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31.5.15

Lo spam della domenica mattina: Accattonaggio


Questa settimana su IGN mi sono manifestato con la recensione di Magnetic: Cage Closed. Oggi, poi, a un certo punto, dovrebbe spuntare anche il Dite la vostra in cui chiedo dei boss più stronzi di sempre. Su Outcast, invece, abbiamo il Popcorn Extra dedicato alla Cina, il Popcorn di questa settimana, l'eXistenZ in cui parlo di Atari: Game Over e la recensione di Westerado: Double Barreled. Inoltre, sempre su Outcast, s'è fatta partire la raccolta fondi su Patreon, avviata fondamentalmente per due motivi: volevo vedere se tutti quelli che dicevano di volerci dare dei soldi sono dei quaqquaraqquà e non mi dispiacerebbe se non lo fossero e, perlomeno, ci dessero una mano a pagare il server. Vediamo un po' che succede.

Fra l'altro questo post l'ho preparato giovedì, quindi non ho veramente la minima idea di come sia stata accolta la cosa. Magari c'ho già le minacce di morte su Twitter. Chissà. In fondo oggi non sei nessuno, se non c'hai le minacce di morte su Twitter.

30.5.15

La robbaccia del sabato mattina: Criminalità assortita


E niente, sono in giro per la nebbiosa Lombardia ormai da un paio di giorni e questo post l'ho preparato giovedì, così, perché mi spiaceva lasciare un buco. Probabilmente fra giovedì e oggi sono usciti otto trailer, dodici foto e quindici notizie di spessore assoluto, ma che ci vogliamo fare?



Questo trailer in realtà è vecchiotto, ma m'è capitato davanti solo di recente. È Public Morals, la sere TV scritta, diretta e interpretata da Edward Burns, che ha messo assieme un paio di progetti che cercava di realizzare al cinema da decenni e ha tirato fuori questa cosa. Mi mette addosso una discreta fotta. Come mai? Beh, Burns mi sta simpatico, i suoi film "veramente suoi" sono tutti belli e l'ho ascoltato chiacchierarne in un podcast tempo fa. Mi ha convinto. Voglio crederci.



Eccolo qua, abbiamo finalmente (?) il trailer del remake di Point Break, che si infila in scia a Fast & Furious, che era nato come remake non ufficiale di Point Break. Non ci sto capendo niente. Ray Winstone come sostituto di Gary Busey ci può stare, nell'ottica in cui comunque un sostituto di Gary Busey non ci può stare. L'idea di dare al "cattivo" un taglio più "buono" versione Robin Hood può essere azzeccata, l'uso degli sport estremi può dare vita a scene d'azioni ganze, i due attori protagonisti mi stanno incredibilmente sulle palle. Mah, ci credo poco, però vai a sapere.



Ho iniziato a guardare su Netflix la serie di documentari sui cuochi prodotta dal regista di Jiro e l'arte del sushi. Non è niente male. In generale, comunque, i documentari sono fra i grandi motivi nascosti per amare Netflix. Ce n'è una valanga, di ogni tipo, su ogni argomento. Benessere.

29.5.15

Milano accoglimi!


Ieri pomeriggio mi sono preso il mio bell'aereo in direzione Milano e adesso mi faccio un weekend lungo delle solite cose, fra pappe abbondanti a casa dei suoceri, passaggio a volo radente in fumetteria, incontri con amici e parenti assortiti. Oggi, però, il tuffo nell'oblio: andiamo a farci un giro all'Expo, nella speranza di non fare troppe code, con l'obiettivo di mangiare più roba possibile. Almeno credo. Si va per quello, all'Expo, no? Non so, io, 'sta cosa dell'esposizione universale, a furia di vederla in film, libri e fumetti, me la sono sempre immaginata come il trionfo della tecnologia e del futurismo. E invece si mangia. Non che mi lamenti, eh. Viva il padiglione coreano! But still.

Comunque la mascotte dell'Expo mi risulta abbastanza inquietante. La vedrei bene in un film di Brian Yuzna. Fa solo a me quest'impressione? Ah, il blog, probabilmente, si arena un po' da qui ad almeno martedì. Oddio, magari non si arena, vai a sapere, però, insomma, me la prendo comoda.

28.5.15

San Andreas


San Andreas (USA, 2015)
di Brad Peyton
con Dwayne Johnson, Carla Gugino, Alexandra Daddario

C'è stato un momento, mentre guardavo San Andreas, in cui mi sono ritrovato a chiedermi come debba essere, per uno spettatore americano, magari residente in California, starsene seduto davanti a uno schermo gigante su cui viene proiettato il distaccamento del suo stato dal continente in un tripudio di ottimi, credibili, agghiaccianti effetti speciali. Voglio dire, io sono stato diverse volte a Los Angeles e a San Francisco, ho pure visitato la Hoover Dam protagonista della devastazione iniziale raccontata dal film, e quelle immagini, per brevi tratti, mi hanno un po' messo a disagio. Se sei uno che lì ci vive da sempre, e che bene o male ha impiantata nel retro del cervello la nozione del Big One che prima o poi piallerà tutto, beh, fatico a immaginare quali sensazioni possano avvolgerti. Poi, certo, intendiamoci, San Andreas non è un documentario rigoroso e deprimente, è un blockbuster estivo che mette The Rock contro il terremoto e si racconta all'insegna dell'esagerazione colorata. Però, insomma, per brevi attimi, questa cosa mi ha abbastanza colpito.

Proprio l'abbandono al colore più sfrenato, comunque, è una fra le caratteristiche più apprezzabili del film di Brad Peyton. Ultimamente ci siamo abituati a un approccio spento, buio, grigio e desaturato a tutto ciò che è distruzione, ma San Andreas demolisce la soleggiata California, mettendola in scena costantemente di giorno, immersa nella luce e nello splendore visivo che quei luoghi, a volte, sanno regalare. Può sembrare poco, ma in fondo si tratta di un aspetto che dona al film una personalità tutta sua, anche se forse lo fa più nel confronto col resto della produzione recente che per meriti del film stesso. Gli altri pregi di quello che alla fin fine è un blockbuster "medio", senza particolari pretese o spunti d'originalità, stanno senza dubbio nei validi effetti speciali, nel dono della sintesi e nell'aver ficcato al centro dell'azione The Rock.

Dwayne Johnson, infatti, si conferma un centrifugato di personalità e si carica con grande agio sulle spalle tanto le scene d'azione, in cui non sbaglia un colpo anche se questa volta non può abbattere il nemico con una Rock Bottom, quanto i momenti di raccordo, nei quali sfodera le sue sottovalutate doti d'attore. Poi, certo, il materiale è quello che è, ma il nostro eroe fa il suo dovere e l'intesa con Carla Gugino funziona a meraviglia. Per il resto, San Andreas è disseminato di attori apparsi in mille e più telefilm, fra cui spicca per questioni di canottiera bagnata la nostra amica Alexandra Daddario, che con la Gugino di cui sopra va a formare una coppia madre/figlia di spessore assoluto, come non se ne vedevano dal duo Shue/Lawrence di House at the End of the Street. In generale, come nucleo famigliare a tre vertici, direi che il film accontenta senza problemi maschi, femmine, grandi e piccini. Agevolo documentazione fotografica.



Nel metter tutto questo assieme, viene fuori un film catastrofico godibile, che spreca un po' un comunque efficacissimo Paul Giamatti nel ruolo del generatore di spiegoni, mette in fila tre o quattro sessioni di distruzione ben realizzata, si accontenta del minimo (ma veramente minimo, eh!) indispensabile sul fronte della sceneggiatura e fa tranquillamente il suo dovere dall'inizio alla fine. Non c'è una sorpresa che sia una e tutto ciò che è storia è ampiamente risaputo, ma quantomeno le scene di raccordo non si fanno prendere dalla logorrea e il film si ferma attorno al sempre saggio centinaio di minuti. Proprio su questo fronte vince il confronto con l'inevitabile termine di paragone rappresentato dalle lunghissime e tediose apocalissi di Roland Emmerich, del quale manca forse però un po' la capacità di rendere il senso epico e di scala della distruzione. Brad Peyton è volenteroso, fa il suo compitino diligente e piazza pure lì un piano sequenza piuttosto efficace, ma se cercate una trovata originale, un guizzo visivo o anche solo la forza che il regista tedesco riesce a imprimere su certe immagini, beh, rivolgetevi altrove. Se invece volete vedere The Rock che guizza il muscolo e fa il contrito per gli errori passati, due belle donne che corrono in abiti aderenti e la California che viene demolita da Madre Natura, beh, potrebbero essere cento minuti ben spesi.

L'ho visto in 3D e devo dire che, nonostante le doti delle attrici e il macello su schermo, non mi sento di consigliarlo. L'effetto non è particolarmente sfruttato, il film non mi è parso diretto da un regista che ci teneva particolarmente e la patina oscura degli occhiali quasi trasforma la soleggiata California nella nebbiosa Padania.

27.5.15

Il libro della vita


The Book of Life (USA/Messico, 2014)
di Jorge R. Gutiérrez
con le voci di Diego Luna, Zoe Saldana, Channing Tatum, Ron Perlman, Ice Cube 

L'aspetto forse più affascinante di Il libro della vita, coproduzione a cavallo dei ponti che, dopo diverse battute d'arresto in casa Dreamworks, è riuscita a concretizzarsi grazie all'intervento di Guillermo del Toro e alla distribuzione targata Fox, sta nella maniera per noi totalmente aliena in cui parla di morte e di accettazione della stessa. Perché alla fin fine il racconto del triangolo amoroso fra Manolo, Maria e Joaquin, tre giovani messicani che finiscono invischiati nelle trame di divinità dall'oltretomba, è il prototipo della storia che in mano ad altri avrebbe generato il classico film d'animazione dark proto-burtoniana. E non che ci sia niente di male, eh, ma qui si respira tutta un'altra atmosfera, figlia di un aldilà vissuto in maniera gioiosa, colorata, variopinta, che parla di speranza, del potere dei ricordi, di un rapporto con la morte che è culturalmente distantello dall'immagine di matrice cattolica che ne abbiamo da queste parti.

Il punto è che stiamo parlando di un racconto in cui la gente muore a ripetizione, le creature che arrivano da due diversi piani dell'oltretomba abbondano e l'intera vicenda è mossa da macchinazioni ultraterrene, eppure non c'è mai un briciolo di disperazione, di cupa ansia. È sempre tutto vibrante, colorato, allegro, anche nel ritrarre gli angoli teoricamente più oscuri e abbandonati dell'aldilà. La disperazione, casomai, si manifesta in vita, nella ricerca di un amor perduto, nel sentirsi affogare fra le ombre proiettate dalla propria famiglia, nel cercare disperatamente un senso per il proprio destino. Si tratta di una visione talmente particolare e "diversa" da saper dare una personalità unica anche a un film d'animazione che invece si allinea al filone dominante di matrice statunitense sotto tanti altri punti di vista, dalla struttura narrativa risaputa alle gag francamente banalotte, passando per una colonna sonora che riproduce successi della musica pop in versione mariachi.

E questo immaginario così particolare, surreale, vibrante si manifesta anche e soprattutto in uno spettacolo visivo pazzesco. Ogni singola inquadratura di Il libro della vita, con magari la parziale eccezione dei segmenti ambientati nel mondo reale, è un tripudio di energia fulminante, un'esplosione di trovate assurde, caratterizzazioni fuori di cozza, paesaggi dalla fantasia infinita. C'è tutta la carica esagerata della tradizione messicana e del Giorno dei morti, per di più intrecciata a una serie di omaggi che vanno anche oltre la cultura locale e sbattono dentro videogiochi, musica, cinema provenienti da ogni dove. Dovunque sposti lo sguardo c'è un piccolo, meraviglioso dettaglio, un delirio di luci e colori, una citazione azzeccata, una gag fulminante (le suore!). E il risultato è uno spettacolo grandioso, che si merita tutto l'amore del mondo nonostante il suo essere onestamente un po' sprecato sui binari di un racconto banalotto e dal ritmo altalenante. Insomma, Il libro della vita non è magari il capolavoro a tutto tondo nel quale si poteva sperare, ma è un discreto capolavoro di rappresentazione visiva. E hai detto niente.

Purtroppo me lo sono perso al cinema e l'ho recuperato a casina bella grazie a un pratico servizio di Video on Demand. Mentre lo guardavo, pensavo che era davvero un peccato non godermi quei fantastici paesaggi su uno schermo gigante. E anche che forse il 3D ci sarebbe stato proprio bene. Beh, esce questa settimana al cinema in Italia, fatevi un po' i vostri conti. Ah, a margine, voglio tanto bene a Channing Tatum, anche quando fa il doppiatore.

26.5.15

Youth - La giovinezza


Youth (Italia, 2015)
di Paolo Sorrentino
con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano

Una caratteristica un po' surreale di buona parte dei film in concorso a Cannes 2015 sta in quel che, forse, racconta del modo in cui oggi si produce il cinema, con registi dalla personalità fortemente incastonata nella propria nazionalità che si ritrovano a lavorare con cast e produzioni anglofone, alle prese con una lingua che non è la loro. Da un lato, forse, è un peccato, perché in fondo il bello di manifestazioni del genere sta anche nel dare spazio a cinematografie di ogni dove, nell'infilare in un megafono voci lontane dall'omogeneizzazione in lingua inglese, voci come quella di Jia Zhangke e del suo bellissimo Mountains May Depart. Dall'altro, a voler ben vedere, è forse anche un'opportunità, perché da quello che magari è un compromesso possono venir fuori creature bizzarre, che parlano una lingua non loro ma riescono comunque a conservare l'identità forte del regista e del mondo da cui arriva. È un bene? È un male? Vai a sapere. Non è una novità, intendiamoci, e del resto gli ultimi tre anni di cinema hollywoodiano hanno premiato con l'Oscar altrettanti autori giunti da altrove, ma in qualche modo il regista "internazionale" che va a lavorare a Hollywood me lo aspetto un po' di più. Immagino sia un problema mio.

Ad ogni modo, com'è andata, con questo secondo Sorrentino all'inglese? Dovunque ti giri c'è un'opinione al riguardo e vai a trovare due persone che siano d'accordo. Se lo chiedete a me, è andata molto bene, nonostante qualche perplessità. Youth, intanto, è un film dalla potenza visiva strabordante, dalla prima all'ultima inquadratura. È forse anche esagerato in questo, perché Sorrentino sembra quasi voler mandare a mille ogni fotogramma, senza dare un minimo di sosta, alzando al massimo il senso di satira surreale, anche a costo di sparare a vuoto e di perdere il controllo. E io un approccio del genere, in fondo, lo ammiro, a maggior ragione poi considerando quella che è la cinematografia italiana dell'ultimo paio di decenni. Il primo impatto è soprattutto questo qui, quello con un regista che compone immagini, sequenze, musiche in maniera fenomenale e ti sommerge con la sua bravura pazzesca. Youth è una lunga collezione di scene meravigliose, che ogni tanto cozzano un po' l'una con l'altra, ma vanno a comporre un insieme affascinante e, forse, superiore nella somma alle singole parti che unisce.

Ma non c'è solo il tripudio audiovisivo e non ci sono solo degli attori in formissima, fra il sempre eccellente Michael Caine, una Rachel Weisz fantastica nell'ingenua semplicità del rapporto che racconta col proprio padre, nella fenomenale intesa che i due mettono a schermo, e un Harvey Keitel che un ruolo da interpretare degnamente non lo vedeva da un pezzo. Youth racconta gli anni del tramonto e la difficoltà nell'affrontarli, il rapporto fra anzianità e gioventù, la difficoltà nel rapportarsi con il proprio passato e con il futuro. Ma va a toccare anche tanti altri temi, senza aver paura di porli sotto forma di domanda diretta, letterale, anche a costo di risultare caramelloso e un po' stucchevole. È un film che mira alto ma lo fa senza sentirsi in obbligo di risultare pesante nel linguaggio, anzi, affidandosi a una deliziosa e surreale leggerezza, alla capacità di schivare tante possibili scene madri archiviandole con un delicato sorriso, senza per questo evitare di andar giù pesante quando c'è bisogno dell'esagerazione evocativa. Il suo susseguirsi di meravigliose cartoline può suonare sconclusionato, sbarellato, magari un po' vuoto nell'affidarsi a personaggi piuttosto schematici, dagli archi narrativi semplicistici, figuranti tramite cui raccontare temi ben più interessanti di loro. Ma in fondo, in mezzo a tutte le sue assurdità, è forse proprio questo mettere in scena esseri umani grandiosi fuori, ma di poco conto dentro, a renderlo brutalmente vivo.

L'ho visto in lingua originale durante la rassegna parigina dei film del Festival di Cannes. Ho un po' il timore che per un film dai toni così surreali e pacchiani il doppiaggio rischi di fare dei gran danni, facendoli oltretutto a una manciata di ottime interpretazioni, e mi scatta quindi il paradosso di consigliare la visione in lingua originale (inglese) per un film italiano. E che ci vuoi fare.

25.5.15

Sogni e follia al cinema


Arriva oggi al cinema in Italia Il regno dei sogni e della follia, un bel documentario sull'attività dello Studio Ghibli, girato durante la lavorazione di Si alza il vento e La storia della principessa splendente, che si concentra soprattutto su Hayao Miyazaki, ma dà un po' d'attenzione anche a Isao Takahata. Io l'ho visto 'anno scorso e ne ho scritto a questo indirizzo qua.

Occhio: è fuori solo oggi e domani. Datevi una mossa.

24.5.15

Lo spam della domenica mattina: Masseffetto


Questa settimana, su IGN, mi sono manifestato quasi solo con le bloggate e una o due traduzioni. C'è però l'anteprima tutta speranze, supposizioni e leak su Mass Effect 4. Meglio di un dito in un occhio, via. Su Outcast, invece, abbiamo il nuovo Chiacchiere Borderline, un Videopep in cui mostro il libro della felicità, il nuovo Outcast Popcorn, il The Walking Podcast sulla prima stagione di The Strain e l'Old! dedicato al maggio del 2005.

Nei prossimi giorni forse registriamo qualcosa. Forse no. Vai a sapere.

23.5.15

La robbaccia del sabato mattina: Poppanti non morti


Incredibile ma vero, il flusso di immagini dal set di Suicide Squad ha rotto le palle perfino a me. Sarà anche che mi sembra tutto estremamente brutto, boh. C'ho proprio qualcosa che mi sega le gambe all'entusiasmo, su 'sto film, ma non riesco a inquadrarla. Penso a David Ayer e mi rallegro, poi vedo i tatuaggi di Jared Leto e mi si stronca la voglia di vivere. Penso a Margot Robbie e wow, ma dura poco. Boh, vedremo. Intanto, così, giusto perché non ce ne sono mai abbastanza (?), è stata annunciata una nuova serie TV a base di zombi. La cosa che fa alzare il sopracciglio, però, è il fatto che c'è di mezzo George Romero. Empire of the Dead nasce infatti come miniserie a fumetti scritta per la Marvel da Giorgino (e disegnata da Alex Maleev), il quale ora si sta occupando di scrivere le sceneggiature per l'adattamento televisivo. Io il fumetto, che mescola vampiri e zombi, non l'ho letto, però, ehi, l'idea di una serie TV curata direttamente da Romero fatico a non trovarla intrigante.



Il primo teaser trailer di Steve Jobs, che così, a occhio, mi immagino in prima linea nell'assalto agli Oscar dell'anno prossimo. Boh, non so se Danny Boyle mi stia ancora simpatico, ma è pieno di bravi attori, è scritto da Aaron Sorkin, voglio crederci.



Se non bestemmio guarda.



Scream Queens, praticamente è American Horror Story: Coven senza la magia. O qualcosa del genere. Sulla carta mi attirava, il trailer mi ha ucciso ogni parvenza di voglia. Boh.



Knock Knock, il grande ritorno di Eli Roth che affronta uno fra i temi sociali più forti del nuovo millennio: il padre di famiglia che si fa tentare dalla gnocca e finisce per questo nei guai. Poi, certo, trattandosi di Eli Roth, i guai sono particolarmente brutali. Secondo me ci si diverte, poi a Keanu si vuole bene, dai.



Hahahahahha, oddio, gli zombi bambini, che ridere. No, aspetta, in effetti fa abbastanza ridere. Cooties, gli zombi bambini. Voglio crederci.





Credo mi sia passata la frenesia per Mad Max: Fury Road. Oddio, è possibile che oggi vada a vederlo per la quarta volta, ma sarebbe per altruismo, dato che la mia gentile signora ancora non l'ha visto. Ma insomma, ho ripreso a respirare.

22.5.15

Tomorrowland - Il mondo di domani


Tomorrowland (USA, 2015)
di Brad Bird
con Britt Robertson, George Clooney, Raffey Cassidy, Hugh Laurie 

Se si guarda ai nomi coinvolti, ci sono due cose particolarmente sorprendenti di Tomorrowland. Da un lato abbiamo il fatto che una volta tanto non ci si può accanire più di tanto contro una sceneggiatura su cui ha lavorato Damon Lindelof. Sì, c'è qualche calo di ritmo e sì, l'elemento scientifico alla base del tutto è un po' fumoso, ma si respira una certa consapevolezza al riguardo, le cose vengono comunque messe in scena in maniera chiara e i personaggi non si comportano in modo cretino. Confortiamoci pensando che sia andata così grazie all'apporto di Brad Bird. L'altro aspetto sorprendente è il fatto che un film di Bird fatica a trovare la giusta forza espressiva, arranca con scarso successo nell'inseguire il senso di meraviglia che dovrebbe tenere in piedi la baracca e, appunto, ha perfino qualche sorprendente calo di ritmo. Tutta roba che da un regista del genere, onestamente, non ti aspetti.

Eppure è proprio sotto quel punto di vista che Tomorrowland fa una fatica tremenda, sostanzialmente fallendo in quello che dovrebbe essere il suo obiettivo principale: trascinarti su una giostra lunga due ore, capace di farti sognare un luogo meraviglioso e fuori dal tempo, mandando a segno il messaggio a base di ottimismo, gioia e fantasia che fa da motore alle vicende. Stiamo parlando di un film ispirato a un'attrazione dei parchi Disney, per la miseria! E invece entrambe le sequenze che mostrano la "fantastica" Tomorrowland al massimo del suo splendore, pur essendo dei discreti trionfi di tecnica, messa in scena e precisione nelle coreografie, sono afflitte da una personalità banalotta, moscia, risaputa. Sarà che sembra di stare guardando una versione per minorenni di BioShock (o, a voler fare un po' meno i geek, si può tornare direttamente alla fonte e pensare ad Ayn Rand), sarà anche che non è facile sorprendere nel creare un immaginario visivo con le radici piazzate in parecchi decenni fa (eppure Predestination fa di meglio con quattro caschi e due gonnellini), ma è davvero tutto già visto, estremamente standardizzato e pure penalizzato da una computer grafica molto cartoonesca, tarata del resto sul target del film.

E forse il problema sta anche un po' lì, nel target. Immagino che un ragazzino possa gustarsi molto più di me questa specie di lunga e simpatica giostra, però è innegabile che Tomorrowland ci provi a tentare qualcosina in più e ci creda sul serio. Per certi versi, sembra quasi che Bird stia tentando di realizzare una specie di film Pixar dal vivo. C'è proprio uno spirito fanciullesco, bizzarro, schematico nelle soluzioni narrative e buffo in quelle visive, che sarebbe forse molto più a suo agio in un film d'animazione. E insomma, Tomorrowland vuole essere quella cosa lì, un divertente macello che non rinunci però ad accalappiare anche i grandi con qualche tema importante, ma ci prova in maniera piuttosto impacciata e alla fin fine rimane ben poco anche sotto quel punto di vista, così come di una protagonista e un antagonista fatti di carta velina. I momenti migliori del film ruotano infatti quasi tutti attorno a un George Clooney carismatico come al solito. Lo fanno tanto sul piano dell'azione (quella specie di Mamma ho perso l'aereo in versione hi-tech), quanto su quello delle idee surreali (la torre!) e della narrazione. Il rapporto fra lui e il personaggio di Athena è bello, intrigante, malinconico e tutt'altro che banale, anzi, piuttosto rischioso e trattato con la giusta delicatezza. Lo spirito di Tomorrowland sta forse soprattutto lì, ma non è abbastanza.

O forse il problema è che dopo Mad Max: Fury Road come fai?

21.5.15

The Lazarus Effect


The Lazarus Effect (USA, 2015)
di David Gelb
con Olivia Wilde, Mark Duplass, Evan Peters

Come accade che il regista di Jiro e l'arte del sushi, la cui carriera sembra in linea di massima stare sviluppandosi all'insegna dei documentari, finisca a dirigere The Lazarus Effect? Vai a sapere. Magari è un appassionato di cinema horror. Magari è amico del cuore di Mark Duplass. Magari voleva conoscere Olivia Wilde. Chissà. Però è accaduto e ne è venuto fuori un film horror girato in maniera discreta e capace di tirar fuori qualche bella soluzione visiva, probabilmente anche grazie alla collaborazione fra Dabid Gelb e Michael Fimognari, già direttore della fotografia sul ben superiore Oculus. Ma, onestamente, non c'è molto altro, in un film forse eccessivamente bastonato dalla critica d'oltreoceano, ma che certo si limita al compitino diligente, fa tutto come da copione e non rischia neanche per sbaglio di scherzare con i limiti del rating PG-13.

Insomma, The Lazarus Effect è un horror medio, guardabile, a tratti perfino divertente, che ha soprattutto il gran merito di durare appena ottantatré minuti, affidandosi con forza al dono della sintesi. Può sembrare poco, ma di questi tempi è merce rara. La storia parte da una base che può ricordare l'oggetto bizzaro che fu Linea mortale di Joel Schumacher e racconta di alcuni ricercatori impegnati a lavorare su una cura miracolosa per quella brutta malattia chiamata morte. Proprio quando sembrano aver svoltato riportando in vita un cane, tutto va a rotoli: il cane resuscitato mostra segni di squilibrio, vengono tolti loro i fondi per la ricerca e, durante un tentativo impacciato di non perdere tutto, ci scappa il morto. Da lì in poi le cose vanno come da copione, con i ragazzi che decidono di provare la mossa della resurrezione e la resuscitata che esce dalla vacanza all'altro mondo con un carattere pesantemente virato verso il brutto.

A quel punto il film si trasforma in una classicissima storia di mostri, col babau infernale che fa fuori tutti uno alla volta, i "buoni" che provano a fare appello al buon cuore del boia e la veloce discesa verso un finale già scritto, in pieno stile horror anni Ottanta, di quelli in cui i tarallucci e il vino non sono di casa. Nulla di sconvolgente, ma anche nulla di tragico, per un film che, nel suo essere classico ben oltre i limiti del risaputo, risulta paradossalmente piuttosto fresco, in quest'era di found footage assortiti. Poi, certo, non c'è una sorpresa che sia una e l'angoscia sta da un'altra parte, ma in fondo ci si diverte abbastanza, c'è una bella messa in scena e gli attori tengono in piedi la baracca con interpretazioni solide e naturali dei tradizionali personaggi puniti col sangue per la loro moralità discutibile. Insomma, The Lazarus Effect è il classico horror dignitoso che non fa danni, non disturba, non sporca, si lascia serenamente guardare e ti dimentichi dieci minuti dopo essere uscito dal cinema.

Me l'ho sono visto al cinema a San Francisco, lo scorso marzo, al termine della trasferta per la GDC 2015. Fun fact: il rating PG-13 non è un divieto, è un'indicazione, e il risultato è che in sala c'era un'allegra famigliola con un bambino che avrà avuto al massimo sei o sette anni, che del film se ne fregava e voleva andarsene. Il che, fra l'altro, mi fa venire in mente quella volta che mia madre mi portò, tredicenne, a vedere Linea mortale, vietato ai minori di quattordici anni, e riuscì a farmi entrare piantando una scenata col cassiere. La differenza sta nel fatto che io non chiedevo altro. E nell'età. E nella consapevolezza, da parte di mia madre, che ero uno psicopatico.

20.5.15

Cold in July - Freddo a luglio


Cold in July (USA, 2014)
di Jim Mickle
con Michael C. Hall, Sam Shepard, Don Johnson

Partiamo dalle doverose premesse. Sono un discreto fan di Joe R. Lansdale. Nell'ultimo paio d'anni l'ho un po' perso di vista, ma ho letto quasi tutto quel che ha scritto e ho voluto molto bene a parecchi dei suoi romanzi. Non vado però matto per il Lansdale che vira più verso il thriller, quello per esempio di In fondo alla palude, Il lato oscuro dell'anima o Atto d'amore. E magari sarà per questo che Freddo a luglio fa parte del ristretto gruppo di suoi romanzi a cui non mi sono dedicato. Non so cosa sia, ma c'è qualcosa che non mi convince nel Lansdale che si prende più sul serio. Magari è un problema mio, ma per me il suo meglio lo dà nell'horror stralunato di La notte del drive-in, nel ciclo di Hap e Leo (nonostante gli ultimi libri della serie mostrino un po' la corda) e in romanzi come Tramonto e polvere. Se c'è però un singolo tratto distintivo che gli riconosco sempre, anche nei suoi libri meno riusciti, è la capacità di raccontare storie scorrevoli, coinvolgenti e dai dialoghi brillanti, efficaci, divertentissimi. È, fra i suoi tanti pregi, uno dei più evidenti e costanti.

Il fallimento principale del Cold in July cinematografico sta proprio nel non essere riuscito a trasportare al cinema quella capacità di scrivere i personaggi e le loro interazioni. Manca la classica verve di Lansdale, la sua bravura nell'infilare in bocca ai protagonisti battute che ti ricordi per mesi e che vai a condividere col mondo su Facebook. Manca quel sapore lì, tutto particolare e fortemente distintivo. D'altro canto, è forse l'unico reale limite di un film per il resto molto riuscito, ben diretto da un Jim Mickle che mostra forse per la prima volta di saper padroneggiare a dovere cambi di registro e di stile continui, assecondando un racconto che ha la sua principale intuizione proprio nel mescolare, attraverso le proprie svolte narrative, commedia, dramma, thriller, poliziesco, azione e perfino una punta di orrore. In questo, senza dubbio, Cold in July è un gran bel film.

Dove poi l'adattamento funziona a meraviglia è nel saper mettere su schermo i classici eroi romantici un po' scapestrati di Lansdale, grazie anche a un trio di attori davvero azzeccati. È difficile immaginare gente più adatta di Sam Shepard e Don Johnson per interpretare ruoli nati dalla capoccia del romanziere texano e il secondo, in particolare, regala un'interpretazione di quelle che si meritano di rilanciare una carriera. È soprattutto grazie a loro, e al comunque bravo Michael C. Hall, se Cold in July regge nel suo continuo gioco di ribaltoni e coinvolge nonostante certe scelte stilistiche un po' troppo focalizzate sullo strizzare l'occhio con l'ambientazione eighties. E poi, al di là di tutto, l'aspetto migliore del film è la promessa che rappresenta: Mickle è al lavoro su una serie TV dedicata a Hap e Leo per conto di quella brava gente di Sundance Channel. Incrociamo le dita.

Nel mondo il film c'è uscito l'anno scorso e infatti io me lo sono visto a gennaio, al cinema, qua a Parigi, nello splendore della lingua originale e dei suoi polverosi accenti texani. In Italia ci arriva oggi, direttamente sul mercato dell'home video.

19.5.15

The Ferry


The Ferry (Cina, 2013)
di Shi Wei
con Guangda Zhou

Ispirato a una storia vera, le cui origini risalgono addirittura al periodo finale dell'epoca in cui regnava la dinastia Qing, The Ferry racconta di Tian Huai’en, un vedovo in là con gli anni la cui vita ruota interamente attorno al lavoro che la sua famiglia si è presa in carico da tre generazioni. Arrivati in un villaggio nei pressi del fiume Daisha, gli antenati del protagonista vennero accolti con calore e generosità e, stabilitisi proprio in riva al fiume, decisero di ricambiare l'accoglienza impegnandosi a fare da traghettatori per chiunque avesse bisogno di superarne le acque, senza mai chiedere un soldo in cambio. Tian vive una vita semplice, solitaria, trascorrendo le sue giornate nella propria casetta in attesa di gente da trasportare sulle acque. Si ciba di quel che pesca, di frutta e verdura, di ciò che i suoi passeggeri decidono spontaneamente di lasciargli, e trascorre le serate ubriacandosi mentre osserva la foto del figlio andato a lavorare presso un'impresa di costruzioni nella vicina grande città.

Proprio una visita del figlio per una decina di giorni è il motore che dà il via alle vicende, incentrate sul contrasto generazionale, sulla voglia di staccarsi da una tradizione difficile da comprendere, sul diverso approccio al senso del dovere, sulle mille cose non dette o dimenticate e sul tentativo di riavvicinarsi superando ogni difficoltà. Tian è vecchio, soffre di reumatismi, non si sa quanto potrà andare avanti, ma suo figlio non ha intenzione di prenderne il posto sulla barca, nonostante ricordi ancora che da piccolo era proprio quello il suo sogno. Decide però di fermarsi qualche giorno, imparare il mestiere a cui il padre si è dedicato, immergersi in questa vita così distante da quella che ha intrapreso e rientrare in contatto con le proprie origini, con il villaggio, con gli amici e le persone che si è lasciato alle spalle.

The Ferry è un film dall'intreccio semplice, che si sviluppa giocando sulle immagini e su una lunga serie di scambi tra padre e figlio. Perché Tian ubbidisce a testa bassa e continua ad aiutare della gente che lo dà per scontato, non gli mostra gratitudine e, anzi, lo tratta spesso a pesci in faccia? Da dove arriva questo cieco senso del dovere? Come può una promessa vecchia di generazioni, fatta in un contesto lontano anni luce, essere più importante di ogni cosa, forse anche della famiglia stessa, del presente? Sono ovviamente questi i dubbi che attanagliano il figlio di Tian in quello che, di fatto, è un film incentrato sul conflitto generazionale, sul contrasto fra sistemi di valori completamente diversi e sul provare a comprendersi a vicenda, a riavvicinarsi abbattendo un muro altissimo costruito negli anni. Tutto questo viene raccontato da Shi Wei con una grazia incredibile, affidandosi a uno splendido digitale per ritrarre dei paesaggi pazzeschi e la semplicità dei piccoli gesti, la cura e la passione con cui un uomo porta avanti il lavoro a cui ha dedicato una vita. C'è una semplice, elegante, delicatezza nel modo in cui viene raccontato il rapporto fra i due protagonisti e il loro tentativo di trovare un punto d'incontro che permetta di portare avanti la tradizione di famiglia senza distruggersi a vicenda. E ne viene fuori un film toccante, dolce, intenso, che apre una finestra su una moralità lontana anni luce dalla nostra ma racconta in fondo temi universali fortissimi.

È in corso in questi giorni in Francia una rassegna dedicata al cinema cinese. Siccome sono uno stordito, me ne sono accorto tardi e mi sono perso il nuovo film di Tsui Hark proiettato in apertura, ma sto più o meno recuperando tutti gli altri che mi interessano e ho intenzione di scriverne qua dentro. E poi comunque quello di Tsui Hark arriva al cinema a giugno, quindi va tutto bene.

18.5.15

Calvario


Calvary (Irlanda/GB, 2014)
di John Michael McDonagh
con Brendan Gleeson, Chris O'Dowd, Kelly Reilly

In un paesino irlandese di quelli circondati solo da verde, sassi e oceano, un prete si vede arrivare nel confessionale un uomo particolarmente inacidito. Questi gli racconta di aver subito molestie indicibili da un altro prete quando era piccolo (cosa non esattamente rara da quelle parti), che il colpevole è morto da tempo e che ha deciso di voler trovare una qualche forma di catarsi ammazzando un prete buono, una brava persona, compiendo quindi un gesto insensato e non giustificabile con la sete di vendetta. Gli dà appuntamento a una settimana dopo in spiaggia e se ne va. Così, come se niente fosse. Il nostro amico prete non è sicuro al cento per cento, ma è abbastanza convinto di aver capito chi sia, anche perché nell'intero cast del film c'è un solo altro attore vagamente noto e, insomma, si sa come funzionano queste cose. Ma non è un problema, perché il punto, qui, non è certo svelare un mistero da giallo della settimana.

Calvario è il secondo film di John Michael McDonagh, fratello del forse più celebre Martin (In Bruges, 7 psicopatici), capace con la sua opera d'esordio The Guard (giunta in Italia con lo stravagante titolo Un poliziotto da happy hour) di estrarre dal cilindro il maggior incasso di sempre del cinema irlandese. È importante sottolineare la parentela perché c'è un tratto distintivo che unisce i due fratelli: quello dei personaggi assurdi, sopra le righe, tutti matti nella capoccia. Ed è una cosa che, in un film come Calvario, può rappresentare un problema, per pure questioni di tono generale. Sebbene ci sia una certa dose di umorismo nero come la pece, infatti, la storia di questo prete interpretato da un fantastico Brendan Gleeson è estremamente seria, drammatica, imbevuta di temi pesanti e commoventi. Si parla di perdono, di accettazione delle colpe proprie, oltre che altrui, e del difficile rapporto che il popolo irlandese ha con la Chiesa: tutti, ma proprio tutti i locali, anche quelli che gli riconoscono una natura buona, trattano malissimo il protagonista e non a caso gli unici a dargli realmente il beneficio del dubbio sono due stranieri. E la cosa si riflette in parte anche nella caratterizzazione che viene data a un po' tutti: il protagonista è un gran bel personaggio, solido, scritto benissimo, con battute sempre pungenti ma assolutamente credibile, e tutto sommato lo stesso si può dire della figlia (avuta prima di trovare la fede). Attorno a loro, però, solo follia, con la parziale eccezione dei due stranieri di cui sopra, che non hanno molto da dire ma sembrano gli unici due sani in un mondo di gente fusa. Insomma, questa gente è davvero così o è lo sguardo del protagonista che ce li mostra come caricature a lui totalmente aliene?

Quale che sia la risposta, il film sfrutta questo punto di vista per raccontare la surreale settimana di un uomo sostanzialmente condannato a morte per una colpa non sua, ma che in qualche modo condivide, trascinandoci in un progressivo tuffo verso l'inevitabile ansia e il senso di crescente disperazione che, ovvio, ne viene fuori. Non è un caso, del resto, se da circa metà in poi l'umorismo svanisce nel nulla e rimane solo un fare i conti con l'anima nera del protagonista e di chiunque gli ruoti attorno. Ne viene fuori un ritratto impietoso, agghiacciante, che ti lascia addosso un senso di sporcizia e la voglia di farti una lunga doccia. Il problema è che raccontare una storia del genere attraverso un cast di personaggi così schizzatino (per quanto forse neanche troppo surreale, considerando l'ambientazione, e comunque contestualizzabile come gran metaforone del rapporto fra l'irlandese medio e la Chiesa) può generare risultati un po' stranianti. In parte la cosa è sicuramente voluta ma, tant'è, si tratta di un approccio che McDonagh non padroneggia forse nel migliore dei modi, faticando qua e là a centrare il tono giusto. Io non ho particolari problemi con questi strani mix ma, insomma, tanto vale sottolinearlo. Detto questo, Calvario merita comunque una chance, perché affronta temi forti senza tirarsi indietro e anche perché McDonagh riempie lo schermo con una splendida Irlanda, ritratta con uno sguardo dalla forza limpida.

Il film si porta un annetto sulle spalle, ma nei cinema italiani ci è arrivato la scorsa settimana. Io me lo sono guardato su Netflix, in una lingua originale ad alto tasso di pronunce isolane dalla difficile interpretazione.

17.5.15

Lo spam della domenica mattina: Frenesia postapocalittica



Questa settimana su IGN ho uscito il nuovo Indiegram, nel quale personalmente ho scribacchiato di Inside My Radio e Kalimba, poi la recensione di Not a Hero e l'intervista alla gentaglia di LocJam 2015 (che dovrebbe essere uscita ieri, ma non garantisco e la linko sulla fiducia). E su Outcast? Poca roba: l'Outcast Popcorn della settimana e l'Old! dedicato al maggio del 1995.

Comunque abbiamo registrato il nuovo Chiacchiere Borderline, tranquilli che arriva.

16.5.15

La robbaccia del sabato mattina: Estasi postatomica


Dunque, sono ancora sconvolto dalla visione di Mad Max: Fury Road giovedì sera, ma un po' meno sconvolto rispetto a venerdì mattina, perché venerdì pomeriggio sono andato a riguardarmelo e la cosa mi ha aiutato a rilassare i muscoli. Credo che ci tornerò. Ad ogni modo, mettiamo in fila le nerdate della settimana. Là in cima c'è il poster di London Has Fallen. Attacco al potere non mi ha fatto impazzire, ma tutto sommato voglio crederci. Comunque, sono iniziate le riprese di Captain America: Civil War ed è iniziata la pioggia di foto dal set. Occhio che un paio potrebbero essere considerate spoilerose. Poi abbiamo la prima foto ufficiale dal set della serie TV su Preacher, con Jesse e Faccia di culo, una foto un po' strana dal set di X-Men: Apocalypse e una di Elle Fanning in versione porcella dal nuovo film di Nicolino Refn. Ce n'è per tutti i gusti!



Sono usciti un po' di trailer delle nuove serie TV in arrivo e per esempio qui abbiamo Blindspot, che onestamente non mi direbbe poi moltissimo, se non fosse che c'è Jaimie Alexander tutta ignuda e tutta tatuata, quindi che ci posso fare, mi dice moltissimo. Giusto così.



Qui abbiamo invece la serie di Minority Report, che mi sembra avere un bel look tutto plasticoso colorato, a un passo dalla minchionata ma magari invece vai a sapere. Voglio crederci? Non lo so.



Qua abbiamo invece Lucifer, che sembra quasi simpatico e comunque è ispirato a un bel fumetto. Io però vorrei aprire una parentesi dedicata a quelli che "Il cinema è morto la creatività sta solo in TV" e chieder loro se si sono accorti che ormai anche in TV stanno arrivando praticamente solo cose ispirate a fumetti, cose ispirate a vecchi film, cose ispirate a vecchi telefilm, seguiti, spin-off, reboot, remake e "il nuovo questo, il nuovo quello". Per carità, fra queste ci sono anche cose ottime e oltre a queste ci sono anche cose originali, but still.



Secondo trailer per Crimson Peak, il ritorno all'orrore di Guglielmino del Toro. Non so, c'ha qualcosa che non mi convince fino in fondo, ma insomma, io a Guglielmino do sempre fiducia.



Un lungo trailer che spiega un po' cosa vorrebbe essere il nuovo telefilm di Supergirl. Vale a dire una roba che mi sembra intelligente come mossa, forse non molto interessante per me.



Il primo trailer di Jem and the Holograms, che, OK, a proposito di essere fuori target, ma insomma, mi fa comunque molto ridere che si stia arrivando anche a questo. Per altro è un "questo" che smignotta completamente l'idea originale per tirarne fuori una roba super standard. Allegria!



Legends of Tomorrow, ovvero la perdita totale di controllo per quanto riguarda le serie CW/DC. Mi sembra pacchiano al punto giusto, gli effetti speciali sono inguardabili, mi sa che finirò per seguire pure questo.



Ci sarebbero altre cose sfiziose emerse questa settimana, ma sono davvero troppo stordito dal Rockatansky, quindi direi che chiudiamo qui. Sorry. Andate al cinema.

15.5.15

Mad Max: Fury Road


Mad Max: Fury Road (Australia/USA, 2015)
di George Miller
con Tom Hardy, Charlize Theron, Nicholas Hoult, Hugh Keays-Byrne, un po' di donne, un bel po' di auto, qualche camion, delle moto, quattro tamburi e una chitarra

Settant'anni. Ma ci pensi? Te lo immagini, come sarai, a settant'anni? Io non ci riesco proprio. Oddio, volendo ci riesco anche, ma preferisco evitare, perché non è una gran bell'immagine, considerando come sto messo a trentasette. Ma George Miller? Eh. George Miller, a settant'anni, è tornato a fare quello che sa fare meglio, quello che non faceva da trent'anni, in un contesto produttivo moderno che, sulla carta, sarebbe perfino peggio di quello in cui trent'anni fa lo fece nella maniera meno riuscita. E che ha fatto? Ha fatto il cazzo che voleva. A preso a schiaffi tutti. Tutti. Tutti quanti. Nessuno escluso. Ha tirato fuori un film che è esattamente quel che sono stati, in maniere diverse e in epoche diverse, gli altri tre. Ha tracciato un nuovo spartiacque, ha spazzato via tutto quanto, ha spiegato a 'sti quattro sbarbatelli cosa significhi fare, oggi, cinema d'azione, di movimento, capace di raccontarsi per immagini e dedicare due ore a spaccare tutto senza per questo credere che serva solo quello, anzi, riuscendo a metterci dentro tantissimo d'altro. A settant'anni. È tornato sul luogo del delitto, su quel che aveva creato, gettandosi in un'impresa che ha fatto incespicare anche gente (in teoria) più blasonata di lui. Là dove Ridley Scott, Steven Spielberg e George Lucas hanno raccolto pernacchie, George Miller ha fatto esattamente quel che fa Max Rockatansky in quella lunga inquadratura iniziale: si è fatto una gran bella pisciata, in faccia a tutti. Tutti. Mad Max: Fury Road è un film pazzesco. Pazzesco. Pazzesco. Ne avete già letto fin troppo, ne avete già visto fin troppo, chiudete tutto, circolare, non c'è niente da vedere, correte al cinema e sparatevi nel Valhalla. Sigla!



Madonna. Solo a riascoltare questa musica, a farmi riempire la capoccia dalle immagini che accompagna, ho perso il fiato. La pelle d'oca. Le lacrime agli occhi. OK. Calma. Respira. Proviamoci. Mad Max: Fury Road. Dunque. Che roba è? È un seguito ma non seguito, recupera il personaggio ma cambia l'attore, ripesca le premesse e la mitologia di fondo ma aggiorna e reinventa tutto sparando a mille in ogni direzione, getta lì accenni e piccoli omaggi ma, come da tradizione della serie, se ne frega della continuity ferrea. È quel che dovrebbe essere un reboot, un remake, un seguito, [quel che vi pare] con due palle così, a trent'anni di distanza. È un'idea, innanzitutto di cinema e solo in secondo luogo dal punto di vista narrativo, che George Miller ha per la terza volta ripreso e trascinato a forza in un'epoca diversa, spiegando che il punto non sta nel copiare e nel riciclare, ma nell'avere qualcosa da dire, nel sapere come farlo e nell'essere in grado di interpretare linguaggio e forme del mondo che ti circonda. È un capolavoro, è il film dell'anno, è il film d'azione del decennio, è UN FOTTUTO DISASTRO DI MACCHINE SABBIA SANGUE CUORE AMORE PASSIONE LATTE CHROMO BENZINA VESCICHE PUS PROIETTILI PLACENTA ACQUA ERBA VALHALLA CHECCAZZOMISTATELEGGENDOAFFAREANDATEALCINEMA

Dicevo. Il nuovo Max Rockatansky è una perfetta reinterpretazione del personaggio originale, un uomo distrutto, fatto a pezzi dalle colpe che si porta nel cuore, che non riesce a scendere a patti con le morti incontrate lungo la propria strada, che si esprime con lo sguardo timido, ruvido, un po' schizzato, i grugniti e la folle voce di Tom Hardy. Ha l'animo corroso da chi non c'è più e il film te lo spiega con due battute e quattro immagini, gettandoti in braccio al solito, disperato uomo che sopravvive in un mondo distrutto, arrangiandosi come può, ficcandosi nei guai mentre cerca di cavarsela e finendo, ancora una volta, per ritrovare il suo spirito nell'impresa eroica, nell'altruismo che in questo mondo distrutto non dovrebbe avere più spazio. E il mondo. Mamma mia. La cosa fantastica di George Miller, del George Miller di Mad Max, è e rimane sempre quella. La fantasia, la follia, l'aprire al massimo e inventarsi tutto l'inventabile, creando un mondo futuro distrutto, insensato, che ti racconta con una quantità devastante di piccoli dettagli e idee fenomenali. È la quarta volta che ci porta nel suo futuro apocalittico, è la quarta volta che lo fa in maniera perfetta, come nessuno altro è in grado di fare, adattandolo perfettamente ai tempi in cui si trova. Mamma mia. Mamma mia.

Il futuro di George Miller è un futuro che compie un ulteriore passo avanti per farne quattro indietro, che parla di un domani straziante per raccontare l'oggi. È il regno di pochi eletti che governano le masse rincoglionendole con false speranze di morte e resurrezione, in cui tutti sono schiavi, carne da macello, guerrieri pronti a morire per un'illusione, quando non addirittura oggetti. Legioni di persone condannate a morte dalle radiazioni, che quando trovano qualcuno talmente sfortunato da essere sano e donatore universale, lo trasformano in pratica flebo da portarsi dietro alla bisogna. Donne ridotte a oggetti, forni in cui piazzare eredi, mucche da latte, schiave senza alcuna speranza. È il trionfo estremizzato dell'umanità peggiore, ribollente in un disgustoso pentolone di miseria, povertà e sfruttamento. Ed è da questo mondo che scoppia la ribellione delle donne, dell'imperatrice Furiosa (una Charlize Theron brava e intensa come forse mai in carriera) e delle sue incredibili spose, di un gruppo di protagoniste femminili che riescono ad essere allo stesso tempo splendide principesse da salvare e inarrestabili guerriere col bazooka fra i denti. Mad Max: Fury Road è uno sputo in faccia all'approccio semplicistico del blockbuster moderno, è un film che nasce per mostrare due ore di macchine che si schiantano (è cosa nota che sia partito tutto da degli storyboard, attorno ai quali si è scritta una sceneggiatura), ma che si rifiuta di limitarsi a quello. Miller ha tanto da raccontare e lo fa nella maniera migliore possibile, dicendo tantissimo con due pennellate, quattro sguardi, tre dialoghi asciutti e dell'azione calibrata come solo un maestro sa fare.

Salvami 'sta fava.

Insomma, Mad Max: Fury Road è un raro miracolo. È un film d'azione pura che ha tantissimo da dire, dei personaggi ricchi, un mondo enorme e splendidamente raccontato, perfino dei messaggi tosti, ma riesce a fare tutto questo senza vergognarsi per un secondo di essere anche e soprattutto il film con le macchine CHE SI DISTRUGGONO FORTISSIMO. Per la prima volta nella serie Miller sfora dai suoi canonici cento minuti e raggiunge quota centoventi, ma porca miseria se non te ne fa pesare un secondo. Mad Max: Fury Road è una brutale, devastante, assurda corsa dall'inizio alla fine. Ogni tanto si ferma per tirare il fiato, far benzina e raccontare un paio di cose, ma poi riparte più fortissimissimo che mai e anche mentre è lì che ti seppellisce di cappottamenti, smitragliate, sgasate, esplosioni e gente che muore male, continua a raccontarti cose e a immergersi nella sua poetica del petrolio. È qualcosa di incredibile, è uno spettacolo pazzesco, messo in scena con la brutale forza della fisicità di una volta, fra stuntman che volano in ogni dove, auto che esplodono e un utilizzo sano del computer, per aggiungere quel qualcosa che davvero serve. È poesia action dei tempi che furono, è commovente.

Il nuovo film di George Miller è un tripudio visivo senza fine, potentissimo, originale e strabordante di idee in ogni fotogramma, grazie anche alla fotografia insensata di John Seale, che ha abbandonato apposta la meritata pensione per tornare a lavorare qui. Rendiamoci conto: un regista settantenne che non dirigeva film d'azione da trent'anni e un direttore della fotografia settantatreenne che era in pensione da cinque anni ci hanno regalato questa cosa pazzesca. Pazzesca. Pazzesca. E che azione. Madonna del carmine. Inseguimenti, scazzottate, sparatorie, corse a mille, urla disperate, morti, resurrezioni, capovolgimenti, tutto organizzato e coreografato con un senso dello spazio, delle dimensioni, dei tempi, che ride in faccia al parkinson e al montaggio da Sbirulino a cui ci siamo abituati. Guardi il primo inseguimento, sei sconvolto, ti rendi conto di aver appena visto una roba grossissima che sarebbe l'invidia di qualunque altro film e a quel punto ti allacci la cintura, perché il vero viaggio deve ancora cominciare.

Ed è tutto gestito con un senso del ritmo che ha dell'incredibile, con una padronanza devastante nel sapere quando accelerare e quando rallentare, dove mettere questo e dove infilare quell'altro, senza contare la pazzesca fantasia, il turbine di idee, le immagini, le gag, i continui ribaltamenti, l'azione mai ripetitiva, il fantastico e sorprendente Nux di Nicholas Hoult, le trovate estetiche... aaaaaaargh mi sto ingarbugliando, non ce la faccio più. Basta. Basta. Ha qualcosa che non va, Mad Max: Fury Road? Mah, se proprio devo, posso dire che forse la prima parte di inseguimento dura lievemente troppo senza essersi guadagnato il diritto di farlo, perché ancora non è stata presentata chiaramente la posta in palio. Ma è il pelo nell'uovo e comunque, subito dopo, c'è il fenomenale incontro fra Max e le sue compagne di viaggio. E da lì è tutta in discesa. Tutta. Ci si getta di testa nella tempesta di sabbia ed è finita. Finita. Fi ni ta. Dita affondate nelle gambe, sudore, bocca spalancata, palpitazioni, orgia visiva, emozioni forti, trasporto emotivo, gioia. Mad Max: Fury Road è la fine del mondo. È uno schiaffo brutale e un dito puntato verso il futuro. È la quarta volta che George Miller racconta le stesse cose in maniera completamente diversa e guardando tutti dall'alto verso il basso.

A N D A T E  A L  C I N E M A

L'ho visto ieri, in Imax 3D e in lingua originale. Non ho idea di come possa essere il doppiaggio, ma di certo, potendo, l'originale merita, per i grugniti di Tom Hardy, la fantastica interpretazione di Charlize Theron e un po' tutto il resto. Solo che merita anche il cinema. Mamma mia quanto merita. Il 3D non è particolarmente strabiliante ma non fa danni, anche perché Miller adopera mano ferma, campi lunghi, azione chiara. Andate. Valhalla.

14.5.15

Agents of S.H.I.E.L.D. 02X21/22: "S.O.S."


Agents of S.H.I.E.L.D. 02X21/22: "S.O.S." (USA, 2015)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
puntate dirette da Vincent Misiano e Billy Gierhart
con Clark Gregg, Ming-Na Wen, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge, Kyle MacLachlan, Dichen Lachman

Mamma mia, che finale di stagione col botto! Due puntate appiccicate in fila una dietro l'altra che chiudono alla grande più o meno tutti i discorsi aperti, aprono strade interessanti per una terza annata che ancora una volta potrebbe cambiare le carte in tavola, ci fanno salutare definitivamente una manciata di personaggi e, soprattutto, sono banalmente molto belle, coinvolgenti, divertenti, cariche d'azione e perfino emotivamente forti in almeno un paio di passaggi. Un'ora e mezza di azione, ribaltoni, dialoghi spettacolari, scazzottate costruite in maniera forte e ingegnosa, effetti speciali di buon livello, uscite di scena gestite a meraviglia, improvvisi momenti strappalacrime, con in chiusura pure il cliffhanger che ti lascia lì di sasso e ti fa lanciare un paio d'imprecazioni al cielo per l'idea di dover attendere mesi. Bene, direi.

L'azione si è svolta sostanzialmente su tre/quattro fronti, con le faccende degli inumani partite a casa loro e poi spostatesi sull'offensiva, il confronto a casa S.H.I.E.L.D. e l'evoluzione del piano di Ward, ma tutto è stato orchestrato a meraviglia, con una gran cura nel portare avanti le cose in parallelo e far incrociare gli sviluppi. In ogni dove saltavano fuori combattimenti adorabili: quella May che gestisce Skye con una sola mano, la brutale rissa fra Ward e Bobbi, che sembrava quasi un voler seguire l'esempio di Daredevil nei limiti di quanto possibile in zona ABC, il notevole scontro fra Skye e la donna multipla, il circo in tre contro Gordon... tutto divertente, coinvolgente, curato e messo in scena anche con un'attenzione superiore al solito per gli effetti speciali. E poi gli sviluppi del racconto, le morti gestite decisamente bene, la capacità di farti tutto sommato davvero temere per questo o quel personaggio, figlia tanto dell'ottimo modo in cui sono stati sviluppati tutti, quanto del fatto che, tolte magari un paio di figure, sono riusciti a farti entrare nell'ordine di idee per cui nessuno è davvero al sicuro.

Ma ancora: un Kyle MacLachlan come al solito strepitoso, nonostante il trucco che lo trasforma in Hyde sia forse un po' troppo buffo, regala forse per l'ultima volta un personaggio eccellente e chiude in maniera davvero toccante la sua storia, grazie a un doppio saluto finale riuscitissimo e che mi ha ricordato parecchio alcuni fra i momenti migliori di Buffy e Angel. E poi questo Ward sempre più partito per la tangente, l'idea buttata lì di uno S.H.I.E.L.D. che lavora in maniera più attiva con la gente dotata di poteri (Secret Avengers? Secret Warriors? Secret Whatever?), quel finale lì in coda a tutti i finali che ti lascia appeso, quell'altra cosa che succede in fondo all'oceano e conferma per l'ennesima volta l'idea degli inumani utilizzati come rimpiazzo per i mutanti (e che, presumibilmente, potrebbero essere piuttosto importanti fra un anno al cinema, con Captain America: Civil War)... uah, mamma mia, che (doppia) puntatona, bellissima per i fatti suoi, eccellente come chiusura di un ciclo, fantastica nel seminare elementi per il futuro... basta, basta, sono talmente gasato che sto riuscendo ancora meno del solito a mettere assieme un discorso coerente. Agents of S.H.I.E.L.D. è ufficialmente e definitivamente (?) una serie della madonna. Fine.

E qui si chiude la mia esperienza di commentatore episodio per episodio delle serie che seguo "in diretta". L'ho fatto per qualche anno, all'inizio è stato divertente, poi è diventato praticamente un obbligo, quindi un peso, una roba che qua e là finivo per tirare via, e allora che senso ha? Fra l'altro, continuerò a seguire mano a mano le serie Marvel per i crossover, ma ho una mezza idea di mettermi a guardare The Walking Dead come faccio per qualsiasi altra cosa, aspettando le stagioni complete, quindi... Comunque, diciamo che da adesso passo a scrivere quando mi scatta l'ispirazione. Magari, a sorpresa, sarà dopo ogni puntata, più probabilmente sarà dopo quelle più significative o magari alla pausa di metà stagione o chissà. Vai a sapere.

13.5.15

Mad Max oltre la sfera del tuono

Mad Max Beyond Thunderdome (Australia, 1985)
di George Miller e George Ogilvie
con Mel Gibson, Tina Turner, Bruce Spence

Il terzo Mad Max è una creatura un po' bizzarra, accolta all'epoca con favore da buona parte della critica ma incapace di replicare (perlomeno in proporzione) il successo dei primi due episodi, nonostante un investimento sensibilmente maggiore a livello produttivo. È un film che accetta in maniera abbastanza palese i compromessi imposti dal contesto più da major e rinuncia in larga misura all'atmosfera brutale, inquietante, feroce della serie. Ed è anche un film abbastanza diviso in due, con una prima metà che tutto sommato funziona ed è coerente con la serie e una seconda parte in cui devia verso la sindrome poppanti che aveva già fatto tanti danni in altre grosse produzioni di quegli anni (penso a Il ritorno dello jedi e Indiana Jones e il tempio maledetto, per esempio). E, insomma, incentrare un Mad Max su una tribù di ragazzini in stile Goonies non rappresenta esattamente un tripudio di allineamento ai canoni della serie, quindi è anche comprensibile se i fan della saga lo condannano spesso senza riserve, alcuni arrivando addirittura a odiarlo.

A pesare sulla lavorazione film, è cosa nota, ancora più dei presumibili compromessi produttivi, fu la morte in un incidente d'elicottero del produttore trentatreenne Byron Kennedy, amico e collega di George Miller che aveva lavorato sull'intera serie e si stava occupando anche di questo terzo episodio. Dopo una comprensibile esitazione, Miller decise di andare avanti, trasformando le riprese in una sorta di processo catartico e dedicando il film all'amico, ma era in evidente difficoltà. Chiese anche aiuto al collega George Ogilvie, con cui aveva lavorato in TV e con il quale andò infatti a condividere la paternità registica del film, ed è facile immaginare che far convivere la situazione emotiva non facile, le difficoltà di lavorare ormai totalmente nelle mani degli studios e l'ambizione produttiva decisamente superiore al passato (con, per altro, un Mel Gibson ormai diventato stella di caratura mondiale), beh, fu un bel casino. Eppure nel film c'è molto di buono e, nonostante la deriva del secondo atto funzioni proprio poco, nel complesso ne viene fuori una chiusura azzeccata per la saga del Max originale.

Con uno stacco di parecchi anni rispetto agli eventi del secondo episodio e un atteggiamento dalle parti dello sticazzi in termini di continuità narrativa (basti pensare al ritorno dell'uomo volante), Mad Max oltre la sfera del tuono racconta del passo ancora successivo nell'evoluzione apocalittica ideata da George Miller. Il mondo è ormai un unico deserto sabbioso, in cui Max vaga abbandonato a se stesso a bordo di una carrozza di fortuna, con dei cammelli che trascinano la carcassa della sua auto un tempo gloriosa. L'umanità, però, sembra aver abbandonato almeno in parte la follia completa e degradante di un tempo e gli stessi folli criminali dai costumi variopinti appaiono in qualche modo addomesticati. Se la cosa da un lato è probabilmente figlia del dover ammorbidire i toni per inseguire un pubblico più ampio, dall'altro assume connotati tutto sommato sensati sul piano tematico. L'umanità di questo terzo Mad Max sta provando a rimettersi in piedi, a organizzarsi in piccole comunità che abbiano delle leggi, un ordine di qualche tipo. E proprio in una di queste comunità finisce Max, col suo solito atteggiamento da menefreghista totale che pensa solo al proprio tornaconto, pronto a stringere accordi che inevitabilmente finiranno male.

Bartertown, la metropoli del futuro.

Insomma, per i primi quarantacinque minuti, tutto sommato, il terzo Mad Max non delude, continua a raccontare di un futuro folle e perduto, ma nel quale l'umanità sta provando in una qualche maniera perversa a risollevarsi. Mel Gibson porta avanti il viaggio del suo antieroe in maniera coerente, ritrovando una figura già in parte "riumanizzata" nel secondo film e che qui arriverà a ricostruirsi definitivamente lo spirito, trovando perfino la voglia di sacrificarsi in maniera del tutto spontanea. E attraverso i suoi occhi si esplora un mondo ricoperto dalla sabbia australiana, pieno di spunti e idee fenomenali, che non a caso andranno a influenzare tantissima narrativa di genere. Miller descrive questo mondo assurdo sparando dettagli, personalità e carattere in ogni dove, giocandosi personaggi totalmente fuori di cozza, fra la governatrice di Tina Turner e l'assurdo Master Blaster, parlando di un'umanità che per trovare una qualche forma di speranza si immerge nella merda di maiale e in una versione distorta della spettacolarizzazione da TV all'americana. E trova pure il tempo di buttare lì accenni gustosi al passato della serie, che fanno sempre piacere.

Purtroppo, dopo il duello nel Thunderdome, che all'epoca era una roba fenomenale, anch'essa copiata in ogni dove e tutto sommato ancora oggi con parecchio da insegnare, scatta la deriva infantile. Max, esiliato nel deserto, s'imbatte in una comunità di poppanti che sembrano essere finiti nel film sbagliato e trasformano Mad Max in qualcosa di completamente diverso. Sulle prime, la cosa sembra anche funzionare, perché le idee non mancano, fra il linguaggio scombinato dei bambini, la bellissima scena in cui danno la loro interpretazione del passato il modo in cui si rapportano con oggetti ed elementi ereditati dal vecchio mondo, ma alla lunga si trasforma tutto in un cartone animato innocuo, dal quale solo ogni tanto emergono gli spunti cinici che avrebbero potuto farlo funzionare immensamente meglio (il poppante che ci lascia le penne... l'altro che regala l'unico "fuck" del film... l'adolescente insopportabile che si becca un pugno da Max... ). Ed è un peccato, perché in fondo, di nuovo, dal punto di vista tematico, l'idea della comunità di giovani che potrebbe dare speranza per il futuro, ha assolutamente senso e se deve esserci un modo per far recuperare definitivamente a Max l'umanità che aveva perduto nel primo film, beh, affidargli quel genere di responsabilità è quello giusto. Ma c'è proprio qualcosa che non funziona.

D'altra parte, è evidente che il film voleva rivolgersi a un target diverso rispetto a quello dei primi due, o perlomeno provare a dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Quel che ne viene fuori, però, è soprattutto un film per ragazzi. E intendiamoci, all'epoca, io, ragazzo, mi ci divertii un sacco, tant'è che svariate immagini me le ricordavo ancora come se le avessi viste ieri, senza contare che avercene, oggi, di film per ragazzi pensati e realizzati in questa maniera. Ma rimane il fatto che il vero Mad Max è probabilmente un'altra cosa. Comunque il film, per fortuna, si riprende abbastanza nei venti minuti finali, una sorta di rielaborazione in chiave Looney Tunes dell'assalto alla diligenza visto nel secondo episodio. Ovviamente non c'è la stessa forza brutale, ma è comunque azione spettacolare, girata alla maniera incredibile di George Miller, con stuntman che magari non si prendono motociclette in faccia ma fanno cose che oggi non si vedono più. E quel finale, con Max disposto al sacrificio, ma infine semplicemente mollato ad arrangiarsi fra le dune, mentre i bambini riescono a raggiungere lo spettro della metropoli che sognavano, è veramente perfetto. È una conclusione splendida, come lo sono state quelle dei primi due film, ed è in fondo la giusta chiusura per la trilogia originale e per il Max di Mel Gibson. Ora vediamo come va con Tom Hardy.

Sbaglierò, ma credo che sia l'episodio che più ho visto da bambino, banalmente per la frequenza con cui lo sparavano in televisione. Me lo sono rivisto qualche giorno fa, per la prima volta in lingua originale, e di nuovo è stato tutto un tripudio di attorcigliamenti linguistici da terra dei canguri. Ed è stato comunque un piacere. Perché, ehi, il peggior Mad Max guarda serenamente dall'alto verso il basso tanta, troppa roba che ci sorbiamo oggi.

12.5.15

Interceptor - Il guerriero della strada


Mad Max 2 (Australia, 1981)
di George Miller
con Mel Gibson, Bruce Spence, Vernon Wells, Kjell Nilsson

Cosa fai, dopo aver diretto un film d'esordio che ha mostrato a tutti il tuo talento e ha conquistato il mondo con incassi proporzionalmente da record, senza però riuscire a sfondare fino in fondo negli USA, anche a causa di bizzarrie distributive? Facile: schivi la proposta di dirigere Rambo, metti assieme qualche nuovo investitore, accetti due o tre compromessi che ti permetteranno di spendere molti più soldi e conquistare il mercato statunitense, rimetti la giacca di pelle addosso a un Mel Gibson che sta appena cominciando a diventare una stella e dirigi un'opera seconda che farà la storia. Mad Max 2, che in America diventa The Road Warrior proprio perché da quelle parti il primo film era desaparecido e dalle nostre parti si riaggancia invece all'adattamento dell'originale, è innanzitutto quella cosa lì: il film che ha definito un immaginario visivo e narrativo, che ha dettato le regole del futuro (post)apocalittico e con cui tutti, in ogni angolo del globo, hanno poi dovuto fare i conti. In questo, se vogliamo, nella capacità di inventare un modo di raccontare il futuro che diventerà semplicemente la regola, impressa a fuoco nell'immaginario collettivo, anche nelle teste di chi magari un Mad Max non l'ha mai visto, il secondo film di George Miller ha più o meno lo stesso impatto che qualche anno dopo avrebbe avuto Blade Runner. E che pochi altri possono vantare. E scusate se è poco.

L'impresa viene compiuta forse anche grazie alla scelta di realizzare un "seguito non seguito". Il film si apre con un prologo che è un trionfo di sintesi perfetta, un mix di immagini di repertorio e sequenze dal primo film che racconta in due minuti il collasso della civiltà moderna, la nascita di un nuovo mondo senza speranza e la maniera in cui la storia di Max Rockatansky va a inserircisi. Il futuro disperato del Mad Max originale diventa quasi un paradiso, al confronto di queste terre desolate, desertiche, in cui non c'è ormai neanche più l'ombra di una società civile, solo un arrangiarsi vagando fra strade e sterpaglia, provando a recuperare quel poco che serve per sopravvivere. Acqua, cibo, carburante, magari qualche proiettile per difendersi. Se il primo film si concludeva con un Max completamente affondato nella disperazione, il secondo si apre con un mondo che ha seguito lo stesso processo, ha raggiunto Max, l'ha superato e gli fa ora mangiare la polvere mentre lo osserva nello specchietto.

E in questo senso è fenomenale la concezione degli antagonisti di turno, sorta di versione in negativo, deviata, distorta e corrotta del corpo di polizia cui appartenevano i protagonisti del primo film e che hanno finito per cedere al mondo là fuori come e più dello stesso Max. Non stupisce che nell'idea originale Humungus, il capo deforme dei pazzi criminali che tormentano la comunità di sopravvissuti, dovesse essere Goose, l'amico di Max finito bruciato vivo per mano dei motociclisti nel primo episodio. Si decise di non fare così, sempre nell'ottica di creare un seguito il più indipendente (e vendibile ovunque) possibile, ma le tracce di quello spunto rimangono fin troppo evidenti nella caratterizzazione visiva della "pattuglia" e, soprattutto, nel modo inquietante in cui Humungus trascorre tutto il tempo declamando ininterrottamente al megafono ordini, richieste, proposte e, per il whaddafuck, un poema di Goethe. Guardando i due film a stretto giro di tempo, è impossibile non farsi venire in mente l'incessante ciarlare della radio della polizia nel primo episodio.

C'ha anche il pistolone!

Insomma, con Mad Max 2 il personaggio e il suo mondo compiono un balzo in avanti di svariati anni luce, figlio di un budget ampliato che permette a George Miller di far sbocciare definitivamente la sua visione del futuro surreale, allegorica, disperata, esagitata e sostanzialmente fuori di cozza, che comunque era presente già in larga misura nel primo film. È tutto solo e unicamente deserto, dentro, fuori, attorno alle persone, con pochi scampoli di umanità per lo più barbara e violenta a punteggiare uno scenario desolato. Dal punto di vista dell'immaginario visivo ne viene fuori un film fenomenale, con una fotografia che ritrae in maniera pazzesca i paesaggi australiani (che, per carità, aiutano), un budget corposo investito soprattutto nella creazione della piccola roccaforte in cui si rifugiano i "buoni" di turno (e nell'esplosione finale della stessa) e un design estetico dei cattivi che parte definitivamente per la tangente, estremizzando la caratterizzazione fortemente sessuale che già avevano nel primo film e tirando fuori bande di schizzati selvaggi, completamente pazzi dentro e fuori, caricature inquietanti che tormentano gli incubi dei pochi sopravvissuti ancora sani di mente.

La carica brutale e l'atmosfera disperata che chiudevano il primo film tornano per tutta la parte iniziale, soprattutto nel modo in cui vengono mostrati in azione dei cattivi che, ancora una volta, si dedicano alla distruzione sistematica, fisica, sessuale, mentale, di chiunque capiti loro davanti, e in una certa misura torna anche la scarsa attenzione per la vita della gente messa davanti alla cinepresa. Presumibilmente, vista la produzione più "grossa", le riprese si fanno meno ruspanti, ma questo non impedisce a uno stuntman in volo di beccarsi una macchina sparata sulle gambe e rimanerci quasi secco. E ovviamente, anche questa volta, Miller tira un sospiro di sollievo e poi infila la sequenza nel film. Perché, ehi, è venuta una meraviglia. Ma il vero macello di auto, lamiere, carne ed esplosioni arriva solo nel finale, non prima di aver lasciato spazio a un film dall'atmosfera unica, che immerge nella polvere di un mondo allucinato quella che, di fatto, è la più classica delle storie western (con un pizzico di Iliade, che non fa mai male).

Max è l'eroe che non ha nessuna voglia di esserlo, un uomo abbandonato a se stesso, vagabondo silenzioso (sedici battute in tutto il film!) interessato solo al proprio tornaconto, ovvia evoluzione del personaggio che avevamo abbandonato nel primo film. Si porta perfino dietro la giacca strappata e la gamba ferita, a dettare una continuità estetica che accontenta il fan e definisce un personaggio intrigante senza dover spiegare nulla, dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Disilluso e disinteressato, vaga col suo cane al fianco in una terra di frontiera inesplorata, nel nuovo mondo generato dalla fine del precedente, e si ritrova alle prese con una comunità di sopravvissuti costruita attorno a un'oasi di petrolio (ormai ben più importante dell'acqua). Il loro rapporto si sviluppa all'insegna dell'opportunismo e solo in una seconda misura diventa qualcosa in più, con un eroe che pian piano ritrova l'anima che s'era perso per strada e, non avendo davvero più nulla da perdere, decide di aiutare realmente chi ne ha bisogno, finendo tra l'altro preso per il culo proprio dalle persone a cui sta dando una mano.

Bethesda ringrazia.

Semplice, asciutto, sempre dritto per la sua strada, il secondo Mad Max racconta in fondo un avvio di rinascita, il sorgere della speranza in un mondo che sembrava averla persa del tutto, attraverso il sogno di salvezza della comunità di sopravvissuti ma anche nel modo in cui fa tornare alla luce lo spirito del protagonista dopo averlo sbriciolato. È un viaggio che giungerà a compimento nel terzo, problematico, ma forse troppo insultato film e che qui raggiunge l'apice grazie a una meravigliosa gestione dei tempi, all'impressionante capacità evocativa e a venti minuti finali che fanno semplicemente spavento. Quell'inseguimento lì, quel lungo assalto alla diligenza fatto di carne, metallo, piombo, fuoco e sangue, è una fra le cose più enormi di tutti gli anni Ottanta, un tripudio di velocità e spettacolo girato da un regista in forma strepitosa, invecchiato come un buon vino e capace di guardare dall'alto in basso l'azione della maggior parte dei blockbuster moderni. E, pure qui, scusate se è poco.

Me lo sono rivisto qualche giorno fa, per la prima volta nello splendore di una lingua originale tutta hoy e mate, ed è stato bellissimo come la prima volta. No, OK, non come la prima volta, perché la verità è che ritrovarsi davanti a questa roba qua, per la prima volta, da bambino, con la testa tarata sugli anni Ottanta, quindi davvero capace di farsi travolgere dall'azione sfrenata di quel finale, beh, mamma mia, che roba, che fu. Epperò ancora oggi buttalo, eh.

11.5.15

Interceptor


Mad Max (Australia, 1979)
di George Miller
con Mel Gibson, Joanne Samuel, Hugh Keays-Byrne, Steve Bisley

La scorsa settimana ho avuto la fortuna di potermi infilare in una bella sala cinematografica e guardarmi per la prima volta sul grande schermo il Mad Max originale. Era la miliardesima volta che lo guardavo, ma la prima in lingua originale e in sala, a tanti anni di distanza dall'ultima occasione in cui avevo posato gli occhi sul film. È stato strano, bellissimo, un po' assurdo, perché in un certo senso era come guardarlo per la prima volta, non solo a causa delle modalità diverse da quelle a cui ero abituato, per il modo in cui sfrecciare su quelle su quelle strade sotto lo schermo gigante ti riempie gli occhi d'asfalto e ti fa battere il cuore a mille. C'era anche la banalità dello sguardo nettamente più adulto con cui mi ci avvicinavo, dei centomila altri film visti nel frattempo, del modo in cui Max è diventato nel frattempo una figura che va ben oltre il suo semplice ruolo nel singolo film. E il risultato è che mi è sembrato di stare davanti alla classica storia di origini da film di supereroi, all'ennesimo reboot di Spider-Man, a uno di quei film che trascorri dall'inizio alla fine chiedendoti quando finalmente farà il favore di mostrarsi il personaggio venduto sulla locandina e nel titolo.

Del resto, stiamo parlando di un personaggio che poi, col seguito, sarebbe diventato icona stampata a fuoco nella capoccia del me bambino e avrebbe definito un certo tipo di immaginario nei secoli dei secoli, andando a influenzare cinema, videogiochi, cartoni animati e praticamente qualsiasi altra cosa. Ed è quindi anche per questo che, a riguardarlo oggi, Interceptor fa un effetto un po' particolare, in una sorta di inevitabile corto circuito temporale. Anche perché alla fin fine è veramente la classica storia di origini, che mostra un percorso di trasformazione lungo il quale Max Rockatansky pian piano cede sempre più e si trasforma in Mad Max, pronto a cavalcare a bordo della sua auto in via d'estinzione fra le strade del deserto australiano. Ci vuole quasi tutto il film, prima di vederlo entrare realmente in azione e scoprire cosa sia davvero il Max matto (o magari semplicemente incazzato) a cui fa riferimento il titolo. Ma ne vale la pena.

E il viaggio comunque merita.

Mad Max è il classico film messo assieme con un budget da scappati di casa, in cui una banda di amiconi squinternati mette sul piatto tutta la voglia di sfondare divertendosi al cinema con quel che amano. C'è l'energia delle opere d'esordio realizzate mettendocela tutta, riuscendo ad esprimere talento cristallino, forza vitale, ingegno e divertimento puro nonostante i limiti, anche a costo di rischiare la pelle, come testimonia quella scena, ovviamente conservata da George Miller nel montaggio finale, in cui uno stuntman si becca una motocicletta sparata a mille dritta sulla capoccia. Chissà, magari l'ha soccorso proprio lui: del resto l'idea del film esplode nella testa di Miller di fronte alla valanga di incidentati con cui si trova a che fare lavorando come medico in un pronto soccorso a Sydney. Il futuro distopico che fa da sfondo all'azione, invece, attinge alle conseguenze osservate sulle strade australiane durante la crisi energetica del 1973. E poi, certo, anche al fatto che, in linea di massima, se vuoi raccontare una storia basata su gente matta che si schianta fortissimo in automobile, ambientarla in un futuro tutto matto e disperato aiuta a farla funzionare.

E che futuro! Da un lato, sostanzialmente, il mondo di Mad Max non è altro che l'Australia degli anni Settanta, con le sue strade infinite che si perdono in mezzo al deserto e i suoi paesaggi favolosi. Dall'altro, Miller e compagni cavano il sangue dalle rape e riescono a dipingere con due pennellate un mondo completamente folle, che non ha magari l'ambizione immaginifica di quel che arriverà nel seguito, ma già la fa intravedere fra le righe. In buona sostanza quel che viene mostrato è un luogo preda della desolazione e della follia, in cui bande di criminali sono totalmente scatenate per le strade ed è stata costituita una brutale forza di polizia motorizzata nel tentativo di tenerle a bada. Aggiungiamoci giacche di pelle in ogni dove, caratterizzazioni sopra le righe, cattivi assurdi, super effeminati, già di grande personalità nell'estetica, anche se non ai livelli di quel che arriverà poi, e una radio che vomita ordini ininterrottamente con il suo tono piatto, straniante: il futuro folle è servito. Da lì è tutto in discesa, ed è una discesa piena di macchine che si schiantano fortissimo.

In questo mondo folle si segue la semplice, anche banale, storia di Max Rockatansky. In mezzo a una banda di poliziotti abbastanza squilibrati, lui è tutto sommato quello che se la passa meglio: duro come la sella di un cosacco, certo, ma sereno nella testa e con una famiglia a casa che lo aspetta. Proprio quando sente di stare cedendo al fascino della strada, di stare iniziando ad assomigliare ai criminali che insegue, bande di motociclisti sempre pronti a stuprare qualsiasi cosa passi loro davanti, Max cerca di fuggire dalla sua vita di violenza, ma ne finisce inseguito e sepolto. A quel punto, dopo una propedeutica seduta di riflessione sui propri peccati in riva all'oceano, Rockatansky muore e rimane solo un una giacca di pelle al volante in cerca di vendetta. Regolare, no? Praticamente è il Punitore a duecento chilometri all'ora fra i canguri, girato con un manico pazzesco nel far sfrecciare sull'asfalto e degli stunt che oggi le compagnie d'assicurazione ti permettono solo se usi maestranze indonesiane. Tanto amore verrà premiato - nonostante una distribuzione americana quasi inesistente - con incassi esagerati a livello mondiale, al punto di proiettare il film in vetta alla classifica del miglior rapporto fra investimento e incassi di sempre e farcelo rimanere fino all'uscita di The Blair Witch Project. Giusto così.

E il premio sale.

Mad Max, rivisto nel 2015, è un film bizzarro, fuori dal tempo in mille modi diversi. Ha un ritmo un po' passé, che oggi, drogati dall'azione cocainomane moderna, può farlo sembrare addirittura lento, nonostante all'epoca avesse l'effetto di trecento cazzotti scagliati fortissimi sulle gengive. Ha la carica brutale dei due decenni tra cui fa da ponte e racconta quanto di più lontano possa esserci da una figura eroica. Max è ingranaggio di un mondo andato gambe all'aria: potrebbe essere un eroe e certo inizia come figura più limpida del film, ma viene sconfitto dal mondo, prova a fuggirne, ne finisce fatto a pezzi e diventa il più schizzato tutti, finendo per trovare una vendetta che non lascia addosso la minima sensazione di catarsi, anzi, si chiude sull'immagine di un uomo sconfitto e vuoto. E alla fine il bello di Mad Max sta anche e soprattutto lì, in quel tono disperato, sfiancante e allucinato che lo percorre dall'inizio alla fine e che lo rende irresistibile nonostante la sua natura sconclusionata, squattrinata, invecchiatissima e nonostante, sì, i momenti romantici onestamente inguardabili, per quanto necessari nel descrivere il percorso del protagonista. E poi c'è quel finale.

James Wan ringrazia.

Come dicevo, me lo sono sparato al cinema la scorsa settimana, per la prima volta in vita mia sul grande schermo e in lingua originale, dopo averlo visto e rivisto centomila volte da piccino, quando probabilmente non avevo l'età adatta per farlo. In originale il film è un tripudio di accenti ed espressioni australiane che, per come la vedo io, fa parecchio parte del suo fascino. Gli americani dell'epoca non erano troppo d'accordo, considerando che lo doppiarono.

 
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