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31.1.14

Dallas Buyers Club


Dallas Buyers Club (USA, 2013)
di Jean-Marc Vallée
con Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner

Il miglior pregio di Dallas Buyers Club sta nella pervicacia con cui Jean-Marc Vallée ha scelto un tono ben preciso per il suo film e ha deciso di portarlo avanti dall'inizio alla fine, tracciando un percorso visivo e narrativo che riesce a mantenere le distanze dai territori in cui, di solito, storie del genere vanno a infilarsi. No, non è vero, il miglior pregio di Dallas Buyers Club sta nelle interpretazioni dei suoi attori, nella perfetta selezione per i vari caratteristi di contorno che più azzeccati di così non potrebbero essere, nella prova trattenuta ed efficacissima di Jennifer Garner e nel lavoro pazzesco di Jared Leto e Matthew McConaughey, fantastici soprattutto perché nel giro di cinque minuti ti fanno dimenticare la mossa della distruzione e trasformazione fisica cui si sono sottoposti e svaniscono dentro i loro personaggi dolorosi, sofferenti, multidimensionali. A quasi tre anni da Killer Joe, possiamo smettere di stupirci e accettare il fatto che Matthew Maccoso s'è nascosto per tanto tempo dietro ai filmacci e ha poi finalmente deciso di svelarsi come uno fra i migliori interpreti della sua generazione: qui è pazzesco, riesce a convogliare con una naturalezza e una credibilità sconvolgenti la sofferenza fisica e mentale, l'umiliazione, la disperazione, ma anche il fascino, la smaccata cazzutaggine, il coraggio e l'indomabile convinzione di un cowboy omofobico a cui, da un giorno all'altro, dicono in faccia che gli restano trenta giorni di vita, non c'è niente da fare e quel poco che ci sarebbe da fare, beh, non si fa.

Il suo percorso è quello di un uomo testardamente aggrappato alla propria vita e che, nel tentativo di prolungarla, scova un sistema per guadagnarci anche un sacco di soldi e muoversi in precario equilibrio morale, rifiutando le cure a chi non può permettersi di partecipare al club, ma di fatto dando sollievo e speranza a tante persone in un momento in cui non c'era altra via di fuga. E certo, è inevitabile, lungo la strada finirà per scoprire qualcosa di nuovo su se stesso, imparerà il rispetto per il diverso cui poco tempo prima avrebbe tirato una stivalata in faccia e farà quelle belle cose scalda cuore che ci si aspetta in questo genere di film, ma che spesso fanno scivolare il tutto nella lezioncina morale stucchevole, ricattatoria e "commovente". E invece. E invece, dietro alla fragile forza del Rayon di Jared Leto c'è un essere umano ricostruito in maniera meticolosa e delicata, che non si nasconde nel macchiettismo e non punta sulla lacrima facile. E invece, quando guardi il Ron Woodroof di Matthew McConaughey, non vedi un attore che ha perso [inserire a piacere] chili per vincere l'Oscar, ti ritrovi davanti una persona che, lo giureresti, è davvero a un passo dalla morte ed esprime tutto quel che ti può scorrere nelle vene in un momento simile, attraverso una forza genuina, sfaccettata e sobria. Nonostante sia un cowboy esaltato e pieno di sé. C'è tanta forza attoriale, in questo, ma c'è anche - e si torna al punto di partenza - il lavoro di Jean-Marc Vallée nel dirigere il suo cast e soprattutto nel senso della misura che sceglie di applicare al film. Il che, dal regista dello splendido ed esageratissimo C.R.A.Z.Y., magari, non era scontato aspettarselo.

La forza di questo film, alla fine, sta invece anche e soprattutto lì. Vallée gioca sul distacco e sulla semplicità, bandisce quasi completamente ogni forma d'accompagnamento musicale, rimane incollato ai suoi personaggi con stile documentaristico e si rifiuta con tutte le forze di esaltare, santificare, infilarti a forza le lacrime negli occhi e inseguire l'emozione facile. Racconta le vicende di un uomo che diventa attivista umanitario quasi per sbaglio, mettendo in scena il crollo delle sue convinzioni, il terrore per la morte e la devastante voglia di rimanere aggrappati alla vita. Dallas Buyers Club è un film semplice, delicato e poetico, che trascina dentro il punto di vista dei suoi protagonisti e trasmette la loro sofferenza in maniera forte senza mai apparire forzato. Proprio per questo motivo, per la crudele semplicità con cui vengono messi in scena, i suoi momenti più forti colpiscono brutalmente nel segno. Quell'attimo in cui all'improvviso ti ritrovi a pensare a quanto tu possa essere stato coglione a fare quella cosa. Un momento di stordente disperazione e solitudine lungo una strada polverosa. Una morte silenziosa accompagnata da centomila ali che battono. Una crisi che ti trapana la testa e ti trasforma in uno zombi in mezzo a un incrocio. Dallas Buyers Club è un film che ti resta dentro proprio perché mentre lo guardi non si sforza particolarmente di ribaltarti come un calzino. Ah, ed è anche il film drammatico sull'AIDS più divertente di sempre. Come fai a non volergli bene?

Pur con tutto il rispetto per chi ha lavorato sull'edizione italiana, se potete, guardatevelo in lingua originale. Davvero. Fatelo per Maccoso.

30.1.14

Il ladro di orchidee

Adaptation (USA, 2002)
di Spike Jonze
con Nicolas Cage, Meryl Streep, Chris Cooper

A volte, nelle scelte di adattamento dei titolisti italiani, ci sono dei colpi di genio che neanche capisci se siano volontari o meno. Il ladro di orchidee si intitola così perché va a recuperare il titolo del libro di Susan Orlean a cui è ispirato il film. Ma il titolo originale del film non è The Orchid Thief, perché Charlie Kaufman, nello scriverlo, ha deciso di prendere e svicolare in maniera brutale, raccontando non la storia dell'indagine su John Laroche e della riscoperta spirituale di Susan Orlean, ma la storia di Charlie Kaufman stesso incartatosi nel tentativo di adattare quelle vicende per il cinema. Le vicende del libro diventano quindi un tema secondario, comunque innegabilmente presente, ma anche preso in giro e pasticciato fino a diventare una sorta di squallido thriller, in una parodia del trattamento che spesso Hollywood riserva ai romanzi di cui si appropria (e non parliamo dei remake!). Ed è il titolo della versione italiana del film, in una auto presa per il culo che chiude il cerchio. Fantastico.

La presa in giro del processo creativo che si sviluppa attorno a questi adattamenti è un secondo strato che si arrotola attorno al raccontino di Susan Orlean e che vede Kaufman accanirsi su tutta la catena produttiva dei film basati su opere altrui. Ci sono le chiacchiere sul bugiardo amore per questo o quel libro, le contrattazioni, le sceneggiature scritte a caso, i cliché... non manca nulla. Ma, anche qui, si tratta in fondo di uno strato sotterraneo in un film che Charlie Kaufman e il suo compagno di giochi Spike Jonze utilizzano per costruire un'acida riflessione sullo scombinato e bizzarro funzionamento della mente umana alle prese con la creazione. Oltre che per divertirsi nell'estremizzare ulteriormente il folle mondo posto di traverso fra realtà e finzione che già avevano accennato nel loro precedente film.

Lo stesso Charlie Kaufman, suo fratello e il suo allucinato mondo di genio inconcludente, insicuro e un po' schizzato, sono i protagonisti di un film allo stesso tempo chiarissimo e contorto come pochi. La narrazione procede spedita e "accogliente", non è preda delle suggestioni inquietanti di un David Lynch, eppure racconta un'infinità di storie e piani di realtà che s'incontrano e s'incrociano fra di loro, andando a creare un miscuglio da cui è difficile tirar fuori un racconto che abbia senso compiuto. Fra attori che interpretano loro stessi, attori che interpretano personaggi di finzione, attori che interpretano personaggi reali che non sono loro stessi, attori che interpretano attori che interpretano personaggi reali che forse non sono loro stessi e Nicolas Cage che interpreta Charlie Kaufman e il fratello di Charlie Kaufman, il mindfuck è completo e diventa facilissimo lasciarsi andare, perdendosi in un film ricco d'invenzioni, divertentissimo, stralunato.

Adaptation trascorre tutto il suo minutaggio impegnandosi tantissimo a non farti capire se stia raccontando la verità, la finzione, un delirio tossicologico di Charlie Kaufman, una versione romanzata dei fatti, un sogno a base di peperonata, una satira dell'Hollywood moderna o direttamente una presa per il culo dello spettatore. Ma tutto questo casino è comunque assemblato con una gran lucidità, parole taglientissime, la furbizia di giocarsi un atto finale che smarmella tutto quanto giustificandosi col tema della satira e una manciata di attori in stato di grazia. Meryl Streep è Meryl Streep, e vabbé. Chris Cooper è meraviglioso, e OK. Nicolas Cage è semplicemente fantastico e riesce a rendere credibili due fratelli gemelli completamente assurdi, forzatamente sopra le righe, diversissimi fra loro ma allo stesso tempo davvero uguali. E di fondo, Adaptation è un viaggio allucinante nella testa bacata di un uomo che, forse, è il più grande sceneggiatore emerso nello scorso decennio. Hai detto niente.

L'ho visto qualche tempo fa, in DVD e in lingua originale, che ci vuole. Non l'avevo mai visto prima, anche perché era uscito al cinema nel periodo in cui mi s'è chiusa la vena sul collo contro il guardare i film doppiati e quindi me l'ero perso. L'ho recuperato di recente perché me l'ha detto Roger Ebert.

29.1.14

Don Jon


Don Jon (USA, 2013)
di Joseph Gordon-Levitt
con Joseph Gordon-Levitt, Scarlett Johansson, Julianne Moore

Don Jon è il primo film scritto e diretto da Joseph Gordon-Levitt, un progetto personale che ha messo assieme nel corso di cinque lunghi anni, seguendo dritte, suggerimenti e ammonimenti dei suoi amichetti registi, e che ha poi portato al Sundance per raccogliere lodi sperticate e un tripudio d'amore. Ora, magari, tutti quegli attestati di stima che vengono sparati anche sul poster qua sopra sono un po' un'esagerazione, ma in effetti c'è parecchio di apprezzabile in Don Jon, nel suo spirito e nelle sue idee, nonostante - o forse anche per - la sua leggerezza e la sua semplicità. Di fondo, è una commedia romantica che cerca di far satira sulle commedie romantiche, prendendone in giro la struttura ma ricalcandola in pieno e diventando quindi essa stessa oggetto della sua presa in giro, filtrata però attraverso una sensibilità tutta maschia. È la versione maschile delle commedie con Kate Hudson, una porn-com, un film vaginale in maniera diversa da quel che di solito s'intende, ma in cui comunque il protagonista compie un viaggio personale che lo porterà a crescere, superare i propri limiti e diventare quindi un partner migliore.

Nel far questo, Don Jon insegue tutti i cliché del genere, filtrandoli però attraverso lo sguardo di un uomo medio, mediamente simpatico, manzo da competizione aggrappato alle proprie passioni (palestra, appartamento, auto, famiglia, chiesa, amici, donne, porno), maschio alfa del suo gruppetto d'amici e conquistatore indefesso. Un giorno incontra una preda che lo mette in difficoltà, s'innamora, da cosa nasce cosa, arriva la crisi, si unisce la terza incomoda nel ruolo della donna "vera" che farà crescere il nostro eroe, quindi tocca alla risoluzione e alla rinascita come uomo nuovo e migliore. Tutto come da copione, comprese le macchiette di contorno, fra il padre "maschio" tale e quale a Jon, la madre che vuole i nipotini, la sorella un po' strana e sempre zitta che aprirà bocca solo per elargire una perla di saggezza e gli amici scemotti. Il tripudio di stereotipi è totale, tant'è che in giro ho pure trovato una recensione di una persona del New Jersey che boccia il film sbavando dalla rabbia perché troppo infastidita dai cliché e dagli accenti esagerati. Ma sotto la scorza c'è qualcosina in più.

Levitt, intanto, non ride dei suoi personaggi. Certo, li taglia con l'accetta, ma li ritrae con affetto, senza ridicolizzarli, e li rende a modo loro universali. In fondo, fra le pieghe di quella banda di italoamericani un po' assurdi, ci ho rivisto tanto della mia famiglia, delle mie origini, di contesti per me molto lontani ma a cui voglio comunque tanto bene. Ecco, lo sguardo di Jon è quello lì, quello di chi vuole bene ai suoi insopportabili genitori anche se ogni volta che si ritrovano a cena vorrebbe prenderli a spaghettate in faccia. I suoi personaggi hanno tratti fortemente negativi, ma non si limitano a quelli e, pur gravitando attorno allo stereotipo, ci appiccicano sopra elementi, strati, che li rendono qualcosa di più. Attraverso questo sguardo, il film parla della nostra ossessione per l'immagine e per le forme di comunicazione di massa, del modo in cui tutto quel che ci bombarda finisce per pilotare il nostro immaginario di riferimento e le nostre aspettative, tanto per noi stessi quanto per il prossimo, verso direzioni impossibili e fuori da ogni logica. Lo fa partendo dal basso, concentrandosi su sempliciotti che sognano un mondo in cui il sesso è come nei film porno e l'amore è come in quelli romantici, ma in questa semplicità riflette tutto quel che di maggiormente elaborato (o forse no) vi si accumula sopra.

Alla fin fine Don Jon è una specie di La febbre del sabato sera in cui il protagonista, invece che ad andarsene grazie al successo, mira al portarsi a casa la donna esteticamente perfetta e sessualmente volenterosa. Lui, nella sua piccola vita che s'è costruito, ci sta bene, o perlomeno è convinto di starci bene. Finirà comunque per fuggirne, dopo essersi reso conto che in realtà voleva ben altro. Lieto fine, grande lezione morale, vissero tutti felici e contenti, proprio come nelle stupide commedie romantiche che odia tanto. Nel mezzo, ci sono una messa in scena accattivante, tutta incentrata sulla ciclicità delle giornate di Jon e su un ritmo di montaggio musicale, qualche interpretazione azzeccata, seppur molto sopra alle righe, e un bel discorso sulla sessualità, tratteggiato attraverso l'evoluzione nei rapporti del protagonista, che nel tempo raggiungono una semplicità, una dolcezza e un'umanità sorprendenti, visto il punto di partenza. Insomma, Don Jon non è un film perfetto e per la sua natura può risultare facilmente antipatico, ma ha un bel cuore che batte forte.

L'ho visto al cinema qua a Parigi, in lingua originale, a inizio gennaio, perché qua è uscito in ritardo. Capita. Guardarlo in lingua originale è parte del divertimento, perché mezzo cast parla con un accento esageratissimo. Ne ho scritto solo oggi perché, boh, pure questo capita.

28.1.14

The Walking Dead - Stagione 3


The Walking Dead - Season 3 (USA, 2012/2013)
con le mani in pasta di Glen Mazzara, Scott Gimple e Robert Kirkman
con Andrew Lincoln, David Morrissey, Laurie Holden, Norman Reedus, Michael Rooker, Danai Gurira, Scott Wilson, Chandler Riggs, Steven Yeun, Lauren Cohan Melissa McBride

Anche quest'anno (o, meglio, l'anno scorso) mi sono sparato l'ormai tradizionale maratona-flebo-catetere in Blu-ray della stagione "precedente" di The Walking Dead. Perché mi piace guardare le serie "in botta", mi danno ai nervi i lati negativi del seguirle settimana per settimana, ma in questo (e in quell'altro) caso lo faccio per poterne scrivere e chiacchierare, e quindi poi recupero. Ma anche perché la qualità audiovisiva della trasmissione televisiva non mi soddisfa e allora poi voglio il Blu-ray. E perché poi, alla fine, nel riguardarla in binge watching, il tasso di gradimento mi sale sempre parecchio, e quindi perché no? È bello riguardare una cosa e gradirla ancora di più rispetto alla prima volta, no? In questo caso, fra l'altro, come in quello della prima stagione, sono riuscito a recuperare il cofano Blu-ray in tempo per spararmi la maratona subito prima di attaccare con l'annata successiva, mentre l'anno scorso ero stato costretto a fare la maratona durante la pausa invernale. E invece a 'sto giro mi sono piazzato lì, attorno al weekend in cui veniva trasmesso il primo episodio della quarta stagione, e mi sono fatto la full immersion. Di cui scrivo solo adesso perché whatever.

E dunque? Beh, e dunque, innanzitutto, la prima sensazione che ho provato era di stupore forte. Perché caspita, se col passare del tempo, delle settimane, degli episodi meno azzeccati, ci si dimentica di quanto siano invece belli quelli più riusciti, di che picchi la serie riesca a toccare. L'avvio della terza stagione di The Walking Dead, ancor di più se guardato a raffica, è splendido. I primi quattro episodi sono tesi, appassionanti, pieni di piccole idee: quell'avvio forte, col prologo silenzioso che riassume senza una singola parola tutto quel che è accaduto dietro le quinte e le regole della lotta per la sopravvivenza, poi la presa della prigione con quella serie di avvenimenti a raffica e quel finale così azzeccato, quindi lo stacco netto e l'introduzione di Woodbury con un Governatore subito fuori di cotenna e infine di nuovo nell'azione con, dopo appena quattro episodi, subito le prime due morti importanti dell'anno. In tre ore succede di tutto.

Da lì in poi, sicuramente, la serie cala e ha i suoi episodi più o meno riusciti, con alti e bassi ma, come al solito, nella visione a trenino guadagna parecchio, per vari motivi. La questione principale sta nel fatto che, almeno a impressione mia, The Walking Dead, perlomeno in questa terza stagione, non è costruito benissimo per una visione spezzettata e ha un incedere molto più da racconto unico che si sviluppa tutto in fila. Certo, i singoli episodi hanno una loro struttura drammatica classica e i classici cliffhanger, ma in quell'ottica mi sembrano comunque costruiti in maniera un po' impacciata. E la cosa si lega molto anche alla forma del racconto. La visione in botta tende ad essere esperienza meravigliosa per qualsiasi serie, però ce ne sono diverse che comunque funzionano benissimo se viste nell'arco di settimane, mesi, e magari perdono addirittura qualcosa a livello tematico, se "strizzate". Un Friday Night Lights, in fondo, ruota attorno alla partita settimanale, un X-Files gioca tantissimo sul portare avanti i propri misteri per anni e anni, in maniera volutamente sfiancante, altre serie ancora sono palesemente costruite sulla ripetizione settimanale di un modello che, alla visione scarriolata tuttinfila, emerge in maniera un po' troppo brutale.

A guardare in botta la terza stagione di The Walking Dead, invece, c'è solo da guadagnarci. Improvvisamente, ti rendi molto più conto del fatto che un racconto che era sembrato trascinarsi stancamente per mesi si sviluppa in realtà nel giro di appena qualche giorno ed ecco che tanti aspetti risultano magicamente molto più sensati ed equilibrati. La struttura si fa più organica, l'episodio che visto in mezzo a due settimane di attesa risultava palloso e superfluo riempitivo si trasforma in pezzetto di racconto ben contestualizzato, l'evoluzione del Governatore sembra molto meno trascinata e ben più coerente, perché tratteggia un personaggio già fuori di cotenna in partenza e che sbrocca all'improvviso di fronte alla perdita istantanea di potere e controllo. Di più: la messa in scena di certi momenti action m'è parsa meno pezzente, magari perché, nelle ore di visione senza infilarci in mezzo film multimilionari al cinema, resto immerso nel taglio visivo comunque coerente della serie. O magari perché il Blu-ray fa quest'effetto, per carità. E ancora, spicca molto meno la gestione pasticciata di certe morti minori, perché il peso dei personaggi, anche secondari, appare meglio equilibrato. Il processo di rincretinimento e redenzione di Rick appare, anch'esso, meno tirato per le lunghe, più sensato in relazione agli eventi... migliora perfino Andrea!

 
Certo, il suo rimane un personaggio un po' idiota, ma nel seguire in breve tempo eventi che si svolgono in pochi giorni, alla fin fine, vedi una donna presa nel mezzo, trascinata in tutte le direzioni, preda di contaballe da campionato e della difficoltà del provare a far funzionare le cose senza rompere nulla. Fa girare molto meno le scatole, insomma, anche se non riesce a uscire dallo stereotipo del personaggio femminile insopportabile che non può mancare in qualsiasi serie TV americana. E se arriva perfino a farmi rivalutare almeno in parte lo sviluppo del personaggio di Andrea, beh, vuol dire proprio che ho fatto bene, a riguardarmela tutta in fila, 'sta stagione.

Ho finito di recuperare i film dei festival, adesso sto recuperando qualche bozza che m'ero lasciato indietro a cavallo della fine dell'anno. Non mi va di lasciare troppo sporco in giro.

27.1.14

Prossima fermata Fruitvale Station


Fruitvale Station (USA, 2013)
di Ryan Coogler
con Michael B. Jordan, Melonie Diaz, Octavia Spencer, Kevin Durand

La BART (Bay Area Rapid Transit) è la linea di metropolitana che taglia in due San Francisco, collegandola da un lato all'aeroporto internazionale e dall'altro alle varie città della Bay Area. Dire che la conosco bene sarebbe un'esagerazione, però di certo ci sono salito parecchie volte, ovviamente per il collegamento con l'aeroporto, ma anche per raggiungere il palazzetto dello sport in quel di Oakland e assistere a qualche partita dei Golden State Warriors. E mentre viaggi in quella direzione, dall'alto della sopraelevata, osservi zone non proprio nelle migliori delle condizioni, aree in cui di fondo ringrazi di non esserti ritrovato a vivere, spesso protagoniste di quei bei film allegri sulla condizione umana di chi invece ci si è ritrovato eccome, a vivere ai margini della ricchezza americana. Ebbene, nelle prime ore del 2009, alla stazione di Fruitvale, che sta più o meno alla stessa altezza di quella a cui sono sceso per le partite, solo andando verso sud invece che verso nord, il (quasi) ventitreenne Oscar Grant III, di ritorno con i suoi amici dai festeggiamenti di fine anno in città, viene coinvolto in un tafferuglio sul treno, fermato dalla polizia e ucciso. La sentenza del processo andrà poi a dire che l'agente Johannes Mehserle (che di Grant e dei suoi precedenti non sapeva nulla, stava solo "maneggiando" una persona fermata per strada) ha commesso omicidio involontario, nella confusione pensava di aver estratto il taser e non la pistola. E insomma. Fruitvale Station, il film, si apre con una breve conversazione fra Grant e la sua ragazza e passa poi a mostrare un (vero) filmato registrato da uno dei passeggeri del treno, uno di quelli utilizzati come prove durante il processo, quindi ripuliti e processati per rendere l'immagine più chiara, e resi successivamente pubblici dal tribunale di Los Angeles. Questo qua sotto.



Dopodiché il film di Ryan Coogler torna indietro e racconta l'ultima giornata di Oscar Grant III, dal risveglio fino al fattaccio, ricostruendola sulla base dei racconti di chi l'ha incontrato (tanto i parenti e gli amici quanto un paio di sconosciuti beccati in giro) e dell'attività telefonica, riprodotta anche utilizzando gli SMS come elementi grafici a schermo, ma ovviamente anche un po' romanzando e immaginando, giocando pure con un flashback per mostrare brevemente il suo passato. Il rischio, in questi casi, è sempre quello di sfociare nell'agiografia, di mostrare una specie di mezzo santo incompreso, ma Grant ne esce invece come una persona normale, uno qualunque che sta pagando i suoi errori e le sue mancanze, che fatica a scrollarsi di dosso i problemi avuti con la legge, che cerca di arrabattarsi per non ricascare nelle fesserie mentre prova a tenere assieme la sua famiglia. Non è un santo, non è un malvagio, è una persona come tante, con qualche problema di temperamento. Ci mette un attimo a farsi chiudere la vena sul collo dalla rabbia ed è un discreto irresponsabile, ma anche premuroso nei confronti degli amici, della famiglia, perfino di qualche sconosciuto e, per non farci mancare nulla, pure di un cane.

È un ritratto troppo buono? Può essere, e certamente si dà più peso alla voglia di riscatto che ai difetti, alle mancanze, agli errori da cui questa nasce, ma del resto non è neanche semplice raccontare con equilibrio qualcosa del genere a così breve distanza. E, soprattutto, una volta tanto, era forse importante raccontare una singola persona normale schiacciata dall'ingiustizia, mettendo bene in chiaro che si tratta di un singolo, uno dei tanti "chiunque" a cui potrebbe capitare, non un simbolo, uno stereotipo che debba rappresentare un'intera classe. E allora poco importa se il ritratto è magari troppo accomodante. L'impressione che ne viene fuori è appunto quella di una persona normale, raccontata in maniera asciutta ed equilibrata, con magari solo un paio di momenti in cui Coogler si lascia un po' andare a uno stucchevole rallentatore, ma che in fondo si possono anche capire. Conta soprattutto che nel film non traspaia rabbia, voglia di trascinare mostrandoti le reazioni della gente, il processo, le conseguenze, ma un semplice, pacato, concentrarsi su una persona (e infatti il trailer sembra il trailer di un altro film, anche se, OK, capisco che lo devi vendere).

Il primo pregio di Fruitvale Station sta proprio in questo approccio a modo suo realista a un film che non vuole scardinare misteri o svelare segreti, ma semplicemente raccontare una persona normale finita incontro alla morte, mettendo in scena (e anche qui è bravissimo Coogler) una Oakland che vive e respira, diventa quasi personaggio protagonista. Poi, certo, a far funzionare il film c'è anche il fatto di guardarlo già sapendo quel che accadrà, cosa che lo rende magari più "facile": ti è stato scaricato in faccia nei minuti iniziali e tutto quel che vedi appare filtrato da quel pensiero, in un costante e sbalestrato crescendo di tensione. Osservi i gesti, le piccole cose, una semplice cena di fine anno in famiglia, e vivi tutto con addosso una consapevolezza totalmente diversa da quella delle persone coinvolte. Senti una madre che suggerisce al figlio di non andare in città in macchina, di prendere la metropolitana, perché sicuramente a capodanno qualche birra ci scappa, e ti si gela il sangue. Chiaramente poi tutto esplode nella scena conclusiva, che riproduce - mostrando, di nuovo, la bravura di un altro ottimo regista esordiente - quel che s'intravede in quel filmato là sopra. Ed è splendidamente agghiacciante. Poi si chiude il film, con i classici appunti sulle conseguenze degli eventi, sul processo, e tu rimani lì di sasso nel buio della sala, anche se sapevi già tutto.

Se poi le cose funzionano tanto bene è anche merito delle facce. Bravissimi gli attori di contorno, ma soprattutto fuori parametro Michael B. Jordan, come del resto sa bene chi l'ha seguito in The Wire e Friday Night Lights (e magari qualcuno l'ha visto in Chronicle). Prende un ruolo non semplice, vuoi per la delicatezza dell'argomento, vuoi per una sceneggiatura che a tratti sembra farlo andare in tutte le direzioni possibili, e gli dà un equilibrio, una forza, un'intensità e una naturalezza pazzesche. Lui, da solo, terrebbe in piedi il film anche se non ci fossero altri meriti. In un anno meno "carico" per il cinema americano, o magari anche solo se il film fosse uscito a dicembre invece che a luglio, perlomeno una nomination per i premi più importanti non glie l'avrebbe levata nessuno. Di sicuro ne arriveranno altre in futuro, lo dico convinto, anche al di là dei soliti "il nuovo [inserire a piacere]" che si sprecano e che oggi lo vedono additato da tutti come "il Denzel della sua generazione". È un grande attore e Fruitvale Station è il film per cui merita di zompare nella stratosfera. Speriamo, dai.

L'ho visto in lingua originale - occhio, merita, ma l'ascolto non è banale per chi ha l'orecchio poco allenato a quelle parlate là - al cinema qua a Parigi. Purtroppo, un po' per l'argomento forse poco esportabile, un po' per la scelta di non realizzare il "filmone" strappalacrime, un po' anche perché non ci sarà il traino che avrebbero potuto dare Oscar e Golden Globe, fatico a immaginarmelo distribuito al cinema in Italia. Poi magari sbaglio. Vedo comunque che sta pian piano uscendo anche in altri paesi, quindi vai a sapere. Alla peggio, si trova già in DVD e Blu-ray.

26.1.14

Lo spam della domenica mattina: Febbre


Ha un che di poetico, se vogliamo, il fatto che questa settimana mi sia venuta la febbre dopo aver recensito su IGN Dr. Luigi. O forse no. Boh. Su Outcast, invece, ho scritto un episodio di Librodrome dedicato a The History of Sonic The Hedgehog e l'episodio di Old! dedicato al gennaio del 2004. Sul fronte dei podcast, si sono manifestati il primo The Walking Podcast del 2014, un episodio extra dedicato a Dodici, e il primo Podcast del Tentacolo Viola del 2014, in cui ho chiacchierato di ben tre videogiochi e quattro film, anvedi. Ah, e pure un Videopep con qualche regalino.

Torno a letto.

25.1.14

La robbaccia del sabato mattina: Febbre

 
Da un paio di giorni sono febbricitante e vago per casa modello zombi, tenendomi le mani sulla schiena e lamentandomi senza tregua per i dolori che l'attanagliano. Cose che capitano. In realtà avevo già "rischiato" la febbre appena rientrato da Milano, ma ero riuscito ad abortirla a botte di medicinali. questa volta no. Cose che capitano. Eventuali frasi deliranti contenute in questo post sono quindi figlie della febbre. Ad ogni modo, cominciamo con le nerdate della settimana, segnalando che Gal Gadot è stata messa sotto contratto come Wonder Woman per tre film: Batman Vs. Superman e, boh, quello sulla Justice League e uno dedicato a lei? Chi lo sa? Avranno il coraggio di fare questa mossa incredibilmente moderna, in grado di rompere le barriere, del realizzare un film di supereroi con una protagonista donna? Intanto, per sicurezza, per prepararsi, il film con il pipistrello e lo scemo che si tirano le pizze è stato rinviato al 6 maggio 2016. Dai, almeno non fanno le cose di fretta. Fra l'altro è la data d'uscita di un film Marvel. Ormai si trollano.



Questo qua sopra è il trailerino per la ripresa di The Walking Dead, fissata per il 9 di febbraio. Non mi sembra dica molto, quindi io non dico nulla. Dico però che quella gran cavalla di Jaimie Alexander apparirà in un episodio di Agents of S.H.I.E.L.D., per la gioia di grandi e piccini, assieme ad altra gentaglia della mitologia di Thor. E hanno confermato quel che ipotizzavo dopo aver visto l'undicesimo episodio. E anche il fatto che da adesso useranno personaggi Marvel a valanga. Bene. Ah, a proposito di roba Marvel, qua ci sono delle immagini di The Amazing Spider-Man 2 e Mark Ruffalo sostiene che Avengers: Age of Ultron sarà un film molto più cupo e deprimente rispetto al primo episodio. Passando al fronte Star Wars, invece, segnaliamo che la sceneggiatura di Episodio VII è pronta e che J.J. Abrams ha confermato di aver incontrato Jesse Plemons per un ruolo nel film. Calcerà i field goal grazie all'uso della forza? A margine, si dice che a Lawrence Kasdan stiano talmente sulle palle i film della seconda trilogia che avrebbe proposto uno spin-off dedicato a Boba-Fett in cui il vero Boba verrebbe fatto fuori e ci sarebbe un'altra persona sotto il casco, in modo da non avere cloni di Temuera Morrison fra le palle. Chiudiamo con una rassegna di video.


Nuovo trailer di The Raid 2, che al Sundance è stato accolto più o meno come il miglior film degli ultimi centododici anni. Fotta.



Una raccolta di tutte le schermate del titolo dei giochi NES. Tutte. La gente stanno male.



Un finto - e meraviglioso - trailer di Her con la voce di Philip Seymour Hoffman, presa facendo taglia e cuci dai suoi vari film, messa al posto di quella di Scarlett Johansson.



Uno sguardo a Tattoo Assassins, la mai pubblicata presa per il culo di Mortal Kombat con tanto di Nudalities. Se interessa, potete comprarlo su eBay per qualche migliaio di dollari.

Mi rimetto a letto.

24.1.14

Wolf Creek 2


Wolf Creek 2 (Australia, 2013)
di Greg McLean
con John Jarratt e un po' di vittime

La crescita umana, professionale e spirituale dell'australiano Greg McLean lo vede imparare l'arte della pittura negli anni della giovinezza, quindi diplomarsi in regia all'istituto nazionale d'arte drammatica e fare la sua bella gavetta a teatro, lavorando fra gli altri con Baz Luhrmann nella principale compagnia d'opera australiana. Con delle basi di questo spessore, dopo aver esordito con un paio di cortometraggi apprezzati e premiati, la sua carriera d'autore impegnato era già scritta. Più o meno. Al primo film, McLean ci regala Wolf Creek, una bella, cruda, agghiacciante rivisitazione in chiave australiana del modello Non aprite quella porta, passata pure da Cannes nel 2005. Quindi, due anni dopo, arriva Rogue, su un coccodrillo gigante. E infine, sette anni dopo, è il turno di Wolf Creek 2. Tutto regolare, per un autore la cui firma distintiva pare essere l'idea che i turisti stranieri, in Australia, siano destinati a fare una gran brutta fine.

Ora, da persona che aveva apprezzato parecchio il primo Wolf Creek, non sapevo bene cosa aspettarmi. Una replica tale e quale sarebbe stata forse la mossa più facile, ma in fondo anche banale e deludente. Meglio allora cambiare brutalmente la formula, pur riproponendo sulla carta lo stesso soggetto. E deve averla pensata così anche McLean, che con Wolf Creek 2 realizza un seguito in pieno stile anni Ottanta, di quelli che prendono l'icona forte del primo episodio e provano a trasformarla in un giullare onnipotente attorno a cui costruire, botteghino permettendo, una lunga serie di successi. Wolf Creek 2 prende tutto ciò che il primo episodio si proponeva di fare, da un punto di vista stilistico, di costruzione della tensione, di caratterizzazione dell'assassino, e, dopo aver fatto rapida manovra, si mette a spingere fortissimo nell'altra direzione. Il risultato è un po' spiazzante, se ti presenti in sala con ancora in testa il ricordo di quel primo film dimesso, dal taglio a tratti quasi documentaristico, con un cattivo davvero inquietante nel suo realismo e con un trattamento senza compromessi o spettacolarizzazioni per le sue vittime.

Qua invece Mick Taylor, sempre interpretato da quel cicci di John Jarratt, torna in scena con tutt'altra carica. Sette anni fa era il babau nascosto nell'ombra, che usciva dal nulla, si mangiava il film con due battute e quattro sguardi e poi scatenava il massacro, ma non era mai vero protagonista, irrompeva in scena nel film delle sue vittime e andava a distruggerlo. Oggi parte subito schiacciando fortissimo l'acceleratore e si presenta come una sorta di Freddy Krueger col marsupio, non onnipotente o sovrannaturale, ma smargiasso, costantemente impegnato a far battutine ed esprimere la sua australo-burinaggine da leghista fra i koala che non vuole saperne degli stranieri. Dall'alto del suo scassato furgoncino, cecchina poliziotti come se stesse vincendo orsacchiotti alla fiera di paese e se la ride bello tranquillo, magari sorseggiando una birra. Insomma, è diventato personaggione e nel farlo, intendiamoci, funziona anche bene, soprattutto perché comunque il film, pur poggiandosi su una struttura abbastanza classica negli sviluppi e inevitabile nelle conclusioni, si gioca tutto sul piano delle idee e dei ribaltoni improvvisi, finendo per diventare un bel carosello divertente.

Proprio perché questa volta non si tratta di un film con dei protagonisti che vengono fatti a pezzi da un pazzo di passaggio, ma del film in cui quel pazzo s'è conquistato il ruolo da protagonista, le vittime designate calano d'importanza. Rimane la voglia di caratterizzarle come esseri umani tollerabili, e non i soliti cretini a cui non chiedi altro che di morire, ma il loro ruolo passa in secondo piano, al punto che McLean si concede anche il lusso del giocare con le aspettative sui protagonisti. Parte con i classici turisti - questa volta tedeschi - che commettono l'errore di andarsene in campeggio dove sarebbe meglio di no, ma poi piazza il ribaltone, coinvolge altra gente e alza continuamente la posta, tirando fuori almeno un paio di idee molto azzeccate, mostrando un Mick sempre più pieno di risorse e sull'orlo del diventare barzelletta di se stesso, ma tutto sommato riuscendo a centrare l'equilibrio giusto. E poi si gioca il jolly con un confronto finale bizzarro, divertentissimo, inatteso per come si era messo il film e che da solo merita la visione. Insomma, Wolf Creek 2 è un altro film, che c'entra proprio poco col primo, ma si potevano fare altri film ben peggiori.

E ricordate: il vostro non è un coltello, questo è un coltello.

Al momento il film è passato solo in qualche festival (anche a Venezia!). Per quanto riguarda la distribuzione ufficiale, IMDB elenca solo due nazioni, entrambe con data fissata per il 20 febbraio: l'Australia, ci mancherebbe, e l'Italia, anvedi. Beh, bene. Ah, sono in arrivo pure due romanzi dedicati al Mick, alla faccia delle manie di grandezza.

23.1.14

The Wicker Man - Final Cut

The Wicker Man - Final Cut (GB, 1973/2013)
di Robin Hardy
con Edward Woodward, Britt Ekland, Diane Cilento, Ingrid Pitt, Christopher Lee 

Quanta gente sa (o crede di sapere) perfettamente cosa sia The Wicker Man anche se non l'ha mai visto? Io, per dire, fino a un paio di mesi fa, ero esattamente in quella situazione. Del resto, la storia è nota e a portata di Wikipedia, il film di Robin Hardy ha subito tutte le sfighe di questo mondo e di quell'altro, è stato stagliuzzato dalla censura, proiettato poco e male, schivato come la peste in diversi paesi, compresa l'Italia, vuoi per i contenuti sessuali assai espliciti (ben più per l'epoca che per gli standard odierni), vuoi per il modo in cui prende di petto il tema religioso. Ma fosse solo questo... c'è pure il fatto che non si è mai riusciti e mai si riuscirà a mettere assieme un montaggio davvero corrispondente a quel che il regista voleva in origine, dato che i negativi sono finiti al macero per sbaglio, e i vari "cut" emersi negli anni sono stati assemblati mettendo assieme la copia che era stata inviata a Roger Corman, quell'altra finita negli archivi di Harvard e così via. Insomma, un guazzabuglio di sfighe, appunto, che ovviamente ha contribuito allo status di cult assoluto, per un film che comunque, oh, Christopher Lee ritiene il migliore della sua carriera e i britannici considerano fra le cose migliori mai partorite dalla loro industria cinematografica.

Ebbene, l'anno scorso, per celebrare il quarantesimo anniversario del film, è stato distribuito al cinema e nel mercato dell'home video The Wicker Man - Final Cut, un montaggio un po' più lungo di quello uscito al cinema negli anni Settanta, un po più breve di quello che Robin Hardy avrebbe voluto. In Italia, sia chiaro, non c'è comunque arrivato, ma insomma, meglio che niente. E io oggi provo a parlarne, o comunque a tirar fuori qualche pensiero vagamente coerente al riguardo, perché nell'ultima giornata di Paris International Fantastic Film Festival me l'hanno proiettato e, per la prima volta, mi sono visto, oltretutto nello splendore del grande schermo, questo bizzarro, affascinante, seducente, inquietante film. Sigla.



Come descrivere The Wicker Man? Bella domanda. Un commento letto gironzolando su YouTube mi ha fatto sorridere non poco: "Creepier version of Moonrise Kingdom". E in effetti, in un certo senso, se pigli e metti i deliri allucinati di Wes Anderson in un mondo più o meno reale di quarant'anni fa, è probabile che il risultato sia qualcosa di angosciante e dal non troppo lieto fine come The Wicker Man. Ma partiamo dalle basi: il film racconta di Neil Howie, un sergente di polizia che si reca sull'isola scozzese di Summerisle, isolata dal mondo e raggiungibile più o meno comodamente solo a bordo di un piccolo aereo, per investigare sulla scomparsa di una ragazzina. Howie si trova a dover combatte l'ostracismo della comunità locale, all'apparenza assolutamente gentile e disponibile ma decisa a non svelare i propri segreti, e a veder cozzare le proprie convinzioni contro le credenze locali. Howie è infatti un cristiano devoto, che - precisazione, vi garantisco, non accessoria - rifiuta il sesso fuori dal matrimonio e ha qualche problema ad accettare i riti pagani praticati in quel di Summerisle, fra pratiche sessuali assortite in luoghi pubblici, idoli fallici adorati dai bambini della scuola locale e strane tecniche mediche legate ad utilizzi bizzarri (ma non sessuali, eh!) degli animali.

Da queste premesse già sufficientemente stralunate, si sviluppa un film in continuo movimento fra un genere e l'altro, che parte come vero e proprio giallo investigativo ma pian piano sfocia sempre più verso il delirio horror, subdolo e inquietante, capace davvero di trasformarsi, immergendo il protagonista e lo spettatore, mano nella mano, in un tunnel senza uscita. E in più, ogni tanto, l'investigazione si mette in pausa e scatta il musical, surreale, evocativo e fondamentale nel costruire quell'atmosfera di disagio progressivo e di scivolamento verso il disastro. Ma il bello di questo incremento graduale sta anche nel modo in cui si scombinano le prospettive. Nei minuti iniziali del film si è incuriositi dalle vicende e si capisce subito che i locali, per quanto amichevoli, nascondono qualcosa, ma il primo istinto, abbastanza inevitabile, è di fastidio per il poliziotto un po' bigotto e presuntuoso. Mano a mano che il film avanza, però, grazie soprattutto alla grande interpretazione di Edward Woodward e, in generale, al suo non essere tratteggiato in maniera caricaturale, alla forza realistica del personaggio, si scivola nei suoi panni e ci si immedesima nella lotta disperata di un uomo che vuole fare la cosa giusta e si trova a lottare per le proprie convinzioni. Intanto, la comunità di pacifici abitanti locali, che in fondo fa simpatia anche per quell'approccio così naturale al sesso, diventa sempre più inquietante e oppressiva.

Non so ovviamente come potesse essere nel 1973 e posso solo provare a immagine che razza di effetto facesse per uno spettatore di quegli anni, ma anche a guardarlo oggi, The Wicker Man conserva un fascino e una potenza fuori scala. Certo, a tratti è un po' sconclusionato, e per ogni grandissima prova degli attori principali c'è un interprete di secondo piano che pare pescato per strada. Britt Ekland è una bomba sexy dalla fisicità bestiale, quindi perfetta per il personaggio, ma quando parla non si può ascoltare. In più, le scene aggiunte della Final Cut, per quanto intriganti e in almeno in un paio di casi molto efficaci nel contribuire al crescendo di delirio, hanno il classico problema di operazioni del genere: si integrano male, spiccano lontano un miglio e tirano un po' fuori dal film (tant'è che le ho riconosciute tutte pur non avendolo mai visto prima). Ma alla fine, come tanti altri splendidi film, The Wicker Man funziona nonostante, anzi, proprio anche grazie a questa sua natura contorta e imperfetta, oltre che per la forza con cui mette in scena la sua critica brutale alle forme di controllo religioso (che poi è probabilmente fra i motivi che ne hanno impedito la distribuzione italiana). Magari non riesci a immergertici dal primo istante, ma pian piano, senza accorgertene, ti ritrovi rapito, condotto per mano in un mondo assurdo e al tempo stesso credibile, vicino e tragicamente possibile, preda dei pugni nello stomaco che arrivano implacabili e di quel finale così forte.

L'edizione per il quarantennale di The Wicker Man è disponibile sia su DVD, in quattro dischi, sia su Blu-ray, in tre dischi. In entrambi casi sono contenute la versione originale del film e questo Final Cut, oltre ovviamente a tutta una serie di extra. Un'edizione italiana, a occhio, ce la possiamo scordare. Oh, poi, vai a sapere.

22.1.14

Christine - La macchina infernale


Christine (USA, 1983)
di John Carpenter
con Keith Gordon, John Stockwell, Alexandra Paul 

La notte Stephen King di cui sto chiacchierando ormai da qualche giorno ha concluso il suo crescendo nel migliore dei modi, con un film che, poche ore dopo aver assistito allo sbaglio di Satana, ti riconcilia con te stesso e con la voglia di vivere, ti ricorda che il cinema, quello vero, è questo e non quell'altro. Perché sì, per carità, Christine, progetto totalmente su commissione, figlio dell'apice della carriera di Stephen King al punto d'esser messo in produzione prima ancora che il romanzo venisse completato, non è certo il miglior film tratto dallo scrittore del Maine, così come è inevitabilmente ben lungi dall'essere la miglior opera - o comunque fra le più personali - di John Carpenter, ma cacchio se gioca in un altro campionato rispetto al nuovo Carrie. Anzi, si tratta proprio di un altro sport.

Che sia un progetto non molto personale lo si capisce anche dal fatto che è il primo film di Carpenter basato su una sceneggiatura scritta da altri, per la precisione dal quasi esordiente, e non proprio destinato a una carrierona, Bill Phillips, ma Carpenter riesce comunque ad appropriarsi del film, tirando fuori un racconto e una forza visiva che esprimono la sua personalità in maniera fortissima. Del resto, il caro John è all'apice della forma e arriva da un avvio di carriera che l'ha visto sparar fuori in sequenza, così, come se niente fosse, Dark Star, Distretto 13, Halloween, The Fog, 1997: Fuga da New York e La cosa. E qui è d'uopo una pausa drammatica per permettere di leggere quest'elenco svariate volte di seguito e riflettere con attenzione, esprimendosi all'insegna dell'allafacciadel.

Per riprendervi dallo shock: Alexandra Paul di fronte al suo profilo IMDB recapitatole dal futuro.

Christine, come da tradizione di Stephen King, trasforma il quotidiano in orrore e gioca sul fare a pezzi e rendere terrificanti i momenti della vita di tutti i giorni. Nel romanzo, la macchina protagonista è posseduta dallo spirito del suo precedente proprietario, ma nel film le cose cambiano fin dal prologo, in cui la vediamo far vittime già in catena di montaggio. La macchina è viva, è - scopriremo poi - più o meno femmina e c'ha l'incazzatura facile. Non è una modifica di poco conto, perché va ad amplificare uno dei temi attorno a cui ruota il film e che rendono Christine assai carpenteriano, nel suo raccontare e trasformare in orrore l'ossessione tutta americana (ma non solo, via) per l'automobile, per la propria macchina ancor più che per il consumismo in senso ampio, il rapporto morboso che si viene a creare fra un uomo e la propria vettura.

Questo spunto Carpenter lo sfrutta poi per giocare come al solito con i cliché e gli stereotipi, così che ci si ritrova con il classico bravo ragazzo assai sfigato e cuore d'oro che viene brutalmente corrotto dal materialismo e ne esce trasformato, diventando nemesi di sé stesso, infame pezzo di fetente dall'improvviso successo ma che se ne frega di tutto e tutti e si libera senza problemi di chiunque provi a mettergli il bastone fra le ruote. Al suo fianco, l'atletico manzo americano John Stockwell, tra l'altro futuro regista di scemenze come Cat Run, stereotipo dello sportivo conquista femmine e non proprio genio della situazione, che poi diventerà lui eroe dal cuore puro. Nel mezzo, una splendida futura bagnina di Baywatch, che non fa mai male.

Perché, a rivederlo oggi, fra l'altro nello splendore del grande schermo, Christine, con tutti i suoi limiti, è comunque bellissimo? Beh, intanto perché l'ha diretto Carpenter e si vede lontano un miglio. Ha un'atmosfera, una personalità, una forza unica nella messa in scena, una pazzesca capacità di tenerti sull'attenti con due note di quelle fantastiche musiche, un grandissimo equilibrio nell'alternare suggestioni e dubbi ad esplosioni di spettacolo e splendidi effetti speciali, che reggono incredibilmente bene ancora oggi. Insomma, è una gioia per occhi e orecchi. E in più è uno di quegli horror lì, quelli di quel periodo là, realizzati da quella gente lì, che finiscono in vacca, non consolano, puniscono senza pietà chi dovrebbe essere buono ma si è lasciato devastare dalla società di merda in cui vive e ti lasciano addosso un bel senso di disagio e fastidio. Avercene.

Fra l'altro Christine è uno dei pochissimi romanzi di King di quel periodo che non ho letto. Merita?

21.1.14

The Wolf of Wall Street



The Wolf of Wall Street (USA, 2013)
di Martin Scorsese
con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie e un sacco di altra gente

Forse è bizzarro o forse no, ma i due personaggi che più mi tornano in mente se, a distanza di qualche settimana dalla visione, ripenso a The Wolf of Wall Street, sono, per motivi completamente diversi, due fra quelli che hanno meno minuti a disposizione in un film dalla durata totalmente fuori misura. Da una parte c'è il monumentale Matthew McConaughey, che ha ormai quasi completato il suo fulminante percorso di redenzione e illuminazione lungo la via dell'Academy e trasformato in propria missione di vita il magnarsi qualunque attore gli passi vicino e, incidentalmente, qualunque film a cui partecipi. Anche qui appare, prende tutti a calci nelle gengive, si tira dei pugnetti sul petto canticchiando e se ne va immerso nella luce del tramonto. Per gli altri, la polvere. Dall'altra parte c'è Kyle Chandler, interprete comunque sempre molto bravo, ma alle prese con un personaggio di gran lunga meno incisivo, simbolo perfetto della logorrea di cui è preda Scorsese. Il suo ruolo in The Wolf of Wall Street è marginale, quasi del tutto fuori dal cono visivo e d'interesse del protagonista Jordan Belfort, quindi a modo suo anche coerente con lo spirito del film, ma mi ha lasciato addosso una sensazione di squilibrio, di tirato via. E forse, la stessa identica presenza, all'interno di un film più asciutto e misurato, mi sarebbe parsa meglio bilanciata.

O forse no. Il problema di The Wolf of Wall Street, l'unico problema che riesco a trovare in un film altrimenti splendido e che rimane comunque il migliore dello Scorsese più recente, forse l'apice del suo sodalizio con Leonardo DiCaprio, è intrinsecamente legato alla natura stessa del film. Lo dice il titolo: Scorsese, qui, non parla strettamente di Wall Street o delle manipolazioni affaristiche che hanno portato alla crisi figlia di quel mondo tutto matto, si concentra invece sul delirio di onnipotenza, sesso, droga, soldi in cui era immersa la vita di un gruppo di persone e, sembra suggerire, s'immergerebbe la vita di chiunque, se posto di fronte a simili condizioni e tentazioni, perché siamo bestie fragili e cedevoli. Si viaggia insomma ben lontani da un film (bellissimo) come Margin Call, c'è invece un tuffo esagerato - ma mai fuori controllo - nel delirio d'onnipotenza, nel totale menefreghismo e nell'insaziabilità, un percorso interminabile attraverso ogni forma d'eccesso, in un mondo in cui non esistono rapporti umani ma solo persone da fottere, poco importa se si tratti di clienti inconsapevoli, bionde da competizione o presunti amici dimenticati cinque minuti dopo la loro morte brutale, da ricordare solo nel caso in cui le loro azioni possano rovinarti la vita.

Scorsese racconta quindi, in un certo senso, le cause della crisi, ma lo fa non indagandone i meccanismi, semplicemente mettendo in scena la disgustosa depravazione delle persone che l'hanno provocata e mostrando come, di fatto, a loro per prime fregasse poco o nulla dei meccanismi in questione. Non c'è un singolo personaggio del film, se non magari gente di passaggio, che appare e scompare nel giro di un attimo e su cui comunque vengono alimentati dubbi, per cui sia possibile provare simpatia o affetto. C'è solo un lungo carosello di insopportabili pezzi di merda, costantemente impegnati a ricordarti, ogni singola volta che hai l'impressione di stare iniziando ad apprezzare qualcuno, quanto invece sappiano essere disgustosi. E anche per questo, oltre che per la mostruosa orgia audiovisiva, è affascinante guardare The Wolf of Wall Street in sala e renderti conto che, non si scappa, le reazioni del pubblico sono quelle: si ride, si prova fastidio, si ride, si sfiora il disgusto, si ride, si odia, tutti assieme, inorriditi di fronte a cattivi che hanno osato toccarci il portafogli, ben consapevoli del fatto che quando Scorsese raccontava invece di maledetti mafiosi assassini, beh, tutto sommato, il disgusto era minore. Anzi, via, erano simpatici.

Poi, intendiamoci, "disgusto" è un termine relativo.

Ma sto divagando e mi sto facendo prendere dalla logorrea. Probabilmente, quando si ha a che fare con Jordan Belfort, è inevitabile. E magari è anche giusto, coerente col tema trattato. Ciò non toglie che un film bellissimo, potente, travolgente, mai stanco o noioso, divertente fino all'ultimo, pieno di eccellenti prove attoriali, m'abbia dato la forte impressione di non riuscire ad agguantare in pieno il suo potenziale, proprio per colpa di questa sua natura così fuori scala. Mi è difficile puntare davvero il dito e dire cosa avrei stagliuzzato, dove avrei accorciato, non saprei proprio indicare gli elementi di troppo, ma del resto non è il mio mestiere e c'è chi invece scrive per le immagini di mestiere e si sente molto più sicuro al riguardo. Quel che mi sento di dire (anch'io) con sicurezza è che The Wolf of Wall Street parte con una carica pazzesca, fortissima, e per un paio d'ore tiene stretta in mano quella carica assieme alle palle dello spettatore, un po' come Jonah Hill si tiene stretta in mano la protesi in salotto, ma poi le droghe pesanti hanno la meglio sul film e si scioglie un po' tutto, la carica s'ammoscia, si rotola sbavando fino alla fine, provando comunque forti sussulti qua e là. Fosse stato un po' più asciutto, un po' più misurato, forse, sarebbe stato un film migliore. O forse no. Forse non avrebbe avuto senso, perché in fondo, di nuovo, è giusto che The Wolf of Wall Street sia questo smisurato delirio d'onnipotenza registica e produttiva. Sicuramente, se fosse stato sforbiciato e ridotto a misura più precisa, pulita e perfetta, sarebbe stato un altro film. Magari un film peggiore. In fondo,  la perfezione è antipatica, noiosa, poco affascinante.

L'ho visto qua a Parigi, al cinema, in lingua originale, tre settimane fa. Come al solito, in un film così carico di attori che danno il massimo, non ascoltare la loro voce sarebbe un po' un peccato e bla bla bla. E poi ci si perde Margot Robbie che parla e si agita in maniera identica a quella di Scarlett Johansson in Don Jon. In Italia esce dopodomani.

20.1.14

Cimitero vivente

Pet Sematary (USA, 1989)
di Mary Lambert
con Dale Midkiff, Fred Gwynne, Denise Crosby, Brad Greenquist, Miko Hughes

Come scrivevo l'altro giorno, a novembre mi sono sparato al cinema una maratona notturna dedicata a Stephen King e il terzo film della rassegna era Pet Sematary. Ora, guardarmi per la prima volta al cinema un film che così tante volte avevo visto in televisione da bambino è stato affascinante e surreale, per diversi motivi. Intanto, perché mi sono reso conto che in TV l'avevo sempre visto censurato, dato che ci sono almeno un paio di scene in cui l'edizione integrale si prende il lusso di insistere un po' su scarnificazioni assortite e, soprattutto, quei pochi secondi d'indugio sulla moglie rendono il finale ancora più forte, rispetto al taglio netto che ricordavo. In secondo luogo perché di fronte agli occhi strabuzzati di Fred Gwynne sono stato colto da epifania e mi sono tornate in mente le sigle di Notte Horror su Italia 1, momento formativo decisivo nella vita di chiunque in quegli anni fosse giovincello e guardasse le cose giuste, che a riguardarle oggi avevano al loro interno un tasso pazzesco di Pet Sematary. Agevolo contributo video da quella che ricordo con maggior piacere e che guardacaso vedi un po' cosa c'ha come thumbnail.



E poi ci sarebbe l'elemento più evidente, il fatto che, a tanti anni di distanza, ho sì ritrovato il film largamente imperfetto che ricordavo, ma ho anche visto un qualcosa di tremendamente figlio dei suoi anni. Ma non solo, attenzione, in ciò su cui in genere ci si sofferma a chiacchierare quando si parla di anni Ottanta, il suo essere invecchiato per estetica e linguaggio, ma anche e soprattutto in ciò che di buono all'epoca avevano anche gli horror "di cassetta" e oggi neanche per sbaglio. Perché sì, Pet Sematary era allora e oggi ancor di più, con sulle spalle il peso dell'estetica fuori dal tempo, delle musiche così passé, un film pieno di limiti. È una storia di genere semplicissima, dallo sviluppo prevedibile, che ti piazza qua e là qualche "buh" a effetto ed è infestata da attori e personaggi un po' tirati via, interpretati spesso sopra le righe. Tra Fred Gwynne che parla con in bocca un sacchetto di biglie e Dale Midkiff che urla fortissimo al cielo la sua disperazione, non è proprio uno di quei film che puntano su sottrazione e controllo. Ma in fondo va bene così, è il fascino un po' camp dell'horror anni Ottanta, che all'epoca andava benissimo e oggi va contestualizzato: impieghi qualche minuto a riabituarti al sapore e poi vai tranquillo. Anche perché poi affondi appunto i denti nei lati positivi del suo essere film d'altri tempi e, beh, è solo un piacere.

Mettiamola subito sul brutale, e scusate per gli spoiler, ma insomma, sarebbero anche passati venticinque anni. Pet Sematary è un film in cui vediamo un bambino di due anni venire (1) investito e ucciso da un camion, SBRAM, senza tante cerimonie, con sorpresa, disperazione, terremoto e smarrimento, poi (2) sepolto, riesumato e riseppellito in un cimitero indiano dalle losche frequentazioni, quindi (3) resuscitato in versione invasata che ammazza la gente e si mette pure a fare l'infame che prende in giro i genitori giocando sul sentimento, infine (4) nuovamente ucciso nonostante stia facendo il furbo e frignando disperatamente per cercare di sfangarla. E tutto questo utilizzando come attori un vero bambino dal visetto inquietante e, giusto in qualche occasione, un pupazzo, senza maledetto computer, movimenti bizzarri, capelli scuri davanti agli occhi e fesserie del genere. È tutto crudo, brutale, fisico, legato al vero, inquietante.

Ecco questo è un genere di cosa che, oggi, neanche per idea. Soprattutto non in un film comunque pensato per la grossa distribuzione, che andrà a incassare cinque volte il suo budget e che poi sarà regolarmente trasmesso in televisione negli anni a venire. Ma neanche per sogno. Son proprio cambiati i tempi. Oggi, nei multisala, bisogna rallegrarsi se ci arriva un film come il remake de La casa, per carità gradevolissimo, ma che alla fin fine ne esci dopo aver visto per un'ora e mezza un tripudio di sangue, gente morta male e belle gnocche che si tagliano la faccia coi cocci di vetro divertendoti. Non ti rimane addosso angoscia, non ti senti sporco, ti sei solo divertito, senza neanche saltare particolarmente sulla sedia per i "buh". Gradevolissimo, appunto. E invece, con Pet Sematary, passi un'ora e mezza guardando un film che nel suo piccolo ti parla di amore, famiglia, egoismo, incapacità di accettare il senso di perdita e scendere a patti col proprio tormento interiore, ritrovandosi a commettere atti imperdonabili in piena consapevolezza.

Poi, certo, tutto questo viene raccontato attraverso un film scritto con addosso i guanti da forno. È tutto di grana grossa, si sviluppa praticamente solo all'insegna dei cliché e, sebbene sia apprezzabile il modo in cui vengono messe in scena alcune situazioni tipicamente kinghiane (e ci mancherebbe altro, la sceneggiatura l'ha scritta lui), alla fine è difficile non notare i tanti limiti. La verità è che, paradossalmente, Pet Sematary è un film oggi più apprezzabile di allora, per il modo in cui traccia un circoletto rosso attorno all'involuzione cinematografica a stelle e strisce, all'ansia per il PG-13, all'anestetizzazione  della violenza e delle tematiche. Non so cosa metta addosso più tristezza, in questo senso, se riguardare un film dell'epoca, mettersi davanti a roba come il remake di Total Recall o pensare che Wolverine debba trascorrere tutto un film stagliuzzando gente senza che schizzi una goccia di sangue e potendosi permettere di esclamare un solo "fuck!". Oh, io a dieci anni andavo a vedermi al cinema Predator e Robocop, ma che scherziamo? Così si forma il carattere! Altro che la violenza dissanguata di World War Z.

Mi rendo conto che ho divagato, ma che volete che vi dica? Pet Sematary è un film horror "medio" degli anni Ottanta, nel bene e nel male, non dei più belli, non dei più brutti, con alcuni elementi che lo rendono particolarmente moscio e altri che ti fanno dire "apperò!". C'è di peggio, c'è di meglio, comunque un po' ne sento nostalgia.

19.1.14

Lo spam della domenica mattina: Produttività!



Questa settimana ho prodotto decisamente più del solito. Mi merito una fetta di torta. Per sicurezza me ne sono mangiata una intera, una torta di mele che mi ha preparato la mia mogliettina e mi sono scofanato nel giro di un paio di giorni. Ma sto divagando. Sul fronte Outcast, martedì ho buttato fuori il nuovo Videopep, con qualche simpatico regalino per chi ci segue, e venerdì il nuovo Chiacchiere Borderline, primo nostro podcast del 2014. Sul fronte IGN, invece, ho partorito la recensione del primo atto di Broken Age e quella di Mario Party: Island Tour. Inoltre, ho curato la settimana degli Awardz, dove per "ho curato" s'intende che ho organizzato le votazioni e le discussioni successive, ho tenuto il filo di tutto quanto e ho raccolto i vari contributi per iscritto che si trovano nei cinque speciali, oltre a scriverne una parte io. Li metto in fila:

- il primo gruppo di premi;
- premi tecnici, artistici e di gameplay;
- i premi "particolari";
- i migliori giochi per piattaforma;
- i dieci giochi dell'anno.

Questa settimana, invece, registriamo il primo episodio del 2014 del Podcast del Tentacolo Viola.

18.1.14

La robbaccia del sabato mattina: Fumetti da tutte le parti


Allora, questa settimana ho un sacco di cose a caso da menzionare, quindi vado un po' sparato. Si parte con una notizia triste, ma in fondo anche bella: Graham Yost ha annunciato che la sesta stagione di Justified sarà l'ultima. Il che è triste perché l'uomo col cappello mi mancherà, ma bello perché sappiamo che se la tiri per le lunghe poi va tutto a mignotte. Agevolo mie considerazioni sulle prime quattro stagioni. Nel frattempo, la NBC ha deciso di mettere in produzione un episodio pilota per la possibile serie TV dedicata a John Constantine. Hellblazer, insomma. Che è una cosa che fa molta paura, anche se, vabbuò, io sono di bocca buona e non mi scandalizzo per le modifiche, tant'è che a me neanche era dispiaciuto il film con Keanu Reeves. Sempre rimanendo in tema di serie TV fumettistiche, un capetto Fox ha raccontato un po' che l'annunciata Gotham sarà di fatto una serie dedicata alle origini di Batman e racconterà la nascita del personaggio, prendendo il via con un Bruce Wayne tredicenne, mostrando lungo la strada una valanga di personaggi noti e andando a concludersi nel momento in cui il protagonista indosserà per la prima volta maschera e mantello. Il tutto sarà completamente indipendente dai film.


È in preparazione il canale televisivo El Rey di Robert Rodriguez e la serie più "di nome" che verrà trasmessa è una specie di prequel di Dal tramonto all'alba (ma terrà conto solo del primo episodio). Quello qua sopra è il trailer e onestamente mi sembra un po' una pezzentata. Però, oh, vai a sapere. Intanto, è stato annunciato che Agents of S.H.I.E.L.D. vedrà unirsi al cast per una manciata di episodi Bill Paxton, nei panni del cazzuto agente John Garrett. La cosa sembra interessante perché potrebbe aggiungere alla serie un po' di quella badassitudine che le manca, oltre a un'ulteriore iniezione di sviluppo orizzontale. A margine, Garrett, nei fumetti, è più o meno legato al "microcosmo" di Daredevil ed Elektra. Mi pare improbabile che si vedano incroci fra questa serie e quelle annunciate da Netflix, però, oh, vai a sapere.


Altre cose? Altre cose. La nerd-notizia della settimana è che, cinque minuti dopo la sua conquista del Golden Globe, è stato annunciato Michael Douglas come Hank Pym nell'Ant-Man di Edgar Wright. Per un po' si è chiacchierato di lui come antagonista del film, ma poi la cosa è stata ritrattata. A questo punto, comunque, è probabile che il film mostri Scott Lang (Paul Rudd) che gli frega costume e poteri e non mi sentirei di escludere che alla fine Pym faccia davvero il cattivo. In fondo, nei fumetti, non è che abbia mai espresso grande rigore morale. Intanto si è chiacchierato un po' anche di Johnny Depp come Doctor Strange (roba da fase tre, dopo Avengers: Age of Ultron), ma hanno assicurato che si tratta di una balla. Mboh, alla fine, per quanto ultimamente non lo tolleri proprio, secondo me non ci starebbe neanche malissimo.



Questo qua sopra è il trailer di Doomed!, un documentario sul film dei Fantastici 4 realizzato in fretta, furia e pezzenza per conservare i diritti sui fumetti e poi mai distribuito. Io non l'ho mai visto e onestamente non so se avrei voglia di farlo, ma, ehi, magari il documentario mi fa venire voglia. Sembrano comunque esserci molti più soldi investiti nei progetti cinematografici della DC e le ultime voci dicono che il film sulla Justice League verrà girato subito dopo Batman Vs. Superman, per una distribuzione "veloce", annuale, sullo stile dei film su Tolkien. La cosa spiegherebbe come mai si continui a parlare di centododicimila personaggi previsti per il nuovo film di Zack Snyder. Mbah. Chiudo segnalando che è stata coinvolta Yvonne Strahovski nel rilancio di 24. Buttala.

Ho iniziato a studiare francese. Mi sembra di stare capendoci troppo. Mi aspetto una fregatura.

17.1.14

Creepshow


Creepshow (USA, 2013)
di George A. Romero
con Hal Holbrook, Leslie Nielsen, Adrienne Barbeau e un sacco di altra gente

Era l'ormai lontano 23 novembre 2013. Un sabato. Stavo frequentando il Paris Fantastic Film Festival in quel del Gaumont Opéra di Parigi, un grosso multisala in centro che si permette di riservare per una settimana intera la sua seconda sala più grossa (ma grossa, eh!) a un festiva del fantastico. Dopo averci riflettuto per qualche giorno, avevo deciso di affrontare l'avventura della Notte Stephen King. La mia serata cinematografica s'era aperta alle 19:00, con la visione dell'ottimo Cheap Thrills. Poi un salto fuori a mangiare un hamburger e quindi dentro, ché la nottata cominciava alle 22:00. E cominciava da schifo, con la proiezione del remake di Carrie, in anteprima, usato come pretesto per organizzare la nottata. Nottata che, però, sarebbe proseguita con Creepshow, Pet Sematary e Christine. Che, insomma, non saranno magari tre capolavori, non sono nemmeno fra i migliori film più o meno legati a Stephen King, ma cacchio se mi ci sono rifatto la bocca. Senza contare che non li avevo mai visti al cinema e farlo in una sala di quello spessore, beh, è stata una bella esperienza.

Io al termine della Notte Stephen King.

Nel riguardarmi Creepshow dopo tanti anni dall'ultima volta, mi sono reso conto di due cose. La prima è che da piccolo devo averlo visto davvero tante volte in TV, perché mi ricordavo quasi alla perfezione ogni singola scena. La seconda è che si tratta ancora oggi di un film delizioso. Certo, è invecchiato nell'estetica e negli effetti speciali, ma in quella maniera comunque ben più dignitosa, rispetto a tanto computer degli anni Novanta, in cui invecchia il cinema fisico degli anni Ottanta. E sì, è un film scemotto, sopra le righe, ingenuo, ma all'insegna di uno spirito di fiero, sincero, irresistibile amore per quel che racconta e ciò che sta omaggiando. Ed è per questo semplicemente adorabile.

L'esplosione d'ammore veniva dalle mani e dalle capocce di George Romero (regia), Stephen King (sceneggiatura) e Tom Savini (effetti speciali). Tre mostri di bravura nel fiore degli anni, che avevano deciso di mettere su pellicola la sana passione maturata in gioventù per le pubblicazioni horror EC, esplose all'improvviso negli anni Cinquanta per scardinare dall'interno un mondo dei fumetti adagiato sui purissimi supereroi e sostanzialmente prime responsabili per la nascita del Comics Code Authority. In Creepshow rivive esattamente quello spirito lugubre, sanguinario, ma anche carico di humour nero e malinconia, oltre che permeato da un forte senso morale, pieno di protagonisti infami che si meritano il loro truce destino.

Chiunque veda un po' di sé in questa foto tiri una riga qua sotto.
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L'omaggio è totale e dichiarato, nelle titolazioni e transizioni in stile fumettoso, nella storia del ragazzino appassionato di fumetti che va a unire fra loro gli episodi del film, nella presenza di uno scheletro a fare da narratore. Ma è in generale l'intero film ad avere un'aria naif da fumetto di vecchissima scuola, ricercata nell'uso dei colori, nella gestione delle inquadrature, nella semplicità e assurdità della scrittura, nella recitazione sempre e costantemente sopra le righe di ogni singolo attore. Ne viene fuori un film surreale e adorabilmente naif, che sulle prime può magari lasciare perplessi per questa sua faccia un po' caramellata, ma è veramente difficile non prendere in simpatia.

I cinque episodi non sono tutti riusciti allo stesso modo, ma hanno tutti motivi di fascino, e non solo per il cast pieno di facce note. La cassa è forse quello che funziona meglio sul piano dell'inquietudine e delle suggestioni, Alta marea ha dalla sua un'idea di base fulminante, La festa del papà è troppo assurdo per non volergli bene, Strisciano su di te è roba da non far dormire la notte chiunque abbia timore o disgusto degli insetti e La morte solitaria di Jordy Verrill è un piccolo racconto tragicomico, capace di lasciare addosso uno strano senso di malinconia e impreziosito dalla delirante prova d'attore di Stephen King. Tutti assieme formano un oggetto strano, figlio dei suoi tempi e che difficilmente oggi potrebbe nascere alla stessa maniera. Riguardarlo trent'anni dopo - mamma mia, trent'anni dopo, che ansia - è strano, surreale, bello. Farlo al cinema, per la prima volta, è bellissimo.

Per la cronaca, la maratona è iniziata alle 22:00 e si è conclusa alle 7:00. Avevo controllato tutto preoccupato gli orari degli autobus notturni, ma alla fine sono uscito dal cinema che la metropolitana aveva già riaperto. Fra l'altro, la sala era strapiena e davvero in pochi hanno mollato in corsa. Fra un film e l'altro c'era una pausa, durante la quale si creavano la processione al bagno e quella al tavolino dove alcune ragazze distribuivano caffè. Poi afferravano il microfono i due organizzatori che introducevano il film e si ripartiva. Io, lo sottolineo, ce l'ho fatta senza bere un goccio di caffè. Passato il giro di boa delle tre di notte, ho anche smesso di avere sonno. Bello.

16.1.14

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X12: "Origini"



Agents of S.H.I.E.L.D. 01X12: "Seeds" (USA, 2014)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Ken Fink
con Clark Gregg, Brett Dalton, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Ming-Na Wen

Beh, bene, dai. Ci siamo levati dalle scatole il peso del cliffhanger di metà stagione e della sua risoluzione non convincente fino in fondo, andiamo avanti con un episodio divertente, ben scritto, che propone un'altra "origine segreta" di un supercriminale Marvel e porta avanti un po' dei discorsi aperti. Se questa puntata dev'essere vista come un segnale della strada che la serie d'ora in poi vuole seguire, non ci si può lamentare. Non ci si può neanche ancora strappare i capelli dalla gioia, eh, ma insomma, impariamo ad accontentarci. Più che altro, non ho capito se lo stanno facendo apposta, ma ogni volta che la serie sembra lanciarsi in pista di decollo, ecco che si presenta puntuale una pausa: per il prossimo episodio tocca aspettare il dopo Superbowl. E che due maroni!

Comunque, l'elemento forse più importante, in ottica futura, di questo episodio, è rappresentato dal nuovo Coulson, che prosegue lungo la sua strada da Nick Fury vs. S.H.I.E.L.D. e a un certo punto sembra quasi fare da voce degli sceneggiatori, nel rivolgersi direttamente agli spettatori. Quando esprime la sua stanchezza nei confronti dei segreti, il suo desiderio di mettersi a scoprire tutto quel che c'è da scoprire, pare di sentire un urlatissimo "OK, OK, ABBIAMO CAPITO!!!", una dichiarazione d'intenti che può solo far bene. Specie poi perché ne esce finalmente fuori un punto fisso da cui ripartire con qualcosa di potenzialmente interessante legato alle menate sul passato di Skye. E anche lì, i dialoghi messi in bocca a Coulson continuano a dare l'impressione di una specie di meta-discorso, con lui che dichiara conclusa la faccenda e parla di nuovo inizio. Ci leggo troppo? Può essere, ma la sensazione è forte e chiara.

Nel frattempo, ci mostrano delle origini segrete non particolarmente originali, ma tutto sommato azzeccate nella costruzione, con l'ennesimo momento cupo che ogni tanto si manifesta in questa serie altrimenti molto solare e con un montaggio alternato sul passaggio chiave davvero efficace. Certo, a tratti si ha un po' l'impressione che sia iniziato il periodo in cui devono prepararci al nuovo film di Capitan America, e quindi è tutto un tripudio di accenni, spiegazioni e strizzate d'occhio, ma insomma, forse è anche inevitabile. Però l'episodio funziona, c'è un nuovo personaggio pescato dal sottobosco Marvel, vengono portate avanti le varie trame di fondo, una volta tanto il pestaggio di turno è ben realizzato, vengono un po' approfonditi i vari personaggi e ci viene mostrato un pezzetto in più dell'universo Marvel cinematografico. Bene così, anche pensando a certe cose annunciate per gli episodi futuri, che, sbaglierò, promettono bene.

Certo che in teoria possono andare avanti all'infinito a botte di origini segrete dei centomila personaggi Marvel e non farne mai ritornare neanche uno.

15.1.14

The Counselor - Il procuratore


The Counselor (USA, 2013)
di Ridley Scott
con Michael Fassbender, Penélope Cruz, Cameron Diaz, Javeri Bardem, Brad Pitt

Quando per la prima volta viene messo in produzione un film scritto da uno come Cormac McCarthy, a dirigere la sua sceneggiatura si chiama un regista come Ridley Scott e davanti alla macchina da presa ci piazzano un attore come Michael Fassbender, è difficile non alzare il sopracciglio con interesse. Per carità, Ridley Scott non è esattamente infallibile e, anzi, diciamocelo, roba del livello dei suoi primi tre film non l'ha mai più diretta, però, oh, insomma, la somma di questi tre elementi, e di un'altra manciata d'attori tutt'alto che da scartare, promette quantomeno bene. Certo, dal promettere al mantenere ci passa una sceneggiatura che a tratti sembra scritta da un quindicenne in piena crisi ormonale. Viene da chiedersi se ci abbia messo le mani qualcun altro, oltre a McCarthy, perché il pensiero che un romanziere del suo livello possa aver partorito dialoghi del genere è ai limiti dell'agghiacciante. Oppure McCarthy aveva scritto The Counselor tanti anni fa, sulle pagine del suo diario scolastico, rinvenute per caso facendo le pulizie di primavera e vendute al primo produttore di passaggio. Quale sarà la verità? Chi lo sa? Chissenefrega?

Non che manchino elementi positivi, a cominciare da un Ridley Scott che mette il tutto in scena all'insegna del distacco, della freddezza, non facendo venire neanche per un istante il dubbio che voglia provare a far immedesimare lo spettatore nelle squallide vicende dei suoi protagonisti. O forse il fatto è che voleva lui per primo distaccarsi da 'sta sceneggiatura. Fatto sta che The Counselor, pur nella sua assurdità, pur nell'assenza di particolari guizzi, è comunque il solito piacere per gli occhi firmato Scott. A questo si aggiunge la bravura di Fassbender, pur in un ruolo sostanzialmente vuoto. Il protagonista delle vicende è una nullità, un fesso convinto di essere il più furbo di tutti, che prova a fare il passo più lungo della gamba e combina un disastro. Michelino lo interpreta a meraviglia, come suo solito, mescolando spocchia, presunzione, timore, disperazione, panico e terrore. Nei suoi occhi e nel suo sorriso di cartone c'è l'anima di un film che in fondo racconta la solita parabola di americani qualunque che si infilano in storie più grosse di loro per dar retta all'ingordigia.

Ma la vera stella del film è Brad Bitt, nonostante appaia per una quindicina di minuti al massimo. Il suo personaggio è il solo per cui vien voglia di provare un briciolo d'affetto, se non altro perché è l'unico davvero onesto (si fa per dire) e coerente dall'inizio alla fine. Ma il punto è che le interazioni fra lui e Fassbender sono i momenti migliori del film, quelli in cui funziona meglio tutto il gioco di detto e non detto sulla base del quale dialogano costantemente i vari personaggi, oltre che quelli più divertenti e, allo stesso tempo, funzionali nell'accumulo di tensione. Al di là di quello, funzionano bene le parti in cui la pupù schizza sul ventilatore, anche se limitate dal fatto di vedere nei guai gente di cui non te ne frega nulla, e va maluccio Cameron Diaz. Il ruolo della bitch non lo interpreta neanche male e tutte le lamentele sull'accento poco riuscito che si leggono nella stampa americana parlano di qualcosa che da italiano posso cogliere solo fino a un certo punto, ma il problema è che McCormack l'ha proprio scritta male e il suo personaggio non decolla mai. Eppure, nonostante tutto, non mi sento di considerare The Counselor un disastro. Magari sono troppo buono, ma ci ho trovato qualche spunto azzeccato, qualche scena riuscita, comunque un paio di attori in forma, delle belle immagini da assaporare. Insomma, Carrie è peggio.

L'ho visto in lingua originale, al cinema, qua a Parigi, lo scorso novembre. La lingua originale ha il suo peso, perché quel paio di attori in forma lo sono anche in quello, però magari i dialoghi più stucchevoli migliorano con l'adattamento italiano. A giudicare dal trailer, direi di no. Ah, ne scrivo adesso perché in Italia esce questa settimana. Cose che capitano.

14.1.14

Lo sguardo di Satana - Carrie


Carrie (USA, 2013)
di Kimberly Peirce
con Chloë Grace Moretz, Julianne Moore, Gabriella Wilde

Staccate un attimo gli occhi dallo sguardo ipnotico qua sopra e seguitemi. Oggi si parla di Carrie, il remake del 2013, che in Italia hanno intitolato Lo sguardo di Satana - Carrie, invertendo i fattori rispetto al titolo del film di De Palma del 1976, con una mossa da gran premio del whaddafuck dei titolisti. Curiosità: in Francia l'hanno intitolato Carrie, la vengeance, come se fosse un seguito, come se un seguito non l'avessero già fatto negli anni Novanta, come se con quel "la vendetta" volessero in qualche modo avvisarci, come se fosse un riferimento alla reazione un po' incazzata che chiunque potrebbe avere una volta uscito dal cinema. Mi rendo conto che sto divagando, un po' come mio solito, un po' probabilmente per meccanismo d'autodifesa, perché in fondo io non voglio ripensare a questo film. La cosa che fa più paura del nuovo Carrie è ripensarci. Ripensare a quanto non riuscivo a capacitarmi della bruttezza di ciò che stavo guardando. Ripensare al fatto che qualche ora dopo, nella stessa sala, ho rivisto il Christine di John Carpenter. Tutt'altro che il miglior film di Carpenter o la miglior trasposizione da King, ma, caspita, talmente superiore in ogni suo aspetto da farmi dubitare che quell'ora e mezza che avevo visto in precedenza, la stessa sera, nella stessa sala, non fosse neanche cinema. Quello, quello di Carpenter, quello sì che era cinema. Questo no, questo non è cinema. O comunque non è la stessa cosa. È un'altra cosa. Magari è videoarte. Un documentario sul pessimo cinema? Avanguardia? Ecco, sì, il Carrie del 2013 è avanguardia. Dev'essere così. Altrimenti non saprei proprio come spiegarmelo. Mamma mia. Andrea. Calmati. Respira. Conta fino a dieci. Ricominciamo. Dai. Ricominciamo. Ci provo. Sul serio.


Carrie (USA, 2013)
di Kimberly Peirce
con Chloë Grace Moretz, Julianne Moore, Gabriella Wilde

Mi sono presentato in sala per guardare questo nuovo Carrie, credo, nel migliore dei modi possibili. Ho letto e amato il libro, ma tanti anni fa. Ho visto e amato il film originale, ma tanti anni fa. Me li ricordo molto poco. Ma veramente molto poco. Mi ricordo che nel libro lei era sovrappeso, mi ricordo che è la sfigata della scuola, mi ricordo che De Palma ci ha messo gli split-screen (e se non me lo ricordo fa lo stesso, tanto è De Palma, ci sono di sicuro), mi ricordo del sangue di maiale, della sbroccata finale, che c'era John Travolta e poi alla fine la mano dalla terra. Fine. Troppi anni sono passati dall'ultima volta. Quindi, insomma, non ero certo pronto a fare lo spaccamaroni su quel che han cambiato e quel che no. E non solo! Non ho problemi coi remake, penso possano sempre venirne fuori cose interessanti, specie se c'è la voglia di reinterpretare in una maniera diversa, con una personalità diversa. Tant'è che La cosa e La mosca sono due fra i miei film preferiti. Insomma, ottimismo, sempre. Vogliamo aggiungere che ho la tendenza a cogliere sempre i lati positivi nelle peggiori monnezze, a meno che mi risultino proprio antipatiche? Che, a volte consciamente, a volte meno, mi piace fare il bastian contrario? Che, insomma, volevo crederci?

Ma sì, dai, aggiungiamo anche che il trailer, pur non sembrandomi promettere bene in maniera esagerata, mi pareva suggerire che, perlomeno, avremmo visto gli effetti speciali moderni applicati per mettere in scena un casino paragonabile a quello che Carrie scatena nel libro. E anche che Julianne Moore mi pareva adatta al ruolo della mamma sbalestrata. E che Kimberly Peirce è pur sempre la regista di Boys Don't Cry, sarà ben capace di trattare alla sua maniera, con del gusto e della personalità, un film che parla delle cose di cui parla Carrie, no? Sì, lo so, dev'essere esattamente il ragionamento superficiale che ha fatto chi le ha affidato il film, ma in ogni caso almeno un po' torna, no? No? E poi c'è Chloë Grace Moretz, che è un'attrice molto brava, quindi adatta a qualsiasi ruolo, no? No, OK, questo non lo pensavo nemmeno io.

Voglio dire, basta guardare i due poster qua sopra e pensare alle altre due Carrie del passato. Quella del libro, una che in fondo, dietro gli strati di adipe, sarebbe potuta anche essere molto carina, e che quando si metteva tutta in tiro per il ballo di fine anno, beh, dai, non era male. E quella del film di De Palma, una a cui bastava non truccarsi troppo e forzare qualche espressione per risultare credibilissima nel ruolo della sfigata maltrattata della scuola che, nel momento in cui iniziava a trattarsi bene, diventava una bella ragazza. E invece qui abbiamo Chloë, il sex symbol Chloë, quella che a volte ne guardi le foto in cui si mette in posa e ti chiedi se alla sua età si sia già rifatta le labbra, quella che abbiamo imparato a conoscere nei panni della spaccaculi sboccata e che qui vogliono venderci come la bruttina sfigata maltrattata della scuola. Hit-Girl. La bruttina sfigata della scuola. OK, ha le spalle larghe, ma insomma, eh, non è che se la pettini male e la fai vestire e truccare come se fosse la Willow delle prime stagioni di Buffy diventa una bruttina sfigata. Ma insomma, vogliamo crederci? Crediamoci.

Magari l'idea era di raccontare che in fondo anche le belle ragazze, nel contesto sbagliato, possono sentirsi brutte, impacciate e perseguitate, ma che poi basta cambiare un paio di vestiti e truccarsi bene per tirare fuori la propria bellezza interiore e riscoprirsi belle dentro e fuori, in un trionfo morale educativo. Forse il punto è che se una è bella è bella anche quando è vestita male, l'occhio esperto delle altre gnocche lo nota, le altre belle diventano quindi gelose e la trattano malissimo, perché ne temono la potenza gnocca. Tant'è che, dopo aver riscoperto la propria bellezza interiore, se la nostra viene fatta sbroccare e decide di ammazzare tutti quanti, possibilmente ricoperta di sangue (possibilmente di maiale), da bella dentro e fuori diventa proprio una gnocca da competizione. Perché in fondo la vera bellezza è quella che abbiamo dentro. Quella che fa decollare le automobili e morire la gente. Ma non tutta la gente, solo quella cattiva e che non aspetta figli. E poi si fanno le crepe nelle lapidi. E le mamme sono cattive. Ma forse sono buone. O forse il messaggio è che il sangue di maiale è un ottimo sostituto per i cosmetici testati sugli animali. No, un attimo, che sto dicendo... OK, mi sono incasinato di nuovo. Respira. Conta fino a dieci. Ripartiamo.


Carrie (USA, 2013)
di Kimberly Peirce
con Chloë Grace Moretz, Julianne Moore, Gabriella Wilde

Il nuovo Carrie è un film brutto. Per quanto mi riguarda è la cosa peggiore che ho visto l'anno scorso, di gran lunga peggiore rispetto a certe trashate impresentabili, o a certi film pretenziosi e inconcludenti, per il modo in cui sbaglia tutto lo sbagliabile, sprecando tutto lo sprecabile. Fra l'atmosfera totalmente sballata, le piccole incongruenze, gli accenni anche interessanti, ma male approfonditi, i raccordi e le soluzioni narrative alla come capita, messi lì tanto per, forse nel tentativo di ricalcare senza sforzarsi troppo un film di quarant'anni fa, seppur inserendo spunti pescati dal libro, per far vedere che si erano fatti i compiti, è una delusione continua. Manca di  coinvolgimento, manca di forza, manca di qualsiasi cosa, compresi i fantomatici effetti speciali in cui, almeno, uno poteva sperare: a conti fatti, questa Carrie non combina nulla di particolare, anzi, per certi versi fa pure meno di quel che aveva fatto Sissy Spacek.

La vera colpevole, comunque, è Kimberly Peirce, che non riesce a (non prova nemmeno a? non ha il permesso di?) dare la benché minima personalità al tutto e si limita a fare il compitino diligente, moscio, impegnato a rimuovere qualsiasi oncia di carisma avesse il film originale (e qui mi viene in mente pure il remake di Total Recall). Non s'inventa nulla sul piano visivo e fallisce miseramente anche nel dirigere gli attori, certo con una grossa mano da parte di una sceneggiatura che probabilmente ha fatto passare la voglia a tutti. Perché un po' di colpa dovrà pur avercela, la Kimberly, se Julianne Moore va completamente fuori giri dall'inizio alla fine e se la Chloë, che pure s'impegna e a tratti risulta pure convincente, ogni volta che usa i poteri non sa fare di meglio che spalancare la bocca, alzare le sopracciglia e muovere le mani in giro come se stesse giocando davanti a un Kinect.

Ed è un peccato, perché - occhio, arriva quello che vuole sempre trovare i lati positivi - in fondo, via, qualche spunto che poteva avere un senso c'è. Il tentativo di mostrare la cattiva di turno come un personaggio magari non del tutto monodimensionale, per esempio. Questa voglia, appunto, di raccontare una brutta che brutta non è, ma che tale diventa perché oppressa dall'ambiente familiare e dal contesto scolastico. Solo che per ogni momento appena un po' riuscito, ogni trovata che pare avere dietro una mente pensante, ogni istante in cui cominci a dirti "ah, aspetta... ", subito arriva la mazzata fra i denti, la scena inguardabile, l'ansia di spiegare tutto come se stessi parlando a un bambino di tre anni, i tentativi impacciati di raccontare una storia moderna e gggiovane con quel tono del babbo impacciato che prova a mettersi sul piano del figlio adolescente. Insomma, il disastro. Fra l'altro, a proposito della cattiva, ogni volta che appariva, non riuscivo a fare a meno di pensare a Betty Rizzo, me la ricordava troppo. E adesso, mentre scrivevo, l'ho cercata su Google e ho scoperto, non me lo ricordavo, che l'attrice che la interpretava era Stockard Channing. Che ho appena finito di vedere in azione in diversi episodi della quarta stagione di The Good Wife chiedendomi chi mi facesse venire in mente. Era Betty Rizzo di Grease! Pensa te, Alicia Florrick è la figlia di Betty Rizzo. Mh, OK, mi sono di nuovo perso nei miei pensieri. È il meccanismo di autodifesa.

Dai, chiudiamola qui, chiudiamo così: questo nuovo Carrie è un brutto, brutto film, che fa innervosire perché sotto sotto ci vedi anche le tracce di quel che sarebbe potuto essere un bel film e invece no. Ed è brutto per davvero, non è una bella gnocca che non si pettina, non si trucca e si mette il maglione scucito della mamma pazza. E lo è senza neanche stare a tirare in mezzo Brian De Palma, Sissy Spacek o Stephen King. È brutto di suo. E poi, dai, la crepa sulla lapide, ma su.

L'ho visto a dicembre, qua a Parigi, al cinema, in lingua originale, durante il Paris International Fantastic Film Festival, in avvio di una maratona notturna Stephen King che è poi proseguita con altri tre film di ben diverso spessore. Uno l'ho citato sopra, gli altri due erano Creepshow e Pet Sematary. Eh, insomma, non è che Pet Sematary sia mai stato un capolavoro, eh, ma al confronto mamma mia.

 
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