo reale a cui tornare.

Quel che ne viene fuori è un film affascinante, che strega con le sue ambientazioni e il suo utilizzo ricercato di mille suggestioni diverse, riesce a risultare tutto sommato ancora fresco dopo averne visti altri cinquantamila incentrati sul viaggio fra svariati piani di realtà e sfrutta il tema videoludico in maniera ricca, curata, piena di dettagli che possono sfuggire a chi non è videogiocatore ma che contribuiscono comunque a regalare la sensazione di un mondo concreto e sviluppato in maniera solida. Si racconta con i classici ritmi letargici di Oshii, sfruttandoli però per mostrare la vita alienata di una donna che trova unica realizzazione nelle sparatorie virtuali del mondo di gioco e riuscendo comunque a schivare i giga-monologhi che, lo ammetto, non ho mai amato molto nei film d'animazione del regista giapponese. Di certo, è un film che rimane dentro, vuoi per il registro stilistico e narrativo assolutamente originale, vuoi perché comunque racconta parecchio senza servire il piatto pronto e ti lascia addosso dubbi, suggestioni, riflessioni. E poi, insomma, fa comunque parte del mucchio ancora piuttosto piccolo di film che parlano di videogiochi in maniera sensata. Buttalo.

Avalon esiste in varie edizioni reperibili in giro per il mondo, sia in polacco sottotitolato, sia doppiato. Non credo sia mai uscito in edizione italiana, ma potrei sbagliarmi. Secondo me, comunque, va visto in polacco sottotitolato. Alla fine fa parte del suo fascino assurdo.

9.12.14

Why Horror?


Why Horror? (Canada, 2014)
di Tal Zimmermban, Nicolas Kleiman e Rob Lindsay

Peché l'horror? Se lo chiedete a me, ho le risposte pronte. Perché ritengo che per certi versi sia il genere cinematografico (e non solo) più puro, per la maniera essenziale in cui sfrutta ogni sfumatura tecnica del cinema al fine di raggiungere i suoi obiettivi. Perché è un genere che funziona incredibilmente bene quando prova a raccontare l'umanità, il mondo, la società, e a fare i metaforoni che ci spiegano quanto siamo sporchi dentro. E perché c'è una forma di divertimento puro, catartico, brutale, ma anche sicuro, innocente e protetto, nello spaventarsi davanti a uno schermo. O, insomma, queste sono le ragioni che mi sentirei di dare io.

Ovviamente, qualunque appassionato può dare risposte diverse e probabilmente sono tutte giuste, tanto quelle assolutamente personali, quanto quelle che trascendono l'esperienza del singolo e vanno a indagare sull'horror come fenomeno di massa. Nel suo documentario, Tal Zimerman prova a fare entrambe le cose, esplorando le ragioni della sua passione smisurata, i motivi che l'hanno portato ad amare il brivido fin dalla tenera età e trasformarlo addirittura in uno sbocco professionale. Indaga quindi su se stesso, andando a chiacchierare con la propria famiglia, ricordando gli anni dell'adolescenza e arrivando perfino a sottoporre sua madre a un esame medico per cogliere le reazioni fisiche generate dalla visione di vari film horror. Ma prova anche ad esplorare aspetti più generali, vagando per il mondo alla ricerca di risposte.

Se l'aspetto più personale è curioso e intrigante, è soprattutto il secondo approccio a rendere Why Horror? un documentario degno di nota. Da un lato ci sono gli interventi di svariati registi più o meno veterani del settore, non tutti con cose davvero illuminanti da dire, ma in ogni caso sempre adorabili da osservare mentre chiacchierano di ciò che amano. Dall'altro ci sono i viaggi in giro per il mondo, alla scoperta di approcci lontanissimi per argomenti simili, fra il giorno dei morti messicano, l'approccio nipponico all'orrore e le origini europee letterarie e artistiche del genere, tramite i lavori d Hieronymus Bosch, William Hogarth, Francisco Goya e Mary Shelley. Si va perfino a sfiorare il mondo dei videogiochi! Carico di spunti interessanti e gradevole per tutta la sua durata, Why Horror? non offre risposte definitive (come potrebbe?) e finisce forse per risultare un po' inconcludente, ma apre una finestra gradevole tanto sulla capoccia di un appassionato (e, di riflesso, su quella di tanti altri), quanto su tante diverse sfaccettature del rapporto che abbiamo con la morte, il morboso, l'inquietudine.

Per il momento siamo ancora fermi al giro dei festival mondiali, ma immagino che prima o poi Why Horror? uscirà da qualche parte. Non starei comunque a sperare in una distribuzione nei cinema italiani, ecco.