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27.12.13

I disertori - A Field in England


A Field in England (GB, 2013)
di Ben Wheatley
con Michael Smiley, Julian Barratt, Reece Shearsmith

A Field in England è il nuovo film di Ben Wheatley, talentuoso regista inglese che si è fatto conoscere con la tripletta composta da Down Terrace, The Kill List, e Killer in viaggio, ha poi firmato un episodio dell'antologia horror The ABCs of Death e ha quindi deciso di spiazzare tutti con un quarto film completamente fuori di cozza: un'opera in costume e in bianco e nero, dal budget ridotto, dall'atmosfera teatrale e dalla narrazione totalmente surreale, ambientata ai tempi della guerra civile inglese. Se a questo aggiungiamo che io sono entrato in sala, durante il Fantasy Filmfest di Monaco, senza saperne assolutamente nulla, se non che appunto era il nuovo film di Ben Wheatley, diventa forse possibile immaginare che razza di effetto whaddafuck mi abbia fatto.

La storia racconta di quattro persone, un "royalist" e tre "roundhead", che fuggono da un campo di battaglia particolarmente sanguinario e si ritrovano unite dal destino, a vagare per le campagne, molto poco interessate a portare avanti il proprio dovere. La cosa, però, prende una piega tutta strana quando si infila nella faccenda il presunto tesoro di un alchimista, per il quale due dei coinvolti hanno lavorato, e lo strano gruppo si mette alla ricerca del bottino. Seguono assunzioni di sostanze allucinogene e un tripudio di visioni mistiche, gente che muore male, svolte narrative insensate e virtuosismi registici.

E proprio il virtuosismo nella messa in scena, forse un po' fine a se stesso, è la chiave del film, o comunque l'aspetto che più mi è rimasto addosso. Se si toglie quello, A Field in England racconta una storiella semplice e banalotta, seppur interessante e molto classica nel suo provare a parlar di temi universali e moderni tramite uno sguardo rivolto al passato, e anzi finisce per risultare un po' "antipatico", o quantomeno pretenzioso, per la maniera criptica, elitaria, con cui si propone. Cosa che per altro credo si rispecchi nella scelta di distribuire il film immediatamente tramite i tre canali, al cinema, in DVD e sulle piattaforme digitali: certamente si tratta di un'opera molto meno accessibile rispetto alle precedenti dello stesso regista. Quando funziona, però, nelle sue scene madri, A Field in England è ammaliante, quasi stordente, grazie certo anche alla bravura degli attori, impegnati in ruoli totalmente sopra le righe e che era facile sbagliare, immersi in una visione del tutto assurda e surreale. Lo consiglio? Boh?

E con A Field in England si conclude, finalmente, la mia rassegna sui film visti al Fantasy Filmfest 2013, il mio terzo e probabilmente ultimo, visto che ho abbandonato le nevose lande di Monaco della Baviera. Non è in realtà l'ultimo film che ho visto alla rassegna, dato che il gran finale è stato offerto da You're Next, ma su quello ho espresso il dovuto entusiasmo ai tempo dell'uscita italiana. Se volete leggere quel che ho scritto delle tre edizioni del festival che ho seguito, volate a questo indirizzo. Ah, onestamente, dubito che A Field in England possa uscire in Italia, perché è davvero troppo di nicchia e troppo brit nell'anima. Il precedente di Wheatley, però, è il primo dei suoi ad essere arrivato dalle nostre parti, quindi vai a sapere.

24.12.13

Scenic Route


Scenic Route (USA, 2013)
di Kevin Goetz e Michael Goetz
con Josh Duhamel, Dan Fogler

Ho sempre provato un fascino tutto particolare per l'atmosfera straniante che si respira gironzolando nei deserti americani. Ogni volta che mi capita di visitarne uno, e non è che mi capiti proprio tutti i giorni, rimango senza fiato, immerso in quegli spazi infiniti, nella polvere, nel silenzio totale. L'ultima volta che ci sono passato, m'ha perfino preso a più riprese la commozione vera. Una roba che mi fa impazzire, poi, è quando ti metti a guidare e vedi nello specchietto retrovisore la stessa cosa che vedi attraverso il parabrezza: una strada senza fine, che si perde nel nulla attorno. Poi mi piace anche il fatto di stare in maglietta in pieno inverno, un po' meno il fatto che, se vai nel deserto sbagliato, a ottobre muori di caldo, in estate muori e basta. La prima volta che ci sono andato, nel deserto, ero da solo, in macchina, ed ero pure senza telefono cellulare. Un cretino, insomma. E in effetti uno se lo chiede anche: che succede, se ti ritrovi abbandonato nel deserto, con la macchina in panne e senza connessione telefonica? Verrebbe da dire che, in fondo, sei pur sempre negli Stati Uniti, mica disperso nel cuore di terre inesplorate. Però, ehi, quei deserti sono grandi, e se è vero che in alcune aree c'è continua frequentazione turistica, è vero anche che in altre non passa praticamente mai nessuno. E quindi? E quindi ci facciamo un film, su 'sta cosa.

Scenic Route è il film d'esordio dei fratelli Goetz ed è il classico film d'esordio di chi vuole subito far colpo con l'idea ganza, senza però avere la pesantezza del regista esordiente che vuole farti vedere quanto è virtuoso nella messa in scena. Il virtuosismo, al massimo, è a livello di sceneggiatura, perché di fatto qua si (non) racconta di due persone ferme in mezzo al nulla, senza niente di particolare da fare, e il tutto sta in piedi solo grazie all'ottima scrittura, alle notevoli interpretazioni e a una regia particolarmente efficace nel suo non mettersi più di tanto in mezzo. Il nucleo della faccenda è il rapporto fra due amici di lunga data che, col passare degli anni, si sono persi di vista. Le loro vite hanno seguito strade diverse, però si ritrovano a fare un viaggio in macchina assieme e, per una serie di motivi che non sto qui a svelare anche se vengono spiegati nel trailer, si ritrovano bloccati in pieno deserto, con la macchina in panne, senza possibilità di chiedere aiuto. Seguiranno litigi, chiarimenti, riappacificazioni, pizze in faccia, tragedie.

A guardare il trailer, viene da pensare che il film prenda in fretta una piega quasi da horror. In realtà non è proprio così ma nonostante questo, per la sua scarsa ora e mezza di durata, Scenic Route riesce a tenere la tensione quasi sempre molto alta, vuoi perché non si dilunga, vuoi perché Duhamel e Fogler sono davvero convincenti, nel tentativo di staccarsi un po' dai loro soliti ruoli e, soprattutto, di raccontare due persone che si conoscono da sempre, che affrontano rimpianti e rimorsi, che di fondo sono un po' simboli tagliati con l'accetta di come la vita potrebbe andare a ciascuno di noi. L'unico vero problema di Scenic Route sta nel fatto che trovare il finale giusto per una storia del genere, sia esso lieto, tragico o magari aperto e ambiguo, è praticamente impossibile. O quantomeno è impossibile farlo senza scontentare qualcuno, o magari senza dare l'impressione di non essersi voluti sbilanciare. Non sto qui a dire cosa abbiano scelto i Goetz, dico che il risultato mi è parso convincente nella messa in scena, anche se non mi ha lasciato addosso totale soddisfazione. Però, insomma, magari l'effetto era voluto.

L'ho visto a settembre, al Fantasy Filmfest di Monaco, al cinema e in lingua originale. Se IMDB non mente, al momento è uscito solo negli Stati Uniti e in Australia, direttamente in DVD. Il che significa che comunque in qualche modo lo si può recuperare. Non so quanto tratterrei il fiato sperando in un'un'uscita italiana, ecco.

20.12.13

Tulpa - Perdizioni mortali


Tulpa - Perdizioni mortali (Italia, 2012)
di Federico Zampaglione
con Claudia Gerini, Michela Cescon, Ivan Franek, Federica Vincenti, Nuot Arquint, Michele Placido

Mi risulta difficile capire se, come, quanto e soprattutto perché Tulpa mi sia piaciuto, dato che non sono un grande conoscitore del modello di riferimento, quel giallo all'italiana che tutti rimpiangono e a cui tutti dicono di volere un gran bene. Per carità, i film di Dario Argento li ho visti e li ho amati, per quanto si possa amare della roba che quando sei piccolo fatichi a guardare perché ti angoscia in una maniera tutta strana, destabilizzante e diversa da quella a cui sei abituato e quando sei grande fatichi a guardare perché è tutta strana e invecchiata. Però la mia conoscenza si ferma colpevolmente lì. Toh, c'è qualche visione, sempre da poppante, di quelle robe bruttarelle ma un po' famose tipo Sotto il vestito niente, cose così, che non so neanche quanto c'entrino. È sufficiente, per apprezzare Tulpa? Immagino di sì, visto che non m'è dispiaciuto, pure lui in una maniera tutta strana.

Di certo, guardandolo, è fin troppo evidente che Zampaglione non stava cercando di fare il film pieno di citazioni, che infila riferimenti da tutte le parti, magari la butta sul ridere e si guarda allo specchio con spocchia. Tulpa è invece uno di quei film che provano davvero ad essere semplicemente e sinceramente ciò che omaggiano. Ed è evidente, mentre lo guardi: l'idea è di realizzare un film di quel genere, come se fosse stato girato in quegli anni. Ovviamente si fa per dire, perché poi lo giri con gli attori di oggi, la consapevolezza di oggi e i mezzi di oggi, infilandoci sicuramente anche tante citazioni che magari io non sono in grado di cogliere, però, per quell'oretta e mezza non mi sono mai innervosito per quell'aria da gomitata nel costato e strizzata d'occhio che in altri film sa diventare davvero fastidiosa. Poi, per carità, magari c'era e non la notavo, but still.

Come operazione in sé, insomma, Tulpa mi sembra molto riuscito, anche se poi magari non è che sia un capolavoro del giallo all'italiana, ma solo uno dei tanti, con la particolarità bizzarria di essere stato realizzato nel 2012. Il problema, casomai, sta nel fatto che aderire con assoluta fedeltà al modello significa proporre una sceneggiatura poveretta e prevedibile anche nei suoi colpi di scena, dei dialoghi e un'atmosfera che vacillano fra la fiction televisiva e il film porno, attori per lo più poco convincenti e un'atmosfera generale spesso in zona ridicolo. Di fatto, Tulpa funziona per davvero a tutto tondo, senza tirare in ballo l'effetto nostalgia, solo quando si butta sulle suggestioni e sull'esplicito: gli omicidi sono forti, sanguinari ed elaborati, le scene di sesso non mancano e la colonna sonora fa decisamente la sua parte. Anche nei suoi momenti migliori, proprio per quel suo gusto così retrò e particolare, è sempre un po' pericolosamente in equilibrio sull'orlo del ridicolo, e immagino alla fine diventi molto una questione di gusto personale e percezione, però, ecco, io l'ho trovato molto gradevole e in qualche modo affascinante.

L'ho visto al Fantasy Filmfest di Monaco ed era in versione inglese, quindi coi vari personaggi che parlottano alternandosi fra le lingue e con diversi attori non inglesi che si arrangiano incespicando. Che poi è una cosa che ha assolutamente senso, visto che i personaggi sono degli italiani che vivono a Londra, eh, però la cosa contribuisce all'atmosfera surreale. Non ho idea di come possa essere doppiato, però forse è un po' un peccato perdersi questo aspetto. O forse no.

18.12.13

House of Last Things


House of Last Things (USA, 2013)
di Michael Bartlett
con Lindsey Haun, Blake Berris, RJ Mitte

Portland, Oregon. Una coppia di coniugi decide di andare a farsi una vacanzina rilassante in Italia, di quelle rigeneranti, per aggiustare i problemi di famiglia, ritrovare l'amor perduto, volersi tantissimo bene e dimenticare una tragedia non specificata del recente passato. Durante l'assenza, affidano la casa a una giovane bionda, che si stabilisce nella villetta tutta bella volenterosa, ma viene presto raggiunta dal fratello con problemi mentali e dal fidanzato un po' teppista e infame. Le conseguenti rotture di scatole si rivelano in fretta essere il minore dei problemi, dato che la tragedia di cui sopra ha lasciato delle tracce ectoplasmatiche nella casa e la natura della stessa è facilmente intuibile dal vagamente esplicito manifesto del film, che ho agevolato qua sopra.

House of Last Things è uno di quei film che partono senza farti capire sostanzialmente nulla di cosa stia accadendo e pian piano svelano il loro mistero, lavorando di simbolismi, accumulo di tensione e piccoli indizi sparsi in giro. In realtà, basta aver visto qualche film ad argomento simile nella propria vita per capire dove tutto stia andando a parare, ma del resto, come detto, il manifesto parla chiaro ed è evidente che il senso di sorpresa nella scoperta non è il cuore della faccenda. Il punto non è tanto quel che succede, ma come succede, il modo in cui il trio di personaggi coinvolti si trova a scoprire cosa stia accadendo e finisca trascinato nel gorgo soprannaturale di possessioni e stranezze varie, in un film che in realtà gioca molto poco sugli spaventi e molto più sul comunicare il peso e il senso di disperazione derivanti da un terribile avvenimento del proprio passato.

E com'è? Eh, insomma. La struttura con cui si sviluppa il tutto è interessante, seppur non particolarmente originale, e a questo punto si sarà capito, visto quanto sto girando attorno alle cose, spiegarla nel dettaglio sarebbe un peccato, perché si leva la parte più gustosa del film. La messa in scena, la scrittura e la recitazione vagano in quel limbo a metà fra il surreale spinto e il simpatico gruppetto di cani maledetti. C'è del pacchiano, in ballo, c'è un po' di pretenziosità e non tutti i coinvolti sono all'altezza della situazione, ma allo stesso tempo la pochezza del tutto contribuisce all'atmosfera sbalestrata. Per cui diventa anche un po' difficile capire quanto il film ci sia e quanto ci faccia. Una cosa, però, mi sento di dirla: a tre mesi di distanza, è il film del Fantasy Filmfest che m'è rimasto meno impresso. Qualcosa vorrà dire. Credo.

L'ho visto, per l'appunto, al Fantasy Filmfest di Monaco della Baviera a settembre. Se IMDB non mente, il giro che s'è fatto per i vari festival non sembra aver convinto molta gente a distribuirlo.

17.12.13

Odd Thomas


Odd Thomas (USA, 2013)
di Stephen Sommers
con Anton Yelchin, Addison Timlin, Willem Dafoe

Se non ricordo male, una quindicina d'anni fa ho letto per la prima volta un romanzo di Dean Koontz. Si intitolava Intensity, era in un'edizione di quelle piccoline da edicola, sulle stile degli economici a stelle e strisce, che stavano diventando di moda in quel periodo, aveva scritte in copertina le solite robe tipo "A Stephen King è piaciuto un sacco" ed era un thrilleretto. Non ho la minima idea di che cosa raccontasse, ricordo solo una sensazione di "ci sta dentro" e ricordo anche di non aver mai più sentito il bisogno di leggere un romando di Dean Koontz. Non ho quindi mai letto i cinque o sei romanzi della serie di Odd Thomas e, prima di ritrovarmi questo film davanti agli occhi al Fantasy Filmfest, neanche sapevo esistessero. Sapevo in compenso che il film era stato diretto da Stephen Sommers, uno che trovavo molto simpatico quando faceva i film scemotti e un po' B con Deep Rising e un po' meno B ma comunque scemotti con La mummia, ma con il quale ho perso affinità quando, verso metà di La mummia - Il ritorno, gli è partito l'embolo degli effetti speciali al computer e ha poi finito per vomitar fuori Van Helsing. E insomma, pur essendo io una fra le quattro persone al mondo che tutto sommato non hanno odiato il suo G.I. Joe, non è che gli dessi più molto credito. Eppure, per qualche motivo, questo Odd Thomas mi incuriosiva. E mi incuriosiva nonostante non avessi mai visto Addison Timlin che si mostrava mezza ignuda in Californication! Pensa te se l'avessi fatto.

Ciao, sono il labbruccio allinsù di Addison Timlin, voglimi bene.

Comunque, non divaghiamo: Odd Thomas è il nome "funzionale" (un po' come il famoso calciatore Felice Evacuo, o come quelle battutacce da quarta elementare tipo Gustavo La Pizza e Yokopoko Mayoko) del protagonista di una serie di romanzi per ragazzi del Koontz, da cui Sommers ha tratto un film pseudo horror, pseudo thriller, pseudo agiografia del posteriore di Addison Timlin, ma soprattutto innocuetto, con qualche brividino, ma fondamentalmente per ragazzi pure lui. Thomas ha il potere di vedere i morti male che sono rimasti legati al pianeta Terra e che gli chiedono di improvvisarsi Topolino, risolvere i misteri dei loro omicidi e consegnare i responsabili al capo della polizia, una specie di incapace commissario Basettoni interpretato da Willem Dafoe, in un raro caso di ruolo che potrebbe rivelarsi a sorpresa quello del cattivo e invece non lo fa. Inoltre, Oddie vive in una soleggiata cittadina californiana che pare il reboot della Sunnydale di Buffy l'ammazzavampiri, per la quantità di sfighe soprannaturali che vi si verificano, manco fosse posizionata su una hellmouth. Tant'è che Thomas non vede solo i morti, ma anche altre creature bizzarre che portano disgrazia dovunque vadano, più o meno come noi milanesi ci portiamo dietro nebbia e pioggia. In tutto questo, Tommy, che di giorno lavora preparando pancake al diner locale, ha come aiutante, nonché fidanzata, nonché amore della sua vita, nonché una delle poche persone che conoscono la sua reale identità di slayer indagatore dell'incubo quello che vede la gente morta, nonché indossatrice di jeans corti aderenti che ti fanno innamorare al primo sguardo, Addison Timlin.

Sono molto triste, stringimi forte.

E alla fine quel che ne viene fuori è proprio una storiellina in stile Joss Whedon dei bei tempi, con un po' di pacchianerie, qualche demone, mostri assortiti, misteri da svelare, brividi si fa per dire, ma poi di fondo quasi tutta incentrata sulle battutone, l'umorismo assortito e il melodramma dei protagonisti, tutti impegnati in una tenera storia d'amore che c'ha un po' la sfiga addosso perché la presenza di morti viventi tende a far rischiare la vita. Ci sono un po' di colpi di scena e tutto sommato non tutti sono telefonatissimi, in un paio di occasioni il Sommers tira perfino fuori qualche idea e, sì, c'è il solito tripudio di effetti speciali gommosi al computer totalmente privi di fisicità e mosci nell'interazione con gli attori, ma, per qualche motivo, sembra cozzare meno del solito col tono del film. Al di là di questo, Odd Thomas funziona, se funziona, e non è detto che funzioni, ma per me ha abbastanza funzionato, più che altro per i protagonisti. Il Dafoe non fa molto più che incassare l'assegno, e OK, ma il film è popolato da piccoli caratteristi di passaggio che fanno colore e la coppia di protagonisti fa abbondantemente il suo dovere.

Sì, così, stringimi, con la borsa in mano.

Anton Yelchin è proprio un simpaticone, già lo si sapeva, e alla fine il ruolo di quello un po' strano, tutto matto, ma adorabile e buono nell'animo, che non riesce a fare a meno di aiutare la gente anche quando non sarebbero fatti suoi, gli calza a pennello. Poi c'ha il fisicaccio, che fa sempre il suo ed è narrativamente giustificato dal fatto che Tommaso ha deciso di tenersi in allenamento, visto che trascorre tutto il suo tempo libero combattendo criminali e creature bizzarre. Tanto più che, ehi, dovrai ben essere quantomeno di bell'aspetto, se vuoi convincerci che, pur essendo mezzo matto e costantemente alle prese con i morti viventi, c'è Addison Timlin perdutamente innamorata di te. E poi, appunto, c'è Addison Timlin, che è tutta simpatichina, col labbruccio imbronciato e perfetta nel ruolo di quella che deve fare la fidanzatina innamorata ma un po' smartass, col jeans aderente, la camminata tutta sexy e una mezz'ora finale da damigella in pericolo. Apposto.

Stringimi, mangiamo il gelato assieme.

Quel che impedisce a Odd Thomas di essere veramente bello è il tono non completamente azzeccato. Vorrebbe essere simpatico, sbarazzino, ma anche ganzo, pieno di battute autoconsapevoli e con la sua voce narrante che rompe il quarto muro in stile Ferris Bueller. A tratti la cosa funziona, per brevi tratti perfino molto bene, ma ci sono parecchi momenti in cui dà sul serio l'impressione di sforzarsi troppo, ben più del dovuto, e assume quell'aria da bambino con la faccia tutta gonfia e paonazza che spinge, spinge, spinge e poi gli esce la puzzetta. Nonostante questo, però, e mi rendo conto che è anche un po' una faccenda di gusti e sensibilità personale, non sono riuscito a volergli male. Anzi, 'sto Odd Thomas m'è proprio risultato simpatico, gradevole e divertente, senza contare che ha un finale sì abbastanza prevedibile, ma tutto sommato neanche scontatissimo, in questo genere di produzione, con un taglio melodrammatico che mi alza il tasso di simpatia. Insomma, lo consiglio? Non lo so. Però, se in questo post c'avete letto qualcosa che vi intriga, potete dargli una chance.

L'ho visto a settembre, in lingua originale, al Fantasy Filmfest di Monaco della Baviera. Non è che sia esattamente un film dalla grande scrittura, però la voce stramba di Yelchin e quella tutta sexy della Timlin meritano e, in generale, mi sembra proprio il classico film che viene trattato maluccio negli adattamenti. In linea teorica, il film doveva uscire un po' dappertutto quest'anno, compresa l'Italia, ma sono scoppiati dei bubboni dietro le quinte e, tolta l'uscita in DVD in Ungheria, pare tutto rimandato all'anno prossimo. Boh?

13.12.13

Aftershock


Aftershock (Cile, 2012)
di Nicolás López
con Eli Roth, Ariel Levy, Nicolás Martínez, Andrea Osvárt, Natasha Yarovenko

Vi siete mai trovati a chiedervi come potrebbe essere un disaster movie cileno ispirato al terremoto realmente verificatosi da quelle parti nel 2010, realizzato a bassissimo budget ma con cura e passioni tali da non far pesare troppo la cosa, popolato da un cast quasi interamente locale tranne un paio di attoracci stranieri nel ruolo dei turisti sfigati e diretto dal regista (cileno) di Que pena tu vida :(, Que pena tu boda :( e Que pena tu familia :(? Io, per dire, non sapevo neanche dell'esistenza di queste commediole con lo smile nel titolo e no, non me l'ero mai chiesto, o comunque non fino a che non ho visto spuntare Aftershock in giro per i siti poco raccomandabili che frequento nell'internet, oltre che nel programma del Fantasy Filmfest di Monaco della Baviera, dove abitavo fino a un paio di mesi fa e dove, per l'appunto, sono andato a vedermi al cinema questo filmetto. E com'è? Vale la pena di recuperarlo nei cestoni dei DVD quando passerete da HMV durante la gita a Londra organizzata spendendo quindici euro di volo low cost e dovendo quindi limitare l'acquisto di souvenir e puttanate varie, perché se vi presentate al gate con un sacchetto di troppo scatta la legge del taglione?

Eh, insomma. La chiave della faccenda sta nel fatto che Eli Roth, in piena carica da produttore illuminato che gira il mondo offrendo le sue vaste ricchezze ai nuovi talenti nascosti, ha deciso di ungere Nicolás López e prestargli anche il proprio talento nelle vesti di attore, interpretando il ruolo autobiografico del turista cretino, impacciato, allupato e un po' fantozziano. Da questa collaborazione nasce un film che per i primi venti minuti, o giù di lì, sembra un remake sudamericano di The Hangover, con riferimenti chiaramente voluti, a cominciare dalla composizione del trio di protagonisti. Poi scoppia il casino e improvvisamente scatta il lato survival della faccenda, che, rispetto a tanti altri film dall'argomento simile, risulta apprezzabile per la sua brutale onestà, oltre che per la buona cura nella messa in scena, davvero in grado di nascondere il budget da mercatino delle pulci, e per il ritmo assolutamente azzeccato con cui si procede.

Di fondo, il punto è che Aftershock va nella direzione opposta rispetto a quel che in genere ci raccontano i film sui disastroni e i terremoti. Da un lato la gente, invece di estrarre un ritrovato spirito di fratellanza e umanità, mette in luce il suo lato peggiore e diventa tutto un tripudio di "ma mollami, ma chitticonosce, fammi passare, levati dalle palle". Dall'altro c'è il sangue. Che sembra una banalità, ma ditemi un po' quante volte capita di guardare un disaster movie e vedere le persone schiacciate, sepolte, squartate, smembrate, arse vive, fatte a pezzi e ribaltate. E alla fine, il divertimento di Aftershock sta tutto lì, nella sua natura, non certo nel fatto di raccontarti le vicende di un gruppo di personaggi insopportabili, insopportabilmente stupidi e alle prese con un'insopportabile sequela di botte di sfiga. È un film piccolino, fatto con passione e pochi soldi, che proprio per questo può permettersi di affrontare in maniera truce argomenti che siamo abituati a vedere messi in scena all'insegna della patinata pulizia. È simpatico, ritmato, non si prende troppo sul serio, sprizza sangue da tutti i pori e, tolto magari un avvio davvero impacciato, scorre via divertendoti in una serata da pizza, birra e rutto libero. Poteva andare peggio, no?

Come detto, l'ho visto al cinema in un contesto da festival, chiaramente in lingua originale. Non che, al momento, ci sia molta scelta sulla lingua in cui guardarselo. Arriverà mai in Italia? Vai a sapere.

11.12.13

Haunter


Haunter (USA, 2013)
di Vincenzo Natali
con Abigail Breslin

Dunque, fra una cosa e l'altra, ho avuto tre mesi pieni di tempo per pensarci, eppure non so ancora bene come scrivere di Haunter, soprattutto considerando che nel frattempo, se IMDB non mente, il film è uscito solo in qualche pezzetto degli USA e in Polonia (wut?), chissà quando arriverà dalle nostre parti e probabilmente mi leggeranno molte persone che non l'hanno visto. Il problema è che la maggior parte del divertimento nel guardare Haunter sta nell'andarlo a vedere come ho fatto io: senza saperne nulla, se non che il regista è Vincenzo Natali e che si intitola Haunter, quindi, presumibilmente, ci sarà di mezzo una qualche forma di possessione. Così, in linea di massima, ci si diverte. Mi sento addirittura di sconsigliare la visione del trailer, che però piazzo qua sotto per voglia d'indurre in tentazione: non è particolarmente spoileroso, ma insomma, comunque svela cose che per me è stato divertente scoprire guardando il film. Quindi, se quanto scritto fino a qui, per qualche motivo, vi intriga, smettete di leggere, non mi offendo. Se invece ve ne fregate degli spoiler e/o avete già visto il film, proseguite pure. Segue un secondo paragrafo in cui non faccio spoiler ma elargisco qualche dettaglio in più sulla produzione e sulla natura del film.

Alla regia, l'ho detto, c'è Vincenzo Natali, che è un po' l'emblema del regista che bene o male tira sempre fuori film pieni di spunti interessanti, originali in molti aspetti, magari divertenti per la struttura su cui si basano, ma che non riescono a convincermi fino in fondo, anche se poi c'è chi li adora. Ecco, vale anche per Haunter, che fra l'altro ha per protagonista Abigail Breslin, la bambina di Little Miss Sunshine a cui avrei molto volentieri tirato una vangata sui denti e che con Benvenuti a Zombieland s'è poi riscoperta attricetta da film horror. La storia ruota tutta attorno a lei seguendo una struttura che gente migliore di me probabilmente identificherebbe come "a scatole cinesi" e che proprio per questo rende un po' difficile parlarne senza rovinarne la visione. Qualche colpo di scena è prevedibile, qualcun altro un po' meno, in generale il punto sta anche nel fatto che, almeno per un po', il giochetto funziona, perché ti fa adagiare su una rivelazione, ti suggerisce che hai capito tutto e poi prova a coglierti di sorpresa, dando vita a un film che non rallenta mai e fa anzi capitare cose a getto continuo, risultando appassionante nonostante l'atmosfera di reale tensione si sciolga relativamente in fretta. Quando poi la struttura diventa troppo palese, Natali e i suoi fidi sceneggiatori finiscono di scoprire le carte ed esplode il casotto finale, che ha il gran sapore pacchiano da finale catartico stile horror medio anni Ottanta/Novanta, pur non rinunciando  completamente a una certa forma di malinconia di fondo.. Non è, insomma, un film in cui te la fai sotto dall'inizio alla fine. E, di fondo, gran parte del riuscire a godersi o meno Haunter sta anche lì, nel riuscire (o meno) ad apprezzare il modo in cui Natali getta nella fornace ogni pretesa di delicatezza e sbraca, buttandola in caciara. Io, nel complesso, mi sono divertito, anche se ammetto che il tripudio di pacchiano finale mi ha un po' fatto "uscire" dal film. Segue - dopo il trailer - un terzo paragrafo in cui mi concedo qualche spoiler ma, insomma, anche meno di quel che si vede nel trailer.



In pratica, il film inizia, tu sei lì che lo guardi e pensi "Ah, ho capito, è come in quell'altro film là", ma prima ancora di essere riuscito a completare il pensiero, ecco che Natali ti cambia le carte in tavola. E allora subito ti ritrovi a pensare "AAAAAHHHH, hai capito, sta mescolando le cose, è ANCHE come quell'altro film là! T'ho sgamato, hai provato a fregar... " ed ecco che di nuovo si aggiungono elementi e situazioni. A quel punto, ti ritrovi che "Hahahahaha, ma grande, aspetta, quindi adesso succede che... " e lì si entra più o meno nella situazione in cui le carte iniziano ad essere tutte belle scoperte sul tavolo, la Breslin smette sostanzialmente di investigare sulla natura del suo destino e viene chiaramente identificato il problema della situazione, da affrontare nella totalmente sbroccata parte finale di film. A quel punto, il pensiero dominante è "ROTFL, OK" e ti limiti a divertirti con quel che succede davanti ai tuoi occhi. Più o meno. Segue un quarto paragrafo in cui SPOILER.


All'inizio, si vede fin dal trailer, è Ricomincio da capo, con però un mezzo retrogusto da casa infestata. Poi, però, e questo il trailer lo suggerisce ma non lo dice chiaramente, ti rendi conto che siamo anche in The Others. Dopodiché scoppia il bordello e, come il trailer mostra in abbondanza, ci si ritrova con Stephen McHattie che interpreta il diabolico cattivone un po' in stile Freddy Krueger, con la faccia brutta, onnipotente, pressoché inarrestabile, e diventa per l'appunto tutto un pacchianotto - ma divertente, oserei dire appassionante - cercare di fermarne le azioni, fino al catartico scontro finale. Magari io ho vissuto la cosa in maniera più spiazzante del dovuto perché sono arrivato al cinema totalmente vergine, quindi non sapevo cosa attendermi, ma per quanto mi riguarda, la formula un po' alla René Ferretti funziona complessivamente bene, nonostante qualche passo falso, e il film merita. Insomma, whatever.

L'ho visto a settembre al Fantasy Filmfest di Monaco della Baviera. Come dicevo là sopra, al momento, potete recuperarlo in Polonia. O giù di lì.

10.12.13

The Human Race


The Human Race (USA, 2013)
di Paul Hough
con Paul McCarthy-Boyington, Eddie McGee, Trista Robinson

Nel leggere la premessa alla base di The Human Race, è difficile non farsi venire in mente La lunga marcia, quel vecchio delizioso romanzo che Stephen King aveva firmato con lo pseudonimo di Richard Bachman. Anche qua, infatti, si racconta che s'affronta in una gara di corsa, su un circuito prestabilito, nella quale infrangere le regole porta all'eliminazione fisica. In realtà, poi, la sostanza della situazione è abbastanza diversa e Paul Hough ci infila dentro anche un po' di Battle Royale, con la gente selezionata in giro e sbattuta a forza in un'arena che diventa presto teatro di un conflitto brutale, alimentato dalla natura stessa delle regole, e un po' di fantascienza, dato che il funzionamento del tutto si basa su trovate non proprio delle più ancorate alla realtà. Il risultato è un frullatone che a modo suo riesce ad essere quasi originale e che dà vita a un filmetto divertente e pieno di spunti azzeccati, pur con tutti i suoi limiti.

In particolare, è apprezzabile la voglia di prendere lo spettatore in contropiede giocando con le aspettative, dalla classica mossa di pasticciare con l'importanza dei personaggi, ammazzandoti magari a sorpresa quello che pensavi sarebbe stato un protagonista, al modo in cui le - infami - regole della competizione vengono pian piano svelate e poi utilizzate per alimentare l'azione e i bagni di sangue. Non c'è nulla di clamorosamente mai visto prima e, anzi, diverse svolte sono abbastanza prevedibili, ma i cliché vengono utilizzati bene e in generale c'è abbastanza da divertirsi, pur nella consapevolezza di star guardando un film d'esordio fatto con quattro soldi, che per altro si vedono tutti nei momenti in cui Hough prova a fare l'ambizioso con gli effetti speciali.

Ma soprattutto, The Human Race è un film onesto, che non si nasconde dietro a un dito e prende di petto il suo essere serie B, senza per questo scivolare nell'autoparodia o nel frullato di citazioni a caso. Sa quel che è e non se ne vergogna. Dopodiché, se funziona, è anche perché il cast è azzeccato. Non ci sono certo interpreti da Oscar, anzi, ma fanno tutti il loro dovere e funzionano. Con menzione d'onore in particolare per Eddie McGee, attore privo di una gamba (gli è stata amputata a undici anni a seguito di un tumore), ovviamente limitato da questo nella sua carriera, ma forte di una grande presenza fisica, grazie alla quale prende abbastanza in fretta il controllo del film e riesce ad esibirsi in due o tre bei momenti d'azione. Il che, considerando che tutto ruota attorno a una corsa, non è certamente male. Fra l'altro, curiosità, scopro oggi, spulciando Wikipedia, che si tratta del vincitore della primissima edizione del Grande Fratello americano.

Ho visto il film al cinema a settembre, al Fantasy Filmfest di Monaco di Baviera. L'uscita negli USA sembra essere prevista per gennaio, ma in generale non mi aspetterei una gran distribuzione in giro per il mondo. D'altra parte è il classico film che ti godi se lo guardi con un pubblico da festival a far casino o con un gruppo di amici armati di pizza e birra. Regolatevi di conseguenza.

2.12.13

Wrong


Wrong (USA, 2012)
di Quentin Dupieux
con Jack Plotnick, Todd Giebenhain, Eric Judor, William Fichtner

Nella carriera di Quentin Dupieux spiccano, a oggi, due accadimenti in particolare. Ha diretto le pubblicità e il videoclip con protagonista Flat Eric, il pupazzo giallo della Levi's che ci ha tormentati per qualche tempo verso la fine dello scorso millennio, e, tre anni fa, ha curato sceneggiatura, montaggio, musiche, fotografia e catering per Rubber. Quest'ultimo, forse, se lo ricorda meno gente, comunque si tratta del film che ha per protagonista uno pneumatico di nome Robert, dotato di poteri mentali, che se ne va in giro a far esplodere le teste della gente. E diciamocelo, uno, di fronte a una descrizione del genere, s'aspetterebbe una bella cacatona trash con cui farsi quattro risate da sbronzi fra amici. Invece, Rubber è un film intellettuale e raffinato, tutto metaforoni e metacinema. Per cui, insomma, l'emblema del film che lo guardi e ci rimani un po' male. Cosa aspettarsi dalla sua opera successiva?

Questo, per esempio.

Secondo la trama di Wrong riportata su IMDB, il protagonista Dolph Springer si sveglia una mattina e scopre che il suo cane Paul, unico grande amore della sua vita, è sparito. E quindi Dolph va alla ricerca di Paul per rimettere in sesto la propria vita, ma nel farlo si trova a cambiare radicalmente le vite del prossimo suo e a rischiare di perdere la propria sanità mentale. Che è un po' come descrivere Rubber dicendo che c'è un copertone che va in giro ad ammazzare la gente: tende ad essere ingannevole. Il problema è che, allo stesso tempo, quel riassunto è perfetto, perché è indiscutibile: il film racconta di questo tizio a cui è sparito il cane e del suo tentativo di recuperarlo. Ce la farà? Non ce la farà? Ce ne fregherà mai qualcosa dall'inizio alla fine del film?

Ecco, il fatto che il sottoscritto, come noto persona che si commuove come un cetriolo appena gli mostrano un qualsiasi genere di animale in difficoltà, abbia guardato Wrong fregandosene completamente del destino del cane, forse, è indice quanto Paul sia importante nella logica del film. Ammesso che ci sia una logica, nel film. La storiellina alla base di Wrong è fondamentalmente una scusa per mettere in fila tutta una serie di sketch completamente assurdi, incentrati sul fatto che Dolph è un uomo bizzarro in un mondo bizzarro, pieno di accadimenti bizzarri e situazioni bizzarre. All'inizio, fra l'altro, Dupieux ci tiene anche a sottolinearlo, il fatto che è tutto bizzarro, piazzando un suono tutto strano, una specie di BRUONG, ogni volta che si verifica qualcosa di bizzarro. E del resto BRUONG suona un po' come Wrong. Wink wink.

Immagino si possa apprezzare o meno Wrong a seconda di quanto ci si trovi in sintonia con la poetica e l'umorismo di Dupieux. Io qualche risata me la sono fatta e in generale non posso dire di essermi annoiato, nonostante il ritmo letargico. Ma io, per qualche motivo, non mi annoio facilmente, coi film dal ritmo letargico. Più che altro, il fatto è che se realizzi un film buttandoci dentro tutte le idee più stupide e surreali che ti vengono in mente, così, alla rinfusa, è inevitabile: qualcosa di buono, nel mucchio, lo azzecchi per forza, così come è facile che almeno una gag riuscita per ogni singolo spettatore ci sia. Se poi ci aggiungi William Fichtner che fa lo scemo nei panni dello psicologo dei cani orientale coi tratti somatici occidentali ma che parla con accento da orientale, beh, hai svoltato.

Ho visto Wrong a settembre, durante il Fantasy Filmfest a Monaco di Baviera. Il film s'è fatto il giro di un po' tutti i festival dell'universo - compreso quello di Torino - ed è uscito in Polonia, Francia, Belgio, Ungheria, Brasile, Danimarca, Stati Uniti. Tutto sbagliato.

29.11.13

Upstream Color

Upstream Color (USA, 2013)
di Shane Carruth
con Amy Seimetz, Shane Carruth

Shane Carruth è un laureato in matematica che ha iniziato la sua carriera lavorativa impegnato nella creazione di simulatori di volo e poi ha deciso di darsi al cinema, facendolo senza compromessi, nel ruolo di sceneggiatore, regista, attore, produttore e financo autore della colonna sonora di film stra-personali, realizzati di testa sua, in maniera totalmente libera e indipendente, senza tollerare alcun tipo d'ingerenza da parte di produttori o chicchessia. Nel 2004 è uscito Primer, suo film d'esordio, che ha vinto numerosi premi ed è generalmente noto come "Quel film sui viaggi nel tempo in cui non si capisce niente e forse, se ti concentri molto, alla terza o quarta visione capisci metà di quel che racconta". Dopodiché, probabilmente anche un po' per quella storia bizzarra del "Faccio come dico io e non rompetemi le palle", per vedere il suo secondo film si è dovuto aspettare il 2013. Nove anni di attesa, durante i quali il suo nome è spuntato praticamente solo in relazione a Looper, per il quale ha contribuito alla sceneggiatura con qualche annotazione. E com'è, Upstream Color? Beh, è "Quel film in cui non si capisce niente e forse, se ti concentri molto, alla terza o quarta visione, capisci perlomeno di che cosa parla."

Considerando che io di visione ne ho alle spalle una sola, oltretutto risalente ormai a quasi due mesi fa, potrebbe risultarmi un po' complesso riassumere in poche parole il soggetto alla base del film. Ma, intendiamoci, mi sarebbe risultato altrettanto complesso farlo subito dopo averlo visto. Anzi, ricordo distintamente più di una chiacchierata con altre persone in cui (non) raccontavo quel che avevo visto. Provo quindi a segnalare alcuni punti fermi. Al centro del film c'è una storia d'amore, o qualcosa del genere. All'inizio del film c'è un personaggio che alleva dei vermi, o qualcosa del genere, che gli permettono di controllare volontà, movimento e comportamento delle persone a cui li inocula (o qualcosa del genere). Dopo l'avvio del film, questo personaggio scompare del tutto e la storia si concentra sul rapporto complicato fra due reduci - un lui e una lei - del trattamento di cui sopra, dal quale difficilmente si esce bene. Ah, c'è anche un tizio che alleva dei maiali.

E dunque? Dunque, Upstream Color è innanzitutto un film tremendamente affascinante per le sue atmosfere, la sua messa in scena surreale, la sua stordente cura per l'immagine e il gusto tutto particolare con cui riesce a piazzarti in fila una lunga serie di visioni e scene molto evocative. Preso scena per scena, fra l'altro, ti dà anche l'impressione di stare capendo quel che accade: è quando provi a trovare un filo logico che unisca tutto quanto, che emergono i problemi. Non perché il filo logico manchi, anzi, è evidente e neanche troppo sottile, ma perché se si cerca di trovare un senso lineare nel racconto si finisce per impantanarsi nel whaddafuck. E allora godersi Upstream Color diventa in fretta molto facile: assimilato lo stato delle cose, butti fuori dalla finestra il disperato tentativo di star dietro alla storia e ti limiti a immergerti nel mondo stralunato di Shane Carruth, godendoti il suo tripudio d'immagini assurde, la forza romantico-depressa del rapporto fra i due protagonisti e la riflessione sul libero arbitrio e sul senso d'identità che nonostante tutto, pur nel delirio sconclusionato della narrazione, emerge di prepotenza. Per il resto ci sono la seconda, la terza e la quarta visione. E le successive.

Ho visto Upstream Color a settembre, al cinema, durante il Fantasy Filmfest a Monaco di Baviera. Il film è uscito nei cinema americani a distribuzione limitata e pure in quelli britannici. Esiste inoltre in formato DVD e Blu-ray, ma al momento solo in America. Non tratterrei il fiato in attesa di una distribuzione italiana.

25.11.13

Drug War


Du zhan (Cina, 2013)
di Johnnie To
con Louis Koo, Honglei Sun, Yi Huang

Non sono, ahimè, un profondo conoscitore dell'opera di Johnnie To e ammetto senza problemi di non sapere molto della sua evoluzione come regista, di come la sua poetica possa essere andata modificandosi negli anni, di cosa significhi per lui un film come Drug War. Oh, capita, non si può sapere tutto, e poi scrivere di cinema non è mica il mio lavoro, no? È uno dei buchi che ho sempre voluto colmare, c'ho lì da qualche parte un txt con appuntati perlomeno i suoi film che mi hanno segnalato come fondamentali, non ce la farò mai. La sostanza, comunque, è che io e To non ci frequentiamo dai tempi di Exiled e dei suoi balletti di pallottole al rallentatore. Forse per questo motivo, sulle prime, Drug War e la sua estetica sporca, quasi documentaristica, mi hanno po' spiazzato. Ma è durato poco, perché poi sono stato rapito da uno splendido film.

Il racconto segue le vicende di una squadra di polizia che, come magari il titolo potrebbe far intuire, è impegnata nella lotta al traffico di droga. Tutto viene raccontato attraverso il punto di vista dei poliziotti e infatti, per una volta, non ci si trova di fronte al classico melodramma orientale tutto onore ed eleganza criminale. Gli unici lampi di "simpatia criminosa" arrivano da Jimmy Choi, un trafficante costretto dalla polizia a fare il doppio gioco per sostenere una complessa rete di schemi in cui praticamente chiunque, fra poliziotti e criminali, si nasconde dietro una maschera. Gran parte del film ruota attorno al rapporto di (scarsa) fiducia che viene a crearsi fra lui e il capitano di polizia Zhang e l'unico bagliore di umanità espressa dalla "fazione criminale" si manifesta nella suggestiva scena che vede Choi riunirsi ai suoi collaboratori e struggersi in lutto.

La cosa magari è figlia del fatto che si tratta del primo film d'azione girato da Johnnie To in Cina, probabilmente costretto per questo a muoversi all'interno di limiti produttivi ben precisi e mostrare un dipartimento di polizia irreprensibile contro dei criminali senza ritegno, ma il risultato è comunque un gran poliziesco, teso, crudo, brutale, pieno di piccole idee fulminanti nella risoluzione dei conflitti e ricco di personaggi interessanti. Senza contare che comunque, di fondo, riesce a raccontare tanto degli antagonisti infami, ma profondamente umani, quanto degli eroi sì incorruttibili, ma certo non infallibili e che commettono anzi continuamente errori dalle conseguenze gravissime. Il tutto, poi, è messo in scena in una maniera incredibile: Drug War è un film pieno di immagini splendide, ambizioso nella costruzione di scene d'azione in esterni ariose, ricche, splendidamente coreografate e in cui - pazzesco! - si capisce sempre perfettamente cosa stia accadendo, con un'attenzione fenomenale per gli spazi, le geometrie, l'evoluzione delle sparatorie, senza per questo rinunciare a un approccio serio, a modo suo credibile, lontano, come detto, dai balletti assurdi che ci si potrebbe aspettare in un film orientale di questo genere.

Ho visto Drug War a settembre, durante il Fantasy Filmfest a Monaco di Baviera. Al momento, se IMDB non mente, il film è stato distribuito solo sul mercato asiatico e si sta girando un po' tutti i festival del mondo, compreso quello di Roma. Esiste comunque già un'edizione in Blu-ray americana. Il 19 marzo 2015 è arrivato in Italia direttamente in home video.

22.11.13

Raze


Raze (USA, 2013)
di Josh C. Waller
con Zoe Bell, Rachel Nichols, un po' di altre donne, qualche guest star e la nonna di Sherilyn Fenn

Raze racconta una storia già vista altre cinque o seimila volte: della gente ricca sfoga la sua voglia di emozioni forti assistendo a (e scommettendo su) tornei di poveracci che si devono riempire di calci sulle gengive fino alla morte. I contendenti partecipano non di spontanea volontà, ma perché rapiti, ingabbiati e costretti col ricatto, grazie a videocamere costantemente puntate sui loro familiari, che gli organizzatori sono pronti a uccidere con uno schiocco di dita. Insomma, la classica storiellina allegra farcita di gente che muore male e che può finire solo in due modi: coi lottatori che s'incazzano, si ribellano, tirano giù tutto e riescono a scappare o coi lottatori che muoiono tutti. O entrambe le cose assieme, anche. Il twist di questo film? I lottatori sono lottatrici, quindi madri di famiglia, figlie di famiglia, amiche di famiglia, cose così. E una di loro, come illustra il manifesto, è quell'animale di Zoe Bell.

Mentre guardavo Raze, per un attimo, m'è passato da qualche parte nel cervello un pensiero da persona scandalizzata perché, ehi, ma che è, un film basato sul mostrare donne in canotta che si pestano fra di loro e fanno fini bruttissime, sepolte di cazzotti, ossa spezzate e sangue a litri. Poi, però, mi sono chiesto per quale motivo dovessi pormi il problema, se non me lo pongo quando guardo un film in cui le stesse cose accadono a uomini in canotta, e mi sono risposto che non c'era motivo di farlo. Le questioni, alla fine, a prescindere dal genere dei protagonisti, rimangono sempre le stesse. Il film è appassionante? La brutalità colpisce nel segno? I combattimenti sono spettacolari e ben girati? C'è una qualche forma di sottotesto, di messaggio, di satira, di che ne so? Insomma, c'è un motivo di interesse? Eh, non molto.

I pregi di Raze ruotano un po' tutti attorno a Zoe Bell, una che c'ha addosso una carica allucinante, che emette forza e brutalità da ogni poro e riesce a rendere credibile il suo personaggio e la sua capacità di cavarsela in ogni situazione. Poi si apprezza la potenza dell'avvio, che butta senza premesse nel mezzo dell'azione e in cui si giocano la carta delle due attrici dalla fama più o meno comparabile per aggiungere un po' di imprevedibilità all'esito della faccenda. Menzione d'onore, anche, per l'effettiva ed efficace brutalità dei combattimenti, per la presenza di una guest star a caso che in qualche modo fa il suo effetto, per Sherilyn Fenn nel ruolo della zia vecchia della Sherylin Fenn che mi piace ricordare, per un finale che prova ad essere molto cupo e per la partecipazione di Rachel "Dovevano ingaggiare lei per la Vedova Nera" Nichols, che è sempre un bel vedere. E basta.

La Vedova Nera, quella vera.

Tolti questi fattori, che comunque, via, ti fanno arrivare alla fine, rimane un film abbastanza piatto e privo di mordente. La sceneggiatura butta lì un po' a caso qualche discorso sull'abuso delle donne, ma lo fa in maniera svogliata e poco efficace. I personaggi sono una serie di insopportabili macchiette, quindi diventa anche difficile farsi coinvolgere sul piano emotivo e trascinare quando volano le mazzate. E le mazzate non sono nulla di spettacolare, per quanto, ripeto, molto efficaci sul piano della brutalità; hanno scelto di buttarla sul realistico, quindi i combattimenti sono molto poco dinamici e spettacolari, più che altro sanguinari e spesso veloci. Il che ha senso, anche considerando che poche delle partecipanti hanno dalla loro un allenamento da atleta, ma il problema è che se scegli questa impostazione devi costruirci attorno un film. Raze, invece, se ne sta lì a metà, non vuole fare il film d'arti marziali assurdo e pieno di coreografie esaltanti ma non ha la forza espressiva ed emotiva necessaria per accompagnare un approccio più ancorato alla realtà. E non è neanche, casomai venisse il dubbio, un film che ti guardi perché pieno di donne bellissime che si prendono a schiaffi costantemente seminude. Insomma, cui prodest?

L'ho visto a settembre, al cinema, durante il Fantasy Filmfest di Monaco. Se IMDB non mente, il film, al momento, non è uscito da nessuna parte.

20.11.13

Per la barba di Odino!


Oggi esce al cinema in Italia Thor: The Dark World. Oddio, in realtà l'han già proiettato ieri in anteprima in ennemila sale, ma oggi esce ufficialmente in ennemilaX2 sale. Comunque, ieri, oggi, quel che è. Io l'ho visto qua a Parigi un paio di settimane fa e non mi ha fatto esattamente impazzire ma ci ho trovato dei lati positivi. Ne ho scritto a questo indirizzo qui.

Ieri è cominciata l'edizione 2013 del Paris International Fantastic Film Festival. Fra quello e il miliardo di cose che ho da fare, c'è il rischio che nei prossimi giorni i post sul blog rallentino un po'. O magari no, vai a sapere. Va detto che non guarderò miliardi di film, un po' perché il programma non è proprio smisurato, un po' perché quelli in lingue strane li evito perché coi sottotitoli in francese ho paura di non godermeli abbastanza, un po' perché alcuni li ho già visti al Fantasy Filmfest di Monaco. Fra l'altro devo ancora finire di scrivere i post su quello. Ah, così tante cose da fare, così poco tempo...

18.11.13

Byzantium


Byzantium (GB, 2013)
di Neil Jordan
con Gemma Arterton, Saoirse Ronan e un po' di maschi inutili

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, Neil Jordan portava al cinema i vampiri di Anne Rice con un film molto bello, magari poi invecchiato maluccio, che di fatto anticipava tutte le storie di vampiri che si prendono sul serio, se la menano tantissimo e c'hanno la cosmologia delle società segrete e dei mondi sommersi (quindi, chi più chi meno, Buffy, True Blood, Underworld, Twilight e chissà che altro). Era un film aggrappato con forza alla tradizione dei vampiri classici e completamente incentrato sui maschi, i maschi belissimi, i maschi seducenti, i maschi col bromance, i maschi col romance senza il bro, al punto che l'unica presenza femminile degna di nota era una Kirsten Dunst vampirizzata e minorenne per sempre, tanto per buttarci dentro pure un po' di sottotesto pedofilo. Vent'anni dopo, Neil Jordan torna ai film di vampiri con Gemma Arterton e Saoirse Ronan come protagoniste e uno un po' s'aspetta di vedere la stessa roba virata al femminile.

E in un certo senso è quello che si trova, anche se in realtà Byzantium è un film abbastanza diverso da Intervista col vampiro, pur condividendone il tono da vampiri tutti seri, dannati e poetici, l'idea dei vampiri (maschi) che si organizzano nei secoli mettendo in piedi la loro bella società segreta che vuole dominare il mondo dall'ombra e l'attenzione alle bizzarre evoluzioni familiari che questi esseri immortali si portano dietro. Da un certo punto di vista, anche se si tratta di un universo narrativo differente - qui i vampiri non sono quelli tradizionali, hanno abitudini e poteri diversi, anche se comunque ti ipnotizzano, ti seducono e ti svuotano i vasi sanguigni - sembra davvero di guardare l'altra metà dell'universo vampirico che Jordan aveva già raccontato a suo tempo. Quei vampiri lì tutti cupi e seriosi cosa ci fanno, alle donne? Le odiano, le considerano dei sottoprodotti di scarto, le isolano e non le vogliono fra le scatole. La mitologia di Byzantium, sostanzialmente, è un grosso metaforone sul maschilismo spinto e su come i maschi siano delle brutte bestie cattive che ghettizzano le donne, le escludono dai ruoli di peso sul posto di lavoro e, insomma, preferiscano fare le cose fra di loro, dandosi il cinque e guardando il Monday Night Football armati di birra e nachos. Fila in cucina e non rompere le palle. E i maschi umani sono anche peggio: abbindolano le fanciulle ingenue in spiaggia, le stuprano e poi le assegnano a un bordello.

Ovviamente ci sono le eccezioni e, anche nel mondo tutto pieno di uomini brutti e cattivi, vampiri o meno, raccontato da Neil Jordan e dalla sceneggiatrice Moira Buffini (Tamara Drewe, Jane Eyre), esistono uomini degni di considerazione, sfigati che si innamorano delle gnocchissime protagoniste e vogliono solo il loro bene, eroici vampiri che sanno accettare anche la presenza di donne fra le loro fila, insegnanti realmente preoccupati per il destino delle loro allieve, cose così. Il che, quantomeno, aiuta a non far sconfinare troppo il film in zona Sofia Coppola. Ma, metaforoni a parte, Byzantium è anche e soprattutto un film che racconta la difficile convivenza fra una vampira condannata ad essere adolescente per sempre e la sua "madre vampirica" condannata ad essere una gnocca allucinante per sempre. Al centro della storia ci sono le paranoie di un'adolescente che non scoprirà mai cosa significhi diventare adulti, il suo rapporto con il ragazzino anemico che s'innamora degli occhioni dolci di Saoirse Ronan e la relazione complicata fra madre e figlia, assieme alla difficoltà di sopravvivere da reiette non solo in quanto non morte che si cibano di sangue, ma pure perché respinte e odiate dalla propria stirpe di vampiri.

E cosa ne viene fuori? Un film fatto soprattutto di potenziale sprecato. I temi ci sono, le possibilità sul piano dell'azione e della suspense pure, il sangue non manca, eppure Byzantium è una robetta che scorre placida, non morde e a cui fondamentalmente manca l'anima, magari perché quando vieni trasformato in vampiro te la perdi per strada. Le trovate originali o interessanti si esauriscono in cinque minuti e per il resto il film sta in piedi soprattutto grazie al fatto che Saoirse Ronan è molto brava e tanto carina e Gemma Arterton è una donna pazzesca che si magna tutto quanto ogni volta che entra nel fotogramma: bravissima, bellissima e costantemente strizzata dentro vestiti sempre in procinto di farla esplodere. Per il resto, però, poco da segnalare, qualche guizzo ogni tanto, un paio di scene molto evocative, ma anche un po' l'impressione che Neil Jordan stesso non ci credesse molto (o che a sessant'anni abbondanti non c'abbia più la forza di crederci molto).

L'ho visto a settembre, al cinema, in lingua originale, durante il Fantasy Filmfest di Monaco. Ne ho scritto adesso perché c'ho avuto da fare. Nel frattempo è uscito un po' dappertutto, tranne che in Italia. Ma insomma, è un film horror con la gnocca: prima o poi arriva.

24.9.13

Get Shorty


A ogni rassegna che si rispetti, è immancabile l'appuntamento coi cortometraggi. Quest'anno, al Fantasy Filmfest, c'è stata una proiezione domenicale battezzata Get Shorty, durante la quale ne sono stati proiettati otto, più o meno tutti interessanti. Li metto qua in fila, sette col trailer, uno con direttamente il cortometraggio completo, parlandone molto brevemente. Anche perché sono appunto cortometraggi, spesso interamente incentrati su una singola idea, e non ha troppo senso parlarne più che brevemente. Dove e come possano essere singolarmente reperibili, onestamente, non lo so. Ma sono sicuro che tutti quelli che mi leggono sono ben più scaltri di me nel trovare la roba in giro.

Death of a Shadow - Dood van een Schaduw (Belgio, 2012)
di Tom Van Avermaet
con Matthias Schoenaerts, Laura Verlinden, Peter van den Eede

Un tizio si diletta a fare foto di gente in punto di morte, per catturare l'ombra e inserirla in una specie di collezione privata di un altro tizio, che grazie a queste "impressioni" rivive i vari momenti di morte. Ci saranno complicazioni dovute al fatto che la vita è sempre pregna di romanticismo. Bel cortometraggio, di quelli tutti romantici fatti apposta per piacere a me, fra l'altro candidato agli Oscar nel 2013 (SPOILER: non ha vinto).




Tumult (GB, 2012)
di Johnny Barrington
con Jean-Marc Chautems, Eileen Dunwoodie, Gísli Örn Garðarsson

Tre guerrieri vichinghi (o qualcosa del genere), un padre e due figli, vagano disperati fra colline desolate, lasciandosi alle spalle un quarto uomo moribondo. Il padre è gravemente ferito a seguito di una battaglia e rischia di lasciarci le penne pure lui. I due fratelli non si vedono di buon occhio, ma si fanno forza a vicenda per aiutare il padre, incoraggiandolo a tenere duro. Improvvisamente, una speranza: all'orizzonte appare... un autobus?!? Divertentissimo, pieno di humour nero e assurdità.




Fear of Flying (Irlanda, 2012)
di Conor Finnegan
con Mark Doherty, Aoife Duffin, Steven Courtney

Un delizioso cortometraggio animato su un uccellino che ha paura di volare e quindi, quando tutti gli altri migrano verso il caldo, preferisce far provviste e chiudersi nel suo appartamentino a trascorrere un placido inverno. Solo che arriva l'inconveniente e all'improvviso il viaggio diventa necessario. Anche qua si ride di gusto.




Malaria (Brasile, 2013)
di Edson Oda
con le voci di Rodrigo Araujo, Antonio Moreno

Questo è davvero uno spettacolo: un western realizzato animando a mano disegni e fumetti. Dove per "a mano" intendo dire che si vedono proprio a schermo le mani che spostano cose, aprono vignette, colorano in diretta e via dicendo. La storia racconta di un pistolero ingaggiato per uccidere la Morte. E non aggiungo altro, dato che qua sotto potete guardarvelo per intero.



The Man Who Could Not Dream (Australia, 2012)
di James Armstrong, Kasimir Burgess
con Alan Brough, Eloise Raits e la voce di Geoffrey Rush 
 
Un bambino un po' bizzarro e - ovviamente - maltrattato dai suoi coetanei cresce diventando un uomo medio frustrato, che ha abbandonato i suoi sogni e cova dentro di sé un potenziale da schizzato distruttivo. Seguono avvenimenti brutti. Surreale, pieno di risatine amare, raccontato dalla voce narrante di Geoffrey Rush, forse un po' pretenzioso ma davvero gradevole.

The Man Who Could Not Dream OFFICIAL TRAILER from Gozer Media on Vimeo.

Bad Penny (Romania, 2013)
di Andrei Cretulescu
con Dorian Boguta, Serban Pavlu, Andi Vasluianu 

Siamo sotto natale e due criminalucoli violenti e un po' fessi stanno gironzolando per un parco di notte. Incontrano un tizio, decidono di molestarlo e derubarlo, scoprono di trovarsi davanti un prestigiatore pieno di trucchi nelle tasche, assi nelle maniche e conigli nel cilindro. Seguono grasse risate e un po' di violenza.



Perfect Drug (Belgio, 2012)
di Toon Aerts
con Misha Downey, Fehmi Emsha, Yumiko Funaya

Mentre guardavo questo cortometraggio, pensavo solo una cosa: "I giapponesi sono pazzi". Poi ho scoperto che si trattava di un cortometraggio belga, diretto da un regista belga, ma con protagonisti giapponesi e interamente parlato in giapponese. E interamente drogato. E niente, si vede che anche in Belgio non stanno tanto bene. Un delirio.



Fool's Day (USA, 2013)
di Cody Blue Snider
con Mitchell Jarvis, Justin Absatz, Phyllis Bowen

Pesce d'aprile: una classe di bambini pasticcia col caffè della maestra, nonostante la saputella spaccamaroni di turno suggerisca ardentemente di non farlo, e ci sbatte dentro qualsiasi cosa capiti sotto mano. La maestra arriva, beve la sua tazza di caffè e... delirio, risate da star male, sangue e scemenza assortita in un corto da applausi. Qua sotto potete guardarvi il delizioso trailer, a questo indirizzo c'è il canale Vimeo del regista, dove è possibile guardare Fool's Day in due diverse versioni non definitive nel montaggio e/o nella postproduzione. Quella definitiva... boh?

'Fool's Day' Official Trailer from Cody Blue Snider on Vimeo.

Ma, tipo, se uno vuole vedersi dei cortometraggi e non ha accesso ai festival, che fa? Dove li trova? Come si fa? Ma che è? Ma vi sembra giusto? Ma dico io!

19.9.13

You're Next


You're Next (USA, 2011)
di Adam Wingard
con Sharni Vinson, AJ Bowen, Nicholas Tucci, Wendy Glenn, Joe Swanberg, Amy Seimetz

Per qualche bizzarro motivo, ci tengo a scrivere i post sul Fantasy Filmfest in ordine cronologico, chiacchierando dei vari film seguendo la programmazione con cui me li sono visti al cinema. Un po' mi viene comodo, un po' sono malato nella testa. Oggi, però, faccio un'eccezione, ed è fra l'altro un'eccezione pesante, perché si tratta di anticipare quello che sarebbe il post conclusivo, sull'ultimo film visto al mio ultimo Fantasy Filmfest, che mi sarebbe piaciuto mettere in fondo come punto esclamativo, a chiusura. Anche perché, forse, è il film che mi ha divertito di più. Di sicuro è stato un gran finale. Ma insomma, sto divagando, il punto è che ho voluto fare un'eccezione perché, incredibile ammisci, You're Next esce oggi al cinema in Italia, e quindi mi sembrava carino chiacchierarne in maniera tempestiva, fosse anche solo perché così magari qualcuno, fra i quattro gatti che mi leggono, decide di andarselo a vedere. E magari qualcuno, fra quelli che decidono di andarselo a vedere, finisce anche per gradire. Sai mai.

E dunque, You're Next, è il nuovo film di Adam Wingard, uno che arriva dall'inquietudine traballante di A Horrible Way to Die e da un trastullarsi con la scena mumblecore, e che dopo aver diretto il film di cui parliamo oggi si è donato a una certa recente tripletta di horror a episodi, sfornando per altro una fra le robe più belle che ne siano venute fuori con il suo contributo al primo V/H/S. Ma You're Next è soprattutto uno spacco infinito, un raro caso di film a cui il trailer - probabilmente nel tentativo di non rovinare la sorpresa - compie un disservizio totale (perché ne riassume il soggetto, ma non riesce minimamente a trasmetterne la personalità e già che c'è fa pure spoiler) e una roba per la quale, se amate il genere horror, dovete correre subito al cinema, giusto perché non si sa mai quanto possa rimanerci. Non è un capolavoro, non è un film che s'inventa un nuovo linguaggio e stravolge le regole, è solo una splendida, divertentissima (nel senso più ampio possibile del termine) ora e mezza di cinema, che è stato fantastico guardare senza saperne nulla, se non che se ne parlava bene, e che ha chiuso a meraviglia il Fantasy Filmfest. La sala era strapiena di gente che si stava divertendo da matti - tolta magari la signora seduta di fianco a me che s'è cacata sotto dall'inizio alla fine - e a un certo punto ho smesso di contare gli applausi. Insomma, andateci e fine, senza stare a leggere il resto di questo post. Se invece ci tenete a farlo, proseguiamo.

Andiamo.

You're Next, come il trailer fa ben intuire, si apre proponendo il classico scenario da casa isolata nella quale s'introduce gente brutta a far danni. E lo fa con il solito prologo a effetto, da omicidio sceneggiato in maniera creativa, che sembra dare inizio a un film abbastanza risaputo e la cui unica cifra stilistica rischia d'essere la ricerca della brutalità a scapito di un taglio magari più spettacolare. E insomma, sei lì che dici "OK, anche ben fatto, ma insomma, di nuovo?". Poi comincia il film, pian piano vieni assorbito e ti rendi conto che, sì, in effetti è un "di nuovo", perché Wingard comunque si muove tranquillo all'interno dei confini del filone, ma è un "di nuovo" fatto con incredibile e sincero divertimento, voglia di ragionare sugli stereotipi e utilizzarli in maniera un po' spiazzante, grande conoscenza del genere e micidiale padronanza della messa in scena, oltre alla saggezza di gettare nel mucchio il proprio bagaglio personale.

I protagonisti sono la classica banda di parenti e amici insopportabili da film horror, ma già qui c'è un mezzo e intelligente twist. Innanzitutto, c'è quello stile mumblecore che è proprio del Wingard, con attori che hanno grande libertà d'improvvisazione nei dialoghi e finiscono per recitare in maniera molto naturale e coinvolgente. In secondo luogo, succede una cosa francamente abbastanza rara nel genere: quando comincia il gioco al massacro, la banda di personaggi insopportabili riesce davvero - magari proprio per quella naturalezza di cui sopra - a generare empatia e si finisce a tifare per loro. Vale soprattutto per l'incredibile protagonista, fin dall'inizio dipinta come la più tollerabile del gruppo, ma pian piano tutti i personaggi tirano fuori un lato umano e ci si ritrova davvero non solo a temere per il loro destino, ma perfino a tifare per loro quando s'incazzano e decidono di reagire. A un certo punto tifavo perfino per quella faccia da schiaffi di Joe Swanberg (sì, lui, il regista, che come al solito interpreta un ruolo meraviglioso). Può sembrare una banalità, magari pare assurdo considerarlo un twist, ma la verità è che la maggior parte dei film horror ha dei protagonisti talmente pirla che ti ritrovi istantaneamente a tifare per i cattivi con la maschera iconica e/o che fanno battute divertenti. Qua non succede. Qua, ogni volta che, fra una brutta fine e l'altra, uno dei buoni riesce a rispondere, scatta l'applauso.

Fra l'altro, a proposito di applausi. Wingard mette in scena l'azione con un senso del ritmo fantastico, rinuncia alla passione per la macchina da presa traballante che aveva mostrato in passato e dirige tutto con mano ferma e grandissima abilità, piazzando i "buh" dove deve piazzarli e regalando tutta una serie di immagini spettacolari che stanno lì sostanzialmente solo per far gasare, scatenare l'applauso in sala e mettermi in crisi quando devo decidere quale utilizzare come nuova copertina su Facebook. Non basta? Ci infila dentro anche del sanissimo humour nero ma - attenzione - non quello di chi piglia per il culo il genere, rompe il quarto muro o la butta in farsa, semplicemente una serie di trovate che rimangono puramente horror/thriller ma fanno scoppiare a ridere l'animo sadico di qualsiasi appassionato del genere (c'è stato un momento in cui ho visto sorridere nervosamente anche la signora seduta di fianco a me).

Alla fine ho scelto questa, ma rimpiango tutte le altre.

Insomma, mi ripeto: You're Next è, semplicemente, uno spacco. Un film delizioso, messo in scena con notevole bravura nel mantenere il giusto equilibrio fra tutti gli elementi, almeno due o tre sequenze di omicidio che lasciano il segno, divertimento, tensione, azione, curato nei dettagli e assolutamente onesto negli intenti, senza la più piccola briciola di pretenziosità. E ha pure una colonna sonora fichissima, fra canzoni scelte ad hoc e, soprattutto, un adorabile uso del synth che urla fortissimo John Carpenter. Poi, certo, la serata di chiusura del Fantasy Filmfest, con la sala piena di tedeschi sbronzi pronti a divertirsi come scemi, è anche un po' lo scenario ideale per goderselo, ed è un peccato che le sale cinematografiche italiane non offrano questo genere di servizio a tutti gli spettatori, ma credo ci si possa divertire un sacco comunque. E direi che è tutto. Aggiungo solo che se uscite dal cinema e non correte a scrivere una lettera d'amore per Sharni Vinson siete [CENSURA].

Ho visto il film nell'unico modo in cui, potendo, andrebbe visto: al cinema, in lingua originale, in una sala piena di tedeschi che si stavano riempiendo lo stomaco di birra, nachos e pop corn. Ci si può comunque accontentare anche della versione doppiata in italiano e proiettata in sala deserta. Ah, a proposito, non è che ci sia esattamente un coacervo di grandi attori e dialoghi sopraffini, però ovviamente tutto l'aspetto d'improvvisazione e recitazione naturale un po' si perderà, col doppiaggio, senza contare il fatto che in genere questi film vengono doppiati in maniera abbastanza svogliata. Non bastasse questo, nel trailer italiano hanno cambiato le musiche completamente a cazzo di cane. Ma, insomma, che ci vuoi fare? Andate, mi raccomando.

18.9.13

Frankenstein's Army


Frankenstein's Army (Olanda, 2013)
di Richard Raaphorst
con Karel Roden, Joshua Sasse, Robert Gwilym

Un film come Frankenstein's Army va necessariamente approcciato nella maniera corretta. Che, mi rendo conto, è una cosa un po' antipatica da dire, perché ognuno avrà ben diritto di guardarsi i film che gli pare come gli pare, ma in certi casi è proprio necessario. Mi spiego. Nel film c'è il nipote del dottor Frankenstein che prende gente morta (o quasi), ci attacca i componenti come se fosse Miwa e così facendo crea mostri biomeccanici (o tecnorganici o quel che vi pare) per l'esercito nazista, disperato e prossimo allo sfascio nelle fasi finali della Seconda Guerra Mondiale. La cosa ci viene mostrata seguendo le disavventure di un manipolo di soldati russi, finiti nel bunker-laboratorio del dottore per rispondere a una richiesta d'aiuto via radio. E il tutto viene messo in scena seguendo la tecnica del found footage, perché fra i soldati ce ne sono un paio col compito di documentare, sfruttando evidentemente tecnologie che all'epoca non erano disponibili, seppur "mascherate" da qualche effetto visivo a caso appiccicato sulla pellicola.

E secondo me già si è capito dove voglio arrivare. Il punto è che se vai a vedere un film dalle premesse simili e poi ti lamenti perché la storia è poco plausibile o ci sono delle incongruenze, meriti gli schiaffi. Poi, intendiamoci, si può discutere di quanto quel che c'è sia ben confezionato, si può ritenere che, anche all'interno dei confini dettati dalle intenzioni, Frankenstein's Army potesse venire fuori meglio, ma se di fronte al soggetto "il nipote di Frankenstein fa i mostri nazisti" ti vengono gli occhi a forma di punto interrogativo, beh, dai, sei fuori target, hai sbagliato sala, vai a sederti nell'angolino e vedi di non rompermi le scatole. Chiarita la premessa, passiamo al dunque.

 Il dunque.

Frankenstein's Army è il primo film di Richard Raaphorst, un regista olandese con alle spalle un po' di cortometraggi ma soprattutto dieci anni abbondanti di carriera trascorsi lavorando sul design e gli storyboard per gente del calibro di Stuart Gordon, Paul Verhoeven e Jackie Chan. La cosa si vede soprattutto nel fatto che il suo film d'esordio se ne sbatte alla stragrande di tutto quel che è di contorno. La trama sta scritta su un pezzo di carta igienica e le assurdità tecnologiche vengono semplicemente ignorate: siamo nel 1945 e c'è un soldato russo con una cinepresa portatile che filma in 16:9, a colori e senza alcun problema a registrare l'audio. Del resto, siamo in un film coi nazisti biomeccanici, sarà mica un problema la plausibilità della cinepresa? Similmente, i personaggi è come se non ci fossero, del resto sono lì per fare da carne da macello. Ma non importa, perché i veri protagonisti del film, quel che davvero interessa a Raaphorst - e a chiunque si avvicini a un film del genere con un minimo di consapevolezza, diciamocelo - sono loro: i tecnonazisti.

E i tecnonazisti sono uno spacco. Raaphorst ha speso quasi* tutto quello che aveva, cuore, design, cervella e budget, per realizzare le sue creature, che sono tutte semplicemente splendide, cariche di inventiva e personalità, ognuna con la sua identità precisa, una più completamente fuori di cozza dell'altra. Il mio eroe rimane quello con la faccia a elica di aereo, ma fra il nano pentolone bipede, l'uccellaccio che si cala dal tetto, la versione termonucleare dell'infermiera di Silent Hill e tutto quel tripudio di schifezze che si vede nel finale c'è davvero l'imbarazzo della scelta. Insomma, sotto questo punto di vista, gli si può dire proprio poco, al di là del fatto che, toh, i mostri sono di fondo tutti dei tizi con indosso un batiscafo e quindi si muovono in giro in maniera goffa e non sempre minacciosa, ma sono talmente adorabili che ci si passa sopra.

*Una parte del budget è servita per tirare in mezzo il sempre adorabile Karel Roden.

Per il resto, Frankenstein's Army è un film assolutamente sincero, semplice, che ricama attorno ai suoi protagonisti il minimo indispensabile, si racconta seguendo il manualino del found footage (e si prende pure il disturbo di spiegare come mai ci sia un cretino che tiene stretta in mano la cinepresa mentre un tecnonazista cerca di traforarlo con una trivella cervicale), immerge in una sana dose di splatter e dura il giusto, meno di un'ora e mezza, levandosi dalle scatole quando è palesemente ora di finirla. Si può chiedere di più, al film col dottor Frankenstein che costruisce i tecnonazisti? Certo, si può sempre chiedere di più, ci mancherebbe, e un regista un po' più... come dire... regista, avrebbe magari saputo scrivere anche una storia e dare un senso ai personaggi che la popolavano. Ma ci si può accontentare di un film stupidino, divertente e che non pretende mai di essere più di quel che è? Secondo me sì.

Ho visto il film al cinema qua a Monaco, al Fantasy Filmfest, in lingua originale, che è un adorabile tripudio di inglese con accenti russo e tedesco. Fra l'altro a un certo punto c'è un personaggio che parla in tedesco e, dal modo in cui rideva la gente in sala, ho intuito che probabilmente parlava con la stessa padronanza con cui in genere gli attori parlano italiano nei film americani. IMDB mi dice che i tecnonazisti stanno facendo il giro dei festival mondiali e al momento è prevista distribuzione solo in Giappone (wut?).

17.9.13

Big Bad Wolves


Big Bad Wolves (Israele, 2013)
di Aharon Keshales, Navot Papushado
con Guy Adler, Lior Ashkenazi, Dvir Benedek

Oggi parliamo di un argomento che mi affascina sempre un sacco: i trailer ingannevoli. Per questo motivo, ovviamente, è necessario dare uno sguardo al trailer di Big Bad Wolves.



Ora, magari il problema è mio, ma dopo aver visto questo trailer qua sopra, tutto mi aspettavo tranne che un film in grado di farmi sghignazzare. Qualche sorriso da humor nero? Certo. Ma pensavo di trovarmi davanti più che altro dramma, emozioni, ansia e un po' di sano torture porn. A riguardare il trailer oggi, in tutta onestà, devo ammettere che a un certo punto c'è scritto "funny" e che certi passaggi, col senno di poi, fanno subodorare la verità. Ma insomma, eh. Ad ogni modo, il punto è che Big Bad Wolves non è esattamente il film che m'aspettavo. Ma, intendiamoci, si tratta di una cosa positiva.

Lo spunto di partenza, pur complesso negli sviluppi, è abbastanza semplice e tutto sommato anche risaputo: c'è in giro un serial killer che si dedica a rapire, seviziare e uccidere bambine, c'è un poliziotto dai metodi spicci che esagera nell'interrogare un sospetto e per questo motivo viene sospeso, c'è il padre di una vittima, disperato, in cerca di vendetta e convinto che il sospetto di cui sopra sia in effetti il colpevole. Le strade dei tre si incrociano nel momento in cui il padre decide di farsi giustizia da solo, catturando il presunto criminale e sottoponendolo allo stesso trattamento riservato alle (presunte) vittime, allo scopo di farsi svelare dove siano i resti della figlia. O anche semplicemente di ottenere vendetta, se proprio questi non dovesse confessare.

Il bello è che il tutto viene raccontato mescolando assieme tre film diversi. Da un lato c'è il thriller con mistero, sulla possibilità che un uomo apparentemente normale, per altro padre di famiglia, possa davvero aver commesso quegli atti turpi su delle innocenti bambine. E la cosa è trattata in maniera magistrale, tenuta sempre sul filo del dubbio fino al paio di rivelazioni finali che davvero lasciano a bocca aperta per il modo in cui sono costruite. Poi c'è il film più truce, quello dedicato all'accanimento sul pover'uomo, che non sfocia in realtà mai negli eccessi visti altrove, ma riesce ad essere molto efficace, anche per il modo in cui di fondo racconta le torture subite dalle bambine senza mostrartele direttamente. Per non parlare del fatto che lo "spettacolo" viene messo in scena mentre al di sopra degli eventi rimane proiettata l'ombra del dubbio su quale sia la verità e, quindi, sulla possibile innocenza del torturato. Infine c'è la commedia, assolutamente dark, che davvero a tratti fa schiantare dal ridere, perché propone personaggi che scivolano spesso nella macchietta da commediola, magari anche mentre si stanno macchiando di atti allucinanti, e si prende perfino il disturbo di buttarci dentro un po' di satira politica.

Ovviamente, la chiave per poter apprezzare Big Bad Wolves sta anche in una questione di sensibilità personale, nel non farsi problemi di fronte a un racconto che mescola in maniera assolutamente organica tutte le componenti di cui sopra. Non è questione di fare il thriller o il film drammatico che ogni tanto spara battutona, o l'horror che scherza e non si prende sul serio: Big Bad Wolves si prende tremendamente sul serio - basta guardare quello splendido prologo, per capirlo - ma allo stesso tempo non lo fa, scherza un sacco mentre sferra pugni nello stomaco, unisce e amalgama tutto, senza alternare. In questo, ha qualcosa che ricorda la sensibilità del cinema dall'estremo oriente e può risultare spiazzante, soprattutto nel momento in cui ti dice chiaro e tondo che, ehi, stai ridendo di cose sulle quali non c'è proprio nulla da ridere. Dove invece non può lasciare dubbi è sull'incredibile cura per l'immagine, che esplode fin dal primo secondo e non molla un attimo fino alla fine. Insomma, consigliatissimo.

L'ho visto al cinema qua a Monaco della Baviera, durante il Fantasy Filmfest, in lingua originale con sottotitoli in inglese. Al momento è uscito solo in patria e si sta facendo il suo bravo giro dei vari festival mondiali, che del resto è il destino già capitato al precedente, chiacchieratissimo, film dei due registi (Rabies), per altro attualmente impegnati con ABCs of Death 2. Insomma, boh?

 
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