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30.9.14

Sherlock - Serie 3



Sherlock - Series 3 (UK, 2014)
creato da Mark Gatiss e Steven Moffat
con Benedict Cumberbatch, Martin Freeman

Dopo due anni di pausa, con la gente che si stava facendo esplodere il cervello nel tentativo di inventarsi le teorie più bislacche per spiegare come Sherlock Holmes ed eventualmente anche Jim Moriarty potessero essere sopravvissuti ai rispettivi suicidi, la prima puntata della terza serie di Sherlock non poteva che affrontare l'argomento alla sua maniera. E infatti è tutto un tripudio di modi per girare attorno alla questione, ostentare la maniera tanto intelligentissima e fuori dal comune con cui si è deciso di affrontarla, prendersi in giro ma prendere in giro anche noi, voi e quegli altri. Insomma, è una supercazzola, in cui si spiega tutto senza spiegare nulla, si risolve il gran dubbio a colpi di pernacchie e si fa finta di niente, allontanandosi poi fischiettando. Il risultato è un episodio estremamente furbetto, a modo suo divertente e certo fondamentale per il modo in cui piazza qua e là elementi che vanno a comporre un arco narrativo condotto lungo tutta la terza serie, ma anche, perdonatemi il termine tecnico, una discreta palla al cazzo. Poco male, anche le prime due annate avevano l'episodio debole, in entrambe il secondo. E quello della prima serie, coi cinesi, mamma mia, non ci voglio neanche pensare, al confronto questo qui è un gioiello splendente. Quindi, insomma, OK, ci siamo levati subito di torno l'episodio moscio, andiamo avanti. O forse no.

Il fatto è che questa terza serie di Sherlock è costruita con un bel crescendo che conduce dalla palla di cui sopra allo strepitoso gran finale, e ovviamente l'episodio di mezzo, beh, sta nel mezzo. Di fondo, il primo e il secondo "micro film" di cui è composta l'annata sono interessanti per il modo in cui si concentrano più che altro sul raccontare i personaggi e sullo sviluppare i rapporti fra di loro. Il caso di turno, soprattutto il primo, in una certa misura anche il secondo, diventa quasi un pretesto attorno a cui far ruotare gli eventi e un tassello da incastrare nello scenario più ampio dell'annata, ma il cuore dei due episodi sta altrove. Sta, appunto, nello sviluppo del rapporto fra Holmes, Watson e il resto del cast, sempre più caratterizzato come una famiglia allargata, e nella maniera ancora più spinta in cui gli autori si divertono a mettere in scena un racconto plasmato sulla natura stessa del suo protagonista. Un po' schizzato, a modo suo vacuo e disinteressato a tutto ciò che lo circonda, estremo nel pasticciare con i riferimenti "esterni" più o meno espliciti, fra appunto tutto il giocare del primo episodio e la stessa scelta degli attori nei successivi, mogli e genitori nella realtà che rivestono gli stessi ruoli anche nella finzione.

Per altro, a proposito di attori, si sottolinea l'ovvio, Cumberbatch, Freeman e compagni mostrano qui un'intesa e una padronanza fuori scala e riescono a far funzionare tutto a meraviglia anche nei momenti in cui il racconto vacilla un po' verso il nulla. Poi è anche vero che tanto la scelta di realizzare piccoli film da un'ora e venti si rivela controproducente quando, nei momenti peggiori, si finisce per dare una sensazione di brodo allungato e girare in tondo, tanto è invece perfetta quando viene fuori un episodio come quello conclusivo, denso, appassionante, pieno di eventi, capace di stupire con i suoi colpi di scena e di dare un significato concreto all'intera annata per il modo in cui porta a compimento tutti i piccoli e grandi discorsi aperti qua e là. Insomma, ancora una volta, Sherlock dà il meglio quando il word processor sta tutto nelle mani di Steven Moffat. Guarda un po' il caso. 

Me lo sono visto su Netflix. Viva Netflix. Lo sapevate che ora c'è anche in Francia? Fra l'altro anche quello francese ha la lingua originale. No, dico. Ah! Génial!

28.9.14

Lo spam della domenica mattina: Saluti dalla Liguria


Questa settimana ho riversato i miei sforzi igiennici sul Rewind Theater del trailer del nuovo Hunger Games, sull'intervista al senior producer di NBA 2K15 (con cui - incredibile ammisci - ho esaurito gli avanzi dalla Gamescom 2014) e sull'anteprima di The Book of Unwritten Tales 2. Sul fronte outcastaro, invece, abbiamo il Videopep dedicato al Neo Geo CD, l'eXistenZ sul film dell'Angry Video Game Nerd, la recensione di Fenix Rage e l'interminabile Old! sul settembre del 2004. Ho preparato questo post giovedì, non mi assumo responsabilità se non è stato pubblicato il paio di cose che doveva uscire nel weekend.

Nei prossimi giorni si dovrebbe registrare della roba. Credo.

27.9.14

La robbaccia del sabato mattina: Weekend lungo


Allora, questo post l'ho preparato giovedì, così, perché ne avevo voglia, e sicuramente nel frattempo sono spuntate chissà quante cose meravigliose, ma insomma, eh, meglio che niente, viva la programmazione automatica, saluti dal weekend lungo in trasferta a tema compleanni.



Big Eyes, il nuovo film di Tim Burton, che la butta nuovamente sul biografico e sicuramente avrà tutte le sue cosine giuste da film biografico al posto giusto, ma insomma, sembra comunque interessante. E poi Amy Adams e Christoph Waltz. Comunque arriva a gennaio.



Men, Women & Children, il nuovo di Jason Reitman, che per quanto mi riguarda deve ancora sbagliare un film, fermo restando che no, certo, mica possono venirgli fuori tutti BELLISSIMI. Ma no, secondo me non ne ha fatto uno brutto, anzi. Le argomentazioni stanno sparse in giro per il blog. Ad ogni modo, questo promette bene e oltretutto è un altro caso di Adam Sandler in un film in cui non fa lo scemo e si mette nelle mani di un regista bravo. In genere ne escono cose belle.



E a proposito di registi dei quali apprezzo anche le scorregge uscite di traverso, abbiamo il primo trailer per il nuovo di Michael Mann, Blackhat. Non ho altro da aggiungere al riguardo, se non che gennaio è drammaticamente lontano.



Big Hero Six ci propone un trailer di quelli che ti raccontano mezzo film. E, uhm, ehm, non lo so, non sono convinto. Sembra simpatico, però sembra anche un po' quel simpatico che non mi convince tipo quello là sui videogiochi che sappiamo bene. Boh, vedremo. Chiudiamo con un filmetto amatoriale su Spawn e una roba virale dai film degli X-Men. Messi così in fila a caso.





Adesso che torno a Parigi mi rimetto ad andare giudiziosamente al cinema. Prometto.

25.9.14

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X01: "Ombre"



Agents of S.H.I.E.L.D. 02X01: "Shadows" (USA, 2014)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Vincent Misiano
con Clark Gregg, Ming-Na Wen, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Brett Dalton

E finalmente si ricomincia, dopo l'altalenante prima stagione e il suo finale in gran crescendo, con un secondo anno di Agents of S.H.I.EL.D. che innanzitutto ha dalla sua la promessa (tutta da mantenere, certo) di una maggiore continuità nella messa in onda, con due blocchi di episodi previsti attorno a una pausa natalizia che sarà invece dedicata alla nuova serie Agent Carter. E non a caso questa "season premiere" si apre con breve ritorno ai tempi in cui il personaggio interpretato da Hayley Hatwell era agile e scattante, per porre le premesse del racconto ma anche (soprattutto?) per buttare lì una specie di teaser trailer del nuovo show. Poi, però, si passa al presente, con un episodio che si porta sulle spalle il peso di non accartocciarsi su se stesso dopo le vette raggiunte nel finale della scorsa stagione, dettare da subito tono e ritmo del nuovo corso e, ovviamente, fare il suo dovere da primo appuntamento in cui si fa il punto della situazione su tutto quel che era rimasto in sospeso.

E il suo dovere lo fa bene, pur senza far gridare al miracolo. Innanzitutto, il tono: per quanto alcuni attori, quando si piazzano in posa plastica, continuino a sembrare un po' poco adatti al ruolo di cazzutissimi agenti dello S.H.I.EL.D., sembra che finalmente avremo a che fare con, appunto, dei cazzutissimi agenti dello S.H.I.EL.D. E già come cosa non si butta. In generale, il racconto delle spie costrette a lavorare di nascosto, fra le pieghe del sistema, perché prese nel fuoco incrociato fra governo e Hydra, viene assecondato da un'atmosfera generalmente più cupa e dei personaggi che lo abbracciano liberandosi di buona parte delle scemate e mostrando un'apprezzabile voglia di fare le cose sul serio. Fermo restando che, per carità, rimane sempre una serie Marvel su un network che si rivolge forzatamente a tutta la famiglia. E nel contesto è azzeccata anche la figura di un Coulson sempre più in modalità Nick Fury, tutto sulle sue e incattivito nelle decisioni operative.

Lì in mezzo si inseriscono poi i nuovi personaggi, dalla varia bassa manovalanza a Crusher Creel, supercriminale una volta tanto non particolarmente minore dell'universo Marvel che fa la sua apparizione e viene trattato decisamente bene, fra l'attitudine badass, la visualizzazione dei poteri ben realizzata e la strizzatina d'occhio con palla e catena. Inoltre abbiamo anche un nuovo cattivone, pure lui pescato dall'universo fumettistico, e sono in arrivo diverse cose che sono state annunciate ma ancora non si manifestano. Aggiungiamoci pure la mossa in stile Hannibal Lechter, un po' scontata ma che potrebbe generare qualche sviluppo divertente, e il modo azzeccato in cui è stata trattata la questione FitzSimmons e abbiamo un avvio di stagione davvero riuscito, soprattutto con una parte finale dal bell'impatto e che lascia addosso gran voglia di andare avanti. Bene così.

Dopodiché io son qua che aspetto solo e unicamente Tyra Collette.

Oggi esce Lucy in Italia


Oggi, con ampio ritardo sul resto del mondo ma giusto in tempo per non arrivare dopo Uruguay e Paraguay, arriva nei cinema italiani Lucy, l'ultimo film di Luc Besson con Scarlett Johansson che fa la maestra di Hokuto, o qualcosa del genere. Io l'ho visto un mesetto fa qua a Parigi e ne ho scritto a questo indirizzo qui. Alla fin fine neanche m'è dispiaciuto.

Tanti auguri a me. Così, lo segnalo.

23.9.14

Sul trenino per Londra


Come credo di avere già scritto da qualche parte, forse in uno degli ultimi post da weekend, questa settimana la trascorro per buona parte in viaggio fra tre paesi. Per esempio, a meno di imprevisti, questo post viene pubblicato automaticamente mentre io me ne sto spaparanzato sul trenino diretto a Londra. Vado infatti a spararmi la due giorni (anche se sarebbe più corretto parlare di un giorno e uno sputacchio) del D.I.C.E. Europe 2014. E se volete sapere di che si tratta, il sito ufficiale sta a questo indirizzo qua. Fra l'altro, mentre scrivevo questo post, m'è venuto in mente che due anni fa avevo scritto quattro post sul D.I.C.E. 2012, seguito tramite internet. Stanno a questo indirizzo qua, casomai interessassero. Comunque, rientro a Parigi domani sera, ma poi venerdì riparto per farmi un weekend lungo in Liguria causa doppio festeggiamento incrociato di entrami i compleanni di casa. Quindi, insomma, il succo è che probabilmente, da qui a perlomeno martedì prossimo, ci sarà moria di post sul blog. Anzi, in realtà già da ieri, ché ero stracarico di roba su cui portarmi avanti e non sono riuscito a scrivere un post. E temo andrà così per tutta la settimana. O forse no. Magari scrivo roba e la metto in programmazione automatica. Vai a sapere.

Poi, quando torno, se le conferenze del D.I.C.E. non han fatto cagare, si registra un podcast.

21.9.14

Lo spam della domenica mattina:


Questa settimana, su IGN, non ci si crede, ho uscito ancora qualche contenuto figlio della Gamescom. Non si finisce mai, per la miseria. Comunque, stiamo parlando dell'anteprima di Star Citizen, dell'anteprima di Aquanox: Deep Descent e di un articolo su una manciata di giochi indie. Da quell'altra parte, invece, si sono manifestati il Videopep dedicato ai cinque anni di Outcast (auguri!), la recensione dell'ultimo episodio della seconda stagione del The Walking Dead di Telltale Games, il The Walking Podcast dedicato alla stessa roba e l'Old! sul settembre del 1994, che è molto più lungo del solito e fra l'altro, a occhio, con quello della prossima settimana andrà pure peggio.

La prossima settimana sarà un po' un delirio, considerando che prima vado al D.I.C.E. Europe e poi mi faccio un weekend lungo italiano per celebrare come si conviene i compleanni della FAMIGLIA. Mi sento di pronosticare un crollo delle pubblicazioni qua sul blog. Vedremo.

20.9.14

La robbaccia del sabato mattina: Star Batman


Questa qua sopra è la prima immagine ufficiale di Sharlto Copley e Susan Heyward nei panni dei Christian Walker e Deena Pilgrim di Powers, la serie TV ispirata all'omonimo fumetto in produzione per il PlayStation Network. Che dire, coi personaggi del fumetto c'entrano poco, però lui mi piace, voglio crederci. E come non crederci anche quando leggi che Scott Glenn è stato ingaggiato per interpretare Stick nella serie Netflix dedicata a Daredevil? Crediamoci. Infine, a proposito di crederci, a questo indirizzo qua c'è un bello scambio fra Rian Johnson e Terry Gilliam in cui il primo spiega al secondo come ci si sente a stare scrivendo la sceneggiatura di Star Wars: Episodio VIII.



Questo qua sopra è il primo trailer della prima parte di Mockingjay, capitolo conclusivo di Hunger Games, serie che a me alla fin fine neanche dispiace (qua ho scritto del primo film, qua del secondo), anche se questa roba qua sopra mi lascia abbastanza indifferente. A questo indirizzo qua, invece, c'è un'infografica assurda su tutti i supereroi apparsi in "live action" sullo schermo, grande e piccolo. Io neanche mi ci sono messo, a leggerla.


Questo, invece, è il trailer di John Wick, con il quale Keanu Reeves continua a confermare di essere uno a cui non puoi che voler bene. Nel caso specifico, s'è preso come registi quelli che coordinavano gli stunt dei Matrix e ha tirato fuori questa roba in cui fa il killer definitivo incazzato nero e pronto a spaccare tutto. In più c'è Tyra Collette, e che le vuoi dire. Secondo me promette benissimo.



A Most Violent Year nuovo film del regista di Margin Call e All Is Lost, con Jessica Chastain e Oscar Isaac. Non sono sicuro di aver capito fino in fondo cosa racconti, però il trailer mi ha messo addosso lo stesso una gran voglia. Chiudiamo con un'altra delle scemate virali che si stanno palleggiando J.J. Abrams e Zack Snyder e una "intervista" a Kevin Smith relativa a Tusk, su cui metto le virgolette perché di fatto gli viene posta una sola domanda e poi lui va avanti a blaterare per tre minuti. Buon weekend.





Non sto più riuscendo ad andare al cinema. Però ieri ho mangiato della roba che mamma mia e per la miseria e santa polenta a Les Trois Royaumes, a cui voglio sempre tanto bene. Quindi apposto.

19.9.14

Tropico del cancro


Tropic of Cancer (Francia, 1934)
di Henry Miller

Il mio rapporto con Henry Miller consiste nel fatto che, lo ammetto, so a malapena chi sia. Ho vaghi ricordi di Henry & June come di quel film con Remo Williams che ogni tanto passavano su Rete 4 e in cui c'era la gente che faceva sesso (e mi sembrano, esclusa magari Rete 4, elementi degni di nota, specie se consideriamo che si parla degli anni della mia adolescenza). Oltre a questo, c'è il fatto che, quando ci siamo sparati il road trip per gli Stati Uniti occidentali qualche anno fa, fra le tappe lungo il meraviglioso Big Sur c'è stata la deliziosa Henry Miller Memorial Library, dove abbiamo pure comprato un bel manifesto che ora sta appeso di là, nella stanza del retrogaming. E basta. Lo scorso ottobre, però, mi sono trasferito qua a Parigi e subito il Marrone mi ha ordinato di leggere Tropico del cancro. Io mi sono fatto un appunto, ho promesso che avrei ubbidito, ho deciso che per qualche motivo un classico del 1934 lo volevo stringere in mano e non mi bastava la versione Kindle e ho quindi proceduto ad ordinare l'edizione riprodotta nell'immagine là sopra.

Certo, poi ci ho messo mesi a tirarlo fuori dallo scaffale e decidere che era il momento di leggerlo e altri mesi per mettermi effettivamente a leggerlo, perché da queste parti funziona così, a caso. Fatto sta che durante le vacanze estive, spaparanzato fra le frasche e i sassi delle spiagge liguri, mi sono letto Tropico del cancro. Anzi, Tropic of Cancer. E? E ci ho trovato un racconto affascinante, seppur scritto in una maniera che magari non è troppo nelle mie corde per... come dire... come potrei definirlo... forse... eccesso di stile? Ad ogni modo, in Tropico del cancro, Henry Miller racconta, romanza, riarrangia e sbatte sulla pagina la sua assurda vita da nomade americano disperso nei meandri della Parigi degli anni Trenta, offrendo un ritratto viscerale di un modo di vivere che non è esattamente quello in cui mi sono ritrovato io andando a stare a Parigi negli anni Dieci.

Fra gli aspetti più affascinanti, oltre alla capacità di raccontare in maniera coinvolgente storie di gente che ti verrebbe voglia di prendere a schiaffi urlando fortissimo "SVEGLIAAA!!!", ci sono le riflessioni - in larga misura ancora attualissime - gettate lì sulla natura umana e su ciò che governa i rapporti fra le persone, c'è ovviamente il ritratto che viene fatto di un'epoca, o quantomeno di una qualche forma del vivere in quell'epoca, e c'è il linguaggio utilizzato. Il tono e i modi con cui viene descritta ogni cosa lasciano di sasso più che altro perché, di fondo, risultano in larga parte piuttosto moderni e soprattutto caratterizzati da un'assenza di vergogna talmente brutale da risultare straniante ancora oggi. Molti dei termini, dei modi di dire, delle descrizioni che si leggono in questo libro sono considerati parecchio sconvenienti nel 2014 e non riesco a immaginare cosa debba essere stato provare a pubblicare questo libro ottant'anni fa. Posso al limite leggerlo su Wikipedia. Ad ogni modo, dopo magari un avvio un po' affaticato a causa della scarsa compatibilità stilistica, devo dire di aver trovato un romanzo coinvolgente e che ho finito in un soffio, cosa non sempre scontata coi grandi classici lontani quasi cent'anni. Insomma, bravo Marrone.

Immagino che su internet si trovino articoli ben più interessanti e approfonditi dedicati a questo libro, ma insomma, eh, non volevo mica fare una tesi di laurea, volevo solo scribacchiare il mio post quotidiano dicendo due cose su un libro che ho letto. A posto.

18.9.14

La quinta onda


The Fifth Wave (USA, 2013)
di Rick Yancey

Con questa cosa che ultimamente ho preso a leggere libri anche in francese, oltre che in inglese, il quantitativo di romanzi o saggi in lingua italiana che mi passano fra le mani si è mostruosamente ridotto. Capita ancora, eh, anche perché esistono le altre lingue, delle quali non capisco nulla, ma insomma, capita sempre meno. Il che, se vogliamo, potrebbe pure essere un problema: non è che faccia bene smettere quasi completamente di leggere cose scritte nella lingua che uso principalmente per il mio lavoro. Che è scrivere. Del resto, fra i consigli base da dare a chi è tanto pazzo da voler provare a guadagnarsi da vivere con le parole, beh, c'è anche quello: leggere, leggere sempre, leggere di tutto, leggere come se non ci fosse un domani. Comunque, sto divagando prima ancora di aver iniziato, o forse no, ma non importa, tanto qua dentro finisce sempre così. Il succo del discorso, ammesso e non concesso che in questo momento esista un discorso nella mia testa, è che in linea teorica La quinta onda, avrei dovuto leggerlo in lingua originale. Ma la verità è che probabilmente non l'avrei mai letto, in lingua originale. E invece l'ho letto in italiano, perché l'agenzia che si occupava delle PR per il libro (ciao!) me l'ha gentilmente inviato, suppongo nella speranza che ne scrivessi qua sul blog.

E qui si potrebbe aprire tutta una parentesi sul fatto che improvvisamente qualcuno ha deciso di infilare il mio blog nella lista di quelli interessanti per cose del genere. Non so bene cosa significhi. Sono diventato importante? Piaccio? Qualcuno mi considera un opinion leader? Dio, che brutta espressione, "opinion leader". Probabilmente sarà un caso isolato, magari un glitch nel sistema, anche tenendo conto del fatto che il libro me l'han mandato a luglio e io ne scrivo a settembre. Ma, ehi, i libri non hanno data di scadenza! In tutto questo, per altro, si potrebbe riflettere sul fatto che il 90% (stima sparata completamente a caso) dei post pubblicati su questo blog parla di cinema eppure non mi arriva mai mezzo invito a un'anteprima, una proiezione, un qualcosa. Però posso raccontarmi che va così perché sanno tutti che vivo all'estero e che mi invitano a fare. In più, ci sarebbe anche da dire che se nel post su La quinta onda pubblicato con due mesi di ritardo trascorro oltre duemila caratteri parlando dei fatti miei, beh, mica posso stupirmi se poi la gente non mi invita alle cose e non mi manda le robe. Al di là del fatto che mi leggono in quattro. Uhm.

Beh, OK, dopo aver vinto il campionato mondiale di divagazioni sparate a caso perché non so come iniziare il post, parliamo di La quinta onda. Trattasi di romanzo young adult, e già qui la gente scappa urlando in preda al panico. Le parole "young" e "adult" sono fra i principali babau del geek che non deve chiedere mai. Al confronto, le parole "rom" e "com" vengono liquidate con un sorrisino d'indifferenza. Il problema è che i romanzi e i film young adult commettono il crimine più grosso che si possa compiere nei confronti della cultura geek: la rendono popolare e lo fanno senza rivolgersi ai maschietti adolescenti come target principale. Son bravi tutti (si fa per dire) a portare i supereroi Marvel al cinema senza far incazzare nessuno (si fa per dire), ma trasformare l'horror, l'azione, la fantascienza e [aggiungere a piacere] in cose pensate per le ragazzine beh, è tutt'altra faccenda. Ed è un crimine contro il popolo geek tanto quanto, che so, creare una console Nintendo che punta alle nonne, alle zie e alle donne delle pulizie. Ma, mannaggia, sto divagando ancora. Provo il reset.


Google mi propone questa immagine.

Dunque, La quinta onda racconta di un futuro post-apocalittico in cui l'umanità è stata fatta a pezzetti da un'invasione aliena, che ha attaccato seguendo vie subdole e infamissime, organizzate secondo quelle che i sopravvissuti hanno definito onde. E siamo appunto nel bel mezzo della quinta onda. Non sto a raccontare nello specifico come siano strutturate le onde, perché parte del fascino del libro sta nel modo in cui vengono svelate tramite i flashback della protagonista, ma diciamo che l'idea funziona abbastanza, nonostante il geek scafato non possa che ritenere telefonata la maggior parte dei colpi di scena. Diciamo che, una volta capito come funzionano le cose, gli sviluppi sono abbastanza nella norma. Ma insomma, il racconto rimane comunque scorrevole, piacevolissimo e a modo suo appassionante. Chiaramente, visto il filone d'appartenenza, il ruolo di protagonista tocca a una ragazza adolescente che, ora della fine, si ritrova coinvolta in un triangolo i cui altri due estremi appartengono a "famiglie" opposte, come nella miglior tradizione Montecchi/Capuleti.

Insomma, La quinta onda non fa nulla di particolarmente nuovo o fuori dagli schemi, ma quel che fa lo fa in maniera gradevole e la lettura scorre via che è un piacere. Il modello è sempre quello lì, quello della narrativa che tipicamente si rivolge ai maschietti, filtrata però attraverso uno sguardo di femminuccia, e con protagonisti dei ragazzini che prendono in mano la situazione in un mondo in cui gli adulti variano dall'inutile al dannoso, proponendosi come pericolosi cattivi, buoni incapaci e più che altro morti ammazzati. Il risultato dà colpi a cerchio, botte e pure moglie ubriaca, ma di certo non annoia, non sporca, non fa casino e non disturba. Voglio dire, Il codice Da Vinci ho fatto una fatica bestiale a finirlo, questo qua mi si è praticamente letto da solo. Qualcosa vorrà pur dire. Forse che nel profondo del mio cuore nascondo una ragazzina che non chiede altro che fissare i pettorali di un giovane attore hollywoodiano in 3D e su schermo gigante. Ehm.

Comunque, fondamentalmente La quinta onda è una specie di La strada con gli alieni in versione easy e ha certo il potenziale per dar vita all'ennesima trilogia  cinematografica di successo, per la quale fra l'altro si sono assicurati la nostra amica Hit-Girl. E non si può mica dire di no alla Chloe, dai: andremo a guardarci anche quello. Anzi, quelli. Ah, a proposito, sì, ovviamente questo è il primo volume di una trilogia, e infatti la storia si chiude per modo di dire. Poi, certo, per quanto il tutto sia gradevole, non è che sia esattamente rimasto qui con la bava alla bocca in attesa del secondo romanzo, ma insomma, immagino quello dipenda anche dal mio essere fuori target. Quindi no, non sono una ragazzina che bla bla bla. Credo. Ad ogni modo, il secondo volume, The Infinite Sea, è uscito da qualche giorno negli iuessei. Mh, quasi quasi me lo piglio su Kindle. No, dai. Sì. Non lo so. Comunque non so quando arriverà in versione Italiana. Abbiate pazienza.

L'ho letto a inizio luglio, mentre me ne stavo sdraiato fra le fresche frasche liguri. Nella lettura della versione italiana non m'è parso di notare molto di particolarmente fuori posto, mi sembra una traduzione ben fatta. Al di là del fatto che, quando sei abituato a leggere in inglese, poi noti sempre questa o quella espressione tradotta un po' come veniva perché non c'era altro modo. Va anche detto che sono passati due mesi, non ricordo nulla e magari invece mentre lo leggevo mi sembrava una traduzione fatta coi piedi. O forse no. Non ricordo. Uffa.

17.9.14

The Good Wife - Stagione 5


The Good Wife - Season 5 (USA, 2013/2014)
creato da Robert King e Michelle King
con Julianna Margulies, Josh Charles, Matt Czuchry, Archie Panjabi, Chris Noth, Christine Baranski, Alan Cumming

In America, nei salotti bene, The Good Wife è diventato il simbolo del "Avete rotto le palle con 'sta storia che le serie TV funzionano solo quando si accontentano di una dozzina di episodi a stagione". Che in effetti è un po' una convinzione generale, e del resto io ormai da tempo sono entrato nel circoletto di quelli che "meglio meno episodi". Voglio dire, ha senso ed è almeno in parte dimostrato dai fatti, oltre che dalla logica: tirare avanti un racconto per il doppio degli episodi senza fare un po' fatica e finire per allungare il brodo non è semplice. Ma d'altra parte non è che siccome è difficile allora deve diventare impossibile, così come - a proposito di cose dimostrate dai fatti - nulla impedisce a stagioni da dodici puntate di avere momenti morti e brodaglie allungate. Voglio dire, se riescono a infilare un episodio brutto in stagioni da tre puntate, tutto è possibile, no? Ad ogni modo, la questione è molto semplice e alla fin fine si tratta di ribadire l'ovvio: dipende da come le cose vengono fatte. Dipende dalla gente che scrive, dalla gente che recita e dalla gente che dirige. Well, duh!

Ebbene, la quinta stagione di The Good Wife è una bomba atomica, cosa che del resto è spesso capitata alle quinte stagioni di diverse serie con questo formato qua (penso a 24 e Buffy l'ammazzavampiri perché ce le ho fresche in memoria, ma l'elenco potrebbe andare avanti a lungo). I motivi sono ovvi tanto quanto quelli espressi qua sopra e stanno nell'avere ormai perfetta dimestichezza con personaggi, temi, situazioni, formula e spunti assortiti. Poi, certo, non è comunque scontato che venga fuori la bomba atomica, ma in questo caso è capitato eccome e infatti son qui a commentare ventidue puntate pazzesche, in cui non c'è praticamente mai un calo e vengono portate avanti in maniera quasi perfetta svariate storie incrociate fra loro a meraviglia. C'è tutto quel che ha fatto funzionare The Good Wife fino a qui, dai personaggi azzeccati alla qualità della scrittura, dalla voglia di legarsi a temi attuali al modo in cui anche l'ultimo fra i casi del giorno viene reso interessante, passando per lo sviluppo dei mille intrighi politici, lavorativi, relazionali. E ogni cosa funziona in una maniera che non ci si crede.

Per quindici episodi il crescendo è trascinante, inarrestabile, e se poi le cose rallentano un pochino è solo e unicamente perché, beh, dopo un evento come quello lì, buttato dentro all'improvviso in quella maniera lì (mi ha ricordato, per brutalità ed efficacia, un momento simile nella seconda stagione di Terminator: The Sarah Connor Chronicles, di cui fra l'altro non ho mai scritto qua dentro, uffa), devi tirare un attimo il fiato per forza di cose. Poi, per carità, dove c'è Kalinda c'è fastidio e in generale è forse un po' troppo perfettino il modo in cui si incastrano certe svolte, spunta fuori il nuovo procuratore faccia di palta proprio quando si stanno concludendo quei quindici episodi e vediamo arrivare quello lì a sostituire quell'altro là proprio in quel momento. Ma insomma, sono anche dinamiche piuttosto normali nel contesto della serialità, senza contare che, di fondo, la velocità e la maniera improvvisa con cui si verifica di tutto è un po' il tema portante dell'annata, che chiaramente raggiunge il culmine con tutto quel detto, non detto, fatto e non fatto lasciato appeso dopo un colpo di pistola all'improvviso.

La sostanza, comunque, è che si tratta di una stagione strepitosa, che scorre a una velocità pazzesca e butti giù come un bicchier d'acqua. Il paradosso, rispetto al discorso che facevo all'inizio, sta nel fatto che son ventidue puntate talmente dense, ricche, strabordanti, che gli autori, a tratti, sembrano quasi aver fatto fatica a farci stare dentro tutto e un paio di faccende - comprese quelle menzionate qua sopra  - danno l'impressione di essere state tirate via un po' di fretta. Insomma, stiamo parlando di una stagione da ventidue puntate a cui magari non avrebbe fatto male durare un po' di più. Sacrilegio! Anatema! Follia! Sparta! Fatto sta che è difficile sapere se The Good Wife saprà mantenersi su questi standard (certo, il finale lascia aperte delle strade che levati) o se farà magari un capitombolo allucinante sullo stile della sesta annata di 24, ma intanto qua c'è della gran televisione, probabilmente e ingiustamente sottovalutata da molti per mille motivi, compresi quelli per cui all'inizio la sottovalutavo io. Bene così, dai.

E comunque io scommetto che la sesta stagione sarà ganza. Dai. Voglio crederci.

16.9.14

Frances Ha


Frances Ha (USA, 2012)
di Noah Baumbach
con Greta Gerwig

In linea teorica, Frances Ha dovrebbe avere tutte le (o quantomeno parecchie) carte in regola per farmi innervosire e non riuscire in alcun modo a piacermi, con quella sua aria tutta da film indie che omaggia i classici e si immerge nella sua patina fatta di bianco e nero stile Manhattan e musiche da Nouvelle Vague (e David Bowie!). Senza contare la protagonista tutta strana e buffa ma così adorabile. E vogliamo parlare del manifesto qua sopra? No, dai, non parliamone. Ecco, solo a scrivere queste cose e rileggerle qui tutte in fila mi piglia il nervoso. E invece. E invece Frances Ha è un bel film, in grado di farsi adorare forse anche per il suo voler essere, in un certo senso, antipatico. Intendiamoci, la patina di cui sopra c'è e onestamente ne avrei fatto volentieri a meno, per quanto sia applicata con discreto gusto e immagino possa rendere il tutto ancora più adorabile per chi apprezza questo genere di cose, ma i meriti stanno altrove.

Per esempio c'è il bizzarro equilibrio che Baumbach riesce a trovare nel dipingere la sua protagonista. Da un lato c'è un personaggio tutt'altro che santificato, anzi, ritratto abbastanza impietosamente come la neyorkese privilegiata, senza senso della realtà, appiccicata a un sogno che può permettersi di (far finta di) inseguire mentre cazzeggia girando in tondo assieme a chiunque la circondi. In questo, Frances Ha è un ritratto abbastanza impietoso di un certo tipo di gioventù moderna, e qui mi fermo subito perché altrimenti mi trasformo nell'anziano parcheggiato davanti ai lavori in corso che discute di come andavano le cose ai tempi suoi. Tanto più che, a voler ben vedere, newyorchese non sono, ma sul resto, eh, non è che ci vada molto lontano. Comunque, dicevo, l'equilibrio.

Dall'altro lato, è difficile non vedere, nel modo in cui Frances domina la scena e mostra i suoi tratti più affascinanti, la passione del regista per la sua compagna di vita. Baumbach osserva la protagonista iniettando nella macchina da presa quello stesso sguardo che Frances descrive in maniera impacciata e tanto efficace alla festa coi suoi improvvisati amici, l'occhio dell'amore con cui il migliore degli Anderson riprende in ogni film la sua Milla. E Greta Gerwig (anche co-sceneggiatrice, per altro) risponde con un'interpretazione fantastica, naturale e fuori di cozza. Il film le appartiene fin dal titolo e lei lo prende in mano e lo porta a un livello superiore, mangiandosi tutto quanto e dando un senso ben preciso anche a una seconda parte in cui il racconto, come la protagonista, prende a vagare senza meta e senza costrutto. E alla fin fine il fascino di Frances Ha, lo dice anche il titolo, sta nel farsi ipnotizzare dai sorrisi accennati e dal tragico borbottare di questa tizia un po' strana che insegue un'amicizia destinata a finire, getta un paio di giorni in un viaggio senza senso e a un certo punto trova anche una via d'uscita dal suo girare in tondo.

Il film è fuori da un paio d'anni, durante i quali se l'è visto chiunque. Tranne me, che l'ho visto ieri sera, e chiunque lo stesse per caso aspettando al cinema in Italia, dove è arrivato la scorsa settimana. Certo, perdersi il vociare scombinato della Gerwig mi sembra un peccato e, boh, il trailer in italiano mi ha messo l'ansia, ma insomma.

15.9.14

I nuovi episodi pilota di Amazon


Un paio di settimane fa, Amazon ha buttato fuori i suoi nuovi cinque episodi pilota, dando il via alla terza edizione del processo di votazione da parte del pubblico tramite cui si decide poi cosa trasformare in serie e cosa no. Vai su Amazon, scarichi l'episodio, lo guardi, lo voti, aspetti che vengano prese delle decisioni al riguardo e poi vai su un forum a lamentarti perché Amazon non ha preso le sue decisioni affidandosi solo ai tuoi voti. Ah, maledetta democrazia! In passato, il mio unico contatto con tutto questo carosello - e, in generale. con le serie prodotte da Amazon - è stato rappresentato dall'episodio pilota della serie TV di Zombieland, che ho guardato in ritardissimo e di cui ho chiacchierato in un episodio di The Walking Podcast subito dopo l'annuncio che non se ne sarebbe fatto nulla. Questa volta, invece, complice il fatto che stavo usando di brutto l'app di Amazon su PlayStation 3 per guardarmi la quinta stagione di The Good Wife, m'è cascato l'occhio su 'sta cosa della Amazon Pilot Season e mi son detto "Beh, stanno lì, perché no?". Ecco, col senno di poi, un paio di "perché" ce li avrei anche, ma insomma, me li sono guardati tutti e cinque, ormai da oltre una settimana, sono andato pure a compilare il sondaggio (ti fanno quattro domande a risposta multipla, l'ultima delle quali richiede una valutazione secca di merito) e adesso m'è venuta voglia di scrivere due scemenze al riguardo.

Che cos'è?
Una commedia scemotta ambientata negli anni Ottanta, con il protagonista un po' sfigato ma che in fondo ha una certa dose di successo con le donne dal look improbabile dell'epoca. Attorno a lui e alle sue disavventure si trovano il classico cast di amici-macchiette e Paul Reiser nel solito ruolo di Paul Reiser. Il tutto è ambientato in un tennis club pieno di ricconi (probabilmente) cocainomani e ripreso con Instagram, o qualcosa di simile.

Come mi è sembrato?
Ho iniziato da questo perché in quei giorni non avevo tempo di dedicare un'ora alla cosa e allora mi sembrava il caso di partire dalle commedie, che durano meno. Dopo dieci minuti ero già scoraggiato e pesantemente attirato dallo smartphone appoggiato sul tavolino davanti a me, ma ho tenuto duro e sono arrivato fino in fondo. In linea teorica i nomi coinvolti - David Gordon Green alla regia, Steven Soderbergh in produzione - dovrebbero garantire una qualità che, boh, non mi sembra esserci. Il tentativo è chiaramente quello di tirar fuori una specie di Superbad, o forse di Adventureland: ci sono gli anni Ottanta, ci sono tutti i riferimenti da anni Ottanta (musiche in primis, ma non solo) e c'è quel taglio a metà fra la comicità scorretta e la malinconia da adolescenza che se ne va. Solo che se passo tutto il tempo a rendermi conto che "Ah, qui dovrei ridere", c'è un problema. Poi, certo, magari il problema è mio, but still. Detto questo, i personaggi, per quanto non esattamente un tripudio di originalità, sono tutto sommato ben costruiti e hanno il potenziale per crescere se la serie va avanti.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Poca. Ma diciamo che se ne leggo bene in giro, magari, una chance glie la do. Tanto sta lì, su Amazon.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Average


Che cos'è?
Ce lo vendono come sguardo onesto al "dietro le quinte" delle complessità emotive e psicologiche della vita matrimoniale e della raggiunta consapevolezza di non essere più tanto giovincelli. Il che si traduce in un sacco di battute a sfondo erotico, situazioni che coinvolgono il sesso orale e un tentativo di sembrare onesti e privi di vergogna facendo finta che Girls non abbia spostato di svariati chilometri i confini del tollerabile quando si parla di questi argomenti. E infatti sembra il Girls del discount, nel senso che al discount certe cose non te le puoi permettere.

Come mi è sembrato?
Ma c'è un altro parallelo, con Girls. Di fondo, quella di Lena Dunham non è una commedia in senso stretto e, quando ti fa ridere, lo fa sempre lasciandoti addosso un certo senso di disagio. Si potrebbe dire lo stesso di Really, o quantomeno dell'episodio pilota di Really, con la differenza che questo, ad essere una commedia, ci prova eccome, e il senso di disagio te lo lascia addosso perché sei lì che, quando scatta il momento in cui dovresti ridere, sei tu a dire "Really?". Poi, per carità, volendo c'è anche qui del potenziale, senza contare che immagino a qualcuno faccia piacere vedere Sarah Chalke impegnata nelle sue evoluzioni sessuali col marito. Io, mentre lo guardavo, ho esclamato talmente tante volte "Really?" che a un certo punto ho deciso di interrompere la visione. E, voglio dire, non mi capita praticamente mai di abbandonare una cosa che inizio, ho quel genere di ossessivo-compulsività. Però qua mi sembrava proprio di stare buttando via il mio tempo. Solo che poi mi sono ricordato che c'era Selma Blair e ho deciso di riprendere la visione e arrivare fino in fondo. Ho sofferto abbastanza.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Pochissima, ma non escludo di cadere in tentazione quando (se) me le ritroverò davanti su Amazon. Giusto per vedere cosa fanno fare a Sarah Chalke e Selma Blair.


Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Poor


Che cos'è?
Altro giro, altra commedia, questa volta scritta, diretta e prodotta da Whit Stillman, di cui credo di aver visto solo il bizzarro Damsels in Distress. Si racconta di un gruppo di giovani e bellissimi rampanti americani che vivono a Parigi e passano le loro giornate chiacchierando seduti sui tavolini di vari locali. C'è Adam Brody che sembra arrivare per direttissima dal set di The O.C., c'è Chloe Sevigny che fa la donna affascinante e sfuggevole, c'è Carrie MacLemore nei panni dell'americana totalmente pesce fuor d'acqua e preda degli autoctoni dall'accento strano e ci sono un po' di altri (mediocri) attori a occupare lo spazio dei sagomati di cartone che fan da contorno.

Come mi è sembrato?
M'è sembrata la classica storiella di gente bellissima, pulitissima e di cui non me ne frega nulla, ma che immagino abbia un suo pubblico, altrimenti non continuerebbero a proporre storie del genere e non riuscirebbero, di tanto in tanto, a trasformarle in serie di successo. Anche qui, fra l'altro, s'è ripresentata la costante del mio esclamare "Really?" di fronte a ogni gag. Evidentemente è il tema delle serie comiche Amazon. Va comunque detto che l'ambientazione parigina regala al tutto un look diverso dal solito e che quantomeno si vede lo sforzo di ingaggiare attori che conoscano la lingua in cui si ritrovano a parlare (per dire, c'è Adriano Giannini nel ruolo dell'amico italiano che, in quanto italiano, ne se a pacchi su come si trattano le donne). Pare una cosa da poco, ma non è che sia esattamente la norma, nelle produzioni americane. Anzi, la norma è l'esatto contrario, americani che parlano lingue straniere completamente a caso. Ah, anche di questo ho interrotto la visione verso metà, ma insomma, visto che poi ho recuperato Really, mi sentivo in colpa a non guardare fino in fondo solo The Cosmopolitans, quindi ho rimediato. Ho sofferto molto.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Zero assoluto.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Poor


Che cos'è?
Un thriller ispirato ad eventi reali, per la precisione il caso delle diciotto cheerleader di Le Roy (New York) che nel 2012 si sono ritrovate preda di tic e reazioni fisiche incontrollabili, propagate fra di loro secondo delle modalità da isteria di massa mentale. Il fatto viene anche citato in questo episodio pilota, che quindi non si tratta di una rielaborazione in senso stretto ma di un "È già capitato!". Protagonista degli eventi è una psicologa chiaramente formatasi con un pratico corso in fascicoli della Hobby & Work, che viene chiamata a investigare sul caso ma nasconde un oscuro segreto: suo fratello è un condannato a morte e ogni tanto, quando lei va a trovarlo, si esibiscono in una deliziosa imitazione della coppia Lecter/Starling.

Come mi è sembrato?
Tolti i primi dieci minuti in cui le mani e le rughe di Mena Suvari mi hanno messo di fronte alla tragica realtà degli anni che sono passati da American Beauty e dal primo American Pie, ho onestamente fatto un po' fatica a trovare motivi d'interesse, più che altro perché respinto dalla solita banda di adolescenti tutte un po' ribelli, super sessualizzate e senza un minimo spunto di caratterizzazione che vada oltre gli ovvi cliché. Fondamentalmente il racconto prende l'episodio reale e lo fonde con la fissazione di questi anni per gli smartphone, i social network e i video su internet, generando un po' quella sensazione da telefilm che tenta in maniera impacciata di raccontare cose moderne e giovani. Alla fin fine, sono più interessanti - per quanto altrettanto banalotte - le storie di contorno e, tutto sommato, il rapporto bizzarro della protagonista col fratello lascia addosso un minimo di curiosità. Ma insomma, è poca cosa. Di certo, sono arrivato in fondo più che altro per senso del dovere, aiutato da un po' di cazzeggio su Twitter.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Nel caso, guarderò cosa se ne dice e mi farò un'idea.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Below Average


Che cos'è?
L'esordio televisivo di uno fra i registi più versatili in attività. Voglio dire, si possono discutere i risultati, ma di sicuro Marc Forster non è uno che si fa problemi a saltare come uno schizzato da un genere all'altro, e basta scorrere la sua filmografia per rendersene conto: Monster's Ball, Neverland, Stay, Vero come la finzione, Il cacciatore di aquiloni, Quantum of Solace, Machine Gun, World War Z. Ad ogni modo, Hand of God è il nuovo esponente del filone "Gente normale che sbrocca a causa di un evento traumatico" e nello specifico racconta del giudice Ron Perlman che, messo di fronte al tentato (e ai limiti del riuscito: è in coma) suicidio del figlio, scivola nei meandri di un trip religioso vendicativo e si lascia tentare dalla pratica di giustiziere della notte.

Come mi è sembrato?
Di sicuro è il pilota più curato sul piano visivo del gruppo e, beh, ci mancherebbe altro. Poi c'è Ron Perlman, che è un valore aggiunto per qualsiasi cosa e riesce a dare senso a un racconto che comunque viaggia costantemente sul baratro del ridicolo. È un po' tutto molto sopra le righe, tant'è che leggo in giro chi lo paragona a iniziare a guardare Breaking Bad quando Walter White è già completamente uscito di testa, ma tutto sommato ci sono degli elementi interessanti, anche se, onestamente, gli sviluppi sono piuttosto prevedibili. Il modo in cui tutto gioca sul "Ma sarà veramente pazzo oppure c'è del senso in quel che dice?", comunque, funziona abbastanza e fa conservare un minimo d'interesse fino alla rivelazione finale. O, quantomeno, ci riesce rispetto agli standard piuttosto bassi degli altri quattro episodi pilota.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Beh, devo ammettere che il finale mi ha incuriosito, non tanto per il colpo di scena abbastanza telefonato, quanto perché potrebbe essere divertente vedere come gestiscono tutto quel che c'è da svelare, oltre alla progressiva perdita della brocca di Ron Perlman (e del suo amico Garret Dillahunt, che in questo genere di ruoli è sempre ottimo).

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Above Average

Ho l'impressione di non essere esattamente parte del target di Amazon.

14.9.14

Lo spam della domenica pomeriggio: Finferli!



Questa settimana ho da segnalare due articoli scritti per IGN, una lunga e penso molto interessante intervista a David Braben, nella quale si chiacchiera di Elite: Dangerous ma non solo, e l'anteprima di NBA 2K15, che fa sempre piacere. Ah, c'è anche il Dite la vostra di oggi, dai. E ci sono, poi, pure dei video su Call of Duty: Advanced Warfare che ho doppiato. Sono contenuti prodotti da IGN US, quindi sono relativamente "miei", però comunque nel doppiarli credo di averci messo del mio. Forse. Vai a sapere. Ad ogni modo, sono quello sulla mappa Retreat, quello sul sistema Pick 13 e quello sulla mappa Recovery. Ci sarebbe anche un'intervista, ma lì di mio non ci ho messo davvero niente. Su Outcast, invece, devo innanzitutto segnalare due podcast: il nuovo Tentacolo Viola e il Reportage sulla GDC Europe 2014. E poi ci sono un Videopep e l'episodio di Old! dedicato al settembre 1984. E basta.

Nei prossimi giorni dovremmo registrare The Walking Podcast. Credo.

13.9.14

La robbaccia del sabato mattina: I trailer dell'orrore


Questa qua sopra è la prima foto ufficiale della Batmobile di Batman V Superman: Dawn of Justice. L'ha pubblicata Zack Snyder in persona su Twitter dopo che era partita la tarantella delle immagini di pessima qualità uscite più o meno da non si sa dove (stanno tutte raccolte a questo indirizzo qua, credo). Che dire, lo spirito mi sembra bene o male quello della Batmobile di Christopher Nolan: un carro armato. Alla fine, giusto così. Qua sotto, invece, c'è una foto del Millennium Falcon e di un X-Wing (più o meno) "beccati" durante una sessione di volo e postati dall'account di una scuola di pilotaggio.



Ma a questo indirizzo stanno altre foto, in cui si vede anche altra roba, tipo che gli X-Wing saranno di diversi colori, nientemeno, e che J.J. sembra voler suggerire fra le righe "Morte nera". Intanto, mentre Haley Joel Osment non si può veramente guardare sul set del nuovo film di Kevin Smith (Yoga Hosers), Antoine Fuqua ha annunciato un remake de I magnifici sette con Denzel Washington (mmm... ) e adesso metto qua sotto un paio di trailer, tutti sanguinari.



Tipo, questo è il nuovo trailer della quinta stagione di The Walking Dead e a me sembra che continuino a marciare pesantemente sul fatto di farci credere che questo nuovo cattivo sia una specie di Negan in anticipo sui tempi. Lo sarà? Boh, può essere, ma io continuo a ricordarmi molto bene le centododici volte in cui Rick e Shane sono andati nel bosco col fucile.



Qua abbiamo ABCs of Death 2, nuovo ed emozionante appuntamento con il rilancio del tritacarne a episodi. Purtroppo, sono colpevole: devo ancora guardarmi il primo episodio, e se è per questo pure il seguito di V/H/S, ma insomma, eh, ho avuto da fare.



Questo, invece, è il trailer che mette in fila i personaggi di American Horror Story: Freak Show, quarta stagione della serie di cui devo ancora guardare la terza, ma tanto non è che ci siano spoiler, visto che ogni volta è una storia diversa. Fra l'altro, se non ho capito male, sarà l'ultima annata con Jessicona Lange. Uffa.



Di questo non sapevo assolutamente nulla fino a quando ho visto il trailer. Si tratta di The Town That Dreaded Sundown, remake (ma anche pseudo-seguito, se sto capendo bene) del film omonimo del 1974 che dalle nostre parti era stato ribattezzato La città che aveva paura. Il trailer mi pare promettente, il regista viene, per l'appunto, da American Horror Story (e infatti Ryan Murphy produce) e Addison Timlin è sempre un bel vedere. Mboh? Ah, buon weekend.








Post by Tusk.


Vi ricordo che oggi esce al cinema in Italia Si alza il vento. Sapete cosa fare.

12.9.14

Necropolis - La città dei morti


As Above, So Below (USA, 2014)
di John Erick Dowdle
con  Perdita Weeks, Ben Feldman, Edwin Hodge, François Civil

John Erick Dowdle è un regista che si è costruito una carriera sostanzialmente facendo l'esperto di film horror found footage. Il che, se vogliamo, in un certo senso significa che quando si vuole fare un film horror spendendo poco o nulla si può chiamare lui e si va sul sicuro. Considerando la predominanza del filone negli ultimi anni all'interno del genere (e non solo), avere una cosa simile a curriculum deve far comodo. Ovviamente si tratta di mie elucubrazioni basate sul nulla, ma i fatti intanto ci dicono che, dopo il suo esordio cult The Poughkeepsie Tapes, ha diretto il remake americano di [Rec] (e scritto il seguito), poi Devil e adesso questo Necropolis. Guarda un po', tutti quelli di cui ha curato anche la sceneggiatura sono found footage e l'unica eccezione è il film dell'ascensore scritto da M. Night Shyamalan. John Erick Dowdle autore, quindi, ma di found footage, insomma. Poi, certo, il prossimo film da lui scritto e diretto viene presentato come un action/thriller in stile Taken, ambientato in Thailandia e con protagonisti Owen Wilson, Pierce Brosnan, Lake Bell e Michelle Monaghan (♥)... fatico a immaginarmelo girato in stile videocamera, anche se, vai a sapere, magari ci stupisce.

Comunque, tutta questa divagazione in apertura sta lì più che altro perché su Necropolis non è che ci sia molto da dire. Racconta di un'archeologa fissata col suo lavoro al punto dell'autolesionismo e figlia di un archeologo fissato col suo lavoro al punto dell'autolesionismo (e del suicidio). La nostra amichevole ragazza dal ricciolo rosso e dal sexy accento brit si presenta al pubblico durante una spedizione in Iran per recuperare uno strano manufatto e ci mostra subito il pretesto - utilizzato con coerenza dall'inizio alla fine - per la messa in scena da found footage: sta documentando la sua ricerca tramite l'utilizzo di videocamere, che per il resto del film si alterneranno fra strumenti tenuti in mano, poggiati su cavalletti e comodamente inseriti negli elmetti dei protagonisti. E insomma, la ragazza si salva a malapena dalla sua avventura, non si accorge di alcuni segnali che, se avesse visto qualche film horror in vita sua, le suggerirebbero di lasciar perdere e finisce in quel di Parigi, dove assembla un team scalcagnato per andare ad infilarsi nelle catacombe. L'obiettivo è recuperare la pietra filosofale, nientemeno, ma i nostri simpatici amici scopriranno, come anticipato dai segnali di cui sopra, che quella infame pietra ha generato cose indicibili.

Da lì in poi parte il classico film del genere, che punta tutto sul (presunto?) coinvolgimento emotivo offerto da inquadrature che non stanno ferme un secondo e ti portano lì, al centro dell'azione e dell'orrore. Poi, chiaro, come sempre, per non rendere il film inguardabile, spesso la macchina da presa viene utilizzata con una padronanza e una pulizia che non hanno alcun senso, se consideriamo che si tratta di piccole videocamere agganciate in testa a gente sull'orlo del collasso isterico causa discesa negli abissi dell'inferno, ma insomma, fa parte dei pretesti di base che chiunque si guardi un film del genere, bene o male, dev'essere disposto ad accettare. Anzi, a Dowdle bisogna concedere che lo spunto di partenza - infilarsi in un luogo suggestivo come le catacombe di Parigi e avere a che fare con il mondo dell'alchimia - viene sfruttato molto bene per dare al tutto un look a modo suo originale e ricercato, quantomeno nel contesto del found footage.

Ci sono belle suggestioni visive e gli ambienti sono costruiti in maniere interessanti, che sembrano, di nuovo, uscire più da una versione per adulti di un film in stile Indiana Jones che dal classico horroretto di seconda categoria. C'è insomma dell'ottimo materiale, che purtroppo viene appesantito da una banalità sconcertante, ed essa sì in linea con il genere di film, per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi e le trovate più puramente horror. Insomma, ci viene chiesto di spaventarci per le solite quattro cose e se sicuramente qualche sobbalzo d'accumulo, a furia di "buh", prima o poi arriva, è un po' tutto un trionfo del prevedibile. Poi, per carità, è un prevedibile comunque confezionato meglio, o comunque in maniera visivamente più interessante, rispetto alla media dei found footage, senza contare che il film comunque scorre in maniera dignitosa e in un paio di punti ci sono delle trovate che ti fanno perfino esclamare "Ah!". Ma insomma, siamo veramente dalle parti di quel genere di cose che vado a guardarmi giusto perché sono cinematograficamente bulimico (specie quando si parla di horror), ho la tessera flat e, beh, ho la scusa di farlo più o meno per lavoro.

L'ho visto al cinema, in lingua originale, qua a Parigi, l'altro giorno, anche se da queste parti è uscito qualche settimana fa. Ogni tanto i personaggi parlano in francese: lo fanno anche nella versione italiana o han brasato tutto? Ah, le grandi domande degli adattamenti! In Italia è uscito ieri.

11.9.14

Miyazaki al cinema e le ultime cose su Venezia


Come ben illustrato dalla locandina qua sopra, sabato "esce" al cinema in Italia Si alza il vento, ultimo, probabilmente senza virgolette, film diretto da Hayao Miyazaki. Le virgolette sull'uscita, invece, ci vanno perché, come ben illustrato dalla locandina qua sopra, il film rimarrà fuori solo per quattro giorni, quindi vi conviene sbrigarvi. La mia al riguardo l'ho scritta a questo indirizzo qua, un po' di mesi fa. Qua sotto, invece, ci metto quello che immagino essere l'ultimo appuntamento con la mia opera di rimbalzo delle notizie sulla rassegna dei film di Venezia, Locarno, Varie ed Eventuali a Milano. Mi sembra ci siano diverse cose interessanti. Godetene.

Prende il via, lunedì 15 settembre a Milano,
le
vie del cinema: un appuntamento imprescindibile per chi ama il cinema.
Il programma è online!
 
Cinecard e biglietti in vendita dalle ore 12.30 di venerdì 12 settembre
su www.lombardiaspettacolo.com e all'Infopoint Apollo spazioCinema.

Tra i film della 71. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia verranno proposti: THE LOOK OF SILENCE, di Joshua Oppenheimer dedicato alla drammatica storia recente indonesiana (Gran Premio della Giuria); ANIME NERE di Francesco Munzi accolto dal pubblico con tredici minuti di applausi; BIRDMAN OR (THE UNEXPECTED VIRTUE OF IGNORANCE) di Alejandro González Iñárritu con Michael Keaton, Zach Galifianakis, Emma Stone e Edward Norton; LE DERNIER COUP DE MARTEAU di Alix Delaporte (Premio Marcello Mastroianni a Romain Paul); TALES della regista turca Rakhshan Bani-E'Temad (Premio Migliore Sceneggiatura); ITALY IN A DAY di Gabriele Salvatores, PASOLINI di Abel Ferrara con Willem Dafoe; il film vincitore della Settimana Internazionale della Critica NO ONE’S CHILD di Vuk Ršumović; RITORNO A L’AVANA di Laurent Cantet, Premio delle Giornate degli Autori Venice Days.
Dal 67° Festival del film Locarno FROM WHAT IS BEFORE di Lav Diaz, Pardo d’oro; DURAK di Yury Bykov, Pardo per la miglior interpretazione maschile; FIDELIO, L’ODYSSÉE D’ALICE di Lucie Borleteau, Pardo per la miglior interpretazione femminile; LISTEN UP PHILIP di Alex Ross Perry, Premio speciale della Giuria.
Altre cinque opere premiate arriveranno dalla 50a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, dal 32° Bergamo Film Meeting e dal 31° Torino Film Festival. Infine, martedì 24 settembre, a chiusura della rassegna, verrà proiettato il film vincitore del Premio del Pubblico del 19° Milano Film Festival.
Diversi autori presenteranno le proiezioni dei film: Francesco Munzi, Davide Ferrario, Masbedo, Gianfranco Pannone.


Chiudo con un saluto alla famiglia Gasol, che sta passando un momento difficile.

10.9.14

The Raid 2


The Raid 2: Berandal (Indonesia, 2013)
di Gareth Evans
con Iko Uwaiss, Arifin Putra, Alex Abbad, Cecep Arif Rahman

Allora, partiamo da quel che non va. O che "non va", anche, per evitare fraintendimenti sul fatto che questo film è una roba di una bellezza rara. Vogliamo chiamarle cose discutibili? O magari "che potrebbero dar fastidio"? O addirittura "che potrebbero non piacere"? Dai, insomma, ci siamo capiti. Ecco, la base: il progetto Berandal era una roba già ampiamente avviata - nel senso che le riprese erano in corso - quando Gareth Evans e i suoi amichetti indonesiani hanno deciso di metterlo in pausa, pare per sopraggiunta consapevolezza di eccessiva ambizione e fondi insufficienti. E a quel punto, che fai? Ti dedichi a un progetto meno ambizioso - perlomeno dal punto di vista produttivo - e tiri fuori il primo The Raid, che incidentalmente è uno fra i migliori film d'azione (forse) di sempre e senza grossi dubbi può essere identificato come uno fra i più amati e probabilmente influenti degli ultimi anni. A quel punto la questione si fa fumosa, perché Wikipedia ci dice che Evans ha deciso di collegare i due film già mentre scriveva The Raid, ma è difficile non pensare che la cosa sia in realtà avvenuta a posteriori, sull'onda del successo riscosso da quel film e della consapevolezza che realizzare un seguito era la mossa più sensata.

Ora, non è che in tutto questo debbano esserci per forza dei lati negativi, eh, però è un po' difficile guardare The Raid 2 senza avere in testa la sua genesi ed evitare di pensare che il legame fra i due film e, in generale, un po' tutto il percorso narrativo del protagonista siano stati appiccicati in corsa e col nastro adesivo. Ed è anche un po' difficile osservare il nostro amico Yayan Ruhian e chiedersi che cacchio ci faccia lì in mezzo, nel seguito di un film nel quale il suo personaggio è morto malissimo. Specie considerando quanto la sua presenza appaia superflua e molto poco sfruttata sul lato action: in pratica sta lì per fare l'occhiolino ai fan e farti pensare che, beh, il cattivo di turno, se lo prende a schiaffi (certo, barando), dev'essere davvero forte. Si chiama pure Prakoso, che in italiano sembra veramente un nome messo lì alla come capita perché non ti ricordi quello vero. Poi, per carità, in un film del genere non è certo la solidità della componente narrativa l'aspetto più importante, ma in fondo The Raid funzionava anche perché la trama, nella sua essenzialità, non faceva una grinza e coinvolgeva in maniera viscerale. Qua non va esattamente allo stesso modo e, soprattutto, nel momento in cui il caro Gareth - giustamente - prova a dirigere un seguito molto diverso e a dare maggior peso alla narrazione, improvvisamente questo genere di problemi si fa sentire di più.

Perché sì, The Raid 2 - di nuovo: giustamente - sceglie una strada diversa rispetto al primo episodio, non replica il film tutto basato su un singolo pretesto e mette anzi in scena un racconto articolato. Che però è anche un racconto non particolarmente distinguibile dal melodramma criminoso asiatico medio, con tutti i suoi elementi al posto giusto, realizzato in maniera più che dignitosa, e abbondantemente immerso nel già visto. Alla fin fine non va poi così distante dall'essere l'Infernal Affairs di Gareth Evans. Poi, certo, questo significa che è un Infernal Affairs in cui le questioni vengono risolte attraverso scazzottate splendide, lunghe, elaborate, violentissime, brutali come poche e girate in una maniera fuori dalla grazia di Dio, ma del resto la bellezza del film sta anche lì. Di fondo, a Gareth Evans va dato atto che il suo film di gangster all'orientale, pur non offrendo un singolo spunto particolarmente fuori dalla norma del genere, funziona, non disturba e fa il suo dovere (accompagnarci fra un massacro e l'altro) in maniera dignitosa. Magari non lo fa in una maniera riuscita fino in fondo, perché non riesce - o comunque non c'è riuscito con me - a trovare un coinvolgimento emotivo paragonabile a quello dell'uomo disperato, in trappola, del primo film, forse anche perché gli manca un cattivo carismatico come Mad Dog, che si mangiava la scena con due sguardi e che con quel semplice cenno con cui indicava ai suoi due avversari di allargarsi per tirar meglio gli schiaffi, beh, avviava un qualcosa di davvero travolgente. Riguardiamolo assieme.



Ecco, questa cosa qua sopra, al termine di un film pazzesco che ci aveva portati fino a lì, in The Raid 2 manca forse un po', per quanto il combattimento finale sia una roba fuori dal mondo e probabilmente superiore a questa. Ma meno trascinante. E mi rendo conto che sto parlando di coinvolgimento personale e sto addirittura per azzardare che sia in parte una questione di cambio alla direzione della colonna sonora, ma che volete che vi dica? The Raid è un'esperienza talmente mistica da riuscire a farmi rimpiangere un po' le musiche di Mike Shinoda. Roba da pazzi. Ad ogni modo, sarebbe anche ora di finirla con le premesse e mi limito solo ad aggiungere un'altra faccenda: The Raid 2 è ambientato in un mondo in cui tutti ragionano come Mad Dog. Un mondo, quindi, in cui le pistole sono roba da sfigati e che è lecito utilizzare solo ed esclusivamente quando è fico farlo. E lo stesso vale in generale per l'utilizzo delle armi: spade, mazze da baseball, lame di vario tipo e bocche da fuoco vengono estratte solo nei casi in cui è scenicamente appropriato farlo, o magari necessario perché si deve mandare un certo tipo di messaggio (e, proprio per questo, estrai il machete e poi neanche lo usi). Il resto del tempo viene trascorso pestandosi brutalmente, in situazioni in cui basterebbe una pistola per risolvere tutto senza problemi, e lo si fa anche a costo della propria vita.

Questa cosa diventa evidente dopo le prime due scene d'azione, in cui l'utilizzo delle armi ha un senso, e alla fine farci caso o meno è, di nuovo, una questione di sensibilità personale. A me non ha dato particolarmente fastidio: funziona così e ne prendo atto. Di certo, la presenza dei due cretini che vanno in giro armati di mazza da baseball e martelli è figlia dell'estremizzazione di questo spunto di partenza e, di nuovo, può piacere o meno ma l'impressione mia è che, pur nella coerenza del mondo pazzo in cui è ambientato il film, risultino due elementi schizzati e abbastanza fuori posto. Dopodiché, una volta che entrano in azione, hanno dalla loro argomenti difficili da contestare, soprattutto nel modo meraviglioso con cui ostentano spocchia durante le brutali esecuzioni, ma per esempio il loro confronto finale è piuttosto limpido nel mettere in luce due problemi. Da un lato, Miss Martelli è palesemente a disagio contro un atleta che viaggia al doppio della velocità e deve tenere tirato il freno a mano per non farle fare brutta figura. Dall'altro, l'esplosione di rabbia di Mister Mazza funziona talmente bene da far risaltare il fatto che stiamo seguendo da quasi due ore le vicende di un uomo preda di un melodrammatico desiderio di vendetta talmente appiccicato con lo sputo che quasi si finisce per dimenticarsene.

E alla fin fine la "stranezza" narrativa di questo film sta un po' tutta lì: due ore a raccontare vicende contorte su famiglie criminali per poi mettere tutta l'azione in mano a personaggi secondari. La cosa, se vogliamo, è anche interessante, ma il risultato è che quando vedi quel primo - tesissimo - confronto veloce fra Iko e Cecep, quando queste figure di contorno rubano il palcoscenico appena c'è da menare, ne noti il carisma e ti chiedi se non sarebbe stato più interessante un film che parlava di loro. Forse no, per carità, ma insomma, alla fin fine, sbaglierò, credo che se il primo The Raid era riuscito a trascinarmi maggiormente sul piano emotivo c'entrava molto il suo raccontare la storia di chi combatteva e non di chi ordinava ad altri di combattere.



Ma vediamo se riesco ad andare al dunque. Prima parlavo delle due scene d'azione iniziali. Ecco, The Raid 2 è un film che dopo venti minuti o giù di lì ti ha già messo davanti a due fra le scene di CAZZOTTI FORTISSIMI più belle che vedrai nella tua vita. Quella prima rissa al cesso che ho comodamente riportato qua sopra è qualcosa di pazzesco, con cui Gareth Evans ribadisce il suo essere in grado di muoversi nello stretto come nemmeno Maradona e chiarisce subito che anche se magari seguirai una storia già vista mille volte, quella storia servirà a mostrati le MAZZATE FORTISSIME come forse non le hai viste mai. La rissa in prigione, poi, oltre ad essere qualcosa di pazzesco per visceralità e complessità, apre le porte al tentativo, da parte di Evans, di mostrare maggior ambizione sul piano registico e della composizione della scena. Ambizione che si manifesta in entrambe le direzioni.

Da un lato, le scene di raccordo hanno la solidità di un film che ambisce ad essere qualcosa in più che una semplice sequela di gente che muore male e sono immerse in trovate estetiche magari non delle più originali, ma realizzate con grande padronanza e, sostanzialmente, proprio belle. Dall'altro, l'azione si allarga in territori ben lontani da quelli del condominio da cui tutto è partito e regala per esempio un inseguimento in auto allucinante, in cui la macchina da presa se ne va in giro come se niente fosse da un veicolo all'altro, uscendo di qua e rientrando di là, mentre la gente si pesta come se non ci fosse un domani arrotolandosi fra le cinture di sicurezza e tu torni a chiederti quanta manovalanza abbia perso la vita durante la lavorazione di questo film incredibile. E insomma, si può discutere quanto si vuole di ciò che sta fra una scena d'azione e l'altra ma, parliamoci chiaro, The Raid 2 te lo guardi per un motivo ben preciso e in quel senso, beh, mamma mia.

Perché The Raid 2, sì, è senza dubbio il seguito giustamente molto diverso che Evans aveva il dovere di provare a realizzare ed è un film a cui i punti deboli non mancano, a prescindere poi da quanto li si possa patire in base alla propria sensibilità personale. Ma è anche una raccolta delle scene d'azione più frenetiche, brutali, viscerali, violente e furiose che si siano mai viste. È una roba che parte, ti prende e ti sbatacchia senza pietà, per mano di un regista che ha dalla sua clamorosa padronanza della macchina da presa, inventiva a pacchi, voglia di stupire, scarso interesse nel tirare il freno a mano, ambizione e capacità di mettere in scena l'azione in maniera coerente, efficace e visivamente certo non banale. Racconta la violenza come non saprei dire chi altro oggi e lo fa affidandosi a gente che si agita su schermo in maniera pazzesca, sfuggendo dall'idea del circo e inseguendo quella dei cazzotti che fanno male. Insomma, il punto che bisogna far passare e che spero di riuscire a comunicare, anche se come mio solito ho finito per avvoltolarmi un po' su me stesso, è che in questi giorni The Raid 2 arriva in Italia, purtroppo direttamente sul mercato dell'home video, e voi dovete andare a comprarlo. Capito? È un ordine.

Io l'ho visto al cinema qualche settimana fa, qua a Parigi, in lingua originale coi sottotitoli in francese. E, beh, questa roba qua, vista sul grande schermo, fa un certo effetto, bisogna dirlo. Ma insomma, il primo episodio l'ho visto in Blu-ray e non è che non sia stato dall'inizio alla fine con la bocca spalancata. Dai, forza, procedete.

9.9.14

American Horror Story: Asylum


American Horror Story: Asylum (USA, 2012/2013)
creato da Ryan Murphy e Brad Falchuk
con Jessica Lange, Evan Peters, Zachary Quinto, Sarah Paulson, Lily Rabe, James Cromwell, Lizzie Brocheré

Dopo aver visto la prima stagione di American Horror Story, ci si avvicina alla seconda sicuramente preparati e pronti a un nuovo frullato spinto di cose a caso gettate dentro a calci in culo. Ovviamente l'effetto sorpresa un po' si perde, quindi, per compensare, ma anche per non tradire lo spirito della serie, gli autori non potevano che strafare. E quindi, già nella prima puntata, ci troviamo per le mani un serial killer con la maschera in pelle umana (la cui attività, oltretutto, si manifesta a cavallo fra due epoche), poi un'assassina psicopatica, un manicomio pieno di freak, suor Mary di Candy Candy, uno scienziato pazzo che fa esperimenti, il cantante dei Maroon 5, delle bizzarre creature mutanti e, per sicurezza, pure i rapimenti alieni. Poi, nel dubbio che tutto questo non basti, nella seconda puntata arriva pure una possessione demoniaca, condotta nientemeno che da Satana in persona, o al limite da un bravo imitatore. Ecco, alla fine, American Horror Story, è questa cosa qua. E non è che andando avanti il senso di sovraccarico si snellisca particolarmente, se consideriamo che arrivano pure una tizia che sostiene di essere Anna Frank e Ian McShane nei panni di un Babbo Natale serial killer.

È chiaro che per apprezzare questa serie bisogna essere disposti ad accettare il guazzabuglio infame, anzi, a goderselo e divertircisi. Se il continuo eccesso - non solo di cliché dell'horror, ma anche nella messa in scena spintissima e nella recitazione tutta fatta di accenti esagerati - allontana dal coinvolgimento, beh, c'è poco da fare. Se invece questa sorta di miscuglio, che in fondo, come spirito e assenza totale di vergogna, non va poi così lontano da una versione più spinta e brutale dell'immaginario horror di Buffy l'ammazzavampiri, non solo piace, ma addirittura diverte, beh, qua di motivi per divertirsi ce ne sono proprio tanti. Ma non c'è solo il tripudio del frullatone, perché se la seconda stagione di American Horror Story è stata quella della consacrazione e del trionfo fra un premio e l'altro (diverse vittorie, una caterva di nomination), beh, i motivi sono evidenti, innanzitutto nell'impressionante sequela di grandi performance scodellate dagli attori. Jessica Lange, per il secondo anno in fila, si mangia chiunque altro, e questa volta ha anche dalla sua un personaggio che non si limita a fare la macchietta e trova anzi un gran bell'arco narrativo, forse quello più ricco e interessante. Ma un po' tutti hanno parecchio da dire e si divertono con interpretazioni esagerate e cariche di voglia. James Cromwell m'ha fatto dimenticare il vuoto spinto della sua partecipazione alla peggior stagione di 24 (che casualmente ho visto non molto tempo fa) e Joseph Fiennes è un tripudio di accento sparato completamente a caso, ma veramente tutti dicono la loro e fra l'altro è anche divertente vedere il totale ribaltone di ruoli e importanza assegnati ai diversi attori nel passaggio fra la prima e la seconda annata.

Dopodiché, in tutto questo paciugo, a rendere davvero meritevole la faccenda non sono solo il minestrone e il divertimento con cui viene messo in scena. C'è un racconto interessante e divertente da seguire, anche per il modo in cui gioca coi ruoli dei personaggi, suggerendo protagonisti che poi diventano comprimari e svelando le sue carte ben più avanti, quando ci si rende conto che il personaggio centrale della vicenda è quell'altro lì. Nel farlo, poi, riesce anche più rispetto alla prima stagione nel tentativo di restituire quelle sensazioni di disagio che ci dovrebbero essere in un racconto dell'orrore: se da un lato è (per lo più) evidente la divisione fra buoni e cattivi, dall'altro i confini sono progressivamente sempre più sfumati. Lungo il corso della stagione ci si trova spesso a tifare di qua o di là e perfino i personaggi più insopportabili hanno i loro momenti in cui si rendono apprezzabili, così come gli eroi della situazione mostrano lati oscuri. E il risultato è anche che quando, come nella prima stagione, va tutto inevitabilmente a mignotte e quasi ogni personaggio finisce male, un bel tono malinconico s'impadronisce della serie e apre le porte ad alcuni fra i momenti migliori. Che non sono quelli - pur divertentissimi - di delirio e non offrono svolte clamorose come quella della prima annata, si concretizzano invece in quegli attimi di calma e grande forza emotiva e tappezzano l'ultima, avvolgente, manciata di episodi. Dominque-nique-nique.

Mi sono guardato tutto quanto nel giro di pochi giorni grazie a quella cosa magica che è Netflix. Ah, che bello Netflix. Ti voglio bene, Netflix.

8.9.14

Masters of Sex - Stagione 1


Masters of Sex - Season 1 (USA, 2013)
creato da Michelle Ashford
con Michael Sheen, Lizzy Caplan, Caitlin Fitzgerald, Nicholas D'Agosto, Beau Bridges

Quel simpatico fenomeno in base al quale io tendo a guardarmi le serie TV un po' quando capita, praticamente mai mentre vengono trasmesse, perlomeno aspettando di avere a disposizione l'intera stagione, fa sì che poi mi becchi spesso spoiler di qualche tipo. La cosa affascinante sta nel fatto che non me li becco per le serie di cui non me ne frega nulla e su cui non poserò mai lo sguardo, ma sempre su cose che prima o poi mi metterò a guardare, anche se magari, sul momento, non penso lo farò. In realtà, nel caso di Masters of Sex, questa cosa non si è verificata e fondamentalmente le uniche vere "svolte narrative" di cui sono a conoscenza stanno nel suo essere basato su eventi reali, per quanto immagino ampiamente romanzati. E quindi, ecco, so già che quella certa qual storia d'amore tanto cicci e perfetta è destinata a finire giù per lo scarico del cesso. Nel guardare questa prima - bellissima - stagione, però, si è verificato quell'altro fenomeno possibile, dato dal fatto che nel frattempo in America era tornata in onda la serie: incappare in opinioni di gente che si professa delusa da una seconda stagione apparentemente meno riuscita. Ma ovviamente ci sono pareri discordanti, vai a sapere, whatever, tanto la sto registrando in TV e appena finisce me la guardo. Qua, invece, dopo aver guadagnato tempo parlando a vanvera per un paragrafo, chiacchieriamo un po' della prima - bellissima - stagione.

Masters of Sex, immagino lo sappiano anche i sassi, è basato sulla biografia Masters of Sex: The Life and Times of William Masters and Virginia Johnson, the Couple Who Taught America How to Love e racconta del lavoro di ricerca ossessivo da parte di William Masters e Virginia Johnson nel campo della sessualità umana, oltre che della relazione fra i due. Chiaramente, dato che stiamo parlando degli anni Cinquanta e Sessanta, la loro ricerca è roba da pionieri ed è inevitabilmente vista con dubbio, sospetto e magari pure un po' di disgusto e riprovazione. Altrettanto chiaramente, come si conviene a una serie TV americana, il tema centrale del racconto viene sfruttato anche come filtro attraverso cui raccontare le storie dei vari personaggi e lo spaccato di un'epoca. Non solo il triangolo fra Masters, sua moglie e Virginia, ma in generale un po' tutto il cast di supporto viene approfondito anche e soprattutto in quanto pretesto per parlare di sessualità, di morale, di perversioni (o presunte tali) e, insomma, di tutte quelle cose che non si dicono ancora oggi, figuriamoci all'epoca. Nel farlo, come è giusto e inevitabile, Michelle Ashford e il suo team di sceneggiatori si prendono tantissime libertà rispetto ai fatti documentati, creando personaggi che mescolano uomini realmente esistiti e tirando fuori un cast decisamente azzeccato e intrigante, le cui interpretazioni non sfigurano di fronte a due protagonisti comunque fuori scala.

La storia, poi, viene raccontata con un tono perfettamente azzeccato, che riesce a palleggiarsi meravigliosamente bene gli scarti fra momenti d'esilarante imbarazzo, sviolinate romance e improvvisi picchi di dramma, il tutto messo in scena con un taglio che punta ovviamente su una ricostruzione storica di gran livello, ma mi sembra un po' più terra terra e meno "cartolina dagli anni Sessanta" rispetto a Mad Men (ma questa è solo un'impressione mia, che fra l'altro non saprei bene come descrivere meglio di così, quindi facciamo finta di niente, anche perché Mad Men, intendiamoci, mi piace da matti). Quel che ne viene fuori, comunque, è una storia appassionante in ogni suo aspetto: la storia della ricerca portata avanti, certo, ma anche il ritratto del contesto storico e le vicende personali dei vari personaggi. Poi, non è che questi primi dodici episodi siano un orgasmo continuo, anzi, ogni tanto c'è qualche passaggio in cui le cose si ammosciano, ma poi ti trovi davanti momenti che mozzano il fiato come quello là verso metà stagione, ti senti preda della tensione di fronte a una semplice conferenza medica come quella dell'ultimo episodio o, in generale, ti rendi conto di essere stato totalmente catturato dalle storie di questa gente lontana del tempo e a quel punto è finita, sei in trappola. Sempre che nella seconda stagione non vada tutto a rotoli.

Ah, la voce in lingua originale di Lizzy Caplan che parla con quel tono di voce tutto suo mentre arriccia labbra e nasino è una roba da vietare ai minori.

 
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