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31.12.13

The Spectacular Now


The Spectacular Now (USA, 2013)
di James Ponsoldt
con Miles Teller, Shailene Woodley

The Spectacular Now è il terzo film di James Ponsoldt ed è il terzo film in cui questo giovane (oddio, giovane, ha un anno meno di me, ma insomma, appunto, giovane) e bravissimo regista americano affronta il tema dell'alcolismo, ogni volta secondo un punto di vista differente. Dopo la terza età del Nick Nolte di Off the Black e l'adulta Mary Elizabeth Winstead del bellissimo Smashed, tocca all'adolescente Miles Teller, in uno splendido, piccolo, divertente, commovente film, che ha strappato al fotofinish il titolo di "mio film preferito del 2013 fra quelli che nel 2013 non sono usciti in Italia" a Snowpiercer e merita tutta l'attenzione di questo mondo e di quell'altro. Non so quando arriverà dalle vostre parti ma ci penso io a ricordarvelo.

I pregi di The Spectacular Now stanno quasi tutti nella naturalezza del racconto, dei dialoghi, dei personaggi, degli attori. Sembra di essere lì, accanto a loro, al fianco di persone che si limitano a vivere il momento finale di quella bolla di sapone che sono gli anni della scuola superiore. Non ci sono le carinerie e i bizzarri virtuosismi pop che ci si aspetta da un certo cinema indipendente americano, non c'è l'approccio un po' comico, sopra le righe, con personaggi dalla battuta sempre pronta, di (deliziosi, eh!) film come Mean Girls o Easy A, non ci sono avvenimenti iper melodrammatici o tragiche rivoluzioni. C'è solo la delicata, ammirevole leggerezza con cui vengono raccontate le vicende di due persone normali e di chi vive loro attorno, in una maniera semplice, naturale, che mi ha un po' ricordato una certa narrativa dagli occhi a mandorla, i fumetti più riusciti di Mitsuru Adachi, quel film coi ragazzini giapponesi che andavano in bicicletta che ho visto a una qualche rassegna di tanti anni fa e mai mi ricorderò come s'intitolava.

In The Spectacular Now c'è semplicemente uno spaccato di vita adolescenziale, fra due ragazzi che si incontrano, si divertono, iniziano a conoscersi e vedono nascere una fortissima amicizia, o forse qualcosa di più. C'è magari qualche cliché, ma raccontato in quella maniera - ancora - così naturale che ti ricorda come in fondo la maggior parte dei cliché siano figli della realtà. C'è anche qualche fuga dal cliché, perché la ex di turno non è la solita stronza invidiosa e insopportabile, ma semplicemente una ragazza con cui le cose, oltre un certo punto, non hanno funzionato. C'è soprattutto un ritratto adorabile del rapporto fra due persone, che si evolve in maniera credibile, parte dal nulla, diventa "qualcosa" e lascia poi spazio agli inevitabili problemi, tirando fuori una svolta per molti versi annunciata ma, anche qui, messa in piedi con grande bravura e delicatezza. Per un bel po' non si capisce neanche troppo bene dove il film voglia andare a parare, ma lo si guarda comunque rapiti, perché troppo riuscita è la rappresentazione di quello spaccato di vita. Poi la svolta arriva, anche abbastanza annunciata, ma pure lei perfetta per tempi, semplicità e soprattutto interpretazioni.

Miles Teller e ancora di più Shailene Woodley sono semplicemente pazzeschi. Non c'è altro modo di descriverli. La naturalezza (sempre lei) con cui vivono sullo schermo e rappresentano due persone normali alle prese con faccende normali in una normale cittadina di provincia americana è ipnotica. Loro due da soli prendono in mano il film e ci fanno quello che vogliono. E tu sei lì che guardi e non te ne capaciti. L'unico momento in cui riesci a staccarti brevemente dai loro occhi, dai loro gesti, dalla loro voce, è quello in cui si presenta sullo schermo Kyle Chandler, in un ruolo una volta tanto diverso da quelli che interpreta di solito (sostanzialmente opposto), efficacissimo per quella manciata di minuti che gli vengono dedicati. E poi si torna a osservare quelle due persone che ci raccontano la loro vita.

N.B.
Uno che non sapeva nulla di questo film, tipicamente, dopo aver letto questo post, va a vedersi il trailer. Non fatelo, è brutto e antipatico, non rende l'idea. Se mi fossi basato solo sul trailer, e non anche su qualche recensione letta in giro, probabilmente non sarei andato a vederlo.

Fra l'altro è uno degli ultimi film recensiti da Roger Ebert, fa parte della manciata di recensioni uscite postume, cosa che m'ha messo addosso un po' di magone, quando me ne sono reso conto. Comunque, per The Spectacular Now non sembra essere ancora prevista una distribuzione italiana. I due precedenti film di Ponsoldt sono entrambi usciti dalle nostre parti, direttamente in DVD, quindi c'è speranza. Sottolineo, però, che tanto, ma veramente tanto delle interpretazioni, della loro forza e della loro naturalezza, con un doppiaggio, per quanto ben fatto, si perderà per forza.

30.12.13

Il novembre (e pure un po' dicembre) a fumetti di giopep


Da qualche parte durante il mese di novembre, mi s'è improvvisamente chiusa la vena dell'antiquario e ho iniziato a spolverare un po' di roba dalla pila dei fumetti da leggere, in cui si accumulano tanto cose recenti, quanto cose vecchie di mesi o anni, che talvolta, già quando le ho comprate anni fa, erano vecchie di anni. Roba vecchia, insomma. Conseguentemente, in questo episodio de La settimana a fumetti di giopep, trovano posto anche robe assurde estratte dalla polvere, che ormai giacevano lì, rassegnate, convinte di non avere chance. Ma prima o poi una chance si cerca di darla a tutti. Mica come per il backlog dei videogiochi, quello davvero senza la benché minima speranza.

Morning Glories #5: "Tests" ****
Morning Glories #6: "Demerits" ****

Cominciamo con roba relativamente recente. Morning Glories continua a divertirmi parecchio, però è decisamente entrato in quella fase in cui non ci si capisce più nulla, a meno di rileggersi tutto da capo ogni volta che spunta un nuovo volume. Non lo sto facendo, proseguo abbandonato al flusso, mi rileggerò tutto da capo quando arriveremo alla fine. Però lo consiglio, se piacciono le storie tutte assurdamente incasinate e pure coi viaggi nel tempo. Ma meglio aspettare la fine.

Fables: Werewolves of the Heartland ****
Fairest #2: "The Hidden Kingdom" ****
Quando parlo di Fables finisco sempre per dire le stesse cose, con particolare accanimento sul fatto che praticamente qualsiasi cosa esce di legata al marchio riesce a mantenere un livello qualitativo fra il più che dignitoso e l'assolutamente entusiasmante. Quindi, dai, stavolta eviterei di parlarne. Comunque, la prima è una storia tutta dedicata a Bigby, uscita in realtà un po' di tempo fa, ma su cui mi sono attardato perché si trovava solo in versione cartonata, la seconda è il nuovo blocco di storie dedicate al lato femminile delle fiabe. Ed è deliziosa.

Powers #13: "Z" ****
Dopo tanto, tanto tempo dall'ultima volta, finalmente, torno a leggere Powers, con una storia che è molto meno "per i fatti suoi" di quanto mi aspettassi e, pur indubbiamente aprendo un nuovo ciclo, va pesantemente a recuperare le precedenti. Di cui non mi ricordo nulla. Maledetta vecchiaia. Comunque è il solito, adorabile, Bendis. Leggere.

American Vampire #4 ***
Di American Vampire ho scritto ai tempi del primo volume, anche in altri luoghi, con una discreta dose di entusiasmo. entusiasmo che, onestamente, questo volume mi ha quasi completamente spento. Moscio, prevedibile, sostanzialmente mediocre, con giusto un po' di curiosità per vedere come andrà avanti. Mi arrivano però delle vibrazioni in stile 30 giorni di notte, da saga vampirica partita benissimo e poi velocemente andata a mignotte.

La mia Maetel #1/3 ***
Un tema interessante trattato in maniera superficiale, ma a modo suo emotivamente forte, che a un certo punto devia in uno di quei momenti da pornazzo che a Hiroya Oku piacciono tanto, e lascia addosso un senso di discreta pochezza, ma si tiene in piedi per la finestrella - superficiale, semplice, magari anche "sbagliata", ma comunque finestrella - che apre su un mondo davvero tanto distante. Insomma, è più che altro il tema trattato a non farmi rimpiangere di averlo letto. E i disegni, sempre ottimi.

Mater Morbi ****
Ho acquistato la recente edizione in volume, incuriosito dal tanto parlare della storia, che non ho mai letto semplicemente perché ho mollato Dylan Dog tanti anni fa. E che dire, è effettivamente una bella storia, interessante per il modo in cui affronta temi scomodi in un contesto nel quale magari non è troppo scontato riuscirci, sebbene comunque Dylan Dog si presti sempre alla cosa. Il mio problema, ed è ovviamente appunto un mio problema, è che ultimamente trovo un po' indigesto il "format" delle sceneggiature bonelliane, che mi risulta un po' pesante, didascalico, e in più non vado matto per un certo "tono" della scrittura di Recchioni, e alla fine sono un po' gli stessi motivi per cui sto apprezzando, ma non amando fino in fondo, Orfani (ne riparlo altrove). Però, appunto, sono problemi miei. Rimane comunque una storia forte e personalissima, in cui si percepisce l'impronta di chi scrive e nella quale si parla di temi sociali, legati al presente, tanto quanto di temi universali, comunque facendolo con la leggerezza di un racconto popolare horror con la cattivona super sexy inguainata di pelle nera sadomaso. Insomma, difficile non averla almeno un po' in simpatia. E poi c'è massimo Carnevale, che è spettacolare.

The Brave and the Bold #1/6 ***
Una simpatica miniserie di qualche anno fa che racconta la bizzarra amicizia fra Barry Allen e Hal Jordan, saltellando fra le epoche e tirando in mezzo i vari altri personaggi del circoletto di amici, dalle diverse incarnazioni di Flash e Lanterna Verde a quell'altro tizio con l'arco e le frecce. Simpatica, appunto, gradevole per quell'aria un po' retrò, ma niente di che.

Arzach ****
Un assurdo, incasinatissimo, evocativo, delirante, fantasioso e forse un po' tanto lontano dalle mie corde albetto di store più o meno brevi, più o meno pazze, firmate Moebius. Si tratta di una raccolta americana, piccolina, in formato ridotto, che avevo acquistato tanti, ma veramente tanti anni fa, credo alla Borsa del fumetto, o forse a una qualche fiera, e ho letto solo adesso. Si chiude davvero un'epoca, perché non so per quanto tempo me lo sono visto passare davanti, appoggiato in mezzo, sopra, sotto, davanti alla pila polverosa, in tanti appartamenti diversi. Ormai aveva un'aura mitologica attorno a sé.

Il grande Blek: Trappers alla riscossa ***
Il primo volume della riproposizione di Il grande Blek, portata in edicola la scorsa estate da Il sole 24 ore. Mi è stato gentilmente passato dalla regia, l'ho letto con curiosità, ho trovato delle storie senza dubbio interessanti come documento storico, molto meno per il semplice piacere della lettura. Per un nostalgico della serie, però, mi sembra una raccolta ben assemblata.

Le montagne della follia ****
Quando leggo l'adattamento a fumetti di un romanzo tendo spesso a trovarci un po' d'impaccio nella - per carità - non semplice operazione di traduzione del testo scritto in una forma espressiva comunque scritta, ma estremamente diversa. La cosa mi sembra emerga abbastanza anche qui, ma viene comunque messa in secondo piano dalla forza della storia e dalla potenza evocativa delle matite di Ian Culbard, che affrontano con coraggio e abilità l'ingrato compito di dare un volto alla folle fantasia di Lovecraft e ci riescono in maniera molto efficace. 

X-Wing Rogue Squadron #21/35 ***/****
L'unica serie a fumetti di Guerre Stellari che abbia mai realmente seguito con continuità, anche se mi ero appunto perso per strada (o, meglio, nella pila polverosa) questa manciata conclusiva di numeri, dai quali fra l'altro emerge chiaramente un progetto ben più ambizioso, ma troncato poco dopo il nascere, immagino per scarse vendite. Peccato, perché nonostante gli alti e bassi sul piano dei disegni, tutto sommato Rogue Squadron aveva un suo gruppetto di personaggi interessanti, si stava costruendo una sua mitologia personale intrigante e usava con efficacia le inevitabili guest star.

Superman & Savage Dragon: Metropolis ***
Assurdità, cazzottoni, bei disegni, niente altro.

Simon's Cat: Beyond the Fence ***
Il meglio di Simon's Cat sta sul suo canale YouTube. I libri di illustrazioni funzionano molto meno e questo, in particolare, tolta qualche gag azzeccata che ovviamente spunta sempre, mi sembra decisamente meno riuscito del primo. Però è comunque gradevole, e azzecca tante cose che fanno per forza almeno sorridere chiunque viva con uno o più gatti.


Hawkman ***
Un vecchio volume Play Press che raccoglie le storie di Gardner Fox e Joe Kubert. In una certa misura vale quanto scritto sopra de Il grande Blek: sono storie ingenue, invecchiate, che si possono gustare solo accettandone il sapore antico. Qui, però, a rendere la cosa più interessante, o comunque più vicina alle mie corde, c'è uno strepitoso gusto per il fantastico, una ricerca di mondi e situazioni sempre più completamente fuori di testa e affascinanti, oltre alle matite di Joe Kubert, che saranno magari un po' invecchiate pure loro, ma mamma mia che (famiglia di) talento.

Quelli che ne ho scritto o parlato altrove e quindi metto il link ad altrove 
Metal Gear Solid ****, Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty ****, The Walking Dead # 19: "March to War" ****

Quelli che ho scritto in altre occasioni dei numeri precedenti e non ho niente da aggiungere e mi limito quindi a metterli qua in fila con le stelline che mi ero appuntato
Billy Bat #5/8 ****, Blue Exorcist #9 ***, Buonanotte, Punpun #5 ****, Il grande sogno di Maya #49 ***, L'immortale #29 ****, Rinne #10/13 ***, Un marzo da leoni #7 ****, Vagabond #51 ***

29.12.13

Lo spam della domenica mattina: Recensioni che se la prendono comoda

 
Questa settimana, su Outcast, mi sono limitato ai due appuntamenti più o meno fissi, con un Videopep dedicato al mio personalissimo GOTY del 2013 e l'episodio di Old! dedicato al dicembre del 2003. Su IGN, invece, ho enucleato la tempestiva recensione di Bit.Trip Presents: Runner 2 Future Legend of Rhythm Alien in versione PlayStation Vita e le molto meno tempestive recensioni di Shelter e Gone Home. Sono tre giochi splendidi, se non li avete giocati, beh, giocateli.

C'ho come un sentore che per la prossima settimana non riuscirò a pubblicare post con questo ritmo incrollabile. Posso sbagliarmi, ma tanto chi mi legge, durante le feste?

28.12.13

La robbaccia del sabato mattina: Volti in CG

 
Questa settimana non mi sembra sia accaduto molto, e del resto siamo in piene festività, è pure normale. O magari è solo che mi sono distratto. Fatto sta che non ho praticamente nulla da infilare nel mio solito post di nerdate del sabato mattina. Posso dire che Vin Diesel ha svelato che alla fine Fast & Furious 7 uscirà il 10 aprile 2015 dopo i rimaneggiamenti del caso. Ma dimmi te se per girare un film con tempistiche cristiane doveva morire un attore. Comunque, il caro Vin ha comunicato il tutto su Facebook ripubblicando l'immagine qua sopra, tratta dall'ultima scena che lui e Paul Walker hanno girato assieme. A quanto pare, James Wan e Chris Morgan si stanno inventando un modo per orchestrare l'uscita di scena del personaggio sfruttando il girato a disposizione e si vocifera che Cody "fratello di" Walker, stuntman, girerà qualche scena aggiuntiva con la faccia di Paul appiccicata sopra. Il che mi fa venire in mente che l'altro giorno ho rivisto Il gladiatore e le scene con Oliver Reed posticcio non si possono davvero guardare.



Questo qua sopra è il trailer di una roba pezzentissima e che non mi fa neanche particolarmente ridere, ma insomma, c'ha proprio un sapore da nerdata videogiocosa e non potevo esimermi. Così come non posso esimermi da segnalare che Gal Gadot ha dichiarato di stare facendo palestra per diventare una Wonder Woman degna di questo nome. Orde di nerd inferociti si tranquillizzano? Boh? Ad ogni modo, a proposito di nerd, chiudo con questo video qua sotto, dedicato al nuovo detentore del record mondiale per quanto riguarda il numero di videogiochi posseduti. Anvedi.



Come va? State mangiando? Io sto mangiando.

27.12.13

I disertori - A Field in England


A Field in England (GB, 2013)
di Ben Wheatley
con Michael Smiley, Julian Barratt, Reece Shearsmith

A Field in England è il nuovo film di Ben Wheatley, talentuoso regista inglese che si è fatto conoscere con la tripletta composta da Down Terrace, The Kill List, e Killer in viaggio, ha poi firmato un episodio dell'antologia horror The ABCs of Death e ha quindi deciso di spiazzare tutti con un quarto film completamente fuori di cozza: un'opera in costume e in bianco e nero, dal budget ridotto, dall'atmosfera teatrale e dalla narrazione totalmente surreale, ambientata ai tempi della guerra civile inglese. Se a questo aggiungiamo che io sono entrato in sala, durante il Fantasy Filmfest di Monaco, senza saperne assolutamente nulla, se non che appunto era il nuovo film di Ben Wheatley, diventa forse possibile immaginare che razza di effetto whaddafuck mi abbia fatto.

La storia racconta di quattro persone, un "royalist" e tre "roundhead", che fuggono da un campo di battaglia particolarmente sanguinario e si ritrovano unite dal destino, a vagare per le campagne, molto poco interessate a portare avanti il proprio dovere. La cosa, però, prende una piega tutta strana quando si infila nella faccenda il presunto tesoro di un alchimista, per il quale due dei coinvolti hanno lavorato, e lo strano gruppo si mette alla ricerca del bottino. Seguono assunzioni di sostanze allucinogene e un tripudio di visioni mistiche, gente che muore male, svolte narrative insensate e virtuosismi registici.

E proprio il virtuosismo nella messa in scena, forse un po' fine a se stesso, è la chiave del film, o comunque l'aspetto che più mi è rimasto addosso. Se si toglie quello, A Field in England racconta una storiella semplice e banalotta, seppur interessante e molto classica nel suo provare a parlar di temi universali e moderni tramite uno sguardo rivolto al passato, e anzi finisce per risultare un po' "antipatico", o quantomeno pretenzioso, per la maniera criptica, elitaria, con cui si propone. Cosa che per altro credo si rispecchi nella scelta di distribuire il film immediatamente tramite i tre canali, al cinema, in DVD e sulle piattaforme digitali: certamente si tratta di un'opera molto meno accessibile rispetto alle precedenti dello stesso regista. Quando funziona, però, nelle sue scene madri, A Field in England è ammaliante, quasi stordente, grazie certo anche alla bravura degli attori, impegnati in ruoli totalmente sopra le righe e che era facile sbagliare, immersi in una visione del tutto assurda e surreale. Lo consiglio? Boh?

E con A Field in England si conclude, finalmente, la mia rassegna sui film visti al Fantasy Filmfest 2013, il mio terzo e probabilmente ultimo, visto che ho abbandonato le nevose lande di Monaco della Baviera. Non è in realtà l'ultimo film che ho visto alla rassegna, dato che il gran finale è stato offerto da You're Next, ma su quello ho espresso il dovuto entusiasmo ai tempo dell'uscita italiana. Se volete leggere quel che ho scritto delle tre edizioni del festival che ho seguito, volate a questo indirizzo. Ah, onestamente, dubito che A Field in England possa uscire in Italia, perché è davvero troppo di nicchia e troppo brit nell'anima. Il precedente di Wheatley, però, è il primo dei suoi ad essere arrivato dalle nostre parti, quindi vai a sapere.

26.12.13

Lo hobbit: La desolazione di Smaug


The Hobbit: The Desolation of Smaug (USA, 2013)
di Peter Jackson
con Martin Freeman, Ian McKellen, Richard Armitage, Orlando Bloom, Evangeline Lilly, un alto po' di gente a caso, qualche guest star e la voce di Benedict Cumberbatch

A un anno di distanza dal primo, discusso, a me piaciuto più che a molti altri, episodio, è arrivata anche la seconda parte di questa nuova trilogia tolkeniana firmata Peter Jackson, quella che sta sulle scatole a tutti quanti perché è una forzatura tirar fuori tre film da un libretto piccolo piccolo e perché ha cambiato il tono rispetto alla fiaba originale per realizzare non tanto un adattamento fedele alla lettera, quanto un prequel di quei suoi tre altri film. E la cosa sarà anche forzata, però va pure detto che una corposa fetta delle aggiunte viene pur sempre dalle appendici e da tutto il dedalo di menate d'approfondimento che lo stesso Tolkien ha firmato a parte, cosa che in un certo senso è ancora più fedele all'opera originale di quanto lo sarebbe una copia carbone del singolo libro. Senza contare che, per me, vale sempre la faccenda del medium diverso, dell'autore che si appropria di un'opera, del diritto di fargli quel che gli pare e del diritto mio di apprezzarla (o meno, per carità) anche un po' fregandomene di quanto sia fedele e/o rispettosa del testo originale. Opinioni, gusti, approcci, ognuno la vede come vuole. Ma al di là di tutto, come sono, queste altre due ore e mezza di vita che Peter Jackson ha voluto farci trascorrere al buio in sala? Meglio delle precedenti, su questo sembrano essere più o meno tutti d'accordo, e tutto sommato anche meglio dell'ultima volta che il Peter si era cimentato nel secondo episodio di una sua trilogia, e su questo non sono tutti d'accordo, ma io la vedo così, perché le due torri mi erano davvero precipitate sui maroni con una brutalità incredibile.

La desolazione di Smaug non è un film perfetto, anzi, gli si possono fare mille critiche, e come adattamento continua, ovviamente, a prendersi tutte le licenze del caso. Licenze che possono essere stra-criticabili (ma tanto quanto, intendiamoci, lo erano anche parecchie viste nella vecchia trilogia) e che però in molti aspetti sono secondo me molto azzeccate, per esempio nel modo in cui viene data maggiore profondità al personaggio di Bard, ma anche nell'efficacia dell'introduzione di Sauron o nell'aggiunta dell'elfa manza, inserita con gusto e dolcezza. Per il resto, mi sembra indiscutibile il solito buon lavoro nel tirare le fila di un progetto tanto ambizioso, nell'unire i puntini, nel continuare a tratteggiare una saga cinematografica dalla portata e dalla coerenza notevoli, che bene o male, pur con le sue forzature, sta dipingendo un affresco globale affascinante e a modo suo capace di scolpirsi nell'immaginario collettivo. Più nello specifico, trovo che questo secondo film, nonostante ci sia ancora qualche scemenza, funzioni meglio dal punto di vista drammatico, riesca ad essere più coinvolgente, forte nelle sue svolte narrative e nello sviluppo dei rapporti fra i vari personaggi, nuovi o meno che siano, e quindi nel complesso più efficace a tutto tondo, oltre che nella pura messa in scena.

E poi c'è parecchia azione efficace e ben orchestrata. Tutta la parte coi ragni giganti è quella in cui emerge maggiormente il lato cupo, quasi horror, di Peter Jackson, che del resto infetta in diverse misure ogni singolo film della saga, ed è una vera, azzeccatissima, delizia, anche per il modo in cui fa evolvere il rapporto fra Bilbo e l'anello, per mano fra l'altro di un Martin Freeman sempre più bravo e in parte. La sequenza d'azione centrale, con la fuga dalla città degli elfi, è molto bella, lunga, articolata. Si appoggia un po' troppo su un certo modo di fare effetti speciali cartooneschi e privi di grande fisicità, ma funziona molto bene. E poi c'è lui, Smaug, fantastico nella rappresentazione, nell'interpretazione di Benedict Cumberbatch, nella costruzione del personaggio. A lui è dedicata praticamente tutta l'ora finale di film e il suo confronto con Bilbo è splendido, anche nel ripensare a quello fra Bilbo e Gollum, momento più alto del primo film, totalmente opposto nell'equilibrio dei fattori in campo. Là c'era un Bilbo che dominava la scena e si palleggiava il suo avversario, qua lo vediamo in quasi totale balia degli eventi e preda di una creatura furiosa, potente, portata davvero in vita da una realizzazione tecnica e artistica fuori parametro.

Dopodiché si sviluppa tutta una parte d'azione finale lunga, spettacolare, incredibile nella messa in scena e capace di portare avanti in maniera coerente i vari discorsi del film, mentre prepara a una non conclusione in cui ci sono cinque o sei cliffhanger uniti assieme e non si prova neanche per sbaglio, questa volta, a dare la parvenza di una mezza chiusura. Capitoli centrali di trilogie cinematografiche che rimangano così appesi, onestamente, non me ne ricordo altri, e non ci sono jedi, anelli, ritorni al futuro o matrici che tengano, qua siamo proprio al tasto pausa premuto all'improvviso e ci rivediamo l'anno prossimo. Bello e orrendo allo stesso tempo. A margine, una considerazione sulla modalità di visione: l'anno scorso mi ero gustato il primo episodio in 3D e coi 48 FPS, notando un senso di straniamento iniziale ma poi abituandomi e nel complesso apprezzando l'esperienza. Soprattutto, l'avevo apprezzata a posteriori, quando mi sono reso conto di come gli altri film in 3D, dopo quella visione, risultassero incredibilmente peggiori come qualità visiva, come definizione e precisione dell'immagine. Quest'anno me ne sono andato all'IMAX, perché insomma, come fai a dirgli di no, e mi sono gustato il film spaparanzato nel centro esatto della sala, sepolto vivo da dei nani giganti in tre dimensioni. Ed è stato bello. Però lo spettacolo era sì in 3D, ma a 24 FPS, e onestamente l'ho sentita, la mancanza, di quella maggior qualità. Ma soprattutto mi sono reso conto di un altro effetto molto positivo dei fotogrammi raddoppiati: rendono molto più tollerabile la visione in 3D di uno stile di regia "agitato" come quello di Jackson. Non sta mai fermo, sempre a svolazzare in giro con la macchina da presa, in costante movimento, su e giù, traballante, circolare, scarrellante, in scivolata e tuffo carpiato. Ed è il classico modo di girare che rende la visione in 3D molto più faticosa. Ebbene, un anno fa, con quei ventiquattro frame in più, fatica zero. Evidentemente la maggior fluidità rende più tollerabile questo genere di movimento perpetuo. O magari è solo una sega mentale mia, può essere, però, da ignorante totale, mi sembra credibile. Sbaglio?

Per cui, insomma, secondo me andrebbe visto a 48 FPS, però, oh, capisco anche che se uno si è reso conto che a lui danno brutalmente fastidio e non ci si riesce ad abituare, beh, meglio evitarli.

25.12.13

Buon Natale del 1987



Oggi si mangia. Domani è un altro giorno.

L'altro ieri sono andato in fumetteria per la prima volta da luglio. Madonna.

24.12.13

Scenic Route


Scenic Route (USA, 2013)
di Kevin Goetz e Michael Goetz
con Josh Duhamel, Dan Fogler

Ho sempre provato un fascino tutto particolare per l'atmosfera straniante che si respira gironzolando nei deserti americani. Ogni volta che mi capita di visitarne uno, e non è che mi capiti proprio tutti i giorni, rimango senza fiato, immerso in quegli spazi infiniti, nella polvere, nel silenzio totale. L'ultima volta che ci sono passato, m'ha perfino preso a più riprese la commozione vera. Una roba che mi fa impazzire, poi, è quando ti metti a guidare e vedi nello specchietto retrovisore la stessa cosa che vedi attraverso il parabrezza: una strada senza fine, che si perde nel nulla attorno. Poi mi piace anche il fatto di stare in maglietta in pieno inverno, un po' meno il fatto che, se vai nel deserto sbagliato, a ottobre muori di caldo, in estate muori e basta. La prima volta che ci sono andato, nel deserto, ero da solo, in macchina, ed ero pure senza telefono cellulare. Un cretino, insomma. E in effetti uno se lo chiede anche: che succede, se ti ritrovi abbandonato nel deserto, con la macchina in panne e senza connessione telefonica? Verrebbe da dire che, in fondo, sei pur sempre negli Stati Uniti, mica disperso nel cuore di terre inesplorate. Però, ehi, quei deserti sono grandi, e se è vero che in alcune aree c'è continua frequentazione turistica, è vero anche che in altre non passa praticamente mai nessuno. E quindi? E quindi ci facciamo un film, su 'sta cosa.

Scenic Route è il film d'esordio dei fratelli Goetz ed è il classico film d'esordio di chi vuole subito far colpo con l'idea ganza, senza però avere la pesantezza del regista esordiente che vuole farti vedere quanto è virtuoso nella messa in scena. Il virtuosismo, al massimo, è a livello di sceneggiatura, perché di fatto qua si (non) racconta di due persone ferme in mezzo al nulla, senza niente di particolare da fare, e il tutto sta in piedi solo grazie all'ottima scrittura, alle notevoli interpretazioni e a una regia particolarmente efficace nel suo non mettersi più di tanto in mezzo. Il nucleo della faccenda è il rapporto fra due amici di lunga data che, col passare degli anni, si sono persi di vista. Le loro vite hanno seguito strade diverse, però si ritrovano a fare un viaggio in macchina assieme e, per una serie di motivi che non sto qui a svelare anche se vengono spiegati nel trailer, si ritrovano bloccati in pieno deserto, con la macchina in panne, senza possibilità di chiedere aiuto. Seguiranno litigi, chiarimenti, riappacificazioni, pizze in faccia, tragedie.

A guardare il trailer, viene da pensare che il film prenda in fretta una piega quasi da horror. In realtà non è proprio così ma nonostante questo, per la sua scarsa ora e mezza di durata, Scenic Route riesce a tenere la tensione quasi sempre molto alta, vuoi perché non si dilunga, vuoi perché Duhamel e Fogler sono davvero convincenti, nel tentativo di staccarsi un po' dai loro soliti ruoli e, soprattutto, di raccontare due persone che si conoscono da sempre, che affrontano rimpianti e rimorsi, che di fondo sono un po' simboli tagliati con l'accetta di come la vita potrebbe andare a ciascuno di noi. L'unico vero problema di Scenic Route sta nel fatto che trovare il finale giusto per una storia del genere, sia esso lieto, tragico o magari aperto e ambiguo, è praticamente impossibile. O quantomeno è impossibile farlo senza scontentare qualcuno, o magari senza dare l'impressione di non essersi voluti sbilanciare. Non sto qui a dire cosa abbiano scelto i Goetz, dico che il risultato mi è parso convincente nella messa in scena, anche se non mi ha lasciato addosso totale soddisfazione. Però, insomma, magari l'effetto era voluto.

L'ho visto a settembre, al Fantasy Filmfest di Monaco, al cinema e in lingua originale. Se IMDB non mente, al momento è uscito solo negli Stati Uniti e in Australia, direttamente in DVD. Il che significa che comunque in qualche modo lo si può recuperare. Non so quanto tratterrei il fiato sperando in un'un'uscita italiana, ecco.

23.12.13

La trascendenza e le scimmie




Come già una settimana fa, dedico il lunedì ai trailer fantascienzi che mi sono perso perché ero distratto. Nello specifico, oggi si parla di intelligenze artificiali fighette e di scimmie incazzate nere.



E allora, Transcendence, del quale avevo già agevolato il teaser trailer l'altro giorno, in cui Johnny Depp s'inventa le intelligenze artificiali totali e poi muore ma diventa un'intelligenza artificiale e quindi decide di conquistare il mondo. O qualcosa del genere. In pratica è la storia di Skynet, o giù di lì. Promettente? Mboh, in realtà il trailer non mi ha particolarmente eccitato, sarà anche che Johnny Depp ce lo vedo poco, ormai, in un film del genere, però l'argomento è affascinante e gli altri attori coinvolti mi piacciono. Poi Rebecca Hall, ormai, è l'attrice di riferimento per il ruolo della scienziata geniale gnocca. E già l'avevo apprezzata in Iron Man 3. Aprile, comunque.



E poi c'è Dawn of the Planet of the Apes, che in Italia s'intitolerà - tenetevi - Il pianeta delle scimmie: Revolution, perché la traduzione letterale del titolo, vale a dire L'alba del pianeta delle scimmie, l'hanno già usata per l'episodio precedente, che in originale s'intitolava Rise of the Planet of the Apes. Mi sta venendo il mal di testa. E che dire, il trailerino è bello evocativo, le scimmie sembrano davvero incazzate, secondo me potrebbe essere divertente. Un po' mi spiace che non ritorni manco per sbaglio il personaggio di James Franco, però, oh, Gary Oldman. E poi Jason Clarke, per qualche motivo, mi sta simpatico. Fra l'altro il regista è Matt Reeves, il cui Cloverfield a me era piaciuto non poco e di cui non ho visto il remake di Lasciami entrare, ma ne ho letto bene. Poi vai a sapere. Ah, l'ho detto che il primo film di 'ste nuove scimmie non m'ha esaltato ma non m'è dispiaciuto? Sì, l'ho detto qui. Questo, invece, arriva a luglio.

L'altro giorno sono andato a vedermi The Spectacular Now. Non so se e quando uscirà in Italia, però ve lo dico: è bellissimo. Davvero. Assai. Marò.

22.12.13

Lo spam della domenica mattina: Il nostro inviato da Parigi


Questa settimana ho scritto per IGN un paio di recensioni, nientemeno. Quella di Rush, bel puzzle game nato su Wii, poi arrivato su PC e infine giunto su Wii U per chiudere il cerchio, e quella del primo episodio della seconda stagione del The Walking Dead di Telltale. Che è bello. Su Outcast, invece, ho uscito un Videopep scemino dedicato a un cappello, l'Outcast Reportage dedicato alla Game Connection Europe 2013, che secondo me è venuto fuori proprio bellino e interessante, e ovviamente l'episodio di Old! dedicato al dicembre del 1993.

Stasera prendo l'aereo in direzione Milano, per il canonico - e più breve del solito - rientro in patria natalizio. Ritengo probabile, ma tutto sommato non certo, che la frequenza delle pubblicazioni qua sul blog crolli in verticale. Poi, oh, vai a sapere. Comunque buone feste, fate i bravi.

21.12.13

La robbaccia del sabato mattina: Trascendenza



Ma quand'è successo che anche la pubblicazione dei poster è diventata un evento attorno a cui si costruiscono le notizie, le esclusive, i colpi di scena e così via? Ma perché? Boh? Comunque, questa settimana sono stati svelati diversi poster, tipo quello di The Amazing Spider-Man 2 o quello di Need for Speed, ma qua sopra il posto d'onore lo lascio a Sabotage, il nuovo film con Arnie che, come recita appunto il manifesto, è scritto da quello di Training Day e diretto da quello di End of Watch. E mi sembrano due ottime premesse. Poi il trailer non è male, io lo aspetto.



Ammetto invece che non mi ha particolarmente convinto il trailer di 22 Jump Street. Ma d'altra parte il primo film m'è piaciuto, i registi sono gli stessi, tutto sommato voglio dargli fiducia. Anche se, boh, un po' mi si è spento l'entusiasmo. Attendiamo pazientemente la prossima estate, mentre, tanto per spostarci un po' in tradizionale zona nerd, veniamo a sapere che Don Cheadle vestirà la latta di War Machine in Avengers: Age of Ultron, avrà un ruolo fondamentale e, vai a sapere, magari ci resterà secco. L'internet ribolle. E ribolle anche alla notizia di Joseph Gordon-Levitt scelto come interprete e regista per il film basato su Sandman, al quale sta lavorando assieme al solito David Goyer e a Neil Gaiman. Ora, per me il concetto di base un po' insensato è l'idea di realizzare un film basato su Sandman. Assorbito quello, in qualche maniera, il Levitt non lo vedo neanche poi così assurdo, come scelta per interpretarlo. Boh.



3 Days to Kill, ovvero Kevin Costner che prova a rilanciarsi come pensionato action in un film che, dal trailer, sembra il fratello scemo di True Lies. Per di più, a dirigere c'è quel cretino che si fa chiamare McG. Sono vagamente interessato perché Kevin Costner mi sta simpatico e perché Amber Heard, però il trailer fa di tutto per farsi odiare dal sottoscritto. Ad ogni modo, se ne parla a febbraio. Tornando un attimo in zona nerd, segnalo che pure Joaquin Phoenix pare essere in lizza per un ruolo da cattivo in Batman Vs. Superman, probabilmente come Lex Luthor. Ma quanta gente ci sarà, in 'sto film? Bah. Chiudiamo con un altro teaser trailer fantascienzo, dopo quello di Interstellar.



Transcendence, film d'esordio del direttore della fotografia di fiducia di Christopher Nolan, con Johnny Depp e Rooney Mara. Si parla di intelligenze artificiali, il trailer mostra se possibile ancora meno di quello con Matthew McGuyver. Guardandolo, ne traggo che mi potrebbe interessare ma anche che per qualche motivo improvvisamente non tollero più la voce di Johnny Depp.

Bonus: esiste un Walter White ed è stato condannato a dodici anni di prigione per spaccio di metanfetamine, cose brutte con armi da fuoco e altre sciccherie. Il mondo è fantastico.

Bonus su cui sono capitato nella notte:

 

20.12.13

Tulpa - Perdizioni mortali


Tulpa - Perdizioni mortali (Italia, 2012)
di Federico Zampaglione
con Claudia Gerini, Michela Cescon, Ivan Franek, Federica Vincenti, Nuot Arquint, Michele Placido

Mi risulta difficile capire se, come, quanto e soprattutto perché Tulpa mi sia piaciuto, dato che non sono un grande conoscitore del modello di riferimento, quel giallo all'italiana che tutti rimpiangono e a cui tutti dicono di volere un gran bene. Per carità, i film di Dario Argento li ho visti e li ho amati, per quanto si possa amare della roba che quando sei piccolo fatichi a guardare perché ti angoscia in una maniera tutta strana, destabilizzante e diversa da quella a cui sei abituato e quando sei grande fatichi a guardare perché è tutta strana e invecchiata. Però la mia conoscenza si ferma colpevolmente lì. Toh, c'è qualche visione, sempre da poppante, di quelle robe bruttarelle ma un po' famose tipo Sotto il vestito niente, cose così, che non so neanche quanto c'entrino. È sufficiente, per apprezzare Tulpa? Immagino di sì, visto che non m'è dispiaciuto, pure lui in una maniera tutta strana.

Di certo, guardandolo, è fin troppo evidente che Zampaglione non stava cercando di fare il film pieno di citazioni, che infila riferimenti da tutte le parti, magari la butta sul ridere e si guarda allo specchio con spocchia. Tulpa è invece uno di quei film che provano davvero ad essere semplicemente e sinceramente ciò che omaggiano. Ed è evidente, mentre lo guardi: l'idea è di realizzare un film di quel genere, come se fosse stato girato in quegli anni. Ovviamente si fa per dire, perché poi lo giri con gli attori di oggi, la consapevolezza di oggi e i mezzi di oggi, infilandoci sicuramente anche tante citazioni che magari io non sono in grado di cogliere, però, per quell'oretta e mezza non mi sono mai innervosito per quell'aria da gomitata nel costato e strizzata d'occhio che in altri film sa diventare davvero fastidiosa. Poi, per carità, magari c'era e non la notavo, but still.

Come operazione in sé, insomma, Tulpa mi sembra molto riuscito, anche se poi magari non è che sia un capolavoro del giallo all'italiana, ma solo uno dei tanti, con la particolarità bizzarria di essere stato realizzato nel 2012. Il problema, casomai, sta nel fatto che aderire con assoluta fedeltà al modello significa proporre una sceneggiatura poveretta e prevedibile anche nei suoi colpi di scena, dei dialoghi e un'atmosfera che vacillano fra la fiction televisiva e il film porno, attori per lo più poco convincenti e un'atmosfera generale spesso in zona ridicolo. Di fatto, Tulpa funziona per davvero a tutto tondo, senza tirare in ballo l'effetto nostalgia, solo quando si butta sulle suggestioni e sull'esplicito: gli omicidi sono forti, sanguinari ed elaborati, le scene di sesso non mancano e la colonna sonora fa decisamente la sua parte. Anche nei suoi momenti migliori, proprio per quel suo gusto così retrò e particolare, è sempre un po' pericolosamente in equilibrio sull'orlo del ridicolo, e immagino alla fine diventi molto una questione di gusto personale e percezione, però, ecco, io l'ho trovato molto gradevole e in qualche modo affascinante.

L'ho visto al Fantasy Filmfest di Monaco ed era in versione inglese, quindi coi vari personaggi che parlottano alternandosi fra le lingue e con diversi attori non inglesi che si arrangiano incespicando. Che poi è una cosa che ha assolutamente senso, visto che i personaggi sono degli italiani che vivono a Londra, eh, però la cosa contribuisce all'atmosfera surreale. Non ho idea di come possa essere doppiato, però forse è un po' un peccato perdersi questo aspetto. O forse no.

19.12.13

Halo 3: ODST


Halo 3: ODST (Microsoft Game Studios, 2009)
sviluppato da Bungie, sezione sfighé

Il primo Halo l'ho amato sotto quasi ogni punto di vista, prendendo in antipatia solo i suoi ripetitivi e francamente noiosetti interni. Era un gioco fantastico, uscito nel posto giusto e al momento giusto. Ho grandi ricordi a lui legati, gli voglio bene, non voglio mai più metterci mano per non rischiare di infettare il posticino che gli ho dedicato nel mio cuore. Con i due successivi episodi della saga, tanto il secondo quanto il terzo, la nostra relazione s'è un po' incrinata ed è scivolata verso un rapporto di amore/odio. L'amore è tutto concentrato sul fatto che si tratta di giochi mortalmente divertenti, che adoro giocare in cooperativa, godendo come un matto a berciare e cazzeggiare mentre li si completa a livello Legendary. Non ne tocco il multiplayer competitivo, un po' perché non è il mio campo, un po' perché li gioco sempre in ritardo, ma sto comunque bene così. L'odio è rivolto, più o meno, a tutto il resto. Non mi piace lo stile grafico, al di là di qualche scorcio saltuario a cui è impossibile dire di no. Non mi piace l'approccio alla narrazione. Non mi piace l'atmosfera che si respira. Non mi piacciono le storie che vengono raccontate. Insomma, dupalle. Probabilmente, visto anche il fatto che sono davvero pochissime le serie per le quali trovo la forza di giocare seguiti su seguiti, se non ci fosse la cooperativa, io e Halo avremmo smesso da tempo di frequentarci. E, intendiamoci, staremmo entrambi benissimo lo stesso, tanto io quanto lui.

E invece, appunto, mi ci diverto, e quindi, con la calma che mi è propria e il ritardo che mi è solito, ogni tanto mi dedico a portare avanti la saga giocandone un episodio in co-op col fido compare Holly. Di recente, seguendo l'ordine puramente cronologico delle uscite, ci siamo giocati Halo 3: ODST, arrivando a completarlo giusto l'altro ieri. E, ancora una volta, mi sono divertito parecchio, nonostante mi sembri di capire che per molti appassionati si tratti di un episodio minore, poco riuscito, del resto figlio di uno sviluppo un po' storto, nato da progetti abortiti. Eppure, forse proprio per questa sua natura da fratello scemo, o magari per la sua voglia di essere "diverso", l'ho trovato particolarmente simpatico e accattivante, per quanto comunque sempre un po' troppo Halo per piacermi fino in fondo.

Da un lato c'è il fatto di controllare dei soldati pezzenti, invece del solito supereroe, cosa che sulle prime spiazza abbastanza, perché ci metti un po' a renderti conto, soprattutto a livello istintivo, che stai giocando a Halo ma non stai giocando a Halo, non fai più quei balzoni e sei molto meno invincibile, è meno semplice saltare sulla capoccia di un carro armato per averne la meglio o affrontare a muso duro giganti alti il doppio di te. Spesso, anzi, conviene muoversi di soppiatto e fuggire dal casino. Dall'altro c'è quest'idea della struttura a hub, con tutta la vicenda ambientata all'interno di un singolo contesto cittadino, nel quale gironzolare in maniera relativamente libera e trovare la propria strada attraverso arene abbastanza articolate, sviluppate in altezza, con cunicoli e interni. Non che sia proprio un gioco open world, ma insomma, è comunque sempre piacevole, almeno per i miei gusti, avere libertà di movimento.

E poi c'è quell'atmosfera tutta particolare delle sezioni cittadine in notturna, dal taglio quasi noir, col loro accompagnamento musicale di grande effetto, in cui gironzoli attivando il visore speciale e destreggiandoti fra le luci dei lampioni. Addirittura, qui, per ampi tratti, mi è sembrato di avere a che fare con un gioco dalla grafica piacevole. Poi, certo, si mettono in mezzo i flashback e tutti quei momenti molto più tradizionali della serie, in cui si dà spettacolo, si fa casino, si butta in mezzo quell'umorismo un po' così e le scene d'intermezzo sono solo un apostrofo all'insegna del latte alle ginocchia fra una sparatoria e l'altra. A tirare su il morale, per fortuna, ci pensa il cast di volti e doppiatori: quando ho sentito la voce di Nathan Fillion, e poi ne ho riconosciuto il volto, mi son messo a saltellare sul divano. Vederlo e sentirlo accompagnato da Adam Baldwin e Alan Tudyk, poi, ti fa per un attimo pensare di avere a che fare con il gioco di Firefly. E così non è, anche perché la scrittura del peggior episodio di quella serie si mangia qualsiasi roba targato Halo che abbia mai visto, ma insomma, son bei momenti.

E quindi? E quindi alla fine Halo 3: ODST m'è piaciuto. M'è piaciuto innanzitutto nella solita maniera in cui mi piacciono gli Halo: divertendomi nelle sue fasi di gioco al punto che chissenefrega se il resto mi fa pietà. E poi mi è piaciuto anche per la voglia di sperimentare e fare qualcosa di un po' diverso, seppur inserito nel solito contesto. Bella, a tratti, l'atmosfera, sfiziose le registrazioni che si trovano in giro, particolari - per un Halo - le musiche, divertente il fatto di dover giocare a un Halo in maniera lievemente diversa da come si gioca normalmente un Halo. Poi, certo, la parte finale è onestamente un po' sgonfia, priva d'inventiva, e lascia addosso una certa sensazione di sticazzi. E sì, in generale il gioco è abbastanza breve, cosa che ricordo fece all'epoca imbestialire in molti quando la raffrontavano al prezzo. Ma, ehi, per me questo è un lato positivo, quindi figuriamoci.

Che poi immagino la versione italiana perdesse il fascino delle voci, anche se comunque la faccia da Fillion si riconosce lo stesso lontano un miglio. In compenso, Tricia Helfer sembra reduce da un frontale violentissimo con un Cylon vecchio stile.

18.12.13

House of Last Things


House of Last Things (USA, 2013)
di Michael Bartlett
con Lindsey Haun, Blake Berris, RJ Mitte

Portland, Oregon. Una coppia di coniugi decide di andare a farsi una vacanzina rilassante in Italia, di quelle rigeneranti, per aggiustare i problemi di famiglia, ritrovare l'amor perduto, volersi tantissimo bene e dimenticare una tragedia non specificata del recente passato. Durante l'assenza, affidano la casa a una giovane bionda, che si stabilisce nella villetta tutta bella volenterosa, ma viene presto raggiunta dal fratello con problemi mentali e dal fidanzato un po' teppista e infame. Le conseguenti rotture di scatole si rivelano in fretta essere il minore dei problemi, dato che la tragedia di cui sopra ha lasciato delle tracce ectoplasmatiche nella casa e la natura della stessa è facilmente intuibile dal vagamente esplicito manifesto del film, che ho agevolato qua sopra.

House of Last Things è uno di quei film che partono senza farti capire sostanzialmente nulla di cosa stia accadendo e pian piano svelano il loro mistero, lavorando di simbolismi, accumulo di tensione e piccoli indizi sparsi in giro. In realtà, basta aver visto qualche film ad argomento simile nella propria vita per capire dove tutto stia andando a parare, ma del resto, come detto, il manifesto parla chiaro ed è evidente che il senso di sorpresa nella scoperta non è il cuore della faccenda. Il punto non è tanto quel che succede, ma come succede, il modo in cui il trio di personaggi coinvolti si trova a scoprire cosa stia accadendo e finisca trascinato nel gorgo soprannaturale di possessioni e stranezze varie, in un film che in realtà gioca molto poco sugli spaventi e molto più sul comunicare il peso e il senso di disperazione derivanti da un terribile avvenimento del proprio passato.

E com'è? Eh, insomma. La struttura con cui si sviluppa il tutto è interessante, seppur non particolarmente originale, e a questo punto si sarà capito, visto quanto sto girando attorno alle cose, spiegarla nel dettaglio sarebbe un peccato, perché si leva la parte più gustosa del film. La messa in scena, la scrittura e la recitazione vagano in quel limbo a metà fra il surreale spinto e il simpatico gruppetto di cani maledetti. C'è del pacchiano, in ballo, c'è un po' di pretenziosità e non tutti i coinvolti sono all'altezza della situazione, ma allo stesso tempo la pochezza del tutto contribuisce all'atmosfera sbalestrata. Per cui diventa anche un po' difficile capire quanto il film ci sia e quanto ci faccia. Una cosa, però, mi sento di dirla: a tre mesi di distanza, è il film del Fantasy Filmfest che m'è rimasto meno impresso. Qualcosa vorrà dire. Credo.

L'ho visto, per l'appunto, al Fantasy Filmfest di Monaco della Baviera a settembre. Se IMDB non mente, il giro che s'è fatto per i vari festival non sembra aver convinto molta gente a distribuirlo.

17.12.13

Odd Thomas


Odd Thomas (USA, 2013)
di Stephen Sommers
con Anton Yelchin, Addison Timlin, Willem Dafoe

Se non ricordo male, una quindicina d'anni fa ho letto per la prima volta un romanzo di Dean Koontz. Si intitolava Intensity, era in un'edizione di quelle piccoline da edicola, sulle stile degli economici a stelle e strisce, che stavano diventando di moda in quel periodo, aveva scritte in copertina le solite robe tipo "A Stephen King è piaciuto un sacco" ed era un thrilleretto. Non ho la minima idea di che cosa raccontasse, ricordo solo una sensazione di "ci sta dentro" e ricordo anche di non aver mai più sentito il bisogno di leggere un romando di Dean Koontz. Non ho quindi mai letto i cinque o sei romanzi della serie di Odd Thomas e, prima di ritrovarmi questo film davanti agli occhi al Fantasy Filmfest, neanche sapevo esistessero. Sapevo in compenso che il film era stato diretto da Stephen Sommers, uno che trovavo molto simpatico quando faceva i film scemotti e un po' B con Deep Rising e un po' meno B ma comunque scemotti con La mummia, ma con il quale ho perso affinità quando, verso metà di La mummia - Il ritorno, gli è partito l'embolo degli effetti speciali al computer e ha poi finito per vomitar fuori Van Helsing. E insomma, pur essendo io una fra le quattro persone al mondo che tutto sommato non hanno odiato il suo G.I. Joe, non è che gli dessi più molto credito. Eppure, per qualche motivo, questo Odd Thomas mi incuriosiva. E mi incuriosiva nonostante non avessi mai visto Addison Timlin che si mostrava mezza ignuda in Californication! Pensa te se l'avessi fatto.

Ciao, sono il labbruccio allinsù di Addison Timlin, voglimi bene.

Comunque, non divaghiamo: Odd Thomas è il nome "funzionale" (un po' come il famoso calciatore Felice Evacuo, o come quelle battutacce da quarta elementare tipo Gustavo La Pizza e Yokopoko Mayoko) del protagonista di una serie di romanzi per ragazzi del Koontz, da cui Sommers ha tratto un film pseudo horror, pseudo thriller, pseudo agiografia del posteriore di Addison Timlin, ma soprattutto innocuetto, con qualche brividino, ma fondamentalmente per ragazzi pure lui. Thomas ha il potere di vedere i morti male che sono rimasti legati al pianeta Terra e che gli chiedono di improvvisarsi Topolino, risolvere i misteri dei loro omicidi e consegnare i responsabili al capo della polizia, una specie di incapace commissario Basettoni interpretato da Willem Dafoe, in un raro caso di ruolo che potrebbe rivelarsi a sorpresa quello del cattivo e invece non lo fa. Inoltre, Oddie vive in una soleggiata cittadina californiana che pare il reboot della Sunnydale di Buffy l'ammazzavampiri, per la quantità di sfighe soprannaturali che vi si verificano, manco fosse posizionata su una hellmouth. Tant'è che Thomas non vede solo i morti, ma anche altre creature bizzarre che portano disgrazia dovunque vadano, più o meno come noi milanesi ci portiamo dietro nebbia e pioggia. In tutto questo, Tommy, che di giorno lavora preparando pancake al diner locale, ha come aiutante, nonché fidanzata, nonché amore della sua vita, nonché una delle poche persone che conoscono la sua reale identità di slayer indagatore dell'incubo quello che vede la gente morta, nonché indossatrice di jeans corti aderenti che ti fanno innamorare al primo sguardo, Addison Timlin.

Sono molto triste, stringimi forte.

E alla fine quel che ne viene fuori è proprio una storiellina in stile Joss Whedon dei bei tempi, con un po' di pacchianerie, qualche demone, mostri assortiti, misteri da svelare, brividi si fa per dire, ma poi di fondo quasi tutta incentrata sulle battutone, l'umorismo assortito e il melodramma dei protagonisti, tutti impegnati in una tenera storia d'amore che c'ha un po' la sfiga addosso perché la presenza di morti viventi tende a far rischiare la vita. Ci sono un po' di colpi di scena e tutto sommato non tutti sono telefonatissimi, in un paio di occasioni il Sommers tira perfino fuori qualche idea e, sì, c'è il solito tripudio di effetti speciali gommosi al computer totalmente privi di fisicità e mosci nell'interazione con gli attori, ma, per qualche motivo, sembra cozzare meno del solito col tono del film. Al di là di questo, Odd Thomas funziona, se funziona, e non è detto che funzioni, ma per me ha abbastanza funzionato, più che altro per i protagonisti. Il Dafoe non fa molto più che incassare l'assegno, e OK, ma il film è popolato da piccoli caratteristi di passaggio che fanno colore e la coppia di protagonisti fa abbondantemente il suo dovere.

Sì, così, stringimi, con la borsa in mano.

Anton Yelchin è proprio un simpaticone, già lo si sapeva, e alla fine il ruolo di quello un po' strano, tutto matto, ma adorabile e buono nell'animo, che non riesce a fare a meno di aiutare la gente anche quando non sarebbero fatti suoi, gli calza a pennello. Poi c'ha il fisicaccio, che fa sempre il suo ed è narrativamente giustificato dal fatto che Tommaso ha deciso di tenersi in allenamento, visto che trascorre tutto il suo tempo libero combattendo criminali e creature bizzarre. Tanto più che, ehi, dovrai ben essere quantomeno di bell'aspetto, se vuoi convincerci che, pur essendo mezzo matto e costantemente alle prese con i morti viventi, c'è Addison Timlin perdutamente innamorata di te. E poi, appunto, c'è Addison Timlin, che è tutta simpatichina, col labbruccio imbronciato e perfetta nel ruolo di quella che deve fare la fidanzatina innamorata ma un po' smartass, col jeans aderente, la camminata tutta sexy e una mezz'ora finale da damigella in pericolo. Apposto.

Stringimi, mangiamo il gelato assieme.

Quel che impedisce a Odd Thomas di essere veramente bello è il tono non completamente azzeccato. Vorrebbe essere simpatico, sbarazzino, ma anche ganzo, pieno di battute autoconsapevoli e con la sua voce narrante che rompe il quarto muro in stile Ferris Bueller. A tratti la cosa funziona, per brevi tratti perfino molto bene, ma ci sono parecchi momenti in cui dà sul serio l'impressione di sforzarsi troppo, ben più del dovuto, e assume quell'aria da bambino con la faccia tutta gonfia e paonazza che spinge, spinge, spinge e poi gli esce la puzzetta. Nonostante questo, però, e mi rendo conto che è anche un po' una faccenda di gusti e sensibilità personale, non sono riuscito a volergli male. Anzi, 'sto Odd Thomas m'è proprio risultato simpatico, gradevole e divertente, senza contare che ha un finale sì abbastanza prevedibile, ma tutto sommato neanche scontatissimo, in questo genere di produzione, con un taglio melodrammatico che mi alza il tasso di simpatia. Insomma, lo consiglio? Non lo so. Però, se in questo post c'avete letto qualcosa che vi intriga, potete dargli una chance.

L'ho visto a settembre, in lingua originale, al Fantasy Filmfest di Monaco della Baviera. Non è che sia esattamente un film dalla grande scrittura, però la voce stramba di Yelchin e quella tutta sexy della Timlin meritano e, in generale, mi sembra proprio il classico film che viene trattato maluccio negli adattamenti. In linea teorica, il film doveva uscire un po' dappertutto quest'anno, compresa l'Italia, ma sono scoppiati dei bubboni dietro le quinte e, tolta l'uscita in DVD in Ungheria, pare tutto rimandato all'anno prossimo. Boh?

16.12.13

Interstello


Dunque, l'altro giorno è uscito il teaser trailer di Interstellar, il prossimo film di Christopher Nolan, per il quale dovremo aspettare novembre 2014, come si nota dalla specie di manifesto che ho messo qua sopra. Solo che mi ero distratto e non l'ho infilato nella mia solita rassegna settimanale di cose a caso. Colgo quindi l'occasione al volo per fare un post veloce da lunedì, dato che sono un po' preso da altre cose, tipo il lavoro, le commissioni, le cose che servono a casa, 'ste robe inutili.



Che dire. Diciamo che è un teaserino a metà fra quelli burla che ti mostrano solo il titolo e quelli in stile Godzilla che ti mostrano poco di più. O, meglio, siamo sicuramente in zona Godzilla, nel senso che il punto è far percepire quello che dovrebbe essere il tono del film, mano nella mano con l'argomento, ma con la differenza che qui praticamente tutto, tranne Matthew McCognafai che va in macchina e parlotta e magari quell'immagine di decollo in chiusura, è roba di repertorio, mentre nel teaser del lucertolone, perlomeno, c'è del girato. E dunque? E dunque non è che dopo averlo visto sappia molto più di quel che sapevo prima. Anzi, si capisce di più sul film andando sulla pagina di IMDB, dove perlomeno c'è un vago riassunto della storia e c'è l'elenco degli attori (per la maggior parte soliti noti nolaniani). Insomma, si parla di spazio e di stelle, si parla di viaggiare. Chissà che cosa s'inventerà questa volta il nostro amico Cristoforo. Chissà se questa volta riuscirà a farmi restare a bocca aperta con le scene che in teoria dovrebbero farmi restare a bocca aperta e poi non ci riescono. La speranza è che non ci siano scene d'azione, visto che non è capace. Rendiamoci conto: Cristoforo è arrivato a farmi sperare che non ci siano scene d'azione. Bah. Comunque, alla fin fine il punto è: "Oh, c'è questo argomento, ne parla Nolan, gasatevi." Il che, per chi ha fiducia e amore totali in Nolanino, dovrebbe essere sufficiente. Per me quasi, perché poi alla fin fine, a pensarci bene, credo che The Prestige sia l'ultimo suo film che m'è piaciuto tutto, dall'inizio alla fine, senza se, senza ma e senza "Epperò quel twist finale a me non m'è piaciuto." A me era piaciuto.



Questo qua sopra era il teaser trailer di Inception. Non che si vedesse molto di più, eh, però c'erano le cose strane, l'acqua che s'inclinava, il corridoio che si cappottava attorno alla gente che si menava, cose del genere. In questo di Interstellar, al massimo, mi si solletica la fantasia per l'accento di Matthew MecCojoni. Che non è poco, eh, io a Matteo ci voglio bene, ma insomma, ultimamente è pieno il cinematografò, di film in cui posso ascoltare il suo accento. Comunque, nonostante tutto, voglio crederci. L'argomento mi sconfinfera e Cristoforo s'è anche un po' levato dalle palle il peso di dover poi tornare di nuovo a riprendere il Cretino Incappucciato. Crediamoci.

Alla fine, probabilmente, avrei scritto di meno se avessi fatto un post su un qualche film che ho visto.

15.12.13

Lo spam della domenica mattina: IGN Rewind Theater


Questa settimana s'è inaugurata l'edizione italiana degli IGN Rewind Theater, in cui si piglia un trailer e ci si chiacchiera sopra a colpi di rallentatore, fermo immagine e altre sciccherie. Per il momento, il lavoro sporco lo fanno gli americani, noi ci limitiamo a parlar loro sopra. E questa settimana ne ho curati due io: quello sul trailer di The Amazing Spider-Man 2 e quello sul teaser trailer di Godzilla. Lato Outcast, ho invece riesumato Videopep per parlare ancora di forum, ho scritto un Librodrome dedicato ai fumetti di Metal Gear Solid e, ovviamente, ieri ho chiacchierato del dicembre 1983 in Old!

Sto cercando di capire se ho voglia di andarmi a vedere al cinema A Touch of Sin anche se, ovviamente, coi sottotitoli in francese mi perderò dei pezzi. È che mi attira troppo...

14.12.13

La robbaccia del sabato mattina: Gojira

 

Dunque, il mio rapporto coi film dei Uaccioschi. Bound non l'ho mai visto per intero dall'inizio alla fine, if you know what I mean. Il primo Matrix l'ho visto solo quella volta in sala Energia all'Arcadia, ne ho rivisto pezzi a caso durante i vari passaggi televisivi, ricordo che mi piaceva. Matrix Reloaded l'ho visto sempre all'Arcadia, l'ho pure rivisto all'Imax a Londra perché quell'estate ero in vacanza là, ne ho sicuramente rivisto dei pezzetti durante i vari passaggi televisivi, resto ancora convinto che mi piaccia. Matrix Revolutions l'ho visto a un'anteprima al Warner Village di Vimercate, quando m'è capitato di beccarne dei pezzetti durante i vari passaggi televisivi sono scappato urlando, m'ha fatto cagare. Speed Racer non l'ho mai visto, ricordo che me ne aveva parlato Babich, o forse ne aveva scritto da qualche parte, e m'aveva convinto che se l'avessi visto mi sarebbe piaciuto. Cloud Atlas l'ho visto al cinema e l'ho apprezzato non poco. E adesso questo.



Jupiter Ascending, con Collo, Mila Kunis e i robot di Zone of the Enders. Sarà pacchiano, sarà esagerato, sarà che il post di Stanlio Kubrick mi ha fatto piangere dal ridere, ma io lo attendo con ansia. Con molta meno ansia attendo invece Batman Vs. Superman, per il quale sembra che ogni settimana debbano annunciare un qualche personaggio nuovo. Adesso pare che Jason Momoa sia in trattative per unirsi al cast. Doomsday? Boh? Rilassiamoci facendo le spaccate di Van Damme.



Questo qua sopra è invece il primo trailer vero e proprio del film live action basato su Kiki - Consegne a domicilio. Onestamente, non mi fa venire molta voglia di andare a vedermelo, nonostante il film di Miyazaki sia uno fra i miei film di Miyazaki preferiti. O forse proprio per quello. Ben altra faccenda è quella qua sotto.



Il Godzilla di Gareth Edwards, che ricordo essere il regista dell'ottimo Monsters solo perché così ci posso mettere un altro link. Io da questo trailer deduco che l'approccio sarà serissimo, che ci sarà il dramma umano, che sarà pieno di gente che muore male, che sarà bellissimo da vedere e che Godzilla rispetterà, come promesso, il design originale. In più, è ufficiale che avrà l'alito atomico e si prenderà a pizze in faccia con altri mostri. Non saprei bene che altro chiedere di più.




Bad Words, film in cui non so bene se avere fiducia o meno, anche se tendenzialmente l'idea dell'esordio alla regia per Jason Bateman mi attira. Comunque, il trailer è solo moderatamente divertente, nulla di che, e soprattutto sembra suggerire che alla fine sarà la solita roba che parte tutta scorretta e poi vira verso la storia di redenzione, formazione, buoni sentimenti, tarallucci e vino. Boh.



E niente, c'è poco da fare, Tommaso mi sta simpatico e fa sempre film a cui, perlomeno sulla carta, mi risulta difficile volere male. Questo si intitola Edge of Tomorrow e pare Source Code, solo con gli esoscheletri al posto del treno (un bonus) Emily Blunt al posto di Michelle Monaghan (pareggio) e Doug Liman al posto di Duncan Jones (un malus). Sono moderatamente gasato. Fra l'altro, ieri, subito dopo che avevo finito di preparare questo post, Stanlio Kubrick ha deciso di farmi piangere ancora. Molto meno gasato sono, invece, per l'annuncio, da parte di Sony, della messa in lavorazione di un film su Venom e uno sui Sinistri Sei. Il che è un po' bizzarro, perché un annuncio del genere, in linea teorica, dovrebbe essere sufficientemente nerd da farmi gasare, ma la verità è che 'sto nuovo ciclo di film sull'Uomo-Ragno, proprio come operazione nel complesso, non mi sta convincendo. Boh. Ah, a margine, è ufficiale che stanno riscrivendo la sceneggiatura di Fast & Furious 7 per girare attorno alla morte di Paul Walker. Non che ci fossero molti dubbi, al riguardo.

L'altro giorno sono andato a vedermi il nuovo Hobbit all'Imax. Riassunto veloce: meglio del primo, molta azione, il drago ficata. Oggi, se riesco, vorrei puntare su Robert Redford nell'oceano.

13.12.13

Aftershock


Aftershock (Cile, 2012)
di Nicolás López
con Eli Roth, Ariel Levy, Nicolás Martínez, Andrea Osvárt, Natasha Yarovenko

Vi siete mai trovati a chiedervi come potrebbe essere un disaster movie cileno ispirato al terremoto realmente verificatosi da quelle parti nel 2010, realizzato a bassissimo budget ma con cura e passioni tali da non far pesare troppo la cosa, popolato da un cast quasi interamente locale tranne un paio di attoracci stranieri nel ruolo dei turisti sfigati e diretto dal regista (cileno) di Que pena tu vida :(, Que pena tu boda :( e Que pena tu familia :(? Io, per dire, non sapevo neanche dell'esistenza di queste commediole con lo smile nel titolo e no, non me l'ero mai chiesto, o comunque non fino a che non ho visto spuntare Aftershock in giro per i siti poco raccomandabili che frequento nell'internet, oltre che nel programma del Fantasy Filmfest di Monaco della Baviera, dove abitavo fino a un paio di mesi fa e dove, per l'appunto, sono andato a vedermi al cinema questo filmetto. E com'è? Vale la pena di recuperarlo nei cestoni dei DVD quando passerete da HMV durante la gita a Londra organizzata spendendo quindici euro di volo low cost e dovendo quindi limitare l'acquisto di souvenir e puttanate varie, perché se vi presentate al gate con un sacchetto di troppo scatta la legge del taglione?

Eh, insomma. La chiave della faccenda sta nel fatto che Eli Roth, in piena carica da produttore illuminato che gira il mondo offrendo le sue vaste ricchezze ai nuovi talenti nascosti, ha deciso di ungere Nicolás López e prestargli anche il proprio talento nelle vesti di attore, interpretando il ruolo autobiografico del turista cretino, impacciato, allupato e un po' fantozziano. Da questa collaborazione nasce un film che per i primi venti minuti, o giù di lì, sembra un remake sudamericano di The Hangover, con riferimenti chiaramente voluti, a cominciare dalla composizione del trio di protagonisti. Poi scoppia il casino e improvvisamente scatta il lato survival della faccenda, che, rispetto a tanti altri film dall'argomento simile, risulta apprezzabile per la sua brutale onestà, oltre che per la buona cura nella messa in scena, davvero in grado di nascondere il budget da mercatino delle pulci, e per il ritmo assolutamente azzeccato con cui si procede.

Di fondo, il punto è che Aftershock va nella direzione opposta rispetto a quel che in genere ci raccontano i film sui disastroni e i terremoti. Da un lato la gente, invece di estrarre un ritrovato spirito di fratellanza e umanità, mette in luce il suo lato peggiore e diventa tutto un tripudio di "ma mollami, ma chitticonosce, fammi passare, levati dalle palle". Dall'altro c'è il sangue. Che sembra una banalità, ma ditemi un po' quante volte capita di guardare un disaster movie e vedere le persone schiacciate, sepolte, squartate, smembrate, arse vive, fatte a pezzi e ribaltate. E alla fine, il divertimento di Aftershock sta tutto lì, nella sua natura, non certo nel fatto di raccontarti le vicende di un gruppo di personaggi insopportabili, insopportabilmente stupidi e alle prese con un'insopportabile sequela di botte di sfiga. È un film piccolino, fatto con passione e pochi soldi, che proprio per questo può permettersi di affrontare in maniera truce argomenti che siamo abituati a vedere messi in scena all'insegna della patinata pulizia. È simpatico, ritmato, non si prende troppo sul serio, sprizza sangue da tutti i pori e, tolto magari un avvio davvero impacciato, scorre via divertendoti in una serata da pizza, birra e rutto libero. Poteva andare peggio, no?

Come detto, l'ho visto al cinema in un contesto da festival, chiaramente in lingua originale. Non che, al momento, ci sia molta scelta sulla lingua in cui guardarselo. Arriverà mai in Italia? Vai a sapere.

12.12.13

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X10: "Il ponte"


Agents of S.H.I.E.L.D. 01X10: "The Bridge" (USA, 2013)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Holly Dale
con Clark Gregg, Brett Dalton, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Ming-Na Wen, J. August Richards

Ho trascorso i primi dieci minuti buoni della visione di questo episodio di Agents of S.H.I.E.L.D. distratto dal fatto che non riuscivo a capacitarmi di quanto J. August Richards fosse invecchiato. Nell'episodio pilota non mi aveva fatto quest'impressione, ma qui era proprio palese. Sarà che in questo periodo mi sto riguardando la seconda stagione di Angel ma, cacchio, se sono passati, 'sti tredici anni, e se si vedono tutti sulle sue guanciotte cadenti e sul fisico sì tonico, ma magrolino. Mi ha proprio distratto brutalmente, questa cosa, e in effetti mi sta distraendo anche adesso. Dai, andiamo al dunque, parliamo dell'episodio.

Questo The Bridge era atteso come l'episodio in cui le cose avrebbero dovuto iniziare a farsi serie: il ritorno dei personaggi e dei temi avviati nel pilota e ripescati a più ripresi nei successivi, un po' di scazzottate a base di superpoteri e perfino un racconto spalmato su due settimane, nientemeno. Tant'è che mi hanno addirittura messo per la prima volta il "previously" sul download di iTunes. E com'è andata? Eh, insomma. Intendiamoci, è un altro episodio gradevole, moderatamente divertente, abbastanza riuscito, ma non vedo ancora una serie davvero in grado di decollare e prendere il volo. La strada, però, sembra essere quella giusta: è stato nuovamente tirato in mezzo un personaggio con un minimo di potenziale - anche se difficilmente entrerà a far parte del cast fisso - e che alza il tasso di superomismo, si è messo in primo piano quello che dovrebbe, in teoria, essere l'antagonista principale della stagione e si è chiuso l'episodio arrivando a un cliffhanger prevedibile, forse anche un pochino impacciato, ma che tutto sommato un po' di curiosità addosso la lascia.

Il tutto all'interno di una puntata che, pur continuando a girare fastidiosamente in tondo sulle faccende legate a Skye, ha le sue scene azzeccate soprattutto nei confronti fra i personaggi, con le simpatiche punzecchiate Casa Vianello fra Ward e May e il bel rapporto che viene a crearsi fra Coulson e Peterson, tramite il quale, fra l'altro, viene recuperato brevemente un argomento che era stato toccato addirittura in The Avengers. Purtroppo, il lato action della faccenda è stato dignitoso e nulla più, ma insomma, mica si può avere tutto, eh! Ad ogni modo, nel prossimo episodio, a quanto pare, verrà finalmente svelato il mistero sul "magical place" e vedremo in azione una squadra priva di Coulson, in una situazione un po' diversa dal solito. Gli elementi per crescere ci sono e va pure detto che, dopo la mini-pausa invernale, saranno anche un po' finite le scuse e si arriverà al dunque. Siamo un po' al punto in cui, in genere, le serie dall'inizio turbolento, confermate e "allungate" in corsa, prendono il largo. Ne ho viste diverse farlo, in questi ultimi anni, spero sarà così anche per Coulson e i suoi superamici. Vedremo.

E adesso, fino a metà gennaio, basta con 'sti post settimanali. Si respira.

11.12.13

Haunter


Haunter (USA, 2013)
di Vincenzo Natali
con Abigail Breslin

Dunque, fra una cosa e l'altra, ho avuto tre mesi pieni di tempo per pensarci, eppure non so ancora bene come scrivere di Haunter, soprattutto considerando che nel frattempo, se IMDB non mente, il film è uscito solo in qualche pezzetto degli USA e in Polonia (wut?), chissà quando arriverà dalle nostre parti e probabilmente mi leggeranno molte persone che non l'hanno visto. Il problema è che la maggior parte del divertimento nel guardare Haunter sta nell'andarlo a vedere come ho fatto io: senza saperne nulla, se non che il regista è Vincenzo Natali e che si intitola Haunter, quindi, presumibilmente, ci sarà di mezzo una qualche forma di possessione. Così, in linea di massima, ci si diverte. Mi sento addirittura di sconsigliare la visione del trailer, che però piazzo qua sotto per voglia d'indurre in tentazione: non è particolarmente spoileroso, ma insomma, comunque svela cose che per me è stato divertente scoprire guardando il film. Quindi, se quanto scritto fino a qui, per qualche motivo, vi intriga, smettete di leggere, non mi offendo. Se invece ve ne fregate degli spoiler e/o avete già visto il film, proseguite pure. Segue un secondo paragrafo in cui non faccio spoiler ma elargisco qualche dettaglio in più sulla produzione e sulla natura del film.

Alla regia, l'ho detto, c'è Vincenzo Natali, che è un po' l'emblema del regista che bene o male tira sempre fuori film pieni di spunti interessanti, originali in molti aspetti, magari divertenti per la struttura su cui si basano, ma che non riescono a convincermi fino in fondo, anche se poi c'è chi li adora. Ecco, vale anche per Haunter, che fra l'altro ha per protagonista Abigail Breslin, la bambina di Little Miss Sunshine a cui avrei molto volentieri tirato una vangata sui denti e che con Benvenuti a Zombieland s'è poi riscoperta attricetta da film horror. La storia ruota tutta attorno a lei seguendo una struttura che gente migliore di me probabilmente identificherebbe come "a scatole cinesi" e che proprio per questo rende un po' difficile parlarne senza rovinarne la visione. Qualche colpo di scena è prevedibile, qualcun altro un po' meno, in generale il punto sta anche nel fatto che, almeno per un po', il giochetto funziona, perché ti fa adagiare su una rivelazione, ti suggerisce che hai capito tutto e poi prova a coglierti di sorpresa, dando vita a un film che non rallenta mai e fa anzi capitare cose a getto continuo, risultando appassionante nonostante l'atmosfera di reale tensione si sciolga relativamente in fretta. Quando poi la struttura diventa troppo palese, Natali e i suoi fidi sceneggiatori finiscono di scoprire le carte ed esplode il casotto finale, che ha il gran sapore pacchiano da finale catartico stile horror medio anni Ottanta/Novanta, pur non rinunciando  completamente a una certa forma di malinconia di fondo.. Non è, insomma, un film in cui te la fai sotto dall'inizio alla fine. E, di fondo, gran parte del riuscire a godersi o meno Haunter sta anche lì, nel riuscire (o meno) ad apprezzare il modo in cui Natali getta nella fornace ogni pretesa di delicatezza e sbraca, buttandola in caciara. Io, nel complesso, mi sono divertito, anche se ammetto che il tripudio di pacchiano finale mi ha un po' fatto "uscire" dal film. Segue - dopo il trailer - un terzo paragrafo in cui mi concedo qualche spoiler ma, insomma, anche meno di quel che si vede nel trailer.



In pratica, il film inizia, tu sei lì che lo guardi e pensi "Ah, ho capito, è come in quell'altro film là", ma prima ancora di essere riuscito a completare il pensiero, ecco che Natali ti cambia le carte in tavola. E allora subito ti ritrovi a pensare "AAAAAHHHH, hai capito, sta mescolando le cose, è ANCHE come quell'altro film là! T'ho sgamato, hai provato a fregar... " ed ecco che di nuovo si aggiungono elementi e situazioni. A quel punto, ti ritrovi che "Hahahahaha, ma grande, aspetta, quindi adesso succede che... " e lì si entra più o meno nella situazione in cui le carte iniziano ad essere tutte belle scoperte sul tavolo, la Breslin smette sostanzialmente di investigare sulla natura del suo destino e viene chiaramente identificato il problema della situazione, da affrontare nella totalmente sbroccata parte finale di film. A quel punto, il pensiero dominante è "ROTFL, OK" e ti limiti a divertirti con quel che succede davanti ai tuoi occhi. Più o meno. Segue un quarto paragrafo in cui SPOILER.


All'inizio, si vede fin dal trailer, è Ricomincio da capo, con però un mezzo retrogusto da casa infestata. Poi, però, e questo il trailer lo suggerisce ma non lo dice chiaramente, ti rendi conto che siamo anche in The Others. Dopodiché scoppia il bordello e, come il trailer mostra in abbondanza, ci si ritrova con Stephen McHattie che interpreta il diabolico cattivone un po' in stile Freddy Krueger, con la faccia brutta, onnipotente, pressoché inarrestabile, e diventa per l'appunto tutto un pacchianotto - ma divertente, oserei dire appassionante - cercare di fermarne le azioni, fino al catartico scontro finale. Magari io ho vissuto la cosa in maniera più spiazzante del dovuto perché sono arrivato al cinema totalmente vergine, quindi non sapevo cosa attendermi, ma per quanto mi riguarda, la formula un po' alla René Ferretti funziona complessivamente bene, nonostante qualche passo falso, e il film merita. Insomma, whatever.

L'ho visto a settembre al Fantasy Filmfest di Monaco della Baviera. Come dicevo là sopra, al momento, potete recuperarlo in Polonia. O giù di lì.

10.12.13

The Human Race


The Human Race (USA, 2013)
di Paul Hough
con Paul McCarthy-Boyington, Eddie McGee, Trista Robinson

Nel leggere la premessa alla base di The Human Race, è difficile non farsi venire in mente La lunga marcia, quel vecchio delizioso romanzo che Stephen King aveva firmato con lo pseudonimo di Richard Bachman. Anche qua, infatti, si racconta che s'affronta in una gara di corsa, su un circuito prestabilito, nella quale infrangere le regole porta all'eliminazione fisica. In realtà, poi, la sostanza della situazione è abbastanza diversa e Paul Hough ci infila dentro anche un po' di Battle Royale, con la gente selezionata in giro e sbattuta a forza in un'arena che diventa presto teatro di un conflitto brutale, alimentato dalla natura stessa delle regole, e un po' di fantascienza, dato che il funzionamento del tutto si basa su trovate non proprio delle più ancorate alla realtà. Il risultato è un frullatone che a modo suo riesce ad essere quasi originale e che dà vita a un filmetto divertente e pieno di spunti azzeccati, pur con tutti i suoi limiti.

In particolare, è apprezzabile la voglia di prendere lo spettatore in contropiede giocando con le aspettative, dalla classica mossa di pasticciare con l'importanza dei personaggi, ammazzandoti magari a sorpresa quello che pensavi sarebbe stato un protagonista, al modo in cui le - infami - regole della competizione vengono pian piano svelate e poi utilizzate per alimentare l'azione e i bagni di sangue. Non c'è nulla di clamorosamente mai visto prima e, anzi, diverse svolte sono abbastanza prevedibili, ma i cliché vengono utilizzati bene e in generale c'è abbastanza da divertirsi, pur nella consapevolezza di star guardando un film d'esordio fatto con quattro soldi, che per altro si vedono tutti nei momenti in cui Hough prova a fare l'ambizioso con gli effetti speciali.

Ma soprattutto, The Human Race è un film onesto, che non si nasconde dietro a un dito e prende di petto il suo essere serie B, senza per questo scivolare nell'autoparodia o nel frullato di citazioni a caso. Sa quel che è e non se ne vergogna. Dopodiché, se funziona, è anche perché il cast è azzeccato. Non ci sono certo interpreti da Oscar, anzi, ma fanno tutti il loro dovere e funzionano. Con menzione d'onore in particolare per Eddie McGee, attore privo di una gamba (gli è stata amputata a undici anni a seguito di un tumore), ovviamente limitato da questo nella sua carriera, ma forte di una grande presenza fisica, grazie alla quale prende abbastanza in fretta il controllo del film e riesce ad esibirsi in due o tre bei momenti d'azione. Il che, considerando che tutto ruota attorno a una corsa, non è certamente male. Fra l'altro, curiosità, scopro oggi, spulciando Wikipedia, che si tratta del vincitore della primissima edizione del Grande Fratello americano.

Ho visto il film al cinema a settembre, al Fantasy Filmfest di Monaco di Baviera. L'uscita negli USA sembra essere prevista per gennaio, ma in generale non mi aspetterei una gran distribuzione in giro per il mondo. D'altra parte è il classico film che ti godi se lo guardi con un pubblico da festival a far casino o con un gruppo di amici armati di pizza e birra. Regolatevi di conseguenza.

 
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