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30.6.15

Macbeth


Macbeth (UK, 2015)
di Justin Kurzel
con Michael Fassbender, Marion Cotillard, Jack Reynor, David Thewlis

Se c'è un singolo filo conduttore che lega Snowtown, placida, angosciante, ruvida, quasi documentaristica cronaca di una famosa tragedia australiana, e Macbeth, è la passione di Justin Kurzel per la recitazione basata sulla voce bassa, i grugniti, l'espressione quasi animalesca della personalità, con improvvisi scatti d'ira e momenti di furia. C'è ovviamente anche altro, ma questo aspetto spicca forse anche perché Macbeth vi unisce l'inglese shakespeariano e l'accento scozzese, generando un borbottio che a tratti perfino parecchi spettatori madrelingua hanno ammesso di interpretare a fatica. D'altra parte, Kurzel è anche un fantastico direttore di attori, che qui tira fuori da Fassbender, Cotillard e tutti gli altri interpretazioni pazzesche, capaci di comunicare con gli occhi, il corpo, le movenze, tutta la furia delle devastanti emozioni che vivono nei loro personaggi.

L'interpretazione di Marion Cotillard, ovviamente, è impressionante anche per il fatto di stare recitando in una lingua non sua, ma il modo in cui trasmette quello strano miscuglio di lucido calcolo, disperazione e rabbia ha dell'incredibile. E non è comunque da meno Michael Fassbender, che sembra nato per questo ruolo e comunica in maniera meravigliosa l'altalena d'insicurezza, arroganza, crudeltà e ambizione che definiscono il personaggio. Attorno a loro si sviluppa un film che unisce la filologia dell'ambientazione medievale scozzese, una volta tanto rispettata anche nella scelta delle location, a un'interpretazione molto moderna sul piano visivo e in alcune rielaborazioni a livello di sceneggiatura, per esempio nel tentativo abbastanza riuscito di dare maggior sostanza al personaggio di Lady Macbeth.

Dove però Kurzel lascia veramente di sasso è nella pazzesca carica visiva che riesce a tirar fuori, magari intuibile nella sua opera prima, ma forse non attesa a questi livelli. Aiutato dal "solito" Adam Arkapaw alla fotografia, Kurzel apre e chiude il film con due battaglie pazzesche per potenza evocativa, forza delle immagini, capacità di far muovere il racconto fra una testa mozzata e l'altra, e popola l'intera pellicola con una brutalità estetica fuori misura. Il suo Macbeth è un adattamento tosto, intenso, che replica il sapore della lingua shakespeariana, riproduce gli ambienti con uno spettacolare lavoro sui costumi e sui luoghi e trasporta il tutto in una dimensione visiva da moderno blockbuster, se non nei ritmi, certamente compassati, di sicuro nella forza delle immagini. Imperdibile.

Io l'ho visto al cinema, qua a Parigi, durante la rassegna locale del Festival di Cannes. La distribuzione nelle sale italiane è prevista per novembre 2015. Intanto, Kurzel è al lavoro con Fassbender e Cotillard sul film di Assassin's Creed, che dovrebbe arrivare l'anno prossimo. La cosa, onestamente, mi spiazza e non so cosa attendermi. Un regista addomesticato per staccare l'assegno in serenità? Un film pazzesco e la miglior pellicola mai tratta da un videogioco? Un divorzio per differenze creative? Vai a sapere.

29.6.15

Unfriended


Unfriended (USA, 2015)
di Levan Gabriadze
con Heather Sossaman, Matthew Bohrer, Courtney Halverson

L'aspetto più sorprendente e convincente di Unfriended sta forse nel fatto che, pur nella banalità di un intreccio stra-risaputo e nella semplicità della sua natura di film horror, riesce a funzionare e a coinvolgere nella maniera impeccabile con cui mette in pratica l'idea cinematografica alla base del progetto. Poi, certo, si può discutere di quanto sia effettivamente cinematografico inquadrare lo schermo di un computer per un'ora e mezza scarsa, ma quella è tutta un'altra faccenda. Il punto, come spesso accade, non è tanto il cosa, ma il come. E il come è davvero riuscito, interessante e a modo suo coinvolgente, quantomeno per chi - come il sottoscritto - trascorre le sue giornate preda di ottecentomila programmi, finestre, chat e compiti che s'inseguono sullo schermo. Durante quell'ora e mezza scarsa di film, ho visto il mio mondo quotidiano distorto e invaso dalle dinamiche più classiche dell'orrore cinematografico americano. Non mi ha esattamente fatto paura, ma devo dire che è stato coinvolgente e divertente.

Unfriended racconta la solita storia di ragazzetti che hanno combinato qualcosa di molto discutibile e si ritrovano a pagarne le conseguenze in maniera brutale. Pian piano vengono fuori tutti i segreti, si capisce cosa stia realmente accadendo, il fango sepolto nelle anime dei personaggi si mostra sempre più e la giusta punizione arriva per tutti quelli che se la meritano. Nel mentre, non accade nulla che chiunque abbia visto un certo numero di film horror adolescenziali non si aspetti, ma tutti i cliché vengono filtrati in maniera abbastanza ingegnosa attraverso l'idea di raccontare il film tramite lo schermo della protagonista. Unfriended, infatti, mostra solo quello: uno schermo. Chiaramente, l'azione viene portata avanti soprattutto grazie alle conversazioni in videochat su Skype fra i protagonisti, ma lo schermo è costantemente invaso da un tripudio di multitasking, mentre la protagonista, sempre più in preda al panico, prova a cavarsela utilizzando gli strumenti a portata di mouse e tastiera.

Di fondo, Levan Gabriadze applica il concetto del found footage (anzi, del found log) allo schermo del computer, e non è neanche il primo a farlo, ma è forse il primo a farlo in maniera tanto rigorosa, credibile e intrecciata al racconto senza particolari compromessi. Il motivo per cui i personaggi restano davanti al monitor fino alla fine ha (quasi) senso e l'utilizzo dei vari strumenti è per lo più impeccabile, tanto in termini di coerenza interna, quanto sul senso che assumono nel portare avanti il racconto. Facebook, iMessage, Spotify, YouTube, Google, Gmail, i problemi di connessione, i filmati compressi, le finestre che si sovrappongono l'una sull'altra, i tempi di caricamento, le cose di cui non ti accorgi perché sei concentrato su quell'altra finestra... è tutto utilizzato in maniera talmente azzeccata da fari risultare quasi fresca la maniera assolutamente risaputa in cui si sviluppano gli eventi. E alla fin fine il fascino di Unfriended sta soprattutto lì, in questa specie di azzeccato esercizio di stile tramite cui viene raccontato un horror piuttosto canonico. Anche perché come horror funziona relativamente. Da un lato è notevole la capacità di far salire la tensione con elementi banalmente quotidiani come la rotellina colorata del Mac o l'ansia del riscrivere otto volte un messaggio prima di inviarlo, esitando col puntatore sul tastino. Dall'altro la paura è assente ingiustificata, al di là di qualche "Buh!" generato da Spotify che parte all'improvviso, mentre il disagio si concentra in una sorta di pippone su che razza di brutta gente siano i giovani d'oggi e ai miei tempi qua era tutta campagna.

L'ho visto al cinema, qua a Parigi, in lingua originale, ed è stato un po' bizzarro perché la parte "visiva", quindi le varie finestre delle chat, i risultati delle ricerche e cosi via, era invece in francese. E in più le scritte meno importanti, tipo i video suggeriti a lato su YouTube, erano rimasti in inglese. Sembrava che la tizia avesse sballato qualcosa nell'installazione del sistema operativo.

28.6.15

Lo spam della domenica mattina: E3 2015 (e un paio di altre cose)


Dunque, nel corso delle ultime due settimane, su Outcast ho tirato fuori il The Walking Podcast sull'ultimo paperback di The Walking Dead, l'Old! sul giugno del 1995, il Videopep sul ciarpame che mi sono riportato da Los Angeles, il nuovo Outcast Popcorn, l'Outcast Reportage sullo Svilupparty 2015 e l'Old! sul giugno del 2005. Su IGN, invece, c'è il disastro di roba dall'E3, che provo a mettere qua in fila sapendo che (1) mi dimenticherò qualcosa, (2) forse quando uscirà questo post alcune cose non saranno ancora state pubblicate, ma poco importa, e (3) ci sono ancora due o tre cose che devo scrivere. A buon rendere.

Articoli
La mia Top 10 dell'E3 2015
La grigliata di Devolver Digital
Deus Ex: Mankind Divided
Mirror's Edge Catalyst
Star Wars Battlefront - Intervista
Tom Clancy's Ghost Recon Wildlands
Total War: Warhammer - Intervista
Tutti gli annunci Bethesda 
Tutti gli annunci EA 
Tutti gli annunci Microsoft
Tutti gli annunci Sony
Tutti gli annunci Ubisoft
Tutto quel che c'è da vedere su Fallout 4
Tutto quel che c'è da vedere su Star Wars Battlefront

Video
Chiacchiere in libertà da Los Angeles 
Ecco i nostri badge!
Perché amiamo Devolver Digital
Rewind Theater - Horizon: Zero Dawn
Rewind Theater - The Last Guardian
Rewind Theater - Uncharted 4: A Thief's End

Videoanteprime
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Assassin's Creed Syndicate
Beyond Eyes
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Destiny - Il re dei corrotti
Deus Ex: Mankind Divided
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Elite: Dangerous (Xbox One)
Everybody's Gone to the Rapture
For Honor
Hatoful Boyfriend & Hatoful Boyfriend: Holiday Star
King's Quest
Masters of Orion
Mirror's Edge Catalyst
Mother Russia Bleeds
Narcosis
Overkill's The Walking Dead
Relativity
RIVE
Shadow Warrior 2
SMS Racing
Squares
Thumper 
Tom Clancy's Ghost Recon Wildlands 
Tom Clancy's Rainbow Six Siege
Tom Clancy's The Division
Typoman
Unravel
Until Dawn
We Happy Few
World of Tanks (Xbox One)
XCOM 2

Forse ho sconfitto il jet lag. Forse. Crediamoci.

27.6.15

La robbaccia del sabato mattina: Emily!


Dunque, mentre ero via, c'è stato il solito tripudio di notizie, leak, immagini, trailer, la qualunque. Mi sarò perso qualcosa di ganzo? Vai a sapere. Qua ci metto quel che m'è capitato davanti.



Legend, il film che ci propone due Tom Hardy al prezzo di uno per raccontare la storia dei gemelli del crimine londinese. A dirigere c'è quel ganzo di Brian Helgeland, ma tanto io ero già convinto a "due Tom Hardy nello stesso film." Ci credo fortissimo.



Il primo trailerino per Heroes Reborn, il rilancio di quella serie là coi supereroi che mi aveva abbastanza divertito nella prima e nella seconda stagione, senza però farmi venire tutta questa voglia di proseguire. Adesso i supereroi dominano il mondo e al secondo posto ci stanno i revival, quindi direi che era inevitabile. La cosa peggiore di questo rilancio, lo so, è che mi farà venire voglia di recuperare le stagioni che non ho visto. Sono fatto così, che ci posso fare?



7 Days in Hell, una presa in giro dei documentari sportivi che mi piacciono tanto e che mi guardo spesso su Netflix. Sembra simpatico, sembra una scemenza, ha due o tre gag che mi hanno fatto ridere.



Sicario, Emily Blunt che fa cose, il nostro amico Denis Villeneuve a dirigere, ma soprattutto Emily blunt che fa cose. I'm in.



Non è ancora nato l'erede e già non sto più riuscendo a combinare una fava perché c'ho troppo da fare. L'inverno sta arrivando.

26.6.15

Police Story 2013


Jing cha gu shi 2013 (Cina, 2013)
di Sheng Ding
con Jackie Chan, Ye Liu, Tian Jing

I titolisti dei film americani mi hanno sempre affascinato per il modo in cui, spesso, se ne fregano di tirar fuori il titolo "tradizionale" ad effetto e preferiscono andare più sul descrittivo. Che poi, intendiamoci, spesso ne vengono fuori comunque titoli dal bell'impatto, ma mi sembra indiscutibile che dalle nostre parti si sia abituati diversamente. Voglio dire, in America possono fare uscire film intitolati Cinque piani di scale, da noi devono ribattezzarli Ruth & Alex - L'amore cerca casa. Ci sono però situazioni in cui anche i titolisti americani tirano una riga e dicono no. Ed è per esempio il caso dell'ultimo Police Story, che in Cina, per non stare a perdere tempo, hanno intitolato Police Story 2013. È un Police Story, esce nel 2013, a posto così, no? In America, invece, hanno voluto fare quel piccolo sforzo in più e l'hanno intitolato Police Story: Lockdown. Che comunque, intendiamoci, è il classico titolo, appunto, descrittivo, ma perlomeno ci prova.

Però, in fondo, il titolo scelto dalla distribuzione cinese dice un po' tutto. Stiamo parlando infatti di un reboot, che prova a reinventarsi completamente la serie partendo dall'assunto che Jackie Chan, oggi, le cose che l'hanno reso famoso (1) non è più in grado di farle e (2) si è anche un po' rotto le scatole di provare a farle. E quindi si riparte da zero, spostando il tutto nella Cina fuori da Hong Kong, cambiando il nome del protagonista e, insomma, mantenendo come unica costante il fatto che al centro della faccenda si trova un poliziotto. Un poliziotto con alle spalle una lunga carriera e tanta azione, chiaramente, ma che oggi è un po' troppo vecchio per queste stronzate e limita le sue acrobazie alla prova Olio Cuore su una ringhiera in cima a un palazzo e a qualche capriola mentre si barcamena fra condotti d'areazione e ascensori.

Il film racconta infatti di un intero locale, avventori compresi, preso sotto controllo (Lockdown) da un gruppo di criminali, che hanno in testa un piano ben preciso ma non lo sveleranno prima del gran finale. Il nostro caro Jackie si trova prigioniero sul posto assieme alla figlia e cerca di venirne fuori in qualche maniera, dando vita a un film che sulle prime sembra una specie di Die Hard, ma poi si evolve in qualcosa di completamente diverso e va a concludersi nella classica risoluzione finale iper-complicata da poliziesco cinese, dove però il macello non è tanto di azione, quanto di pezzetti assurdi che vanno a comporre le motivazioni del cattivo. E quindi? E quindi Police Story 2013, di Police Story, ha molto poco: via i toni da commedia, dentro il melodrammone esagerato dagli occhi a mandorla, con un puzzle finale abbastanza intrigante e un combattimento verso metà piuttosto brutale e riuscito, in cui Jackie Chan prende una raffica infinita di schiaffi perché, ehi, non ce la fa più, tanto il personaggio quanto l'attore. Il ritmo non è dei migliori, ma tutto sommato è un film godibile e di certo se lo sono goduto in Cina, dove ha passato in agevolezza i cento milioni d'incasso e confermato quindi la solidità, da quelle parti, tanto della serie quanto dell'ultrasessantenne (!) protagonista.

L'ho visto al cinema, qua a Parigi, durante il festival del cinema cinese di qualche tempo fa. Il film è già uscito sul mercato dell'home video in diversi paesi, quindi penso sia reperibile senza troppi problemi.

25.6.15

Contagious: Epidemia mortale


Maggie (USA, 2015)
di Henry Hobson
con Arnold Schwarzenegger, Abigail Breslin, Joely Richardson

Uno legge un titolo come Contagious, per di più accompagnato da un sottotitolo come Epidemia mortale, vede sul manifesto Schwarzy con la faccia tutta preoccupata che guarda verso sinistra, dove probabilmente c'è qualcosa di sinistro (magari un'orda di zombi), e, beh, si preoccupa. Anche se sa che con Arnie in campo, male che vada, saltiamo tutti sull'elicottero e via. E invece. E invece Maggie, questo il titolo originale del film d'esordio di Henry Robson, è una totale deviazione dal percorso con cui il Governator ha deciso di rilanciarsi al cinema dopo la sua carriera politica. In mezzo a una lunga serie di film d'azione d'ogni foggia, fra gli omaggi al passato, le citazioni dal passato, i recuperi dal passato, la qualunque dal passato, ecco che ti salta fuori la svolta drammatica, il film di zombi che in realtà ha dentro molto poco horror e parecchio dramma. E in cui Arnold tira fuori una signora prova d'attore. Pensa te.

La storia racconta di un mondo che cerca di rimettersi in piedi dopo un'epidemia di necrovirus. La causa del contagio è stata individuata, la diffusione comincia ad essere contenuta, ma non si trovano cure per gli infetti. L'unica soluzione? Quarantena e soppressione. In questo contesto, Arnie interpreta il ruolo di un padre alle prese con una figlia adolescente (Abigail Breslin) fresca di contagio, con quindi la prospettiva di trascorrere le prossime due settimane in attesa dell'inevitabile. A far loro compagnia c'è la seconda moglie di Arnie, interpretata da una Joely Richardson che ripropone i suoi classici momenti da lacrima tremolante che gli appassionati di Nip/Tuck conoscono fin troppo bene. E il film, sostanzialmente, è tutto qui: non ci sono particolari momenti horror, non c'è azione, c'è solo la lancinante tragedia di un padre messo di fronte alla morte inevitabile della propria figlia.

Hobson qua e là si lascia prendere un po' troppo la mano nella ricerca dell'immagine poetica e della grande allegoria, ma dà al film un taglio da drammone indie che funziona e valorizza le buone prove degli attori. Abigail Breslin fa ottimamente il suo, ma la rivelazione è uno Schwarzenegger intenso, concentratissimo e soprattutto impotente come di rado l'abbiamo visto. Spalle basse, movimenti impacciati, tristezza costante... Hobson ce lo racconta come un uomo distrutto, sempre in difficoltà quando alle prese con la violenza, incapace di reagire e affrontare la situazione. E alla struttura fondamentalmente da classico dramma su una giovane condannata dalla malattia si aggiunge un ulteriore strato dettato dalla natura assurda del contagio, dal pericolo devastante che i malati rappresentano per chi sta loro attorno, dalla crudeltà degli unici modi in cui è possibile affrontare la questione. Insomma, Maggie non è un film perfetto, ma è un tentativo riuscito, toccante e intenso di affrontare in maniera diversa dal solito una fra le correnti più abusate dell'horror contemporaneo, parlando fondamentalmente di malattia, rassegnazione, accettazione.

L'ho visto al cinema, qua a Parigi, qualche settimana fa, ma in Italia esce oggi. Quanto sarebbe diversa, la concezione che abbiamo di Arnold Schwarzenegger, se i suoi doppiatori italiani avessero provato a replicarne l'accento? Vai a sapere.

24.6.15

Mountains May Depart


Shan he gu ren (Cina, 2015)
di Zhangke Jia
con Tao Zhao, Yi Zhang, Jing Dong Liang

Due anni dopo aver portato a casa il premio per la miglior sceneggiatura con Il tocco del peccato, Zhangke Jia è tornato sul luogo del delitto, ancora una volta a Cannes, per l'ennesima volta a raccontare, con un taglio e un'ispirazione sempre diversi, i mutamenti subiti nei decenni dal suo paese e dal suo popolo. Questa volta la via scelta è quella del melodramma, del triangolo amoroso con due vertici distantissimi, il proletario romantico tutto d'un pezzo che lavora in miniera e il testa dura innamorato dell'occidente, che si cambia nome in Peter, chiama il figlio Dollar e si trasferisce appena può in Australia, alla ricerca di un sogno capitalista che troverà forse solo nella propria testa. Nel mezzo, una donna tesa fra i due estremi, la cui storia non rimane al centro dell'azione per tutto il film ma fa comunque da filo conduttore che unisce apertura e bellissima chiusura sulle note di Go West.

Mountains May Depart è un film bizzarro, forse a tratti perfino sconclusionato. Si apre con un taglio leggero, sciocchino, che sembra quasi uscito da certi anime anni Ottanta (probabilmente difficile, per gente della mia generazione, non pensare a Orange Road/È quasi magia Johnny), e si fa via via sempre più drammatico e intenso, mentre salta da un decennio all'altro provando a raccontare passato, presente e futuro della Cina Moderna. Dagli ingenui anni Ottanta, carichi di aspettative per un futuro travolgente, si passa all'incasinato oggi e quindi a un domani un po' scassato, nel quale il figlio dell'uomo che ha "vinto" il triangolo si riscopre cinese senza una patria, esportato in un paese che non è il suo, incapace di rapportarsi con la lingua, la nazione e la famiglia da cui ha avuto origine.

Non tutto il film funziona allo stesso modo e soprattutto la parte ambientata nel 2025, con quel futuro dalla mobilia lucida targata Google e la sua ricerca di simbolismi fin troppo semplici, non riesce a trasmettere fino in fondo la potenza di ciò che racconta. Ma nell'imperfetto film di Zhangke Jia c'è comunque la forza di un melodramma delicato, intenso e toccante, una storia molto personale, tutta costruita attorno alla grande prova della protagonista Tao Zhao e più riuscita nel (ma forse anche più interessata a) parlare delle sue vicende, invece che del paese in cui vive. E a raccontare tutto al meglio ci pensa anche una cornice visiva e sonora fantastica, basata sull'utilizzo di tre formati diversi per le tre epoche (un po' come in Grand Budapest Hotel), ma anche su una composizione dell'immagine che raggiunge vette strepitose in quei momenti che raccontano tutto con lo sguardo, i movimenti degli attori, le musiche, senza alcun bisogno di affidarsi alla parola.

L'ho visto qualche tempo fa alla rassegna parigina del Festival di Cannes 2015. Non sembra essere ancora prevista una distribuzione italiana e, fra l'altro, i film di Zhangke Jia, sarà un caso, paiono arrivare dalle nostre parti a corrente alternata. Vai a sapere.

23.6.15

Jurassic World in quattro dimensioni (più o meno)


Sabato 13 giugno, poco più di una settimana fa, sono lì a Los Angeles che lotto a fatica contro gli attacchi da parte del jet lag. Gli altri compagni di viaggio della spedizione all'E3 si preparano ad andare al cinema, nell'Imax in zona Hollywood, per guardarsi Jurassic World (e, mi dicono, addormentarsi e/o trascorrere tutto il terzo atto con la vescica che urla impazzita). Ma io Jurassic World l'ho già visto e non sono particolarmente intenzionato a riguardarmelo. Può comunque essere una buona idea andarmene al cinema per qualche altro film, ma l'unica roba che non ho già visto è Insidious 3 e io ho questo problema ossessivo compulsivo che mi impedisce di guardare un terzo episodio (anche se prequel) senza aver visto i due precedenti. E quindi niente. Burying the Ex uscirà solo una settimana dopo. E quindi niente pure lì. Però, ehi, mi casca l'occhio sulla sezione 4DX del sito del cinema lì a Downtown, a due passi dall'appartamento. Non so cosa sia, ma mi incuriosisce, ne leggo la descrizione e capisco che si tratta del genere di roba che "Oh, una volta nella vita vorrai pur provarlo", con forte rischio di diventare il genere di roba che "Oh, ogni volta che capito da queste parti potrei volerci tornare". E quindi, ecco, il giorno dopo, perché trovare biglietti per il giorno stesso è un casino, dopo aver fatto il classico giretto da Guitar Center e Meltdown Comics, dopo aver recuperato il badge, dopo aver seguito la conferenza di Bethesda, lavorato sulle notizie, preparato lo speciale riassuntivo degli annunci, dopo aver bevuto un caffè, me ne sono andato allo spettacolo di mezzanotte e spiccioli di Jurassic World in versione 4DX. E che ci vogliamo fare?

No, ho detto che Insidious 3 non lo voglio vedere, non insistete!

Ma che cos'è, 'sto 4DX? Beh, fondamentalmente, è il cinema dinamico da parco giochi utilizzato per proiettare un film normale. La sala è di dimensioni piuttosto ridotte, con uno schermo dignitosamente grosso e di ottima qualità, ma ben lontano in estensione da robe tipo l'Imax o la Sala Energia. Il numero di posti è decisamente limitato, siamo dalle parti di una sala media, se non piccola, dei classici multisala. Il che spiega come mai, nonostante il prezzo non esattamente popolare (trenta dollari scarsi), gli spettacoli, quantomeno in quei giorni, fossero quasi sempre pieni: se metti assieme l'attrazione bizzarra della sala, il film che sta facendo incassi da record, le dimensioni ridotte, il fatto che avrebbe chiuso per un paio di giorni causa Los Angeles Film Festival e, certo, la presenza di un sacco di gente arrivata da tutto il mondo per seguire l'E3, beh, tutto torna. Immagino che in altri momenti dell'anno l'afflusso sia più gestibile, nonostante comunque, ehi, quella del Regal di Los Angeles, aperta circa un anno fa, sia l'unica sala 4DX degli Stati Uniti (ce ne sono in un'altra trentina di paesi al mondo).


Ma, dicevo, che cos'è? È un impianto ideato in Corea, che si appoggia su una quarta traccia, da creare appositamente aggiungendola a quelle audio e video, da cui trae le informazioni necessarie a calibrare le varie funzionalità, sincronizzandole con il film. Si basa, come da icone agevolmente piazzate nell'immagine qua sopra ma opportunamente fuori fuoco perché non sono un fotografo professionista, su svariati modi per far sentire lo spettatore all'interno del film. O anche per farlo sentire seduto su un'attrazione da parco giochi sincronizzata con un film che gli proiettano davanti. Abbiamo innanzitutto la poltrona (comoda, per quanto un po' rigida) piazzata su tutto un sistema idraulico che permette di farla ruotare, oscillare, tremare, sobbalzare, vibrare, qualunquare. I movimenti vanno da cose piuttosto sottili, inclinazioni e ondulazioni che percepisci a malapena, a shakeraggi e frullamenti totali, chiaramente a seconda di cosa stia accadendo nel film. In più ci sono, appunto, le vibrazioni, anche piazzate in punti specifici della poltrona, i "poke" alla parte bassa della schiena e altre sciccherie. Diciamo che è sconsigliabile sfondarsi di nachos prima della visione, soprattutto se si ha lo stomaco debole, anche perché tipicamente in questo genere di sala non ci vai a vedere un film dei Dardenne, punti invece su roba in cui esplode tutto. Anche se in effetti, se sincronizzassero le poltrone con la camera a mano dei Dardenne, il vomito sarebbe dietro l'angolo.

Mettere le mani avanti.

Ma non ci sono mica solo i movimenti, eh! Abbiamo: il frustino fra le caviglie che te le colpisce per darti la sensazione di roba che ti arriva addosso; il fumo che invade la sala; le bolle di sapone che invadono la sala; le luci stroboscopiche; gli odori di ogni tipo; l'aria sparata in ogni direzione stile vento, sia sul volto che alle spalle; uno spruzzo d'acqua nebulizzata che arriva diretto in faccia; un sistema che spara gocce d'acqua vere e proprie, altro che nebulizzate, dalle spalle, in modo da farle cascare in testa; aria calda; altre cosette. Alcuni di questi sistemi, per esempio il fumo, sono impostati a livello di sala, mentre altri, per esempio le gocce d'acqua, sono specifici per ogni singola poltrona, fermo restando che ovviamente sono tutti coordinati fra loro. E quando dico "invade", ovviamente, sto un po' esagerando: il punto non è far passare due ore di malessere a tutti gli spettatori, ma creare una roba assurda e sopra le righe che diverta in maniera coordinata col film. Anche per questo, non si tratta di un costante movimento ininterrotto: due ore di film vissute in quel modo sarebbero probabilmente ingestibili anche per il più entusiasta nei confronti di questo genere di cose, anche considerando che ovviamente i film non sono pensati apposta per il 4DX, quindi con uno sviluppo dell'azione che ne tenga conto, ma è il 4DX che viene adattato di volta in volta alla situazione.

Manifesti e scritte varie la buttano sulla modestia.

Una volta entrati in sala e seduti al proprio posticino (a proposito, noi eravamo laterali e in primissima fila, non il massimo per il 3D, dato che si sballano un po' le proporzioni, ma comunque gestibile grazie al fatto che lo schermo non è abnorme), ma soprattutto dopo essersi sucati le solite centomila pubblicità, inizia il divertimento. Innanzitutto c'è il classico filmato introduttivo che ti illustra le potenzialità della cosa: nel filmato si vede un tizio "a bordo" di una poltroncina che sfreccia per strada inseguendo un'auto e il tutto viene usato per una dimostrazione delle varie funzioni. E poi scatta il film, che in questo caso era appunto Jurassic World, e... e, beh, secondo me è proprio un'esperienza divertente, al punto che non mi sono addormentato, non mi sono annoiato e ho sbadigliato solo un paio di volte nonostante il jet lag e nonostante stessi riguardando quella lessata di Jurassic World. Chiaramente i momenti "burdel" sono casinisti e deliranti al punto giusto, con la sedia che ti sbatacchia in ogni dove e, a seconda dei casi, vento, spruzzi, luci (per esempio ad accompagnare le scintille sullo schermo) e altro ancora. Altrettanto chiaramente non tutte le funzionalità vengono utilizzate in tutti i film: di odori, per esempio, a parte forse un po' d'erba (ma magari era suggestione), non ne ho sentiti, probabilmente perché nel database non hanno l'aroma "Cacca di brontosauro". È anche possibile, se ci si sente schizzinosi, disattivare gli spruzzi d'acqua, tramite il pratico interruttore che vedete fotografato là in cima, ma ci si perde una tra le funzioni secondo me più azzeccate.

La sala non è enorme ma, insomma, fa la sua figura.

I momenti di macello e tripudio in cui si scatena l'impossibile (per esempio nella battaglia finale) sono divertenti, ma sono anche quelli a cui, paradossalmente, ci si abitua più in fretta, oltre ad essere, per ovvi motivi, quelli che tendono più di altri a "staccarti" dalla visione del film. Fra l'altro, nota a margine, a un certo punto mi sono reso conto che quei momenti me li godevo di più se allontanavo la testa dallo schienale: mantenendola appoggiata, era tutto uno sbatacchiamento di bottarelle, tenendola staccata, mi godevo il carrozzone in maniera molto più fluida e comoda. Ma, dicevo, i momenti secondo me più riusciti sono quelli in cui il 4DX entra in gioco in maniera più sottile. Per esempio quando la poltrona simula con movimenti leggeri il sobbalzare del traghetto all'inizio, quando accompagna dolcemente il volo dell'elicottero o, soprattutto, quando si inclina appena appena in avanti o indietro per accentuare certe panoramiche in avvicinamento o in allontanamento. In questi ultimi momenti qui, specie poi con il bonus della visione 3D, hai davvero l'impressione di una visione "aumentata" e di un trasporto maggiore, fisico, e per qualche istante quasi neanche ti accorgi in maniera conscia del fatto che la poltrona si sta muovendo. Nei passaggi più casinisti hai l'impressione di essere sballottato sulle montagne russe mentre ti proiettano davanti un film. E fa la differenza. Ma anche altre trovate non strettamente legate al movimento possono funzionare più o meno bene: il fumo o le luci stroboscopiche sono divertenti, ma è l'aria sparata in faccia, soprattutto, che in certi passaggi riesce davvero a fare il suo, soprattutto in alcuni fra quelli citati prima, tipo le panoramiche o i voli in elicottero. E le gocce d'acqua che ti cadono in testa dall'alto, anche, nella loro assurdità, hanno un bell'impatto, per esempio nelle ovvie scene legate al mosasauro, ma anche (anzi: soprattutto) in una scena come quella in cui viene ritrovato l'innesto GPS dell'Indominus Rex. Può sembrare una scemenza, e in effetti lo è, ma sentirmi un paio di gocce che mi cascavano in testa mentre sullo schermo cascava del sangue addosso al povero Brian Tee, beh, mi ha fatto un gran bell'effetto.

Yuck!

E insomma, ne vale la pena? Beh, ovviamente dipende da quanto possano piacere robe di questo genere, ma è una considerazione talmente lapalissiana che quasi la cancello. Quel che posso dire è che io mi sono divertito e che il lavoro di adattamento delle varie funzionalità al film mi è sembrato molto ben fatto, mai esagerato, sempre contestualizzato a dovere e assolutamente non spossante, nonostante comunque Jurassic World duri le sue due belle ore abbondanti. Per come vivo io il cinema, penso che in linea di massima preferirei sempre guardarmi in questo modo film che ho già visto in maniera tradizionale, per non rischiare che lo sballottamento nei momenti più incasinati mi rovini il coinvolgimento, ma anche qui, alla fin fine, si tratta più che altro di percezione personale. Il prezzo del biglietto certamente non è basso, e d'altra parte non credo sia un caso se, da quel che vedo, viene programmato un film al mese. Di mio posso aggiungere che non escludo di tornarci se in futuro dovessi avere nuovamente l'opportunità di farlo, magari prenotando in anticipo per sedermi più centrale. Secondo me è una cosa che vale la pena di provare, però certamente non è per tutti e va ben lontano dall'essere il futuro del cinema. Ma è ben pensata e strutturata, questo senza dubbio.

In tutto questo, Burying the Ex alla fine è uscito a distribuzione limitata, lo davano solo nel cinema degli Universal Studios e quindi niente. Uffa.

15.6.15

Live from E3!


E niente, venerdì sono partito per Los Angeles e già da un paio di giorni stiamo lavorando sulla fiera più rumorosa e meno interessante dell'anno. Oggi è la giornata delle conferenze, che presumibilmente passerò per intero davanti alla videocamera. Ergo, se avete voglia di guardarmi dire cose a caso assieme ad altra gente prima e dopo di ogni conferenza, mi trovate da qualche parte qua dentro, in mezzo a tutte le altre cose che facciamo. Le conferenze vere e proprie, invece, potete seguirle commentate da degli sciamannati su Outcast.

Come al solito, il blog, a meno di clamorosi colpi di scena, si ferma perlomeno fino a lunedì.

14.6.15

Lo spam della domenica mattina: In fuga verso l'ettré


Questa settimana l'ho trascorsa più che altro sudando per finire tutto tuttissimo veramente tutto tutto tutto prima di partire per Los Angeles. La solita routine, insomma. Comunque, su IGN, oltre a una cofana di traduzioni, ho tirato fuori una bloggata su quel che mi aspetto, per l'appunto, dall'E3 2015. Su Outcast, invece, abbiamo un Videopep fondamentalmente sullo stesso argomento, l'Outcast Popcorn della settimana (e della settimana prossima), il Cinquepercinque pure lui a tema E3 (ma ho fatto quasi solo lavoro di assemblaggio) e l'Old! sul giugno del 1985.

La pagina di IGN dedicata alla fiera è questa qui. Su Outcast, comunque, c'è questa cosa qua.

13.6.15

La robbaccia del sabato mattina: Marte!


Non ho idea di dove io possa trovarmi in questo momento, però a occhio direi che sto ancora viaggiando verso Los Angeles. Credo. Boh. Vai a sapere. Ad ogni modo, è quel momento dell'anno! No, non quello in cui muore Chrisopher Lee, scemi, quello dell'E3! Quello in cui sono tutti gasati e poi, una volta fatti gli annunci, sono tutti incazzati e poi, una volta sbollita l'incazzatura, sono tutti a fare i pre-order! Ma prima, la solita rassegnina di trailer e cose a caso, che ho preparato in anticipo e quindi chissà quali mirabolanti e affascinanti robe spuntate ieri mancheranno. Ah, hanno ingaggiato Shane per fare il Punitore nella seconda stagione di Daredevil. Mah, secondo me la faccia per quel tipo di personaggio ce l'ha e tutto sommato come uscito di cozza ce lo vedo bene. Vedremo.



Allora, c'è questo fatto che secondo me Prometheus è scritto maluccio, ma Ridley c'ha messo comunque la voglia delle grandi occasioni ed è un tripudio visivo che levati. Non basta, ma buttalo. Ora, sarà mica che quella voglia torna per The Martian e ne viene fuori il filmone di fantascienza che da trent'anni speriamo Ridley bello sia in grado di tirare fuori un'altra volta? Eh, oh, io voglio crederci. Il trailer mi piace. Gli attori mi piacciono. Drew Goddard mi piace. Dai dai dai.



L'ultimo pezzetto di Hunger Games. Sarà un pappone allungato e barbosetto come la prima parte? Mboh. Comunque, insomma, ormai è andata.



Creep, il found footage con Mark Duplass nel ruolo dello spaccamaroni appiccicoso e un po' inquietante che stai a vedere forse alla fine è proprio matto e pericoloso. Mah.



Regression, in cui Alejandro Amenábar torna a fare "buh" quasi quindici anni dopo The Others. Non è che nel frattempo la sua carriera abbia fatto esattamente sfracelli, però, quel film lì era veramente uno spacco e a Ethan Hawke ormai gli si vuole bene a prescindere. Voglio crederci.



Bon, a posto. Vado a mangiare un hamburger.

12.6.15

Jurassic World


Jurassic World (USA, 2015)
di Colin Trevorrow
con Chris Pratt, Bryce Dallas Howard, Ty Simpkins, Nick Robinson, Irrfan Khan, Vincent D'Onofrio, Omar Sy

Jurassic Park III, per come la vedo io, aveva due grossi problemi. Da un lato c'era la decisione di buttare al macero alcune componenti fondamentali della serie (i temi legati all'uomo che pasticcia con la natura e alle conseguenze della cosa, il mix fra avventura, brividi, comicità) per virare completamente sul film per ragazzini dritto per dritto. Dall'altro mancava Steven Spielberg, uno che comunque, anche nella sua prova peggiore, ti tira sempre fuori quei due o tre momenti visivamente fuori dal mondo e riesce sempre a scagliarti addosso senso di meraviglia come se piovesse. Allo stesso tempo, però, era un film di mostri da novanta minuti scarsi, con un buon ritmo, qualche gag simpatica e in cabina di regia un solido mestierante come Joe Johnston, che magari non riempie il film di personalità ma il risultato lo porta a casa. Jurassic World affronta di petto il primo problema e tira fuori un film che, nei limiti del possibile, riesce a recuperare lo spirito dell'originale e a rielaborarlo in una maniera consapevole e intelligente. Lo spunto di partenza del parco trasformato in attrazione macchiettistica iper-sponsorizzata, che fondamentalmente stupra il sogno di John Hammond, è forte e ben reso, così come è azzeccata (e molto meta-cinematografica) l'idea di un pubblico ormai abituato ai dinosauri e desideroso di novità gigantesche, fuori dal mondo, perché nel 2015 non bastano più un T-Rex e quattro raptor... o forse sì? O forse è tutto un insistere verso strade senza uscita perché poi, alla fin fine, la natura vince sempre.

Di fondo, e lo dico pensando anche a quel che succede nella seconda metà di film, è un parlare di umani che pasticciano con la natura giocando a fare Dio, della necessità di mirare sempre più alto e della depravazione consumistica che cose del genere possono prendere, tanto quanto delle condizioni rintronate in cui versa il cinema "di cassa" moderno. Lo spirito del primo film è lontano, e con esso fugge via il senso di meraviglia che Spielberg seppe regalarci, ma in fondo si tratta di una scelta azzeccata e forse, per certi versi, inevitabile. Massimo simbolo di quest'intenzione dichiarata, forse, è il momento in cui per la prima volta si ascolta il tema musicale di John Williams: nel film originale lo ascoltavamo su Sam Neill che usciva dalla jeep e osservava basito il miracolo davanti ai suoi occhi, qui accompagna una panoramica sull'hub centrale del parco, pieno di turisti che si accalcano fra negozi di souvenir e bar, con al centro dell'inquadratura l'edificio per l'accoglienza del pubblico. Non proprio la stessa cosa, non proprio lo stesso senso di meraviglia. E ci sta: anche se si perde forse un elemento forte di quel primo film, la cosa è figlia di un discorso intelligente e che caratterizza Jurassic World come un film che perlomeno prova a dire qualcosa.

Il problema è che neanche in questo film è stata risolta l'altra faccenda, quella dell'assenza di Steven Spielberg, perché Colin Trevorrow, con tutto il bene che si può volere a quel simpatico filmetto di Safety Not Guaranteed, non solo non è riuscito a reinventarsi grande autore spielberghiano dall'oggi al domani, ci ha pure provato nel peggior modo possibile, scimmiottando dall'inizio alla fine senza tirar mai fuori un guizzo di personalità che vada oltre l'omaggio ininterrotto. Nei centoventi minuti abbondanti di Jurassic World ci sono solo un paio di momenti in cui non si sta guardando una qualche reinvenzione di momenti e idee pescati da Jurassic Park: le due scene in cui Trevorrow omaggia prima il James Cameron di Aliens - Scontro finale, poi l'Alfred Hitchcock di Gli uccelli. E insomma, OK, gli omaggi, in un film del genere, sono inevitabili e ci stanno anche bene, ma Trevorrow, dai, per favore, dicci anche qualcosa di tuo.

 Una scena tratta da Jurassic W... no, aspetta...

E se complessivamente, per temi, intenzioni e tentativo di recuperare lo spirito dell'episodio originale, Jurassic World è forse un film migliore di Jurassic Park III, beh, ci sarebbe anche quella faccenda a me tanto cara dei blockbuster moderni logorroici, cui tipicamente farebbe bene una sana mezz'oretta di tagli. Perché il ritmo altalenante con cui si porta avanti una storia affidata a personaggi vuoti, scritti in maniera pigra e banalotta, non aiuta la causa. Se da un lato si riesce nel miracolo di avere due ragazzini centrali per le vicende e quasi tollerabili (e l'assenza di Spielberg, va detto, ci risparmia gag imbarazzanti tipo i capelli elettrizzati e i raptor stesi con le parallele), praticamente tutto il resto del cast si ritrova alle prese con personaggi sotto vuoto spinto e mal gestiti. Poi, certo, per quanto Jeff Goldblum e Sam Neill giochino in un altro campionato, sono anche tutti attori d'esperienza e di carisma, quindi in qualche modo fanno il loro dovere, ma insomma, fra momenti comici sballati, comprimari totalmente superflui, spiegoni abbondanti e altre sciccherie, è soprattutto la scrittura piuttosto pigra a far arrancare il film per ampi tratti.

Aggiungiamoci pure che Trevorrow, al di là del non riuscire a trovare una sua identità forte, dimostra anche un certo impaccio nel restituire la forza visiva che questo film dovrebbe regalare. Se la cava forse in maniera un po' più discreta sui momenti a tinte horror, ma per il resto, sia quando dovrebbe infondere senso di meraviglia, sia quando dovrebbe regalare dell'azione fatta come si deve, va poco oltre il compitino pulito, senza trovare la giusta forza. So che Godzilla non ha fatto impazzire in molti ma caspita, se lo chiedete a me, Gareth Edwards, in una situazione per certi versi simile (regista indipendente alle prese col film "grosso"), ha saputo tirar fuori ben di meglio, tanto sul piano dell'impatto visivo, quanto proprio sulla capacità di coreografare come si deve il macello finale. Aggiungiamoci degli effetti speciali in larga misura funzionali, ma che in molte scene hanno un aspetto eccessivamente finto, talmente cartoonesco che viene da pensare si tratti di una scelta voluta per limitare eventuali problemi di rating e, insomma, i problemi cominciano ad essere tanti.

Eppure Jurassic World non è un brutto film. È troppo lungo, senza che la cosa venga giustificata da una scrittura all'altezza. È diretto da un regista che fatica a dargli una personalità forte, vai a sapere se per limiti suoi o per imposizioni dall'alto. Si affida eccessivamente ai richiami al passato, finendo per diventare una sorta di indeciso misto fra il seguito e il remake. Ha un cast di personalità abbastanza sprecato in ruoli mosci (meraviglioso, comunque, Vincent D'Onofrio che ogni tanto riscivola nella parlata di Wilson Fisk). Ma è anche un film d'avventura e d'azione che prova a dire qualcosa di interessante senza limitarsi ai mostri giganti che si azzannano, che in due o tre momenti trova la forma giusta e che si ricorda di restituire ai dinosauri il ruolo da protagonisti che in questa serie dovrebbero avere. E poi ha l'effetto cane. Quella specie di richiamo animale che mi porta a commuovermi appena su schermo si vede una creatura che soffre e/o mi viene raccontato il rapporto fra un uomo e un animale. In queste cose, sì, funziona, anche se nel farlo va pericolosamente vicino a certi momenti ridicoli di Jurassic Park III. E, sì, abbiamo visto molto di peggio, in questo genere di operazioni nostalgia. Però, ehi, un mese fa abbiamo anche visto brutalmente di meglio. È davvero il caso di accontentarsi?

L'ho visto ieri al cinema, in lingua originale, qua a Parigi, spaparanzato in seconda fila con gli occhialetti per il 3D fissati sul naso. Onestamente non ricordo una singola impressione, positiva o negativa, legata all'utilizzo del 3D. Trascurabile, direi.

11.6.15

Serial killer australiani al cinema


Ieri è uscito al cinema in Italia Wolf Creek 2, accompagnato da un fenomenale "La preda sei tu" piazzato subito sotto il titolo. Io l'ho visto quasi due anni fa al Paris International Fantastic Film Festival 2013 e mi ci sono abbastanza divertito, anche se temo mi sia piaciuto meno del primo episodio. Ah, ne ho poi scritto a questo indirizzo qui.

Ma quindi la trafila ufficiale dell'horror non troppo di cassetta è che arriva un anno dopo?

10.6.15

Gli zombi giusti in Italia


Questa sera iniziano a trasmettere su AXN Sci-Fi Z Nation, una serie d'azione, avventura, risate, amicizia e tanti guai ambientata in quel posto allegro ed accogliente che è il pianeta Terra dopo l'avvenuta apocalisse zombi. Non parte benissimo, ma poi cresce in maniera brutale e si magna tutto quanto. Ne ho scritto tempo fa a questo indirizzo qui e ne ho pure chiacchierato a quest'altro indirizzo qua.

Questa settimana mi sa che va un po' così, tutto un tripudio di post su "Oh, ma vi ricordate di quella volta in cui vi ho parlato di quella cosa?" Mi sto preparando a partire, abbiate pazienza.

9.6.15

Transparent in italia!


Questa sera iniziano a trasmettere su Sky Atlantic Transparent, una serie meravigliosa che ha (forse) dato la stura alle produzioni di Amazon e si portata a casa qualche premio l'anno scorso. Io l'ho vista a suo tempo e ne ho scritto mesi fa a questo indirizzo qui.

Se devo essere onesto non ero convintissimo che sarebbe arrivata in Italia. E invece.

8.6.15

As the Light Goes Out


Jiu huo ying xiong (Cina, 2014)
di Chi-kin Kwok
con Nicholas Tse, Shawn Yue, Jun Hu

Attivo ormai da quindici anni come sceneggiatore e da circa la metà come regista, Chi-kin Kwok (per gli amici Derek Kwok) si è girato un po' tutti i generi possibili e immaginabili e un paio di anni fa ha pure cosceneggiato e codiretto assieme al nostro amico Steven Chow l'ennesima rivistazione di Il viaggio in occidente. Il suo film successivo è questo As the Light Goes Out, melodrammone catastrofico di stampo classico, che si concentra su uno di quei disastri dalla scala "ridotta" che negli ultimi tempi sono un po' passati di moda. Il racconto trova infatti il suo culmine in un terribile incendio che scoppia nella notte di Natale in un impianto energetico dedicato a rifornire di elettricità Hong Kong. Il tutto, chiaramente, fa da pretesto per raccontare e risolvere le vicende personali e professionali di una squadra di pompieri dalla composizione piuttosto variegata, ma il cui nucleo è rappresentato da tre uomini le cui vicende si sono incrociate in maniera deflagrante durante un'operazione andata male diversi anni prima (e raccontata nel prologo).

La composizione del trio è semplice semplice: quello che si è preso la colpa per il bene degli altri, quello che se n'è rimasto da parte e quello che l'ha passata talmente liscia da essere l'unico a fare carriera. Lo sviluppo dei rapporti fra di loro, però, è meno banale del previsto, a cominciare dal fatto che l'infame dei tre non è poi così infame e, pur avendo un carattere che te lo raccomando, non diventa assolutamente il villain della storia. Più in generale, seppur col solito taglio da mariomerolata senza fine che caratterizza il cinema di genere orientale, è il buon lavoro sui personaggi a tenere in piedi il film. Poi, certo, nonostante qualche svolta magari abbastanza originale, ci sono tutte le situazioni classiche, tra morti impreviste, sacrifici estremi d'ordinanza e figli di uno dei protagonisti che GUARDACASO proprio quel giorno erano in gita alla stazione energetica e GUARDACASO proprio loro fanno casino e rimangono lì quando l'autobus parte e GUARDACASO proprio la squadra del loro paparino è l'unica che riesce ad arrivare sul posto nel macello generale. Guardacaso.

Non manca anche il tentativo di poetizzare l'incendio, trasformandolo in una sorta di creatura mitologica che brama le vite degli eroici pompieri. In Backdraft - Fuoco assassino c'era tutto il pippone sul fuoco come essere dotato di una vita propria che s'arrampica sulle pareti, qua abbiamo il fumo come nemico principale che ti insegue con un incedere degno di Jason Voorhees e all'interno del quale puoi perderti in una sorta di privazione sensoriale zen che ti porta ad affrontare ricordi, scheletri nell'armadio, timori e paranoie. Insomma, c'è tutto quel che serve e il film funziona abbastanza bene anche sul piano visivo, nonostante degli effetti speciali ben lontani dalle vette hollywoodiane, grazie al buon mestiere di Kwok. Paradossalmente, però, è proprio nel gran macello conclusivo che As the Light Goes Out perde buona parte della sua carica, affidandosi a tutti i cliché più ovvi del genere, rinunciando a quel tentativo di buttar lì invenzioni che si era visto nella prima parte e diventando insomma semplice routine. Insomma, poca cosa.

L'ho visto qualche settimana fa al festival del cinema cinese di Parigi, ma sembrerebbe essere uscito in sala solo in oriente, con qualche puntata in occidente fra home video e servizi di video on demand. Quindi, insomma, cercandolo, in qualche lingua intellegibile si trova.

7.6.15

6.6.15

La robbaccia del sabato mattina in una settimana in cui ieri era venerdì e porca miseria quanto faceva caldo


Questo qua sopra è il poster di Bridge of Spies (beh, sì, c'è scritto), il nuovo film di Steven Spielberg con Tom Hanks. A me i film di Steven Spielberg con Tom Hanks, in linea di massima, piacciono, quindi sono curioso. Ieri dovrebbe essere uscito il trailer, ma non so se quando uscirà questo post l'avrò visto, non l'avrò visto, l'avrò messo qua sotto, sarò morto per il caldo, vai a sapere. Comunque, a questo indirizzo ci sono un po' di bozzetti per progetti del caro Vincenzo Natali che non si sono mai concretizzati. C'è dentro anche Predator, sarà mica una mossa stile Neil Blomkamp con Alien?



Mh. Se la mena un po' troppo, ma secondo me c'è da divertirsi.



Il teaser trailer di Sharknado 3: Oh Hell No! Devo ammettere che di 'sta serie non me n'è mai fregato molto, però devo anche ammettere che, per qualche motivo, Mark Cuban presidente mi fa ridere.



Z for Zachariah, un altro film ad ambientazione postatomica in cui ci sono dei colori. Incredibile, è iniziata una nuova era. Comunque, Margot Robbie e due attori che mi piacciono in mano al regista di Compliance. Il trailer non è male. Ci sto. Anche perché Margot Robbie, oh.



The Walk, il film sul matterello francese che s'è fatto una passeggiata fra quei due palazzi là negli iuessei. Mi fa sempre un po' strano che si debbano prendere attori a cui far fingere l'accento straniero, ma insomma, comunque Robertino Zemeckis, I Want to Believe.



Everest, con Thanos e Jake Gillencoso che s'arrampicano su quella montagna là. Pare divertente.



Questo è il Macbeth del regista di Snowtown, con Michael Fassbender e Marion Cotillard che recitano fuori dalla grazia di Dio. L'ho visto ed è una roba che lascia senza fiato.



Il nuovo trailer di Mission Impossible 5 (Mission Impossible: Rogue Nation per gli amici), in cui il ruolo di Jeremy Renner è sempre più "quello che parla a quelli che hanno un ruolo". Boh, contento lui. Il film, comunque, sembra divertente.



99 Homes, il drammone/thriller sulla gente sfrattata negli iuessei. Al Sundance è piaciuto un sacco, dal trailer pare promettente. Mi dà un po' delle vibrazioni da Training Day, in qualche bizzarra maniera. Le espressioni nel fermo immagine sono fenomenali.



Lo schizzetto da The Good Dinosaur, la nuova pixerata. Oh, dinosauri, promette bene per forza. Vediamo cosa ne tirano fuori.



Teaser trailer Pavlov per Ash vs. Evil Dead. Stringiamoci fortissimo.



Caldo. Caldo. Troppo caldo. Caldo. Mioddiocaldo.

5.6.15

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet


The Young and Prodigious T.S. Spivet (Francia/Australia/Canada)
di Jean-Pierre Jeunet
con Kyle Catlett, Helena Bonham Carter, Judy Davis, Callum Keith Rennie, Niamh Wilson, Jakob Davies

Ah, che bello. Ogni tanto ci vuole proprio, un film leggero, dolce, onesto, che si racconta in maniera gioiosa e semplice senza per questo schivare necessariamente argomenti che possono farti sudare gli occhi. Ci vuole in particolar modo, poi, dopo che te ne sei tornato a casa dalla visione di Maggie, che veramente guarda è una botta d'allegria che non ti dico. Ma di quello ne parliamo un'altra volta. Oggi, invece, si parla del nostro amico Spivet, ultimo film di quello scombinato mentale di Jean-Pierre Jeunet, che quasi quindici anni dopo l'esperienza di Alien - La clonazione è tornato in zona USA. Certo, l'ha fatto con una coproduzione tra Francia, Australia e Canada e, considerando che il film è in buona sostanza un'appassionata lettera d'amore agli Stati Uniti, credo questo dica molto della sua opinione sull'esperienza con gli studi hollywoodiani. Ma insomma, poco importa. Quel che importa è che Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet è un gran bell'esempio di film per ragazzi che non tratta il suo pubblico come un branco di rincretiniti. Pare poco, non lo è.

È anche un film di Jean-Pierre Jeunet in tutto e per tutto, c'è il suo stile sopra le righe, il suo immaginario da favoletta bizzarra sempre e comunque, l'estremizzazione di tanti personaggi a livello macchietta, ed è bene puntualizzarlo a favore di chi non riesce a farselo piacere. Però, ed è un però non da poco, è tutto molto ben contestualizzato in quello che di fondo è un racconto filtrato dallo sguardo di un bambino di dieci anni, vale a dire lo Spivet del titolo, nato nel romanzo Le mappe dei miei sogni di Reif Larsen e interpretato con grande intensità dall'esordiente (sul grande schermo) Kyle Catlett. Magari non farà la differenza per tutti ma, per dire, io nel 2001, ogni volta che Amelie mi guardava dallo schermo del cinema volevo spararle in faccia con un bazooka. E invece qui mi sono emozionato, divertito, a tratti perfino commosso, per un centinaio di minuti abbondanti che sono davvero un piacere per gli occhi e per il cuore.

Intendiamoci, Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet non è certamente un capolavoro, anzi, ha i suoi momenti che non funzionano poi così bene. La sequenza con Dominique Pinon sembra un po' appiccicata ed è difficile non pensare che stia lì solo perché Jeunet non può fare a meno di infilarlo dappertutto. Il finale, forse, gestisce le cose in maniera un po' troppo semplicistica, ma insomma, tutto sommato si incastra bene nel tono generale di un film che racconta una favola deliziosa e toccante e lo fa appoggiandosi su una serie di cartoline fantastiche. Jeunet riprende gli Stati Uniti con una potenza esplosiva di colori, suoni, omaggi e riferimenti incrociati, infilando in ogni dove trovate visive e assurdità assortite, trasportandoti nella mente dei suoi personaggi, raccontando con delicatezza, umorismo e forza una fra le tragedie più grandi che possano capitare in una famiglia. E ne viene fuori un gran bel film.

Me lo sono visto ieri sera su Netflix e devo ammettere di avere un po' rosicato per il fatto di essermelo perso quando è passato al cinema dalle mie parti. In Italia è uscito la scorsa settimana.

4.6.15

The Lobster


The Lobster (Grecia/UK, 2015)
di Yorgos Lanthimos
con Colin Farrell, Rachel Weisz, John C. Reilly, Ben Whishaw, Léa Seydoux

Ci sono sicuramente tanti motivi diversi per i quali la giuria del Festival di Cannes ha assegnato un premio a The Lobster, ma fra i principali mi sento tranquillamente di inserire la sua natura totalmente fuori di cozza e il modo in cui sceglie di raccontarla. Per questo, e anche per il fatto che il film inizierà il suo regolare percorso nei cinema mondiali a ottobre, voglio dire il meno possibile in questo primo paragrafo: io mi sono presentato in sala sapendo solo che era il nuovo film di Yorgos Lanthimos, che i protagonisti erano quelli elencati là sopra e che si trattava di un film di fantascienza. Avevo in mente la foto promozionale con Colin Farrell e Rachel Weisz che corrono in un campo e fine. E, beh, guardare questo film senza saperne nulla in anticipo è davvero qualcosa di spettacolare. Quindi, come faccio in questi casi, chiudo così il primo paragrafo: se quanto detto fino a qui vi intriga, smettete di leggere, aspettate il film, guardatevelo e poi ne riparliamo.

Una Rachel Weisz di spessore per invogliare ulteriormente. Nel film non la trovate così.

Andiamo avanti, cercando comunque di svelare sempre il minimo indispensabile, perché davvero è giusto così. Innanzitutto, bisogna dire che quell'immagine promozionale là, quella di loro due che corrono, forse un po' mente. Magari la interpreto male io, ma mi evoca nella memoria un racconto di fantasia romantico e movimentato, con un po' d'azione. Una roba stile I guardiani del destino, magari. E invece, in The Lobster, di azione non ce n'è praticamente mai, neanche in quella scena lì con loro due che corrono. O, meglio, tecnicamente un po' di azione c'è, ma viene messa in scena nella maniera meno action possibile. E, già che ci siamo, diciamo pure che l'elemento fantascientifico è piuttosto labile: alla fin fine il punto è che si tratta di una società distopica in cui c'è un'invenzione scientifica molto particolare, ma per il resto potrebbe essere ambientato l'altro ieri. In un altro ieri alternativo, certo, ma pur sempre l'altro ieri. E quindi che cos'è? È un film che fa quella cosa che alla buona fantascienza riesce sempre tanto bene: prendere qualche tratto della nostra società, estremizzarlo e sfruttarlo per parlare di noi stessi, facendo una satira feroce e intelligente, nel caso specifico sulla natura dei rapporti coniugali, della vita di coppia e delle imposizioni dall'alto che la riguardano. È un film lento, estremamente dialogato, ricco di belle immagini, molto ben interpretato e con parecchio da dire. Se queste cose non vi spaventano, attendetelo con ansia, perché merita, nonostante il finale sia forse un po' tirato via. E smettete di leggere.

Neanche questa c'è nel film.

Siete ancora qui? E allora diciamo due cose sulla trama, ma proprio il minimo indispensabile e poi basta, eh! Nel mondo di The Lobster, essere single è fuorilegge. Se ti beccano al centro commerciale senza certificato di matrimonio, sono guai. Se tua moglie o tuo marito ti lascia o muore, sono guai. Oltre ai guai che di base derivano dall'essere abbandonati o dal rimanere soli, s'intende. I guai si concretizzano in un albergo d'alto profilo nel quale vieni spedito, con un mese e mezzo di tempo a disposizione per trovare una nuova dolce metà fra gli altri ospiti single. Se ce la fai e la coppia funziona, potete sposarvi e tornare a vivere in città. Se non ce la fai, scatta l'innovazione scientifica di cui sopra e vieni trasformato in un animale a tua scelta. Bonus: c'è chi non ci sta e decide di vivere da solitario nel bosco, ma ogni tanto gli ospiti dell'albergo vengono mandati a caccia dei ribelli e per ognuno di loro che catturano ottengono un giorno di permanenza in più. Ovviamente succedono tante altre cose, ma la sostanza è questa, una situazione in cui i sentimenti diventano secondari, l'affinità è una questione di forzature e si è disposti a tutto pur di accoppiarsi, perché ce lo dice la società, ce lo dice la legge, ce lo dicono la saggezza popolare e il sentire comune. Perché si fa così. Ne viene fuori un film incredibile, che nella sua maniera totalmente fuori di testa piazza uno specchio estremamente lucido di fronte al modo un po' stonato in cui spesso interpretiamo il rapporto fra noi picchiatelli esseri umani. Colin Farrell è fantastico nel suo vacillare in bilico proprio al centro di questa situazione assurda, un concentrato di emozioni represse e pronte ad esplodere in un mondo popolato da gente ridotta ad automi che sopravvivono rinunciando a loro stessi. Ma un po' tutto il cast funziona a meraviglia e il film è una vera bomba, anche se sì, lo ripeto, il finale sembra fare fatica a trovare una conclusione. Oppure no, magari è fantastico anche perché si conclude così.

L'ho visto un paio di settimane fa durante la rassegna parigina dei film del Festival di Cannes. In lingua originale è tutto un tripudio di gente che parla con accento irlandese, più un paio di francesi, un americano, un inglese... sembra una barzelletta. Non so ancora quando uscirà in Italia ma, come dicevo, dovrebbe manifestarsi in giro per il mondo a partire da ottobre.

3.6.15

Brotherhood of Blades


Xiu chun dao (Cina, 2014)
di Yang Lu
con Chen Chang, Shih-Chieh Chin, Zhu Dan

Brotherhood of Blades, per qualche motivo, mi ha fatto venire in mente John Carpenter. Non che stilisticamente lo ricordi, anzi, però racconta una storia che ha proprio quel sapore un po' politico e sociale di tanti film carpenteriani, col suo parlare di brava gente che si lascia tentare dal denaro e trasforma per questo le migliori intenzioni in un disastro completo. I protagonisti, qui, sono tre fratelli impiegati come guardie d'elite a palazzo reale sul finire della dinastia Ming. Per quanto cazzutissimi sul lavoro, sono di estrazione sociale bassa e faticano a uscire dal gorgo: il maggiore vorrebbe far carriera politica ma non ne ha i mezzi, il minore è malato e fugge da un passato che non lo molla, quello di mezzo vorrebbe aiutare gli altri due e, già che c'è, riscattare la libertà della prostituta di cui si è innamorato. Ma mancano i soldi. Un politicante dalla dubbia moralità li spedisce a far fuori un dissidente, ma quest'ultimo prova a cavarsela offrendo soldi ai nostri eroi e...

E insomma, bravi ragazzi in difficoltà che si fanno tentare dalla soluzione facile a base di quattrini e mondo che crolla loro attorno quando il destino si presenta a portare il conto. Ora, magari sovrainterpreto io a vederci del Carpenter, ma il punto è che si tratta di uno schema narrativo sicuramente classico, ma sempre molto efficace, che qui viene portato avanti con la classica mano pesante dell'estremo oriente, tutta melodramma, musiche incalzanti, cattivi schizoidi sopra le righe, buoni col senso dell'onore che strabocca, intrecci super complicati nello sviluppo dei rapporto e degli intrighi politici, tragedie interminabili all'orizzonte e scene d'azione esagerate. Ed è sicuramente un bel divertimento, anche grazie all'incredibile carisma del tris di protagonisti, che non fanno la minima fatica a tenere in piedi la baracca.

Dove Brotherhood of Blades non mi ha convinto fino in fondo, invece, è sull'azione. I combattimenti non mancano, sono spesso ingegnosi, o comunque interessanti e divertenti, per le coreografie, le premesse e i modi elaborati in cui si sviluppano, ma vengono per lo più penalizzati dalla regia. Quei bei momenti action a cui il cinema orientale ci ha abituati, quelli in cui la macchina da presa si allontana e se ne sta lì ferma a farci gustare il gesto atletico in tutto il suo splendore, beh, qui latitano in maniera pesante. È tutto un tripudio di shaky cam e montaggio frenetico che sembra uscito per direttissima dai film occidentali in cui bisogna far finta che sessantenni e gente fuori forma assortita sia in grado di combattere. Non so dire se si tratti di necessità o di scelta stilistica, ma il risultato fa perdere qualche punto a quello che altrimenti sarebbe un solidissimo esemplare all'interno di un filone ultraclassico. È un po' un peccato, ma insomma, non è comunque una tragedia.

L'ho visto al cinema, qua a Parigi, nel corso del Festival del cinema cinese di qualche tempo fa. Non è mai uscito e non so se mai uscirà in Italia, ma è stato distribuito nell'emisfero occidentale, con tanto di Blu-ray e passaggi sui vari servizi di video on demand, quindi, insomma, in qualche modo si trova.

2.6.15

Fury alla fine ce l'ha fatta


Oggi arriva finalmente nelle sale italiane Fury, il film sui carri armati con Brad Pitt, diretto dall'amico David Ayer, che io ho visto non ricordo neanche più quanto tempo fa e di cui ho scritto a questo indirizzo qua lo scorso gennaio, quando sarebbe dovuto uscire in Italia. Solo che poi è fallito il distributore e quindi niente. Ma, appunto, oggi esce, grazie all'intervento di Lucky Red.

Ormai neanche mi ricordo più se mi piace, se non mi piace, perché mi piace, perché non mi piace. Ma poi chi se ne frega, Ayer s'è messo a fare il film con il Joker coi tatuaggi da adolescente imbruttito, abbiamo perso ogni speranza.

1.6.15

Un giro all'Expo


Dunque, l'altro giorno, per la precisione venerdì 29 maggio, ce ne siamo andati all'Expo. Avevamo il biglietto da giornata intera, ci siamo presentati verso le undici scarse e siamo rimasti lì fino quasi alle sette di sera. Io sarei andato avanti, pur essendo a pezzi, perché funziono così, ma giustamente la mamma in divenire era brasata e ce ne siamo tornati a casa. Non so quindi come sia l'Expo serale, quello che - mi dicono - sta rubando tutta la clientela dell'ora di cena alla Milano da bere grazie al suo prezzo contenuto, alle luci, ai colori e alle mille fantabulose attività. E quello diurno? Quello diurno, secondo me, se lo prendi come "una fiera", una roba che vai a visitare e di cui ti gusti i lati positivi, è molto bello. Certo, è anche un bello sbattimento, considerando le dimensioni notevoli, la facilità con cui di fronte ai padiglioni migliori si creano code (soprattutto nel primo pomeriggio, specie poi quando arrivano le scolaresche), il fatto che le code te le devi sucare sotto al sole e pure il fatto, non secondario, che molti padiglioni sono abbastanza deludenti. Però, nel complesso, merita. E si mangia bene. Altro discorso, invece, se ti ci presenti abbagliato dal concetto di "Oh, caspita, l'ESPOSIZIONE UNIVERSALE, uah!", dal numero di anni in cui se n'è parlato e, non sia mai, dal fatto che dovrebbe essere interamente organizzata attorno a un tema specifico.

Nel padiglione zero il tema viene affrontato come argomento generale. E non è niente male.

In realtà per me l'aspettativa era bassa in partenza, perché, non ci posso fare nulla, nella mia capoccia l'Expo è un'altra cosa. L'Expo che ho sempre visto nei fumetti, nei libri, nei film, anche piuttosto di recente, è un mondo di tecnologia e futurismo spinto. L'Expo che hanno organizzato per quest'anno è un mondo di cibo e pappe assortite. Che va benissimo, eh! Non sia mai che io dica di no all'occasione di assaggiare roba buona. Però, appunto, non è quella cosa un po' fantascientifica e fuori dal mondo che la narrativa popolare m'ha inculcato per anni e anni. Forse, quindi, è anche per l'aspettativa di partenza un po' bassa che ne sono uscito abbastanza soddisfatto, mentre la mia gentile signora, che s'aspettava qualcosa di incredibile, ne è uscita sparando sventagliate di mitra per aria dal fastidio. E magari la verità sta nel mezzo.

Un'istantanea del mezzo, che è anche dove si trova l'ombra.

Dicevo del tema: a me è un po' parso che per la maggior parte sia stato affrontato fischiettando e facendo finta di niente. C'è Eataly, dove si magna, ci sono mille e più stand dove il punto è far pubblicità al proprio paese, con tanto di video promozionali in pieno stile ente del turismo, ci sono un po' di utensili, vasi, vestiti, piante, piatti, whatever. Qualcuno ha fatto l'attrazione ganza, tipo la rete dei brasiliani, e i poveretti del Nepal hanno un padiglione delizioso, ma disabitato per ovvi motivi. Sembra per la maggior parte di stare girando in una versione meno "densa" e meno concentrata sul venderti roba della fiera dell'antiquariato. Ma quella storia del "Feeding the Planet, Energy for Life", per gran parte della fiera, spazia fra il #fottesega e il "Sì, beh, OK, ci tocca, facciamo che se volete potete informarvi leggendo su questo terminale, però guardate che belle spiagge e che bei vasi che abbiamo dalle nostre parti".

In Messico ci sono tanti colori deliziosi, ma l'allestimento m'è parso un po' pigro.

Non che vada così dappertutto, eh! C'è chi ha saputo investire nella maniera giusta e ci ha provato, a tirar fuori cose che fossero allo stesso tempo marketing, spettacolino e percorso informativo. L'hanno fatto per esempio i coreani e gli statunitensi: i risultati non sono proprio da urlare per la gioia, ma insomma, quantomeno ci hanno provato. L'hanno fatto anche i giapponesi e ne è venuto fuori uno stand eccellente, informativo, dinamico, interattivo, con anche un po' di spettacolo e di autoironia, una roba deliziosa. E non a caso, per entrare, è abbastanza inevitabile la coda, anche se va detto che l'indicazione sulla durata della stessa tende ad essere un po' abbondante. Più in generale, è evidente che le code si formano soprattutto davanti agli stand migliori e quindi è soprattutto per questo, più che per le dimensioni in sé, che è difficile visitare tutto in un giorno: se vuoi vedere le cose che meritano, passi un po' tanto tempo a rosolarti al sole in attesa. Ed è stancante.

Kuwait e USA mano nella mano.

Di buono c'è che l'architettura è formidabile. Quasi tutti gli stand, anche quelli che poi all'interno lasciano a desiderare, visti da fuori sono spettacolari, fantasiosi, variopinti. Fra la cesta di vimini formato gigante, i mille colori delle aree latinoamericane, il legno giapponese, le sfere giganti trasparenti e i crisantemi cinesi, anche solo passeggiare nell'area centrale (l'unica coperta dal sole... o dalla pioggia) è un piacere. E infatti la mia impressione è che il modo migliore per godersi l'Expo sia girarselo senza ansia. Vai lì, ti fai una passeggiata, ti gusti gli stand, entri dove non c'è coda, decidi di dedicare il tempo necessario ad entrare in quel paio di stand "popolati" a cui tieni davvero, ti fermi a fare uno spuntino, ti organizzi magari per passare dai russi o dai coreani nell'orario in cui fanno gli assaggi di (rispettivamente) dolci e kimchi... l'importante è rilassarsi e godersela, non farne una malattia se entri dai vietnamiti e trovi il vuoto, anzi, calmarti e apprezzare quelle due o tre cose buone che hanno pure loro. E poi gironzolare, scoprire le cose magari un po' nascoste, arrivare in Svizzera con il fiato corto, accorgerti che è in corso uno strano concerto e sederti un'oretta a rilassarti. Noi abbiamo beccato due violoncellisti dell'orchestra di Basilea che si esibivano con arrangiamenti bizzarri, accompagnati da un DJ che metteva su le basi, e che hanno buttato dentro pure una strana versione della sigla de Il trono di spade. Assurdo ma piacevolissimo e ottimo come pit stop.

Il trono di Basilea.

E il cibo? Boh, ovviamente non posso giudicare per tutta la fiera. Noi abbiamo mangiato al ristorante dentro il padiglione coreano, spendendo cinquanta euro e spiccioli totali in due: un menu, due piatti a parte, un dolce, dell'acqua. Poco? Tanto? Alla fin fine mi sembra quel che si spende in un ristorante etnico. Per altro era molto buono, forse un po' addomesticato sul fronte delle spezie, ma davvero ottimo. E poi, in serata, ho speso 8,50 euro per un cartoccio di verdure e carne in pastella fritti, più una gazzosa, al padiglione dei miei amichetti omaniti. Certo, due esempi non fanno statistica, ma se devo basarmi sulla mia esperienza, mi sembrano prezzi normali da fiera. Anzi, ho visto ben di peggio in altre fiere. Poi, sì, se vai al ristorante giapponese di lusso col menu da 120 euro...

Pappa bona.

Quindi, insomma, merita, 'sto Expo? Mah, secondo me, se vivi a Milano o dintorni, ti incuriosisce anche solo un po' e, soprattutto, hai modo di andarci in un giorno della settimana, quando puoi sperare che ci sia un po' meno gente rispetto al weekend, merita eccome. Non so se meriti il viaggio da chissaddove, ma ovviamente è l'opinione mia. Anzi, a dirla tutta, se non fossi stremato dal caldo e se avessi avuto un po' più giorni a disposizione in questo mio viaggetto a Milano, forse, ci sarei pure tornato. Poi, sì, ci sono mille motivi per cui "No Expo", boicottiamolo, bla bla bla. Non ne dubito. Ma non di quello volevo chiacchierare.

Il cesto in vimini del Qatar...

... i deliziosi colori dell'Ecuador...

... questa foto non so neanche perché l'ho scattata... 

... la simpatica signora ungherese che crea "live"...

... e gli amici del sultanato.

Comunque il padiglione del Giappone merita. Sul serio. E mi hanno detto cose buone anche di Germania ed Emirati Arabi Uniti, ma fra stanchezza e code esagerate abbiamo preferito evitare.

Arrivato a questo punto pensi che la coda sia finita. Think again. 

 La parete della bava.

Questo tavolo è ricoperto di cose sfiziose. E poi arriva lo spettacolino demenziale.

L'angolo dello snob: tornare a Milano mi ha ricordato quanto faccio fatica a tollerare l'umidità di Milano. Girare per l'Expo mi ha ricordato quanto mi stiano sulle palle certi atteggiamenti e modi di fare tipicamente italiani. Abbiate pazienza, sono fatto così. Che poi sono italiano pure io. Anzi, peggio, sono pure mezzo abruzzese. Ce l'ho nel sangue. But still.

 
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