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30.12.06

"Dai, lo Shinkansen per tornare lo prenotiamo a Kyoto, tanto che problema vuoi che ci sia?"


"Sorry, sold out." E vabbuono, dovremo assalire le carrozze per chi non ha la prenotazione carichi come muli, ma ce la faremo. Credo. Comunque, ieri ci siamo fatti una bella gita a Nara, una delle tante ex capitali del Giappone, oltre che importante meta turistica per la presenza di uno smodato Buddha, racchiuso in uno smodato tempio, contenuto in uno smodato parco. Nel parco circolano liberi un migliaio di cervi, tenuti in stato di semi-cattivita e letteralmente adorabili. Prima o poi mettero online anche qualche filmato sull'argomento. Per il resto, il posto e ovviamente uno spettacolo, e il tempo pure lo e stato, con un gran bel sole tutto il giorno. Peccato solo che la macchinetta fotografica che stiamo utilizzando da qualche giorno - causa improvvido sfasciamento dell'altra - mi crei seri problemi in termini di esposizione. Comunque, oggi ci dirigiamo a Takarazuka per visitare il museo di Osamu Tezuka (anzi, Tezuka Osamu) e poi, nel pomeriggio, si gira a Kyoto in zone ancora da decidere per bene. Vi lascio preda della solita sventagliata di foto, seguita da una primizia: un breve e conciso intervento di Elena. E ovviamente, lo avrete notato, continuo a non capire nulla di accenti e apostrofi...

Ciaooo! L'altro giorno siamo stati al tempio delle Super Dollfie, il Tenshi no Sato della Volks: purtroppo niente foto all'interno, ma la visita e stata uno spettacolo, anche se da tempo non aggiorno piu la mia collezione di Dollfie e quindi non sono neppure troppo preparata sulle novita. Comunque - nota per mamma - ho preso un paio di occhi di vetro neri e una parrucca nera dritta con frangetta (pare uno scopettone, ma e morbidissima): mi cimentero in una SD giappa tutta, inkimonata dalla testa ai piedi.

Ah, nota per Tifa :) Lo shopping procede delirante: esistono un sacco di cose ciccine a SOLO 300-400 yen. Solo che 300 yen di qua, 400 yen di la il plafond della carta e sulla via del patatrac. Miniature, gashapon, cosette da appendere su cellulari, borse... per non parlare di bambole. Allora, ho preso una Momoko Victorian Nature rossa (ottimo prezzo), una gattina Nikki ("Nikki Odeko-chan" su Google)... poi una tonnellata di libri di bambole. Alla fiera Dolls Party 16 ho preso un ABITINO PER LE PINKY - quando lo vedi diventi matta - e un'opera in miniatura, un set "tatami + pareti di legno e carta" per le bambole 1/6 e un gloriosissimo kimono unico fighissimo per Momoko pubblicato sul Dolly Dolly 12!! Poi una Rune doll sempre in kimono... poi cazzettini vari, per esempio i Walkie Bits, delle tartarughine chiccosissime che fanno "pi pi pi" e camminano, corrono, fanno le gare tra loro... ma non ho capito bene come funzionano, a casa cerchero un manuale comprensibile.

Del cibo se ne parla un'altra volta, che ci vuole la dovuta parentesona.
Stacco che c'e un corvo che gracchia sulla mia spalla.







29.12.06

La regina delle nevi


Speravamo che a Kyoto ci fosse la neve, beh, direi che ci siamo. Ha nevicato praticamente tutto il giorno, a ritmi alternati, con momenti di schiarita e altri di tormenta con regina demoniaca inclusa. Son sicuro di averla vista almeno un paio di volte nascosta fra le nuvole e intenta a tirare sassate di ghiaccio.

Comunque, Kyoto e davvero bella, totalmente diversa da Tokyo, ma bellissima lo stesso. E innevata ha proprio un atmosfera incredibile. Oggi, per cominciare, abbiamo perlustrato la spettacolare zona di Arashiyama. Again, mi scuso per gli accenti e gli apostrofi a mignotte e vi saluto con una sventagliata a caso di foto dal centinaio abbondante scattato in giornata.





Alive in Kyoto!


Infilare nelle borse tutto quanto ha richiesto un filo di fatica, ma alla fine ci siamo riusciti. Ora siamo a Kyoto, belli inzuppati nel Ryokan.


Ieri, durante il viaggio sullo Shinkansen, abbiamo anche visto da minore distanza il Monte Fuji.


Scrivo con una tastiera giapponese e mi si imputtanano tutti i simboli, quindi cerco di non usarne. Stamattina ha dato una spolverata di neve, fa un freddo boia ed e tutto bellissimo. E non so come mettere gli accenti.

28.12.06

Bye bye Tokyo


La permanenza a Tokyo sta per concludersi. In sette giorni abbiamo camminato come dei deficienti, ci siamo stancati a morte, abbiamo visto una marea di roba splendida perdendocene altrettanta, ci siamo divertiti come pazzi, abbiamo conosciuto tanta gente adorabile, abbiamo mangiato praticamente solo cose deliziose, abbiamo speso una vagonata di soldi facendo shopping, abbiamo fatto quasi seicento foto. Fra un paio d'ore zomperemo sullo Shinkansen, per spostarci a Kyoto. Kazuhisa dovrebbe unirsi, dato che per la fine dell'anno va a trovare la sua famiglia a Hiroshima. A Kyoto staremo in un Ryokan e non avremo la connessione in camera. Forse ci sarà un PC utilizzabile nella lobby, ma insomma, difficilmente avrò modo di pubblicare i piccoli aggiornamenti fatti questi giorni. Comunque vada, male che vada, ci si legge fra una settimanina. Buon anno a tutti!

27.12.06

Fujisan

Ieri sera abbiamo fatto tardi

Giornata piovosissima, ma comunque ottima. Tutta la mattina allo Studio Ghibli Museum (fra l'altro qua dicono "Zuribi" o qualcosa del genere), un posto delizioso e affascinante, dall'atmosfera struggente. Poi, nel pomeriggio, volevamo andare a vedere il Monte Fuji, ma c'era davvero troppa pioggia, e allora siamo andati in giro con Kazuhisa, abbiamo fatto un po' di shopping e in serata siamo andati alla prevista festa con lui e i suoi amici. Spalancate il post per ammirare qualche foto della giornata...







Ah, non c'entra nulla, ma gli Eagles hanno sturato Terrell Owens e i Cowboys per la seconda volta in stagione e, con la quarta vittoria in fila, han conquistato i play-off e si sono piazzati in testa alla division. Son bei momenti.

25.12.06

Oggi ho comprato delle cose molto belle


Per esempio...

24.12.06

Commozione culinaria


Oggi ho mangiato una cosa commovente. Ma non "commovente" per modo di dire: ogni volta che ne mettevo in bocca un pezzo rischiavo di mettermi a piangere. E non "mettermi a piangere" per modo di dire: avevo proprio gli occhi gonfi di lacrime. Una roba impressionante. Cosa? Tonkatsu, amici miei, nel ristorante "specializzato" Maisen (questo il sito web). Spettacolare. Fra l'altro, all'uscita ci han pure dato il regalino di Natale, quattro deliziosi panini contenenti, per l'appunto, tonkatsu (in foto potete ammirarne una sezione). Sigh...

Comunque, oltre a voler condividere questo momento così importante della mia vita, ci tenevo anche a fare un piccolo annuncio. Ho deciso di raccontare approfonditamente questa vacanza giorno per giorno, come mio solito. Magari non proprio dettagliatamente, come mio solito, ma insomma, ci siamo capiti. Solo che, ovviamente, non ho intenzione di passare le serate attaccato al PC, quindi non so dire quando potrei cominciare a pubblicare raccontini. Comunque prendo appunti, tranquilli. E adesso vi saluto, che me ne vado a mangiare.

22.12.06

Shimbashi


Siamo arrivati e siamo vivi. Stiamo cercando di sopravvivere all'allucinante jet-lag, e non è affatto facile. Ci siamo installati per bene in albergo (in foto potete ammirare il pannello di controllo per la tazza del cesso, il risciacquo del buco del culo è un'esperienza formativa), e adesso ce ne andiamo a farci un giro. Più tardi, primo incontro con Kazuhisa, che per domani pomeriggio mi ha organizzato il partitone di calcetto coi suoi amici. Seguiranno, forse, aggiornamenti.

21.12.06

Big in Japan


Ok, ci siamo. L'ultima volta che sono andato in vacanza in questo periodo dell'anno, mi ci aveva portato mia madre. Si parla probabilmente di oltre un decennio fa. Insomma, non è che sia proprio abituato, ad andarmene in giro d'inverno, e infatti sono secoli che non metto piede su una pista da sci (e questa, fra l'altro, è un'altra cosa pessima che bisognerà correggere, prima o poi). Ma sto divagando, il punto è che fra qualche ora sarò in aereo assieme alla Rumi. Destinazione Tokyo. Sei giorni abbondanti lì e altrettanti (sempe abbondanti) a Kyoto, con qualche probabile e inevitabile gita fuori porta. Il ritorno a Milano è previsto per il quattro di gennaio.

Durante queste due settimane avrò molto probabilmente più di un'occasione per accedere a Internet, ma come al solito non so dire se, quanto e quando avrò anche voglia di aggiornare il blog. Probabilmente, comunque, la risposta è "poco", dato che l'idea sarebbe di prendermi una pausa dalla vita frenetica di tutti i giorni. Magari potrei metter su qualche foto, le sere in cui non sarò troppo sfatto. Male che vada, comunque e come al solito, ci si rilegge al mio ritorno, quando sicuramente di cose da raccontare ne avrò parecchie.

Ciao, bello


Ti ho voluto bene e te ne voglio ancora. Hai tirato la carretta per un decennio, senza avere praticamente mai una squadra attorno. E quando l'hai avuta, te la sai caricata sulle spalle e l'hai portata quasi fino in fondo, in maniera davvero commovente. Ti danno per morto da anni, e son tre anni che fai la tua miglior annata di sempre. Certo, le puttanate, i casini e le lamentele, i litigi e le mazzate. Ma non importa, perché già mi manchi. So cosa significa vederti giocare dal vivo e mi viene il magone a pensare cosa significherà vederti giocare con un'altra maglia. Spero ti vada bene, penso ti andrà meglio, ma non so fino a che punto. In ogni caso, grazie.

19.12.06

Ju-On - Rancore


Ju-On (Giappone, 2003)
di Takashi Shimizu
con Megumi Okina, Misaki Ito, Misa Uehara, Yuya Ozeki, Takako Fuji

In un sobborgo di Tokyo c'è una casa resa maledetta dal tremendo rancore che ha causato un fattaccio parecchi anni prima. Gli spiriti che infestano la casa tormentano chiunque abbia la sventura di mettervi piede, facendolo fuori senza neanche troppo perder tempo e rendendo le proprie vittime parte integrante della maledizione. Il rancore (Ju-On, per l'appunto) si propaga - più come un virus che come una maledizione - falcidiando in breve tempo la popolazione del quartiere.

Da queste poche righe si può capire come lo spunto di partenza di Ju-On sia, nel panorama dell'horror giapponese ormai neanche troppo recente, abbastanza "fedele alla linea". C'è una presenza malvagia che non guarda in faccia a nessuno e fa fuori chiunque le capiti fra le mani, senza farsi troppi problemi. C'è una vicenda triste e dai toni melodrammatici a fare da punto di partenza. Ci sono tutti quegli stereotipi visivi tanto originali che, inutile negarlo, funzionano tanto bene anche perché tremendamente esotici per l'occhio occidentale.

Shimizu, però, partendo da basi che potrebbero dare vita a un banale clone di Ringu, sputa in faccia alle regole e si dirige in tutt'altra direzione, facendo letteralmente di tutto per dimostrare che è possibile terrorizzare lo spettatore anche senza seguire gli stereotipi più classici del genere. E così evita di offrire un protagonista forte in cui immedesimarsi, scombina la scansione temporale degli eventi limitando il trasporto emotivo, costruisce un film a episodi che si "autospoilerano" annunciando la vittima nel titolo, rifugge da uno sviluppo melodrammatico, che pure sembra sempre essere lì dietro l'angolo.

Fa insomma tutto ciò che, teoricamente, un regista di film horror non dovrebbe fare, ma riesce comunque a far venire letteralmente la cacarella, almeno per la prima mezzoretta di film, con una serie di sequenze da manuale, costruite a regola d'arte, con uno strepitoso senso del ritmo e un magistrale utilizzo di immagini forti e suoni agghiaccianti. Un bell'esercizio di stile, insomma, che però sulla distanza perde un po' di mordente a causa della sua ripetitiva prevedibilità. Una volta capite le regole del gioco, le "motivazioni" con cui si sviluppa la maledizione, quando il panico dovrebbe raggiungere l'apice con quella lunga sequenza finale, ci si rende invece tristemente conto che il fantasma di Kayako ha in realtà smesso di far paura tre o quattro apparizioni prima.

E allora non si può fare a meno di chiedersi se dando maggior spazio a qualche personaggio - per esempio il poliziotto e la sua manza figlia - non ne sarebbe potuto venir fuori un film terrorizzante dall'inizio alla fine. A tal proposito, leggo che il secondo episodio ha una struttura più tradizionale e meno riuscita. Son comunque curioso di vederlo, così come di vedere i due televisivi e i due remake, ma sarà duretta convincere la Rumi, che appena vede un fantasma collassa al suolo per il terrore, figuriamoci con un film che per lunghi tratti sa mostrarne in maniera tanto incisiva.

18.12.06

Anchorman - La leggenda di Ron Burgundy



Anchorman - The Legend of Ron Burgundy (USA, 2004)
di Adam McKay
con Will Ferrell, Christina Applegate, Paul Rudd, Steve Carell, David Koechner

Ron Burgundy è anchorman leader della squadra di reporter di Channel Four, a San Diego. Vincitore di cinque Emmy Award, eroe popolare, amato dalle donne, pomposo, spocchioso e stupido all'inverosimile, cade vittima del fascino di Veronica Corningstone, sua nuova collega particolarmente apprezzata e pronta a tutto pur di soffiargli il posto. Pare il canovaccio per un film di Garry Marshall (o della sorella Penny, o magari di Nora Ephron), e invece è il primo delirio cinematografico a firma Adam McKay/Will Ferrell.

Anchorman, così come il successivo Talladega Nights, si diverte alle spese di un microcosmo tipicamente americano, che può probabilmente trovare riscontro anche da noi, ma i cui folli stereotipi sono tremendamente radicati nella cultura e nel modo di vivere a stelle e strisce. E questo limita un po' l'impatto del suo approccio satirico perché, per quanto ci si possa divertire di fronte a quell'atmosfera stupidina e leggera, a quei personaggi tremendamente convinti e spocchiosi ma tutto sommato adorabili, rimane sempre la sensazione di non conoscere fino in fondo l'argomento di cui parla il film.

Film che comunque funziona solo fino a un certo punto anche per colpa dei limiti di una struttura che si basa sostanzialmente solo su una lunga serie di sketch messi l'uno in fila all'altro. È difficile e forse anche pretestuoso mettersi a distinguerli, ma l'impressione è che, rispetto a un Talladega Nights decisamente più riuscito, Anchorman sia il classico "film del comico televisivo", impacciato nel raccontarsi e impegnato più che altro a mettere in scena i suoi numeri famosi, i tormentoni, le apparizioni speciali degli amici. Manca insomma, la capacità di andare un po' oltre il cabaret e mettere in piedi un film vero e proprio.

O magari il problema è che due pellicole dominate da Will Ferrell viste a stretto giro di tempo sono troppe, nonostante alcune trovate divertentissime (il gobbo, la cena al club) e uno Steve Carell spettacolare.

12.12.06

Justice League Strikes Back


Formerly Known as the Justice League (USA, 2004)
I Can't Believe It's not the Justice League (USA, 2005)
di Keith Giffen, Jean Marc DeMatteis e Kevin Maguire
Edito da DC Comics

Nel 1987 DC Comics lancia un evento, il primo di tanti, finalizzato a mettere ordine nel caos di universi alternativi, paralleli, sovrapposti e scomposti che si era generato di decennio in decennio. Dopo gli eventi di Crisis on Infinite Earths, buona parte del cosmo DC viene sostanzialmente fatta ripartire da zero, col rilancio di personaggi, gruppi e serie assortite. In questo contesto nasce la Justice League International, una rivisitazione grottesca e demenziale del più importante supergruppo DC, che mette assieme, al di là di qualche significativa eccezione, solo personaggi minori, rielaborati in chiave buffonesca.

Keith Giffen, Jean Marc DeMatteis e Kevin Maguire sono le geniali menti dietro al progetto, che riesce a mescolare in maniera notevole i suoi tratti principali di delirante e dissacrante comicità con una notevole evoluzione dei personaggi e con, di tanto in tanto, perfino una discreta attenzione per i risvolti drammatici (seppur sempre smorzati da un fortissimo taglio autoironico). Basterebbe solo la splendida, cinica, tremenda partecipazione di un Batman sempre e costantemente impegnato a spararsi le pose e ad ergersi al di sopra di quella banda di dementi, per consegnare alla storia questa serie. Una serie che, purtroppo, dopo circa un decennio si conclude nell'ignominia.

Giffen e DeMatteis tirano i remi in barca con una saga (Breakdown) dai toni iper-drammatici, chi prende il loro posto non è in grado di mantenersi sugli stessi livelli e si accanisce tremendamente contro quei personaggi, facili vittime anche perché tutto sommato esponenti minori del cosmo DC, e nel giro di qualche tempo va tutto a catafascio. Un paio di anni fa, però, il team si riunisce e dà vita a due miniserie, Formerly Known as the Justice League e I Cant' Believe It's Not The Justice League, entrambe perfettamente riuscite nel non semplice tentativo di riportare in vita quello spirito goliardico senza risultare datate.

Sfruttando un pretesto narrativo ovviamente puerile, i due sceneggiatori raggruppano alcuni fra i più rappresentativi membri del cast, inseriscono la splendida esordiente Mary Marvel e regalano oltre duecento pagine totali di divertimento estremo e situazioni ben oltre il limite dell'assurdo. La sensazione, per chi a suo tempo seguì il vecchio serial, è di tornare a casa, assieme a una famiglia di adorabili fessacchiotti. Ma Giffen e DeMatteis, coadiuvati da un Maguire al solito parco di sfondi ma in grado di far recitare i suoi personaggi come forse nessun altro, vanno oltre il divertito omaggio e, soprattutto nella seconda miniserie, scavano nella psicologia dei personaggi, regalando anche momenti molto intensi.

Il delizioso confronto infernale fra Guy, Tora e Bea è una piccola perla di grande scrittura, intensa e drammatica pur nel delirio comico della situazione che la circonda. Nel dare dignità a una morte il cui stesso sceneggiatore si era pentito di aver firmato, I Can't Believe It's Not the Justice League piazza i suoi personaggi all'inferno, regalando al mondo una personalissima e toccante rielaborazione del mito di Orfeo ed Euridice. Ma dopo la commozione torna il divertimento, con un mondo parallelo di deriva fetish e uno stupidissimo ritorno a casa, che si chiude su una nota di amore e amicizia davvero capace di scaldare il cuore.

E finisce così, finisce (probabilmente) per davvero, dato che subito dopo - anzi, addirittura in contemporanea all'uscita della seconda miniserie - è tornato l'accanimento su quei personaggi, più feroce che mai. Allo stato attuale, sono praticamente tutti morti, dispersi, impazziti o trasformati in supercriminali (e successivamente morti, ovvio). Perché tanto odio?

11.12.06

Uomini & donne


Trust the Man (USA, 2006)
di Bart Freundlich
con David Duchovny, Julianne Moore, Billy Crudup, Maggie Gyllenhaal, Eva Mendes

David Duchovny è sposato con Julianne Moore, che è la sorella di Billy Crudup, che un tempo usciva con Eva Mendes ma adesso sta assieme a Maggie Gyllenhaal. Sono tutti in crisi, litigano un po', dicono battute molto intelligenti e raffinate, scherzano su pompini e scorregge e mettono addosso una gran tristezza, non tanto per l'asfissiante e oppressiva condizione della vita di coppia moderna che provano a raccontare, quanto per la ridicola pretenziosità di questo filmaccio. E Crudup si esibisce in una pessima imitazione di Jack Black. E c'è il lieto fine.

Difficile dire altro su 'sta robetta, se non che è davvero impossibile non pensare male, nello scoprire che il regista Brad Freundlich e Julianne Moore son sposati, e che incidentalmente lei appare in tre dei suoi quattro film. Comodo avere la moglie ricca, famosa, riverita e rispettata, quando sei un caprone della macchina da presa. E sì, un po' la paraculaggine glie la invidio, anche se Julianne Moore mi fa abbastanza cacare.

10.12.06

Ricky Bobby


Talladega Nights: The Ballad of Ricky Bobby (USA, 2006)
di Adam McKay
con Will Ferrell, John C. Reilly, Sacha Baron Cohen, Gary Cole, Michael Clarke Duncan, Leslie Bibb, Amy Adams

Mi sfugge come si possa pensare di sostenere - l'ha fatto qualcuno su it.arti.cinema - che questo film abbia il difetto di "prendersi sul serio". Casomai sono i personaggi, a prendersi sul serio, come del resto praticamente sempre avviene in parodie di questo tipo. Fa parte del gioco, no? E il gioco funziona, perché Talladega Nights non si limita a fare uno "spoof" a episodi modello Scary Movie e non attacca dei film in particolare, ma fa piuttosto il verso a un'intera categoria, quella dei "biopic" sportivi. Ne assale vizi, virtù e stereotipi, con un taglio che si può solo definire stupido e scemo, ma che stupido e scemo non è nella sceneggiatura.

McKay e lo stesso Ferrell han fatto un gran bel lavoro nello scrivere dialoghi totalmente assurdi ed esagerati, sopra le righe oltre ogni limite, ma divertenti proprio perché presi sul serio da chi li pronuncia. Le scemenze declamate da Ricky Bobby, Cal Naughton, Jean Girard (uno splendido Sacha Baron Cohen) e compagni - da ascoltare tassativamente in lingua originale - sono un delirio di suoni gutturali e accenti caricati, emessi da persone che trascorrono tutto il film sparandosi le pose e prendendo in giro ciò che raccontano. E il bello è che proprio questa assurda carica demenziale rende Talladega Nights un ritratto molto fedele del circo sportivo americano. Molto più che un Days of Thunder, per capirci.

Il film di Adam McKay non travolge di risate dall'inizio alla fine e non lascia certo senza fiato, ma piace per l'atmosfera stupida e spensierata, convince grazie ad alcuni momenti tremendamente riusciti (l'incidente e la "paralisi") e vince grazie alla simpatica antipatia dei suoi personaggi. E Will Ferrell, beh, saprà anche fare solo questo - ma vedremo come sarà in Stranger than Fiction - però è molto buffo e io non lo trovo antipatico, ecco, uffa.

8.12.06

THIS IS SPARTA

6.12.06

Marie Antoinette


Marie Antoinette (Giappone/Francia/USA, 2006)
di Sofia Coppola
con Kirsten Dunst, Jason Schwartzman, Steve Coogan, Danny Huston, Marianne Faithfull, Jamie Dornan


Il più grande pregio di Marie Antoinette rappresenta forse anche il suo principale difetto. Il terzo film di una Sofia Coppola sempre più padrona dei propri mezzi e sempre meno aggrappata all'insopportabile didascalismo che caratterizzava la sua opera d'esordio racconta di una quattordicenne come tante, condannata a non essere come tante. Strappata dal suo ambiente naturale, infilata a forza in un contesto cui non sente di appartenere, vive un'adolescenza fatta di fastidiosi obblighi, superflui vizi e stupidini divertimenti. E alla lunga osservare la sua vita annoia, esattamente come annoierebbe osservare una ragazzina barcamenarsi fra monotoni pomeriggi davanti a MTV, frivoli party notturni e stucchevoli attese dell'alba in riva al mare.

Che il racconto riguardi un personaggio storico appare quasi incidentale, perché Sofia Coppola, pur contestualizzandolo più di quanto non sembri a uno sguardo superficiale, lo universalizza il più possibile. In maniera anche un po' grossolana e fin troppo evidente, se vogliamo, con questa colonna sonora attuale, questi dettagli moderni infilati qua e là e questa sottolineata "consapevolezza", fatta anche di un fugace sguardo verso la macchina da presa. Ma l'idea di fondo rimane quella già espressa anche ne Il giardino delle vergini suicide e Lost in Translation, quella spocchiosetta voglia di raccontare la bellissima e malinconica solitudine, intima compagna dell'essere donna, creatura meravigliosa, incomprensibile e inattaccabile da tutto ciò che la circonda (e che tende fatalmente a rivelarsi sempre inadeguato).

Se in Lost in Translation c'erano però anche la storia di una bella amicizia, l'irresistibile gigioneria di Bill Murray e il fascino di un'ambientazione talmente lontana e stuzzicante da tenere la scena per i fatti suoi, qui il racconto tende un po' troppo a svanire nella nebbia. Una nebbia fatta di splendide immagini, dipinti curati nel minimo dettaglio e messi in scena con un'attenzione e un senso estetico impressionanti, che alla lunga lasciano però addosso un senso di vuoto. Vuoto che rispecchia forse l'esistenza di questa ragazzina strappata con violenza al suo vivere e impegnata a dare un significato alla sua adolescenza. Ma vuoto, anche, che colpisce lo spettatore con l'ammorbante assenza di un qualsiasi racconto, un qualsiasi personaggio, una qualsiasi "cosa" narrativamente interessante.

5.12.06

Appunti per una storia di guerra


Appunti per una storia di guerra (Italia, 2005)
di Gipi
Edito da Coconino Press/Rizzoli

L'aspettativa, quando caricata, esagerata, alimentata senza tregua, finisce spesso per essere una brutta bestia. Negli ultimi mesi ho letto ovunque meraviglie di Gipi e non ho potuto fare a meno di provare un grande interesse nei confronti delle sue opere. La mostra a lui dedicata in quel di Lucca, poi, con quelle tavole per certi versi simili a quelle di Ben Templesmith, sembrava aver fatto definitivamente scattare il colpo di fulmine. Mi accaparro quindi il volume che più m'ispira, lo leggo tutto d'un fiato e... mi trovo a chiedermi cosa ci sarebbe voluto per lasciarmi addosso reale entusiasmo. Perché di entusiasmo, lo dico, non ne provo poi molto.

Certo, Appunti per una storia di guerra è un signor fumetto - anzi, tiriamocela, un signor romanzo grafico - splendidamente illustrato, con un senso della narrazione incredibile e una totale capacità di affascinare tramite i dettagli, le piccole cose. Racconta di una guerra fittizia in un futuro prossimo, seguendo le vicende di tre giovani vagabondi e mantenendo un taglio umano e terra terra, che rifugge la spettacolarizzazione e le iperboli. Ricorda forse un certo tipo di buon cinema da festival, fatto di piccole storie e bei personaggi. E, non dimentichiamocelo, ha pure vinto ad Angoulême il premio come miglior romanzo. Eppure...

... eppure ha qualcosa che mi ha infastidito profondamente, vale a dire quella forzata e insistita ricerca del poetismo che talvolta mette in scena. Ogni tanto Gipi sembra fermarsi, preparare il palco, mettere da parte il racconto e declamare un grande verità. Poi lascia il lettore in mano a quel breve momento di inevitabile silenzio drammatico, che fa ben macerare il poetico concetto espresso, e riprende quindi con la narrazione.

Ed è così che, per paradossale che sia, un'opera stilisticamente tanto particolare e ricercata finisce per scivolare un po' nella maniera, nella strizzatina d'occhio, nell'autocompiacimento. Si tratta di una cosa voluta? Non lo so. È solo un'impressione soggettiva e personalissima? Può essere. Ma c'è e non posso proprio ignorarla. Non cancella certo quel totale senso del ritmo, quella bella atmosfera decadente, quell'ottima caratterizzazione dei personaggi, quell'angosciante tavola finale, ma un certo senso di fastidio e disappunto me lo lascia. Rimandato a settembre.

4.12.06

The Departed - Il bene e il male


The Departed (USA, 2006)
di Martin Scorsese
con Leonardo DiCaprio, Matt Damon, Jack Nicholson, Vera Farmiga, Mark Wahlberg, Martin Sheen, Ray Winstone, Alec Baldwin


Difficile, forse impossibile, rendermi conto di quanto l'essermi presentato in sala fresco della visione dei tre Infernal Affairs possa aver influenzato il mio giudizio e il mio godimento dell'ultimo film di Scorsese. Da una parte è certamente vero che conoscere già tutti gli snodi principali della trama ha sostanzialmente cancellato buona parte della tensione e della suspence. Ma dall'altra è vero anche che molti aspetti a mio parere negativi lo sono a prescindere da un confronto col film di Lau e Mak. Ma sì, è indubbio, l'insoddisfazione nasce anche dall'inevitabile parallelo e dalla consapevolezza di preferire il modo in cui certe sequenze e certi personaggi sono stati affrontati nelle tre pellicole cinesi.

ATTENZIONE, QUESTO ARTICOLO POTREBBE CONTENERE DETTAGLI RIGUARDANTI LA TRAMA DI THE DEPARTED E DEI TRE INFERNAL AFFAIRS. VEDIAMO DI NON ROMPERE LE PALLE.

Eppure The Departed è un film che funziona, che funziona decentemente anche per chi Infernal Affairs l'ha visto, ma che certo risulta dirompente per chiunque altro. La potenza del soggetto e la cruda, inattesa, assurdità del finale lasciano di stucco e non possono che colpire. Scorsese, poi, compie una scelta per certi versi molto saggia e si distacca parecchio dal modello originale, non tanto nello sviluppo degli eventi - quasi identico - quanto piuttosto nella risoluzione delle piccole cose e nella caratterizzazione dei personaggi. E nel confezionare una pellicola assai più occidentale rispetto a quella che, comunque, per quanto molto hollywoodiana, rimane una trilogia dall'anima estremamente orientale. Il risultato, sulla carta, è un film che presenta svariati motivi d'interesse anche per chi non può certo essere sconvolto dai colpi di scena. Il problema, però, sta nella deprimente sceneggiatura di William Monahan.

A deludere è soprattutto quello che al contrario di norma è fra gli elementi distintivi delle pellicole di Scorsese: la caratterizzazione dei personaggi. Piatta e, nonostante una passata di grigio nel finale, abbastanza manichea, rifugge i caratteri sfumati e ambigui dell'originale cinese e si appoggia su una divisione schematica e monodimensionale. Chi è cattivo è cattivo, magari è simpatico, magari fa un po' pena, ma cattivo è e cattivo rimane. E lo stesso vale per i personaggi positivi che, pur talvolta ammantati di qualche tinta fosca, non escono dal loro schematismo. Certo, Sullivan alla fin fine vorrebbe uscirne pulito, ma non sfugge mai dalla sua gabbietta di inguaribile bastardo. Certo, Costigan si concede qualche violenta deriva verso una troppo "convinta" interpretazione del ruolo di mafiosetto, ma non va mai oltre il limite. E cosa rimane? Un Nicholson come al solito esagerato, strabordante e molesto, una bella psicologa la cui scomoda posizione (fra le poche intuizioni interessanti di Monahan) non viene sfruttata a dovere e una serie di personaggi minori, macchiette buone giusto per far da tappezzeria.

The Departed è un film efficace, appassionante, splendidamente diretto, dall'incredibile colonna sonora (per la scelta dei pezzi e per l'utilizzo che ne viene fatto), ma cui sfugge quella passionalità e quel senso del dramma che così bene caratterizzano invece Infernal Affairs. Voluta o meno che sia, questa differenza risulta micidiale per chi, come me, il film originale l'ha visto e amato. Dov'è il conflitto, dov'è l'ambiguità morale, dove stanno le difficili scelte, i dubbi e i traumi? Sullivan non è interessato a nulla che non sia il suo squallido tornaconto personale, non offre spiragli di redenzione, vuole solo sfangarla e viene - tutto sommato giustamente - punito. Costigan scivola sempre più verso il lato oscuro, ma non viene mai messo davvero alla prova, e quello che dovrebbe rappresentare il punto di rottura, la prima dimostrazione della sua delicata condizione psicologica, si risolve nel pestaggio di due delinquentelli. Tutto qui?

Ed è (s)confortante il pensiero che anche persone cui il film cinese rimane ancora sconosciuto riconoscano a The Departed questi e altri difetti, frutto quindi non solo dell'impietoso confronto, ma della natura stessa di un film ben lungi dall'essere perfetto. E piange il cuore a vedere un soggetto tanto carico di potenziale drammatico e tanto efficace risolversi in maniera così semplice, didascalica, ridotta al genere puro e semplice, per quanto diretto con mano estramente felice.

Un parallelo vero e proprio fra The Departed e Infernal Affairs, d'altra parte, è ingiusto e complicato da mettere in piedi. Se la struttura del film di Scorsese è sostanzialmente quella del primo episodio cinese e quindi con esso andrebbe confrontata, l'affresco narrativo va anche a pescare dagli altri due film, ma comprime circa sei ore di materiale in una pellicola da due ore e mezza. Ovvio quindi che i personaggi della saga di Lau e Mak finiscano per essere meglio tratteggiati e approfonditi. E questo vale non solo per i due "equivalenti" di Costigan e Sullivan, ma anche e soprattutto per i personaggi minori e le relazioni fra di loro.

Eppure i principali motivi di delusione nel film di Scorsese vanno oltre questi limiti e non possono che essere considerati come vere e proprie scelte. Basti pensare al diverso impatto della morte di Anthony Wong/Martin Sheen. Da una parte un personaggio ricco, il cui rapporto paterno con Yan è meravigliosamente tratteggiato senza dover scivolare nel didascalico e la cui morte violenta, improvvisa e devastante lascia di stucco. Dall'altra un vecchietto dalla presenza minore, quasi per nulla approfondita, che Scorsese prova inutilmente e impacciatamente a rendere interessante con quella scena casalinga, e la cui morte è dipinta in maniera più enfatica, "preparata" e, a conti fatti, meno efficace. Per non parlare, poi, di ciò che l'evento implica.

Se nel film di Lau e Mak la morte del sovrintendente toglie ogni speranza a Yan, perché elimina l'unica altra persona al corrente dei fatti, nel remake di Scorsese troviamo il superfluo personaggio interpretato da Mark Wahlberg, che di fatto riduce ancora di più l'impatto di quell'evento. Il Dignam di Wahlberg, peraltro, vive il paradosso di essere personaggio in tutto e per tutto superfluo, posticcio, appiccicato per il solo scopo di poter chiudere il film in quel modo, e allo stesso tempo, a parte l'ovvio - e bravissimo - Di Caprio, unica vera fonte di simpatia del film. Le sue battutacce lasciano il segno e la sua interpretazione è come al solito adorabile. Ma, quando conta, finisce solo per essere dannoso.

Così come dannosa è l'interpretazione di Nicholson, efficace nella prima parte, ma fra le principali fonti di "distacco" emotivo per la sua successiva deriva à la Jack Torrance. C'è chi gradisce queste sue interpretazioni forzate, esagerate, sopra le righe. Forse fra gli estimatori c'è Scorsese, che del resto ci ha regalato un inquietantemente simile Daniel Day Lewis in Gangs of New York. Io non faccio parte del clan. Io rimpiango il sottile, amaro, adorabile Eric Tsang di Infernal Affairs. E con lui rimpiango i suoi colleghi, che però, bisogna dirlo e ripeterlo, erano graziati da personaggi più affascinanti, profondi, ambigui e ricchi delle rispettive controparti occidentali.

Ricchi come l'ispettore Lau, così ben interpretato dal suo omonimo attore e così tragicamente affascinante nella sua disperata ricerca di redenzione. Matt Damon fa il possibile, nel tentativo di dare coerenza e credibilità al suo personaggio, ma lavora con materiale molto più piatto, banale, monodimensionale e deludente. Si torna sempre lì, non c'è ambiguità, non c'è conflitto, non c'è niente di niente.

Si potrebbe andare avanti ancora a lungo cercando questa o quella differenza fra i due film, puntando il dito per esempio su quanto più tesa riesca ad essere la transazione coi thailandesi nell'originale rispetto alla scialba versione occidentale, ma in realtà il discorso è molto semplice. The Departed è un ottimo poliziesco, un discreto film di Scorsese e un mediocre remake.

30.11.06

Walker Texas Ranger


Ovviamente, come al solito, mercoledì mattina ho già gli occhi spalancati all'alba. Poco male, così ho il tempo per farmi una doccia, far colazione e sbattere già un po' di roba in valigia, per non dover fare troppo all'ultimo momento. A colazione incontro il tipo francese e la PR inglese, così ho occasione di salutare ancora una volta entrambi. Alle nove in punto si presenta in albergo la simpatica signora dell'Avis, pronta a portarmi fino alla loro sede, dove recupero la macchina che userò per tutta la giornata.

Lungo il tragitto si chiacchiera piacevolmente, le spiego per quale motivo mi trovo lì, mi fa notare che è quasi criminale passare per il texas senza provare il barbeque di cui vanno tanto orgogliosi e si arriva con calma a destinazione. Una volta sbrigate le pratiche, mi metto in viaggio lungo la Interstate 35, che mi porta direttamente verso San Antonio. Contrariamente alle previsioni, il traffico si rivela abbastanza tranquillo: certo, di macchine in viaggio ce ne sono parecchie, ma è tutto molto scorrevole e incappo in un rallentamento solo in corrispondenza di uno svincolo particolarmente "pesante".

Durante il viaggio resto ancora una volta affascinato da queste enormi strade americane. Quattro o cinque corsie per senso di marcia, disperse in mezzo al nulla completo. Ogni tanto un centro abitato, con queste giga-uscite dove trovi di tutto, dal benzinaio, al McDonald's, all'albergo, alla Steakhouse. L'America dei film e dei telefilm, insomma, avvolgente e tremendamente ipnotica da osservare.

Nel giro di un'ora o poco più arrivo a San Antonio. Seguendo le indicazioni stampate da Mapquest e i cartelli in giro raggiungo subito la zona dell'Alamo e vado a mollare la macchina in un parcheggio del centro commerciale. Una volta uscito - e una volta superata una momentanea fase di panico modello "oddio ho perso il bigliettino del parcheggio" - comincio a vagare guardandomi attorno, gironzolando per Alamo Plaza e raggiungendo il centro informazioni turistiche, dove raccatto un bell'assortimento di mappe e volantini.

Recupero una bottiglietta d'acqua e mi metto in marcia verso sud, in direzione dell'Hemisfair Park. Lungo il tragitto mi imbatto in una scala che scende verso il basso e porta alla River Walk, una sorta di lunga passeggiata che costeggia il San Antonio River (anche l'immagine in apertura del post è presa da lì). Il fiume taglia in due la città e si chiude in una specie di anello nella parte centrale. Sulle due rive si trovano altrettanti "camminatoi", fatti apposta per gironzolare in tranquillità. Nella parte più centrale c'è un discreto assembramento di folla, vuoi perché è pieno di baretti e ristoranti, vuoi per il passaggio di imbarcazioni turistiche. Ma se ci si allontana un po' dal centro, la passeggiata diventa davvero silenziosa (i rumori del traffico sono smorzati dal fatto di trovarsi più in basso) e rilassante.

Ad ogni modo, per il momento, sfrutto la River Walk solo per raggiungere il parco. Qui spunto fuori e comincio a gironzolare, fermandomi a un chiosco per mangiare qualcosa (per la precisione un'insalata di pollo). Dopo aver consumato, salutato e augurato buon Thanksgiving, mi rimetto in marcia e procedo verso sud, passo di fianco alla Federal Courthouse e taglio poi verso est, prendendo la direzione dell'Alamodome, la vecchia casa dei San Antonio Spurs. Per raggiungerlo si cammina lungo un ampio passaggio pedonale, che passa sotto la Interstate 37. Il transito è per certi versi inquietante, con questo "soffitto" bassissimo che lancia vibrazioni fortissime per ogni macchina che passa.

Arrivato davanti all'Alamodome mi fermo a zuzzurellare un po' nel piazzale, guardandomi attorno, sbirciando in giro, pensando alle immagini viste negli anni in TV durante le tante dirette di partite NBA. Intanto il sole splende alto nel cielo: la giornata è bellissima, senza una nuvola. C'è un bel caldo e infatti sto in maniche corte, anche se con sopra la giacchetta per proteggermi da un bel venticello fresco. Soddisfatto dalla breve visita, mi rimetto in cammino verso il parco, intenzionato a visitare la Tower of the Americas.

Trattasi di torre alta circa 230 metri, con un capiente ascensore utilizzabile per raggiungerne la vetta. Qui si trovano un ristorante e un osservatorio, organizzato in una sezione interna, protetta da una bella vetrata, e una sezione esterna, con una passatoia esposta al vento. Il bello della sezione interna è che ci sono tutta una serie di pannelli con cenni storici e indicazioni utili per riconoscere questo o quel palazzo. Il bello della sezione esterna, beh, è che è esterna!

La vista è davvero notevole e gironzolare per la passerella cazzeggiando, guardandomi intorno e chiacchierando coi passanti è un piacere. Dopo un po' mi metto a scrutare l'orizzonte per cercare di individuare luoghi precisi. Per esempio l'Alamo, l'Alamodome, l'AT&T Center (ex SBC Center, attuale casa dei San Antonio Spurs). Quando mi rendo conto che sto facendo foto stupide a cartelli e ombre, decido che è giunta l'ora di tornare a terra, spendere qualche soldo al negozio di souvenir e uscire dalla torre.

A questo punto decido di dirigermi verso l'Alamo, allungando il cammino per visitare una parte del parco che ancora mi manca. Mi ritrovo infatti in questa via, sui cui lati sorgono ancora delle vecchie case risalenti non ricordo più a quale epoca e conservate ancora oggi. Qui mi fermo a ciondolare su una panchina e a farmi quattro risate osservando gli scoiattoli. Mentre riprendo il cammino, incontro un simpatico signore di mezz'età che attacca bottone chiacchierando dei bei tempi, del bel tempo, della cognata di origini italiane che vive a San Marino e che lui è andato a trovare e bla bla bla. Dopo averlo scaricato, punto dritto all'Alamo.

Il giretto nella vecchia missione e in quel poco o nulla che resta della fortificazione è interessante, anche se obiettivamente non c'è moltissimo da vedere e più che altro si percepisce il fascino di stare in un posto dalle vicissitudini tanto "cariche". Anche se poi si tratta di un evento tutto sommato geograficamente distante, poco vicino e vissuto, almeno per me. Certo è che i dettagli, le scritte e i segni sui muri, le armi e i resti, qualche brivido addosso te lo mettono. Termino la visita firmando il guest book, leggiucchiando i cenni storici, passando nel negozio di souvenir e, ovviamente, cazzeggiando un po' nel parchetto.

Una volta uscito, mi faccio il giro delle vetrine di Alamo Plaza e dintorni, più che altro perché si tratta di quei folli musei americanissimi, roba sullo stile de "Il gomitolo di lana più grande del mondo". Ci sono per esempio il museo del Guinnes dei primati, quello del Ripley's Believe it or not e quello, allucinante ma vero, delle corna. Sì, le corna, quelle degli animali. Non ho però la forza di entrare in nessuno di questi posti e mi dirigo allora di nuovo verso la River Walk, con lo scopo di girarmela più a fondo.

Si rivela una scelta vincente: complice anche il bel tempo (non mi capita spesso di girare in maglietta a novembre inoltrato), la passeggiata è piacevolissima. Procedendo verso nord oltrepasso tutta la zona dedicata a ristoranti e ristorantelli (c'è anche un Johnny Rockets che mi tenta, ma per fortuna è sull'altra riva) e procedo, cazzeggiando fra panchine, paperelle e scoiattoli. A un certo punto mi rendo conto di stare andando troppo in là e sbircio la mappetta. Scopro di essere più o meno all'altezza di un posto che volevo visitare e salgo alla prima scala.

Dopo una breve camminata, mi ritrovo in una piazza dove sorgono un monumento per i caduti della guerra in Corea e uno per quelli del Vietnam. Gironzolo un po' nei dintorni e poi mi dirigo nuovamente verso Alamo Plaza, deciso a recuperare la macchina: comincio ad essere stanco di camminare e, soprattutto, prima di andare a vedere la partita voglio fare visita a una fumetteria di cui ho pescato l'indirizzo su Internet.

Trattasi di Dragon's Lair (e già il nome mi aveva convinto), presente fra l'altro anche ad Austin. Per raggiungerla, mi servo del cumulo di mappe della città e delle indicazioni stampate con Mapquest riportanti il tragitto da Alamo Plaza all'indirizzo esatto della fumetteria. In pratica, affronto qualche viuzza ( prendendo, temo, anche un rosso... speriamo non arrivi la multa) e imboco poi la Interstate 10, che seguo verso nordovest per poco più di sei miglia, fino a Balcones Heights. Qui esco e mi immetto in Fredericksburg Road, al cui numero 7959 pesco la fumetteria.

Il posto è molto simile a quello dispersissimo in cui si trovava il negozio di wargame visitato per esigenza di Paglianti durante il viaggio all'E3 dello scorso maggio. Questi stradoni lunghi e larghi, delle sorta di Viale Coni Zugna ampi il doppio e lunghi dieci volte tanto, con agglomerati di negozi ogni tot miglia. Ovviamente Dragon's Lair si trova nel senso di marcia opposto a quello in cui ho imboccato la via, ma poco importa, perché appena me ne accorgo gestisco la manovra sfruttando un benzinaio e mi rimetto in carreggiata.

La fumetteria è ottima. Niente di strabordante, ma è un bel negozio, ampio, ordinato e con grande attenzione per i volumi, che poi è ciò che speravo di trovare. Mi cade subito l'occhio sulla ristampa in paperback delle due miniserie-revival della Justice League di Giffen/DeMatteis/Maguire: me ne aveva parlato Montag anni fa e da allora le bramavo. Afferro al volo e già così sarei soddisfatto, ma la vera illuminazione arriverà un paio di espositori dopo: la One Volume Edition di Bone, il Santo Graal delle mie spedizioni fumettistiche in giro per fiere e negozi negli ultimi due anni. Essa. La afferro sbavando con estrema bramosia e comincio a guardarmi attorno con fare circospetto, temendo che qualcuno voglia fregarmela. In queste condizioni perlustro il resto del negozio, ma so benissimo che non raccoglierò altro, perché già così spenderò abbastanza e perché, diciamocelo, sono più che soddisfatto.

Una volta posato l'obolo alla cassa, esco e torno in macchina. Mi rilasso un attimo, sfoglio la roba comprata, mi accascio un po' e poi decido di ripartire: destinazione NBA. Mentre mi immetto nuovamente in Fredericksburg Road, direzione sud, noto in lontananza la silhouette della Tower of Americas e in generale la skyline del centro. Mi rendo insomma conto che per tornare in città non c'è bisogno di infilarsi nuovamente nella highway, che fra l'altro è un po' intasata di lavori in corso, e decido così - confortato da quel che vedo sulla mappa - di tirare semplicemente dritto per la strada in cui mi trovo.

Dopo un po' mi fermo a un passaggio a livello. Sta transitando un treno merci. Che transita. Transita. Transita. Transita. Transita. ("Ma quanto cazzo è lungo?") Transita. Transita. Transita. Si ferma. Aspetta. Aspetta. Aspetta. Alcune macchine fanno inversione e se ne vanno. Aspetta. Aspetta. Aspetta. Aspetta. Mi metto a leggiucchiare la Justice League. Aspetta. Aspetta. Aspetta. Aspetta. Finalmente riparte, dopo una decina di minuti da quando mi ero fermato. Vabbé, alla fine è stato quasi divertente.

Mi riavvio e, senza manco guardare la mappa, mi oriento a memoria e controllando costantemente la posizione della Tower of Americas, manco fosse la Stella Polare. Beh, magari anche un po' a culo, ma così facendo finisco proprio per incrociare quel che cerco, vale a dire Houston Street, la via su cui si affaccia l'AT&T Center. La imbocco tutto tronfio e la percorro per un bel po', tanto da temere di averla presa nel senso sbagliato ("Ma no, è giusto, devo andare verso est"), fino a che non vedo spuntare all'orizzonte il palazzetto.

Mi immetto nella stradona e vado a piazzare la macchina nel parcheggio ufficiale, pagando il relativo obolo, ma ritrovandomi in sostanza a due passi dalla destinazione (la foto purtroppo è venuta un po' una merda). Il momento si fa emozionante: per la terza volta vado a vedere del basket dal vivo. Nel 2002 fu l'All Star Game di Philadelphia, nel 2004 furono le semifinali e le finali del torneo di basket olimpico ad Atene e adesso, per la prima volta, una partita NBA vera (per quanto di regular season autunnale). Emozioni diverse, per motivi diversi e in momenti diversi.

Comunque, mi incammino verso il palazzetto, vado a ritirare il mio biglietto, supero i controlli (vedendomi fra l'altro consegnare quei meravigliosi "stecconi" gonfiabili, da schiantare l'uno contro l'altro per far casino e da agitare davanti agli ospiti quando tirano i liberi) e comincio a gironzolare. Manca poco meno di un'ora, quindi me la prendo comoda, visito tutto il posto, osservo le cheerleader, gironzolo per i negozietti, mi mangio una terrificante Pepperoni da Pizza Hut e, con calma, vado a sedermi al mio posto, nella sezione 226.

Sono abbastanza in alto, ma mi trovo sul lato lungo e la visuale è ottima. Il palazzetto mi sembra più piccolo rispetto ai due in cui sono stato in passato, ma non ho certezze al riguardo. Comunque, trascorro un po' di tempo osservando il luogo, facendo qualche foto, scrutando i giocatori che fanno riscaldamento e divertendomi con gli spettacolini. Quando è quasi ora di iniziare, Matt Bonner fa gli auguri per il Thanksgiving e lascia poi spazio tre tizi che si esibiscono in una versione "a cappella" dell'inno americano. Tutti in piedi, mani sui cuori, gente che si gasa. Bello.

La partita è divertente, dal risultato abbastanza scontato (Miami, priva di Shaq, regge per i primi due quarti e viene poi travolta), ma piacevolissima da seguire, un po' perché il tifo è spettacolare, un po' perché gente tipo Duncan, Wade, Ginobili e Parker, vista dal vivo, è davvero incredibile, da lasciare ipnotizzati. Poi, vabbé, non posso fare a meno di notare come il tifo, al di là dei "buuuu", sia vigoroso, passionale, ma estremamente corretto e mai offensivo nei confronti delle sacche di tifosi ospiti. Negli ultimi tre anni ho frequentato parecchio San Siro e francamente non ricordo una singola sera in cui non mi siano volate attorno tonnellate di insulti (quando ci si limita a far volare quelli).

Comunque, una volta finita la partita, mi gusto ancora un po' l'atmosfera e poi mi alzo e mi allontano trotterellando con un bel sorriso stampato in faccia. Una volta arrivato al parcheggio, vengo per brevi attimi colto da un accenno di panico: dove cazzo ho messo la macchina? Per fortuna, una rapida combo di tasti sul telecomandino la fa illuminare in stile Incontri ravvicinati e mi mostra la via. Salgo a bordo, studio velocemente le mappe e mi metto in viaggio. E, beh, non è che voglia per forza fare quello che "certo che lì è troppo meglio che da noi", ma l'uscita dal parcheggio è quasi inquietante: tutti sono ordinati e precisi, nessuno vuole prevaricare, ci si muove uno alla volta e si è incanalati e distribuiti lungo tante corsie. In due minuti sono fuori dal parcheggione attaccato al palazzetto e strapieno di macchine. In Italia ci avrei messo minimo mezzora. Per non parlare del fatto che cinque minuti dopo sono già sulla Interstate.

Il viaggio di ritorno non è proprio una passeggiata, perché la stanchezza, unita ai soliti problemi di jet-lag, comincia a farsi sentire di brutto. Combatto le palpebre pesanti alzando a palla il volume della radio (sintonizzata su uno splendido canale rock scoperto in mattinata) e cercando di concentrarmi: non sono nemmeno le dieci, ma mi sento come se fosse notte fonda. Arrivo comunque all'albergo (22:30 circa) sano e salvo e mi fiondo in camera, dove ovviamente sono abbastanza pirla da non mettermi subito a dormire, ma anzi mi piazzo a letto davanti a ESPN.

La mattina dopo mi sveglio ancora più all'alba del solito e mi fiondo a far colazione. L'intenzione è chiara: voglio mangiare pancake, a costo di pagarli. Ma - piacevolissima sorpresa - il cameriere mi spiega che non c'è il buffet, ma posso comunque utilizzare il buono-buffet lasciatomi da Midway per ordinare qualcosa dal menu. E via di pancake, allora, conditi con banane, frutti di bosco e, ovviamente, litri di sciroppo. Il tutto, come al solito, accompagnato da the caldo e succo d'arancia. Dopo aver consumato, vado a recuperare i bagagli, gestisco il check-out e mi fiondo in macchina. L'aereoporto è vicino, circa un quarto d'ora, ma devo comunque sbrigarmi, perché se tardo sull'ora di consegna all'autonoleggio mi toccherà pagare un giorno in più.

Si gestisce comunque tutto in tranquillità. Il viaggio di ritorno va via abbastanza liscio. Ad Austin ammazzo il tempo connettendomi tramite un Internet spot a pagamento e zuzzurellando un po'. A Chicago, dove peraltro noto tristemente un volo Alitalia in partenza diretto a Milano, mangio un panino al tacchino (alè, il Ringraziamento) e seguo sui monitor la partita fra Cowboys e Buccaneers. Il volo intercontinentale di ritorno è gestito come al solito: leggo (Justice League) fino all'inizio dei primo film. Mi guardo - purtroppo - fino in fondo il mediocrissimo Uomini e donne e mi abbandono quindi al gentile abbraccio di Morfeo, per ridestarmi solo a un'oretta dall'atterraggio. Meglio di così potrebbe andare solo se fossi già arrivato a Milano. Già, perché invece sono a Londra e mi aspetta ancora un volo. Il rimpianto vero, comunque, è un altro: arrivare a casa e scoprire che il giorno della mia partenza si è giocata a una spettacolare San Antonio/Dallas, vinta dai Mavericks di due punti. E vabbé, non si può avere tutto...

27.11.06

Pubblica utilità


Un postariello veloce veloce per segnalare a chi non se ne fosse accorto l'inserimento di un nuovo - e differente - servizio di feed, reperibile nella colonnina qui a destra. Lo consiglio a tutti, soprattutto a chi era iscritto a quello vecchio, se non altro perché sembra non commettere l'insopportabile errore di rispedire il feed dei vecchi post ogni volta che vado a modificarli per qualche motivo. Almeno credo.

26.11.06

Tex Mex


Partenza col turbo, Malpensa Express in orario perfetto, check-in tranquillo, trolley affidato (in preda al terrore) al nastro trasportatore, compro la gazzetta per poi scoprire che la smollavano gratis all'imbarco, mi spaparanzo al mio posto e trascorro il tragitto fino a Londra leggiucchiando. Giunto a Heathrow, prendo il bus per spostarmi al terminal 4. Nell'attesa dell'imbarco mi accaparro la prima di tante cioccolate calde da Starbucks e il tempo scorre in fretta. Il volo verso Chicago è tranquillo e comodo, perché l'aereo è semivuoto e di spazio ce n'è in abbondanza. Oltre a leggermi quasi per intero il numero di Empire comprato a Londra, mi ciuccio un po' di fumetti, mi guardo il divertente Talladega Nights e sonnecchio un po'.

L'immigrazione, il ritiro della valigia e il check-in presso la American Airlines vengono gestiti sorprendentemente in fretta, tanto che, dopo essermi spostato al terminal giusto col trenino, ho tutto il tempo per cominciare ad americanizzarmi con un bel quarter pounder value meal da McDonald's. Non faccio neanche in tempo a stupirmi di quanto facciano vomitare le patatine, che è già ora di salire sul terzo e ultimo aereo. In fase di decollo la stanchezza invade le mie membra, le palpebre si afflosciano e improvvisamente, come per magia, mi ritrovo in fase di atterraggio. Oltretutto l'aereo si presenta ad Austin con mezz'ora d'anticipo. Meglio di così non potrebbe andare!

Zompo sul primo taxi, peraltro gestito da un texano con la voce roca, l'accento marcatissimo e, probabilmente, un machete nelle mutande, e scopro che l'albergo (anzi, il buco con l'albergo intorno), situato ai margini del centro, è a un quarto d'ora dall'aereoporto. A mezzanotte sono in camera, pronto alla morte. Ma siccome sono stronzo, prima di svenire sul letto decido di perdere un altro po' di sonno installando la mia roba in cassetti e cassettini e attaccandomi un po' a Internet per controllare la posta e altre fesserie.

Martedì, dopo essermi ovviamente svegliato all'alba, consumo la classica colazione "prendo tutto quello che trovo nel buffet" a base di salsicce, uova strapazzate, dolci vari, the, succo d'arancia e una strana poltiglia che mi portano in un bicchierino. Gestite le presentazioni coi vari colleghi europei presenti e con le PR, ci si dirige verso gli studi Midway, un filo fuori porta, per una mattinata di piacevole lavoro. Al di là del gioco, sul quale ovviamente non mi soffermo, è sempre ottimo gironzolare per gli uffici in cui vengono partoriti i videogiochi, chiacchierare con chi ci lavora e sbirciare nei vari anfratti di questi enormi open space. Da notare che i tizi ci accolgono con una serie di pacchetti provenienti da un non meglio identificato "Taco Deli" e contenenti una serie di - credo - burrito con dentro uova, formaggio, carne e/o altro. Deliziosi.

Dopo la mattinata lavorativa e un pranzo alla messicana, giunge il tempo di tornare all'albergo. Alcuni han da lavorare, altri vanno a farsi un giro al mall, io decido di restarmene per i cazzi miei e visitare quel poco o nulla che c'è da vedere ad Austin. Prima, però, faccio mente locale "internettara" su cosa ci sia in effetti da vedere e, soprattutto, mi fermo dalla consierge, tramite la quale prenoto due cose fondamentali per la giornata di mercoledì, che sarà totalmente libera e in solitaria: una macchina a noleggio e un biglietto per la partita fra Miami Heat e San Antonio Spurs. Gestire la seconda cosa non sarà facile e richiederà l'esplorazione di qualche sito web e una lunga e incomprensibile telefonata con un'operatrice di Ticketmaster. Ma andrà tutto a buon fine.

Il giretto a piedi per la downtown di Austin è piacevole e interessante. Vicino all'albergo scorre un ramo del Colorado River, traversabile su svariati ponti e ponticelli e sulla cui riva si trovano passeggiatine immerse nel verde. Scopro leggiucchiando un volantino che nel periodo autunnale (ma solo fino a fine ottobre) il tramonto sul fiume è caratterizzato da stormi di pipistrelli che se ne escono da sotto il ponte e volano via. Purtroppo sono arrivato qualche giorno troppo tardi per godere di tale vista. Dopo una breve passeggiata arrivo nella zona del campidoglietto di Austin e trascorro un'oretta gironzolando per il parco, curiosando fra le statue (meravigliosa l'iscrizione modello "Le Termopili all'Alamo gli fanno una sega") e rilassandomi sulle panchine. Obiettivamente non è che ci sia molto altro da vedere e, in più, si sta avvicinando l'ora di andare a cena. Mi dirigo quindi verso l'albergo, cambiando strada e ciondolando per vie diverse da quelle dell'andata.

Mentre vago fra i vicoli uno scoiattolo attraversa la strada, mi passa davanti e si arrampica su una scala antincendio arrivando fino al tetto. Non lo fotografo perché non ho la macchinetta sotto mano e sono troppo ipnotizzato dai suoi caratteristici movimenti isterici. Mentre mi avvicino all'albergo noto interi stormi di uccelli che si levano non so bene da dove e vanno ad appollaiarsi sugli alberi. E cantano. Come disperati. Ininterrottamente. A migliaia. Una roba impressionante, davvero. Comunque, proseguo, passeggio un po' lungo il fiume e torno all'albergo, passando da un altro ponte.

La cena, in compagnia dei vari giornalisti europei e dei vari/varie PR, si tiene in un ristorante specializzato in granchi. "Crab qualchecosa", si chiama. E io non posso fare a meno di ridacchiare sotto i baffi pensando al Crab Man di My Name is Earl (Gamberone nell'edizione italiana). Dopo un antipasto misto a base di ostriche, gamberetti e mille altre sfiziosità marine, mi prendo del tonno ai ferri (quello bello cotto all'esterno e crudino all'interno... mamma mia che spettacolo). Ovviamente, alla richiesta del cameriere "lo vuoi accompagnato da una coda d'aragosta?" non posso che rispondere positivamente e mangiare così, credo per la prima volta in vita mia, dell'aragosta (ma in effetti mi è piaciuto di più il tonno). Notando che il piatto più economico costa venti dollari, chiudo con un'enorme fetta di cheesecake. Ah, chiaramente il tutto è innaffiato da abbondante vino.

Per il resto, trascorro la maggior parte del tempo chiacchierando con un giornalista francese di cui, come mio solito, non ricordo il nome. Al suo primo press tour "intercontinentale" (ma non è l'unico "novellino", c'è anche un belga che addirittura sta facendo uno stage per l'università presso un editore), il francese - che per inciso lavora pure lui per Future - si rivela simpaticissimo e un'ottima chiacchiera. Si parla del più, del meno, del passatopresentefuturo delle riviste, di altri press tour e del cha cha cha. Fra l'altro nel chiacchiericcio scopro di aver avuto un culo pazzesco, perché la PR inglese e un paio di giornalisti si sono visti smarrire il bagaglio nel volo interno americano (che era però gestito da una compagnia diversa dalla mia). D'altra parte, siamo nella settimana del Thanksgiving, figurati il caos di traffico...

Lo scenario "chiacchieroso" si manifesta anche una volta tornati in albergo, al baretto del piano terra, ma io vengo sopraffatto abbastanza in fretta dalla stanchezza e dal jet-lag e me ne torno in camera a collassare. Anche perché il giorno dopo si prospetta come quantomeno faticoso, se vogliamo anche per il rischio di trovare chissà che traffico: in fondo è lecito presumere che alla vigilia del Ringraziamento l'intera popolazione degli Stati Uniti sia in viaggio.

Continua...

25.11.06

I figli degli uomini


The Children of Men (USA, 2006)
di Alfonso Cuarón
con Clive Owen, Julianne Moore, Michael Caine, Chiwetel Ejiofor, Claire-Hope Ashitey, Pam Ferris, Peter Mullan

I figli degli uomini è un'affascinante, appassionante e difettosa parabola fantascientifica, ambientata in un mondo diventato improvvisamente sterile e che ricorda - per atmosfere e idea di partenza - lo splendido serial a fumetti Y: L'ultimo uomo. Affascinante, perché un mondo postapocalittico in cui l'intera umanità si è ritrovata sterile da un giorno all'altro e ne sta piano piano pagando le conseguenze non può che affascinare, specie se è ben studiato e rappresentato come in questo film.

Appassionante, perché Cuarón, che continua a cambiare registri e stili da un film all'altro senza mai perdere in freschezza e bravura, riesce davvero a dare un bel taglio alle sue scene madri. Lunghi piani sequenza - poco importa se "veri" o meno - dall'impatto incredibile, sia quando mostrano un agghiacciante e splendido assalto alla diligenza, sia quando ritraggono un roboante scenario di guerra urbana. E anche perché alcune immagini, come quella del'innocenza infantile, del timoroso rispetto e della riscoperta e ritrovata speranza che fermano d'improvviso - e solo per pochi istanti - il caos della battaglia, sono davvero belle, evocative, efficaci.

E difettoso, perché strutturato a singhiozzi, con accelerate virtuose di un regista che non riesce a dare un ritmo coeso al suo film, ma fa procedere la storia a strappi, trascinandosi un po' stancamente da un climax all'altro. E perché sui personaggi quasi non c'è scrittura, ma solo un tagliare con l'accetta stereotipi usati come pedine per raccontare l'odissea di Theodore e il suo tentativo di dare nuova speranza al mondo. E allora dà quasi fastidio, che un interprete sempre meraviglioso come Michael Caine sia tutto sommato sprecato nel dare incredibile vita a una puerile macchietta, utile giusto per fare da congiunzione narrativa.

Sono troppo severo con quella che, tutto sommato, rimane una bella storia di fantascienza, piuttosto originale, importante per i temi che sfiora e curata nella realizzazione? Forse, ma comincio ad essere un po' stufo, di film che sembrano avere tutte le carte in regola per piacermi tantissimo e finiscono invece per lasciarmi ampiamente insoddisfatto ed esplodere nel nulla, come e peggio di una bolla di sapone. E sa Dio se ne sto vedendo in questi mesi.

24.11.06

Il Giappone a colpo d'occhio


Japan at a Glance (Italia/Giappone, 2001)
a cura dell'International Internship Program

Il Giappone a colpo d'occhio è un testo messo assieme sfruttando, cito dall'introduzione, "l'esperienza di più di diecimila giapponesi che hanno partecipato a programmi di internship internazionale in diversi paesi." In pratica si tratta di un bigino del Giappone, che racconta l'arcipelago nipponico in maniera trasversale, spiegandone tradizioni, usi, costumi, fatti e stereotipi. Oltre duecento pagine letteralmente strabordanti di informazioni su cultura, geografia, politica e altro, a formare un "riassunto veloce" di un popolo che per un occidentale rischia davvero di risultare incomprensibile.

Pensato per affascinare il gaijin tanto quanto il lettore dagli occhi a mandorla (la maggior parte del testo è presentata in entrambe le lingue), il volume portato in Italia da Kappa Edizioni si presenta non come un noioso, pedante e interminabile elenco, ma con una veste grafica e una struttura accattivanti e dalla grande leggibilità. Semplici disegni stilizzati, piccoli schemi esplicativi, confronti fra caratteri occidentali e ideogrammi... la composizione della pagina si rivela estremamente agile e variegata, rendendo di fatto la lettura molto piacevole e intrigante. Un libro perfetto, insomma, per essere letto da cima a fondo, ma anche solo sfogliato alla ricerca di questo o quell'argomento, per rispondere a chissà quale atroce dubbio.

Il dubbio vero, però, sta nella sua reale utilità. Perché l'impressione è che finisca per essere una semplice via di mezzo, che sorvola sui vari argomenti limitandosi a sfiorarli, senza riuscire a fornirne una conoscenza approfondita. Forse, nonostante una struttura non agilissima, può essere sfruttato come guida pratica, da consultare e utilizzare alla bisogna (ma su questo aspetto potrò magari tornare fra un mese abbondante, dopo averlo provato sul campo).

Rimane comunque una piacevolissima lettura, consigliata a chiunque si interessi al Giappone e ne sia in qualche modo affascinato. Soprattutto può rappresentare un buon punto di partenza, un'infarinata generale dalla quale trarre spunti per approfondire determinati aspetti, magari con un bel viaggetto.

21.11.06

Superman - Secret Identity


Superman: Secret Identity (USA, 2004)
di Kurt Busiek e Stuart Immonen
Edizione italiana a cura di Play Press

Kurt Busiek si è rivelato al mondo con Marvels, un'opera che ha segnato, nel bene e nel male, la storia del fumetto di supereroi nella seconda metà degli anni Novanta. Oltre a un'idea fulminante - raccontare alcuni episodi fondamentali dell'universo Marvel attraverso lo sguardo di un uomo comune - Marvels aveva dalla sua un'incredibile capacità di toccare e commuovere il lettore grazie al puro e incontaminato senso di meraviglia. Merito certo delle incredibili tavole di Alex Ross, anch'esso lanciato da quella miniserie, ma anche, forse soprattutto, del talento di Busiek.

Se lo sceneggiatore bostoniano ha una singola dote, infatti, è proprio quella di saper toccare le corde più sopite di chi legge, di dare alle sue storie un tono evocativo e genuinamente emozionante, allo stesso tempo onirico e credibile, ancorato alla realtà ma fantasioso ed estroso. Busiek rende realistico l'impossibile e straordinario il quotidiano. Per quanto banale e stereotipato possa essere dirlo, fa letteralmente volare sulle ali della fantasia.

Superman: Secret Identity, è esattamente questo, una storia credibile, emozionante e ricca d'inventiva, che cala il supereroe per eccellenza in un contesto realistico e lo racconta per mezzo di bei personaggi, veri e affascinanti. Racconta di un mondo senza supereroi, del nostro mondo, per la precisione, dove la gente che vola in calzamaglia si vede solo nei fumetti e al cinema. In questo mondo vivono David e Laura Kent, una simpatica coppia dotata di senso dell'umorismo, che decide di chiamare il proprio figlio Clark.

Clarkettino paga tutte le conseguenze della cosa sotto forma di infiniti scherzi e continue prese in giro da parte dei compagni di scuola e non solo, dando vita a situazioni e atmosfere che richiamano per forza alla memoria l'Uomo Ragno dei bei tempi. Un giorno, però, Clark scopre di avere dei poteri, non proprio uguali, ma decisamente simili a quelli del personaggio a fumetti suo omonimo. Come reagisce una persona normale, in un mondo normale, a una situazione di questo tipo? Quali conseguenze porta un avvenimento del genere nella vita sua e di chi gli sta attorno?

Busiek si interroga e ci dà le sue risposte, con un racconto solido, coerente, appassionante e dalle emozioni forti, che narra le vicende del suo protagonista fino alla vecchiaia. Gioca con i paralleli fra vita e fumetto, ma non si limita a divertirsi. Racconta di persone e sentimenti, dell'amore per una donna, del senso di responsabilità, del rapporto con la propria famiglia, del crescere i propri figli. E le splendide tavole di uno Stuart Immonen incredibilmente maturato sono un perfetto complemento, che stupisce per potenza evocativa e realismo, senza rinunciare alla fluidità della narrazione.

Secret Identity è un fumetto adulto e consapevole, che sfrutta il tema dei supereroi per raccontare le difficoltà, le gioie e i dolori della vita. Se Bryan Singer, invece di mettere assieme un colossale soffocone per Richard Donner, avesse girato una storia del genere, magari proprio questa storia, ci saremmo ritrovati fra le mani un film decisamente migliore. Certo, non sarebbe stato proprio proprio Superman...

20.11.06

Texas Hold'em


Si riparte, destinazione Texas. Decollo a mezzogiorno in punto e mi sparo una vera e propria odissea volante (Milano-Londra, Londra-Chicago, Chicago-Austin). Arriverò lì nientemeno che alle 23:35, ovvero, grazie alle meraviglie del fuso orario, le vostre 06:35 di domattina. Cristoddio, diciotto ore e mezza di viaggio, e ci sarà ancora da prendere il taxi per l'albergo. Vabbuò, mi fermo fino a giovedì, quando il primo dei tre decolli è fissato, again, intorno a mezzogiorno. Se ho capito bene, mercoledì dovrebbe essere giornata totalmente libera e, ovviamente se sarà possibile farlo, mi sa che la dedicherò a una gitarella in direzione San Antonio (dove fra l'altro in serata si presentano i Miami Heat, vedi mai che si trovino i biglietti). Comunque, gestiremo. Il portatile della Rumi me lo porto dietro, ma come al solito non so dire se avrò tempo e/o voglia di postare qualcosa. In ogni caso, detto che ho uno o due post scritti in un impeto di grafomania e pronti quindi ad essere pubblicati nelle occasioni in cui mi connetterò dal Texas, male che vada ci si risentirà nel fine settimana.

19.11.06

La disgrazia raccontata per immagini


Qui potete ammirarmi mentre incasso il rigore tirato a lato da quel maledetto di Oddo. Fra l'altro, guardando l'immagine, noto che la cosa fu - ovviamente - più drammatica di come la ricordavo, dato che il laziale demmerda ha sbagliato non il quarto, ma il quinto e decisivissimo rigore. Vabbé, correggo il racconto.



Qui, invece, mi dispero perché quel pezzo di merda di De Rossi tira centrale, invece che a lato come avrei voluto, il sesto e quindi ultimo rigore.

Ringrazio il gentilissimo Kazu per avermi mandato queste e altre foto. Ci vediamo presto.

Anzi, va: arigato, Kazuhisa!

18.11.06

Dead Rising

Dead Rising (Capcom, 2006)
sviluppato da Capcom Production Studio 1 - Keiji Inafune


Resident Evil 4, quello vero. O, ancora meglio, Tutto quello che avreste voluto vedere in Resident Evil 3, ma la PS1 proprio non ce la faceva. Ebbene sì, Capcom ha finalmente tolto il palo dal culo dei suoi protagonisti e ha trovato il modo di raccontare i veri zombie, quelli che invadono le città, avanzano claudicanti e rincoglioniti, ti sommergono col numero e la loro inesorabile lentezza, ti agghiacciano con la loro ridicola e strafottente pericolosità. E l'ha fatto con un capolavoro assoluto, magari non perfetto, magari pieno di difetti, ma importante per le sue prese di posizione coraggiose, delizioso per la cura nei dettagli e l'attenzione alle piccole cose, splendido nella sua imperfezione. E il pubblico, che ogni tanto sa quello che fa, ha giustamente applaudito e premiato.

Dead Rising, pur nascondendo la cosa dietro un dito, si ispira palesemente a Dawn of the Dead e racconta di una cittadina americana assalita dagli zombie, ma soprattutto del mall (dicesi "centro commerciale") che si trova in quella cittadina e viene ovviamente anch'esso invaso dai morti viventi. Frank West, un fotoreporter d'assalto, si avventura in zona alla ricerca di uno scoop e si ritrova asserragliato nel mall assieme a una cinquantina abbondante di sopravvissuti al casotto iniziale. Da qui si dipana una storia che affonda a piene mani in tutti gli stereotipi possibili e immaginabili legati al "genere" dei film di zombie e non solo. La sceneggiatura pulsa di idee e regala momenti di grande impatto, sia esso comico, drammatico, avventuroso. E una tale varietà tematica si riflette anche nell'incredibilmente sfaccettata struttura di gioco.

Dead Rising può essere affrontato come meglio si crede, e qualunque sia la via scelta si giungerà sempre e comunque a una fine. Vuoi cazzeggiare in giro per il mall massacrando zombie, esplorando la miriade di possibilità infilate dietro ogni angolo e, perché no, abusando dei sopravvissuti che trovi in giro? Accomodati. Vuoi provare a salvare più persone possibile? Buona fortuna. Vuoi portare avanti l'indagine e seguire la trama fino alla sua naturale e "giusta" conclusione? Preparati a un bel film horror-trash. Vuoi fare tutte queste cose assieme, magari alla prima partita? Non hai davvero capito un cazzo.

Un bel gioco dura poco, ma se è bello per davvero, ci rigiochi una, due, dieci, cento, mille volte. Ecco, magari Dead Rising mille volte no, ma se è il primo titolo dai tempi di Ocarina of Time capace di spingermi alla ricerca di ogni minima fesseria, di farsi giocare e rigiocare dall'inizio alla fine più volte di seguito, beh, qualcosa di speciale dovrà pur averlo. E il bello è che ogni "giro" è diverso dagli altri, non solo per i tanti modi in cui è possibile affrontare l'odissea di Frank, ma anche per la natura evolutiva del gioco. Già, perché il protagonista cresce nel tempo, guadagna capacità, armi e abilità, aprendo piano piano nuove vie per affrontare l'avventura in maniera totalmente diversa.

Il Frank con cui si inizia una nuova partita non sarà mai lo stesso della prima volta, perché conserverà la crescita compiuta al precedente "giro" e permetterà di vivere le vicende secondo una differente prospettiva. E a questo si aggiunge, ovviamente, la maggiore padronanza dell'ambiente di gioco da parte di chi Frank lo controlla con un pad e che può sfruttare la conoscenza di ogni singolo anfratto e ogni minimo pertugio. E così ci si ritrova a giocare e rigiocare Dead Rising, nella speranza - tutt'altro che vana - di scoprire ogni volta una nuova esperienza, un nuovo gustoso e piccolo dettaglio inserito dagli sviluppatori. Per non parlare poi della sfida agli Obiettivi, davvero piacevoli, intriganti e gustosi da affrontare e conquistare, come di rado si vede nelle varie produzioni per Xbox 360.

Se critiche possono essere fatte a Dead Rising, vanno indirizzate prevalentemente a un'intelligenza artificiale talvolta deficitaria per quanto riguarda gli esseri umani, siano essi vittime da salvare o psicopatici da eliminare. Difficile trattenere le imprecazioni di fronte a certi, impagabili inceppi, ma è pur vero che si tratta di problemi (tali e innegabili) su cui diventa facile sorvolare con un minimo di esperienza alle spalle. Più fastidiosa la scelta di non concedere un sistema di salvataggio per l'Infinite Mode.

La modalità segreta, del tutto priva di qualsiasi trama, che chiede al giocatore, semplicemente, di sopravvivere per più giorni possibile, recuperando cibo e sfuggendo agli assalti di zombie ed esseri umani, non prevede infatti la possibilità di interrompere la partita. Diventa così, in sostanza, un'elitaria sezione a uso e consumo dei "power user" con parecchio tempo da buttare. Ed è un peccato, perché a non affrontarla ci si perde quasi un altro gioco nel gioco, piacevole, appassionante e per certi versi unico reale interprete della "mitologia zombesca". E sì che sarebbe bastato introdurre un sistema di salvataggio che non permettesse di caricare più di una volta la stessa "posizione", per mantenerne l'attuale struttura senza eccedere con l'intransigenza.

Peccato, e peccato anche che certa gente, obnubilata da sistemi di gioco sempre più permissivi e accondiscendenti, abbia criticato un sistema di salvataggio che nella modalità principale solo così poteva esistere. Un meccanismo che funziona alla perfezione, che richiede solo un minimo di attenzione e prudenza e mantiene una necessaria e dovuta coerenza col sistema di gioco, cui qualsiasi altro metodo di salvataggio avrebbe tolto potenza, efficacia e violenza narrativa.




Dead Rising , oltre a tutto quanto detto fino a qui, è un gioco estremamente importante, perché fa qualcosa che Grand Theft Auto e i suoi cinquemila cloni non hanno il coraggio di fare. Qualcosa che, paradossalmente, venne tentato nei primi due GTA e poi abbandonato nei successivi, probabilmente in nome di una maggiore accessibilità. Qualcosa che ha il coraggio di proseguire il cammino e alzare il tiro nella ricerca della libertà di gioco, della coerenza interna di un mondo virtuale che prova a simulare le meccaniche di quello reale. Qualcosa che è difficile da ottenere, ma che è giusto cercare. Dead Rising offre ciò che manca a tutti questi mondi di plastica forzati e insopportabili che infestano i videogiochi. Offre l'unica vera libertà, la libertà di sbagliare. E di pagarne le conseguenze.

Frank ha un appuntamento con un elicottero, che dopo tre giorni tornerà a salvarlo. Il tempo scorre, inesorabilmente, indipendentemente dalle azioni di Frank. A lui, quindi al giocatore, sta la responsabilità di decidere cosa fare di quei tre giorni. Se vuole, può trascorrerli anche tutti sul tetto ad aspettare l'elicottero, perché no? Chi glie lo impedisce? Nessuno. Oppure può immergersi nelle meraviglie offerte da Willamette. Ma se prova ad affrontare una missione e fallisce, non c'è nessun deus ex machina che glie la ripropone, riavviata con una specie di rewind mistico, obbligandolo a riprovarci. Hai causato la morte di qualcuno? Fattene una ragione. Hai mandato a puttane l'indagine sulle cause dell'epidemia, bloccando l'evolversi della trama? Poco male, l'importante è sopravvivere.

Oppure, se vuoi, puoi "uscire" dal mondo virtuale, tornare in quello reale, caricare il salvataggio e riprovarci. Nessuno te lo impedisce, nessuno ti obbliga a farlo. Questa è la vera libertà, il resto sono cazzate. Certo, non è facile offrirla. Puoi farlo rinunciando a una sceneggiatura appassionante, come appunto accadeva nei primi due GTA. Ma non è il caso di Dead Rising. Puoi farlo rinunciando alla vastità degli ambienti, e questo in parte Dead Rising lo fa. Ma siamo seri, quanti sono i cloni di GTA in grado di offrire entrambe le cose? Anzi, ce ne sono in grado di offrire anche solo una delle due?

E allora ringraziamo il cielo per Dead Rising, che mostra come sia possibile inserirsi in questo filone dando vita a un'opera innovativa e dotata di una forte identità personale. Ma il primo vero grande titolo per Xbox 360 stupisce per maturità e complessità anche sotto altri punti di vista. Per esempio la raffinatezza di una sceneggiatura consapevole e curata come raramente si è visto. Difficile ricordare un "action adventure" dai dialoghi così riusciti, credibili e ben scritti. Ed è se vogliamo paradossale, che uno script tanto ironico, satireggiante, a tratti perfino demenziale, vanti a conti fatti dialoghi più "umani" rispetto a opere ricercate e profonde come - esempio banale - i vari Metal Gear Solid.

E non solo. Di Dead Rising colpisce anche un motore grafico che non ha l'impatto barocco, ipertrofico e stravolgente di un Gears of War, ma che riesce a stupire con le piccole cose, i dettagli e la cura amorevole per gli stessi. I personaggi recitano i loro dialoghi con il proprio corpo, gesticolano in maniera armoniosa e caratterizzante, sviluppano una loro identità grazie alla gestualità e risultano vivi come raramente si è visto e come probabilmente era impossibile vedere sulle macchine del passato. Penso a Frank che agita la fotocamera davanti al naso di Brad e fatico a ricordare qualcosa di simile. Per assurdo che possa sembrare, mi viene in mente solo Gabriel Knight che, mentre aspetta Malia in salotto, si alza, passeggia, ciondola le mani e scorre i titoli dei libri. Son passati tredici anni, ma non cambia nulla, ci vogliono idee e attributi, altrimenti tutto il resto non serve a niente.

 
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