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25.12.14

L'immagine natalizia geek banalotta di quest'anno


Scrivo questo post quasi una settimana fa, così, perché sto aspettando che il computer finisca di elaborare una cosa e c'ho tempo da perdere. Auguri, fate i bravi, mangiate come porci, non mangiate troppo, buon Natale, buon anno, whatever.

Probabilmente, mentre questo post viene pubblicato, io mi starò preparando a morire invaso dal mio stesso intestino. O qualcosa del genere. Burp.

24.12.14

Spring


Spring (USA, 2014)
di Justin Benson, Aaron Moorhead
con Lou Taylor Pucci, Nadia Hilker

Spring è il secondo film degli autori di Resolution, che non ho visto ma che una persona di cui mi fido abbastanza ha consigliato in una maniera della quale mi fido abbastanza. È ambientato in un paesello dell'Italia del sud che ho trovato ritratto in maniera abbastanza credibile, semplicemente normale, non troppo distante da ciò a cui sono abituato quando vado a gironzolare nell'Italia del sud, nonostante, per carità, abbia un paio di elementi curiosi che fanno folklore e sono a due passi dalla macchietta. Anzi, paradossalmente, l'unico vero sprazzo di cliché totale del turismo è un personaggio americano che si manifesta a un certo punto, comportandosi da turista cretino, maleducato e casinista americano. Dopo la proiezione al PIFFF 2014 ho pure preso il coraggio (e il microfono) stretto in mano, ho fatto presente alla platea che sono italiano e in francese non ce la posso fare e ho chiesto in inglese al duo se si erano posti il problema, se ci tenevano a realizzare un film in cui l'Italia non sembrasse uscita da un episodio de I Griffin. E mi hanno risposto di sì, che li ha aiutati il supporto della troupe e che le numerose vacanze zaino in spalla che il Benson s'è fatto dalle nostre parti hanno dato una mano. Insomma, bravi.

Un'altra cosa che ho fatto dopo la proiezione è stata prendere il mio bel bigliettino e dare il voto più alto fra tutti quelli che ho assegnato nel corso del festival, in cui il vincitore del concorso principale viene deciso dal pubblico. E alla fine, guarda un po', Spring ha vinto, portandosi a casa il premio e gli applausi della folla. A me fa piacere. Benson e Moorhead son simpatici, due bravi regaz. Dopo la proiezione hanno pure invitato tutti ad andare a farsi una birretta con loro nel pub di fronte, ma io dovevo rimanere in sala come un disadattato per spararmi la maratona notturna sui film di alieni. Però si apprezza il gesto, no? E magari chi mi legge apprezzerebbe che parlassi pure un po' del film. Parliamone. Spring è una romantica storia d'amore fra quello che nel remake di La casa leggeva incautamente il libro e una tizia dalle origini nebulose con nascosto nel cuore un tremendo segreto.

Materiale abbastanza tradizionale, insomma, ma scritto, diretto e interpretato da gente di talento. Spring non si vergogna di raccontare l'ennesima storia d'amore dannato, facendolo però in maniera sincera e per nulla stucchevole, inventandosi una mitologia di fondo intrigante e a modo suo originale, non tirandosi indietro in quel paio di momenti in cui bisogna mettere sul piatto la mostruosità e viaggiando su binari a metà fra l'horror, la commedia romantica e il film indipendente tutto silenzi e protagonisti mogi. E quando si arriva al dunque, incredibile ma vero, i protagonisti non si lasciano andare alla cretinaggine e decidono invece di affrontare la questione di petto, viaggiando verso un finale che funziona proprio per questo, oltre che per la notevole intesa fra i due attori. Insomma, non è che Spring sia il nuovo capolavoro dell'horror indipendente, anzi, però è una bella storia semplice, gradevole e - bonus - messa in scena tirando fuori il sangue dalle rape, con effetti speciali a basso budget che funzionano e un discreto manico dietro alla macchina da presa.

S'è fatto il giro di svariati festival mondiali e, se interpreto bene quanto dicono nella pagina ufficiale su Facebbok, alla fine ha trovato un accordo di distribuzione. IMDB lo dà in uscita in Gran Bretagna ad aprile.

23.12.14

Starry Eyes


Starry Eyes (USA, 2014)
di Kevin Kolsch, Dennis Widmyer
con Alex Essoe

Cinico, brutale, pessimista, senza speranza alcuna e testardamente intenzionato a mandare in vacca qualunque punta di buonismo, anche a costo di risultar ridicolo, Starry Eyes non è esattamente un film di Natale, ma destino vuole che finisca a scriverne proprio sotto Natale. Cose che capitano. È il secondo lungometraggio di Kevin Kolsch e Dennis Widmyer, coppia di registi che da una decina d'anni naviga nel sottobosco hollywoodiano e, forse, racconta qui anche un po' la propria esperienza nella città degli angeli e dei sogni infranti (o una versione estremizzata della stessa, si spera). Protagonista è la bella, ambiziosa, scoglionata e piuttosto brava Sarah, interpretata da una bella, volenterosa e [che ne so, non la conosco] Alex Essoe, che si dedica anima e core al ruolo passando attraverso una distruzione fisica, estetica e morale devastante.

La storiellina è semplice e prevedibile, potenzialmente quella di chiunque amerebbe mettere in pratica il proprio talento per un lavoro creativo ma si ritrova a sbattere contro il muro della mancanza di opportunità. Racconta di una donna che vuole sfondare nel mondo del cinema e vive non lontano da una certa qual scritta sulla collina, assieme a un gruppo di persone dai desideri simili ma un po' più rassegnate. La differenza fra lei e loro, scopriremo pian piano, sta soprattutto in quel che si è disposti a fare pur di ottenere il successo, nei livelli a cui si è pronti a spingersi e in quel che si ritiene accettabile, se non addirittura necessario. Circondata da mediocri, con davanti agli occhi il miraggio del successo, Sarah si lascia sedurre da un produttore che le offre il mondo e si ritrova immersa in un delirio di folle autodistruzione. Ed è tutta colpa sua.

A fronte di sviluppi tutto sommato prevedibili e di un metaforone buttato lì un po' coi guanti da forno, la forza di Starry Eyes sta soprattutto nella mancanza di pietà con cui tratta la sua protagonista, trasformandola da eroina con cui identificarsi a mostro disgustoso. Giunta alla rivelazione su quel che realmente vuole, Sarah incomincia a passeggiare sulle vite di persone magari mediocri, normali, senza ambizioni, ma che quantomeno non ti piglierebbero a coltellate pur di recitare in un filmetto di quart'ordine. E la sua trasformazione in creatura di successo, l'ingresso nell'elite che tando desidera, si manifesta anche e soprattutto sotto forma di espressione fisica, attraverso una mutazione del corpo ipnotica, disgustosa, brutale, che sembra un po' una versione patinatella del Cronenberg dei tempi belli. Ma di fondo, quel che resta dentro, come nei migliori horror che non si vergonano d'esserlo, è il senso di disagio figlio, certo, della trasformazione subita da Sarah, ma anche e soprattutto della bravura con cui Kolsch e Widmyer spostano mano a mano l'empatia verso il cast di contorno, banda di sfigati che in altri film vorresti solo veder scomparire e qui ti lasciano di sasso mentre vengono travolti dalla furia della protagonista.

L'ho visto al Paris International Fantastic Film Festival 2014 di fine ottobre. Nel frattempo è uscito negli USA, al cinema e in VOD, quindi immagino sia reperibile senza troppa fatica. Fun fact: il film è nato con una campagna di raccolta fondi su Kickstarter.

22.12.14

Disengage!


Ieri sono partito per l'Italia, pronto a farmi il Natale a base di meeting coi parenti, amici, tanti guai e indigestioni assortite. A meno di ripensamenti dell'ultimo secondo, ho staccato tutto. Ho lasciato il laptop a casa, ho disattivato la sincronizzazione della mail sul telefono e se qualcuno mi dovesse rivolgere la parola, mi metterò le mani sulle orecchie e scapperò urlando. Appariranno comunque qua sul blog un paio di post che ho scritto in anticipo e programmato, perché venerdì pomeriggio m'avevano già tolto dal cinema White God e quindi non c'avevo niente di meglio da fare. Fate i bravi.

Rientro la prossima settimana, comunque. Niente di che.

21.12.14

Lo spam della domenica mattina: Ciaobbelli


Questa settimana su IGN sono uscite delle cose che ho firmato. Lunedì l'anteprima + intervista su Total War: Arena. Giovedì il mio personalissimo insulto all'intera industria videoludica e ai videogiocatori. Venerdì il mio contributo su Tengami nel nuovo episodio di Indiegram. Nel mentre, su Outcast abbiamo uscito la mia recensione di Shovel Knight, la mia recensione di Costume Quest 2, l'Outcast Reportage dedicato alla Game Connection Europe 2014 e l'Old! sul dicembre del 1994. Ah, e ieri è pure uscito il nuovo episodio del podcast L'occhio del Beholder, in cui si parla di giochi di ruolo e a cui mi hanno invitato a partecipare. Sta a questo indirizzo qua. Il che mi fa venire in mente che qualche tempo fa ho di nuovo partecipato con Giovanna a Italiani, questa volta per chiacchierare di Parigi. Solo che quel pirla di Vitoiuvara non m'ha avvisato della pubblicazione, quindi lo segnalo adesso. Sta a quest'altro indirizzo qua.

Sono ufficialmente in ferie per una settimana. Arriveranno comunque cose che ho preparato in anticipo, tipo un altro podcast. Non molte qua sul blog, temo, but still.

20.12.14

La robbaccia del sabato mattina: Pixelloni


Questo qua sopra è uno dei poster di Pixels, il film ispirato a quel vecchio video con i personaggi dei videogiochi che invadevano la realtà. Farà quasi sicuramente cagare, comunque gli altri poster stanno a questo indirizzo qua. Saltando di palo in frasca, segnalo che AMC ha annunciato l'ambientazione per The Walking Dead: Cobalt. Sarà Los Angeles! Mh. A questo punto pretendo le guest star che interpretano loro stesse. Voglio il procedurale incentrato sul Bill Murray della settimana. Vabbuò, io comunque continuo a sperare (inutilmente, temo) che la impostino come serie antologica. Nel frattempo, Sony si è cacata sotto (o ha fatto finta di cacarsi sotto nel contesto di una complessa manovra di marketing, o ha colto la palla al balzo, o whatever) e ha dichiarato che The Interview non esce al cinema, non esce in home video, non esce in streaming e se qualcuno s'azzarda a buttar fuori un torrent lo sculacciano. Boh. Meravigliosa la reazione di James Gunn.

The Gunman, in cui anche Sean Penn tenta di vincere alla lotteria di Liam Neeson, per altro affidandosi al regista del primo Taken. Che dire, sembra veramente una roba da pilota automatico totale e, oltretutto, Sean Penn, nonostante il bicipite guizzante, lo trovo brutalmente fuori luogo, senza un briciolo del carisma di Liam e con una voce da sfigato che c'entra proprio poco. Boh.



A proposito di pilota automatico, Wild Card, il nuovo film con Jason Statham. Il trailer parte bene col maglione aderente di Sofia Vergara, ma poi sprofonda nella noia e ha come unico rantolo di vita il piazzare verso metà le parole "William Goldman". Dubito siano sufficienti.



Primo trailer per Knight of Cups, il nuovo film di Terrence Malick ispirato a 2 Girls 1 Cup,  con protagoniste Natalie Portman, Imogen Poots, Cate Blanchett e Teresa Palmer. Sarebbe bello, eh? E invece c'è anche Christian Bale e non ci si capirà nulla.



Italiano medio diventa un film. Probabilmente molto brutto. O magari riesce il miracolo. Chissà. Scopare!




Ho fame.

19.12.14

Lo Hobbit - La battaglia delle Cinque Armate


The Hobbit: The Battle of the Five Armies (USA, 2014)
di Peter Jackson
con Martin Freeman, Richard Armitage, Luke Evans, Evangeline Lilly, Ian McKellen, Lee Pace, Orlando Bloom

L'altro giorno leggevo un'intervista a James Cameron, in cui chiacchierava di tutta 'sta faccenda dei 48 fotogrammi al secondo, del fatto che fondamentalmente si sta sperimentando, che ci sono diverse teorie e idee al riguardo, di come è normale che un'innovazione sulle prime incontri perplessità e che del resto un tempo i film si guardavano a 15 fotogrammi al secondo ma adesso non ci sogneremmo mai di farlo e bla bla bla. Un aspetto interessante della chiacchierata verteva sul fatto che lui sta valutando di puntare su un approccio un po' diverso da quello di Peter Jackson (che ha girato i suoi tre Hobbit interamente a 48 FPS, anche se poi sono stati distribuiti in doppia copia, disponibili anche coi tradizionali 24) e sta pensando, per i nuovi Avatar, di alternare le due vie: 48 fotogrammi (o quel che sarà) nei momenti in cui ritiene di averne bisogno, per esempio sulle panoramiche ampie, nelle scene particolarmente dense sul piano degli effetti visivi, e 24 fotogrammi altrove.

Il discorso, del resto, è che i 48 fotogrammi al secondo permettono una pulizia, una profondità e una qualità dell'immagine incredibili, con la scomparsa (o, insomma, la profonda riduzione) di tutta una serie di imperfezioni, soprattutto relative al movimento, la comprensione, la leggibilità delle immagini (ma anche dei difetti delle stesse, va detto). E alla fine è proprio a questo che fa riferimento Cameron, al desiderio di realizzare determinate cose che, di fatto, con i sistemi di proiezione tradizionali non ha neanche senso mettere a schermo, perché semplicemente vanno perse. È una cosa nettamente percepibile, ancora di più nel contesto delle proiezioni 3D, che aggiungono tutta una serie di difetti, fra scie, problemi di fuoco, immagini sdoppiate, del tutto assenti con la proiezione HFR. E ancora, è anche una questione di comfort. Uno stile registico come quello di Peter Jackson è faticoso per l'occhio, ancora di più con addosso quei malefici occhialetti. Me ne sono reso particolarmente conto l'anno scorso, quando ho deciso di andarmi a guardare La desolazione di Smaug all'Imax, dove veniva proiettato a 24 fotogrammi al secondo. E la scorsa settimana, quando mi sono visto La battaglia delle cinque armate in HFR, ho invece confermato le impressioni che mi erano rimaste addosso due anni fa dopo la visione di Un viaggio inaspettato. E infatti, ci pensavo l'altro giorno, non mi stupisce per niente che in Oculus VR parlino di 90 FPS (o, meglio ancora, 120) come obiettivo fondamentale per un funzionamento confortevole e adeguato della realtà virtuale.

Poi, certo, il "problema" di base è che si tratta di un modo di guardare film completamente nuovo, a cui non siamo abituati e che, oltretutto, leghiamo inconsciamente alla televisione, ai filmini amatoriali, ai videogiochi, a tutti quei contesti, insomma, per i quali è normale avere un numero di fotogrammi per secondo superiore. La conseguenza è che, a un primo impatto, paradossalmente (o forse no), qualcosa che in teoria è più vicino alla realtà finisce per dare una sensazione di più finto. E ovviamente la percezione varia da persona a persona: c'è chi l'ha odiato e basta, c'è chi l'ha adorato, c'è chi neanche ci fa caso. Personalmente, mi ci abituo nel giro di una mezz'oretta e da lì in poi non ci faccio più caso e mi godo anzi solo i lati positivi della cosa, che sono tanti. Anche per questo, sono abbastanza convinto che se, per dire, da domani tutti i film venissero proiettati a 48 FPS, nel giro di tre settimane saremmo abituati e non ci faremmo più caso. Ma d'altra parte questa cosa non accadrà e, per il momento, sembra che l'HFR, almeno per un po', rimarrà una cosa con cui pasticciano e sperimentano i malati di tecnologia come Cameron e Jackson. Chissà.

A questo punto, comprensibilmente, chiunque abbia avuto la pazienza di leggersi 'sto sproloquio si starà chiedendo come mai, invece di parlare del film, abbia speso oltre tremila e seicento caratteri per chiacchierare di tecnologia, oltretutto sostenendo cose che, nella sostanza, si potevano dire (e, in effetti, avevo detto) due anni fa. Eh. Il fatto è che, quando si parla dei film di Peter Jackson ispirati a Tolkien, mi ritrovo sempre davanti gente secondo cui il film è bello o brutto perché gli elfi sono così, i nani dovrebbero fare questo, il nonno dello zio del fratello di Aragorn in realtà forgiava la spada nel fosso di Bim Bum Bam, non c'è questo ma hanno aggiunto quell'altro e l'appendice raccontava che in realtà un goblin non si comporterebbe così, varie ed eventuali. Tutte cose interessanti, se vogliamo, ma che fatico a comprendere in che modo possano convincermi che un film sia bello o brutto. È un problema mio, ci mancherebbe, ma appunto: già che c'ero, ho deciso di uniformarmi alla cosa e parlare d'altro. Tipo, per dire, del fatto che, dopo essermi guardato Fargo, è veramente impossibile guardare Lo hobbit allo stesso modo. Ti aspetti dall'inizio alla fine che Bilbo ammazzi Gandalf a martellate, dia la colpa a Frodo e scappi fra le nevi. Non me la conti giusta, nano schifoso.



OK, ma il film? Eh, è il terzo film della trilogia che ci stiamo guardando da un paio d'anni. Chi l'ha odiata dall'inizio difficilmente cambierà idea, così come chi l'ha amata. Quelli che stanno nel mezzo, vai a sapere, immagino dipenda da cosa uno si aspetta, spera o vorrebbe. Ma fondamentalmente siamo sempre da quelle parti e, pur con qualche elemento un po' più spinto e qualche altro aspetto un po' più asciugato, La battaglia delle cinque armate, ovviamente, è un film che prende e porta a conclusione il lavoro di rielaborazione, aggiunta, cucitura e adattamento svolto fino a qui. Si apre tutto riprendendo il cliffhanger del secondo capitolo, che effettivamente trova una concretizzazione riuscitissima, per una prima, notevole, ventina di minuti, durante i quali viene dato spazio al confronto fra Bard e Smaug. Da lì in poi, Peter Jackson lavora per portare a compimento quanto fatto, dando spazio ai collegamenti con l'altra trilogia, chiudendo gli archi narrativi e mettendo poi in scena un'ora e mezza di strepitosa battaglia.

Sul fronte del riallacciarsi al passato/futuro, al di là dell'accenno un po' impacciato a Viggo Mortensen che non c'aveva voglia nei minuti finali, ci sono alcune trovate molto belle. La liberazione di Gandalf, fra tutti i momenti di questa trilogia che tirano di gomito a quell'altra, è forse la più riuscita. O magari non lo è e semplicemente sono di parte io che sudo tutto di fronte a Cate Blanchett che fa la voce grossa, but still. E alla fin fine ho apprezzato molto anche quell'ultimissimo momento del film, che chiude così bene quasi quindici anni di Tolkien al cinema. Per il resto, ci sono un paio di questioni collaterali che lasciano il tempo che trovano, con particolare menzione al trionfo del superfluo pasticciato che è l'Alfrid di Ryan Gage, ma sostanzialmente, dal punto di vista narrativo, il film si concentra su un'ora e mezza di mazzate senza fine sui due archi narrativi che, presumibilmente, dovrebbero iniettare un po' di coinvolgimento emotivo nella lunga battaglia finale.

Da un lato c'è il triangolo fra Bilbo, Thorin e la pietra luminosa delle patatine, dall'altro quello fra Tauriel, Legolas e Kili. Entrambe le faccende si sviluppano su binari abbastanza prevedibili, per quanto, via, il modo in cui tutto va a concludersi, seppur ovvio per chi conosce l'opera originale, non è esattamente scontato in un blockbuster casinista dei giorni nostri. Ma, per quanto semplici e anche smaccate nel ricorrere al melodramma, entrambe le storie funzionano, danno un senso alla battaglia che non sia solo quello dei virtuosismi registici ed effettistici e riescono nell'impresa di far battere un cuoricino palpitante nel petto del film. In questo aiuta probabilmente anche la definitiva svolta verso un tono cupo, con poco spazio ai siparietti umoristici e con le classiche caratterizzazioni da macchietta che Jackson riserva a nani e altri messe un po' in disparte, seppur comunque presenti. Insomma, funziona, anche se siamo ben lontani dalla forza della conclusione di La compagnia dell'anello. Ma d'altra parte, se lo chiedete a me, tutti i film successivi a quello ne vanno ben lontani, quindi non è esattamente una novità.

In ogni caso, al di là di tutto, piaccia o meno il melodramma, si trovino eccessive o meno le concessioni all'umorismo, freghi o meno qualcosa di Tauriel che frigna, la saga tolkeniana di Peter Jackson si conclude con un'ora e mezza di battaglia fuori dalla grazia di Dio. Un'ora e mezza. Praticamente, La battaglia delle cinque armate è il Transformers 3 di Peter Jackson, anche se qua non ci sono palazzi che si accartocciano. E, a scanso di equivoci, a casa mia questo è un complimento. Novanta, pazzeschi minuti a quarantotto fotogrammi al secondo in cui Jackson coordina cinque eserciti buttandoli uno contro l'altro, per poi ovviamente stringere il campo sui confronti chiave, mettendo in scena una chiarezza, una gestione dei tempi e degli spazi e un senso dello spettacolo, del ritmo e del drammone con pochi eguali. Poi, certo, rispetto ai confronti con Gollum e Smaug è un gran finale meno originale e fuori dagli schemi, ma è comunque un macello raccontato da un regista con una sua visione e non l'ennesima New York che esplode tutta al termine di un film di supereroi. C'è una bella diffferenza.

In tutto questo, rimane il fatto che Evangeline Lilly conciata così non si può guardare.

18.12.14

La ragazza scompare anche in Italia


Oggi esce in Italia Gone Girl, forte del delizioso titolo vintage L'amore bugiardo. Al che uno potrebbe chiedersi come mai nel manifesto qua sopra ci sia la data del 2 ottobre, e di certo io non saprei dargli risposta. Sarà un poster finto? Ci sarà sotto una cospirazione? Coincidenza? Io non credo? Vai a sapere? Comunque, io l'ho visto per l'appunto a ottobre, quando è uscito nel resto del mondo, e ne ho scritto a questo indirizzo qua. Spoiler: mi è piaciuto. Credo.

C'ho un po' da fare, fra pochi giorni parto per il canonico natale milanese. Buone feste. Per sicurezza.

17.12.14

St. Vincent


St. Vincent (USA, 2014)
di Theodore Melfi
con Bill Murray, Jaeden Lieberher, Melissa McCarthy, Naomi Watts

Film d'esordio del regista Theodore Melfi, St. Vincent è una commedia dei buoni sentimenti, che butta lì un po' di scorrettezza un tanto al chilo, lascia spazio a qualche battuta fuori luogo, sconfina a tratti nel malinconico, ma fondamentalmente dirige spedita verso il classico lieto fine da manuale e si tiene in piedi soprattutto grazie alla bravura e al carisma degli attori. Chi viene colto da pellagra alla sola idea farebbe meglio a starne lontano, non c'è niente da vedere, circolare. D'altro canto, non c'è nulla di male in un film che segue bene una formula classica, mettendo tutte le cose giuste al punto giusto e appoggiandosi sull'efficacia degli interpreti. Voglio dire, non è che sia concettualmente molto diverso o particolarmente meno originale rispetto all'ennesimo film di supereroi con l'ennesima mezz'ora finale in cui esplode tutto. È solo meno cool.

L'aspetto più intrigante di St. Vincent, se vogliamo, sta nel fatto di mostrarci una manciata di attori in ruoli tutto sommato abbastanza diversi da quelli a cui ci hanno abituati. E se la prostituta dal macchiettistico accento russo di Naomi Watts lascia il tempo che trova, è confortante vedere Melissa McCarthy, una volta tanto, non trascorrere tutto il film urlando come un'indemoniata, gettandosi in giro e facendo la cretina dall'inizio alla fine. È un po' come quando guardi quella manciata di film in cui Adam Sandler e Will Ferrell provano a fare le persone normali e scopri che non sono affatto male. È piacevole. Ed è altrettanto piacevole ritrovare un Bill Murray in là con gli anni che esce dal ruolo di Bill Murray vecchio da routine post Tenenbaum/Coppola e interpreta, beh, una versione ben più credibile di come ti aspetteresti di veder diventare sessantenne il Bill Murray degli anni Ottanta.

Alla fin fine, lo dice espressamente il titolo, St. Vincent è più che altro il suo film, una sorta di Gran Torino più rilassato e divertente, il tradizionale racconto di formazione che vede un ragazzino tanto dolce e insicuro alle prese con un modello di vita dagli atteggiamenti discutibili. È un film in cui si ride in maniera prevedibile, le svolte narrative vengono rese note per telefono con largo anticipo e le subdole manipolazioni emotive sono sbracate senza la minima vergogna. Eppure, sarà che gli attori funzionano, sarà che fa piacere riscoprire un Bill Murray ancora in grado di recitare senza sbavarsi sulla camicia, sarà che il piccolo Jaeden Lieberher è adorabile e il rapporto fra i due convince davvero, ma St. Vincent m'è risultato simpatico, mi ha divertito e mi ha perfino messo addosso un po' di magone. Che vi devo dire, sono una persona semplice. 

Me lo sono visto in lingua originale su Netflix e tutto sommato credo che il borbottare di Bill Murray faccia abbastanza parte dei motivi per cui l'ho apprezzato. Detto questo, in Italia esce al cinema domani, giovedì 18 dicembre. Del resto è un film da Natale, no?

16.12.14

Fargo - Stagione 1


Fargo - Season 1 (USA, 2014)
creato da Noah Hawley
con Billy Bob Thornton, Martin Freeman, Allison Tolman, Colin Hanks

Che senso ha candidare True Detective agli Emmy nella categoria Drama Series quando Fargo e American Horror Story, strutturate sostanzialmente allo stesso modo, se ne stanno belle tranquille in zona Miniseries? Secondo me nessuno ma, ehi, le regole lo permettono, e in fondo non è tanto diverso dalla barzelletta di Daniel Brühl candidato agli Oscar come Supporting Actor per Rush. Per altro, in entrambi i casi, coda fra le gambe e bocca asciutta. Bonus: ai Golden Globe True Detective ci va come miniserie, perché lì le regole sono più limitanti. Nel mentre, Fargo s'è portato a casa gli Emmy per la miglior miniserie e la miglior regia, oltre in generale a un'esplosione d'amore figlia almeno in una certa misura del fatto che, onestamente, in pochi avrebbero scommesso qualcosa sulla riuscita del progetto. Si erano già viste in passato serie TV della madonna nate da film (che so, M.A.S.H. e Friday Night Lights) ma è un tipo di operazione dai risultati spesso indecorosi e nello specifico si partiva da un capolavoro pluripremiato e considerato fra le cose migliori partorite dai fratelli Coen. Insomma, era dura. E invece.

E invece Fargo, nonostante un episodio pilota che magari fatica un pochino a ingranare (ma quegli ultimi minuti!) è una fra le migliori nuove serie TV del 2014 e ha solo bisogno che le diate il minimo di fiducia necessario per una storia che si prende il tempo che le serve. Sta proprio lì in cima, assieme ad altre due o tre cose come The Knick, Transparent e sicuramente altro che mi dimentico, che non ho visto o che non ho già citato là sopra. Fra l'altro, a proposito di quello che ho citato là sopra, dopo averlo già fatto per The Knick, mi tocca l'ingrato compito di sostenere che, sì, anche Fargo è meglio di True Detective. È più forte Hulk o la Cosa? Non lo so, però so che anche Transparent è meglio di True Detective e lo scrivo qui perché ho finito di guardarlo l'altro ieri e, fra una cosa e l'altra, non so quando avrò modo di parlarne più approfonditamente. Ha senso mettersi a fare le classifiche? No, dai, però avevo voglia di buttare lì 'sta cosa in maniera gratuita e un po' polemica.


Fargo, dal film dei fratelli Coen, recupera l'ambientazione - un profondo Minnesota innevato e sopra le righe che fa incazzare chi in Minnesota ci vive - e la burla dello strillone iniziale "Basato su una storia vera" anche se di vero non c'è nulla. Ne va poi a pescare anche quel tono meravigliosamente incastrato fra la commedia dell'assurdo, il thriller tesissimo e il parabolone morale in cui chiunque, se messo nelle condizioni giuste, finisce per macchiarsi delle peggiori nefandezze e anche l'anima più pura, messa alle strette, può ritrovarsi costretta a immergere le mani nel fango. Sulle prime, pur raccontando una storia diversa negli sviluppi, sembra voler ricalcare il film dei Coen, la natura dei personaggi, i temi, in maniera forse anche poco ambiziosa, ma bastano un paio di puntate per capire che Noah Hawley, creatore della serie e sceneggiatore dell'intera stagione, vuole andare ben oltre. Il Fargo televisivo non è assolutamente succube delle sue origini, pur omaggiandole nel tono, recuperandone e ampliandone i temi e presentando un paio di personaggi difficili da non ricondurre a quelli dei Coen. È una creatura splendida che vive di vita propria e allarga oltre misura i confini dell'idea originale, ipnotizzandoti pian piano e conducendoti senza tregua verso una meravigliosa puntata conclusiva, in cui la tensione si taglia con la motosega.

Dieci puntate scritte e dirette (da cinque registi diversi, due a testa) in maniera pazzesca, che abbagliano per lo splendore visivo, la capacità di montare bordate di tensione improvvisa, il modo meraviglioso in cui viene risolto il conflitto Solverson/Malvo e la bravura degli attori. Il killer di Billy Bob Thornton e il mediocre ometto di Martin Freeman dominano la scena, il primo vagando fra le nevi con la sua figura dalla surreale imponenza, il secondo viaggiando su quel labile confine che riesce per brevi tratti a farti tifare per un uomo capace di assurde nefandezze, solo per poi prenderti a schiaffi con le meschinità di cui è capace. Ma attorno a loro ruota un cast semplicemente pazzesco, strapieno di attori che regalano performance fuori scala e con al centro i veri protagonisti della storia, i poliziotti interpretati da Colin Hanks e Allison Tolman, quest'ultima per altro bravissima a evitare di finire nel trappolone Frances McDormand. Insomma, Fargo è una meraviglia e non vedo l'ora di piazzarmi davanti alla già confermata seconda stagione, che vedrà nel cast Kirsten Dunst e Jesse Plemons, racconterà gli eventi di Sioux Falls del 1979 cui spesso fanno riferimento diversi personaggi e sarà ovviamente pure lei una storia vera.

Io me lo sono visto su Netflix e, insomma, non so se in Minnesota parlino davvero così, ma gli accenti sono uno meglio dell'altro e vanno gustati. Senza contare che Billy Bob Thornton e Martin Freeman danno spettacolo. Detto questo, stasera - con calma - iniziano a trasmettere la serie anche in Italia, su Sky Atlantic.

15.12.14

R100


R100 (Giappone, 2013)
di Hiroshi Matsumoto
con Nao Ōmori e un po' di pazzi furiosi

Quarta regia di quel pazzo scriteriato di Hiroshi Matsumoto, R100 si intitola così in riferimento al sistema di rating nipponico, in una sorta di meta-tripudio. La storia del protagonista Nao Omori, padre di mezz'età, la cui moglie sopravvive attaccata alle macchine in un letto d'ospedale, che per ritrovare la gioia di vivere si concede al masochismo, è raccontata sotto forma di film nel film, con degli stacchi durante i quali si esce dal racconto e si osservano le discussioni degli addetti all'applicazione del visto censura, sconvolti da quel che stanno osservando, da quanto in là il film si spinga e dall'insensatezza della trama. Nel mentre, in sala, il regista, centenario, se la ride della grossa, convinto che solo persone della sua età siano in grado di comprendere il film. E il whaddafack si sparge a macchia d'olio.

R100, sulle prime, sembra un film quasi normale. Almeno, nei limiti di quanto possa esserlo la storia di un uomo che accetta di subire pestaggi e umiliazioni, così, quando meno se l'aspetta, durante la vita di tutti i giorni, davanti alle reazioni sbalordite della gente, secondo le regole del club a cui si è iscritto. E che trova gioia, espressa attraverso un effetto speciale che gli modifica gli zigomi e gli fa emettere pulsazioni, solo quando viene raggiunto l'apice dei maltrattamenti. Ecco, in questo contesto qua, R100 è un film quasi normale, malinconico e divertente, sparato a schermo con un affascinante uso dei colori, talmente spenti da sfiorare il monocromatico, e raccontato con quella capacità tutta orientale di saltare senza vergogna dal delicato dramma di una moglie in coma al delirio demenziale più spinto offerto dalle dominatrici assurde che attaccano il protagonista.

Verso metà film, dopo la meravigliosa esibizione di Saliva Queen, roba che quasi ci resto secco dal ridere, R100 scollina e svacca definitivamente verso il delirio, trasformandosi in una specie di sconclusionato film d'azione in cui il protagonista e la sua famiglia, a causa di un incidente in cui ci scappa il morto, vengono presi di mira dalle "regine" più pericolose del gruppo. E il bello è che il conseguente tripudio di assurdità non si dimentica di portare avanti i suoi meta-discorsi, per esempio coi continui accenni a un fantomatico terremoto infilati solo perché, a quanto pare, nel cinema giapponese è obbligatorio parlare di questioni d'attualità. E insomma, R100 è sostanzialmente un gran casino, un film assurdo, pieno di invenzioni folli, con un protagonista incredibilmente bravo nel riuscire a veicolare comunque drammatica intensità all'interno di quel delirio. Ha forse un po' il limite di tirar troppo per le lunghe la parte finale, quando ormai le gag hanno un po' esaurito la benzina. O forse no. O forse quel concerto d'estasi su cui si chiude tutto è bellissimo. Non ne ho idea.

È uscito in Giappone a ottobre dello scorso anno e si è girato un po' tutti i festival internazionali, compreso il Paris International Fantastic Film Festival 2014, che è dove l'ho visto io. È uscito in qualche forma negli USA ed esiste un'edizione in DVD cinese, con sottotitoli anche in inglese. Non vorrei comunque dare l'impressione di stare consigliandolo. O sconsigliandolo. Non lo so. Voglio la mamma.

14.12.14

Lo spam della domenica mattina: Localizzazione e altro

13.12.14

La robbaccia del sabato mattina: Deserti che esplodono


Questa settimana si è conclusa la prima metà della seconda stagione di quella certa qual serie Marvel trasformatasi da discreto meh a discreta bomba e ovviamente è partita la tarantella promozionale per Agent Carter, che ci allieterà (?) durante la pausa invernale. Qua sopra il poster, che mi piace un sacco. Nel mentre, i supereroi in TV non accennano a rallentare e infatti parliamo un attimo di Flash. Rallentare. Eh. Battutona. Comunque, quei nerdacchioni di CW continuano a strizzare l'occhio reclutando gli attori del telefilm dei primi anni Novanta a cui siamo tutti (?) affezionatissimi e hanno fatto il colpo ingaggiando Mark Hamill per riprendere il ruolo di Trickster. Grandissima mossa. Fotta. Nel mentre, David Goyer s'è messo a sviluppare una serie TV intitolata Krypton, perché Gotham non bastava. Sigh. Ma perché? Vabbuò, comunque, menzionando il fatto che pare i Marvel Studios vogliano tirar dentro Al Pacino per un qualche film, segnalo tre begli articoli su cui mi si sono posati gli occhi questa settimana. Questo, questo e questo. Così, senza spiegazione.



San Andreas, l'America che crolla, Dwayne Johnson che strabuzza gli occhi, due generazioni di gran pippe con Alexandra Daddario e Carla Gugino, la solita cover da piano bar, Paul Giamatti che recita tutto intenso. Esce a maggio, prenoto subito il posto in settima fila all'Imax.



È il secondo trailer consecutivo di Iron Sky 2 che mi fa molto ridere sulla carta e mi annoia a morte mentre lo guardo. A questo punto mi tocca ammettere totale disinteresse per il progetto.



The Walk, il nuovo film di Bob Zemeckis, con Joseph Gordon-Levitt nel ruolo del pazzo furioso francese che si fece la passeggiata sulla fune tra una torre e l'altra in quel di New York. Non ho la minima idea di cosa aspettarmi, il trailer mi sembra pure fatto maluccio, ma ne ho molta voglia.



Il film d'animazione de Il piccolo principe, diretto dal regista di Kung-Fu Panda e che in originale ha un cast di doppiatori allucinante: Rachel McAdams, Mackenzie Foy, James Franco, Jeff Bridges, Marion Cotillard, Benicio Del Toro, Paul Giamatti, Ricky Gervais e Albert Brooks. Alla faccia. Epperò questo trailer è in francese, e che ci vuoi fare? Comunque, un mix di computer e stop motion, direi, anche se magari nella stop motion c'è di mezzo il computer. Sembra ganzo, al di là della cover da piano bar, ci mancherebbe. Per altro di una canzone da piano bar già in partenza.



A voler scassare la minchia si possono trovare cento cose che non vanno in questo trailer. Nonostante questo, caga in faccia a tutti i trailer usciti quest'anno e il ritorno di Max bello diventa improvvisamente la roba più attesa dell'anno prossimo, quantomeno nella categoria dei film spaccatutto.



Ma si difende bene, nel senso di "Mi ha fatto schiantare", anche il trailer di Inside Out, il nuovo film Pixar che sembra in grado di accontentare tutti quelli che si lamentano che non c'è più la Pixar di una volta e si stava meglio quando si stava peggio. Voglio crederci.



Per non parlare del nuovo trailer di Kingsman: The Secret Service, un film che fino a qualche giorno fa, per qualche motivo, non mi convinceva. E invece, dopo aver visto questo trailer, c'ho addosso una fotta che levati. E va così, che ci posso fare?





 L'avete visto Transparent? Guardate Transparent.

12.12.14

Musarañas


Musarañas (Spagna, 2014)
di Juanfer Andrés, Esteban Roel
con Macarena Gómez, Nadia de Santiago, Hugo Silva

Il film di cui chiacchiero oggi, in giro per l'internet, potreste trovarlo intitolato Shrew's Nest, ma a me piace il titolo originale. Voglio dire, provate a leggerlo ad alta voce, Musarañas, non ha un suono fantastico? Specie poi se - come me - non avete il benché minimo rapporto con la lingua spagnola e, quindi, lo leggete probabilmente in maniera sbagliata. Musarañas, musarañas, musarañas, musaragnagnagnagnagnas! È fantastico! Comunque, si tratta del film d'esordio di Juanfer Andrés ed Esteban Roel, due autori spagnoli con a curriculum un paio di cortometraggi ciascuno e un decennio di carriera da attore televisivo per il secondo. La loro natura di esordienti è ben esemplificata dalla presenza di un "Alex de la Iglesia presenta" sul manifesto del film, messo bene in alto, con l'evidente impressione che a un certo punto abbiano pensato fosse il caso di scriverlo ancora più grosso del titolo. E del resto, il film nasce come nascono tanti horror di questi tempi: un regista affermato ti nota, decide che gli piaci tanto e ti produce, permettendoti di mettere il nome in locandina e prestandoti anche quella bella gnocca di sua moglie per un ruolo minore. Alla grande.

Il risultato è un film bizzarro, con quell'atmosfera da horror spagnolo tutto strano che ci piace tanto, forse non riuscito fino in fondo, ma che si merita di essere recuperato in qualche maniera, magari sperando che il nome di Alex de la Iglesia scritto bello grosso sul manifesto finisca per farlo arrivare anche in Italia. Racconta di Montse, una donna brutalmente affetta da agorafobia, al punto che il solo tentativo di metter piede fuori dal suo appartamento le fa patire violenti attacchi di panico, vomito, varie ed eventuali. La poveretta, tormentata dai ricordi di un padre non proprio modello, vive con sua sorella minore, a posto con la testa ma frustrata dal pugno di ferro esercitato da Montse. L'atmosfera già non idilliaca che si respira in casa parte per la tangente quando quest'ultima si ritrova alla porta un uomo ferito, lo accoglie controvoglia per curarlo e si riscopre poi novella Kathy Bates, decidendo di bloccarlo a letto, drogarlo, aggravarne l'infortunio e, insomma, tenerselo in casa tutto per sé.

Il bello è che tutto questo viene raccontato con una serie di cambi di registro che levati, con tanto di suggestioni sovrannaturali (ma saranno realmente tali o è tutto nella testa di Montse?) e con un buon lavoro sul rendere la protagonista un personaggio sì folle e sopra le righe, ma allo stesso tempo umano, spinto da cause che te la rendono anche quasi simpatica, perlomeno fino a che non scoppia il delirio della seconda metà di film. Non manca il classico humor nero che ci si aspetta con quel nome là sulla locandina, anche se il tono generale tende a spingere soprattutto sul pedale del dramma e delle esplosioni brutali di violenza che prendono il controllo della situazione nella parte finale. Insomma, Musarañas è un film che sembra partire un po' confuso e invece, pian piano, unisce con cura tutta la roba sparsa in giro, fa salire la tensione a mille e si scatena quindi alla grande. Ben scritto, diretto con una gran cura per l'immagine e soprattutto interpretato da una Macarena Gómez totalmente fuori di testa, è sostanzialmente uno spacco.

Per il momento si è fatto solo il giro dei vari festival del fantastico mondiali. In Spagna esce a Natale. Del resto, è il classico film di Natale, no? Comunque, secondo me prima o poi in Italia ci arriva. Crediamoci fortissimo. Dai. Mano nella mano.

11.12.14

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X10: "What They Become"


Agents of S.H.I.E.L.D. 02X10: "What They Become" (USA, 2014)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
puntata diretta da Michael Zinberg
con Clark Gregg, Brett Dalton, Ming-Na Wen, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Adrianne Palicki, Elizabeth Henstridge

Non è che ci tenga a rigirare il coltello nella piaga aperta dalle ultime settimane di quell'unica altra serie che seguo regolarmente, ma dopo una signora penultima puntata, anche il finale di metà stagione di Agents of S.H.I.E.L.D. è un discreto trionfo, alla faccia delle morti cretine in quel di Atlanta. Quarantacinque appassionanti minuti pieni di azione, roba che esplode, pizze in faccia, colpi di scena, badassitudine in ogni dove, riferimenti assortiti all'universo Marvel, origini di supereroi e supercriminali, Kyle Maccoso che dà spettacolo ininterrotto, Skye che piglia e spara brutalmente a Ward senza perder tempo a far minacce e infilarsi in trappole e infine pure una morte buttata lì, così, con indifferenza e gran gusto, piazzata in un momento chiave a creare un bel contrasto e imprimere senso di colpa nelle retine di Skye. Alla grande.

Per quanto non siano stati menzionati espressamente gli inumani o Attilan, possiamo comunque definitivamente metterci il cuore in pace: stiamo parlando di quella cosa lì, che esploderà al cinema fra quattro anni ma sta piantando i germi nell'universo cinematografico già oggi (e magari giocherà un ruolo nell'annunciato incrocio fra la serie e Avengers: Age of Ultron). E sì, presumibilmente, con Whitehall fuori dai giochi grazie a una deliziosa morte che fugge senza vergogna dallo scontro finale epico, sarà su queste faccende, oltre che sul rapporto tra padre e figlia, che si concentrerà il resto della stagione. In generale, le rivelazioni sono state bene o male quelle che un po' tutti gli appassionati segaioli dell'internet si aspettavano, ma il punto è che sono state orchestrate in maniera eccellente e ci si è arrivati nel miglior modo possibile. Fra il conflitto iniziale, il bellissimo confronto tra Cal e Daisy (ormai tanto vale chiamarli così) e tutto il macello successivo, ne è venuto fuori un episodio parecchio divertente, che ha chiuso quel che c'era da chiudere, ha aperto altre porte e ha lasciato in sospeso quel bisognava lasciare in sospeso.

Insomma, puntatona "conclusiva" perfetta, notevole per i fatti suoi, ottima nel chiudere un arco, eccellente nel gettare lì tante cose da esplorare per il futuro, compresa anche la nuova strana coppia Ward/Bizarro May. La morte finale non ha forse l'impatto di altre bastardate in stile Whedon, fosse anche solo perché si tratta di un personaggio che conosciamo relativamente da poco, ma ha quel gusto deliziosamente sadico del mozzare sul nascere diversi sviluppi dal potenziale interessante che non vedremo mai. E poi c'è tutto lo strato di cose gettate lì e di pipponi mentali da geek su come procederanno le cose, su come porteranno avanti l'adattamento dei personaggi presi dai fumetti, sulla "rinascita" di Raina, varie ed eventuali. Ma fondamentalmente la parola da utilizzare è una sola: entusiasmo. Alla grande. Avanti così. Adesso vediamo che hanno combinato con Agent Carter.

E alla fine le vibrazioni negative ce le avevo per il personaggio sbagliato. Giusto così.

10.12.14

Avalon


Avalon (Giappone/Polonia, 2001)
di Mamoru Oshii
con Malgorzata Foremniak, Wladyslaw Kowalski, Jerzy Gudejko

A fine anni Novanta, Mamoru Oshii, reduce da quel Ghost in the Shell che rimane forse ancora oggi l'opera simbolo della sua carriera, si prese un quinquennio di pausa dall'attività registica, per dedicarsi ad altri progetti. Quando decise di tornare - letteralmente - dietro alla macchina da presa, fu per realizzare Avalon, suo quarto esperimento nel mondo del live action e sua prima produzione realizzata all'estero, perché "girarlo in Giappone sarebbe stato impossibile". Alla ricerca di posti adatti a mettere in scena la propria visione, Oshii puntò quindi sul vecchio continente, con in testa il Regno Unito, ma finì per deviare sulla Polonia, i cui luoghi si adattavano parecchio a come si immaginava il mondo virtuale che avrebbe dovuto ospitare le vicende. Senza contare che le forze di polizia locali garantivano accesso gratuito agli equipaggiamenti e alle armi da fuoco, e buttalo. Ed ecco quindi che ne saltò fuori una creatura incredibilmente bizzarra, un film di fantascienza ambientato in mondi virtuali da MMO, realizzato e recitato in polacco, diretto da un regista giapponese noto per il suo lavoro sul cinema d'animazione all'insegna dei pipponi mentali.

Oltre dieci anni dopo, ho visto per la prima volta Avalon al cinema, durante il Paris International Fantastic Film Festival 2014, a dimostrazione del fatto che se sai aspettare vieni premiato. C'ho messo un po', ma sono riuscito a spararmi le sue immagini deliranti sul grande schermo, invece che tramite un DVD recuperato per vie traverse. Ottimo, no? Ottimo, sì, perché Avalon ancora oggi è un film tremendamente affascinante e carico di suggestioni innanzitutto visive, per il modo tutto allucinato in cui Oshii ha deciso di dipingere i diversi piani virtuali e/o reali fra cui si sviluppa la sua storia. Se da un lato, ovviamente, l'utilizzo del computer per gli effetti speciali - a basso budget già in partenza - mostra un po' gli anni che si porta sulle spalle, dall'altro le notevoli intuizioni estetiche, a cominciare dalle scelte (mono)cromatiche, che regalano al film un'atmosfera e una personalità senza tempo. E infatti, nonostante qualche elemento fuori posto, Avalon è uno spettacolo per gli occhi ancora oggi e i minuti iniziali, che gettano immediatamente nel bel mezzo di una battaglia fra avatar a colpi di attacchi speciali ed esplosioni bidimensionali, sono e rimangono una discreta bomba.

 Va che roba.

Il film racconta le vicende di Ash, cintura nera di un gioco di ruolo d'azione illegale a base di realtà virtuale, popolarissimo ma anche piuttosto pericoloso, dato che provoca assuefazione e ci vuole pochino perché una partita finisca male e ti lasci in stato catatonico. Dopo un avvio che, come detto, mostra una spettacolare battaglia in un mondo che mescola suggestioni medievali, elementi contemporanei e macchinari ipertecnologici, Avalon passa a raccontare una realtà distrutta dall'assuefazione al virtuale, in cui gli unici stimoli di vita paiono giungere dal piacere del gioco e chiunque non sia incollato a uno schermo per seguire le partite giace abbandonato in giro come una statua di sale. Sembra quasi di ritrovarsi nel mondo virtuale del primo Tron, solo con applicate sopra le texture di una città polacca. E in realtà sono i primi segnali del fatto che fra i temi del film c'è un continuo giocare con viaggi fra diverse realtà fittizie, piani del virtuale tra i quali ci si sposta senza che sia mai chiaro dove e se ci sia effettivamente un mondo reale a cui tornare.

Quel che ne viene fuori è un film affascinante, che strega con le sue ambientazioni e il suo utilizzo ricercato di mille suggestioni diverse, riesce a risultare tutto sommato ancora fresco dopo averne visti altri cinquantamila incentrati sul viaggio fra svariati piani di realtà e sfrutta il tema videoludico in maniera ricca, curata, piena di dettagli che possono sfuggire a chi non è videogiocatore ma che contribuiscono comunque a regalare la sensazione di un mondo concreto e sviluppato in maniera solida. Si racconta con i classici ritmi letargici di Oshii, sfruttandoli però per mostrare la vita alienata di una donna che trova unica realizzazione nelle sparatorie virtuali del mondo di gioco e riuscendo comunque a schivare i giga-monologhi che, lo ammetto, non ho mai amato molto nei film d'animazione del regista giapponese. Di certo, è un film che rimane dentro, vuoi per il registro stilistico e narrativo assolutamente originale, vuoi perché comunque racconta parecchio senza servire il piatto pronto e ti lascia addosso dubbi, suggestioni, riflessioni. E poi, insomma, fa comunque parte del mucchio ancora piuttosto piccolo di film che parlano di videogiochi in maniera sensata. Buttalo.

Avalon esiste in varie edizioni reperibili in giro per il mondo, sia in polacco sottotitolato, sia doppiato. Non credo sia mai uscito in edizione italiana, ma potrei sbagliarmi. Secondo me, comunque, va visto in polacco sottotitolato. Alla fine fa parte del suo fascino assurdo.

9.12.14

Why Horror?


Why Horror? (Canada, 2014)
di Tal Zimmermban, Nicolas Kleiman e Rob Lindsay

Peché l'horror? Se lo chiedete a me, ho le risposte pronte. Perché ritengo che per certi versi sia il genere cinematografico (e non solo) più puro, per la maniera essenziale in cui sfrutta ogni sfumatura tecnica del cinema al fine di raggiungere i suoi obiettivi. Perché è un genere che funziona incredibilmente bene quando prova a raccontare l'umanità, il mondo, la società, e a fare i metaforoni che ci spiegano quanto siamo sporchi dentro. E perché c'è una forma di divertimento puro, catartico, brutale, ma anche sicuro, innocente e protetto, nello spaventarsi davanti a uno schermo. O, insomma, queste sono le ragioni che mi sentirei di dare io.

Ovviamente, qualunque appassionato può dare risposte diverse e probabilmente sono tutte giuste, tanto quelle assolutamente personali, quanto quelle che trascendono l'esperienza del singolo e vanno a indagare sull'horror come fenomeno di massa. Nel suo documentario, Tal Zimerman prova a fare entrambe le cose, esplorando le ragioni della sua passione smisurata, i motivi che l'hanno portato ad amare il brivido fin dalla tenera età e trasformarlo addirittura in uno sbocco professionale. Indaga quindi su se stesso, andando a chiacchierare con la propria famiglia, ricordando gli anni dell'adolescenza e arrivando perfino a sottoporre sua madre a un esame medico per cogliere le reazioni fisiche generate dalla visione di vari film horror. Ma prova anche ad esplorare aspetti più generali, vagando per il mondo alla ricerca di risposte.

Se l'aspetto più personale è curioso e intrigante, è soprattutto il secondo approccio a rendere Why Horror? un documentario degno di nota. Da un lato ci sono gli interventi di svariati registi più o meno veterani del settore, non tutti con cose davvero illuminanti da dire, ma in ogni caso sempre adorabili da osservare mentre chiacchierano di ciò che amano. Dall'altro ci sono i viaggi in giro per il mondo, alla scoperta di approcci lontanissimi per argomenti simili, fra il giorno dei morti messicano, l'approccio nipponico all'orrore e le origini europee letterarie e artistiche del genere, tramite i lavori d Hieronymus Bosch, William Hogarth, Francisco Goya e Mary Shelley. Si va perfino a sfiorare il mondo dei videogiochi! Carico di spunti interessanti e gradevole per tutta la sua durata, Why Horror? non offre risposte definitive (come potrebbe?) e finisce forse per risultare un po' inconcludente, ma apre una finestra gradevole tanto sulla capoccia di un appassionato (e, di riflesso, su quella di tanti altri), quanto su tante diverse sfaccettature del rapporto che abbiamo con la morte, il morboso, l'inquietudine.

Per il momento siamo ancora fermi al giro dei festival mondiali, ma immagino che prima o poi Why Horror? uscirà da qualche parte. Non starei comunque a sperare in una distribuzione nei cinema italiani, ecco.

8.12.14

The Duke of Burgundy


The Duke of Burgundy (GB, 2014)
di Peter Strickland
con Sidse Babett Knudsen, Chiara D'Anna

Dopo l'esordio, datato 2009, con Katalin Varga, Peter Strickland s'è conquistato le luci della ribalta con Berberian Sound Studio, una sorta di grosso omaggio al giallo italiano degli anni Settanta che non ho mai visto ma che mi dicono essere il trionfo dell'atmosfera, dell'ottima messa in scena, di Toby Jones bravo come sempre e del non andare però a parare da nessuna parte, se non nel reame delle martellate sui testicoli di chi guarda. Io, ripeto, non l'ho visto, quindi prendo con le pinze, però diciamo che il suo nuovo film, The duke of Burgundy, sembra effettivamente la nuova opera di un regista che in precedenza ha diretto una roba del genere. Questa volta, però, l'oggetto dell'omaggio (e del desiderio) di Strickland è il cinema erotico, sempre di quegli anni là.

La storia, ambientata in una serie di spettacolari ville ungheresi che rappresentano un luogo senza tempo piazzato da qualche parte nel bel mezzo dell'Europa, racconta della relazione fra Cynthia, ricca signora di mezz'età che si atteggia da gran padrona mai soddisfatta, ed Evelyn, giovane cameriera ansiosa di soddisfare la sua dominatrice. Ogni distrazione o piccolo (anche presunto) errore di Evelyn diventa una scusa per la messa in atto di punizioni umilianti, che tipicamente prevedono la segregazione in luoghi angusti o lo svuotamento della vescica di Cynthia. In realtà scatta poi lo shamalayan twist e scopriamo che la vera figura forte del rapporto è Evelyn, al punto che praticamente tutto quel che accade fra le due, ogni dialogo, ogni errore e relativa punizione, ogni scambio di tenerezza, è frutto di sua accurata pianificazione e si attiene perfino a precise sceneggiature da lei firmate.

The Duke of Burgundy non contestualizza più di tanto gli avvenimenti, sia in senso ampio (l'epoca, il luogo), sia per quanto riguarda il "momento" della relazione fra le due, si limita a mostrare questo luogo surreale, in cui vive una comunità di donne benestanti (non si vede un singolo uomo per tutto il film), appassionate di entomologia e le cui abitudini sessuali sono bene o male condivise da tutte. Ancora una volta Strickland non si immerge apertamente nel genere che sta omaggiando, limitandosi in un certo senso a guardarlo dall'esterno, seppur sfruttandone i cliché estetici, narrativi e musicali. E infatti sfugge completamente dall'esplicito: le punizioni avvengono quasi sempre fuori dall'inquadratura, raccontate solo dal notevole uso degli effetti sonori, e il massimo della tensione erotica si concretizza in un delicato massaggio. E pur giocando tantissimo sull'attesa, sull'accumulo di tensione sessuale, senza mai dargli sfogo diretto, il film alla fin fine si concentra sul raccontare l'evoluzione di una storia d'amore in un momento di crisi e il disperato tentativo di ricucire il rapporto. Ne viene fuori un'opera bizzarra, messa in scena con gran talento, senza dubbio di grande personalità, forse un po' pallosetta e inconcludente, ma anche parecchio affascinante. Consigliato? Non ne ho idea.

Se IMDB non mente, il film non è ancora stato distribuito da nessuna parte e non ha date di uscita previste, ma si sta girando i festival di un po' tutto il mondo, compreso quello di Torino a novembre, e infatti io me lo sono visto al PIFFF qua a Parigi. I due precedenti di Strickland non sono usciti in Italia, quindi non starei a sperare più di tanto in una distribuzione dalle nostre parti.

7.12.14

Lo spam della domenica pomeriggio: Scimmie!


Questa settimana è uscita su IGN l'intervista a Keith Miller, supervisore agli effetti speciali dell'ultimo film su quel pianeta in cui le scimmie decidono di prendere il controllo. Glie l'ho fatta un paio di mesi fa per telefono e sta a questo indirizzo qua. È la mia prima intervista sul fronte cinema, magari sarà l'ultima, non lo so, vai a sapere, però è stato sfizioso. Ah, e poi oggi è uscito un nuovo Dite la vostra. Su Outcast, invece, questa settimana si son buttati fuori il nuovo Podcast del Tentacolo Viola, il The Walking Podcast sul finale di metà stagione e l'Old! dedicato al dicembre del 1974.

S'avvicina Natale, sta finendo l'anno, mancano le forze, ho fame, whatever.

6.12.14

La robbaccia del sabato mattina: Guerra di supergruppi


Settimana piuttosto pregna di annunci, notizie e whatever assortiti, quella che si è appena conclusa. Ma prima di tutto segnalo una bella intervista a Chris Rock, che merita davvero di essere letta. Comunque, dicevamo, gli annunci, le apparizioni, le sparizioni. Intanto, c'è il nuovo James Bond, intitolato Spectre (wink wink), con Christoph Waltz che fa il cattivo forse Blofeld no ma vi assicuro non è lui mah chissà vedremo. Poi ci sono anche un paio di Bond Girl che non so se mi piacciono ma il Moriarty televisivo e Dave Bautista che fanno solo e unicamente piacere. Ha presentato il tutto Sam Mendes, che dopo il successo di Skyfall torna a dirigere. A me non è che Skyfall abbia fatto impazzire. Ma insomma, penso che me ne farò una ragione. Ah, ovviamente c'è la nuova auto.
 

Poi, a questo indirizzo c'è la prima apparizione di Paul Bettany nei panni robotici di Visione da Avengers: Age of Ultron. E mi sembra un bel modo di rendere il personaggio dei fumetti. Ma la settimana dei supereroi è, direi, in mano alla Distinta Concorrenza, con l'annuncio del cast per il film sulla Suicide Squad, che per altro è in mano al nostro amico David Ayer: Will Smith (Deadshot), Jared Leto (Joker), Tom Hardy (Rick Flagg), Margot Robbie (Harley Quinn), Jai Courtney (Boomerang) e Cara Delevinge (Enchantress). Beh, era già abbastanza chiaro con Batfleck, è ancora più evidente ora che, trovandosi a rincorrere, in Warner han deciso di puntare tutto sui nomi forti del cast. Sono curioso, anche se continuo a sentire puzza di bruciato. In tutta risposta, comunque, i Marvel Studios hanno finalmente confermato che Benedict Cumberbatch sarà il Dottor Strange. E magari è una stella meno lucente, ma caspita se è perfetto per il ruolo. Ah, già, abbiamo anche la Jessica Jones televisiva, tale Krysten Ritter.

Sempre restando sul fronte fumettistico, ma svariando un po' altrove, sono stati annunciati titolo e cast per lo spin-off di quella serie coi morti viventi che sta dominando la TV americana. Si intitolerà The Walking Dead: Cobalt, e i dettagli stanno qui (con un'appendice qui). Difficile farsi un'idea chiara, ma da quel che si vede sembra semplicemente un'altra serie ambientata in quel mondo, senza nulla di particolare a distinguerla che non sia il cast diverso. Poi, per carità, è presto per valutare, però speravo decidessero di staccarsi pesantemente fin da subito e non sembra la stiano facendo. Poi vai a sapere. Chiudiamo con due liete (?) novelle: AMC ha dato l'OK per la realizzazione di un episodio pilota dell'adattamento di Preacher curato da Seth Rogen ed Evan Goldberg e Fox l'ha dato invece per un film con Ryan Reynolds dedicato a Deadpool. A dirigere c'è un esordiente. Boh.



Questo me l'ero perso la scorsa settimana. È un trailer per la serie dedicata all'agente Carter, che verrà trasmessa a partire da gennaio. Non è che si veda nulla di travolgente, però mi piace la canzone, mi piace il tono, mi piace l'atmosfera, sono curioso e fiducioso.



Il primo trailer per Terminator: Genisys. Ora, a parte che non mi ancora molto chiaro il senso del titolo, ma sono sicuramente ignorante io, devo dire che questo trailer, pur non sembrandomi certo eccellente, mi ha sorpreso in positivo. Probabilmente è perché avevo le aspettative sotto zero, but still, ho un minimo di fiducia e tutto sommato l'idea in stile Star Trek dei viaggi nel tempo che sbracano completamente la timeline non mi dispiace. L'unico problema, a parte magari l'eccesso di strizzate d'occhio, delle quali sembra proprio che Arnie non possa più fare a meno, è che Jai Courtney, ottimo quando deve fare il buzzurrone, non mi pare un gran Kyle Reese. Boh, vedremo.



While We're Young, il nuovo film di Noah Baumbach. Praticamente è Questi sono i 40 rifatto dal regista di Frances Ha. O qualcosa del genere. Esce a marzo, è pieno di attori che mi piacciono, c'è Adam Driver, sono moderatamente curioso e discretamente fiducioso.



E questo invece è Vice, con Bruce Willis che fa il cattivo affarista manipolatore in un mondo con le bambole gonfiabili meccaniche in cui una prende coscienza e decide di scappare. E c'è Thomas Jane coi capelli lunghi. E mi sembra una cagata senza speranza. Sbaglio? Vai a sapere. Comunque, stanotte ci sono stati quei premi là dei videogiochi con tutti i trailer e sicuramente (?) s'è vista roba che avrei messo volentieri qua dentro, ma non avevo voglia di fare la notte in piedi e questo post l'ho preparato ieri. Mi riciclerò qualcosa alla prima occasione buona, dai.















Buon weekend, buoni acquisti prenatalizi, buona preparazione al devasto culinario.

5.12.14

Magic in the Moonlight


Magic in the Moonlight (USA, 2014)
di Woody Allen
con Colin Firth, Emma Stone

Dopo aver regalato un Oscar a Cate Blanchett con Blue Jasmine, Woody Allen se n'è tornato nel reame delle commedie semplici, spensierate, se vogliamo anche un po' stupidine. Magic in the Moonlight è un simpatico filmetto che ti abbraccia con quell'atmosfera tutta calorosa data dalle azzeccate scelte musicali e dalla morbida fotografia di Darius Khondji e ti fa coccola in tranquillità per un centinaio di minuti (anche se, onestamente, la seconda metà m'è parsa tirata per le lunghe al punto di farmeli pesare come fossero un paio d'ore). Chiacchiera di temi visti tante volte nei film di Allen, spaziando fra l'ingovernabilità del cuore e la scarsa fiducia nel sovrannaturale, dà per un attimo l'impressione di volersi porre domande profonde ma fondamentalmente si risolve in una commedia romantica gradevole e senza particolari pretese.

A dominare la scena è un fantastico Colin Firth, perfetto nel ruolo del genio britannico snob, antipatico e presuntuoso, maestro assoluto della propria arte e convinto di poter applicare il suo pensiero razionale a qualsiasi situazione gli si ponga davanti. Se il film tiene è soprattutto grazie alla sua deliziosa interpretazione e, in misura minore, alla furbetta, ma allo stesso tempo tremendamente naif, Sophia di Emma Stone. Il resto del cast, con l'eccezione magari dell'adorabile Eileen Atkins nel ruolo di zia Vanessa, è poco più che contorno, piazzato lì per far colore, strappare qualche risata e accompagnare l'evoluzione del rapporto fra i due protagonisti.

Lo sviluppo del personaggio di Firth, che vede pian piano crollare le proprie convinzioni e si ritrova costretto a navigare a vista in territori sconosciuti, è il motore del film, oltre che il principale generatore di risate e sorrisini assortiti. S'ingolfa un po' dopo la svolta verso metà, ma tutto sommato tiene fino in fondo, raccontandone la confusione e la graduale presa di coscienza con dialoghi sempre brillanti e un paio di momenti molto azzeccati. E alla fine, oltre al modo deliziosamente romantico in cui si risolve il conflitto finale, è soprattutto grazie a lui se tutto sommato si esce dalla sala soddisfatti e divertiti, pur nella consapevolezza di non aver visto chissà quale gran film.

E intanto Allen ha già completato le riprese del prossimo. Ma che cacchio di batterie usa?

4.12.14

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X09: "Voi che entrate"


Agents of S.H.I.E.L.D. 02X09: "Ye Who Enter Here" (USA, 2014)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
puntata diretta da Bill Gierhart
con Clark Gregg, Brett Dalton, Ming-Na Wen, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Adrianne Palicki, Elizabeth Henstridge

Ci sono penultime puntate in cui davvero non succede nulla e che denunciano la loro natura in maniera brutalmente barbosa e ci sono penultime puntate che, pur non nascondendo il fatto che servono sostanzialmente a preparare le cose per il gran finale, si concedono il lusso di essere divertenti, appassionanti e con perfino qualche intrigante sviluppo narrativo. Lode alla famiglia Whedon per aver puntato sulla seconda via, con un'oretta di televisione in cui ci siamo gustati una bella scazzottata, un altro paio di scene d'azione riuscite, Adrianne Palicki con la maglietta da infarto, il quasi arrivo alla città nascosta, un ulteriore sviluppo molto ben trattato nel rapporto tra Fitz e Simmons, la conferma definitiva del fatto che gli angeli blu sono i Kree e pure un nuovo segreto buttato lì così, con indifferenza, come se niente fosse.

Proprio quest'ultima cosa è interessante perché si tratta del classico sventolare misteri che tanto mi faceva innervosire durante la prima stagione e che invece qui funziona, perché aggiunge nuovi elementi intriganti in un contesto che funziona bene a prescindere dai segreti e che oltretutto ci ha ormai abituati a vedere questo genere di cose gestite in maniera agile, rapida, indolore. Insomma, bene. Al di là di quello, siamo finalmente arrivati alle porte della città misteriosa e a questo punto, con la rivelazione del fatto che gli alieni in ballo sono proprio quelli già intravisti al cinema in Guardiani della galassia, possiamo dare per scontato che sia Attilan, o comunque qualcosa di legato agli inumani. A meno che vogliano fare i furbi e tirar fuori uno shamalayan twist all'improvviso. Lo scopriremo definitivamente la prossima settimana? Vai a sapere. Certo, in un'ottica da appassionato di serialità e continuity, è comunque intrigante che si inizi a parlare così presto in TV di una roba che arriverà poi al cinema fra quattro anni.

Ma al di là delle pippe mentali sulla continuity, questa è stata un'altra ottima puntata. Molto bene, come detto, l'avanzare del rapporto tra Fitz e Simmons (forse il simbolo estremo dei passi avanti compiuti rispetto alla prima stagione). Bello vedere un altro combattimento fisico, brutale e spettacolare, gestito anche in maniera sensata, con Skye che regge botta per un po' ma finisce poi per prenderle di santa ragione. Ottima la maglietta di Adrianne Palicki. Divertente come al solito la presenza di Patton Oswalt. Sempre azzeccato l'utilizzo di un Ward che come villain funziona proprio alla grande. Bene, in generale, il tono molto fumettistico dell'azione, delle situazioni, di un po' tutto quel che accade. E sono anche curioso di capire se ci siamo giocati Mack o meno. Suppongo lo scopriremo col finale di metà stagione, in cui per altro tornerà in scena Kyle Maccoso, la cui assenza è un po' l'unico vero lato negativo di questa puntata.

Secondo me Mack non ce lo siamo ancora giocato, ma per qualche motivo percepisco brutte vibrazioni relative a Hunter. Vai a sapere.

3.12.14

Wake In Fright


Wake in Fright (Australia, 1971)
di Ted Kotcheff
con Gary Bond, Donald Pleasence, Chips Rafferty, Jack Thompson

Sul finire degli anni Sessanta, Ted Kotcheff, regista canadese di origini macedoni/bulgare che si era costruito una signora carriera in Gran Bretagna fra televisione e teatro, aveva già diretto un paio di produzioni cinematografiche e si apprestava a lavorare in Australia su quello che, quarant'anni dopo, sarebbe stato ricordato come il suo capolavoro proibito e disperso nelle nebbie del tempo. Tant'è che, diciamocelo, se oggi scorri la sua scheda su IMDB, i primi titoli che saltano all'occhio, giustamente o meno, sono Rambo e Weekend con il morto, probabilmente non la valanga di lavori per cui viene considerato una fra le figure principali nella storia della televisione inglese, difficilmente la pur solida serie di film diretti negli USA durante gli anni Ottanta, men che meno il suo decennio successivo impegnato su produzioni televisive americane di poco conto. Ma, appunto, nascosto fra le pieghe della sua filmografia c'è un filmone mai arrivato in Italia (e in parecchi altri luoghi, per altro).

Presentato all'insegna del tripudio al festival di Cannes del 1971, Wake in Fright venne successivamente distribuito in Francia, Gran Bretagna, Australia (ci mancherebbe) e Stati Uniti, ma scatenò una selva di polemiche a causa del suo approccio molto crudo, di scene particolarmente forti come quella sulla caccia ai canguri e, in generale, di un ritratto del popolo australiano che - pare - non venne esattamente accolto benissimo in patria. Quali che siano i motivi, il film finì per svanire un po' nel nulla e le condizioni discutibili dell'unica copia la cui esistenza era nota, conservata a Dublino, impedirono poi l'uscita di una versione per l'home video. La leggenda narra però che nel 1994 il montatore Anthony Buckley abbia detto basta e si sia messo alla ricerca di una copia dignitosa del film. Dieci anni dopo, in una scatola etichettata come "Da distruggere" e conservata in quel di Pittsburgh, saltano fuori i negativi e scatta il processo di restauro.

E così nel 2009 si è arrivati alla messa in vendita del film in DVD e Blu-ray, ma anche a varie proiezioni in giro per festival, che proseguono ancora oggi (tant'è che io l'ho visto al Paris Fantastic Film Festival di quest'anno) e che hanno addirittura portato a una nuova distribuzione nelle sale americane, britanniche, giapponesi (wut?), francesi e chissà che altro ancora. Il cielo come limite, insomma, per un film riscoperto e apprezzato da critica e pubblico, finalmente godibile in una versione decente. Una favola a lieto fine. Ne valeva la pena? C'è davvero bisogno di chiederlo?


Bitch please.

Protagonista del film è un giovane insegnante spedito dal governo a lavorare in una scuola dispersa nel profondo Outback. Dove per "profondo Outback" si intende un posto nel bel mezzo del deserto che le primissime immagini ci illustrano, con un bel movimento di macchina, mostrando una piccola scuola, un hotel pulcioso e dei binari a separarli. Fine. All'orizzonte non si vede altro, se non polvere in ogni direzione e la misera banchina che fa da stazione dei treni. Siamo al termine dell'anno scolastico e John, l'insegnante, si appresta a tornare a Sydney per trascorrere le ferie con la sua compagna. Prende il treno, scende nella cittadina in cui deve prendere l'aereo e... si fa trascinare in una serata brutalmente alcolica, durante la quale perde al gioco d'azzardo praticamente tutto quello che ha in tasca e finisce per rimanere intrappolato sul posto. Da lì ha inizio un viaggio nel torbido della profonda Australia, durante il quale John si fa trascinare in un tripudio alcolico che sfocia in situazioni sempre più discutibili e colpisce duro a più riprese.

Fatta la necessaria tara a certe convenzioni estetiche e di linguaggio da film con quarant'anni sulle spalle, Wake in Fright è un pugno nello stomaco ancora oggi, per il modo in cui alza continuamente la posta e per singole scene fortissime, tra le quali spicca quella già citata in cui viene mostrata una brutale caccia al canguro, ripresa seguendo dei veri cacciatori scatenati nella notte. C'è anche, va detto, una vena satirica che scorre lungo tutto il film e strappa più di una risata, ma che non riesce mai a levare di dosso una profonda sensazione di disagio. Non c'è da stupirsi se il popolo ritratto dal film si è preso male, ma la verità è che, purtroppo, nulla di quel che viene mostrato, al di là di alcuni atteggiamenti esasperati per amor d'effetto inquietante, m'è parso poi così improbabile. Diretto e interpretato benissimo, incredibilmente evocativo nell'utilizzo che fa dei suoi paesaggi, Wake in Fright mi ha un po' ricordato The Wicker Man, per il modo in cui racconta il viaggio all'inferno di un uomo assorbito dalle assurdità della profonda provincia. La differenza sta nel fatto che nel film di Ted Kotcheff non ci sono strane cospirazioni e culti pagani, c'è solo la brutale normalità dell'essere umano abbandonato a se stesso. E forse per questo fa molta più paura.

Come detto, il film è disponibile ormai da qualche anno in un'edizione Blu-ray della quale leggo in giro buone cose. Però, mi raccomando, se per qualche motivo dovesse capitarvi una chance di guardarvelo sul grande schermo, non perdetevela. Se lo merita.

2.12.14

The Walking Dead 05X08: "Conclusione"


The Walking Dead 05X08: "Coda" (USA, 2014)
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
puntata diretta da Ernest R. Dickerson
con Andrew Lincoln, Norman Reedus, Steven Yeun, Lauren Cohan, Michael Cudlitz e un po' di altra gente

Nel chiudere una stagione televisiva (o la metà iniziale della stessa) è più importante centrare i momenti conclusivi, magari con un bel cliffhanger, o l'episodio nella sua interezza? Mh, no, è una domanda cretina, ovvio che è meglio avere una puntata valida per intero, finale compreso. Mettiamola diversamente: se da una parte hai una puntata molto riuscita ma con un finale che non fa il botto e dall'altra hai il finale potente in coda a una puntata moscia, cosa scegli? Non si può avere tutto, non esageriamo, via, che pretese. Probabilmente il finale d'impatto, per come funziona la serialità in TV (Netflix permettendo) è ancora preferibile su ogni cosa, perché di fondo è quel che ti rimane dentro e ti lascia a macerare per settimane, o mesi, in attesa che si ricominci. Ciò non toglie che, diciamocelo, quegli ultimi secondi con le reazioni a quanto avvenuto, davvero efficaci e ben realizzati, fanno un po' fatica a cancellare la sensazione di aver visto una puntata non poi così riuscita.

Anzi, a voler ben vedere, proprio il fatto che quell'esplosione di dolore di Daryl e il passaggio da rassegnazione a improvvisa speranza e poi a disperazione di Maggie, tutto sommato, funzionino bene è simbolo estremo di una puntata concepita maluccio. Oltre del fatto che, se vogliamo, Ernest R. Dickerson si conferma uno fra i migliori registi a disposizione di The Walking Dead, capace di tirar fuori il sangue dalle rape e spremere momenti efficaci anche da sceneggiature discutibili. Quel momento che chiude tutto, in cui non solo i due "principali", ma un po' tutti i personaggi coinvolti riescono a comunicare sensazioni forti quasi solo con lo sguardo e con il corpo, funziona. Funziona perché ben realizzato e perché, di fondo, capitalizza sulla costruzione dei personaggi svolta fino a qui, oltre che sul lavoro tutto somatto solido fatto per rendere Beth un personaggio a cui affezionarsi. E se funziona nonostante arrivi al termine di una puntata piuttosto moscia e di una morte francamente cretina, beh, forse è segno del fatto che si è un po' sprecata un'occasione in cui bastava poco per fare molto di meglio.

Per altro la puntata, oltre a trovare una conclusione nonostante tutto efficace, era cominciata pure in modo promettente, con quella sequenza che ribadisce lo status da neo badass di Rick, liquidando in un attimo il cliffhanger di una settimana fa e continuando con il nuovo - per me molto divertente - trend di recuperare bei momenti del fumetto rielaborandoli in maniera diversa. Poi, però, è partita una tarantella che alternava passaggi tutto sommato anche abbastanza riusciti ad altri che davvero ti fanno chiedere se non sarebbe stato meglio riassumere queste ultime due puntate in una sola. Aggiungiamoci Gabriel ormai chiaro candidato a erede di Lori/Andrea nel ruolo di "Macheccazzofai?" e insomma, sarà che l'ho guardata in piena digestione (ma lo faccio tutte le settimane), sarà che da una puntata conclusiva, specie dopo essermi sorbito la classica "penultima" un po' moscia, mi aspetto qualcosa di meglio, sarà quel che sarà, faccio fatica a non notare un grosso "meh" che mi fluttua sopra alla testa.

Totomorti random: la stagione si concluderà con Sasha uccisa a mazzate sulla fronte.

 
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