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30.12.09

A Christmas Carol

A Christmas Carol (USA, 2009)
di Robert Zemeckis
con le voci (e pure un po' le facce) di Jim Carrey, Colin Firth, Gary Oldman, Cary Elwes, Bob Hoskins, Robin Wright Penn


Viene un po' voglia di chiederselo, che caspita sia saltato in testa a uno fra i registi americani più grossi di due degli ultimi tre decenni, per mettersi improvvisamente a dirigere solo animazione al computer. Certo, sì, fatta col motion capture, anzi, col performance capture, con gli attori che recitano. Però, eh, sarà mica cinema, questo qua, coi pupazzetti, eh, ai miei tempi non si facevano queste porcherie, eh. Guardando A Christmas Carol non so se si trovino delle risposte, però si trova un film davvero bello, che il dubbio di aver sbagliato a ignorare i due precedenti me lo fa venire.

Zemeckis è probabilmente l'unico a saper usare il 3D senza abusarne, senza sventolartelo sotto il naso, senza distrarti con le minchiate, ma pensando piuttosto a raccontare una storia e a tappezzare la sua totale padronanza registica con questa nuova tecnica rappresentativa. E a mozzartici comunque il fiato, con questa nuova tecnica rappresentativa. O, forse, il punto è che si tratta dell'unico regista serio ad averci provato per davvero: vediamo come va con Cameron, Dante, Burton e compagnia bella.

Sta di fatto che A Christmas Carol è un gioiello di narrazione per immagini. Una rilettura cupa, fosca, affascinante della splendida novella di Dickens, che cede forse alle lusinghe del luna park solo in quel lunghissimo inseguimento verso la fine, ma per il resto si preoccupa unicamente del mettere in scena come si deve e in maniera intelligente il testo con cui ha a che fare. E certo danno una mano le facce di gomma degli attori, alcuni dei quali fra l'altro neanche semplici da riconoscere (Gary Oldman, lo ammetto, m'era sfuggito), ma tutti efficaci e davvero bravi.

Il film l'ho visto in versione italiana e in 3D XpanD nella sala Energia del cinema Arcadia a Melzo. Importanza di guardare questo film in lingua originale: eh, insomma, per quanto il doppiaggio mi sia parso comunque buono, oltre che privo di insopportabili voci provenienti dalla TV, sarebbe carino ascoltarli, tutti 'sti attori che han fatto il performance capture. Prima del film han proiettato il trailer di Avatar, in 3D. Maremma maiala, avevo la bocca letteralmente spalancata. 23 gennaio. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Innocent - Stereophonics. Mi sembra l'unica decente dell'ultimo album. Sorseggiavo un disgustoso intruglio da macchinetta del caffè.

29.12.09

La settimana a fumetti di giopep - 29/12/2009

La rubrica sta tornando ad essere quasi regolare. Chissà quanto dura?

Bonelli
Volto Nascosto ***
Piacevolissima miniserie che una volta tanto mette in scena un racconto vero e proprio, con un arco narrativo compatto, completo, sensato, fuggendo quindi dalla classica struttura bonelliana della ripetizione infinita che caratterizzava invece Brad Barron. Letta tutta di fila, nel giro di un mesetto, mi ha sorpreso per costanza, senza forse picchi qualitativi sconvolgenti ma anche senza un singolo albo riempitivo o di puro tonfo. Bei personaggi, bello sviluppo, buon mescolare Storia e finzione e un protagonista - Vittorio - davvero riuscito e fuori dai soliti schemi bonellidi.

Marvel
Criminal: Una brutta nottata ****
Criminal contiene a ogni volume una storia diversa, lievemente unita alle precedenti dall'appartenenza allo stesso universo narrativo. Una brutta nottata racconta di come lo sfortunello Jacob Kurtz, che vuole solo vivere la sua vita tranquilla e farsi gli affari suoi, si trovi invischiato in un turbine di sesso, violenza e criminalità. E di come, ovviamente, tante volte sotto le sembianze della sfiga si nascondano gli errori del passato tornati a tormentarci. Scrittura da manuale del solito, eccellente Ed Brubaker e disegni perfetti del ruvido Sean Phillips: una coppia che incarna il noir a fumetti. Quello sporco, lurido, rabbioso, triste, melodrammatico, seducente.

Spider-Man Noir ***
Forse più pulpettone che vero e proprio noir, questa rilettura dell'ummeragn in chiave dark trascina dall'inizio alla fine, raccontando del faticoso annaspare di un vigilante armato di pistola nel fango di una New York corrotta da cima a fondo. Ispirato nelle rielaborazioni grafiche - un avvoltoio così cattivo non si era mai visto - e intelligente nei suoi colpi di scena, ha forse il solo limite di un finale troppo accomodante, che - appunto - mal si adatta all'etichetta di "noir".

Runaways #8: Rock zombi **
Dopo l'abbandono del sempre ottimo creatore Brian K. Vaughan, una fra le serie Marvel più frizzanti, spiritose e intelligenti del decennio sta neanche troppo lentamente andando a catafascio. Spiace per Terry Moore, altrove solo ottimo, ma questo volume può essere al massimo considerato un compitino diligente, moscio, privo di spessore. E disegnato da cani.

Altro
Tag ****
Essere uno fra i maggiori autori di fumetti americani significa anche avere la capacità di tirar fuori qualcosa di realmente nuovo da un tema, quello dei morti viventi, che sembra aver già detto tutto. Trasmetteresti volontariamente una malattia mortale a una persona che ti ha fatto un torto, se fosse l'unico modo per salvarti? Una domanda assurda, non troppo lontana, va detto, da quella posta ai protagonisti di The Ring, che trova però qui risposte non banali.

Non sto facendo esattamente delle vacanze natalizie, ma mi sono ritagliato un po' di tempo per giocare, leggere, guardare. Di scrivere qua dentro mi è però momentaneamente un po' passata la voglia. Ma adesso torna, eh! Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Criminal - Fiona Apple. Ho la testa che pulsa.

23.12.09

Regalo di Natale!

Dopo centododici anni con lo stesso template, di cui fra altro mi sono rotto le palle sessant'anni fa, cambio faccia al blog. Brutto? Bello? Pesante? Boh? Comunque, a me mi piace. Un bacio con la lingua a Fotone per la scritta là sopra, abbracci calorosi a chiunque mi faccia notare qualcosa che non funziona o porti alla mia attenzione elementi particolarmente brutti. E sì, lo so che i link là in cima sono da sistemare: appena ho un secondo lo faccio. Ah, dimenticavo: con questo template tornano a funzionare le anteprime dei post! Tripudio!

Ho spostato robe in giro, tolto qualcosina, aggiunto qualcos'altro. Sul serio: se qualcuno ancora mi legge e qualcosa non dovesse tornargli, son tutto orecchie. E iscrivetevi su Networked Blogs, ché mi riempite il box lì in fondo. Mentre scrivevo questo brutto post ascoltavo 4 Guys 1UP del 23 ottobre, con ospite Tim Schafer. Digerivo una corposa macedonia dell'Esselunga.

22.12.09

La settimana a fumetti di giopep - 22/12/2009

Copertina innevata per la Settimana a fumetti natalizia. Perché qui si lavora pure sotto le feste (e sotto la neve)!

Manga
Cross Game #11 ****
Katsu #8 ****
Nuovi sviluppi, nuovi personaggi, umorismo spicciolo, buoni sentimenti, amore e amicizia per tutti. Adachi, my man.

Marvel
Ultimate Spider-Man #70: Ultimatum #3 ****
Ecco, l'unico motivo per cui la goccia Ultimatum non ha fatto traboccare il vaso delle mie sature gonadi sta in questo paio di storielline dell'Uomo-Ragno. Sta nel fatto che Bendis ancora una volta dimostra quanto sia possibile emozionare raccontando di fatto due cose in croce per quaranta pagine. Io, a uno che scrive roba del genere e che riesce ancora a colpire nel segno dopo nove anni e centotrentatré storie della stessa solfa, ci voglio bene e ci do fiducia. Vediamo come va avanti.

Altro
Whiteout: Melt ****
Whiteout: Melt prende i tratti migliori della precedente miniserie e li estremizza, concentrandosi sulla personalità della sua protagonista e soprattutto sulla potenza narrativa dell'ambientazione. Questa volta non c'è un risibile giallo da risolvere - anche se un pizzico di mistero ovviamente non manca - ma solo la pura lotta contro le simpatiche intemperie polari. Azione, colpi di scena, caratterizzazione magistrale dei (pochi) personaggi, il corrosivo stile grafico di Steve Lieber e un Greg Rucka in splendida forma. Leggerlo mentre Milano spalanca le porte alla fine del mondo, poi, non ha prezzo.

Mi sto leggendo tutto Volto Nascosto. E neanche mi sta dispiacendo. Ma ne parliamo a tempo debito. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: The '59 Sound - The Gaslight Anthem. Insalata o macedonia?

21.12.09

Quack! (:-|)

18.12.09

La battaglia dei tre regni

Red Cliff & Red Cliff II (Cina, 2008/2009)
di John Woo
con Tony Leung, Takeshi Kaneshiro, Fengyi Zhang, Chen Chang, Wei Zhao, Jun Hu, Chiling Lin, Shido Nakamura


Premessa: della storia cinese so meno di una fava. Ho fatto giusto due ricerchine su Internet, prevalentemente su Wikipedia.

La battaglia dei tre regni è l'adattamento cinematografico di una parte de Il romanzo dei tre regni, monumentale opera che romanza con taglio epico svariati eventi storici della Cina che fu, a cavallo fra secondo e terzo secolo. A quei centoventi capitoli (un migliaio di personaggi, oltre ottocentomila parole) si è nel tempo ovviamente ispirata una marea di altra roba, fra cui pure qualche videogioco, tipo i vari strategici Romance Of The Three Kingdoms, i Kessen e i simpaticissimi Dynasty Warriors.

Ecco, a un appassionato di videogiochi, c'è poco da fare, certi momenti de La battaglia dei tre regni fanno venire in mente proprio l'insopportabile serie di squartammazza targati Koei. Coi generali - non a caso personaggi presenti anche in quei giochi - che scendono in campo e da soli sbaragliano decine e decine di nemici, così, come se niente fosse. Va però detto che queste situazioni e davvero poco altro rappresentano le uniche concessioni di Woo al Wuxiapian cui siamo abituati. Nei due Red Cliff (sì, due, ne parliamo dopo) non si vede gente che svolazza come in La tigre e il dragone e rimbalza fra un muro e l'altro come in New Super Mario Bros. Wii.

E che si vede? Si vede un racconto che - fatta la tara al taglio mitologico con cui vengono caratterizzati i vari protagonisti e determinati snodi narrativi - mantiene abbastanza i piedi per terra, mostrando sì due scene di battaglia epiche, enormi, semplicemente splendide, ma concentrandosi soprattutto sui personaggi, sui complicati intrecci umani e politici che li legano, sulla guerra vista non solo attraverso lo scontro sul campo ma anche (soprattutto) tramite ciò che è preparazione, dialogo, tattica. Si vede un cast meraviglioso, con Tony Leung che al solito mangia in testa a tutti e attorno a lui un campionario di presenze sceniche da mozzare il fiato. Si osserva un John Woo tornato all'eleganza e alla potenza stilistica che sembrava aver ormai irrimediabilmente perso. Si respira il solito, adorabile, malinconico melodramma che permea il cinema dell'estremo oriente tutto e che ce lo fa amare.

Ah, quasi dimenticavo: i due Red Cliff. Avete presente Kill Bill? Volume uno e volume due? Ecco, stessa roba. Red Cliff, in Cina, è uscito sotto forma di due film, da centoquarantaepassaminuti l'uno. La versione occidentale è frutto di un riassemblaggio e scesoiamento voluto e curato dallo stesso Woo, al fine di renderlo più adatto ai nostri palati fini con una durata da centoquaranta minuti e spiccioli. Non l'ho vista, ma ho leggiucchiato in giro e noto come siano in effetti state eliminate quasi solo scene estremamente "cinesi", lontane dal gusto occidentale, oltre a una "sottotrama" che è forse la più debole dei film originali. Ma stiamo comunque parlando dell'eliminazione di oltre due ore di materiale, che genera per forza di cose qualche incongruenza e qualche scena un po' priva di senso, oltre a tagliar fuori alcune fra le più belle immagini dei due film (il parto e la caccia alla tigre? Ma stiamo scherzando?). Insomma, meh.

Il film l'ho visto in lingua originale, sottotitolato in inglese. Importanza di guardare questo film in lingua originale: non saprei, però l'importanza di guardarlo tutto per intero non la sottovaluterei. Eagle Pictures ha comunque annunciato la pubblicazione (su DVD e Blu-Ray) del film in entrambe le versioni: abbreviata e integrale. Quindi a breve saremo tutti più contenti. Nel frattempo, vi segnalo Chua Import & Entertainment, il sito - consigliato dal Guglia, ciao e grazie - tramite il quale ho comprato i due DVD cinesi, dezonati e con sottotitoli in inglese. Spedisce dalla Germania, quindi si schiva quella vergogna nazionale che è la dogana italiana. Mentre scrivevo questo brutto post, Al Michaels e Cris Collinsworth gufavano in televisione. Il mio stomaco elaborava il troppo the bevuto. Gli Eagles battevano agevolmente i Giants e si issavano in testa alla classifica della NFC East.

17.12.09

Multitentacolo

Il podcast del Tentacolo Viola: Episodio IV. Ospite speciale Pierpaolo Greco di Multiplayer. Gli sottopongo un pippone che non finisce più sui metri di giudizio e le scale di valori. E poi si parla di altre cose. Tipo che io parlo di Cooking Mama 3, del nuovo Buzz e di Red Cliff. Sta qui.

I podcast videoludici italiani si vogliono tutti bene fra di loro. Un abbraccio d'amore. Musica ascoltata nello scrivere questo brutto post: The Arrival - Michael Nyman. Mangiavo un paio di kiwi.

Bum bada-boom

16.12.09

Orgoglio e pregiudizio e zombie

Pride and Prejudice and Zombies (USA, 2009)
di Seth Grahame-Smith


L'altro giorno, gironzolando come un'anima in pena da Feltrinelli, ho notato che è uscita un'edizione italiana di Pride and Prejudice and Zombies. E m'è venuto in mente che qua dentro non ho mai scritto di quella sciocchezzuola, anche se ne ho parlato nell'episodio zero di Outcast e quindi magari qualche disperato mi ha ascoltato mentre io lo descrivevo e Fotone rideva. Ma, insomma, mettiamolo pure nero su bianco.

Orgoglio e pregiudizio e zombie è una sciocchezzuola. Seth Grahame-Smith ha sostanzialmente preso il testo originale di Jane Austen e ci ha appiccicato sopra le decalcomanie dei morti viventi. Ma non così per dire, no no, ha proprio preso il testo originale, parola per parola, e l'ha usato come base per realizzare il suo, aggiungendo, togliendo, modificando, ma anche lasciando interi brani del tutto immacolati. La storia è la stessa, l'intreccio non muta di una virgola e le variazioni ruotano tutte attorno al cambio di contesto: la Gran Bretagna in cui amoreggiano Elizabeth, Darcy e tutti gli altri è invasa dagli zombie.

Le modifiche sono talmente deliranti e sopra le righe da non poter che strappare un sorriso: Lizzy e Jane hanno viaggiato in Cina per imparare le arti marziali, la scena del ballo si conclude con un'orda di zombie che irrompe e pianta su un gran casino, Elizabeth rifiuta Darcy prendendolo a calci... tutte simpatiche cosette del genere. Il problema è che non c'è altro. Un esercizio di stile, insomma, che si esaurisce proprio in questo suo giochetto e non riesce a fare quasi nulla in più. Chi - come me - si aspettava di vedere usati gli stessi personaggi e la stessa ambientazione per dare vita a un romanzo horror "canonico", magari dal taglio un po' trash/demenziale, rimarrà sorpreso. In positivo o in negativo? Boh?

L'idea è simpatica e nei suoi momenti migliori funziona anche molto bene. L'estremizzazione delle vicende di Charlotte e il modo in cui l'infezione va ad accentuarne i significati rappresentano forse l'esempio migliore, ma di buone trovate ce ne sono anche altre. Il problema è che sono disperse in un romanzo che, di fondo, condivide tutta la forza del suo intreccio con il testo originale. I personaggi sono quelli, gli snodi narrativi sono quelli e non son certo un paio di risate di bassa lega e due sbudellamenti a cambiar le carte in tavola. Insomma, se è l'intreccio che interessa, tanto vale andare sul libro originale, molto bello e indubbiamente superiore a questo.

Ma allora dove sta, se c'è, il senso di Orgoglio e pregiudizio e zombie? Sta per l'appunto nell'esercizio di stile, nella "rielaborazione" del romanzo originale e nel fatto che sarebbe quasi da leggere con il testo a fronte, confrontando passo a passo le parole di Jane Austen e quelle di Seth Grahame-Smith. In quest'ottica si tratta di un'operazione simpatica, divertente, a tratti perfino intelligente. E mi ha spinto a leggere Pride and Prejudice, che insomma, è già un bel risultato.

Il libro l'ho letto in lingua originale, nell'edizione brossurata di Quirk Books. Importanza di leggerlo in lingua originale? Beh, più che altro sarebbe da capire come sia stata realizzata la versione italiana. Insomma, qua il punto è anche l'utilizzo del testo di Jane Austen: se non è stata mantenuta la fedeltà, che senso ha? Che poi Jane Austen andrebbe comunque letta nella sua lingua e fine, ma insomma, eh. Nello scrivere questo brutto post ascoltavo in sottofondo la roba trasmessa da ESPN durante l'intervallo della partita fra Eagles e Giants. 30 a 17... come finirà?

14.12.09

New Super Mario Bros. Wii

New Super Mario Bros. Wii (Nintendo, 2009)
sviluppato da Nintendo EAD


New Super Mario Bros. Wii è stre - pi - to - so. Punto. Difetti? (1) L'inizio parecchio moscio: nei primi due mondi c'è una totale mancanza di senso del nuovo e di, boh, trasporto. Certo, si intravedono già qualche bella idea e lo sforzo di fare un gioco impegnativo e non la passeggiata che c'era su DS, ma davvero sembra di stare giocando alla stessa roba di tre anni fa. E non è bello. (2) Manca l'online e non ci ho potuto quindi giocare in cooperativa con Holly. (3) Le cazzo di piattaforme/ascensori dell'ottavo mondo: metà delle volte le muovevo troppo velocemente, Mario faceva la piroetta e io finivo nella lava. (4) È un Mario 2D e non è una cosa di tutt'altra pasta come Yoshi's Island, quindi ti viene da paragonarlo a Super Mario World e, vabbuò, su, dai. Però, fine, tutto il resto è stre - pi - to - so.

Ha un crescendo fuori scala: come detto, parti un po' meh, anche se magari ti fai pigliare dal solito stile Nintendo, ma poi ti ritrovi fra le mani una roba assurdamente bella, curata, perfetta, piena di idee, che cresce costantemente dall'inizio alla fine, ha forse il miglior boss finale nella storia dei Mario 2D e dopo il boss ci mette pure il mondo stronzobastardomaledetto dedicato agli hardcore gamer che a prendere le monete del 9-7 ho bestemmiato davvero tanto. Ah, fra l'altro: è il gioco più hardcore che ho giocato quest'anno. E no, non c'è Peach a pecora.

Poi la verità è che ha ragione chi dice che è un aggiornamento del gioco DS, perché dai, è quello, ha quella faccia, ha quello stile, ha pure più o meno gli stessi mondi, non si può negare che lo sia. Però ha pure ragione chi dice "ma col cazzo", perché c'è veramente troppo di più (oh, c'è Yoshi: gameset&match), troppa più cura, troppa più attenzione a fare una roba che funzioni a tutti i livelli, troppe più idee, troppe più cose. E concentrarsi sulla prima visione senza rendersi conto della seconda, se lo hai giocato davvero a fondo, mi sembra abbastanza miope. Se poi ti stai occupando di scriverne una recensione, mi sembra abbastanza degno della brutta gente che ho la sfortuna di chiamare colleghi e che guardo con sdegno dall'alto in basso credendo di essere chissacchì.

È il nuovo Mario paura spaccatutto diverso e innovativo? No, quello era Super Mario Galaxy, per questa generazione direi che siamo a posto. È un gioco della madonna, un Mario della madonna, un platform vecchio stile della madonna? Esatto. Vi sempra poco? A me no. Mamma mia! Ai miei tempi, quando qui era tutta campagna, per dei giochi che erano semplicemente dei seguiti della madonna di giochi della madonna ci si esaltava. Turrican II venne acclamato come capolavoro, non ci si tirava le paranoie perché era uguale al primo.

Quasi tutto quello che leggete in questa pagina l'ho in realtà scritto in una mail per la redazione di Nextgame, all'interno di una discussione ben più ampia e che non riguardava il nuovo Marietto nello specifico. Copio e incollo la chiusura di quella mail: "Uah, figata, adesso copio, incollo, sistemo la formattazione, aggiungo due insulti a Zave e ho fatto il post su New Super Mario Bros. Wii per il blog. Grazie a tutti. :*" Mattia, sei uno stronzo. A New Super Mario Bros. Wii ci ho giocato in inglese, perché ho il Wii impostato così. Ma cambia poco, anzi, in genere le versioni italiane dei giochi Nintendo sono solo ottime. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Crush (non Crash) - Dave Matthews Band. Sorseggiavo una tazza di Earl Grey. Mattia sei una merda.

Hype

"Watching "Avatar," I felt sort of the same as when I saw "Star Wars" in 1977. That was another movie I walked into with uncertain expectations. James Cameron's film has been the subject of relentlessly dubious advance buzz, just as his "Titanic" was. Once again, he has silenced the doubters by simply delivering an extraordinary film. There is still at least one man in Hollywood who knows how to spend $250 million, or was it $300 million, wisely."

Qua il resto, courtesy of my dear Roger Ebert. Però, oh, una cosa importante, che poi è James Cameron riassunto: "I've complained that many recent films abandon story telling in their third acts and go for wall-to-wall action. Cameron essentially does that here, but has invested well in establishing his characters so that it matters what they do in battle and how they do it. There are issues at stake greater than simply which side wins."

Ah, anche: "I saw the film in 3-D on a good screen at the AMC River East and was impressed. I might be awesome in True IMAX. Good luck in getting a ticket before February." In tutto il mondo esce nei prossimi tre giorni. Con qualche eccezione: Giappone (23 dicembre), Polonia (25 dicembre), Argentina (1 gennaio) e - rullo di tamburi - Italia (15 gennaio). Uffa.

Ma sì, dai, pure: "It takes a hell of a lot of nerve for a man to stand up at the Oscarcast and proclaim himself King of the World. James Cameron just got re-elected." Hype. Credo sia il terzo film in questo intero decennio che mi fa voglia a questi livelli. La quarta "cosa", a farmi voglia a questi livelli, così ci mettiamo dentro Dead Rising. Dai, chiudiamo in bellezza: qualcuno mi regali un volo andata/ritorno per Londra con biglietto per la visione all'IMAX. Al pernottamento ci penso io, giuro.

Mentre pubblico questa roba, attendo con ardore l'inizio di Philadelphia Eagles @ New York Giants. Viste anche le scoppole prese dai Dallas Cowboys poco fa, la partita potrebbe definitivamente significare playoff. Hai detto niente. Mi sa che scatta la nottata, a meno che non si vada subito sotto di venti e ciao e grazie. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: I Kissed a Girl - Katy Perry (giusto per sputtanarci definitivamente). Sbadigliavo e valutavo quali droghe utilizzare per restare sveglio.

11.12.09

Il presidente - Una storia d'amore

The American President (USA, 1995)
di Rob Reiner
con Michael Douglas, Annette Bening, Martin Sheen, Michael J.Fox


Guardare questo film è un'esperienza lisergica, ma anche un po' catartica. Quasi una scelta morale. Soccombo alla profonda antipatia nei confronti di Michael Douglas e (soprattutto) Annette Bening, che davvero mi attanaglia le viscere al punto di non farmi piacere una sceneggiatura tanto ben scritta e un film tanto leggero e simpatico? Oppure regalo lode, bacio accademico e un mondo di amore a Rob Reiner e Aaron Sorkin, che mi fanno diventare simpatico il Michael e quasi (quasi) sopportabile l'Annette? E ammetto, sigh, che i due antipaticoni sono anche bravi? La seconda, via, ché è Natale e siamo tutti più buoni.

Il presidente è una commedia sentimentale americana. Non molto di più, ma anche nulla di meno. È lui e lei che si conoscono, per qualche strano motivo si innamorano, vanno avanti felicemente, poi c'è la crisi, poi fanno pace e si vogliono bene. Con tanti amici e personaggi di contorno che son simpatici e adorabili (e un paio pure un po' strani). È quello, lo sappiamo. Però è un "quello" fatto davvero per benino, con tutte le sue cosette al posto giusto, con tutti i suoi bei caratteristi che fanno il loro dovere, con una sceneggiatura solida e frizzante.

Ed è per tutte queste cose che Il presidente funziona. Per il fatto di farti interessare alle vicende di persone dai tratti umani e reali, prima che di politici e presidenti. Perché c'è un film e c'è una sceneggiatura, e non solo Amy Adams e Meryl Streep. E Stanley Tucci. Perché - pare poco ma non lo è - ti caratterizza il presidente come un presidente vero, che ha a che fare con problemi veri e deve prendere decisioni su dilemmi veri, mica su crisi inventate con luoghi di fantasia. Perché quattordici anni dopo non sai se chiederti "Ma 'ste robe si discutevano già quattordici anni fa?" o "Ma dopo quattordici anni ancora stiamo dietro a 'ste robe?". Troppo avanti Sorkin e Reiner o troppo indietro il resto del mondo?

Il film l'ho visto in DVD, original language. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Beh, gli attori son bravi e c'è qualche giochetto di parole simpatico. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: The Boxer - Editors (sto un po' in loop). Nel mio stomaco danzava un Big King XXL menu medio.

10.12.09

[Rec]

[Rec] (Spagna, 2007)
di Jaume Balagueró e Paco Plaza
con Manuela Velasco, Pablo Rosso


Quando a suo tempo vidi i trailer di [Rec], mi immaginai una cosa un pochino diversa da quel che ho poi trovato. Non so bene per quale motivo, mi ero convinto che il film avrebbe raccontato col "trucchetto" della videocamera in prima persona una storia horror sullo stile delle due precedenti di Balaguerò (il perlomeno interessante Darkness e il pessimo Fragile). Insomma, non m'aspettavo gli zombie. E invece qui ci sono gli zombie. A onor del vero va detto che nel finale fa capolino una una botta di misticismo, ma insomma, in sostanza di quello si parla: zombie, del genere "incazzato, rabbioso, corro come un pazzo e ti sbrano".

E se ne parla senza raccontare nulla di nuovo, ma sfruttando il trucchetto della videocamera sempre accesa per calare lo spettatore al centro dell'azione. Che ha qualche forzatura e richiede un minimo di disponibilità per "crederci". Ma, all'ennesimo film che gioca su queste regole, dovrebbe essere ormai chiaro come funzioni 'sto genere di roba. E se piace o no. E se fa venir da vomitare o no. Balaguerò e Plaza, comunque, ci giocherellano abbastanza bene, non si limitano a lasciar la videocamera in mano al reporter coraggioso, la appoggiano anzi di qua e di là, la sfruttano come mezzo di sopravvivenza estrema nel claustrofobico finale, ci fan tutto quel che ci si può fare.

Ne vien fuori un film teoricamente in grado di far paura un po' a chiunque non si faccia prendere da motion sickness, se non altro perché li prova un po' tutti, i modi per spaventarti. Però, con me, non ha funzionato poi tanto. Sarà che mi stavan sulle balle tutti i personaggi e non chiedevo altro che di vederli sbranati? Sarà che la svolta "ultraterrena" del finale m'è parsa un po' ridicola? Sarà che per quanto diretto estremamente bene non l'ho trovato niente più che appunto un esercizio di bravura realizzato estremamente bene? Vai a sapere.

Il film l'ho visto in lingua originale con sottotitoli in inglese (del resto su Play.com te lo tiran dietro). Importanza di guardare questo film in lingua originale? Ma che ne so, mica parlo spagnolo. Leggo comunque in giro che il doppiaggio italiano è stato realizzato con gran cura. Si son sbattuti, insomma. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: You Really Got A Hold On Me - She & Him. Nel mio stomaco facevano a botte tonno, fagioli e un Kinder Colazione Più.

9.12.09

Dita unte sullo schermo

Non ho comprato The Secret Of Monkey Island Brutta Edition perché è brutto. Ha la grafica brutta. Capito? Brutta. "Ma dentro c'è pure la versione originale!" Eh, ok, ma quella ce l'ho in diciottomila forme, e non mi interessa dare soldi a gente che vende quella versione brutta. Non bastasse il fatto che quella grafica è brutta già di suo, poi, si aggiunge pure il fatto che ha il design dei personaggi (brutto) tutto triste e stravolto che qualche idiota ha deciso di inventarsi con The Curse Of Monkey Island, rendendolo la "faccia" ufficiale di Monkey Island per questo popolo di giovani d'oggi che non sanno nulla di quando qui era tutta campagna. Guybrush Threepwood non è questa specie di Bernard Bernoulli o questo stronzetto. È questo qui. Ed è bello anche e soprattutto perché pur essendo un completo idiota è quel fighetta con la barba che sta lì dietro. Ma che ne volete capire, razza di debosciati. Vi scatarro su.


Flight of the Amazon Queen (Renegade Software, 1995/2009)
sviluppato da Interactive Binary Illusions - John Passfield & Steve Stamatiadis


Ho però comprato Flight of the Amazon Queen, per iPod Touch. Che è un'avventura grafica del 1995 uscita su Amiga e PC. Ho la versione PC, nel mucchio della roba comprata e mai giocata. E oggi, se vuoi giocare una roba del 1995, lo sbattimento di farla funzionare non vale i cinque euro scarsi che costa la versione iPod Touch. Quindi l'ho comprato per iPod Touch e me lo sono finalmente giocato.

Ed è esattamente quel che immagino fosse quattordici anni fa: un'avventura grafica spudoratamente riciclata e derivativa, con uno script scoppiettante e abbastanza divertente, una serie di enigmi belli piacevoli da risolvere, quella classica atmosfera demenziale e naïf che tanto ci piace. Un po' Indiana Jones e un po' Guybrush Threepwood, piglia per il culo entrambi con affetto e diverte abbastanza dall'inizio alla fine, pur all'interno di confini e stereotipi che più classici di così proprio non si può.

Buoni i due sistemi di controllo (il secondo arrivato tramite aggiornamento, per rispondere alle critiche di gente un po' scema): entrambi girano intelligentemente attorno al problema di stare sporcando lo schermo dell'iPod con il pollice. Poi, per carità, con un pennino si vivrebbe tutti più felici, ma non si può avere tutto. E in compenso c'è un doppiaggio esilarante, con tutti 'sti accenti forzatissimi e bellissimissimi. Insomma, approvato.


Beneath a Steel Sky Remastered (Virgin Interactive, 1994/2009)
sviluppato da Revolution Software - Charles Cecil


Non pago, ho comprato pure Beneath a Steel Sky Remastered, sempre per iPod Touch. No, non è vero, non l'ho comprato, l'ho recuperato per vie traverse proprie dell'essere uno che campa scrivendo di minchiate. Al contrario di Flight of the Amazon Queen, che è una conversione ripulita e bon, questo è un vero e proprio remake. Ma un remake fatto con intelligenza, mica come quella roba brutta, cattiva e antipatica di cui ho parlato in avvio.

Han tirato in mezzo Dave Gibbons, che già si era occupato della grafica di quattordici anni fa, e gli han fatto fare non so bene cosa. Il risultato, però, è un remake di quelli ligi, rispettosi e fatti con amore. L'introduzione e l'epilogo, per dire, sono impeccabili nello spolverarsi e aggiornarsi al nuovo millennio senza grattar via la patina vintage di cui un'operazione del genere dev'essere ricoperta. Il sistema di controllo, pure, è molto intelligente. Oltre che diverso da entrambi quelli di Flight of the Amazon Queen, come per dire: "oh, su, basta sforzarsi, le buone idee stanno lì fuori e aspettan solo di esser colte".

E poi c'è il gioco, che è un'avventura grafica solida, meno facile di come me la ricordassi - forse perché all'epoca ero troppo più allenato al tipo di ragionamenti richiesti da questo genere di giochi - e con una bella scrittura. Comicità spicciola, senso del dramma, un paio di bei colpi di scena e un'ambientazione cyberpunk che magari è passata di moda ma, insomma, quel minimo di fascino se lo porta ancora dietro. Poi, ovvio, c'è anche la polvere, quasi tutta ammucchiata sul Virtual Theatre, che all'epoca pareva quasi rivoluzionario e adesso, insomma, è proprio la curiosità simpatica a cui fai pat pat sulla spalla. Ma va bene così, mica ci si può aspettare la rivelazione del terzo segreto di Fatima da un'avventura grafica del 1994.

Di entrambi i giochi esiste una versione italiana che non ho visto neanche di sfuggita e non so se sia solo sottotitolata o anche doppiata. Importanza di ascoltare questi giochi in lingua originale? Boh, gli accenti fan parecchio ridere e poi, dai, insomma, i giochi di parole. Chi mi ascolta su Outcast mi ha probabilmente ascoltato mentre dicevo le stesse cose che ho scritto in questo quindi abbastanza ridondante post. Sopravviveremo al dolore. Nella confezione originale di Beneath a Steel Sky c'era un fumetto di Dave Gibbons che faceva da prologo alle vicende e fece pure da base per il filmato introduttivo del gioco. È bello. Lo possiedo. È bella pure la scatola, tutta nera. Mica come le scatole brutte di adesso. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: The Boxer - Editors. Provavo forte desiderio di coma farmacologico.

4.12.09

Nerdcast

Outcast episodio tre: brutto, puzzone e dall'adorabile sapore vintage. Sta qui.

No, perché magari uno si chiede come succeda che dopo una settimana da otto (otto!) post se ne presenti una da blog morto e agonizzante. Succede che ho avuto un podcast da registrare, un sacco da lavorare, un po' di simpatiche faccende da sbrigare e il podcast di cui sopra da montare/tagliare/ripulire/pubblicare. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: In This Light and On This Evening - Editors. Stasera vado a vederli, gli Editors. Prima volta a un concerto proprio loro, dopo che me li sono beccati in un festival olandese e uno tedesco. Son gentili, dovevano andare all'Alkatraz, si son spostati al Palasharp per farmi camminare meno. Comunque ho bisogno di passare quattro giorni seduto sul divano. Ci vediamo mercoledì. Ciao e grazie.

Cicci :)

28.11.09

La settimana a fumetti di giopep - 28/11/2009

Due settimane di fila, così poi non lo faccio più per due anni. Olé!

Manga
Naruto #45 ***
Che devo dire, che devo fare, ormai siamo nel limbo, in quella zona in cui è evidente che ha rotto le scatole ma sono ancora troppo affezionato ai personaggi e allo stile grafico e/o narrativo per darci un taglio. Ma insomma, è l'unico manga di 'sto genere che ancora leggo, teniamocelo.

Pluto #4 ****
No, basta, questa roba non si può leggere un pochetto ogni tre mesi. Non ha veramente senso, ti perdi i pezzi per strada, spezzi completamente la tensione della detection, ti rimane solo il gusto per la splendida maniera nel raccontare e nel disegnare le cose (anche se, diciamocelo, con Urasawa cambia il tema ma sembra di legger sempre la stessa storia). Il problema è che non ce la faccio, quando esce il nuovo numero, a metterlo lì sullo scaffale, bello tranquillo, in attesa di averli in mano tutti e otto. Qualcuno mi dia una soluzione, io non so dove pescarla.

Marvel
Incognito ****
Questa cosa del "le sue solite robe, ma quanto sono belle" sta cominciando a diventare monotona. Ma insomma, Incognito quello è. Un noir più o meno superomistico cupo, sboccato, violento e con qualche ammiccamento sessuale non è esattamente materia densa d'originalità, di questi tempi. Però Brubaker riesce a dargli un taglio corrosivo e serio, senza risultare forzatamente serioso, ma anzi sapendo anche ridacchiare di se stesso. Se vi state chiedendo cosa significhi questa roba che ho scritto, sappiate che me lo sto chiedendo pure io. Un po' Powers, un po' Wanted, un po' Sleeper, un po' una roba per i fatti suoi, Incognito è strettamente figlio del suo autore, forse anche per questo limitato nel ricordare parecchio tante altre sue opere. Però, siam sempre lì: che bello!

Magneto: Testamento ****
Testamento racconta la terribile gioventù di un cattivone degli X-Men che Chris Claremont ebbe la bella intuizione di rielaborare come sofferente reduce da Auschwitz. La natura del protagonista sta giusto giusto negli occhi di chi legge, indottrinato dal titolo e capace eventualmente di cogliere la singola strizzata d'occhio ai poteri (il giavellotto) e a un altro personaggio noto (Magda). Fine. Per il resto, c'è un racconto solido, intenso, che non dice nulla di particolarmente nuovo sull'argomento ma racconta, bene, uno squarcio di storia attraverso lo sguardo di un giovane. Occhio: se cercate Maus, andatevi a leggere Maus, perché siamo lontani anni luce. Se cercate un bel fumetto scritto con gusto su un argomento delicato, potete rivolgervi anche a questo. Che fra l'altro contiene pure una breve storia di Joe Kubert e Neal Adams sulla vicenda di Dina Babbitt, hai detto niente. Mettiamola così: se anche solo dieci cretini americani sovrappeso l'hanno comprato convinti di leggersi una cazzatona di supereroi e anche uno solo fra di loro è rimasto colpito e interessato da quel che viene in realtà raccontato, oh, punti stima a Greg Pak. Sì, lo so, sono stupido e qualunquista.

Marvel Zombies #3: Carne e Metallo **
Divertimento di bassa lega, carne, sangue e comicità spicciola. Il filone Marvel Zombies non era partito male (del resto Robert Kirkman, mica pizza e fichi) e l'incrocio con Ultimate Fantastic Four, pure, era stato divertente. Poi si è cominciato a riproporre sempre la stessa storia, riscritta in maniera sempre più brutta, con apparizioni speciali a caso. Qua perlomeno si prova a fare qualcosa di diverso e il risultato è pure simpatico, ma insomma, se deve trasformarsi in una semplice roba di supereroi, solo mezzi morti, che senso ha?

Spider-Man & X-Men: I teenager più strani di tutti i tempi *
Non ho capito se l'intenzione fosse di creare una storia sullo stile sempliciotto dei bei tempi andati o se proprio questa miniserie è scritta da cani. L'impressione, però, è di una roba scritta da cani che ha come unico motivo d'interesse il ripercorrere in maniera superficiale alcuni eventi cardine nella storia dei personaggi coinvolti. Peccato, i disegni di Mario Alberti si meritavano qualcosa di meglio.

Altro
Locke & Key #1 ****
Che cos'è, Locke & Key? Boh? È un thriller? È un horror? È un racconto di formazione? No, hahaha, dai, racconto di formazione no, mi pare esagerato. Però, caspita, è una bestia strana, che ti tiene col fiato sospeso, che giocherella col misticismo, mette paura con il suo non farti capire una fava, si gioca le carte migliori ogni volta che torna coi piedi per terra e tiene incollati alla tavola con una regia e un ritmo strepitosi. Joe Hill, non so da dove tu sia uscito, ma resta fra noi, ti prego!

The Boys #4: Cose che fanno bene allo spirito ****
Periodicamente salta fuori il fumetto (o il film, via) che si bulla di avere un approccio in qualche modo realistico al tema dei supereroi. Watchmen ce li ha fatti vedere stanchi, panzoni, sanguinari e politicizzati. Con Marvels li abbiamo osservati attraverso l'occhio dell'uomo comune. Powers, Top Ten e tanti altri li hanno integrati nella società con un taglio hard boiled. Insomma, ognuno ha la sua. Garth Ennis, con The Boys, li trascina nel fango e li rende quindi molto più vicini a questo simpatico mondo di depravati, squallidi, egoisti, parodistici approfittatori in cui viviamo. Quello di chi vuole gli occhiali a raggi X per spiare sotto i vestiti della vicina gnocca. Quello di chi se fosse Superman rapinerebbe le banche. Quello di chi manda al potere, tramite regolari elezioni, texani rincoglioniti e unti dal signore. Quello, insomma. Il quarto volume interrompe un pochetto il filone della satira porchettara e del giochetto sugli stereotipi infilandoci un apparente sviluppo romantico. Occhio ad affezionarcisi, perché il rischio che si stia preparano un patatrac di quelli grossi mi sembra evidente.

Whiteout ***
Originale poliziesco ambientato a due passi da dove vedemmo per l'ultima volta R.J. MacReady, Whiteout si gioca le sue carte più con il graffiante tratto di Steve Lieber, la solida caratterizzazione delle due protagoniste e il fascino dell'ambientazione che con un intreccio investigativo francamente piuttosto prevedibile. Sarei curioso di guardarmi il recente film con Kate Beckinsale, ma da quel che leggo in giro mi sa che è più interessante cercare "Kate Beckinsale" su Google e sfogliare i risultati sotto la voce immagini.

Adesso mi leggo tutto Volto Nascosto. Fermatemi, vi prego. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: 30 Seconds - Therapy?. Cercavo disperatamente di digerire uno Steakhouse Burger menu medio (con coca e patatine).

27.11.09

Capitalismo: Una storia d'amore

Capitalism: A Love Story (USA, 2009)
di Michael Moore
con Michael Moore e un po' di altra gente


Mi sento un po' scemo a parlare dello "stile" Michael Moore, del suo modo di girare, esprimersi e raccontare che è sempre lo stesso, sempre efficace allo stesso modo, sempre basato sugli stessi modi di fare e di dire, sempre con quello stesso pizzico di "scorrettezza" nel volerti far incazzare con la musichetta giusta sull'inquadratura giusta, nell'essere magari un pochino troppo furbetto sul suo spingere senza tregua la dimostrazione dell'assunto di partenza. Mi sento un po' scemo più che altro perché ho visto solo Sicko e Capitalism, quindi magari sto parlando a vanvera. Eh, sì, lo so, lo so, niente Fahrenheit e niente Columbine. Ci ho provato, eh! Li avevo registrati entrambi su Sky. Ma poi mi si è brasato il decoder. Quindi, insomma, magari mi manca la visione d'insieme, però mi sembra comunque abbastanza evidente lo stampino, il modo di fare cinema (sì, perché questa roba, oltre che documentario, è palesemente cinema).

Ed è un bel modo di fare cinema, pur coi suoi limiti e i suoi alti e bassi. Moore non è Morgan Spurlock, parla semplice e chiaro ma non disdegna la citazione mirata e il riferimento colto. Ha qualcosa da dire e lo dice bene. Il suo meglio lo dà forse quando fa il Michael Moore macchietta, quando se ne va in giro a rompere le palle e a fare le domande con spirito bambinesco e ingenuotto, ma nel complesso mi sembra che l'obiettivo, più o meno, lo raggiunga sempre. Obiettivo che, chiariamolo, non è spiegare tutto a tutti sull'argomento in questione. Guardando Capitalism non ottieni una profonda conoscenza dei meccanismi che stanno dietro ai disastri commessi in nome del capitalismo. No, perché magari qualcuno ci crede pure.

Chiudiamo con una considerazione tutta personale - come se quanto scritto prima non lo fosse, tutto personale - sulla reazione viscerale di fronte al Michael Moore "scorretto" di cui si diceva. Guardando Sicko, sei ovviamente colpito allo stomaco da quelle assurde storie di gente lasciata a morire dagli assicuratori cattivi, ma un pochino, almeno un pochino, te ne senti distante, perché in fondo, oh, è uno schifo, ma succede agli americani, mica a noi. Guardando Capitalism, guardando gente sfrattata perché senza soldi, boh, istintivamente, un po' lo sfintere ti si stringe. Perché se va a puttane l'economia iuessei, con tutti i se e tutti i ma opponibili, non è che nel resto del mondo ci sia troppo da rallegrarsi. No, dico, Tremonti.

Il film l'ho visto in lingua originale con sottotitoli in italiano al cinema Mexico di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Relativa, per quanto sia sempre affascinante ascoltare le variegate cadenze dell'America Bassa. I sottotitoli danno una mano, anche se pure l'ultimo dei provincialotti parla in maniera sorprendentemente chiara e comprensibile. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Sogna - Ritmo Tribale. Mentre scrivevo questo brutto post mi chiedevo se fosse il caso di andare a mangiare da Burger King.

26.11.09

Julie & Julia

Julie & Julia (USA, 2009)
di Nora Ephron
con Meryl Streep, Amy Adams, Stanley Tucci


In questo film ci sono Amy Adams e Meryl Streep, che sono bravissime, bellissime, bravissime, dolcissime, bravissime, adorabilissime, bravissime, fantastiche, spettacolari, incredibili. Due attrici della madonna. E c'è Stanley Tucci. E un paio di scarti del cast di 24 (beh, meglio qui che in Alien vs Predator 2). Ma soprattutto ci sono Amy Adams e Meryl Streep. E Stanley Tucci. Che altro devo aggiungere? Guardatevelo, possibilmente in lingua originale, e finita lì.

Certo, se poi non ci fossero quelle tediose musichette in stile Nora Ephron, non ci fosse quel modo di scrivere i personaggi un po' troppo Nora Ephron, non durasse mezz'ora di troppo per essere un film di Nora Ephron e soprattutto non fosse un film di Nora Ephron, beh, magari sarebbe anche un gran bel film, invece che un "ci sono Amy Adams e Meryl Streep. E Stanley Tucci". Però, caspita, resta il fatto che ci sono Amy Adams e Meryl Streep. E Stanley Tucci.

Il film l'ho visto in lingua originale al cinema Arcobaleno di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Purtroppo, il martedì sera all'Arcobaleno è pieno di maleducate teste di cazzo. Ma vai a sapere, magari sono maleducato io a chiamarle teste. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Ci sono Amy Adams e Meryl Streep. E Stanley Tucci. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Hot 'n Cold - Katy Perry, che altro? Mentre scrivevo questo brutto post sgranocchiavo un dolcetto giapponese a forma di Stanley Tucci.

Arrivare in ufficio

Certe mattine è un piacere.

25.11.09

Motel Woodstock

Taking Woodstock (USA, 2009)
di Ang Lee
con Demetri Martin, Henry Goodman, Imelda Staunton, Emile Hirsch, Eugene Levy, Liev Schreiber


L'ultimo film di Ang Lee racconta la tre giorni di Woodstock senza far vedere, se non dalla totale distanza, un singolo minuto di concerto. Mostra il dettaglio dell'esperienza di Elliot Tiber, ingranaggio organizzativo casualmente fondamentale che non andò mai a piazzarsi sotto il palco. Ma nel farlo mette lo stesso splendidamente in scena Woodstock, o comunque una delle sue facce. È così. Ed è bello. Farsene una ragione o accomodarsi fuori dalle scatole, gentilmente, ché qui l'incapacità di capire, intendere e/o volere non è gradita. Il caro Ang (Lee per gli amici), che magari un po' 'sta rottura di maroni se l'aspettava, lo fa pure dire chiaro e tondo da Paul Dano nel suo adorabile cameo. O forse non lo dice Paul Dano e lo dice qualcun altro. Non lo so, non mi ricordo, ero assorbito dall'atmosfera del film. Probabilmente stavo sotto acidi pure io.

Ecco, Taking Woodstock magari è il film minore e vacanziero che sembra, ma non è un film piccolo nella misura in cui non può essere piccolo un film tanto bravo a far quel che si propone. Son contorto, ma è contorto il meccanismo: io a Woodstock non ci sono stato, anche perché nel 1969 avevo meno otto anni, ma caspita quanto si sente, si vive, si respira l'atmosfera di un festival rock in questo film. Forse per capirlo davvero è necessario non solo esserci stati, a una roba anche solo minimamente paragonabile a quella, ma pure averla vissuta a pieni polmoni e - soprattutto - averla amata. Il piacere puro di stare lì, di vivere quell'esperienza, Ang Lee me l'ha fatto rivivere seduto su un seggiolino al cinema. Roba che quando esci ti viene l'istinto di grattar via il fango dalle scarpe.

Il film l'ho visto in lingua originale al cinema Arcobaleno di Milano, nel contesto del sempre amabile ciclo Sound & Motion Pictures. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Abbastanza, ché c'è tutto un gioioso modo di parlare inadattabile. Senza contare i genitori del protagonista, diamine. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Rebellion - Arcade Fire. L'ho mai detto che gli Arcade Fire sono strepitosi? Lo dico ora: sono strepitosi. Mattia, cazzo, Funeral dovevi almeno citarlo, qua. Mi raccomando nel 2007, eh! Mentre scrivevo questo brutto post sognavo di felafel e Kotobuki (e pure moussaka, dai).

24.11.09

King Dork

King Dork (USA, 2006)
di Frank Portman


La scorsa primavera ho letto questo romanzo di Frank Portman, leader di un gruppo punkettaro americano di cui non m'è mai fregato, ha continuato a non fregarmi e probabilmente non mi fregherà mai nulla. Il libro, però, è molto bello e un po' mi spiace non averne mai parlato qua dentro. Ma è finito nel gorgo delle robe che mi son perso per strada in questi caotici mesi estivi.

L'altro giorno ne ha parlato Delu nel suo blog e io, in questo gioioso tourbillon di vicendevoli spippettamenti che è l'Internet del Web 2.0, ve lo segnalo. Delu dice più o meno quel che c'è da dire. Magari non dice esattamente quel che avrei detto io. Senza dubbio non lo dice bene come lo avrei detto io. Ma, insomma, bisogna anche sapersi accontentare.

Io Il giovane Holden - se volete sapere cosa c'entri leggetevi il post di Delu e non rompetemi le palle - l'ho letto sette anni fa, nell'edizione pubblicata in edicola dall'Espresso. Non mi diede fastidio come dà fastidio al giovane Tom, ma certo mi lasciò addosso quella stessa sensazione di "mbah, mbeh, mboh, meh". L'odio e il fastidio, quelli no, ma credo sia una questione di contesto. Gli americani hanno Il giovane Holden, in Italia ai miei tempi c'erano Siddharta e L'arte di amare, adesso chissà che caspita c'è, nel club del "nodevitroppoleggerloguardamihacambiatolavitaèincredibile". Troie. Tutte. Voi e la vostra cazzo di Smemoranda.

Il libro l'ho letto in lingua originale, nell'edizione cartonata di Delacorte. Non credo esista una versione italiana. E comunque imparate l'inglese, ignoranti. Nei miei ultimi due post non ho messo questa schifezza in corsivo, ma negli ultimi due giorni ho ascoltato praticamente solo Hot 'n Cold di Katy Perry. Santoddio. Adesso invece sto ascoltando il nuovo album degli Stereophonics, che s'intitola Keep Calm & Carry On ed è di una noia mortale. Ho fame.

23.11.09

Zombiepep

Ok, da adesso faccio le cover story. Anche se non ho le cover. E pure le story scarseggiano. Comincio facile, comincio coi morti viventi, ché fra me e loro è storia d'amore dichiarata e conclamata. Ma soprattutto comincio facile linkando qua tutto quello che ho già scritto sull'argomento. Questo post sarà aggiornato ogni volta che aggiungerò qualcosa al riguardo. E lo linko lì in alto a destra, col bel pulsantino courtesy of Fotone. Ovviamente ho altro in cantiere. Arriverà, in maniera totalmente aperiodica e sconclusionata. O magari non arriverà, visto che su 'sto blog fare promesse e non mantenerle è una costante e che comunque il punto era solo avere il rettangolino figo in alto a destra.

Film
28 giorni dopo
28 settimane dopo
Cockneys vs Zombies
Deadheads
L'alba - sigh - dei morti dementi (Shaun of the Dead)
[Rec]
Resident Evil: Extinction
The Battery
The Revenant
Warm Bodies
World War Z

Serie TV (e assimilabili)
Cargo
Fantasy Filmfest Shorts 2011
The Walking Dead - Stagione 1 (01, 02, 03, 04, 05, 06)
The Walking Dead - Stagione 2 (01, 02, 03, 04, 05, 06, 07, 08, 09, 10, 11, 12, 13)
The Walking Dead - Stagione 3 (01, 02, 03, 04, 05, 06, 07, 08, 09, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16)
The Walking Dead - Stagione 4 (01, 02, 03, 04, 05, 06, 07, 08, 09, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16)
The Walking Dead - Stagione 5 (01, 02, 03, 04, 05, 06, 07, 08, 09, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16)
Z Nation 01X01
Z Nation - Stagione 1

Fumetti
Crossed #1
Crossed #2
iZombie
Marvel Zombi #3: "Carne e metallo"
Marvel Zombi #4: "Figli della mezzanotte"
Rotten #1
Runaways #8: "Rock zombi"
Tag
The Walking Dead #7: "The Calm Before"
The Walking Dead #9: "Made To Suffer"
The Walking Dead #10: "What We Become"
The Walking Dead #11: "Fear the Hunters"
The Walking Dead #12: "Life Among Them"
The Walking Dead #13: "Too Far Gone"
The Walking Dead #14: "No Way Out"
Zombie Tales

Libri
Cell
La ragazza che sapeva troppo
Maneggiare con cura
Orgoglio e pregiudizio e zombie

Videogiochi
Dead Rising
Forbidden Siren (Ok, sto un po' barando)
Forbidden Siren 2 (Ok, sto un po' barando 2)

Orpola!

E la giornata prende una piega di spessore.

17.11.09

La settimana a fumetti di giopep - 17/11/2009

A un anno dall'ultima volta, non a caso come allora sull'onda della gita a Lucca Comics (& Games), ci riprovo con La settimana a fumetti (di giopep). Vediamo un po'.

Manga
I saggi a fumetti di Mitsuru Adachi *
Una porcheria venduta con la scusa del nome appiccicato sopra. E io ci sono cascato in pieno. Roba totalmente inutile. Lasciate perdere, sul serio.

Cross Game #10 ****
Katsu #7 ****
Questi non vale neanche la pena commentarli, perché tanto poi finisco per dire sempre le stesse cose. Adachi è un grande, un grandissimo, sa quello che deve fare, lo fa come meglio non si potrebbe e porta a casa la pagnotta in una maniera adorabile. Uno di quei casi un po' strani di gente allo stesso tempo sopravvalutata e sottovalutata. Leggerlo è sempre un piacere totale, quel gusto di sapere alla perfezione cosa ti aspetta e non stancarti mai di trovarlo, preciso, perfetto, a puntino. Poi magari ogni tanto ti stupisce anche, ti ci mette la sorpresa, e allora davvero non puoi che volergli bene. Avercene, di gente che fa "sempre la stessa roba" in questo modo qua.

Marvel
Ultimatum *
Ultimatum è il perfetto esempio di tutto quello che è sbagliato in 'sti maledetti eventi, crossover, superappuntamenti annuali. C'è un'idea, uno spunto, un soggetto magari anche interessante, con del gran potenziale, magari pure preparato bene nei mesi con cenni sparsi qua e la, e c'è il totale disinteresse a tirarne fuori una storia bella, solida, scritta come si deve, appassionante. È stato così per tutte le robe simili recenti che ho letto prima di darci un taglio qualche tempo fa, è così anche in questo caso.

Ultimatum, la miniserie, fa pena. Sono interessanti le cose che accadono, ma sono raccontate male, in maniera frammentata, scritte coi piedi, senza pathos, senza coinvolgimento. L'unico obiettivo e far succedere le cose, mettere in piedi un repulisti e preparare quel che segue. Come ci si arriva? Ma chissenefrega!

Ultimatum è talmente mediocre da far sembrare quasi belle le storie collegate di Ultimate X-Men. Con quelle di Ultimate Fantastic Four non ce la fa, e amen, ma con gli X-Men quasi ci riesce. Poi, al solito, qualcosa di buono ne viene fuori, e Bendis si conferma il grande sceneggiatore che è partorendo qualche pagina di gran fumetto su Ultimate Spider-Man, ma insomma, eh, ormai ci ha abituati talmente bene che ce lo aspettiamo come minimo sindacale.

Ultimatum è il motivo per cui dopo quasi vent'anni ho smesso di comprare in blocco le serie regolari Marvel e DC: mi piace seguire come si evolve il mondo, la visione d'insieme, gli avvenimenti, i fatti, ma mi sono rotto i coglioni di dover leggere merda per poterlo fare. Mi manca? Un pochino. Mi spiace non leggere più alcune singole serie davvero di gran qualità? Sì. Ma non importa, perché questa gente non si merita i miei soldi e il mio tempo. E infatti mi sa che è giunto il momento di darci un taglio anche con la linea Ultimate, a meno che gli sviluppi sull'immediato non mi sorprendano.

Altro
Gli archivi di Nexus #1 ****
Il fantasupereroe comunista! Poteri mentali e raggi spaziali contro il capitalismo cattivo! Con metodi un po' fascisti, così, per frullare tutto. Gli albori di un comic indipendente che a modo suo è entrato nella storia del fumetto e che, bisogna pure un po' dirlo, mostra davvero tutti gli anni appoggiati sulle sue solide spalle. C'è però del gran potenziale, son curioso di vedere dove va a parare (sì, lo so che ne sono già usciti altri due, ma io a Lucca ho comprato solo il primo, va bene?).

Teenage Mutant Ninja Turtles #1 ***
Tanti anni fa vennero pubblicati in Italia una manciata di numeri del fumetto "vero" delle Ninja Turtles, quello di Kevin Eastman e Peter Laird. Se non sbaglio fu Granata Press a farlo. Potrei andare a cercare gli albetti in salotto, ma insomma, chissenefrega. Ricordo che all'epoca si diceva che si trattava di una roba completamente diversa dalle Turtles dei cartoni animati: più adulta, più violenta, più interessante. Adesso esce questa riedizione in sei pratici volumetti, firmata 001 Edizioni. Se la memoria non mi tradisce, nel primo volume ci sono tutte storie già uscite a suo tempo per Granata. E come sono? Beh, affascinanti, a modo loro. Lo stile è estremamente grezzo, ruvido, da fumetto indie di quei tempi. C'è della violenza e i toni non sono certo quelli bambineschi con la sigla "NIIINGIAAAAA". Però, da qui a definirlo fumetto adulto o maturo, ce ne passa. Piacevole? Sì. Interessante, soprattutto per capire dove sono nate tutte quelle idee poi trasformatesi in giocattoli stampasoldi? Assai. Imprescindibile? Ma anche no. Però, insomma, vediamo anche un attimo come si sviluppa col tempo. Se ci si riesce, questa volta.

The Surrogates ****
Fra qualche tempo arriverà anche in Italia il sicuramente mediocre film di Jonathan Mostow che, insomma, è un po' il regista che sappiamo. Oddio, alla fine è uno che fa le cose su commissione e svolge il compitino, non è neanche disprezzabile, ma Terminator 3 mi vien difficile da perdonare. Comunque, do per scontato che The Surrogates, il film, oltre ai giusti e benvenuti rimestamenti d'adattamento, oltre all'idea di partenza che già comincia bene nel tradire lo spirito originale (un "cattivo" che vuole solo lanciare un messaggio diventa un cattivo, senza virgolette, che per lanciare un messaggio ammazza la gente), oltre agli inevitabili tagli sulla descrizione di un mondo futuro, abbia proprio poca speranza di essere meritevole. Perché, appunto, eh, Mostow, mica chissacchì. Io, comunque, The Surrogates, il fumetto, ve lo segnalo. Ché prende una bella idea (un mondo futuro in cui la gente se ne sta chiusa in casa e manda in giro al suo posto delle specie di replicanti controllati in remoto), la sviluppa benissimo, ne trae fuori non poche riflessioni e condisce il tutto con un po' di sana detection. Non magari un capolavoro massimo del fumetto mondiale, ma intrigante, divertente e ben sviluppato. E meglio del film, ne sono sicuro.

Se grazie a questo post vi sentite stimolati e/o invitati a leggere qualcosa che non conoscevate, beh, ditemelo, che mi sento realizzato. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Sam's Town - The Killers. Stavo digerendo un'insalata dell'Esselunga con funghi champignon e noci.

13.11.09

Alien vs Predator 2

Alien vs Predator: Requiem (USA, 2007)
di Colin e Greg Strause
con Steven Pasquale, Reiko Aylesworth, John Ortiz, Johnny Lewis, Ariel Gade, Kristen Hager


AVP2 comincia esattamente dove finiva AVP: con il neonato ibrido fra Predator e Alien che si desta e pianta su un casino pazzesco, macellando i due Predator sopravvissuti e facendo precipitare l'astronave sul pianeta Terra, nei pressi di Gunnison, Colorado. L'ibrido comincia quindi a smacellare qualsiasi cosa gli passi davanti, mentre i suoi fidi alienetti fecondano tutto il fecondabile. Nel frattempo, da qualche parte nell'universo, il Predator più cazzuto del creato viene a conoscenza dei fatti, salta sulla sua station wagon e si dirige verso la Terra per sistemare le cose, massacrare tutti gli Alien che trova e cancellarne le tracce con una specie di soluzione caramellosa blu che corrode tutto quello che tocca (e anche un po' di quello che non tocca). Presi nel mezzo, gli abitanti di Gunnison si vedono costretti a mettere da parte le loro squallide storie di ordinaria americanità per tentare di sopravvivere alla rissa aliena. Fallendo quasi tutti.

La cosa più divertente di questo film è che in questo film non c'è nulla di divertente. Al limite, fa ridere il senso di totale caos e abbandono per una sceneggiatura il cui unico filo conduttore sembra essere il delirio. Succedono quasi solo cose a caso, tenute insieme dal vero motore dietro alle vicende: sbattere su schermo una lunga sequenza di citazioni da ogni stereotipo e ogni momento "cool" possibile e immaginabile tratto dalle due saghe. Si comincia coi font del titolo e si finisce con la musica sull'esplosione dell'atomica e l'apparizione di miss Yutani. Nel mezzo non succede nulla di anche solo vagamente emozionante o divertente: solo strizzatine d'occhio, sbudellamenti a caso e pochezza cinematografica. Alla faccia di un fesso - non faccio nomi - che si era esaltato perché nel trailer si vedeva tanto sangue. Come se il bello di Alien e Predator stesse nel sangue.

Ah, sì, per quanto mi riguarda AVP2 è decisamente peggio del primo episodio. Lì perlomeno c'erano una battuta simpatica di Raoul Bova e la bella immagine dello scudo fatto con la testa d'alieno. Capito? AVP2 è peggio di un film in cui fra le cose migliori c'è una battuta di Raoul Bova.

Il film l'ho visto in lingua originale su Sky Cinema HD. Trattandosi di film VM18, la versione trasmessa da Sky è un po' censurata, fra l'altro in maniera abbastanza evidente e grossolana. Da bravo nerd sono andato a controllare coi potenti mezzi dell'Internet le scene che mi erano parse "strane" e ho trovato conferma ai miei dubbi. Manca qualche secondo sanguinario sulla nascita dei primi alieni, sulla morte della barbona e sul ritrovamento del poliziotto appeso (che proprio non si vede). Ma soprattutto manca per intero la scena del parto, effettivamente un po' priva di gusto. Certo, levarla fa abbastanza perdere di senso alle due precedenti apparizioni del personaggio "coinvolto", senza contare che quella scena giustifica il numero di alieni presenti nell'ospedale (e io che per mezz'ora ho creduto fosse un buco di sceneggiatura, pensa te!). Ma d'altronde non si può mica pretendere che chi censura cerchi anche di farlo con criterio, no? Importanza di guardare questo film in lingua originale? Direi nessuna. Tanto qui mica c'è Raoul Bova. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Take, Take, Take - The White Stripes. Stavo digerendo dei simpatici culurgionis.

12.11.09

Pinkcast

Secondo episodio di Outcast (che poi sarebbe il quarto, anche, ma non importa), un po' tutto al femminile, lunghetto & logorroico come al solito, elargisce tutto il suo amore dai network di iTunes, Last FM, MauroButi.it e Podtrac. Beatèvene.

Ancora si deve trovare una struttura definitiva, continuiamo a cambiare rubriche, impostazione, interventi, partecipazioni. Prima o poi ce la faremo, o forse no. Comunque io mi sto divertendo un sacco. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: La cura giusta - Timoria. Scucchiaiavo kiwi.

Le undici leggi di Giordano

"Eons ago, in 1996, Next Generation magazine asked me for a list of game design tips for narrative games. Here’s what I gave them."

Il resto sta sul blog di Jordan Mechner, per la precisione in questo post. Non è un po' un peccato che in vent'anni quest'uomo abbia creato solo cinque giochi? O forse no, magari va bene così.

Karateka me lo ricordo appena. O forse non me lo ricordo proprio, boh. Prince Of Persia, mamma mia, quanti ricordi (buono pure il remake su Xbox Live). Prince Of Persia 2 altro gran bel gioco, all'epoca sottovalutatissimo perché erano tutti innamorati di Flashback. The Sands Of Time, pure, roba incredibile. The Last Express prima o poi me lo devo giocare. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Stalking Juliet - Sarah Gillespie. In padella friggevano Sofficini ai formaggi doppio ripieno.

11.11.09

Funny People

Funny People (USA, 2009)
di Judd Apatow
con Adam Sandler, Seth Rogen, Jonah Hill, Jason Schwartzman, Leslie Mann, Eric Bana


Il problema principale di Funny People sta nelle aspettative, in quel che la gente coinvolta, il tema trattato, e il marketing adoperato ti fan credere che osserverai per un paio d'ore (abbondanti, ché all'Apatow la sintesi proprio non ci piace). T'aspetti di ridere, parecchio, e magari di versare qualche lacrimuccia. In fondo il trailer, davvero azzeccato, proprio questo ti dice. E invece Funny People è un film che non fa particolarmente ridere anche se ogni singolo personaggio è o è stato uno "standup comedian". Ed è un film che non fa particolarmente piangere anche se parla di morte, rimpianti e solitudine. È dunque un film brutto o malriuscito? Uhm.

La verità è che qualche risata te la strappa, un certo sorrisino te lo tiene addosso più o meno tutto il tempo e un pizzico di malinconia te la suggerisce, ma rimane tutto un po' così, accennato, di traverso, senza spinger molto da una parte o dall'altra, se non con il personaggio (un po' troppo) macchietta di Eric Bana. Ma l'impressione è che Apatow sia rimasto volutamente in mezzo, in quel limbo fra la commedia e il dramma che ha forse il limite di essere un po' troppo reale per funzionare davvero al cinema. C'è proprio quell'indecisione lì, quella specie di azzeccato cerchiobottismo che in qualche modo fa venire in mente il "ma questo fatto che sto ridendo deve farmi sentire in colpa?" di Quarant'anni vergine.

Epperò, nonostante la lunghezza eccessiva, nonostante Eric Bana - che pure è bravo e simpatico, ma davvero mi è parso fuori luogo, nonostante tutti 'sti cameo sparsi a caso che dovrebbero far sembrare tutto più vero e invece danno gran sensazione di posticcio, nonostante ci si metta un po' a capire che se aspetti di sghignazzare aspetterai fino alla fine, le cose funzionano abbastanza. Merito soprattutto di attori bravi a recitare in ruoli che non sono esattamente i soliti, a cominciare da un Adam Sandler che si conferma ancora una volta interprete delizioso di personaggi così lontani da quelli che gli danno fama e gloria. E merito di una sceneggiatura che non si fa problemi a raccontare persone tristi e anche un po' brutte.

Quello di Apatow è uno sguardo su se stesso e sul suo mondo, dichiarato in maniera fin troppo didascalica da quell'apertura "di repertorio", con gli scherzi telefonici che Sandler elargiva quando i due erano compagni di stanza. E nel raccontarsi, Apatow parla di gente triste, depressa, opportunista, i cui unici sorrisi stanno dipinti sulle facce del pubblico. Ma il pregio migliore è l'evitare - almeno in parte - la solita formula, i soliti cliché, il macchiettismo. I personaggi di Funny People sono tutti esseri umani, dal primo all'ultimo. Magari un po' strani, magari storditi, ma solidi e convincenti. Basta guardare il fenomenale medico interpretato da Torsten Voges, per rendersene conto. E basta pensare a questo per apprezzare un film sorprendentemente ben diretto e che in fondo, con tutti i suoi limiti, è forse meglio di quanto possa sembrare.

Il film l'ho visto in lingua originale all'UCI Certosa. Se non si è abituati alla parlata ammerigana, a un certo tipo di slang volgaraccio e alla gente che sbiascica le parole (Adam Sandler, my love!) c'è rischio di andare in difficoltà. Oltre a questo, c'è pure Eric Bana che forza al massimo l'accento aussie. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Eh, in effetti mica scarsa. A parte il fatto che le commedie sono l'unico genere che rivaleggia con le serie TV per insopportabilità di traduzioni, adattamenti e doppiaggi. A parte il fatto che, ovviamente, ci sono tonnellate di giochi di parole intraducibili e in generale la comicità è tutta basata sui dialoghi. A parte il fatto che lo sbiascicamento e la varietà di toni dei vari attori sono fra gli aspetti più caratterizzanti. A parte il fatto che - mi dicono - nel doppiaggio s'è perso il divertente giocare sull'insipienza attoriale del personaggio di Leslie Mann. A parte il fatto che ho finito gli "a parte", direi che un bel DVD sottotitolato in inglese è la via migliore per tutti. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Sin Of The City - Duran Duran. Digerivo un'insalata Agita & Gusta Bonduelle.

 
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