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31.5.14

La robbaccia del sabato mattina: Nudità in trasparenza

 
Si chiude la settimana che ha visto dipanarsi la grande tragedia geek del 2014, con Edgar Wright che ha mollato il progetto Ant-Man. I motivi paiono proprio essere legati al fatto che i piani altissimi Marvel/Disney (ben al di sopra di Kevin Feige) volevano imporgli cose oltre il limite del tollerabile e lui non ne ha voluto sapere. La cosa è particolarmente assurda se pensiamo che il film era in gestazione da sei anni o giù di lì e nasceva da una proposta di Wright stesso, senza contare che il progetto piaceva talmente tanto a Feige e superamici che avevano cambiato e spostato cose nell'universo cinematografico Marvel per riuscire a incastrarne i lavori con lui a bordo. E poi puff. Vabbé, peccato, vedremo cosa ne verrà fuori. Considerando che già si vocifera di Adam McKay, Rawson Marshall Thurber e Ruben Fleischer, stiamo a posto. Uffa. Ah, Joss Whedon ha espresso solidarietà su Twitter con una foto che mette addosso il magone e James Gunn ha parlato di amici che bisticciano. Intanto, già che c'eravamo, Drew Goddard ha mollato la miniserie Netflix su Daredevil (però rimane a fare da consulente) ed è stato annunciato Charlie Cox per il ruolo di Matt Murdock. E pare che Josh Brolin sarà Thanos. Cioè, sarà la voce di Thanos, ovviamente.



The Book of Life, nuovo film d'animazione prodotto da Guillermo del Toro che praticamente è Grim Fandango al cinema, o qualcosa del genere. Esce in autunno. Di sicuro gli voglio già bene per l'immaginario visivo, anche se poi la storiellina sembra essere la solita roba. Ma che ci vuoi fare. E a proposito...



Il trailer di The Strain, la serie TV ispirata al romanzo di Ciccio del Toro e Chuck Hogan, i quali hanno curato anche la produzione dell'adattamento, nonché scritto e diretto l'episodio pilota. La prima stagione prevede tredici episodi e comincia a luglio. Sono curioso. E sono curioso anche di capire cosa cacchio stiano combinando con Terminator: Genesis (qua le prime foto dal set) e Jurassic World (qua un po' di informazioni). In tutto questo, l'organo di rating americano ha deciso che il poster del nuovo Sin City che si vede là in cima osava troppo perché, cito, si intravedono la curva della tetta e la forma del capezzolo di Eva Green. Per fortuna l'internet ci ha comunque consegnato il manifesto.



A Walk Among the Tombstone, il nuovo film con Liam Neeson che fa cose e per il quale poco importa cosa effettivamente faccia, tanto, ormai, qualsiasi film esca con Liam Neeson che fa cose, la gente va a vederlo per divertirsi un po'. Da segnalare comunque l'agghiacciante cover di Black Hole Sun, pronta per essere diffusa dalle casse a bordo piscina in un lussuoso albergo omanita.



Un po' Tutti gli uomini del presidente, un po' Donnie Brasco, con un sacco di attori che mi piacciono, Jeremy Renner coi baffetti e Mary Elizabeth Winstead. Si intitola Kill the Messenger, esce ad ottobre e io ci sto. Dopodiché chiudiamo con la solita infornata di video vari a caso.





ANOTHER WORLD - short film - PROJECT 23 from Loniek on Vimeo.

Ieri sera dovrei essere andato a vedere Edge of Tomorrow. Non ne sono sicuro. Ci sarò andato? Mi sarà piaciuto? Vai a sapere.

30.5.14

Mud


Mud (USA, 2012)
di Jeff Nichols
con Matthew McConaughey, Jacob Lofland, Tye Sheridan, Sam Shepard, Reese Witherspoon, Michael Shannon, Sarah Paulson

Quando si chiacchiera di età, percezione, visioni distorte, gli occhi dei bambini e altre corbellerie del genere, mi torna sempre alla memoria il modo in cui i miei occhi da ragazzetto vedevano mio cugino Nino, che aveva quindici anni e per me era quello adulto, che girava in motorino e lavorava pure, facendo non ricordo bene cosa allo stabilimento La Stella Marina lì sul lungomare di Giulianova. Che fra l'altro era uno dei posti in cui giravano videogiochi abbastanza recenti. Il luogo di riferimento per il piccolo nerd, in realtà, era l'area coi cabinati alla Rotonda, ma comunque alla Stella Marina ci ho giocato Wonder Boy, e scusate se è poco. Ora, tutto questo discorso va anche un po' contestualizzato nel fatto che con "da bambino" intendo un'età incastrata da qualche parte in uno scenario che mi vedeva parcheggiato dai parenti in Abruzzo nei mesi estivi, lettore dei fumetti dei Transformers pubblicati dalla Marvel, custode geloso di un albo in particolare che vedeva l'Uomo-Ragno penzolare in mezzo ai robottoni e oggi totalmente privo di voglia di andare a controllare su Facebook quanti anni abbia mio cugino, per poter così capire quanti ne avessi io allora.

Ecco, per me, Mud racconta soprattutto quella cosa lì. Il modo in cui da bambini si guardano certe cose con degli occhi grandi così. L'ammirazione per una persona di cui si sa poco o nulla ma che fa e dice quelle due o tre cose totalmente perfette perché l'amichetto con decine d'anni in meno lo veda andare in giro con attorno un'aura di figaggine talmente potente che sembra l'alone viola delle pubblicità sull'AIDS, quelle che andavano in onda negli anni in cui io giocavo a Wonder Boy alla Stella Marina. E tutto questo viene raccontato attraverso lo sguardo di una coppia di poppanti perfettamente assortita, due ragazzini di provincia tanto cicci e con le famiglie problematiche, tutti intenti a cercare l'avventura e l'epica nella banalità fluviale di tutti i giorni. Lo spirito è quello di quei film lì, quei film sempliciotti con la storia di formazione per ragazzi e i personaggi anche un po' tagliati con l'accetta, perché in fondo è così che li vedono i ragazzini: semplici e tagliati con l'accetta.

In tutto questo, Matteo Maccoso stacca la sua solita intepretazione perfetta nel ruolo di Matteo Maccoso versione sporca, un po' cretina ma con un cuore grande così. E attorno ai due perfetti ragazzini - uno dei quali sembra clonato dal giovane River Phoenix di Stand By Me - ruota in ruoli uno più piccolo dell'altro un cast di gente più o meno tutta dallo spessore talmente elevato che a un certo punto viene da chiedersi se Jeff Nichols abbia impiantata nel petto una scheda SD contenente informazioni sugli scheletri nell'armadio di mezza Hollywood. Si vede che sto guardando la settima stagione di 24? Comunque, Mud è un bel filmetto, molto ben recitato, semplicino e basato su un immaginario in cui le storie di mafia sono quelle tutte cariche di MACCOSA che ci si immagina quando si è bambini e si desidera viverne una da protagonisti. Ti lascia addosso un bel senso di malinconia e di carica positiva senza scadere mai nello stucchevole e ti mostra un sacco di bei paesaggi. Che gli vuoi dire?

L'ho visto in Blu-ray e in lingua originale, con tutto il suo bel tripudio di accenti ostici e sh@it assortiti. Non ho notizie su un'eventuale distribuzione italiana.

29.5.14

Oggi volevo scrivere di Mud


Ma è successo che sono improvvisamente le sette meno un quarto e la giornata è andata così. Nel senso di più o meno come viene descritta da questa gif animata qua sopra. E quindi magari domani. O forse no. Chissà. Vai a sapere.

È che mi spiaceva interrompere così la striscia aperta di giornate consecutive in cui pubblico qualcosa, qualsiasi cosa, anche il nulla.

28.5.14

Biancaneve


Mirror Mirror (2012)
di Tarsem Singh
con Lily Collins, Julia Roberts, Armie Hammer, Nathan Lane e i sette nani

Quando, un paio di anni fa, secondo quell'adorabile pratica dei film prodotti a coppie che è in voga a Hollywood da tempo immemore ma è tornata prepotentemente di moda negli ultimi tempi, si sono manifestati più o meno contemporaneamente al cinema due film su Biancaneve, tirava brutalmente aria di doppietta di porcherie. Sulla carta, quello firmato Tarsem Singh prometteva meglio, se non altro perché messo in mano a un regista che ha sempre molto da dire attraverso le immagini. Eppure, più si avvicinava la data di uscita e più diventava chiaro che il suo film sarebbe stato quello realmente disastroso (non che l'altro sia venuto fuori un capolavorone, eh!). Come mai? Vai a sapere. Sta di fatto che all'epoca, per qualche motivo, l'ho schivato e l'ho recuperato solo di recente, qualche giorno fa, beccandolo sulla simpatica TV francese e trovando un film che, effettivamente, sulla carta è pieno di cose interessanti ma poi nella pratica è veramente una robetta che non funziona e sembra impegnarsi il più possibile per rompere tutto quanto e limitarsi a dar fastidio.

Il talento visivo di Tarsem è a dir poco sottosfruttato, emerge forse solo nelle sequenze legate allo specchio magico e comunque anche in quel caso sembra mancar di convinzione. Per paradosso, ci sono molte più invenzioni visive in Biancaneve e il cacciatore che, per carità, ha altri problemi ma da un certo punto di vista sembra essere lui, quello diretto da Tarsem Singh. E se il fondo lo si tocca con quella specie di orrenda creaturaccia che infesta il finale, bisogna però ammettere che a compensare, sul piano visivo, ci pensano i pazzeschi costumi di Eiko Ioshioka (cui non a caso è dedicato il film) e in generale il lavoro sulle scenografie. Però, insomma, pensavo che mi sarei guardato una roba sì stupidina, ma in grado di spazzarmi via lo sguardo e invece, eh, meh, beh. E poi c'è il resto.

Gli attori sarebbero anche ben scelti, fra i nani, Armie Hammer che a vestire i panni del cretino è sempre bravo, Lily Collins che è tutta cicci e Julia Roberts che è un'ottima bitch, ma vengono sfruttati male così come non sono sviluppate a dovere le varie idee, che pure ci sarebbero: i nani più protagonisti, una Biancaneve moderna e che vuole sfuggire alle convenzioni, un principe allo stesso tempo eroico e goffo e una regina quantomai piaciona, pure lei modernizzata e dalla battuta sempre pronta. Solo che i nani alla fine son poca cosa, lo spirito iconoclasta è proposto in maniera semplice e fin troppo segnalata con l'evidenziatore, il principe stanca in fretta e la regina, nonostante qualche battuta simpatica, è scritta in maniera goffa, troppo attenta a cercar d'essere "cattiva" solo fra i ristretti confini del film per famiglie. E alla fine il problema è tutto lì: gli ingredienti, sulla carta, c'erano e qualche cosa di positivo qua e là riesce anche ad emergere, ma lo fa nel contesto di un film barbosetto, mal sviluppato e per ampi tratti pure piuttosto imbarazzante.

Fun fact: nuovo record per Sean Bean che questa volta riesce a morire prima ancora di apparire.

27.5.14

Cannes e dintorni: primi film annunciati


Allora, visto che oggi c'ho un po' da fare ma voglio comunque pubblicare qualcosa qua sul blog e dato che proprio qua dentro ho seguito il dramma da first world problems nei suoi momenti più tragici e nel successivo lieto fine catartico, rimbalzo qua sopra le prime informazioni relative all'edizione 2014 di Cannes e Dintorni. La manifestazione propone, sparsi per vari cinema milanesi, i film del festival di Cannes (più qualche simpatico intruso) e si terrà quest'anno dal 13 al 19 giugno. Di seguito, grazie a una pratica operazione di copia & incolla, i film già annunciati.

Concorso Ufficiale:
• DEUX JOURS, UNE NUIT di Jean-Pierre e Luc DARDENNE
• JIMMY'S HALL di Ken LOACH

Fuori Concorso:
• COMING HOME (GUI LAI) di Zhang YIMOU

Un Certain Regard:
• PARTY GIRL di Marie AMACHOUKELI, Claire BURGER e Samuel THEIS
Camera d'Or, Premio per il miglior cast

Quinzaine des Réalisateurs:
• NATIONAL GALLERY di Frederick WISEMAN
• PRIDE di Matthew WARCHUS

Per i “dintorni”, Far East Film Festival:
• THERMAE ROMAE II di Hideki TAKEUCHI


Il programma completo verrà reso disponibile su Lombardia Spettacolo martedì 10 giugno e ci sarà anche il tradizionale evento di presentazione, organizzato nella sede del Corriere della Sera per le ore 18:00 dello stesso giorno (Ingresso libero con prenotazione obbligatoria allo 02 67397831, dalle ore 14.30 alle ore 17.00). Che altro? I singoli biglietti costeranno 7,50 euro, la tessera per sei film viene via a 27 euro e quella da dieci film ne costa 40. A questo indirizzo qua si trovano informazioni un po' più dettagliate sulla natura delle tessere, sulle modalità di acquisto e in generale sul funzionamento della manifestazione. E insomma, buona visione, ché mi mancano abbastanza, le rassegnine.

Fra l'altro, durante lo scorso weekend hanno proiettato al cinema qua a Parigi una decina scarsa dei film di Cannes, ma alla fine non sono andato a guardarmi nulla perché non era cosa.

26.5.14

Transformers 3


Transformers: Dark of the Moon (USA, 2011)
di Michael Bay
con Shia LaBeouf, Rosie Huntington-Whiteley e un po' di gente a caso in ruoli cretini

Con la serie di Transformers c'ho uno strano rapporto di amore, odio, indifferenza, fastidio, fotta, divertimento, noia, whatever. Ho visto il primo film all'Arcadia. O almeno credo di averlo visto all'Arcadia. Mi sembra un genere di film che a quei tempi sarei andato a vedere all'Arcadia. E ricordo che mi aveva sorpreso in positivo e divertito. A rileggere quel che ne scrissi vedo un entusiasmo che onestamente mi pare un filo esagerato, anche rispetto all'impressione che m'è rimasta in testa, ma, ehi, si vede che mi ero divertito. E forse l'entusiasmo mi pare esagerato anche perché a filtrarlo c'è il ricordo del secondo episodio, che mi trascinarono a vedere all'Imax durante un viaggio di lavoro a Londra e mi annientò la voglia di vivere. Di quello ricordo un film cui tutto era enorme: lo schermo del cinema era enorme, Optimus Prime era enorme, l'azione era enorme, l'idiozia del racconto era enorme, il ridicolo a cui si concedevano gli attori era enorme, i miei testicoli, ora della fine, si erano fatti enormi. Era anche il primo film che mi guardavo all'Imax con quell'effetto schizofrenico delle scene che cambiavano formato sugli stacchi di montaggio e ricordo che la cosa mi aveva abbastanza infastidito. Il terzo film non sono andato a vederlo al cinema perché, beh, ero ancora troppo scottato dal secondo e, insomma, si vede che è uscito in un momento in cui non ero in trip da visione compulsiva di qualsiasi cosa passasse nel cinema di fiducia a Monaco.

Qualche settimana fa, però, visto che me lo davano tutto bello in accaddì e in lingua originale qua sulla TV francese, ho deciso di registarlo e dargli una chance. Sarà che ho un approccio ossessivo compulsivo alle saghe cinematografiche e m'infastidirebbe l'idea di andare, sai mai, a vedere il quarto senza  aver recuperato il terzo. Sarà che comunque ogni volta che su I 400 Calci venivano menzionati i suoi quaranta minuti finali mi assaliva la voglia di sapere di cosa stessero parlando. Sarà quel che sarà: me lo sono guardato. E che ho trovato? Ho trovato una porcheria ai limiti dell'intollerabile, con quaranta minuti finali che sono in effetti una bomba atomica anche su uno schermo casalingo, figurati cosa dovevano essere al cinema. Quaranta minuti in cui davvero succede di tutto, a tratti senza alcun senso, con la sola idea di mostrare la roba più grossa e spettacolare della storia e il risultato di riuscirci abbastanza, in un tripudio visivo davvero fuori scala. Il tutto, poi, messo in scena in una maniera molto meno confusionaria rispetto al passato, forse perché, fra cineprese 3D e Imax, Michael Bay è proprio fisicamente costretto a traballare molto meno. Ecco, quei quaranta minuti lì, il prezzo del biglietto se lo meritano. Il problema è che per arrivare a guardarli devi sucarti tutto quel che c'è prima. E non è poco. Ma proprio per niente.

Vero che c'è qualche altro bel momento action, nel corso del film, compresa la solita distruzione di un'autostrada, ma una fin troppo corposa fetta delle quasi due ore che precedono i quaranta minuti in questione è una roba oltre ogni limite dell'imbarazzo. No, non è è vero, il secondo film era ancora più insopportabile, ma siamo veramente alle sfumature e la cosa che più lascia sbigottiti è il fatto che nonostante a Michael Bay non interessi nulla della trama (anzi, sembra quasi odiare i suoi personaggi), questi si senta lo stesso in dovere di dedicare tutto quel tempo al raccontare vicende di esseri umani cretini, che fanno cose cretine e senza senso. Il problema è che è tutto lungo, interminabile, stanco, cretino, noioso, insopportabile e, OK, sono anche un po' opinioni personali, ma sta di fatto che dopo venti minuti di film già cazzeggiavo su Twitter in attesa dell'esplosione successiva ed è una roba che non mi capita mai, anche davanti alle robe più stupidine. E invece qui sono arrivato addirittura a interrompere la visione subito prima dei quaranta famosi minuti, perché avevo altro da fare. I quaranta minuti li ho visti due giorni dopo, quando ormai mi ero purgato delle due ore di monnezza, come se fossero un film a parte. E in effetti quasi lo sono. Ecco, visto così, guardando solo quella parte finale, Transformers 3 è un filmone. Rimane cretino, eh, ma insomma, merita.

Detto questo, mi sa che il quarto vado a vedermelo all'Imax. Sarà che ultimamente m'è tornata la passione per le cose grosse al cinema sugli schermi grossi, sarà che vedere Grimlock grosso nel trailer all'Imax mi ha fatto venire voglia, sarà che se mi sostituisci Shia con Marky comunque mi diventi più simpatico, ma insomma, c'ho quasi voglia.

25.5.14

Lo spam della domenica pomeriggio: Laaalalalalalala, con il rewind!


Questa settimana su IGN ho estratto solo Rewind Theater! Uno doppio su Watch Dogs, uno sul trailer "di gameplay" di Batman: Arkham Knight e uno sul nuovo, ganzissimo, trailer di Guardians of the Galaxy. Su Outcast, invece, ho recensito The Last Door, che mi ha fatto cacare sotto, e il terzo episodio della seconda stagione del The Walking Dead Telltale, che mi ha fatto cacare e basta (seppur con riserva). Ma abbiamo anche buttato fuori il nuovo The Walking Podcast, ovviamente dedicato allo stesso argomento, e ieri ho uscito l'inevitabile Old! sul maggio del 2004.

E s'è anche registrato il nuovo Tentacolo Viola, in arrivo nei prossimi giorni.

24.5.14

La robbaccia del sabato mattina: Fotta galattica


Il nuovo trailer di Guardians of The Galaxy l'ho già coperto l'altro giorno ma non importa.



È bellissimo, non ce la posso fare. Comunque, questa settimana c'è stata una sacco di chiacchiera su un sacco di scemenze. Per esempio, c'è questa chiacchiera qua su quel che vedremo in Jurassic World, e non sembra male. E poi ci sono tutte le chiacchiere sui Guerre Stellari futuri, dal fatto che Gareth Edwards s'è visto affidare il primo degli spin-off (quello che pare potrebbe essere dedicato a Han Solo) a quel simpatico video con J.J. Abrams che si vede passare di fianco un alieno non fatto al computer, per la gioia di tutti quelli che hanno ancora la digestione rovinata dai prequel (colgo l'occasione per ricordare che sono l'unico al mondo che salva solo il primo, fra i tre, e che Il ritorno dello jedi non mi piace molto).



Intanto, giusto per cambiare completamente tono, ripercorriamo assieme la carriera da regista di Rob Zombie in attesa del suo prossimo film, che sembra quasi voler farci credere d'essere collegato a quella bomba atomica di La casa del diavolo.



Io alla fine gli voglio sempre bene, quindi ci credo forte. E tanto per restare su toni inquietanti...



Si intitola Foxcatcher, non ne sapevo nulla, lo voglio vedere subito. Ma subito, eh! E invece tocca aspettare fine anno. Poi ci sarebbe il trailer del nuovo film di Zach Braff, quello che ha realizzato grazie ai soldi raccolti su Kickstarter perché, povera stella, nessuno voleva investire nella sua seconda porcheria. Ho visto il poster e ho deciso che potevo fare a meno di guardare il trailer. Comunque, oh, sta tutto a questo indirizzo qua. Ma invece di parlare delle stronzate indie, parliamo delle stronzate coi soldi: quello là in cima è il logo ufficiale del nuovo film di Zack Snyder, per il quale sono riusciti a tirar fuori un titolo ancora più scemo di Batman Vs. Superman, vale a dire Batman V Superman: Dawn of Justice. Il che fra l'altro elimina qualsiasi parvenza di dubbio fosse rimasta sul fatto che il sottotitolo è Vogliamo fare anche noi The Avengers.



Questo qua sopra è invece il trailer di Kingsman: The Secret Service, il nuovo film di Matthew Vaughn ispirato a un fumetto di Mark Millar. Esatto, come Kick-Ass. Con fra l'altro Colin Firth che finalmente fa James Bond, anche se onestamente inizia a mostrare un po' tanto gli anni che si porta sulle spalle. Ecco, sulla carta, dovrebbe essere un film che m'attira molto. E in effetti lo è. Solo che il trailer mi ha un po' fatto passare la voglia. Non so bene il motivo, eh, ma l'effetto è stato quello. Boh.



Big Hero 6, invece, sembra una roba davvero deliziosa e supercicci, almeno se ci si deve basare su questo trailerino da cui non è che si capisca molto. A parte il fatto che, intendiamoci, non sembra inventare nulla di particolarmente nuovo. Ma d'altronde, "dai creatori di Ralph Spaccatutto" che vuoi pretendere? Ah, io nulla.



Eppoi c'è il trailer del documentario su Rogerino Ebert che s'intitola Life, Itself, come l'autobiografia, e che mi ha messo addosso il magone. Chiudiamo con una scemenza, va.



Mi sa che domani torno a guardarmi Godzilla all'Imax. Così, per sicurezza.

23.5.14

I primi due o tre mesi a fumetti del 2014 di giopep


Ordunque, siamo al 23 di maggio, è venerdì, ho un sacco da fare, sto per staccarmi un po' dal computer per andare a stendere i panni ma prima voglio pubblicare qualcosa sul blog. Fra l'altro, è vero che siamo a maggio e che l'altro ieri ero praticamente in mutande sul balcone a prendere il sole, ma oggi fa addirittura quasi freddo e comunque piove. Senza contare che, nell'intervallo di tempo fra quando ho iniziato a scrivere questa frase e quando ho finito, ha smesso di piovere e ha fatto capolino il sole (ah, Parigi!). Quindi, insomma, mi sembra ci sia l'atmosfera adatta per aprire la bozza qua su Blogger in cui m'ero appuntato i fumetti letti in pieno inverno, nel periodo successivo al ritorno in Francia dopo le feste natalizie, e scrivere il relativo post. Si parla di roba recente, roba un po' meno recente ma che ho comprato di recente e roba che stava da anni (decenni?) sullo scaffale a prender polvere e per qualche motivo m'è venuta voglia di leggere ora. Scrivo, come sempre, ben consapevole di ricordarmi poco o nulla di quel che ho letto, ma, ehi, che ci vogliamo fare, è venerdì.

Doonesbury - L'integrale 1970-1972 *****
Doonesbury è la classica striscia a fumetti americana di cui senti parlare spesso ma il cui protagonista non è uno di famiglia come, che ne so, Charlie Brown o Calvin. Eppure la curiosità ti rimane addosso, no? E allora l'ho sfogata quando mi sono ritrovato davanti questo malloppo, primo volume di una riedizione integrale (o sedicente tale) a cura di Black Velvet, e l'ho acquistato d'impulso. Il tomo mi sembra molto ben fatto, anche se si limita a una brossura e schiva la lussuosa scelta del cartonato dell'integrale dedicata ai Peanuts. Vanta un paio di testi introduttivi abbastanza approfonditi, che garantiscono il giusto contesto per il totale ignorante dell'argomento, e ha pure un bel lavoro su varie note d'accompagnamento per spiegare i riferimenti sociali, culturali e politici che non è scontato cogliere in una striscia americana di oltre quarant'anni fa. E insomma, non devo certo essere io a dire che Doonesbury merita, ma sì, merita, e merita l'edizione, soprattutto perché le note fanno il loro sporco lavoro e compensano quel pizzico di sapore che, con una traduzione di un'opera del genere, va inevitabilmente a perdersi per strada.

Animal Man #1 *****
Animal Man #2: "Origin of the Species" ***** 
Animal Man #3: "Deus Ex Machina" ***** 
Il ciclo di Animal Man firmato da Grant Morrison lo lessi tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, quando Play Press lo pubblicò all'interno di quella gran bella rivista a fumetti che era American Heroes. Che fra l'altro dovrei avere ancora da qualche parte a Milano, fra uno scaffale e l'altro nel box dell'archeologia. Però, era da un po' di anni che per qualche motivo m'ero messo in testa di rileggermelo e quando, qualche mese fa, passeggiando qua a Parigi nella via delle fumetterie, mi sono ritrovato davanti i paperback americani, beh, non ho resistito. E mi sono riletto l'intero ciclo tutto d'un colpo (dopo averlo acquistato e portato a casa, eh!), ritrovando quei disegni onestamente un po' limitati che fanno tanto Vertigo dei bei tempi ma anche quell'incredibile potenza narrativa, carica d'invenzioni, poesia, momenti del tutto fuori di cozza e devastante intensità drammatica. È invecchiato davvero poco, anche perché tanto i disegni erano vecchi già in partenza.

Powers #14: "Gods" *****
Tosto, brutale, pieno di colpi di scena, mette addosso una gran voglia di vedere come andranno avanti le cose. E in generale è sempre bello vedere il desiderio di reinventarsi un po'.

La principessa Zaffiro #1/3 ****
Il solito, adorabile, Osamu Tezuka, che riesce a mescolare nella stessa minestra toni totalmente bambineschi e surreali, situazioni da favoletta, melodramma esagerato, temi adulti e fortissimi e trovate sempre talmente ricche di fantasia da risultare fresche ancora oggi. Qua, poi, c'è tutto un giocare con la lingua giapponese che le note dei traduttori italiani cercano di mettere in evidenza come possono e danno alla storia un taglio ancora più assurdo. L'ho comprato millenni fa per curiosità, non l'avevo mai letto perché boh, alla fine l'ho adorato come ogni cosa che leggo di Tezuka.

Il prigioniero delle stelle *****
Quella fantascienza a fumetti europea affascinante, ricca, spessa, piena di cose da dire (e di tette da mostrare) e che non è poi completamente nelle mie corde per un modo di raccontarsi in fondo molto bonelliano, ma alla fine merita tantissimo. Fra l'altro è un volume Urania che mi aveva smollato alegalli in redazione tanti anni fa e c'ha ancora appiccicato l'adesivo col prezzo dell'Auchan Rescaldina. Ciao alegalli.

Tintin Au Pays Des Soviets ****
Tintin Au Congo *****
Ho iniziato, con molta calma, a leggermi Tintin all'interno del programma "sto studiando il francese, tanto vale provare a usarlo". E sto trovando un fumetto affascinante e fuori dal tempo, sicuramente fantasioso nei racconti, forse qui ancora un po' acerbo, che onestamente mi risulta un po' "antipatico" per il trattamento che ogni tanto riserva ad animali e minoranze etniche (con tutto il beneficio del dubbio riservato a un'opera vecchia di millenni). Ma insomma, bello.

Green Arrow: Year One ****
Le origini di Oliver Queen raccontate in maniera semplice, efficace e sostanzialmente tutta incentrata sull'azione e sulla dinamicità dei disegni di Jock. A dirla tutta, me lo sono procurato solo perché stavo guardando la prima stagione di Arrow, avevo letto da qualche parte che si ispirava in parte a questa storia e m'era venuta la curiosità. Gradevole, ma insomma, trascurabile, dai.

Marvel - Giugno 2009 ***/****
C'ho l'abbonamento ai fumetti Marvel in digitale sul sito e ogni tanto mi metto lì e vado avanti così, a caso. Del resto c'è un sacco di roba bella e poi, insomma, ci sono affezionato. Ovviamente non ce la farò mai a recuperare, ma chissenefrega. Sta di fatto che non ha molto senso mettermi qua a scrivere di singoli episodi presi a caso. Devil era ganzo. Norman Osborn stava facendo un gran casino. Brian Michael Bendis è sempre un piacere.

The Forever People *****
Jack Kirby. L'assurdo. L'inventiva. La storia. Una certa ingenuità retrò che lo rende in alcuni aspetti oggi un po' ostico. Ma, cacchio, che roba. Che immagini. Che follia insensatamente meravigliosa.

Invincible#19: "The War at Home" *****
Ho perso il conto delle volte in cui ho affermato che secondo me il vero grande fumetto di Robert Kirkman è questo ma, ehi, non fa mai male ripeterlo.

Quelli che ci ho pensato fortissimo ma non mi viene proprio in mente nulla da scrivere e del resto, oh, sono passati mesi, abbiate pazienza, comunque mi ero appuntato le stelline, quindi li metto comunque qua in fila
Black Jack # 2/4 *****, Città di vetro ****, Cyborg: Lo Shock del futuro #1/7 ***/****, Excalibur ****, Excalibur: Mojo Mayhem ****, Freak Angels #1 **, La corazzata Yamato ****, Legione Aliena: Sul Limite ***, Lobocop ***, Machine Man ***, Martian Manhunter: Segreti americani ****, Silver Surfer Classic #1 ***, Silver Surfer [Play Extra #1] ***, Swamp Thing: Radici ****, The Authority: L'anno perduto *****

Quelli che ne ho scritto o parlato altrove e quindi metto il link ad altrove
Robocop Versus Terminator ****

Quelli che ho scritto in altre occasioni dei numeri precedenti e non ho niente da aggiungere e mi limito quindi a metterli qua in fila con le stelline che mi ero appuntato
Archivi di Nexus #2/3 *****, Fables #19 - Snow White *****, Saga #3 *****, The Walking Dead # 20: "All Out War" *****

22.5.14

X-Men: Giorni di un futuro passato


X- Men: Days of a Future Past (USA, 2014)
di Bryan Singer
con Hugh Jackman, James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Nicholas Hoult e un sacco di altra gente fra cui Anna Paquin che è il settimo nome del cast anche se appare per tre secondi netti

Nel chiacchierare del film durante i mesi passati è stato detto più e più volte: questo è l'X-Men cinematografico più grande e ambizioso di sempre, quello più abnorme nel senso di scala dell'azione che mette in scena, quello che punta più alto dal punto di vista del cast e della vastità del racconto. E in fondo è vero. Il macello che viene messo in scena nel gran casotto finale, in un notevole montaggio alternato fra i due piani narrativi in ballo, è davvero uno spettacolo che supera abbondantemente il disastro ad Alcatraz del terzo film e mostra muscoli in genere tenuti nascosti dalla serie. Ed è probabilmente vero anche che coordinare un cast così ampio e ricco dev'essere stato un delirio organizzativo da mal di testa infinito. Senza contare che, sul piano narrativo, c'è l'ambizione di far convergere in un unico punto quelle che di fatto stavano diventando due serie quasi separate (o magari anche tre, se consideriamo i film dedicati a Wolverine). Quindi sì, grande ambizione. Il paradosso sta nel fatto che, allo stesso tempo e tutto sommato per gli stessi motivi, al racconto di Giorni di un futuro passato l'ambizione finisce anche un po' per mancare, nel momento in cui tende a concentrarsi troppo sul proprio ombelico e a raccontare una storia sostanzialmente a solo uso e consumo di chi ha seguito la serie fino a qui, la cui forza emotiva risiede in larga parte nella risoluzione di conflitti che son bene o male sempre quelli da oltre un decennio.

In fondo, Bryan Singer, nel tornare alla serie con cui - dopo il successo di Blade - ha definitivamente aperto l'era dei supereroi al cinema, ha compiuto un'operazione che per molti versi ricorda quella di Superman Returns. X-Men: Giorni di un futuro passato è un film che guarda brutalmente al passato (eh... ) e si riallaccia con affetto non solo a X-Men: L'inizio, ma anche e soprattutto, ai primi due episodi che proprio Singer aveva diretto. Lo fa sul piano narrativo tanto quanto su quello formale, recuperandone la colonna sonora e infilando da tutte le parti richiami più o meno evidenti a immagini, battute, sequenze iconiche di quelle due pellicole. Ma lo fa anche, va detto, senza ignorare quel che è venuto dopo, anzi. La complessità dell'operazione, in questo senso, è notevole, perché il film si dimostra rispettoso dell'intera storia cinematografica mutante e prende in considerazione e in qualche modo omaggia tutto quel che è venuto prima, utilizzando sotto forma di flashback immagini da quasi ogni singolo episodio (compreso l'odiato X-Men: Le origini - Wolverine, escluso solo Wolverine - L'immortale). Tutto viene messo in conto, tutto viene utilizzato, si strizza perfino l'occhio a Kelsey Grammer e poi si passa lo spazzolone. Già, perché l'altra operazione che viene in mente, come era prevedibile, è quella dello Star Trek di J.J. Abrams, per il modo in cui vengono utilizzati i viaggi nel tempo al fine di ritrovarsi con botte piena e moglie ubriaca, facendo convergere tutto quanto in una passata di spugna che allo stesso tempo concede dignità a tutto quel che si è visto prima, congeda il passato con inchino e bacetto affezionato sulla fronte e segna un punto di partenza per una nuova vita dei mutanti Marvel al cinema.

Si trattava evidentemente di un obiettivo fortemente inseguito e che del resto ha senso se pensiamo che la Fox sta provando pure lei a rincorrere il successo dei Marvel Studios, con ben tre film mutanti previsti a cadenza annuale dal 2016 in poi. E l'obiettivo è centrato in pieno, perché sotto quel punto di vista il film funziona e lo fa riuscendo comunque ad essere bene o male comprensibile anche come creatura a sé stante, una sorta di bizzarro frullato che mescola le mazzate da supereroi con un bel racconto di fantascienza incentrato su futuri distopici e paradossi temporali. Il prezzo da pagare sta in quell'amore tutto hollywoodiano per la didascalia, in quella scarsa fiducia - magari anche giustificata - nei confronti dell'attenzione di chi guarda, che risulta in una parte centrale afflitta dal morbo dello spiegone. Praticamente tutti i personaggi principali sono lì in placida attesa, col loro bel numerino stretto in mano, per il momento in cui avranno occasione di salire sul palchetto e fare il riassunto di quel che sta accadendo, dove stiamo andando e quale sia la missione, descrivere con perizia i temi principali del racconto e fornire qualche cenno sul passato per dare colore. Il risultato è che il film s'arena un po' verso metà, in attesa di riprendersi poi verso il gran finale, esattamente nella stessa maniera in cui si arena un po' verso metà la stragrande maggioranza dei blockbuster moderni obbligati per contratto a sfondare le due ore.

"Fidati: punta tutto sulla Lazio."

Nel complesso, però, X-Men: Giorni di un futuro passato è un film che funziona e riesce abbastanza nell'impresa impossibile di far girare in maniera equilibrata un cast tanto numeroso. Certo, non tutti hanno lo stesso peso, ma i vari pezzetti del puzzle s'incastrano bene fra di loro e forse l'unico ad uscire un po' male è Bolivar Trask. Come personaggio è anche affascinante e Peter Dinklage lo tiene in piedi di solo carisma, ma fa talmente poco che per paradosso quasi emerge di più il faccione spigoloso di Josh Helman, impiegato a dare volto e continuità al personaggio di William Stryker (cattivone di X-Men 2 e X-Men: Le origini - Wolverine). Ma di fondo, l'assenza di veri e propri antagonisti carismatici è un po' il pregio e il limite di questa serie cinematografica, cui sembra spesso interessare molto più il conflitto "razziale" e il metaforone che l'avere una macchietta a fare da bersaglio cui tirar le pizze. E in questo senso il film funziona davvero bene e regala un crescendo finale emozionante e azzeccato, per quanto magari un po' traballante sul confine con lo stucchevole.

Ma, di nuovo, la sceneggiatura fa davvero i salti mortali - e li fa bene - per dare un senso a tutto quanto e, sebbene il film si concentri molto sul raccontare l'evoluzione di Xavier e sul portare in primo piano Mystique, tutti hanno un loro senso nella storia e i vari Jackman, Fassbender, McAvoy e Lawrence si caricano in spalla il racconto e se lo gestiscono a botte di bravura e di carisma. Con menzione d'onore per Nicholas Hoult che è davvero tanto cicci e adorabile. Il resto lo fa Singer, che agli X-Men ci tiene e si vede. Dal punto di vista visivo il film è un interessante e azzeccatissimo miscuglio, che prende l'immaginario visivo definito dallo stesso regista tanti anni fa e lo filtra attraverso scelte registiche contestualizzate nel periodo storico, quasi a voler dare, almeno per brevi tratti, la sensazione di stare guardando un film girato negli anni Settanta. Le scene d'azione, poi, sono potenti, efficaci e soprattutto ingegnose. Singer non tira fuori forse un pezzo di bravura pari all'esordio di Nightcrawler nel secondo X-Men, ma ancora una volta dà il meglio quando riesce a concentrarsi sui poteri più fuori di cozza, per esempio utilizzando le capacità di Blink per coreografare un paio di battaglie davvero suggestive.

Ma ovviamente il meglio arriva con l'introduzione del personaggio che nelle foto promozionali sembrava quello più inguardabile e faceva imbestialire i fan pignoli integralisti. Il Quicksilver di Evan Peters è semplicemente spettacolare per scrittura, interpretazione e messa in scena dei poteri. Singer gli dedica una ventina di minuti, durante i quali Peters prende completamente possesso del film e non lo molla un attimo fino alla sua uscita di scena. La sua esibizione al Pentagono è divertente, coinvolgente, sorprendente... insomma, funziona a meraviglia, vale da sola il prezzo del biglietto e non a caso già si chiacchiera di dargli un ruolo più ampio nel prossimo film. Tra l'altro, nella nerdottica dell'adattamento, X-Men: Giorni di un futuro passato è un gran bel lavoro, che prende spunto da una storia fondamentale per i mutanti Marvel e la inserisce molto bene nel contesto della serie cinematografica. E in più, quasi ogni singola inquadratura ha le strizzatine d'occhio e le tirate di gomito che escono dalle fottute pareti. Poi, certo, se si vuole l'adattamento fedele alla lettera è meglio andare altrove, ma quello era chiaro già quattordici anni fa col Wolverine alto un metro e novanta e le differenze d'età fra i personaggi ai limiti del penale.

Ah, dopo i titoli di coda c'è lo schizzettino über-geek. Restate seduti.

21.5.14

Monument Valley


Lo scorso dicembre, non ricordo neanche più in che contesto ma ricordo che c'entrava il Castelli, m'è passato davanti un trailer di Monument Valley. Mi sembrava una cosetta carina. Altri si gasarono come se avessero visto il trailer del secondo avvento. Altri ancora lo liquidarono come hipsterata. Una settimana dopo, come mio solito, neanche mi ricordavo più della sua esistenza. Lo scorso marzo ero alla GDC che mi concedevo quegli scampoli di passeggio sullo showfloor che ogni tanto riesco a ritagliarmi fra una conferenza e un appuntamento e mi sono ritrovato davanti un tablet su cui provare Monument Valley. Ho indossato le cuffie, l'ho provato, mi sono divertito come uno scemo a pasticciare con i suoi puzzle, ho riposto le cuffie, ho dato un cinque al rappresentante di Ustwo presente in fiera e ho registrato un video. Poi il gioco è uscito su iOS, e vabbé, ma poco tempo fa si è manifestato anche su Android e l'ho subito acquistato, tutto contento di sapere che "È breve, si finisce in un paio d'ore", condizione necessaria, seppur non sufficiente, per spingermi ad acquistare un gioco d'impulso e affrontarlo subito, in questo momento storico che mi vede impegnato a non avere il tempo per fare praticamente nulla.

Ora, detto che "È breve, si finisce in un paio d'ore" per me è diventato "Mi ci sono messo ieri sera a letto prima di addormentarmi e l'ho finito in appena un'ora, infatti ancora non avevo ancora sonno e me ne sono quindi andato a leggere un fumetto sulla tazza del cesso perché nel frattempo si era spenta la luce e mi pareva poco carino svegliare le tre femmine che giacevano a letto con me", Monument Valley mi è piaciuto un sacco e, casomai ce ne fosse ancora bisogno (ne dubito), lo consiglio con tutto il mio entusiasmo. Perché? Perché si tratta di un piccolo, semplice, veloce gioco che sfrutta delle meccaniche di base molto azzeccate e ben congegnate per costruirvi attorno una scatola cinese di situazioni una più affascinante dell'altra, stimolando il pensiero e la sperimentazione grazie alle sue soluzioni visive fuori di cozza, alla maniera meravigliosa in cui sono costruiti i livelli più avanzati, al suggestivo impianto audiovisivo e alla semplice ma toccante narrazione, che fa tre cose in croce ma le suggerisce bene attraverso il gran lavoro su immagini e sonoro.

Poi, per carità, qualche appunto mi sembra giusto farlo, partendo proprio dalla voglia di raccontare una storia che, purtroppo, non si ferma a quel che Monument Valley mostra e fa ascoltare così bene, al meraviglioso utilizzo della colonna senziente o a quel finale così delicato. No, purtroppo s'è sentito il bisogno di appiccicarci anche un po' di scritte qua e là, che risultano quasi sempre di troppo e delle quali alla fin fine avrei fatto tranquillamente a meno. Al di là di quello, si potrebbe discutere di complessità strutturale, perché in fondo è un po' un peccato che delle meccaniche tanto interessanti e ben congegnate, per quanto dichiaratamente derivative, siano al servizio di un gioco che in pratica si finisce da solo. Ma qui si sconfina un po' in una questione di interessi personali: se cerchi un puzzle game che ti metta alla prova le meningi è meglio rivolgerti altrove, perché è evidente che a Monument Valley non interessa proporsi in quel modo. Se invece ti "basta" un'oretta o due di viaggio in un mondo surreale, ingegnoso, affascinante e che comunque propone un modello interattivo che, finché dura, funziona a meraviglia, beh, sta a tre euro e mezzo di distanza. E pure di qua, ovvio.

Ho appena scoperto che danno al cinema qua a Parigi un po' di film del Festival di Cannes. Ahia.

20.5.14

Spirit in the Sky!


E niente oggi va così che davvero ho un sacco da fare non ho tempo Spérnova e poi comunque che vuoi dire quando ti esce il nuovo trailer di Guardians of the Galaxy col procione Bradley Cooper che si sistema il pacco con la mano e Batista che ostenta il bazooka con quella nonchalance che pare lo Schwarzy dei tempi d'oro e poi la canzone e I am Groot ma del resto Chris Pratt è awesome e poi comunque non ce la posso fare in America esce il primo di agosto però poi in Francia arriva il 13 ma del resto in Italia ad ottobre epperò il 13 è la settimana della Gamescom e fra l'altro in Germania esce il 28 mioddio la beffa ma checcefrega tanto io alla Gamescom non ci voglio andare morissero tutti appesi e poi guarda c'è Ronan che agita il martellone e alla fine oh James Gunn ♥ e comunque ci sono le astronavi che volano nello spazio ed è tutto bello e colorato che esplode e in ogni caso secondo me alla fine alla Marvel gli riesce anche questa di far soldi col film della fantascienza col procione e l'albero parlante e poi alla fine che gli vuoi dire io a quelli ci voglio bene ♥ James Gunn ♥ e poi diciamocelo ♥ Joss Whedon ♥ e dopo tocca pure a ♥ Edgar Wright ♥ e poi vabbé dopo e allora cosa mi fate fare qualcosa a John Carpenter non so ditelo allora ditelo e BABBA BIA come faccio ad aspettare fino ad agosto c'ho l'ansia dai me lo riguardo.



Chissà com'è 'sto nuovo film degli X-Men, intanto.

19.5.14

American Horror Story: Murder House


American Horror Story: Murder House (USA, 2011)
creato da Ryan Murphy e Brad Falchuk
con Dylan McDermott, Connie Britton, Evan Peters, Taissa Farmiga, Jessica Lange

Mi sono avvicinato ad American Horror Story senza saperne sostanzialmente nulla, se non i nomi dei creatori, che c'era Connie Britton in un ruolo un po' diverso da quello di Friday Night Lights (anche se, a conti fatti, più che il ruolo è diverso il genere del racconto) e che, beh, sta scritto nel titolo, era un telefilm horror. Il motivo per cui ho aspettato oltre due anni per provare a guardarlo è difficile identificarlo, ma direi che è sostanzialmente il whatever che mi porta a seguire le serie TV un po' a caso, come capita, guardando magari quattro stagioni in botta per poi mollare lì e recuperare anni dopo, seguendo e gradendo le prime due annate di qualcosa per poi dimenticarmene completamente e ciao. Cose così. Ecco, è capitato che, per un motivo o per l'altro, non mi sono mai messo a guardare American Horror Story fino a che non me lo sono ritrovato davanti qua su Canalsat e allora perché no?

In fondo non ho mai seguito Glee, ma sono un discreto amante di Nip/Tuck (e ancora mi spiace che il post sulla stagione conclusiva sia finito nel gorgo di quelli creati qua su Blogger e mai riempiti), ero abbastanza curioso di scoprire cosa cacchio avessero tirato fuori Murphy e Falchuk da una serie horror e sentivo parlare solo bene delle interpretazioni degli attori coinvolti. E quindi, di nuovo, perché no? E insomma, via, mi guardo il primo episodio e mi ritrovo al termine con sopra alla testa un punto di domanda vorticante, generato dal folle minestrone di roba che i due simpatici amiconi hanno infilato a forza dentro quarantacinque minuti. In quel primo episodio, praticamente, c'è tutto e il contrario di tutto. Qualsiasi cliché dell'horror possa venire in mente, qualsiasi genere di "buh", di tecnica per provare a provocar tensione, di giochetti del vedo/non vedo, di trovate tipiche da storia di case infestate... c'è tutto, frullato attraverso lo stile esagerato e camp che ci si aspetta da loro. O che perlomeno mi aspetto io dopo aver guardato tutto Nip/Tuck e non aver visto nulla di Glee. Insomma, è il telefilm dell'orrore di chi ci ha raccontato della McNamara/Troy. Che gli vuoi dire?

E se il primo episodio lascia un po' spaesati, dopo averci fatto la tara ci si diverte parecchio. Certo, gli spaventi son pochini, almeno per quanto mi riguarda, ma davvero lo spirito è quello del luna park dell'orrore, come per altro sembrano voler sottolineare gli autori stessi con quel continuo insistere sulla faccenda della visita guidata alle ville e più in generale con la struttura degli episodi, che fino a un certo punto sono tutti dedicati al cliché horror della settimana. E alla fin fine tutti quei cliché e quelle trovate viste mille volte sono mescolati in maniera interessante, con in più il bonus di riuscire a spingere su tematiche e su un modo di metterle in scena che, forse, in televisione non sono proprio all'ordine del giorno (anche se ormai, fra le budella di The Walking Dead e il sesso di qualsiasi cosa passi sulla HBO... ). Ma fosse tutto qui, insomma, American Horror Story sarebbe una roba gradevole ma trascurabile. E invece ci sono un paio di altri aspetti che mi han fatto venire voglia di proseguire con la seconda stagione, appena mi farò trascinare dallo spirito del whatever.

Tanto per cominciare, sotto quel tripudio di cose messe in fila un po' alla come capita c'è una storia. Nulla di particolarmente nuovo o sconvolgente, ma con i suoi bei momenti, una serie di personaggi ben scritti e in generale una coerenza di fondo ben più solida di quanto inizialmente possa sembrare. Se fino a un certo punto sembra essere tutto un gran susseguirsi di MACCOSA, poi scatta la rivelazione a sorpresa che non solo, una volta tanto, mi ha più o meno colto in contropiede, ma riesce pure a spazzare via quasi tutte le incongruenze aggiungendo un tassello fondamentale nel funzionamento dei vari meccanismi che regolano la mitologia del racconto. E oltretutto dà il via all'ultima botta di malinconico dramma su cui la stagione si adagia fino al gran finale.A questo si aggiunge l'ottimo cast, azzeccato nelle scelte e quasi tutto notevole nelle interpretazioni: Jessica Lange si magna tutti quanti, ma anche gli altri fanno decisamente il proprio dovere. E poi c'è l'idea della serie antologica, che apre e chiude un racconto per poi passare ad altro e che concettualmente mi piace molto. Insomma, niente per cui strapparsi i capelli, ma mi sono divertito parecchio, ho trovato un intreccio che su un paio di aspetti mi ha sorpreso e voglio andare avanti.

Come detto, ho visto che sulla TV di Free (il mio provider telefonico e internettaro qua in Francia) stavano dando per intero le tre stagioni in accaddì e, beh, le ho registrate. Me le guardo con calma, in lingua originale, assaporandomi Jessicona.

18.5.14

Lo spam della domenica mattina: Delu-Chiacchiere!


Questa settimana su IGN si sono manifestati un mio articolo dedicato a Innogames, che sono andato a visitare in quel di Amburgo per mangiarmi un bel currywurst innaffiato di birra, e una mia anteprima su Lemmings Flockers. Per quanto riguarda Outcast, invece, abbiamo finalmente uscito un nuovo Chiacchiere Borderline, ma ho anche scritto la recensione di Super Time Force e quella di Steve Jackson's Sorcery!, oltre ovviamente all'Old! sul maggio del 1994.

E questa settimana, a meno di imprevisti, si registrano The Walking Podcast e Tentacolo Viola.

17.5.14

La robbaccia del sabato mattina: Un disastro di roba

 
OK, questa settimana mi sono segnato talmente tanta roba da menzionare che non so nemmeno da dove cominciare. Partiamo dalle nerdate, direi, segnalando che la ABC ha annunciato la sua programmazione per la prossima stagione televisiva, dalla quale si nota che durante la pausa invernale di Agents of S.H.I.E.L.D. verrà trasmesso Agent Carter. A me, l'idea di un telefilm dedicato alla cara Peggy piace un sacco e mi piace un sacco anche il logo qua sotto.


Sempre a proposito di fumetti Marvel, è a quanto pare confermato che Channing Tatum interpreterà il ruolo di Gambit, presumibilmente in X-Men: Apocalypse e poi magari in un film tutto suo. Ora, essendo lui un ragazzotto della Louisiana, tecnicamente è perfetto ma, non so, mi pare un po' troppo bisteccone per il ruolo. Però mi sta simpatico, quindi va bene. Proseguendo a parlare di fumetti, possiamo ammirare la prima, inutile, foto dalla quinta stagione di The Walking Dead e il primo trailer per il telefilm Constantine.



E allora. Il tono sembra essere quello giusto, lui è britannico fino alla parodia (e quindi va bene), lei sembra la Rachel Weisz del discount (manco volessero trollare il film, che per altro a me nemmeno era dispiaciuto) e insomma, sembra ci stiano provando. L'unico problema è che lui, con quell'impermeabile, quel vestito, quei capelli, quella cazzimma, non so, mi sembra ci stia provando troppo, fino all'esagerazione, fino alla parodia. Sembra appiccicato su tutto il resto con Photoshop. Bah, vedremo.



Su Edge of Tomorrow, invece, non ho nulla da dire se non che a ogni nuovo trailer mi sale ancora di più la fotta. Tommaso ti voglio bene. Voglio crederci.


E niente, questo qua sopra è il Batfleck con la sua Batmobile (della quale si può fra l'altro ammirare un forse prototipo qua). Che dire? Facciamo che copincollo le cose scritte su Facebook:

+ Ben Affleck è il Batman fisicamente più adatto della storia: un metro e novantadue per tre metri di spalle e un chilometro di mascella. Certo, fa bella figura anche perché prima di lui abbiamo avuto panzoni, nani e tossicodipendenti;
+ come attore se
condo me è sottovalutato e, in ogni caso, finché deve fare quello che parla poco e se la mena molto, è OK (vedi Argo);
+ Il costume è solo, solo, solo ottimo, o quantomeno lo sembra dalla foto;
+ magari per la prima volta vediamo un Batman che si tira le pizze con qualcuno in scene d'azione girate come Dio comanda. Snyder quello lo sa fare;

- ogni settimana salta fuori un nuovo annuncio o una nuova voce su un personaggio a caso dei fumetti aggiunto al film: sembra sempre più stare diventando un pastrocchio assemblato accazzodicane e di fretta per inseguire i film Marvel (vedi Amazing Spider-Merd);
- Affleck dà quasi dieci centimetri a Cavill: vedremo Superman che, in preda a complesso d'inferiorità, passa tutto il tempo fluttuando perché si vergogna;
- Zack Snyder.


Comunque la sagra del Sad Batman è meravigliosa, va detto. Passiamo al nuovo Transformers.



OK, sarà una cacata, OK, c'ho gran paura che siano le solite due ore di merda con battute di merda e personaggi di merda ma i quaranta minuti finali di Transformers 3 sono obiettivamente molto fighi e, non ci posso fare nulla, tutto il delirio che si vede qua sopra mi fa venire una gran voglia di Imax. Boh, vedremo, dai. Ah, non c'entra niente, ma così, a caso: a questo indirizzo ci sono un po' di informazioni su Avengers: Age of Ultron. Nulla di clamoroso, curiosità, robette. Intanto, mentre scrivevo queste parole, ho visto spuntare su Twitter il trailer di Interstellar.



E insomma, è un bel trailer di quelli che suggeriscono ma a conti fatti non mostrano molto. Che sarebbe il modo intelligente di fare trailer, se non fosse che ormai siamo abituati ai trailer che ti mostrano tutto il film in due minuti. Comunque sono sicuramente incuriosito.



Intanto, giustamente, nella settimana in cui Godzilla arriva al cinema, salta fuori il trailer di Monsters: Dark Continent, che sembra voler riproporre l'idea del film d'esordio di Gareth Edwards (il film coi mostri attorno), spostandola però in zona di guerra. Ammetto di aver fatto partire il trailer con zero fiducia ed essere stato quasi conquistato da quel minuto e mezzo scarso. Quasi, but still.



Questo, invece, è il trailer di V/H/S: Viral, che promette molto bene ed è del resto una serie a cui vogliamo bene. E, a proposito di sangue, si continua a parlare di un possibile film dedicato a Deadpool e con rating R. Mboh, io non so se crederci e non so se sperarci. Certo che, dopo due Wolverine PG13 (uno e due) in cui gli artigli non fanno la bua, sarebbe gradito. Fra l'altro, parlando di fumetti, sono spuntati un teaserino molto simpatico e totalmente no-spoiler e un vero e proprio lunghissimo trailer ultra-spoileroso per il nuovo telefilm The Flash, quello nato da una costola di Arrow.





Eh, boh, a me attira un sacco, chiaramente nella stessa ottica di telefilm tamarro, divertente e spensierato che è quello dello scemo incappucciato verde con arco e frecce. Speriamo bene, dai. Eppoi il vecchio telefilm di Flash è un mito della mia adolescenza! Comunque, chiudiamo con tre robe in fila sfiziose, divertenti, simpatiche, whatever.







Il manifesto là in cima è saltato fuori nell'internet ieri, mentre preparavo questo post. Il nuovo trailer salterà fuori dopodomani. Fotta. 

16.5.14

Godzilla


Godzilla (USA, 2014)
di Gareth Edwards
con Godzilla, Bryan Cranston, MUTO, Aaron Taylor-Johnson, MUTA,  Ken Watanabe, Elizabeth Olsen, Juliette Binoche

Allora, giusto a scanso di equivoci, segnalo che ho amato tantissimo Pacific Rim, lo ritengo una fra le robe più belle che ho visto al cinema l'anno scorso e i motivi li ho abbondantemente spiegati qua. Meglio chiarirlo subito, così chi mi legge può farsi i suoi pregiudizi e io posso dedicarmi serenamente all'argomento del giorno, anche considerando che, sì, Godzilla è un film di mostri ispirato a materiale nipponico, sì, ci sono sempre di mezzo Warner Brothers e Legendary Pictures e sì, anche in questo caso gran parte del succo sta nell'essere seduto in mezzo alla sala all'Imax e farsi calpestare brutalmente dalla potenza delle immagini e dei suoni con le cose enormi che ti guardano dall'alto, ma sono due film molto diversi. E qui recupero una delicata analogia che ho estratto su Twitter fra ieri e oggi. Godzilla te la fa annusare per tutto il film e te la dà solo alla fine ma, cacchio, dopo tutti quei preliminari, quando finalmente si concede, ed è un concedersi di quel livello lì, risulta veramente difficile lamentarsi. Pacific Rim parte col sesso anale alla prima scena, ti regala la scopata del secolo di verhoeveniana memoria verso metà e poi ti concede pure la sgroppatina di commiato sul finale. E in entrambi i casi si tratta dell'approccio corretto, perché sono diversi i film, le intenzioni, il tono, lo stile del racconto e le sensazioni che i due registi volevano evocare nello spettatore tutto rannicchiato piccolino sulla poltroncina.

In Godzilla non si vede quasi mai il tono giocoso, divertito, compagnone e citazionista di Pacific Rim. Ogni tanto emerge, per carità, in qualche strizzatina d'occhio forse troppo palese o in quei due o tre aspetti dei quali non si poteva fare a meno ma che risultano magari eccessivamente camp per il tono iper-drammatico del film, ma complessivamente si va a parare da tutt'altra parte. Per quanto dipinta di ruggine, senso di sconfitta imminente e disperazione, la storia degli Jaeger ci metteva a bordo di robottoni che andavano a tirar le pizze in faccia ai mostri. Il punto di vista registico rimaneva quello ancorato alla fisica realtà (si fa per dire) dell'occhio umano alle prese con cose enormi, ma era immerso, banalmente, nel gasamento del riuscire bene o male a rispondere colpo su colpo. In Godzilla gli umani sono moscerini, stanno lì sullo sfondo a osservare delle divinità che pensano solo ai fatti propri e, incidentalmente, mentre lo fanno spaccano tutto. Il caro Godzilla è un mostrone anche educato, se vogliamo: si immerge per non travolgere le navi, cerca di non dar troppo fastidio e non fa i bisogni in giro, anche se poi, ovviamente, quando passeggia fra i palazzi demolisce tutto e quando gli sparano le cannonate in faccia gli si chiude un attimo la vena sul collo e tira giù il Golden Gate. Ma insomma, anche noi, quando le zanzare ci pungono, accendiamo lo zampirone.

Ecco, lo spirito del Godzilla di Gareth Edwards è quello lì, quello delle zanzare. Gli umani ci provano, non è che non lo facciano, ma sostanzialmente non possono fare nulla se non assistere impotenti alla forza della natura, che va avanti per i fatti suoi e li ignora. Godzilla e i suoi super amici pensano ai fatti loro, spaccano tutto quanto, non degnano di uno sguardo gli insettini che ronzano loro attorno e decidono di prestar attenzione alle zanzare solo nelle rare occasioni in cui queste pungono. E a quel punto scattano gli schiaffi. In questo senso, il film di Gareth Edwards è riuscitissimo e il suo puntare tanto a lungo sul non mostrare fino in fondo le creature, sul farti vedere quel poco che l'occhio umano riesce a inquadrare, oltre ad essere di fondo anche un richiamo al modo in cui se l'era giocata Ishiro Honda sessant'anni fa, serve proprio a raccontare di questo profondo distacco fra gli esseri umani e i veri, enormi, devastanti protagonisti della storia.


L'essere umano (G. Edwards, 2014)

Nello scegliere questa strada, Edwards e i suoi sono fuggiti fortissimo dal Godzilla di Roland Emmerich e hanno provato a inseguire il tono assolutamente serio e opprimente dell'originale, centrandolo in pieno ma non riuscendo a recuperarne fino in fondo la forza tematica e drammatica. La parte iniziale del film, la prima oretta o giù di lì, ha una potenza bestiale e funziona perfettamente, anche grazie all'interpretazione viscerale di Bryan Cranston: mozza le gambe per la tensione, regala almeno un paio di scene molto forti e si conclude con una svolta riuscitissima e che, onestamente, non mi aspettavo. Il tutto, quasi senza far apparire mezzo mostro gigante e grazie all'innegabile bravura di Edwards nel far funzionare ogni singola componente, raccontando tantissimo con le piccole cose, con un'inquadratura piazzata lì su quel dettaglio, con le storie che si nascondono dietro alla caratterizzazione di ambienti e paesaggi. Il problema è che poi la narrazione viene definitivamente scaricata sulle spalle di Aaron Taylor-Johnson e il racconto si sgonfia, per altro più per limiti di sceneggiatura che degli attori in sé.

Aronne, di fondo, fa quel che deve fare, Elizabeth Olsen mette la sua forte presenza scenica al servizio di un personaggio a cui viene riservato il ruolo di quella che strabuzza gli occhi e corre a destra e a sinistra e Ken Watanabe, povero, fa il possibile per dar peso alle cretinaggini che gli fanno declamare, ma è proprio il materiale a disposizione che lascia il tempo che trova. Godzilla abbandona il tentativo di raccontare temi anche interessanti e diventa improvvisamente un film in cui non si fa altro che scappare, provare timidamente a rispondere e osservare i mostri che spaccano tutto. E intendiamoci, va pure bene, ma tutto sommato quell'inizio così forte e in generale il tono così iper drammatico e "grave" lasciano un po' addosso la sensazione che si potesse fare qualcosa di più del solito film in cui l'esercito fa l'esercito (anche se, bisogna concederlo, i militari sono caratterizzati in maniera dignitosa e non c'è il classico generale ottuso che fa cose a caso), i protagonisti vivacchiano correndo da una scena madre all'altra, lo scienziato americano interpretato dall'attore di grido è l'unico che capisce davvero cosa stia succedendo nello stabilimento giapponese e il personaggio orientale è uno stordito che se ne va in giro con l'espressione di quello costantemente sotto acidi, parla solo per aforismi e serve come generatore casuale di didascalie per sottolineare i temi del film.

Dopodiché, parliamoci chiaro, il punto di questo Godzilla è un altro e quel punto lì viene portato a compimento in maniera eccellente. Perché se è vero che in quel momento citato prima la narrazione viene scaricata sulle spalle di Aronne, è vero anche che in quello stesso momento il film viene invece caricato sulle spalle di Godzilla e il nostro amico lucertolone, per dirla come si usa su internet fra i giovani, delivera. Nell'ottica del film di mostri che fa quel che deve fare, è difficile dirgli qualcosa di negativo. Toh, magari ti puoi lamentare perché ne avresti voluto ancora di più, ma la scelta di accumulare e basta fino all'esplosione finale ha un suo senso preciso sia dal punto di vista tematico che da quello del ritmo e funziona bene. Al di là di questo, Edwards e i suoi mettono assieme uno spettacolo per gli occhi dalla potenza rara e raccontano meravigliosamente bene il passaggio sulla terra di questa creatura completamente fuori dalla nostra portata, che esiste tanto per portar salvezza quanto per seminare distruzione. Oltretutto c'ha un musetto adorabile, lo vorrei avere parcheggiato fisso qua fuori per andare sul balcone a fargli i grattini.

Godzilla (G. Edwards, 2014)

Gli omaggi al passato non mancano e c'è tutto un continuo gioco di rimandi estremamente ben realizzato, che riesce a frullare assieme mille suggestioni e a dar vita a un'identità nuova e forte per quello che, assieme magari a un certo scimmione con cui si è tirato più volte le pizze in passato, è e rimane il mostro più iconico nella storia del cinema. Certo, ogni tanto il giochetto delle citazioni si fa troppo evidente ed esce un po' dal film: quando per un attimo tutto si ferma, il primo piano incalza e Ken Watanabe esclama "Gojira!" m'è venuto in mente Benedict Cumberbatch che svela la sua identità facendo l'occhiolino nel secondo Star Trek, ma insomma, son cose delle quali è difficile fare a meno e in ogni caso, se ti danno il brividino, che gli vuoi dire? Io vi posso dire che quando doveva farmi tremare, beh, il Godzilla di Gareth Edwards mi ha fatto tremare. Poi, certo, io ero ben disposto, se è vero - e lo è - che già il ruggito sul conto alla rovescia dell'Imax mi ha fatto perdere il controllo delle funzioni corporee basilari, ma il punto è che il film, sul piano della potenza visiva e sonora, non sbaglia un colpo.

Ogni apparizione dei creaturi ha un impatto devastante e non si parla necessariamente solo di forza bruta. Quelle scaglie che nuotano accompagnate dalle navi, l'inevitabile assalto al treno, la devastazione di Las Vegas, un essere enorme placidamente appollaiato sulla collina alla ricerca di cibo, l'attimo di tenerezza fra due bestioni che in fondo vogliono solo metter su famiglia, le nubi nere che invadono San Francisco, il famoso tuffo dei parà dall'aereo... ma anche cose più piccole e che non necessariamente coinvolgono i mostri ma su cui si proietta brutalmente la loro ombra, da lontano, perfino (soprattutto?) quando non sono nei paraggi... è tutto incredibilmente bello, potente ed efficace ed è sicuramente un Godzilla che lascia forte la sua impronta. Poi, certo, è anche un po' un accontentarsi, perché sotto allo spettacolo c'è molto poco e alcuni elementi, a cominciare dal discorso sull'energia atomica, per quanto poi a conti fatti fondamentali nel fare da motore agli eventi, sembrano inseriti in maniera un po' impacciata, quasi perché si doveva. Ma insomma, è comunque un gran bell'accontentarsi e sappiamo bene che poteva andare molto peggio.

L'ho visto ieri pomeriggio, in lingua originale, all'Imax qua a Parigi, che non vanta uno schermo abnorme come quello di Londra o alcuni americani ma, insomma, eh, si difende. Ero seduto in settima fila, avevo il naso puntato verso l'alto e tremavo. Penso proprio che tornerò a vederlo.

15.5.14

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X22: "Il principio della fine"


Agents of S.H.I.E.L.D. 01X22: "Beginning of the End" (USA, 2014)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da David Straiton
con Clark Gregg, Brett Dalton, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Ming-Na Wen, Chloe Bennet 

E insomma, siamo arrivati al gran finale, che va a chiudere in maniera abbastanza riuscita un po' tutte le questioni che dovevano essere chiuse, mettendo un bel punto esclamativo in fondo al racconto "globale" di questa prima stagione ma ponendo anche basi interessanti per il paio di discorsi lasciati aperti e che, presumibilmente, saranno al centro del secondo anno di Agents of S.H.I.E.L.D. Che cacchio sta succedendo alla capoccia di Coulson? Cosa sono quelle scritte sul muro? L'alienazzo blu era un Kree? I Life Model Decoy citati da Stark in The Avengers si sono manifestati in Koenig? Quando vedremo Graviton in azione al servizio del Nathan Fillion dei poveri? Chi sono realmente Skye, i suoi genitori e Flowers? Inumani? Devianti? Roba nuova inventata per il telefilm? O magari è un modo di ricollegarsi al discorso dei "miracoli" introdotto sui titoli di coda di Captain America: The Winter Soldier, che sembrano essere la versione Marvel Studios dei mutanti? Del resto, con Guardians of the Galaxy in uscita in estate, l'unico film previsto più o meno "in contemporanea" alla seconda stagione del telefilm è Avengers: Age of Ultron e quello dei miracoli potrebbe essere un buon modo per allacciarvisi, andando magari ad approfondire un discorso che nelle affollate due ore di Joss Whedon potrà avere uno spazio relativo.

Ma insomma, ovviamente, come sempre, vai a sapere. Il punto è che, in ottica futura, si tratta di un buon episodio, che fra l'altro spiega in maniera abbastanza netta come verrà affrontato il discorso S.H.I.E.L.D. dal prossimo autunno, creando una situazione sicuramente più sensata rispetto al raccontare della squadra più sfigata appartenente a un'organizzazione di super soldati. Inoltre, lo ammetto, sono anche curioso di vedere come proseguiranno le storie dei vari personaggi e cosa abbiano deciso di combinare a Fitz, che "non sarà più lo stesso". La scena dedicata a lui e Simmons, per altro, è davvero bella, forse la migliore dell'episodio: ben scritta, messa in scena e recitata, con un forte impatto emotivo e una risoluzione finale azzeccatissima. Ad essere onesti, credo che il non aver voluto fare quel passo in più le abbia tolto un po' di potenza, ma d'altra parte, se la cosa avrà sviluppi interessanti, potrebbe esserne valsa la pena.

Nel complesso, ripeto, l'episodio chiude in maniera molto riuscita i vari discorsi, a cominciare dall'arco narrativo di Deathlok che, del resto, aveva aperto la stagione ed è stato giusto vedere portato più o meno fino in fondo. Il momento in cui gli si chiude la vena sul collo, poi, m'ha messo addosso una discreta fotta. Al di là di quello, tanta azione, le dovute pizze in faccia fra May e Ward, la consacrazione come futuro personaggio ricorrente per quest'ultimo, la chiusura senza se e senza ma del discorso Garrett e perfino una partecipazione di Nick Fury più sostanziosa dell'altra volta. Tutto bene? Sì e no. A lasciar perplessi, più che altro, è la maniera abbastanza sconclusionata in cui l'episodio è stato messo in scena, probabilmente a causa di problemi organizzativi, con in particolare la sequenza fra Jackson e Paxton che sembra davvero assemblata col nastro adesivo e palesemente girata coi due attori mai assieme sul set. Ma l'episodio in generale ha diversi momenti in cui le gag paiono un po' appiccicate a forza, per il desiderio di inserire il momento ganzo costi quel che costi. E, come al solito, se alcune funzionano molto bene (Fury e Coulson che prendono per il culo Garrett durante il suo monologo delirante), di altre si poteva anche fare a meno. È un peccato, perché la prima apparizione di Fury e la sua chiacchierata conclusiva con Coulson sono ottime, ma la gran battaglia finale perde un sacco di potenza proprio per il senso di "distacco" che la caratterizza. Però, insomma, dai, ci possiamo accontentare e anzi, nonostante i problemi, è sicuramente una fra le migliori puntate fino a oggi e rappresenta un ottimo modo per chiudere l'anno.

E adesso corro a vedere Godzilla all'Imax, scusate.

14.5.14

Another Earth


Another Earth (USA, 2011)
di Mike Cahill
con Brit Marling, William Mapother

Quando si chiacchiera di fantascienza, horror e derivati arriva quasi sempre il momento in cui si afferma che il tal film o il tal regista usa il genere come pretesto per parlare d'altro. Quante volte l'ho fatto pure io qua dentro? Tante. Fra l'altro il bello è che, a seconda di come ti gira, questo tipo di mossa può essere visto tanto come scelta di spessore, positiva, che eleva il film e gli permette di varcare dei fantomatici confini, quanto come scappatoia brutta, cattiva e irrispettosa, da parte di un regista che si crede grande autore e non rispetta il genere. Maledetto. Ecco, per come la vedo io, Another Earth è un caso di film che riesce a giocarsela in maniera onesta e azzeccata, perché prende sostanzialmente due storie che avrebbero magari funzionato anche per i fatti loro - una legata ai drammi esistenziali dei protagonisti, l'altra a un avvenimento fuori dai limiti del possibile - e riesce a intrecciarle come si deve, rendendole interdipendenti in maniera sottile, mentre avanzano parallele senza dedicare poi troppa attenzione l'una all'altra.

Da un lato ci sono le vicende di Rhoda, cui capitano fattacci tutto sommato visti in tanti altri film (tipo Out of the Furnace, che comunque è successivo) e che s'imbarca in una classica storia di colpe profonde, tentativi di redenzione e voglia di rimettere un po' in piedi la propria vita. Dall'altro c'è questa faccenda bizzarra di una seconda Terra che si manifesta all'improvviso nel cielo, come se fossimo in un fumetto di supereroi con le realtà parallele e il Batman della Golden Age. E a uno sguardo superficiale può davvero sembrare che la seconda cosa sia solo un pretesto buttato lì per tirarne fuori un po' di splendide immagini, che per altro splendide e incredibilmente evocative lo sono davvero. Ma in realtà la sceneggiatura a quattro mani di Mike Cahill e Brit Marling riesce molto bene nel tentativo di creare un racconto organico, in cui quel maledetto pianeta "di troppo" finisce per fare da motore principale per la maggior parte delle azioni compiute dalla protagonista. Senza contare il fatto che la cosa contribuisce a creare un'atmosfera completamente surreale e straniante, arrotolata attorno agli eventi del racconto, e che gode comunque di un suo sviluppo ben preciso e coerente, raccontato a spizzichi e bocconi, attraverso una trasmissione radio, un'apparizione televisiva, un accenno in una conversazione, quasi come se fossero elementi di un found footage, messi lì all'insegna della narrazione ambientale da videogioco moderno.

A rendere il film forse un po' meno riuscito di quanto onestamente sperassi è la brutalità con cui esprime la sua natura di opera prima messa assieme con quattro soldi e per mano di un regista ancora poco esperto. Non che per raccontare questa storia servissero milioni di dollari ed effetti speciali all'ultimo grido, anzi, se Another Earth funziona è anche per il suo minimalismo, ma c'è una forte discontinuità nella messa in scena, certi raccordi di montaggio sono un po' raffazzonati e il cast di attori, tolta la notevole protagonista e co-sceneggiatrice, non è che faccia proprio gridare al miracolo. Per carità, si tratta per lo più di comparse che fanno il loro mestiere, ma alla quarta volta che William Mapother si mette la mano sulla tempia per comunicare il suo stato di estrema tensione, onestamente, mi sono un po' cascate le palle. Ma son problemi minori, forse inevitabili in un film del genere e che comunque non vanno ad eliminarne (anzi, magari finiscono per esaltarne) i pregi, compresi quel bel finale mozzato e tutti i pipponi mentali sul chissà cos'è successo di preciso.

Secondo me (spoiler?) nell'altra Terra è morto pure lui.

13.5.14

Mosse vincenti


Win Win (USA, 2011)
di Thomas McCarthy
con Paul Giamatti, Alex Shaffer, Amy Ryan, Bobby Cannavale

Win Win ha tutte le carte in regola per poter essere uno di quei piccoli, deliziosi, struggenti e affascinanti film dedicati alla provincia americana, capaci di mostrarne un'anima nascosta fatta sì di umorismo, ma anche di caratteri sfumati, piccole meschinità e, sostanzialmente, gente che c'ha la rogna addosso. Parte proprio da quello, da un protagonista, deliziosamente interpretato da Paul Giamatti, che si propone come persona di spessore, solida, buona, sostanzialmente l'eroe del quartiere, ma che di fronte all'occasione per sfangarla imboccando la via d'uscita facile non perde poi troppo tempo a rifletterci: procede. E questo è un film che in Win Win c'è, ma che sulla distanza finisce per trasformarsi in altro, seguendo il percorso classico della commedia a sfondo sportivo, delle storie di redenzione e catarsi, di talento, genio e sregolatezza.

Tutto questo non lo rende necessariamente un film peggiore, ma certo più prevedibile e ordinario, meno ambizioso e in grado di sorprendere. Tanto più che, da quel che leggo in giro, i precedenti di Thomas McCarthy erano in questo senso più coraggiosi e coerenti. E io mi fido, dato che non li ho visti. Sta di fatto, però, che pur nella semplicità di tanti aspetti, del quartiere tutto pulitino e colorato stile Mulino Bianco o del personaggio della moglie che sembra uscito da una commedia americana a caso di vent'anni fa,  Win Win è un film assolutamente godibile, gradevolissimo, da cui è facile lasciarsi coinvolgere se si apprezzano le commedie che comunque non rinunciano a una punta di amarezza e i film sportivi che, pur facendo lo slalom fra un cliché e l'altro, riescono a gettare sul piatto almeno un paio di svolte non necessariamente da manuale.

Poi, certo, conta tantissimo anche il cast azzeccato, su cui svetta inevitabilmente un Paul Giamatti totalmente a suo agio nel raccontare la difficoltà di un personaggio e di un uomo normali, alle prese con la voglia di fare bene, il desiderio di non rinunciare alla propria strada, la piccola e grande meschinità in cui tutti, prima o poi, finiscono per scivolare almeno un po'. Attorno a lui girano bene più o meno tutti, compreso il giovane Alex Shaffer, palesemente più a suo agio con le scene di lotta che altro, ma tutto sommato quasi sempre efficace il giusto, e risulta forse un po' fuori posto solo Bobby Cannavale, al punto di sembrare quasi prelevato da un altro film e piazzato qui per sbaglio.

L'ho chiamato Win Win per tutto il post perché mi veniva così e perché, oh, alla fine l'ho visto in lingua originale, e Paul Giamatti e il suo brontolio vanno ascoltati in lingua originale. Comunque, sì, dalle nostre parti s'intitola Mosse vincenti.

 
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