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31.1.15

La robbaccia del sabato mattina: Pre-Bowl


Queste qua sopra sono le zanne dell'Indominus Rex, il dinosauro ibrido nato in provetta o qualcosa del genere che cercherà di mangiarsi Chris Pratt e Bryce Dallas Howard fra qualche mese. Bisogna dire che a livello di igiene dentale non scherza affatto, eh! Comunque, in settimana si è parlato del fatto che il nostro eroe Gareth Evans voleva girare un film su Hit-Girl. Non so se essere dispiaciuto per l'occasione mancata o contento per il proiettile schivato. Oltre a questo, hanno annunciato un po' di attori che interpreteranno ruoli di qua e di là, ma niente di clamoroso. Oddio, mi fa un po' sorridere che quando scelgono una persona di colore per un ruolo che in origine è di altra etnia sia quasi sempre per la spalla comica tanto simpatica (nello specifico, mi riferisco a Jimmy Olsen nel nuovo telefilm su Supergirl), ma insomma, magari sono io che sovrainterpreto. A proposito...



Il primo trailer di Interstellar I Fantastici Quattro con la voce narrante di Morgan Freeman Reg E. Cathey. Boh, continuo ad avere quel po' di fiducia dato dagli attori tutti bravi e dal regista che ha fatto qualcosa di molto buono su un argomento simile, ma ha davvero un look brutalmente generico, a metà fra i film degli X-Men e una roba young adult a caso. Non mi fa schifo, ma neanche mi dice qualcosa. Mi lascia indifferente. Ri-boh.



Il teaser trailer di Knock Knock, il nuovo film di Eli Roth in cui il nostro ormai amicissimo Keanu Reeves si vede arrivare in casa due gnocche vogliose, ne approfitta e poi scopre che sono due sociopatiche pericolose. O perlomeno questo si capisce dalla trentina di secondi. Sono moderatamente curioso.



L'ottimo trailer di Ted 2. Col primo mi ero divertito non poco, qui sembra che si vada bene o male sugli stessi binari e non ho nulla in contrario ad Amanda Seyfried.



E niente, basta, tutto qua. Domani c'è il Superbowl, magari ci saranno robe sfiziose.

30.1.15

Fury


Fury (USA, 2014)
di David Ayer
con Brad Pitt, Logan Lerman, Shia LeBouf,  Michael Peña, Jon Bernthal

Se ci sono degli aspetti in cui Fury funziona davvero, sono quelli che tutto sommato da uno sceneggiatore e regista come David Ayer era lecito attendersi. Il nostro amico si è costruito una carriera a colpi di polizieschi sporchi, ruvidi, sanguinari, che non guardano in faccia a nessuno e, pur lasciando spazio a qualche esagerazione, puntano molto sul realismo, la credibilità, la violenza nascosta nelle piccole cose. In questo, nonostante un cambio forte dal punto di vista della fotografia, che abbandona la "shaky cam" in favore di tempi lunghi e inquadrature curate, dettagliate, piene di elementi che vogliono raccontare qualcosa, Fury è effettivamente il film di guerra che ti aspetteresti dall'applicazione della cura Ayer al tema. È brutale, sporco, pieno di testosterone, sangue, budella, morti ammazzati ed epica dell'eroe. Ed è anche fisico nel midollo, agganciato alla creazione di set, alla cura per i dettagli, all'utilizzo di carri e materiali d'epoca, alla ricostruzione storica accurata a costo di sfiorare il ridicolo (i traccianti che danno al tutto quell'aria un po' da Guerre stellari).

Per tutto il film si respira un'atmosfera pesantissima, che non può ovviamente restituire la sensazione di trovarsi davvero lì, ma prova e riesce davvero bene nel farti vivere per un paio d'ore assieme a questo gruppo di soldati costretti dentro uno Sherman. Sfrutta il classico pretesto del nuovo "innocente" nel gruppo ma, invece di usarlo per donare un po' di leggerezza ai suoi compagni acquisiti, punta tutto sulla necessità di distruggerne l'animo, farne a pezzi lo spirito, trasformarlo in una creatura brutale per evitare che la sua innocenza finisca per far ammazzare tutti quanti. Insomma, se ne facciamo una questione di sensazioni, di fisicità, di trascinarti nel mondo senza speranza di chi gironzolava ai margini della Seconda Guerra Mondiale, prendeva schiaffi su schiaffi e non aveva idea di quanto mancasse davvero poco al portarla a casa, Fury è un filmone. E non solo: c'è anche uno splendido confronto fra carri, che racconta della superiorità tedesca in quell'ambito, di quanto fosse complesso per i carristi alleati uscire vivi da uno scontro frontale, tramite una scena d'azione bellissima, tesa, coinvolgente come poche.

Paradossalmente, ciò che impedisce a Fury di funzionare fino in fondo è quella stessa ambizione che, sulla carta, poteva portare Ayer al suo capolavoro. Nei momenti in cui prova a uscire dalla bolla di morte, sangue, polvere e disperazione per raccontare qualcosina in più, si intravedono lampi di un gran film che non è riuscito a concretizzarsi. C'è una sequenza, verso metà, in cui il personaggio di Brad Pitt trascina quello di Logan Lerman nell'appartamento di due donne tedesche per educarlo alla vita adulta da soldato in territorio ostile. È un momento chiave del film, che parte benissimo e in cui Brad Pitt si mangia completamente la scena solo a colpi di silenzi, sguardi e presenza fisica, ma poi, soprattutto quando si intromettono gli altri membri del gruppo, la tensione si sgonfia brutalmente e tutto viene tirato esageratamente per le lunghe. E in fondo quella scena è un po' un microcosmo che riflette i problemi di tutto il film, popolato da personaggi ben interpretati ma sottili, poco più che cliché scritti maluccio, impegnati a declamare conversazioni quasi sempre prive di forza all'interno di scene logorroiche. Vale anche per il combattimento finale, in cui Ayer si fa un po' prendere la mano, prova anche giustamente a sottolineare l'eroismo e l'importanza di questi uomini ai margini del conflitto e impegnati più in scaramucce che nelle "grandi" battaglie, ma tira fuori uno scontro lungo, sfiancante, infinito e lontano anni luce dal senso di realismo, o quantomeno di credibilità, che ha percorso il film fino a lì.

L'ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale (che merita, perché son tutti bravi e con accenti deliziosi), lo scorso ottobre. Ne scrivo solo oggi perché in Italia è uscito ieri sarebbe dovuto uscire ieri, ma il distributore (Moviemax) è fallito e quindi vai a sapere..

29.1.15

Agent Carter 01X04: "The Blitzkrieg Button"


Agent Carter 01X04: "The Blitzkrieg Button" (USA, 2015)
creato da Christopher Markus e Stephen McFeely
puntata diretta da Stephen Cragg
con Hayley Atwell, James D'Arcy, Dominic Cooper, Chad Michael Murray, Enver Gjokaj, Shea Whigham

Così come la terza puntata, anche questo nuovo segmento delle avventure di Peggy Carter patisce un avvio un po' dfficoltoso, con degli sviluppi che arrancano abbastanza e un ritmo che non riesce a ritrovare del tutto quello eccellente delle prime due uscite. E i motivi, per come la vedo io, sono sempre gli stessi: da un lato manca ancora un antagonista vero e proprio, dall'altro tutta la faccenda delle invenzioni di Howard Stark mi sembra onestamente deboluccia e priva del mordente giusto. Per fortuna, fra i pregi di questa puntata c'è l'essere arrivati al dunque, e certo per questo bisogna ringraziare la scelta di condensare tutto quanto nel giro di appena otto segmenti.

Finalmente sappiamo qual è il pezzo pregiato della collezione Stark e improvvisamente le cose cambiano abbastanza, perché anche se di fondo non è altro che un pretesto per muovere le vicende, si tratta sia di un collegamento azzeccato all'universo cinematografico Marvel, sia di uno spunto più che sensato nel fornire finalmente a Peggy un legame personale molto forte con tutta la questione in ballo. E tutto questo mentre si va a piantare un sanguinario paletto in grado di frantumare i rapporti fra lei e i suoi due compagni d'avventura. Insomma, di certo la rivelazione centrale ha un gran bel senso.

In tutto questo, poi, nonostante il ritmo rivedibile, la puntata ha dalla sua la solita ottima prova di Hayley Atwell, il discreto lavoro nel portare avanti la caratterizzazione dei vari agenti SSR e, in quell'unico momento vagamente action, un'altra rivelazione importante. Chi è realmente Dottie? Una Vedova Nera, pare. Magari quella Vedova Nera che in molti si aspettano, quella recuperata dai fumetti? Vai a sapere. Di certo, questa cosa buttata lì, così, all'improvviso, come un calcio volante di passaggio, mette addosso discreta voglia di andare avanti. Meno male che ora le pause son finite e arrivano quattro puntate tutte in fila.

E la prossima settimana ci sono gli Howling Commandos. Nerdathon!

28.1.15

Z Nation - Stagione 1


Z Nation - Season 1 (USA, 2014)
creato da Karl Schaefer e Craig Engler
con Harold Perrineau, Tom Everett Scott, Keith Allan, Kellita Smith, Anastasia Baranova, Michael Welch, Russell Hodgkinson, DJ Qualls, Nat Zang, Pisay Pao

Ho già scritto di Z Nation lo scorso ottobre, dopo essermi guardato l'episodio pilota e aver deciso che, sì, mi incuriosiva e sarei andato avanti. Poi la prima stagione si è conclusa, m'è spuntata su Netflix, me la sono guardata e mi ritrovo qui a scriverne di nuovo, subito dopo essermi riletto quel post là. Fra l'altro, rileggendolo, ho notato due cose abbastanza evidenti. La prima è che all'epoca non m'ero ricordato di aver in effetti visto in precedenza qualcosa di nato su Syfy, Battlestar Galactica. Ma insomma, non è esattamente il tipo di produzione che avevo in mente quando dicevo di avere scarsa dimestichezza con le produzioni di Asylum e Syfy. La seconda cosa abbastanza evidente, ma che del resto avevo già ben chiara in testa prima di rileggere, è la natura di discreto malinteso che caratterizza l'episodio pilota di Z Nation, non troppo in grado di rendere giustizia a quel che poi la serie è diventata. Gli elementi di base ci sono - il budget ridotto, la voglia di non prendersi sul serio, il puntare sull'azione e il macello, le idee non necessariamente standard per il genere - ma l'equilibrio è ancora ben lungi dall'essere quello giusto e soprattutto rimane addosso l'idea di una serie che, al massimo, può ambire a puntare tutto sulle scemate insistite (e divertenti, per carità) come quella che chiude la prima puntata. E invece.

E invece Z Nation è anche quello, ma la verità è che quando sbraca con le assurdità trova i suoi momenti meno riusciti. Già dalla seconda puntata, e in continuo crescendo, i pregi iniziano ad emergere, soprattutto nel gran ritmo, nella volontà di non sedersi mai (e nelle difficoltà che arrivano le poche volte in cui lo fa), nel realizzare una serie in continuo movimento, sempre alla ricerca di nuove location, nuovi ambienti, personaggi e situazioni. A questo si aggiunge il gran vantaggio del non doversi prendere sul serio a tutti i costi e del non porsi freni di alcun tipo: da un lato, ogni tanto, questo porta a sbracare, ma dall'altro permette un'apertura di temi, idee e situazioni che The Walking Dead si sogna la notte e che si traduce fin da subito in un tirar fuori idee a ripetizione, una dietro l'altra. Non funzionano tutte, ma quando centrano il bersaglio c'è da divertirsi come matti e, banalmente, la maniera fantasiosa, brillante, assurda con cui a ogni puntata si inventano un modo nuovo, un'inquadratura, una mutazione, un'assurdità da applicare al concetto di zombi è fenomenale.

Sotto questi punti di vista, Z Nation è l'opposto naturale di The Walking Dead: carico di azione, con ritmo da vendere, mai statico, sempre pronto a inventarsi nuove diavolerie e ad esagerare nelle trovate assurde, capace di buttarla sul ridere quando serve e quando ci sono gli spunti per farlo. E sì, quando invece si prende sul serio, Z Nation manca diverse volte il bersaglio, ma la verità è che non ha bisogno di farlo poi così spesso. E in ogni caso il bersaglio non lo manca sempre, anzi, certi scambi fra Addy e Mack valgono qualsiasi lagna ci siamo sucati in cinque anni di The Walking Dead, serie che per altro funziona sì proprio per il suo buttarla sul dramma, ma spesso fatica anch'essa a trovare il tono giusto e, oltretutto, essendo costretta a provarci in maniera molto più convinta, quando prova a deviare un po' troppo dal "realismo" (le visioni di Rick, i personaggi sopra le righe come Michonne o il Governatore), sfocia spesso in un territorio non poi così lontano dal ridicolo. Intendiamoci, a me The Walking Dead complessivamente piace, ma in Z Nation ho trovato tutto un altro livello di divertimento, a conti fatti molto meno cretino rispetto a quanto mi aspettassi dopo aver visto il pilota. E mi sono reso conto che un po' mi mancavano, queste cose. Forse, mettendo assieme i punti forti delle due serie, si avrebbe la zombata televisiva perfetta. Ma insomma, via, va bene anche averle entrambe.

 E poi c'è Murphy.

Dopodiché, quando ti metti in competizione con la serie di maggiore successo dell'universo è difficile evitare il confronto, ma la verità è che Z Nation è notevole per i fatti suoi, anche al di là del soddisfare chi magari s'è rotto le palle della seriosa e imbolsita staticità di The Walking Dead. E lo è soprattutto grazie al fenomenale cambio di marcia che si verifica verso metà stagione. Dopo aver fatto crescere per bene i personaggi, dando loro un senso che andasse oltre quello delle macchiette iniziali e prendendo dimestichezza con le opportunità offerte dalle idee di base, all'improvviso Z Nation diventa un oggetto completamente diverso, oppure semplicemente ciò che fin dall'inizio prometteva di poter diventare. Piazzate lì in mezzo alla stagione ci sono tre puntate consecutive che per certi versi ricordano alcuni episodi un po' "sperimentali" che ogni tanto si manifestavano in X-Files o in Buffy. Pur senza dimenticarsi di portare avanti il racconto e raccontare nuove cose sui protagonisti, quelle tre puntate alzano il tiro delle opportunità offerte dall'assenza di freni alla base della serie, gettando sul piatto idee, situazioni e sviluppi davvero fuori di cozza, lontani dal classico canovaccio del genere e da qualsiasi cosa quell'altra serie là potrebbe permettersi di fare. È qui che viene davvero fuori la personalità di Z Nation, è qui che si raggiunge un livello superiore (non a caso poco apprezzato da chi sperava solo nell'equivalente zombesco di Sharknado) e da qui in poi la stagione non si ferma più. Certo, qualche puntata funziona meno delle altre, ma improvvisamente i recinti sono aperti e c'è solo da divertirsi.

E mica finisce qui. Abbiamo, per dire, una gestione dei personaggi da applausi: i rapporti fra di loro si evolvono in maniera interessante, non ce n'è uno - incredibile ma vero - che risulti insopportabile o che si comporti solo all'insegna delle scelte cretine e quel paio di volte in cui ci scappa il morto, accade in maniera davvero spiazzante e destabilizzante. Poi c'è la gestione della mitologia zombi, che propone un mondo post-apocalittico per molti versi originale nella struttura, pensato per offrire un sacco di spunti a una storia in continuo movimento, con dei protagonisti che hanno un obiettivo preciso da inseguire e che - cara grazia - vivono in un mondo in cui esistono i film di zombi. Viene perfino dato un senso alla diatriba del correre o non correre! E ancora, c'è il fenomenale Murphy, inizialmente un po' sulle sue ma poi in crescita continua, sempre pronto a rubare la scena a tutti e dominare la puntata, portatore sano di idee e spunti e principale motivo per cui c'è davvero da essere curiosi su come andranno avanti le cose. Ancora? Ancora: l'ultima puntata è un tripudio di ritmo, trovate, narrazione e spiegoni fatti come si deve, capacità di chiudere l'arco narrativo della stagione e nel frattempo buttare lì cento cose che mettono addosso una voglia pazzesca di andare avanti. E c'è pure un cliffhanger che levati. Insomma, basta, la smetto, il punto è che Z Nation è uno spacco. Ha i suoi passaggi a vuoto e i suoi momenti poco centrati, qua e là paga il budget ristretto, ma ha il sapore rancido, adorabile e sincero di chi ci prova sul serio, butta tutto sul piatto e, sì, ogni tanto sbaglia, ma quando funziona - e lo fa spesso - si mangia tutto e tutti. Non vedo l'ora che arrivi la seconda stagione.

Come detto, me lo sono sparato su Netflix. C'è anche su Amazon Instant Video e immagino in altri luoghi bizzarri dell'internet. Non credo sia ancora stata annunciata una data di trasmissione per l'Italia.

27.1.15

Il capodanno a fumetti di giopep


Come è ormai tradizione, ho trascorso le feste di fine anno sul suolo patrio e ho colto l'occasione per fare un salto in fumetteria, dove ho recuperato la canonica cofana di fumetti accumulati nei mesi trascorsi dall'ultima volta. Non è neanche poi tantissima roba, a voler ben vedere, ma insomma, è quel che è. E oggi, incredibilmente solo qualche settimana dopo aver letto tutto quanto, non troppo incredibilmente avendo già dimenticato quasi tutto, scrivo due o tre cose veloci al riguardo.

Crows #1/2 ***
Lo vendono come il primo fumetto di successo di Hiroshi Takahashi, nonché il prequel di Worst. Se la prima cosa immagino possa essere vera, la prima direi che è tecnicamente errata, dato che Worst è uscito alcuni anni dopo, quindi al massimo è lui il seguito. Menate sull'uso dei termini a parte, i collegamenti fra le due serie mi sembrano comunque non andare molto oltre al fatto di essere ambientate negli stessi luoghi e raccontare lo stesso genere di cose (studenti teppisti che si menano). Per il resto, la "vecchiaia" della serie si vede tutta, nel tratto acerbo e nel suo essere (o sembrare, via) sostanzialmente una versione immatura di quello che sarà Worst. Al momento mi pare trascurabile e fondamentalmente da leggere solo per completezza da fan di Takahashi (cosa che temo di essere).

Short Program: Girl's Type ***
Ecco, a proposito di roba trascurabile e degna di attenzione solo per esigenze di completezza, siamo anche qui da quelle parti. Il Mitsuru Adachi dei primi anni è proprio poca cosa e non ha neanche il mestiere che permette al Mitsuru Adachi in là con gli anni di rendere interessanti anche le sue cose più trite e tirate via. Si lascia leggere ma niente di più.

Orfani #11/12 ****
Orfani: Ringo #1/3 ****
Partito secondo me non benissimo, Orfani è cresciuto molto e ha raccontato una storia dagli sviluppi appassionanti e a modo suo originali, seppur nel contesto di un racconto molto classico e dalle ispirazioni fin troppo evidenti. Personalmente continuo ad apprezzare pochino il taglio con cui vengono caratterizzati e scritti i personaggi, ma insomma, è anche un po' una questione di genere scelto. In compenso, è una serie quasi sempre notevole sul piano visivo, carica di azione raccontata come si deve e divertente da leggere. Orfani: Ringo, per il momento, mi sta prendendo meno, ma insomma, di nuovo, la prima serie (o stagione, o quel che vi pare) per me ha ingranato davvero solo col terzo o quarto numero, quindi voglio crederci.

Hokusai *****
La storia del pittore e incisore giapponese che tutti conoscono più o meno solo per la maglietta di Godzilla l'onda ma che, insomma, avrebbe fatto anche altre due o tre cose. A raccontare la sua vita, i suoi turbamenti, le sue opere e i rapporti controversi con chi gli gravitava attorno è Shōtarō Ishinomori, mangaka che tutti conoscono più o meno solo per Cyborg 009 ma che, insomma, avrebbe fatto anche altre due o tre cose. Hokusai è la classica biografia manga, raccontata con quel mix fra dramma, commedia e ridicolo spinto che può lasciare un po' perplesso il lettore poco avvezzo, ma immerge alla grande in un'epoca e un mondo lontanissimi e merita davvero una lettura se si è anche solo vagamente incuriositi dall'argomento. L'ho comprato nell'edizione francese, che m'è capitata fra le mani girando per negozi sotto Natale, ma vedo che esiste una versione italiana pubblicata da Edizioni BD nel 2012. L'ho trovata su IBS, dove però risulta esaurita. Boh.

Dimentica il mio nome ***
Stavo scrivendo il paio di righe all'insegna del maniavantismo in cui chiunque non ricopra di lodi ogni opera partorita da Zerocalcare deve spiegare che lo apprezza, a volte anche molto, ma non impazzisce per tutto tutto tutto quel che fa, poi ho pensato che non c'era bisogno di scriverle, ho cancellato il paio di righe e ovviamente alla fine, implicitamente o meno, le ho comunque scritte. Giusto così. Ad ogni modo, se proprio a qualcuno dovesse interessare quel che penso del lavoro di Zerocalcare in generale, c'è il motore di ricerca del blog là in alto. Nello specifico, Dimentica il mio nome, pur essendo un'altra storia estremamente personale e indubbiamente molto sentita dal suo autore, mi è sembrato, assieme a Dodici, il meno riuscito fra i volumi che ha pubblicato. Alcune gag sono esilaranti, e il modo delicato, leggero, in cui tratta un tema toccante e neanche semplice è apprezzabile, ma in quasi tutti i passaggi in cui il racconto si fa serio mi è parso che faticasse molto a trovare il tono giusto. Poi, oh, rimane una lettura gradevole, ma il polpo e, soprattutto, l'armadillo me li ricordo ben più riusciti.

Dylan Dog #338  ****
Non leggo Dylan Dog da quando, tanto tempo fa, a occhio direi attorno al numero 130, mi sono reso conto che ormai da anni lo leggevo solo per inerzia, senza che me ne fregasse poi molto. Fra l'altro ricordo anche che è stato il tappo: tolto quello, ho mano a mano abbandonato tutte le serie Bonelli storiche. Vabbé, divagazioni a parte, ho comprato questo per ovvi motivi: la curiosità di leggere la storia in cui Bloch finalmente se ne va in pensione. E, che dire, gradevole, intrigante per il modo in cui comunque sfrutta la cosa piazzando lì un po' di elementi che faranno - immagino - da base per sviluppi futuri e ben scritta nella misura in cui non mi ha fatto pesare più di tanto i riferimenti a storie pubblicate durante la mia assenza. Fra l'altro, nonostante fossero ormai passati tanti anni dall'ultima volta, mi sono sentito subito a casa, nel bene e nel male. Non mi ha comunque fatto venire voglia di riprendere a leggere con regolarità la serie, ma probabilmente è soprattutto perché non fa più per me.

Quelli che ho scritto in altre occasioni dei numeri precedenti e non ho niente da aggiungere e mi limito quindi a metterli qua in fila con le stelline che mi ero appuntato 
All Rounder Meguru #13 ****, Billy Bat #10 ****, Blue Exorcist #13 ***, Dragonero #15/19 ***, Dragonero Speciale #1 ***, Hellboy all'inferno #1: "La discesa" ***, Lilith #13 ***, Le storie #23/27 **/****, Lukas #5 ***, Mix #4 ***, Naruto #67/68 ****, Un marzo da leoni #9 ****, Yawara! #10/11 ****

26.1.15

Il regno dei sogni e della follia


Yume to kyôki no ôkoku (Giappone, 2013)
di Mami Sunada

Nella seconda metà del 2013 sono usciti in Giappone (e l'anno successivo nel resto del mondo) quelli che potrebbero essere gli ultimi due lungometraggi nelle fantastiche carriere di Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Non sto qui a ripetere i motivi per cui Si alza il vento e La storia della principessa splendente sono due film meravigliosi, fra le cose più belle che ho visto l'anno scorso e [aggiungere aggettivi e superlativi a caso], però, insomma, Miyazaki ha poi annunciato (di nuovo) il ritiro, mentre Takahata ha settant'anni e non buttava fuori un film da quattordici, quindi, eh, se non è finita ci manca poco. Questo non significa necessariamente che lo Studio Ghibli debba chiudere i battenti, del resto ci sono altri registi, l'anno scorso è uscito l'ottimo When Marnie Was There e sperare non costa nulla, ma di certo, con l'eventuale ritiro dei due amichetti, si chiude un'epoca e le cose cambiano parecchio. Tant'è che attualmente è in atto un periodo di pausa e ristrutturazione.

Nel 2013, comunque, è uscito in Giappone anche The Kingdom of Dreams and Madness, un documentario realizzato in parallelo alla lavorazione delle ultime opere di quei due mattacchioni, che racconta soprattutto la produzione del film forse più personale di Hayao Miyazaki, concendedosi però anche divagazioni sullo studio in generale e su altre produzioni in corso allo stesso tempo, con ovviamente in testa quella dell'ultimo film di Isao Takahata. La regista Mami Sunada ha goduto di un accesso incredibile non solo agli uffici dello studio giapponese, ma anche e soprattutto a Miyazaki stesso, che ha seguito in giro mostrandone la ripetitiva e rigidamente organizzata attività quotidiana. Guardando il documentario, si segue quindi l'autore non solo mentre lavora sugli storyboard che daranno vita al suo film, ma anche nei momenti di pausa, nelle passeggiate fra casa e lavoro, in una serie di chiacchierate e riflessioni a cui si lascia andare fra le pareti domestiche.

Ne viene fuori il ritratto intrigante di un personaggio bizzarro e con cui non deve essere necessariamente facilissimo lavorare, poco importa se ad inseguire i suoi standard di meticolosa eccellenza sia l'ultimo degli impiegati o il figlio che cerca la propria via all'ombra del padre. Il documentario dura un paio d'ore, e magari poteva essere accorciato un po' o montato senza dare due o tre volte in fila la sensazione di essere arrivati alla fine, ma - pur concentrandosi molto su un film specifico - apre una finestra affascinante su un laboratorio che ha prodotto capolavori a ripetizione. In quei centoventi minuti osserviamo Miyazaki al lavoro, assistiamo alla discussione in cui si è deciso un po' a caso di proporre il ruolo da protagonista a Hideaki Anno, ascoltiamo i pensieri ruvidi del vecchio Hayao, sbirciamo in maniera fugace su quel che sta combinando Takahata, ci ritroviamo spettatori della sessione di doppiaggio per la scena madre di Si alza il vento, durante la quale lo stesso Miyazaki non riesce a trattenere le lacrime. Insomma, The Kingdom of Dreams and Madness ha forse anche un po' il limite di rivolgersi solo ai fan, dare tanto per scontato e non preoccuparsi minimamente di raccontare lo Studio Ghibli a chi non sa di cosa si stia parlando, ma chi ne ama e ne ha amato il lavoro non può davvero fare a meno di recuperarlo e gustarselo.

Il documentario, come dicevo, è uscito in Giappone nel 2013, più o meno in contemporanea con La storia della principessa splendente. Ha poi iniziato a farsi il giro dei festival mondiali ed è disponibile in versione sottotitolata in inglese sia in DVD che su qualche servizio di streaming online. Io l'ho visto alla serata di apertura dell'edizione 2014 di Kinotayo, un festival dedicato al cinema giapponese che non ho seguito nella sua interezza perché ero sfiancato dalla doppietta cinema coreano / Fantastic Film Fest. Però non potevo perdermi il documentario sullo Studio Ghibli.

25.1.15

Lo spam della domenica mattina: Daedalic in ogni dove


Questa settimana sono volato ad Amburgo per dare uno sguardo alla lineup di Daedalic Entertainment e ovviamente gli articoli al riguardo stanno fioccando, con ancora due o tre cose in arrivo nei prossimi giorni. Abbiamo dunque L'anteprima di Silence: The Whispered World 2, quella di AER e quella di The Devil's Men. Inoltre, nei giorni scorsi abbiamo buttato fuori pure il frutto dell'associazione a delinquere fra me, Nabacchiodorozor e checco, vale a dire lo specialone sulla TV del 2014 e quello sul cinema del 2014. Su Outcast, invece, abbiamo un breve Videopep dedicato al gruppo su Facebook, il primo Outcast Magazine del 2015 e l'Old! dedicato al gennaio del 1995.

Ad Amburgo fa freddo. Però mi piace. Oddio, mi piace, l'ho intravista, ma quel che ho intravisto mi piace. Credo. Non lo so, avevo dormito molto poco. Vai a sapere.

24.1.15

La robbaccia del sabato mattina: Frank West



Bryan singer ha svelato su Twitter i tre attori selezionati per rilanciare i personaggi di Ciclope, Jean Grey e Tempesta in X-Men: Apocalypse. Stanno nel tweet qua sopra e il criterio mi sembra essere "prendiamo degli sconosciuti ché tanto quei tre non conteranno nulla e devono starsene buoni in un angolo senza dar fastidio e senza sporcare".



Questo qinvece è il trailer di Dead Rising: Watchtower, che mi sembra cogliere abbastanza bene lo spirito assurdo del videogioco a cui si ispira. Uscità a fine marzo sul servizio di streaming Crackle, sarà probabilmente una cacata, ma insomma, vediamo.



Anarchy, rielaborazione moderna di Cimbelino con Ethan Hawke che ormai mi sta simpatico, Ed Harris che mi sembra faccia un po' fatica a vivere e Milla che è sempre un piacere. Dirige il regista di Hamlet 2000, che evidentemente è un po' fissato.



Bloodsuckng Bastards, il metaforone dell'arrivismo sul lavoro coi vampiri. Non capisco se prometta di essere divertente o di essere una schifezza. Propenderei per una via di mezzo fra le due opzioni.



Kidnapping Mr. Heineken, un film basato su una storia vera di cui esiste già un film con Rutger Hauer nel ruolo qui interpretato da Anthony Hopkins. Non so se mi attira. Il regista è quello del secondo e terzo film della trilogia svedese degli uomini che fanno le cose con le donne e non sono sicuro che questa sia una cosa positiva. Boh.



Nuovo trailer per It Follows, di cui non avevo mai visto un trailer e che quindi per me diventa il primo trailer per It Follows. Ne parlano bene, mi sembra basato su un'idea vagamente sfiziosa, mi dichiaro incuriosito.



Sarà che mi sto divertendo un sacco con Z Nation, ma devo dire che guardando 'sto trailerino e ascoltando le ennesime lagne di Rick e Tyreese m'è venuto un po' un cascamento di balle. Bah.



Unbreakable Kimmy Schmidt, la nuova serie di Tina Fey in arrivo quest'anno su Netflix. Il trailer ha cose azzeccate e cose meno azzeccate, ma insomma, sono comunque gasatissimo.






La roba ganza che sto guardando e mi sento di consigliare per questa settimana è You're the Worst.

23.1.15

Tusk


Tusk (USA/Canada, 2014)
di Kevin Smith
con Justin Long, Michael Parks, Haley Joel Osment, Johnny Depp, Genesis Rodriguez

Circa sette anni fa, ormai quasi otto, Kevin Smith e il suo amico per la pelle Scott Mosier scoprono di potersi divertire un sacco nel fantastico mondo dei podcast e iniziano a registrare ogni settimana un'ora di chiacchiere più o meno sceme sul tema "Boh, quel che ci interessa questa settimana". Una volta elargito a un mondo che non aspettava altro, il risultato di quelle chiacchierate, che si chiama SModcast perché i nomi dei podcast tendono a venir fuori così, riscuote un successone tale da diventare la base per un discreto business. Se da un lato infatti è noto che anche se ti chiami Kevin Smith e il tuo podcast lo scarica chiunque, i soldi non ce li fai lo stesso, dall'altro puoi trasformare il tutto in uno strumento tramite cui creare (o, se ti chiami Kevin Smith, consolidare) una fanbase che poi ti compra il libro, ti paga il biglietto per l'evento live e ti spinge a dirigere un film cretino che, pur incassando pochissimo, finisce per fare da trampolino per il rilancio della tua carriera da regista. E insomma, alla fine giusto così, no? Boh.

Comunque, Tusk nasce per l'appunto da SModcast, per la precisione dal duecentocinquantanovesimo episodio, nel quale Smith e Mosier si trovano a chiacchierare di un'inserzione pubblicitaria (poi rivelatasi finta) apparsa su Gumtree, in cui un tizio offre alloggio gratuito a chiunque sia disposto a travestirsi da tricheco. Dopo aver trascorso un'ora sparando cretinate col suo amichetto su un'ipotetica storia ispirata a quell'inserzione, Smith chiede a Twitter di fargli sapere se sia il caso di mettere in produzione un film del genere. #WalrusYes o #WalrusNo? Domanda retorica. Circa un anno dopo, Tusk arriva nei cinema e incassa meno di due milioni di dollari, ma - spiega Smith a chi gli sventola in faccia il flop - facendo la tara fra quei due spiccioli, il budget ridottissimo e i soldi arrivati con gli accordi di distribuzione, chiude in attivo e convince la gente che conta a finanziare non uno, non due, ma addirittura tre nuovi progetti del Kevinone. Nei prossimi anni, quindi, a meno di imprevisti, arriveranno Clerks 3 e altri due film ispirati al fantastico mondo dei podcast, che comporranno con Tusk la True North Trilogy. Tutto è bene quel che finisce bene.

"Stacce."

Ma Tusk com'è? Beh, è un film che ha per protagonista un podcaster (wink wink) insopportabilmente borioso (Justin Long), amico di un podcaster un po' meno insopportabile ma insomma (Haley Joel Osment). Il borioso, per una serie di incredibili coincidenze nate dallo star cercando argomenti di discussione per il podcast, si ritrova nelle mani di un signore di una certa età (Michael Parks) che, per una serie di eventi che non andremo ad approfondire, non si accontenta di un costume da tricheco. L'inserzione che Justin Long e i suoi baffi scovano è più generica rispetto a quella "reale", offre alloggio gratuito e tante storie interessanti da raccontare, ma il nostro amico Parks è in realtà un pazzo furioso che ha la fissa di trasformare uomini in trichechi. Letteralmente. Justin si ritrova quindi velocemente drogato, senza baffi e vittima di disgustose operazioni che lo trasformano in uno scherzo della natura, una specie di tricheco umano che sbava, ringhia e mangia pesce.

Se sembra una situazione completamente cretina è perché si tratta esattamente di quello. E del resto Tusk nasce da una chiacchierata scema ed è realizzato a solo uso e consumo di chi voleva il film cretino nato da quella chiacchierata scema. A tutti capita di trascorrere una serata inventandosi idiozie assieme agli amici, buon per Kevin Smith che può permettersi di trasformare quelle idiozie in un film. L'aspetto paradossale della faccenda, per altro, sta nel fatto che Tusk funziona quando si prende sul serio e crolla miseramente quando la butta in farsa. La parte iniziale, che propone dei protagonisti a metà fra il fesso e il deprecabile e inizia pian piano a costruire il classico viaggio implacabile verso l'incubo, fa il suo dovere. Michael Parks che fa il matto, come già in Red State, è una meraviglia. Genesis Rodriguez è gnocca. I momenti più puramente horror e di disagio, seppur ovviamente cosparsi da un bel po' di humor nero, funzionano quasi tutti. Insomma, come horror grottesco e completamente sopra le righe, Tusk non sarebbe neanche male e ti farebbe quasi venir voglia di pensare che abbia cose interessanti da dire sull'attuale era dell'entertainment e della comunicazione online. Quasi, eh.

Il problema è che Smith non sembra interessato a crederci minimamente e butta nel mucchio una deriva demenziale impresentabile, più o meno tutta concentrata nella partecipazione di Johnny Depp truccato da Johnny Depp che fa il cretino canadese con l'accento francese di Johnny Depp e un po' di trucco raffazzonato da Johnny Depp sulla faccia di Johnny Depp. Un personaggio talmente cretino da risultare cretino anche nel contesto di un film cretino come Tusk, e che - immagino - dovrebbe farci molto ridere perché si capisce benissimo che c'è Johnny Depp sotto quel trucco talmente raffinato da rendere irriconoscibile Johnny Depp. Non ho riso. Sta di fatto, però, che ne viene fuori un film costantemente indeciso fra serietà e farsa, incapace di trovare un equilibrio fra le due direzioni, diretto da una persona a cui, probabilmente, fotte sega. Ciliegina sulla torta, i titoli di coda sono accompagnati dalle porzioni della chiacchierata originale fra Smith e Mosier in cui i due ridono come matti proprio delle parti di storia che il film prova a prendere sul serio. E, insomma, sarà un problema mio, ma faccio proprio fatica a non vederci un'enorme coda di paglia.

L'ho visto al cinema, in lingua originale, qualche tempo fa. Era il film di chiusura del PIFFF 2014. Non so, onestamente, se sia prevista una distribuzione italiana, però è passato al Festival di Roma dell'anno scorso. Fun fact: gli altri due episodi della True North Trilogy saranno Yoga Hosers, di cui si sono già concluse le riprese e che è incentrato - glom - sul personaggio di Johnny Depp, e Moose Jaws, descritto come "Lo squalo, ma con un'alce". E vabbuò, che gli vuoi dire?

22.1.15

Predestination


Predestination (Australia, 2014)
di Michael e Peter Spierig
con Ethan Hawke, Sarah Snook, Noah Taylor

Ogni tanto mi ritrovo a scrivere di un film in preda all'ansia del non volerne rovinare la visione e finisco per dire subito "È bello, smettete di leggere e guardatevelo". O anche "È brutto, quindi potete pure continuare a leggere, tanto chi se ne frega". In questo caso diciamo "È bello, se vi piacciono i film sui viaggi nel tempo smettete di leggere e guardatevelo". Fra l'altro, di fondo, già dire una cosa del genere finisce per cambiare almeno un po' l'esperienza di chi ti legge, perché poi si presenterà davanti allo schermo non completamente vergine, aspettandosi già il film in cui c'è qualcosa da scoprire, un colpo di scena, whatever. Ma d'altra parte, ehi, do per scontato che se sei uno a cui piace presentarsi vergine in sala (come fra l'altro è più o meno capitato a me per questo film), beh, non mi leggi prima di aver visto il film. Ad ogni modo, se vi piacciono i film sui viaggi nel tempo, smettete di leggermi, date una chance a Predestination e magari poi tornate a leggermi. Se vi interessa invece leggere un mio giudizio di merito sul film, scritto comunque stando attento a non svelare quasi nulla del racconto, potete passare al prossimo paragrafo.

Predestination è il terzo film dei fratelli Spierig, il secondo con protagonista Ethan Hawke, ed è ispirato alla storia breve —All You Zombies— di Robert A. Heinlein. Al centro del racconto si trova un'organizzazione governativa formata negli anni Cinquanta e dedita all'utilizzo dei viaggi nel tempo per sistemare cose che devono essere sistemate. Fra i pregi maggiori del film c'è un aspetto che mi dicono essere anche la migliore (e forse unica) qualità del precedente Daybreakers: la capacità di creare un mondo alternativo affascinante, carico di personalità e credibile basandosi solo su due o tre pennellate piazzate nel modo giusto. In questo caso, le pennellate sono fondamentalmente riassumibili in una gentile estetica da fantascienza anni Sessanta, che dona al tutto una personalità deliziosa e già da sola vale il prezzo del biglietto. Ma ci sono altri aspetti di gran merito: una sceneggiatura che tratta i viaggi nel tempo in maniera sì contorta, ma molto precisa e comprensibile; una gestione delle rivelazioni che non si preoccupa tanto di nasconderle (se insisti in quel modo sul "non mostrare" un volto, mi stai evidentemente suggerendo qualcosa), quanto di creare una rete di intrecci che, anche se hai già intuito tutto, rimanga coinvolgente grazie al lato umano della vicenda; due attori, il nostro amico Ethan Hawke e quella specie di incrocio fra Emma Stone e Leonardo di Caprio che è Sarah Snook, bravissimi a venderti il tutto. E son pregi non da poco, specie se consideriamo che l'azione sta dalle parti dello zero spaccato e il film ruota fondamentalmente quasi solo attorno al dialogo e alla gestione dell'incastro temporale. Se a questo punto siete definitivamente convinti, smettete di leggere e guardatevelo. Se volete leggere che altro ho da dire, proseguite pure: prometto di non svelare molto.

L'altro aspetto intrigante del film, o quantomeno intrigante per me, è che mentre spesso il paradosso temporale, per quanto possa essere importante nell'economia della storia, è soprattutto uno strumento utilizzato per raccontare delle vicende che gli ruotano attorno, in questo caso il paradosso temporale è la vicenda. Intendiamoci, Predestination appartiene comunque a quella fantascienza che sfrutta le sue assurdità per parlare del mondo reale, di umanità e di temi più o meno alti, ma è anche, in sostanza, il racconto di come nasca e si sviluppi un paradosso temporale. Praticamente tutta la vicenda è composta quasi esclusivamente dai pezzi del grosso puzzle che ne descrive la struttura e che pian piano vanno a unirsi fino a fornire un quadro completo e abbastanza coerente. Poi, certo, alcuni aspetti sono forse un po' traballanti e certi dubbi possono probabilmente essere risolti unicamente tramite una chiacchierata coi due Spierig (che per altro magari risponderebbero in pieno stile Rian Johnson: "Mboh, ci sembrava fico fare così"), ma la linea temporale che viene tracciata è solida e piuttosto affascinante. E questo è l'ultimo pregio che mi premeva sottolineare. Basta, ho finito, andate a guardarvelo, che merita.

L'ho visto al cinema, in lingua originale, durante l'ultima giornata di PIFFF. Fra l'altro, col senno di poi, sono abbastanza orgoglione del fatto di essere riuscito a seguirne la storia senza problemi dopo essermi sparato la maratona notturna sulle invasioni aliene e avendo dormito, boh, cinque ore al massimo. Ma forse il fatto è che un film del genere va visto così, quando sei sull'orlo del collasso isterico e hai i litri di caffè che ti scorrono nelle vene. Ad ogni modo, a casa sua (in Australia) il film è uscito l'estate scorsa, in questi giorni sta arrivando di qua e di là e secondo me non è totalmente da escludere una distribuzione dalle nostre parti.

21.1.15

John Wick


John Wick (USA, 2014)
di Chad Stahelski e David Leitch
con Keanu Reeves, Michael Nyqvist, Willem Dafoe, Adrianne Palicki

Ultimamente, Keanu Reeves s'è fatto cogliere dalla sindrome di Liam Neeson, seppur con quasi dieci anni d'anticipo rispetto a quando è capitato al nostro pensionato action preferito, e ha deciso di dedicarsi al cinema di menare, sparare e tirar calci volanti. Se da un lato, infatti, è innegabile che i film d'azione abbiano rappresentato una certa costante nella carriera del giovane Keanu, certo più che in quella del giovane Liam, dall'altro fra il terzo Matrix e Man of Tai Chi sono passati dieci anni secchi, durante i quali Keanu s'è dedicato soprattutto al cinema di parlare. Ma evidentemente a un certo punto è scattato qualcosa e il nostro amico ha deciso che voleva riprendere a divertirsi facendo il supereroe sul set. Ecco quindi che nel giro di un paio d'anni tira fuori l'esordio alla regia con un film sulle arti marziali in cui si riserva anche il ruolo da antagonista (Man of Tai Chi, appunto), un secondo film in cui se ne va a combattere creature mitologiche nell'estremo oriente (47 ronin) e infine si affida ai suoi coreografi di Matrix per la loro prima regia. Grande Keanu.

Il risultato di quest'ultima mossa è John Wick, una specie di noir d'azione in cui il protagonista è un uomo in preda a lutto disperato per la recente morte della moglie, aggrappato con forza a quel che gli rimane di lei, per la precisione un'auto vintage e un cagnolino. Mentre è impegnato a farsi una sana dose di affari suoi, un gruppo di mafiosetti russi, tra cui il figlio del boss locale, decide di prenderlo di mira e glie ne combina una di troppo. Quello che i poveretti non sanno è che hanno sfogato le proprie turbe giovanili sulla persona sbagliata, uno il cui nome fa tremare di paura chiunque lo conosca, quello che non viene usato come figura mitologica per spaventare i bambini la sera tardi perché anche le figure mitologiche hanno paura di lui. John Wick, appunto.

La persona sbagliata, exhibit A.

Ne segue un film che non si abbandona completamente all'azione sfrenata, ma riesce a mescolare in maniera convincente diversi stili, seguendo la semplice e tragica, storia del nostro eroe, raccontandone il circoletto di amici e conducendoci per mano in questo mondo allucinato di killer mossi da un ferreo codice d'onore. Cuore di quel mondo è un albergo dalle regole bizzarre, zona franca su cui non svelo molto perché è divertente da scoprire coi propri occhi e che è parte integrande del lavoro svolto su questa specie di universo parallelo cupo e fascinoso. E in questo luogo astratto, molto ben costruito e fotografato con un gran gusto per l'immagine, John si muove cercando vendetta, soddisfazione, o magari semplicemente un modo per sfogarsi, mentre l'intera rete di professionisti del settore che gli ruota attorno converge su di lui, senza avere troppo chiare le proporzioni del guaio in cui stanno andando a cacciarsi. Il che ci porta all'azione.

La persona sbagliata, exhibit B.

Ottimo il mondo surreale in cui si svolge tutto, ottima l'atmosfera, ottima la cura per l'immagine, ottimo in generale il fascino che ammanta tutto quanto, però poi dal film diretto dai coreografi di Matrix è anche lecito attendersi una certa dose di azione e divertimento. Li abbiamo? Fino a un certo punto. Il primo scontro a casa Wick e il macello in discoteca, protagonisti delle due gif animate che ho piazzato qua sopra, fanno molto bene il loro dovere. Non esprimono magari la brutalità a cui ci ha abituati un certo cinema orientale recente, ma sono dei gran bei balletti eleganti e spettacolari, nei quali la putenza (quasi) invincibile del personaggio interpretato dal nostro amico Keanu viene espressa a meraviglia. Va un po' meno bene per il confronto con la killer interpretata da Adrianne Palicki, che salvo comunque perché, ehi, Adrianne Palicki, ma soprattutto delude lo scontro finale, di un moscio che non ci si crede. E, insomma, ci sono anche delle giustificazioni narrative, per la sua moscezza, però, se mi fai uno scontro finale moscio, io esco dal cinema con l'amaro in bocca.

Ma nonostante questo mi sento di consigliare John Wick, perché quando ingrana è divertente per davvero, perché Keanu Reeves funziona alla grande nel ruolo, perché Adrianne Palicki e perché si tratta di un film molto curato nell'estetica e affascinante in parecchie trovate. Bella Keanu.

L'ho visto in lingua originale, al cinema, qua a Parigi, lo scorso novembre. Ne scribacchio solo oggi perché nei cinema italiani ci arriva questa settimana.

20.1.15

Killer Klowns from Outer Space


Killer Klowns from Outer Space (USA, 1988)
di Stephen Chiodo
con Grant Cramer, Suzanne Snyder, John Allen Nelson, John Vernon

Stephen, Charles ed Edward Chiodo sono tre amorevoli fratelli che il Bronx ha deciso di regalare al mondo tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana. I tre hanno dedicato la loro vita adulta al lavoro nel mondo degli effetti speciali, con particolare attenzione su pupazzi, stop-motion e tutto ciò che stimola la nostalgia nella capoccia di chi è cresciuto negli anni Ottanta. La loro carriera vanta partecipazioni alle robe più disparate, daa Critters a Team America, passando per A cena con un cretino e svariati episodi de I Simpson. Fra i motivi per cui molti appassionati vogliono loro bene, però, c'è soprattutto Killer Klowns from Outer Space, un progetto assurdo e personalissimo, l'unico film da loro scritto e diretto, almeno fino a quando uscirà il più volte chiacchierato The Return of the Killer Klowns from Outer Space in 3D, che IMDB sostiene essere in arrivo nel 2016, con Grant Cramer pronto a tornare nel suo ruolo originale.

Ma che cos'è, Killer Klowns from Outer Space? È esattamente quel che il titolo può lasciar immaginare, niente di più e niente di meno: un film in cui arrivano dallo spazio dei pagliacci assassini. Facile, no? A distinguerlo da cinquantamila altri film di quegli anni basati su singole trovate fuori di testa c'è il fatto che in questo caso gli autori non si sono limitati all'idea di base e hanno invece spremuto fuori un film che è un frullato di invenzioni geniali una dietro l'altra, messe in fila senza freno alcuno. Tolti l'assegnino per convincere John Vernon a portare un (bel) po' di carisma attoriale e quello per commissionare ai Dickies la meravigliosa theme song, tutto il resto del budget è finito nello sviluppo di pupazzi, creature, aggeggi e assurdità varie, dando vita a un tripudio di follia incredibile, in cui non si smette mai di divertirsi ed essere sorpresi.

Killer Klowns from Outer Space è un film assurdo e fenomenale, un carico di stupidità camp sopra le righe in cui a vincere sono la fantasia e il divertimento, espressi comunque in un contesto a modo suo brutale e violento: fatico a considerarlo un film spaventoso, ma tutto sommato non mi stupisco se chi non si trova molto a suo agio coi pagliacci lo vive male. In testa, però, rimane soprattutto il modo in cui l'immaginario legato al circo, e più nello specifico ai clown, viene rielaborato per dar vita a una sorta di incubo stralunato. Dall'astronave a forma di tendone ai bozzoli di zucchero filato, passando per l'uso che viene fatto dei palloncini e delle ombre cinesi, la stupida e crudele giocosità dei pagliacci, il pop corn mutante, la fila di clown che escono dall'auto, il gelato, le vittime trasformate in marionette... cinque minuti a caso di questo film valgono tutti gli Sharknado di questo mondo per quantità di idee, senso dell'assurdo, deformazione della realtà e palpabile entusiasmo da parte di chi si trova dietro alla macchina da presa. Poi, certo, è un film scemotto, con personaggi e attori di terz'ordine e una storia che alla fin fine fa solo da pretesto per mettere in fila una lunga serie di sketch. Ma è uno spacco vero, adorabile e sincero. Avercene.

Era il film conclusivo della maratona notturna dedicata agli alieni del PIFFF 2014. Non l'avevo mai visto prima e spararmelo sul grande schermo, alle quattro del mattino, con alle spalle una notte passata davanti alle invasioni aliene, beh, è stato meraviglioso.

19.1.15

Gli episodi pilota Amazon di gennaio 2015


Il 19 aprile 2013, Amazon ha tentato per la prima volta l'esperimento della "Pilot Season", con quattordici episodi pilota per potenziali serie girati e gettati in pasto agli abbonati Amazon Prime, che in diversi territori mondiali (USA, certo, ma non solo) include un servizio di video on demand. Gli utenti possono guardarsi gli episodi, esprimere il loro parere tramite l'apposito sondaggio online e sperare che ciò che hanno più gradito passi il vaglio e venga messo in produzione. Le serie approvate vengono quindi prodotte e distribuite in stile Netflix, con l'intera stagione che arriva su Amazon Instant Video tutta assieme, in esclusiva per gli abbonati Prime, immagino pronta per l'eventuale vendita e trasmissione sui network televisivi dei paesi non raggiunti dal servizio.

Da quei primi quattordici "tentativi" hanno visto la luce cinque serie, tre delle quali dedicate al pubblico dei più piccini. Per quanto riguarda le altre due, Betas non ha avuto fortuna e ha chiuso dopo la prima annata, mentre Alpha House, una commedia a sfondo politico con protagonista John Goodman, è giunta lo scorso ottobre alla seconda stagione. Dalla seconda tornata di dieci episodi pilota, risalente a febbraio 2014, sono nate cinque serie, due delle quali per bambini. Le altre tre? Mozart in the Jungle, pubblicata un mese fa, Bosch, in arrivo a febbraio, e la splendida, splendida, splendida Transparent, che si è manifestata lo scorso agosto e nelle ultime settimane ha fatto incetta di premi, ha portato a casa due Golden Globe e, assieme all'annuncio - guarda caso immediatamente successivo alla cerimonia - di una serie firmata Woody Allen messa in produzione senza passare dalla procedura della Pilot Season, ha fatto puntare tutti i riflettori su Amazon.

Nel mentre c'è stata anche una terza Pilot Season, lo scorso agosto, di cui ho scritto a questo indirizzo qua: cinque proposte, nessuna delle quali convincentissima, con le due di maggior potenziale (Hand of God e Red Oaks) messe in produzione e una terza, The Cosmopolitans, su cui c'è ancora da decidere. Insomma, la macchina non si ferma e, anzi, con il prestigio garantito da Golden Globe e Woody Allen, è anzi il caso di spingere sul pedale dell'acceleratore, tant'è che il 15 gennaio 2015 è scattata la quarta Pilot Season, con ben tredici proposte. Sei fra questi nuovi episodi pilota sono dedicati a un pubblico infantile che, evidentemente, interessa molto ad Amazon ma, abbiate pazienza, interessa molto poco a me. Mi sono però guardato gli altri sette e...


Che cos'è?
Il remake americano dell'omonima serie britannica andata in onda per quattro stagioni. La mente creativa alle spalle del progetto è la stessa dell'originale, Cris Cole, affiancata però in produzione dallo Shawn Ryan di The Shield. La storia racconta di quattro amici di mezz'età, ex membri della stessa confraternita universitaria, che vanno in Belize per trascorrere quattro giorni di vacanza nella super villa del quinto amico che ha fatto i soldi e che, ovviamente, nasconde qualche segreto di troppo. Steve Zahn è il bambinone del gruppo. Ben Chaplin è il professorino tutto rabbia repressa e fastidio. Romany Malco è il padre di famiglia portato sull'orlo del lastrico da un divorzio difficile. Michael Imperioli è l'uomo medio senz'arte né parte. A ospitarli è Billy Zane, nel ruolo interpretato da Ben Chaplin nella serie originale.

Come mi è sembrato?
Molto bello e dal gran potenziale (per altro tecnicamente già espresso nella serie originale, che ammetto di non conoscere). Il rapporto fra i protagonisti è quello classico di queste situazioni, con amicizie non più troppo tali, logorate dalla vita e pronte ad esplodere in maniera brutale, ma la situazione precipita quando entrano in gioco le faccende in cui si è trovato coinvolto il personaggio di Billy Zane. Ne viene fuori un'ora di televisione il cui tono vira lentamente e inesorabilmente dalla leggera commedia anche un po' stupidina iniziale a un tuffo nel panico e nella brutalità. Se andrà avanti, immagino verra messo al centro soprattutto l'elemento thriller e di avventura nei luoghi selvaggi, con gli aspetti comici a fare capolino nei rapporti fra i personaggi e nel tratteggiare gli aspetti più assurdi della storia.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Parecchia. Se il progetto viene bocciato, mi guardo l'originale. Anzi, mi sa che me lo guardo lo stesso.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Excellent: I can see this becoming one of my favorite shows


Che cos'è?
Una commedia su una ex super modella arrogante e volgarotta, appena uscita da dieci anni in clinica di riabilitazione, che prova a rientrare nel giro dalla porta principale ma sbatte contro un muro. Ad aiutarla, piuttosto controvoglia, la sua ex assistente, che nel frattempo si è rifatta una vita da scrittrice di manuali d'autostima per adolescenti. La modella è Leslie Bibb, l'ex assistente sfigatella è Rachel Dratch, a dirigere il pilota c'è il Mark Waters di Mean Girls.

Come mi è sembrato?
Mean Girls era eccellente, ma sono passati undici anni e Mark Waters deve ancora dirigere un singolo altro film che valga la pena di ricordare almeno la metà rispetto a quello (HINT: forse era tutto merito di Tina Fey). Salem Rogers, comunque, ha dei momenti in cui funziona, più che altro perché le due protagoniste, seppur in modi diversi, non conoscono il senso della vergogna. Leslie Bibb si mangia la scena ruttando, scoreggiando, trattando tutti malissimo, comportandosi da stronza senza freni e cretina priva di ogni speranza, Rachel Dratch è la solita, ottima, assurda Rachel Dratch e fra le due c'è davvero un'ottima intesa. La scrittura, però, non le supporta al meglio e onestamente sono più le gag sfiatate di quelle che funzionano.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Non molta, però ci vedo del potenziale. Diciamo che le darei una chance in caso di recensioni cariche d'entusiasmo.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Average: I wouldn’t go out of my way to watch it


Che cos'è?
Figlio di una coppia che vive vendendo droghe leggere, Logan è un ragazzo bellissimo e bravissimo che ha sempre avuto la vita servita su un piatto d'argento, facendosi mantenere come capitava, ottenendo tutto quello che voleva grazie al fatto che qualunque donna gli capitasse davanti cascava ai suoi piedi, ma non si è mai per questo montato la testa più di tanto. Praticamente è come sarebbe il principe azzurro di Fables se fosse caduto da piccolo nel pentolone della marijuana e fosse per questo costantemente rilassato, buono, onesto. Vive in uno stato di continuo relax e ha trovato la propria vocazione facendo il maestro di yoga nella palestra fondata con la sua ragazza... che improvvisamente lo lascia e lo costringe a mettersi in proprio. Deve quindi farsi una vita. Ah, suo padre è Kris Kristofferson.

Come mi è sembrato?
In giro per l'internet lo vedo abbastanza stroncato (del gruppo, l'unico trattato peggio è Point of Honor) ma in realtà a me non è dispiaciuto, in larga misura per il tono sbalestrato su cui si adagia, assestandosi dalle parti della commediola innocua che non sente il bisogno di sfociare negli eccessi apatowiani. La voce narrante, l'atmosfera, i personaggi... è tutto tremendamente rilassato e ne viene fuori un qualcosa di assurdo e con una sua personalità abbastanza particolare, che è anche difficile inquadrare come tentativo di far comicità in senso stretto, se vogliamo: l'unica gag "esplosiva" è quella che chiude l'episodio, per il resto è tutto un placido scherzare su convenzioni e sulle assurdità new age filtrate dallo sguardo di protagonista vitello tonnato. Ah, c'è Lyndsy Fonseca, che è sempre un punto a favore.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Non troppa. Ci vedo del potenziale, ma non abbastanza da gettarmici sulla fiducia. Anche qua, conteranno le recensioni.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?


Che cos'è?
Una specie di adattamento in video della storica rivista americana The New Yorker, che dal 1925 si occupa di cronaca, attualità, critica, satira, fumetti, narrativa e poesia. E i trenta minuti di questo episodio pilota sono strutturati come un numero di una rivista, con tanto di indice. Quattro segmenti: un cortometraggio con Alan Cumming nel ruolo di "Dio", un'intervista a Marina Abramovic, un documentario di Jonathan Demme sul lavoro del biologo Tyrone Hayes e un altro corto (anzi, micro) metraggio, in cui Andrew Garfield legge una poesia. A introdurre ciascun segmento c'è una vignetta sullo stile di quelle che appaiono nella rivista, la cui genesi viene mostrata in time-lapse.

Come mi è sembrato?
Molto bello e promettente. Il livello della produzione è alto e i segmenti sono tutti interessanti, fermo restando che, ovviamente, possono attirare di più o di meno a seconda dei gusti personali e dell'argomento trattato. Il cortometraggio iniziale è divertente, l'intervista a Marina Abramovic è affascinante, il documentario su Tyrone Hayes tratta un argomento che meriterebbe più spazio ma riesce comunque a condensare come si deve emozione e informazioni, la poesiola fa da bel punto in fondo alla frase. Da un certo punto di vista, potrebbe essere il Transparent di 'sto giro: magari non riscuote successo enorme, ma decidono di andare avanti lo stesso per questioni di importanza e di prestigio.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Molta.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Excellent: I can see this becoming one of my favorite shows


Che cos'è?
Siamo all'inizio della Guerra di secessione americana e John Rhodes, residente a Point of Honor, in piena Viriginia, prende la controversa decisione di rinunciare completamente allo schiavismo ma difendere comunque il suo stato nello scontro fra Nord e Sud. L'episodio pilota è diretto da Randal Wallace, regista di La maschera di ferro e We Were Soldiers, sceneggiatore di Braveheart e Pearl Harbor.

Come mi è sembrato?
L'investimento produttivo non sembra essere dei più convinti, fra la messa in scena traballante della battaglia iniziale (che pure ha i suoi momenti), una ricostruzione degli ambienti che va e viene e un eccesso di panoramiche dall'alto sulla villa che fanno tanto Dallas (senza contare che gli accenti, da quanto leggo in giro, lasciano a desiderare). Il soggetto, volendo, è affascinante, ma difficilotto da trattare come si deve e, a giudicare da questo episodio pilota, Randal Wallace non è all'altezza della situazione. Ci sono spunti azzeccati, piccoli momenti che raccontano la "normalità" dello schiavismo nello sguardo di un personaggio teoricamente positivo o immagini suggestive come quella delle donne sedute sull'uscio che ascoltano gli spari in lontananza, ma è tutto eccessivamente pomposo, fino all'esasperazione. La scrittura è sparata a mille, gli attori recitano anni luce sopra alle righe e, del resto, i personaggi sono una lunga serie di macchiette incastrate nei più classici stereotipi. Premio "no, dai" alla scena della liberazione degli schiavi con una che scatta subito a cantare Amazing Grace.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Pochissima. Poi vai a sapere, eh. Però davvero poca.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Below average


Che cos'è?
Se ne chiacchiera ormai dal 2010, quando doveva essere una miniserie della BBC, e già allora alla produzione era legato il nome di Ridley Scott. Nel 2013 doveva essere una produzione SyFy, con Frank Spotnitz (uomo fondamentale per otto delle nove stagioni di X-Files) ad affiancare sir Ridley. E alla fine è stata Amazon a provarci per davvero, con le riprese di un episodio pilota, prodotto sempre da Spotnitz e dalla Scott Free di Ridley, svoltesi a ottobre 2014. È l'adattamento dell'omonimo romanzo di Philip K. Dick (in Italia s'intitola La svastica sul sole) e racconta di un 1962 in cui l'America è sotto il dominio dell'Asse, uscito vittorioso dalla Seconda Guerra Mondiale, e nel quale Giappone e Germania finiscono per dividersi il territorio americano e dar vita alla loro versione della Guerra Fredda.

Come mi è sembrato?
Notevole. Ci sono margini di miglioramento, in un pilota è inevitabile, ma come punto di partenza fa il suo dovere alla grandissima, per diversi motivi. Soprattutto, c'è il suo sbatterti in questo mondo assurdo senza nessun pippone introduttivo, presentandolo come dato di fatto e raccontandolo in maniera eccellente, seguendo tante vie diverse, passando per i piccoli dettagli, la cura nella costruzione degli ambienti, scene dal forte impatto come quella delle ceneri, il lavoro su attori e personaggi. La capacità di costruire un mondo c'è tutta, ed è un mondo affascinante, nelle cui avventure viene voglia di immergersi. Se viene portato avanti e fanno le cose per bene, qua c'è il potenziale per la prima grande "saga" televisiva di Amazon.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Assai.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Excellent: I can see this becoming one of my favorite shows


Che cos'è?
Il mitico Brian Dennehy è il titolare di un'azienda produttrice d'armi da fuoco messa nei guai da una manovra azzardata del figlio Jason Lee. L'altro figlio Sam Trammell (il cagnolino di True Blood) torna a casa per dare una mano e si ritrova invischiato in tutte le assurdità da cui era scappato per rifarsi una vita. Ne viene fuori un mix fra (poco) dramma e (molta) commedia che fa satira sull'industria di pistolone e fucili, con Samuel Baum (Lie to Me) e Sam Shaw (Manhattan) a occuparsi del lato creativo.

Come mi è sembrato?
Divertente e con un bel potenziale, vuoi per l'argomento, vuoi per l'ottima intesa fra gli attori, anche se l'episodio pilota ci mette un po' a ingranare e l'impressione è che, se andrà avanti, ci sarà da lavorare per aggiustare il tiro (Ba dum tssshhh). Jason Lee ha il ruolo cucito addosso e tira fuori un mix fra Earl e i suoi personaggi buzzurri del periodo in cui lavorava con Kevin Smith, Sam Trammell è il solito cucciolone (Ba dum tssshhh) e Brian Dennehy, beh, è Brian Dennehy. Bonus: c'è la faccia da schiaffi di Dreama Walker.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Abbastanza. Una chance glie la darei di sicuro, fosse anche solo per l'ottimo cast.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Above average

Beh, fermo restando che è inevitabile che in un mucchio di episodi pilota non funzioni tutto bene, mi sembra che la qualità media si stia alzando. Bene così. Al di là del fatto che Transparent, da solo, vale l'abbonamento a Prime. Guardate Transparent. Sul serio.

18.1.15

Lo spam della domenica mattina: Funghetti


Questa settimana, su Outcast, s'è manifestato un Videopep in cui faccio il conto dei giochi che più mi interessano per il 2015, seguito dalla mia recensione di Captain Toad: Treasure Tracker e dall'Old! dedicato al gennaio del 1985. Su IGN, invece, ho dato una mano per la Top 10 dei videogiochi del 2014 (più che altro partecipando alle decisioni e assemblando l'articolone) e ho messo assieme l'analisi del secondo trailer di Avengers: Age of Ultron (ma doveva uscire ieri e non mi pare sia uscita ma non so perché nel weekend mi faccio il più possibile gli affari miei e insomma boh comunque magari esce e se esce sta a quell'indirizzo linkato qua sopra).

Domani, a meno di imprevisti, dovremmo registrare il primo Outcast Magazine del 2015.

17.1.15

La robbaccia del sabato mattina: Cervelli!


Dunque, la notizia della settimana, forse, è che dopo aver tirato su due meritatissimi Golden Globe con Transparent (che, ricordo, è la mia serie preferita fra quelle che ho visto l'anno scorso), Amazon ha annunciato di aver messo in cantiere una serie firmata Woody Allen, che salterà per direttissima la procedura canonica dei pilot ad approvazione popolare. Il commento di Allen è stato, più o meno, "Non so che fare, comunque lo faccio". Sono curiosissimo.




Questa cosa qua sopra, invece, è una specie di librogame formato Twitter, in cui si clicca sugli @ per decidere cosa fare e si va avanti nella storia. Arrivati in fondo, si scopre che in realtà è una campagna pubblicitaria per un libro su Kindle, ma insomma, è comunque una cosetta davvero bella.



Qua invece c'è il trailerino per la ripresa della quinta stagione di The Walking Dead. Onestamente è solo un po' di gente che si spara le pose al rallentatore, non c'è molto da dire.



Qua abbiamo invece il trailer per la seconda stagione di Penny Dreadful. La prima ce l'ho ancora nella lista delle cose che voglio guardare, anche perché me ne parlano bene, ma appunto boh. Però Eva Green. Che è sempre un'ottima argomentazione.



Nuovo, onestamente un po' moscio, trailer per Avengers: Age of Ultron. Boh, mi son divertito di più a registrare l'analisi in video (che esce oggi su IGN, a meno di imprevisti) che a guardare il trailer. Sarà anche che non è che si veda molto di nuovo, son più che altro dettagli da seghino mentale.



Il primo trailer per iZombie, nuova serie TV tratta dal fumetto di cui ho scritto a questo indirizzo qui e chiacchierato a quest'altro indirizzo qua. Devo dire che, al di là delle pose plastiche inguardabili sul finale, mi ha messo di buon umore. Partendo dal presupposto che una serie flippata veramente in stile Allred non me l'aspetto di certo, devo dire che ci vedo del potenziale e soprattutto che mi sembra poter cogliere lo spirito giusto.



 

Sto guardando The Honourable Woman. Guardate The Honourable Woman. Porca miseria The Honourable Woman. Mamma mia The Honourable Woman.

16.1.15

Blob - Il fluido che uccide


The Blob (USA, 1988)
di Chuck Russell
con Shawnee Smith, Kevin Dillon, Donovan Leitch Jr.

Quattro anni dopo quel capolavoro di La cosa, due anni dopo quell'altro capolavoro di La mosca, nel 1988 se ne salta fuori un ulteriore horror che aggiorna, attualizza e incupisce un successo di qualche decennio prima. Del resto, sono gli anni d'oro dei remake, è il periodo in cui degli autori dotati di un cervello funzionante ci regalavano reinterpretazioni di spessore, ben lontane dai rifacimenti al microonde cui siamo abituati oggi. In questo contesto, c'è poco da fare, Blob fa la figura del fratello scemo, ma la verità è che si tratta di un film divertente, dal gran ritmo, sorprendentemente cattivo (ci lascia le penne pure un bambino!) e che riesce appieno nel suo intento di riportare in sala quello spirito da drive-in che caratterizzava l'epoca da cui trae spunto.

Paparini del progetto sono dei giovani Chuck Russell e Frank Darabont, che scrivono assieme la sceneggiatura ma riescono a recuperare i finanziamenti per realizzare il film solo dopo essersi occupati di Nightmare 3: I guerrieri del sogno, da cui tirano per altro fuori uno fra i film più amati e di maggior successo della saga di Freddy Krueger. Dopo aver contato i soldi, quindi, spazio al loro remake, che recupera l'idea di base originale ma trasforma la massa informe assassina da creatura aliena a esperimento di laboratorio. Il classico tema dell'ansia da invasione comunista dei bei tempi si trasforma quindi, così timidamente che non è chiaro se Russell e Darabont siano davvero interessati alla cosa, in un metaforone sul terrore dell'A.I.D.S. che scuote il mondo in quegli anni. Ma d'altra parte l'idea, è piuttosto palese, sta soprattutto nel divertire e divertirsi.

Dove Russell e Darabont recuperano lo spirito dei bei tempi è infatti nel taglio assolutamente camp, seppur maggiormente cupo, ben supportato dalla truppa di caratteristi piazzati davanti alla macchina da presa. In questo senso, mi preme ricordare soprattutto gli occhi allucinati di Jeffrey DeMunn (attore feticcio di Darabont, ottimo Dale in The Walking Dead) e il classico anti-eroe motociclista con giacca di pelle, in pieno stile fifties, interpretato da Kevin Dillon (il Dave Franco degli anni Ottanta). È anche grazie a loro se Blob è fondamentalmente una divertente baracconata, che funziona alla grande ancora oggi grazie alla cattiveria, ai lievi accenni di satira e al puro senso di divertimento che sa esprimere. Anzi, forse funziona ancora meglio oggi, a quasi trent'anni di distanza, per quella sorta di affetto che si tende a provare nei confronti di un cinema ruspante, fisico, sincero e artigianale che oggi appare confinato alle piccole produzioni indipendenti, ma nel 1988 poteva permettersi un budget di tutto spessore. C'è ritmo da vendere, la fantasia nell'utilizzare l'assurdo mostro per ammazzamenti ingegnosi non manca e ci si diverte dall'inizio alla fine. Altro che Carrie.

L'ho visto al cinema, in lingua originale, come terzo film della maratona notturna sulle invasioni aliene al PIFFF 2014. Il terzo film è quello del giro di boa, dopo le tre di notte mi passa il sonno e da lì è tutto in discesa.

15.1.15

Agent Carter 01X03: "Time and Tide"


Agent Carter 01X03: "Time and Tide" (USA, 2015)
creato da Christopher Markus e Stephen McFeely
puntata diretta da Scott Winant
con Hayley Atwell, James D'Arcy, Chad Michael Murray, Enver Gjokaj, Shea Whigham

Alla terza uscita (o seconda, ma insomma, ci siamo capiti) la nuova serie Marvel abbassa il ritmo rispetto alla cadenza scoppiettante delle prime due puntate per provare a concentrarsi più sui personaggi. Una scelta sensata, che da un lato rende forse la parte centrale di questa oretta televisiva un po' arrancante, ma dall'altro regala maggior sostanza al cast, dando ai colleghi della protagonista un senso che inizi andare oltre al mix di sagomati sciovinisti presentati una settimana fa e, nel contempo, iniziando a mostrare quel che si nasconde dietro la facciata da macchietta di Jarvis, ovviamente pensato per risultare qualcosa in più che una semplice spalla comica. Fermo restando che, ehi, come spalla comica funziona benissimo e, in generale, l'umorismo gentile e un po' retrò della serie, fino a qui, è davvero azzeccato.

Nel mentre, viene portato avanti l'intrigo legato ad Howard Stark e alla sua tecnologia rubata, anche se la partecipazione fugace di Dominic Cooper continua a sembrarmi l'aspetto meno interessante, e soprattutto meno riuscito, della serie. Quel che davvero funziona, comunque, è Hayley Hatwell, bravissima nel rendere ogni sfumatura di un personaggio - ricordiamolo: fondamentalmente la prima "protagonista" dell'universo cinematografico Marvel - che si stanno giocando davvero bene. Ha la presenza fisica richiesta dal ruolo, non sbaglia un colpo quando deve buttar lì battutacce e gestisce a meraviglia il continuo equilibrismo fra toni cupi e da commedia.

E in questo senso, una puntata magari non totalmente riuscita come le prime due, seppur comunque piacevole e divertente, sale di livello grazie a due o tre momenti molto riusciti. C'è quel bel passaggio in cui Peggy deve affrontare in ufficio le conseguenze dell'interrogatorio, c'è l'unica ma azzeccata scena d'azione e c'è, soprattutto, un finale potente, efficace e dall'esecuzione perfetta. Il filo conduttore, di nuovo, è Hayley Hatwell, che rende a meraviglia il mix di tristezza, senso di colpa, timore e riso amaro richiesto dalla situazione e si conferma, assieme alle tematiche di fondo, l'arma più potente a disposizione della serie. Speriamo che continuino ad utilizzarla come si deve.

La scorsa settimana han fatto la burla, ma direi che nella prossima puntata Howard Stark torna davvero. O almeno così sembra suggerire il trailer. Vedremo - sigh - fra due settimane.

14.1.15

Exodus: Dei e re


Exodus: Gods and Kings (USA, 2014)
di Ridley Scott
con Christian Bale, Joel Edgerton

Di un film come Prometheus si può dire tutto il male che si vuole, però è difficile negare che abbia almeno un paio di lati positivi non da poco: David è un personaggio eccezionale, interpretato alla grandissima da Michael Fassbender, e sul piano visivo si tratta di una fra le robe più incredibili, semplicemente belle, viste in questo decennio (e, in una certa misura, pure in quello prima). Poi, per carità, la sceneggiatura fa acqua da tutte le parti, quasi tutti i personaggi si comportano più o meno a caso e, in linea generale, è un film con dei problemi enormi, che quando va in alto raggiunge quel paio di picchi non da poco, ma quando va in basso prende la pala e si mette a scavare. Ecco, Exodus: Dei e re è l'esatto contrario. È un film che non ha problemi enormi, ma allo stesso tempo non ha un punto alto che sia uno. È mediocre, un compitino che fa il suo dovere dall'inizio alla fine, non affonda quasi mai per davvero ma, allo stesso tempo, non riesce neanche per un attimo a spiccare il volo. Scorre tranquillo e placido, non scatena mezzo brivido e passa via più o meno come stare tutto il pomeriggio attaccati a una maratona di repliche di Il mio amico Arnold.

Fatico però a identificare questa "tranquillità" del film come un pregio. La verità è che allora preferisco il Ridley che parte per la tangente, sbraca e, pur in film discutibili, mi tira fuori quei picchi improvvisi, o quantomeno affronta temi interessanti, propone qualcosa che ti rimanga almeno un pochino addosso. Vale per Prometheus e vale, tutto sommato, anche per The Counselor, ma non vale certamente per questa nuova versione di una storia raccontata tante altre volte, che sceglie la strada dello pseudo-realismo moderno, secondo cui devi sempre lasciarti aperta la possibilità che in fondo siano tutte coincidenze e Mosé sia un pazzo che si immagina le cose. È tutto normale, tranquillo, medio, scorre placido e non morde. Non mordono, per dire, le interpretazioni dei due protagonisti, adeguati ma con materiale proprio scarso in cui affondare i denti, ed è come se non ci fossero le varie facce note di contorno, che fanno la loro apparizione, salutano con la manina, staccano l'assegno e si congedano senza disturbare, sotto utilizzate al punto da far pensare che, vista anche una certa frettolosità del primo atto, molto di loro sia rimasto in sala di montaggio. E, a margine, vien da chiedersi cosa abbia spinto il povero Aaron Paul, la cui carriera post Breaking Bad sembra non avere molte speranze, ad accettare il ruolo di stalker di Mosé, utile solo per picchiare sul punto del "ma ci fa o ci è?".

Ma si torna poi al punto di partenza: di fondo, il film poteva essere portato su un piano superiore da sir Ridley. Purtroppo è difficile non chiedersi se, comprensibilmente, la morte di Tony, avvenuta in piena lavorazione di Exodus, abbia tagliato le gambe alle potenzialità espressive del film. È tutto competente e professionale, ma non c'è una singola vera invenzione visiva, quel che dovrebbe dare spettacolo lascia abbastanza indifferenti e l'unica idea dignitosa, il Dio bambino piagnucolone e rabbioso, non è né originale né particolarmente ben sfruttata. Alla fin fine il problema sta tutto lì: esci dal cinema dopo aver visto sul grande schermo le piaghe d'Egitto, il Mar Rosso che si spalanca, i dieci comandamenti, Dio che parla a Mosè, la potenza dell'impero egiziano, battaglie furiose e cavalcate devastanti, ma hai l'impressione di esserti guardato il filmino delle vacanze in Spagna di Ridley Scott. Fatto bene, eh, alla faccia del filmino, ma le emozioni stanno altrove.

L'ho visto in lingua originale (non particolarmente utile: le interpretazioni sono quello che sono) al cinema (non particolarmente utile: lo spettacolo è quello che è), in 3D (non particolarmente utile: l'effetto non è nulla di spettacolare e l'oscurità aggiunta fa sembrare che l'Egitto sia preda di costante eclissi), qua a Parigi, qualche settimana fa, dato che l'hanno fatto uscire sotto Natale, immagino per cavalcare il tema. In Italia ci arriva questa settimana, forse per quel campo minato che è la distribuzione cinematografica natalizia italiana.

 
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