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31.10.13

Prisoners

Prisoners (USA, 2013)
di Denis Villeneuve
con Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal , Paul Dano, Terrence Howard, Maria Bello, Viola Davis

Ho cercato notizie al riguardo in maniera approfondita, controllando su IMDB e su Wikipedia, chiedendo perfino a un paio di persone su Facebook, arrivando infine anche alla mossa della frase "Is prisoners a big bad wolves remake?" infilata in Google, ma niente, neanche un accenno, giusto un paio di persone che "Oh, ma 'sti due trailer s'assomigliano un sacco". E come sappiamo, se una cosa non la trovi su Google, non esiste. Quindi, facciamocene una ragione: Prisoners non è un remake americano dell'israeliano Big Bad Wolves. Sarà uno di quei casi, così classici dell'Hollywood, in cui accade che due film dallo spunto identico vengano messi in produzione allo stesso tempo. È sempre successo, sempre succederà, sempre tutti negheranno e sempre ci sarà qualcuno che si allontana fischiettando con indifferenza sullo sfondo. Ultimamente, poi, questa cosa bizzarra si sta verificando anche con film che vengono da parti totalmente diverse del mondo (vedi alla voce The Raid / Dredd) e a quanto pare è proprio questo il caso.

Voglio dire, lo spunto di partenza è innegabilmente (e magari casualmente) lo stesso: ci sono dei bambini che spariscono, c'è un poliziotto ganzo e dai modi tutti suoi che indaga, c'è un tizio dall'aria sfigata e colpevole che viene accusato ma non può essere incriminato perché mancano le prove, c'è un genitore a cui si chiude la vena sul collo e c'è della tortura per far confessare il presunto colpevole. Dopodiché i due film seguono sviluppi molto diversi e si incamminano su strade lontane anni luce, in larga parte figlie del diverso modo di fare cinema e narrazione che c'è fra occidente e oriente, però è davvero dura non trovare punti di contatto. Al di là di questo, il problema è che Big Bad Wolves è un film decisamente più riuscito, e lo è soprattutto a causa delle differenze di cui sopra, relative al tono generale del racconto e a ciò che un certo cinema può permettersi di fare.

Da un lato, c'è il semplice fatto che a Hollywood, soprattutto in produzioni di un certo spessore, c'è un limite a quanto si può (e si vuole) decidere di spingere nella ricerca del pugno nello stomaco. Prisoners è un film estremamente cupo, duro, che racconta di cose molto brutte e soprattutto fa capire che ne sono accadute in precedenza di estremamente brutte, ma non rinuncia in nessun modo alla voglia così occidentale di tranquillizzare, consolare e distribuire ampie dosi di tarallucci e vino, chiudendo tutto con quell'inquadratura finale che getta una luce di speranza anche su quel minimo di cupezza cui la storia sembrava destinata. Dall'altro c'è il tono, l'approccio, l'atmosfera. Big Bad Wolves fa qualcosa che è tipicamente orientale e che dalle nostre parti si vede molto poco: mescola senza alcun ritegno il dramma più spinto, i temi più crudi e violenti possibili, con momenti di leggerezza e gag da commedia quasi demenziale. Crea un frullato che è facile trovare indigesto, ma proprio grazie a questa sua natura può permettersi qualche svolta narrativa improbabile, riesce ad essere potentissimo e la violenza di quel finale così tragico ne risulta se possibile ancora aumentata.

Prisoners, invece, si prende mostruosamente sul serio. Non che questo sia un difetto, anzi, va benissimo, e fino a che il film regge, funziona in maniera meravigliosa, grazie anche alla lancinante cura nella messa in scena e in generale all'approccio calmo, metodico, con cui viene raccontato lo svolgersi degli eventi, che per certi versi ricorda un pochino quel film di ben altro livello che era Zodiac. Il problema è che poi arriva la seconda parte, e soprattutto l'atto conclusivo, con snodi narrativi da poliziesco di quart'ordine e un continuo ballare sul labile confine che separa il MACCOSA dal trash. Lì, fra il tuffo nel melodramma insistito, l'inseguirsi di colpi di scena e l'apparizione del supercriminale, crolla un po' tutto. La forza della prima parte e la bravura degli attori tengono comunque in piedi il film, ma il sapore amaro di occasione sprecata si mangia tutto. Ed è un peccato, perché fino a quando la sceneggiatura non deraglia, Prisoners funziona davvero bene, racconta una storia tragica, forte, che ti incolla alla sedia e ti mette addosso un dolore pazzesco. Poi, però, va tutto a mignotte, ti ritrovi improvvisamente a guardare un thriller che sembra sceneggiato da David Cage e ti prende il nervoso.

L'ho visto qua a Parigi, al cinema, in lingua originale, che merita perché gli attori si impegnano e sono bravi, anche se magari ogni tanto il caro Ughetto Jackman sbraca un po'. In Italia arriva fra una settimana. Big Bad Wolves, invece, mi sa che ve lo scordate.

30.10.13

The Secret World Chronicle - Book One: Invasion

 

The Secret World Chronicle - Book One: Invasion (USA, 2011)
di Mercedes Lackey, Steve Libbey, Cody Martin, Dennis Lee

Il bello dell'Humble Bundle è che ci capiti sopra, vedi una singola cosa che t'interessa, hai l'opportunità di acquistarla spendendo due soldi e ti ritrovi in allegato un sacco di altre cose che, vai a sapere, magari ti piacciono, magari no, ma sostanzialmente sono arrivate gratuitamente. E poi fai beneficenza, finanzi direttamente gli sviluppatori e/o i realizzatori e bla bla bla. Chiaramente la cosa vale anche per le occasioni in cui viene utilizzato per vendere libri, invece che videogiochi, nell'attesa del momento in cui verrà introdotto l'Humble Utensili per la Casa Bundle, che è un po' il mio sogno. Fatto sta che qualche tempo fa, insieme a una valanga di roba contenuta all'interno di uno dei due Humble Book Bundle per cui ho versato l'obolo, mi sono ritrovato sul mio account Kindle anche questo The Secret World Chronicle. E ho deciso di mettermi a leggerlo così, a caso, senza saperne nulla. Infatti quel che scrivo nel prossimo paragrafo l'ho scoperto poi, grazie all'amico Google.

In pratica, The Secret World Chronicle è un progetto che nasce sotto forma di podcast audio, o se preferite di audiolibri, scritti da un collettivo di autori che ha voluto creare una specie di universo supereroistico in stile Marvel o DC, ma con quel taglio un pochino più adulto e crudo che hanno in genere le serie degli editori minori tipo Image o Dark Horse (o Valiant o chissà che altro). Sul sito ufficiale si trova la raccolta completa dei podcast, attualmente arrivati alla sesta stagione, e non ho nulla da dire al riguardo perché non mi metterò mai ad ascoltarli. Ma noto che sui siti nerd se ne parla abbastanza bene. Sempre sul sito ufficiale, scopro che il tomo da me letto è il primo adattamento letterario della cosa, realizzato condensando e riassumendo un po', e che esiste già un secondo volume, dal sottotitolo World Divided.

E dunque, com'è, 'sto The Secret World Chronicles? Bizzarro. La base, ribadisco, è che ho iniziato a leggerlo senza saperne nulla, quindi, quando mi sono reso conto di stare leggendo una roba piena di gente coi superpoteri e in cui delle specie di super-nazisti-forse-alieni decidono di attaccare il pianeta facendo fuori tutto quel che incontrano, beh, sono rimasto spiazzato. Una volta che ci ho fatto la bocca, però, si è rivelato una lettura piacevole, soprattutto per due motivi. Il primo è che si tratta di un universo totalmente inventato di sana pianta, con cui gli autori possono fare quel che vogliono. E conseguentemente, in mezzo sicuramente a tanti personaggio che ricalcano stereotipi classici, quando non sono proprio evidenti omaggi, c'è spazio per idee abbastanza bizzarre e fantasiose, oltre che qualche colpo di scena ben orchestrato. Il secondo è che non si tratta di un romanzo unico, ma di una raccolta di diversi racconti, ciascuno coi suoi autori.

La prima parte, quella più lunga, parla dell'invasione di cui sopra e della guerra per respingerla, ed è sicuramente il racconto dal tono che ricorda i fumetti di supereroi nella maniera più classica, se vogliamo anche banale. Ma con gli altri racconti il libro si evolve in una specie di antologia che spazia in tutte le direzioni, esattamente come la produzione degli editori americani tende a raccontare serie di mille tipi diversi, pure ambientandole tutte nello stesso universo narrativo pieno di gente in calzamaglia. Ed è qui che vengono fuori le idee più sfiziose, fra la vicenda della supereroina russa fissata col regime, quella bella idea del tizio che vive bloccato nel passato anche se si trova nella nostra epoca e un racconto finale tutto incentrato su magia e fenomeni soprannaturali, che sfocia in un horror romantico e all'acqua di rose in stile Buffy o True Blood.

Ora, io non credo mi metterei mai consciamente a leggere un libro di supereroi. Non so bene il motivo, ma diciamo che è una cosa che non mi attira. Ma ritrovandomici per caso, rendendomene conto solo dopo un po' di pagine, questo me lo sono letto tutto, nonostante fosse lunghissimo, e mi ci sono divertito. È una roba imperdibile? No. Leggerò il secondo volume? Probabilmente no. Lo consiglio a chi magari c'avesse voglia di leggere una roba di supereroi che non abbia nulla a che fare con i soliti e che riesce addirittura a tirar fuori qualche idea carina? Sì, dai.

Noto fra l'altro che esiste anche questo, patrocinato da uno della cui opera a me frega molto poco ma il cui solo nome lo fa venire barzotto a molta gente. Quindi segnalo, sai mai.

29.10.13

Sta arrivando il futuro passato


E insomma eccoci qui, pronti a guardare un primo trailer molto teaser per X-Men: Giorni di un futuro passato, il film che segna il ritorno di Bryan Singer in cabina di regia per una roba sui mutanti Marvel. Si tratta anche del quarto film che prende di petto una saga molto amata e/o molto importante dei mutanti Marvel. Con la faccenda di Fenice non è andata proprio benissimo, con le origini di Wolverine pure peggio, e con il Wolverine giapponese insomma. Come andrà questa volta?



Se devo essere onesto, non sono particolarmente gasato. Voglio dire, si tratta di un trailer che sulla carta avrebbe tutti gli elementi per farmi venire la fotta e invece, mentre lo guardavo, tutto quel che riuscivo a pensare era "Da che cacchio di film hanno preso la musica?". Senza riuscire a ricordarmelo, fra l'altro. Anzi, un attimo che vado a cercare su Google... eccoci, è un mix di due musiche prese da Sunshine e La sottile linea rossa. Anvedi. Comunque, poi l'ho riguardato e, ecco, dai, qualche brividino da nerd fumettaro me l'ha dato. Dopodiché, che dire, Hugh è sempre Hugh, McAvoy versione Xavier depresso capellone vecchio stile non mi dispiace e... la verità è che da 'sto trailer non si può giudicare molto. Si può al massimo fare la caccia ai dettagli e alle strizzatine d'occhio. E ci si può lasciar gasare, appunto. Però, ecco, mi si conferma la voglia di vederlo, continuo ad avere abbastanza fiducia, ma non m'è venuto istantaneamente barzotto come quando ho guardato quel trailer della scorsa settimana. Però magari è proprio una questione di aspettative differenti. Vai a sapere.

Intanto stasera vado in orbita all'Imax.

The Walking Dead 04X03: "Isolamento"


The Walking Dead 04X03: "Isolation" (USA, 2013)
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
episodio diretto da Daniel Sackheim
con Andrew Lincoln, Scott Wilson, Chandler Riggs, Norman Reedus, Melissa McBride, Chad L. Coleman, Danai Gurira, Emily Kinney, Steven Yeun, Lauren Cohan

E siamo al terzo buon episodio consecutivo per The Walking Dead. Probabilmente non è record, ma insomma, questo avvio di stagione se la sta sicuramente giocando come miglior "striscia qualitativa" in tre anni, per una serie dall'andamento altalenante come poche altre. Il racconto è solido, i personaggi vengono approfonditi, si lavora bene sulla struttura degli episodi e sul lasciarti appeso coi cliffhanger, ci sono delle piacevoli rielaborazioni di cose viste nel fumetto (forse è fra le puntate a più alto tasso di strizzatine d'occhio che si siano viste fino a oggi, in questo senso), i momenti zombi non deludono, che sia per messa in scena del caos o per inventiva delle singole creature e insomma, in generale, c'è da divertirsi. Allo stesso tempo, però, non so, c'è qualcosa che mi impedisce di essere convinto fino in fondo.

Non saprei bene dove puntare il dito o di cosa lamentarmi ed è sicuramente una questione di sensibilità personale, ma ho proprio un'impressione di buona e costante solidità incapace di piazzare il guizzo. Mi manca il momento "wow", non riesco a farmi trasportare fino in fondo, lo guardo placido e tranquillo e finisce tutto lì. Un problema mio, immagino, ma che ci vuoi fare, non siamo mai contenti, da queste parti. Ad ogni modo, al di là di tutto, è evidente che c'è alle spalle una direzione chiara e coerente, il voler portare avanti una serie di temi ben precisi e l'insistere nel coinvolgere un po' tutto il cast in ogni episodio per raccontare un argomento singolo seguendone letture e declinazioni diverse. In questo senso, la rivelazione finale, telefonata per direttissima verso metà episodio ma comunque d'impatto, ha un bel peso nel raccontare l'evoluzione dei personaggi e la loro lotta per trovare una nuova forma di "normalità" in questo mondo stravolto. Resta da capire dove ci porterà e se per caso ci sia sotto ben altro, magari lo vedremo la prossima settimana.

Nel mentre, saggiamente, si coinvolgono i personaggi principali nella faccenda della febbra, una scelta inevitabile per dare un peso specifico diverso a una questione che stava già iniziando a trascinarsi stancamente, e in parallelo si vede emergere il Tyreese che tutti vogliamo vedere, quello capace di fulminarti con uno sguardo e di saltarti al collo se gli fai girare le balle. Il tutto mentre tornano a galla le faccende note, la voglia di isolarsi dal dolore da parte di Beth, il costante vacillare sull'oro della perdita di controllo per Rick, la maturazione di Carl in questo mondo tutto matto in cui è meglio che i bambini se ne vadano in giro armati di pistola. Se ci aggiungiamo l'orda abnorme di zombi che si vede sul finale e quella trasmissione radio (il Governatore? Altri personaggi in arrivo dal fumetto, tipo Abraham? Un primo accenno a storyline future legate ad altri insediamenti, magari pure loro presi dal fumetto?), di carne al fuoco continua ad essercene tanta. Bene, dai.

Continuo a pensare che Carol sia l'Andrea di questa stagione e farà una bruttissima fine. Resta da capire se la febbra mieterà vittime fra la gente che conta. Non ne sono ancora covinto.

28.10.13

Un altro po' di cose a caso su Parigi


Proprio così, veloci veloci, da lunedì mattina.

Sabato siamo andati a farci un giro in Rue Dante, che è effettivamente molto fica. Per chi non la conoscesse e/o non avesse letto il lasagnone di testo della scorsa settimana, segnalo che si tratta di una viuzza che dedica parecchio spazio al fantastico mondo dei fumetti. In pratica, c'è una decina scarsa di fumetterie, una più bella dell'altra, abbastanza diversificate: c'è quella che tratta solo roba da collezione, quella particolarmente specializzata sui manga, quella che punta tutto su gadget e giocattoli e via dicendo. Ce ne sono anche un paio che trattano assai i fumetti americani in lingua originale, cosa che ovviamente mi ha portato a spendere una cifra smodata di soldi nel giro di pochi minuti. Per fortuna, però, per la maggior parte si trova solo roba in francese. Ah, c'è anche un negozio tutto dedicato al cinema un po' cult e scult, fra DVD, poster e libri assortiti, e in un paio delle fumetterie c'è un assortimento di gadget, giocattoli e action figure che se ci entra Soletta ne esce sul lastrico. Fra l'altro, la via si trova in un quartiere strapieno di librerie e negozi di dischi/dvd/blu-ray/whatever, che spaziano fra il bugigattolo che tratta usato e il mega-negozio di cui non vedi il fondo dalla vetrina. Insomma, è il quartiere del consumismo.

Ci siamo fatti la tessera "flat" per il cinema. In pratica, con un po' meno di quaranta euro al mese, posso andare al cinema tutte le volte che voglio, portandomi dietro una seconda persona. La seconda persona non ha il nome sulla tessera, quindi può cambiare. Un'eventuale terza persona che si unisce a noi paga prezzo ridotto. Nella tessera sono inclusi gli spettacoli 3D, senza sovrapprezzo. Per gli spettacoli Imax, invece, si deve pagare un'aggiunta di cinque euro. Oggi, se riesco, la inauguro con Prisoners. Domani invece andiamo per la prima volta all'Imax qua a Parigi, per rivederci Gravity. Ho controllato le misure, lo schermo è più piccolo di quello di Londra, ma insomma, ci si dovrebbe poter accontentare. Ah, la tessera che abbiamo fatto è quella della catena Gaumont Pathé, più che altro perché a due passi da casa c'è un loro multisala. Garantisce l'accesso a tutti i cinema della catena e anche a un po' di cinema "indie". Volendo, c'è anche la tessera della catena UGC, che garantisce l'accesso anche alla catena MK2 e a diversi altri cinema "indie". Immagino che fra un po' di tempo farò le mie valutazioni su quanto mi capiti di andare negli "altri" cinema e mi regolerò di conseguenza.

Sabato sera abbiamo mangiato in un ristorante cinese specializzato in cucina del Sichuan, con i due cuochi all'ingresso che preparavano gli spaghetti impastandoli a mano sul momento. Tutto davvero ottimo, tutto - come al solito - molto lontano dall'immagine della cucina cinese che mi sono fatto in decenni di frequentazione dei ristoranti cinesi milanesi. Io, fra l'altro, come portata "principale" mi sono preso uno scodellone di spaghetti con tofu, manzo e verdurame vario, indicato sul menu come "tres piquant". Era in effetti parecchio piccante. Devo però ribadire una cosa che ho notato negli ultimi due anni di pranzi a casa di amici cinesi e sperimentazioni cinesoidi a casa: il piccante che usano là, anche quando molto forte, lo trovo molto meno fastidioso rispetto a quello messicano o a quello che piace tanto ai miei parenti giù al sud. Intendiamoci, quando te lo metti in bocca (ella!) ha comunque la tendenza a violentarti labbra e lingua, però poi svanisce in fretta, non rimane lì a tormentarti. Ovviamente parlo da totale ignorante, oltre che da persona che non ha gran dimestichezza col cibo molto piccante. Però, appunto, quello cinese tendo a mangiarlo senza ridurmi a uno straccio.

Prosegue la striscia aperta di giornate consecutive in cui è caduta almeno un po' di pioggia, fra rovesci particolarmente brutali e spruzzate veloci. Ventitré giorni and counting.

Dopodomani vado alla Games Week di Parigi. Come sarà? Mboh? Vedremo.

27.10.13

Lo spam della domenica mattina: Zombi e poco altro


Una settimana che è andata così, impegnato a mandare avanti baracche mentre gli altri erano impegnati a farsi sommergere dai morti viventi in quel della fiera di Milano. E infatti oggi ho da segnalare solo i canonici contenuti settimanali su Outcast: l'episodio di The Walking Podcast dedicato alla seconda puntata della quarta stagione di The Walking Dead e l'episodio di Old! dedicato all'ottobre del 2003. Ah, no, c'è anche il Sundaycast di oggi in contumacia Talarico.

Dai, che sto rientrando a regime. Magari rientro anche in una sala cinematografica.

26.10.13

La robbaccia del sabato mattina: No, niente


Questa settimana, la robbaccia del sabato mattina sarebbe dovuta essere dominata dal trailer di Captain America - Il soldato d'inverno, ma poi ieri m'è partito l'embolo e ne ho scritto subito. Ho quindi veramente poco di cui scrivere, ma tanto oggi metà della gente che mi legge sta alla Games Week e l'altra metà, beh, oh, è sabato, c'avrete ben di meglio da fare. Detto questo, mi preme innanzitutto segnalare Vin Diesel che pubblica su Facebook un filmato in cui si allena a fare le capriole e i salti tutti matti assieme a Tony Jaa.



Poi abbiamo questo trailer di Anchorman 2, che ancora non sono riuscito a capire se m'interessi o no. Col primo film mi sono moderatamente divertito e in questo trailer ci vedo robe simpatiche e una cosa che mi ha fatto scoppiare a ridere, però, ecco, proprio una sola. Mboh? Comunque, veramente delicatissimo il titolo italiano: Fotti la notizia. Anvedi.



L'honest trailer di Pacific Rim, delizioso, neh? Fantastica la parte finale in cui sbrocca e "Machemmefrega, pew pew, pew". A proposito di nerdate, Ryan Reynolds continua a insistere che ce la sta mettendo tutta e forse un giorno magari vai a sapere faranno un film su Deadpool, tutto bello meta e rated R come si conviene. Secondo me, lui, nella parte iniziale di X-Men le origini: Wolverine era perfetto. Quindi di certo non mi spiacerebbe. Mah, chissà. Comunque, già che si parla di mutanti, chiudiamo con qualche foto dal set di X-Men: Giorni di un futuro passato. Voglia.

Devo riprendere ad andare al cinema, mi sta salendo l'ansia da astinenza.

25.10.13

Perdinci!


Ieri sapevo che sarebbe uscito in serata il primo trailer di Captain America - Il soldato d'inverno, ed ero curioso, ma poi, all'ora X, mi sono ritrovato preso da centomila altre cose, non ultima la necessità di montaggio di una cassettiera formato Ikea, e ho finito per dimenticarmene. Poi, a mezzanotte abbondantemente passata, mi sono visto spuntare davanti un tweet che lo segnalava e mi sono messo a guardarlo. E, beh, wow. Sarà che per questo film ho aspettative abbastanza basse e che, in generale, fra quest'anno e il prossimo, l'unico film Marvel per cui sono davvero in fotta è Guardians of the Galaxy, ma cacchio. Trailer davvero, davvero fico e promettente. Poi magari bugiardo, vai a sapere, però wow. Normalmente sbatterei il trailer nel canonico post "meccanico" da sabato mattina, ma in questo caso il wow è potente e, aggiunto al fatto che sono sommerso di lavoro e allo stato psicofisico derivante dall'essermi addormentato verso le tre e svegliato non troppe ore dopo, beh, dedichiamogli un post, via. Crepi l'avarizia!



E dunque, allora, calmiamoci, ché fra stanotte e stamattina l'ho già guardato un numero eccessivo di volte e stanno cominciando a spuntare le crepe e le cose che non mi convincono. Ma insomma, comunque, rimane il fatto che sono passato da hype sotto zero a King Kong sulla spalla.

Una cosa per volta:
- il costume più darkettos-militaroso, preso da una saga a fumetti che ancora non sono arrivato a leggere perché negli ultimi anni ho un po' mollato la Marvel e ci metto mano solo ogni tanto, mi piace;
- la storia sembra ruotare attorno non solo allo Steve Rogers che cerca di adattarsi al mondo moderno, ma anche al Cap che fatica ad accettare le abitudini manipolative dello S.H.I.E.L.D. e in generale c'ha tutti i dubbi del caso sul governo. Che poi è il Cap più affascinante anche nei fumetti, in genere;
- purtroppo c'è la polpetta con le pistole e sembra fuori luogo come al solito;
- Robert Redford fa l'attore d'esperienza che prova ad aumentare il tasso di dignità, serietà, "Guarda, mamma, non è una stronzata" e botulino del film;
- il Soldato d'Inverno è probabilmente la cosa esteticamente più ridicola che si vede, però tutto sommato funziona abbastanza bene;
- Falcon versione ganzo agente dello S.H.I.E.L.D. non è affatto male;
- la storia sembra essere una roba in cui Cap c'ha i dubbi esistenziali, ci sono scissioni, tradimenti, cospirazioni, arriva il Soldato d'Inverno e spacca tutto, spedendo Nick Fury in ospedale e facendo tanto male anche alla polpetta. Nulla di nuovo, ma insomma, mettici in mezzo pure il dramma umano dell'identità del cattivo e potrebbe essere divertente;
- i bookmaker non quotano Redford traditore a colpo di scena;
- quante volte abbiamo visto, nei blockbusteroni degli ultimi anni, la scena col tipo che spara al camion/furgone/veicolo che si cappotta e gli passa a un metro mentre lui si sposta con fare da duro? E quella dell'astronave che si schianta sfondando tutto? Troppe;
- in 'sto trailer, Cap c'ha un livello di badassitudine che sfonda tutto e fa il giro.

In generale, ho l'impressione che dopo la prima fase tutta luci, colori, amicizia, risate ed effetti speciali, 'sta seconda ondata di film Marvel voglia buttarla un po' sul dramma umano e sulle tragedie. Anzi, mi correggo: se Iron Man 3 fa testo, in realtà sono i trailer che la buttano sul dramma umano e sulle tragedie, mentre poi i film continuano ad essere iper-buffoni e comici. Io non mi lamento, a me piacciono le buffonate. Comunque sono improvvisamente molto curioso, però bisogna aspettare cinque mesi, uffa.

Non vado al cinema da tre settimane. Provo come uno scompenso esistenziale. Devo correre ai ripari.

24.10.13

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X05: "Girl in the Flower Dress"


Agents of S.H.I.E.L.D. 01X05: "Girl in the Flower Dress" (USA, 2013)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Jesse Bochco
con Clark Gregg, Brett Dalton, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge

Beh, bene, dai. Per il secondo episodio consecutivo, Agents of S.H.I.EL.D. riesce a raccontarsi con un minimo di senso del ritmo. È già un gran risultato, abbattiamoci le mani. Al di là di questo, Girl in the Flower Dress fa un po' di cosette azzeccate e prosegue a lavorare per cercare di far ingranare la giusta marcia alla serie. Tanto per cominciare, leva dalle palle il MISTERISSIMO sul passato di Skye e sulla sua presunta alleanza con questa o quella organizzazione, forse tradisce, forse no, chissà, mboh, vedremo. Altre serie si sarebbero palleggiate questa cosa per una decina di puntate, giocando a fare le misteriose su incredibili rivelazioni talmente telefonate che anche lo slime di Dragon Quest che tengo sulla cassa posteriore sinistra aveva sgamato dopo due episodi. E invece qua no, si scoprono le carte, si dicono le cose chiare e tonde, si mantiene coerenza con quel che era stato mostrato fino a qui e si lascia pure in ballo un mistero se vogliamo più interessante.  Bene, no?

 "Io avevo capito tutto già dal pilota."

Al di là di questo, la serie sta cominciando a fare esattamente quel che chiedevo la scorsa settimana, unire i puntini e presentare un minimo di arco narrativo che vada ad accompagnarci da qui alla fine. Per dirne una, torna in scena l'organizzazione criminale misteriosa che trama nell'ombra pasticciando con Extremis, Chitauri e chissà che altro e lo fa oltretutto mostrando delle tute che potrebbero tranquillamente essere tanto giustificate dal racconto, quanto un modo per tirare di gomito e suggerire che si tratti di chi sappiamo (o almeno lo sappiamo se conosciamo i fumetti Marvel). Il tutto mentre ci si continua a giostrare cercando di far funzionare la continuity dell'universo cinematografico, senza far troppo casino e andando a pescare e reinterpretare personaggi e supercriminali assortiti, questa settimana addirittura due. Poi, certo, al momento ci si sta limitando a usare gente onestamente un po' sfigata, ma d'altra parte è pure normale che i pesi grossi se li vogliano tenere soprattutto per i film. Senza contare che, per come la vedo io, farebbero bene a continuare a non limitarsi a tirar di gomito all'universo fumettistico e puntare invece anche sull'inventarsi personaggi e situazioni di sana pianta. Fermo restando che mi aspetto che il tizio mostrato nel finale venga per direttissima dai fumetti. Magari sbagliando.

In tutto questo, oltre a continuare a mettere in mostra un budget decoroso, fra inseguimenti in macchina ed effetti speciali decenti che altrove col piffero, Girl in the Flower Dress ha il gran pregio di rendersi conto che non è necessario buttare sempre tutto in caciara. Le rivelazioni dell'episodio vengono trattate con la massima serietà, in quasi totale assenza di battute, e in particolare la reazione di Coulson e i suoi scambi con May regalano momenti davvero azzeccati. A questo aggiungiamo la voglia di adottare anche toni abbastanza cupi, con una morte piuttosto brutale e una scelta, da parte di Coulson, che lo caratterizza un po' meno come il babbo bonaccione e un po' più come l'agente S.H.I.E.L.D. in grado di prendere decisioni cazzute che dovrebbe essere. Insomma, un buon episodio di una serie che sta crescendo. Poi si rimane ben lontani dalla perfezione, c'è ancora tanto da mettere a posto e soprattutto, ora che si sono gestite le questioni relative a Skye, sarebbe il caso di dedicarsi a far uscire un po' dallo status di cartonato sullo sfondo anche Fitz e Simmons, magari mentre si comincia a prendere di petto l'altro mistero con cui ci stanno menando il torrone da cinque episodi. O vorranno davvero tirare avanti la storia di Coulson fino al termine della stagione? Beh, comunque il trailer per il prossimo episodio promette molto bene, soprattutto per chi sa quanto sono in grado di essere stronze le serie di Joss Whedon, ma ci tocca aspettare due settimane. Uffa.



Ieri sera ho trascorso circa otto secondi riflettendo sul fatto che - guarda il caso - Bear McCreary cura le musiche delle uniche due serie che seguo "in diretta". Però gli son venute meglio quelle di quell'altra, dai. Credo. Forse. Boh.

23.10.13

Angel - Stagione 1


Angel - Season 1 (USA, 1999/2000)
creato da Joss Whedon e David Greenwalt
con David Boreanaz, Charisma Carpenter, Alexis Denisof, Glenn Quinn

Se la quarta stagione di Buffy l'ammazzavampiri era quella della maturità, Angel prova ad essere maturo fin dall'esordio. E anche qui la cosa vale tanto sul piano produttivo quanto su quello contenutistico. Da un lato c'è una produzione che si concede di investire parecchio fin da subito, fra esterni, riprese in location ed elaborate scene d'azione a bordo di automobili che s'inseguono per le strade di Los Angeles (ma per il 16:9 bisogna attendere l'anno successivo). Dall'altro c'è una serie che, pur senza rinunciare al gusto per il fantastico, per il prendersi continuamente in giro, per i toni a volte bambineschi e alla fin fine per il trash, racconta del mondo adulto e dei problemi che lo popolano e lo fa con un tono molto più cupo, drammatico, sfiorando a volte tinte horror ben più spinte.

Tutto ha un taglio diverso, tanto nell'estetica quanto nello spirito che muove personaggi e dialoghi e la cosa influenza l'universo whedoniano a ogni livello, al punto che anche i personaggi presi in prestito da Buffy ne escono trasformati. Cordelia e Wesley si presentano come i due cretini che erano dall'altra parte, ma pian piano iniziano a cambiare e, pur conservando i loro toni scemotti sottopelle, maturano sempre più verso una caratterizzazione adulta. Arriva Faith e improvvisamente i suoi drammi esistenziali si fanno tragedia completa. Si manifesta Buffy e lo fa indossando abiti da signora, presi da un guardaroba che non ha nulla a che vedere con ciò che normalmente indossa a casa sua. E ovviamente Angel, pur tirando ogni tanto fuori un animo da idiota completo, va a nozze con tutto questo e si dedica alla sua pratica da vampiro depresso e dannato che si strugge in cantina.

Poi, certo, come detto rimane l'autoironia di fondo e la serie stessa, coi suoi autori, è la prima a prendere per il culo il dramma spinto in cui si crogiola, ma la differenza di tono rispetto a una comunque pure lei sempre più melodrammatica mamma Buffy è evidente. E d'altra parte il tema principale di Angel è quello della redenzione, intrinsecamente legato al suo protagonista, ma usato come filo rosso che va a unire le azioni di praticamente tutti i personaggi principali, compreso un Doyle le cui vicende potevano forse essere trattate meglio, ma riescono comunque a chiudersi col botto, per altro proponendo la versione estesa di una "mossa" che Whedon aveva già usato nella prima stagione di Buffy. E poi - inevitabile - c'è il metaforone, l'utilizzo di mostri, demoni e schifezze assortite per raccontare del diverso, di razzismo e intolleranza, che diventerà sempre più forte nelle stagioni a venire.

In tutto questo, come spesso accade nelle prime stagioni, a mancare è un arco narrativo solido e appassionante, capace di accompagnare degnamente dall'inizio alla fine. C'è più un buttare nel mucchio idee, sperimentare coi personaggi e preparare le pedine per quel che verrà eventualmente dopo, con tanto di cliffhanger a fine stagione, quello sì di grande effetto. La stessa - bella - idea di sfruttare come antagonista non tanto un singolo personaggio, quanto lo studio di avvocati cattivissimi e pure loro metaforoni spinti, fa sentire la mancanza di un cattivo meglio definito cui affezionarsi. In compenso funzionano molto bene parecchie singole puntate, con picchi particolarmente alti sui crossover con Buffy (splendido l'iper-melodramma di I Will Remember You, ma ottimo anche il ritorno di Faith) e pure in diversi riuscitissimi episodi autoconclusivi come I've Got You Under My Skin e The Prodigal. E insomma, per essere una prima stagione, con tutti i suoi tonfi e i suoi brutti episodi che, per carità, non mancano, poteva andare decisamente peggio. Ma d'altra parte, di fondo, non era una prima stagione.

Ho guardato la prima stagione di Angel tanti anni fa, in una galassia lontana lontana, e poi l'ho riguardata l'anno scorso. In entrambi i casi, l'operazione è stata condotta grazie al cofano DVD britannico, con visione in lingua originale e godimento del meta-linguaggio nerd che caratterizza l'opera whedoniana. Ne ho scritto solo adesso perché sto (ri)guardando la quinta stagione di Buffy e la seconda di Angel e m'è venuto in mente che questo post stava nelle bozze tutto vuoto, solo e abbandonato. E mi dispiaceva.

22.10.13

Il mio primo concerto francese


Sento spesso dire che i gusti di una persona vengono definiti durante il periodo dell'adolescenza, che la musica a cui ci siamo appassionati durante quegli anni sarà quella che ascolteremo per tutta la vita e cose del genere. E alla fine probabilmente è pure vero, ma lo è in una maniera più sottopelle che letterale. Voglio dire, ci sono dischi che vent'anni fa ascoltavo a nastro ma oggi mi fanno venire la nausea (o mi hanno semplicemente rotto le scatole), così come c'è roba che vent'anni fa guardavo dall'alto verso il basso con spocchia violenta e a cui oggi, invece, i suoi bei giretti su Spotify li faccio fare. E in fondo lo stesso vale per il cinema, le letture o che so io. Quel che però probabilmente mi è rimasto incollato alla corteccia cerebrale è un certo modo di fare melodie, di raccontare storie, di... ma che ne so, sto divagando, whatever. Di sicuro, comunque, ultimamente ho decisamente alzato il tasso di incidenza pop nelle mie passioni, in tutte le direzioni, fra musica, cinema, letture e guarda perfino il cibo. Immagino voglia dire che sto invecchiando, o magari che mi sto imborghesendo. Intendiamoci, mi piace ancora la musica con la gente buzzurra che sbraita e distrugge le chitarre ad accettate, però vado un po' meno a cercarmela, ecco. Voglio dire, ho avuto perfino un momento in cui ho ascoltato un sacco il primo disco di Katy Perry. Pausa drammatica. I suoi successivi, però, non mi hanno detto nulla. Cosa vorrà dire? Che sono un idiota? Probabile.

Ad ogni modo, non so bene cosa c'entri tutto questo sconclusionato discorso iniziale, ma mi sento di dire che ci siano tre gruppi in particolare che hanno definito i miei ascolti musicali negli ultimi anni, finendo per scavalcare grandi classici della mia vita da turista della musica come i Pearl Jam, gli Afterhours, i Faith No More, la Dave Matthews Band e sicuramente altre cose che adesso non mi vengono in mente e non stanno nella top ten su Last.fm. Sto parlando di Killers, Editors e Gaslight Anthem. Questo trio ha velocemente scalato le mie classifiche di ascolti, lottando a pugno duro con qualche autore di colonne sonore (mia grande passione da sempre) e, noto, coi Kings of Leon, che però non fanno testo perché c'è stato un periodo in cui li mettevo su per addormentarmi e poi andavano a rotazione per tutta la notte. Tipo anche quella volta che ho dormito sul pavimento di Orio al Serio aspettando un volo Ryan Air per Londra che continuavano a rinviare causa pioggia.

Ora, di recente, guarda il caso, tutti e tre quei gruppi hanno pubblicato un nuovo disco. E col nuovo disco arriva il nuovo tour. Tutti e tre i gruppi li ho visti già in azione più volte prima di andare a vivere a Monaco, ma, ehi, andare in giro per concerti è fra le cose che mi piacciono di più dell'ascoltare musica, quindi perché no? Per dire, i Gaslight Anthem li ho visti al Southside Festival in Germania, poi all'Hard Rock Calling raggiunto dormendo sul pavimento di Orio al Serio e quindi a Milano, prima di replicare appunto a Monaco. I Killers li ho visti all'Heineken Jammin' Festival del 2007 al forum di Assago, poi all'Arena di Verona e quindi all'Hard Rock Calling di cui sopra. Per poi andarmeli a gustare a Monaco. E gli Editors? Gli Editors li ho visti al Pinkpop in Olanda, al Southside tedesco che dicevo sopra, poi al Palatucker a Milano e quindi sarebbe stato ottimo chiudere con loro la trilogia di concerti da tedesco proprio con loro. Perfetto. Quasi poetico.

E guarda un po', gli Editors buttano fuori un disco quest'estate, fra l'altro un disco che mi è piaciuto parecchio, e si mettono in tour quest'autunno. Solo che, maledetti infami, fissano la data a Monaco per il sette di ottobre, fra l'altro, pensa, proprio nello stesso posto dove ho visto Gaslight Anthem e Killers, e poi quella a Parigi per il ventuno di ottobre. E lì scatta il panico. Perché proprio ad ottobre sarò in ballo col trasloco a Parigi, se tutto va bene, e quindi come si fa? Per quale data li compro, i biglietti? Sarcazzo. Come va a finire? Va a finire che il sette di ottobre sono qua a Parigi ad accogliere in casa i traslocatori e quindi no, non si possono vedere gli Editors a Monaco. Uffa. Beh, dai, pazienza. Facciamo a Parigi. Il problema è che va a finire pure che a furia di aspettare l'ultimo momento perché, che fai, compri i biglietti senza sapere se potrai andarci, il concerto di Parigi è andato tutto esaurito. Beh, dai, li compriamo su Viagogo, pagando un po' di più, ma insomma, ci tengo, ci sta, l'abbiamo fatto anche per i Killers a Monaco, daidaidai. Guardiamo. Eccoli, ci sono, non costano neanche tanto. Però adesso sto incasinato coi traslocatori, faccio domani. Passano un paio di giorni. Torno su Viagogo. I biglietti non ci sono più. Di tutto il tour degli Editors, la tappa parigina è l'unica per la quale non ci sono più biglietti su Viagogo. Che facciamo? Andiamo comunque sul posto lunedì e vediamo se ci sono i bagarini? Nah, è dall'altra parte della città, troppo sbattimento. E quindi? E quindi il mio primo concerto francese è rinviato.

Abbiamo appena trasmesso un nuovo episodio di First World Problems, la grande serie dedicata alla gente che si cruccia per stronzate senza alcun peso. Fra l'altro sto ascoltando il nuovo disco dei Pearl Jam. Backspacer mi era piaciuto. Questo mi sembra abbastanza noioso. Errore mio?

The Walking Dead 04X02: "Infetto"


The Walking Dead 04X02: "Infected" (USA, 2013)
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
episodio diretto da Guy Ferland
con Andrew Lincoln, Scott Wilson, Chandler Riggs, Norman Reedus, Melissa McBride, Chad L. Coleman, Danai Gurira, Emily Kinney, Steven Yeun, Lauren Cohan

Dopo un episodio interessante più per le premesse e il potenziale espresso che altro (e per lo zombi appeso e anche per l'idiozia della famiglia Grimes che non si rivolge al veterinario del gruppo per gestire il maiale moribondo), la seconda puntata sembra voler ulteriormente definire quelle che paiono essere le caratteristiche chiave di questa quarta stagione. Da una parte una forte attenzione nel dare ad ogni personaggio il suo spazio, gestendo i minutaggi col misurino come se fossimo all'All-Star Game dell'NBA o in un The Expendables, dall'altra l'inseguire come tema principale di tutta la faccenda il modo in cui ognuno, a modo suo, cerca di ritrovare una qualche parvenza di umanità in un contesto che di umano sembra avere ormai molto poco.

Il primo aspetto tenderei a considerarlo positivo, fosse anche solo perché magari riusciremo a vedere trattati in maniera un po' più profonda del solito anche i personaggi secondari, pur con la consapevolezza che di solito, quando questo accade, si sta avvicinando la loro dipartita. Di contro, però, spero anche che questa cosa non sia stata auto-imposta come regola ferrea, perché ogni tanto, anche nel racconto corale, l'episodio interamente dedicato a due o tre personaggi, o anche a uno solo, è un bel guardare ed è ottimo per sperimentare un po'. Detto questo, fa comunque piacere vedere una Carol in continua crescita, dalla scorza sempre più dura, anche se un po' mi aspetto che quell'avvenimento in finale di puntata che tanto la fa rallegrare torni in fretta a pungerla come il più infame dei boomerang.

Per quanto riguarda la ricerca, anche un po' disperata, di una normalità che ha molto poco a che vedere col reale e assai invece con la fantasia di ciascuno dei personaggi, l'intero episodio è stato costruito attorno al crollo delle fragili certezze costruite fino a qui e al demolire quel piccolo angolo di serenità che ognuno si era costruito. E il metaforone della cancellata che cede sotto i colpi del branco è magari un po' greve e sempliciotto, ma in fondo è un bell'elemento attorno a cui far ruotare tutto quanto. Per il resto, anche questa settimana c'è un bel frullamento di budella masticate e ci sono un paio di conseguenti colpi drammatici ben piazzati, soprattutto con del potenziale per conseguenze intriganti, anche se è ovvio che le vangate forti se le stanno preparando per il futuro, magari anche prossimo. Complessivamente, mi sembra che questa quarta stagione di The Walking Dead si sia presentata con un buon inizio, addirittura in crescita, con un secondo episodio più equilibrato e armonioso nelle sue componenti. Magari non è un avvio travolgente come per molti versi è stato quello di un anno fa, ma mi sembra solido, divertente e ricco di potenziale. Vediamo come si va avanti.

Comunque secondo me Carol quest'anno finisce malissimo. Sento puzza forte di Andrea.

21.10.13

Baguette-o-pep


Cose che ho notato nel corso delle mie prime due settimane da parigino.

Mi tocca ripetermi, ma davvero, arrivando da due anni e mezzo di vita in quella specie di paradiso urbano che è Monaco di Baviera (magari ne riparliamo in un altro post), spostarmi a Parigi è un po' come tornare a Milano. Si fa per dire, eh, ma in tanti aspetti la sensazione è proprio di ritorno a quel genere di città. Di ritorno a casa, se vuoi. Intanto, il casino: ci sono delle belle e grosse oasi di silenzio, eh, per carità, ma basta che svolti a destra due volte di troppo o che cammini per un paio di isolati e ti ritrovi nel caos, nella sporcizia e circondato da simpatici angoli che puzzano di piscio, tanto per le strade quanto in metropolitana. I bagni pubblici per strada, però, sono sorprendentemente puliti. Si puliscono da soli! È magia.

Il traffico e il rumore sanno essere allucinanti, ben più che a Milano, in una maniera che a Monaco ho visto forse solo durante l'Oktoberfest, nel relativo quartiere (e perlomeno in quel caso ero ubriaco). Poi, ripeto, ci sono zone molto tranquille (come ci sono a Milano), ma quando Parigi vuole la fare la metropoli sporca e casinista, beh, è brava per davvero. L'impatto definitivo col traffico, poi, è arrivato quando siamo tornati a Monaco per prelevare le gatte e da lì ci siamo spostati a Parigi in macchina: per raggiungere casa nostra (arrondissement numero otto) abbiamo fatto più coda in un'oretta di quanta ne abbia fatta a Monaco in due anni e mezzo. Ah, for the record, non ho una macchina da tanti anni, ma a Monaco mi capitava di usarne tramite car sharing.

Chiaramente, anche sulla base di quanto detto sopra, a Parigi non c'è l'aria pulita da paesino di montagna che si respira a Monaco. Ma, insomma, non che me lo aspettassi. In compenso, a parità di stagione, sembra fare mediamente più caldo (d'altra parte non siamo più in montagna). In compenso la "stabilità" atmosferica sembra molto simile a quella bavarese: se c'è un singolo lato negativo di Monaco è il fatto che non sai mai che tempo ci sarà e nel corso della stessa giornata passi dallo startene in canotta la mattina all'afferrare felpa e ombrello per ora di pranzo e poi costume da bagno dopo le tre. Ecco, siamo a Parigi da due settimane e non si tratta certo di un campione affidabile, però non credo ci sia stato un singolo giorno in cui non abbia piovuto almeno un po'.

Rispetto a Milano, va detto, c'è una grossa differenza. Parigi, pur con tutto il bordello, il casino, lo smog, lo sporco, è una bella città. Nel senso che alzi lo sguardo e vedi dei begli edifici, delle case che ti fanno esprimere un punto esclamativo, dell'architettura affascinante. Capita anche a Milano, intendiamoci, ma devi cercare con un po' più di attenzione. Per altro pure Monaco è bella assai. Così, per dire. In tutto questo, abbiamo trovato casa in una via molto tranquilla, nonostante sia a due passi da un'arteria super casinista e dalla ferrovia, e in una zona in cui c'è più o meno tutto quello che può servire, raggiungibile a piedi nel giro di cinque minuti, fra veterinario, ristoranti assortiti, negozi, grandi catene e pure la piazza col multisala grosso. La cosa è ottima soprattutto perché, nell'adorabilmente vivibile Monaco, sotto questo punto di vista mi ero abituato molto bene e non era assolutamente scontato spostarsi a Parigi e ritrovarsi in un posto in cui quasi tutto è a portata senza dover prendere i mezzi.

Mezzi che, per inciso, sono stra-capillari e, mi sembra, anche abbastanza efficienti, quando non colpiti da scioperi che sono in effetti abbastanza frequenti, oltre che un altro elemento di quelli "sono tornato a Milano". Alcuni treni sono molto moderni, puliti e con l'aria condizionata. Altri sono dei carri bestiame. Il collegamento con l'aeroporto è gestito tramite due treni diversi e diciamo che è uno è preferibile all'altro. L'aeroporto lo odio. La gente in metropolitana fa casino, non c'è esattamente quell'attenzione a non rompere le palle al prossimo tuo (ubriachi e tifosi di calcio esclusi) che si respira a Monaco. Più in generale, il comportamento delle persone mi sembra molto più italiano che tedesco, cosa che ovviamente ha i suoi pro e i suoi contro. Però, insomma, io ero molto orgoglioso del fatto che a Milano, pur con molta calma e fatte le dovute eccezioni, fossimo riusciti a capire che rallentare quando qualcuno sta attraversando sulle strisce e levarsi dalle palle tenendo la destra sulla scala mobile per far passare la gente possono essere gesti carini. A volte, perfino, si lasciano scendere le persone prima di salire sul treno in metropolitana. Qua a Parigi diciamo che mi sembra tutto un po' più anarchico. L'approccio all'attraversamento pedonale, in particolare, è una sfida al destino: se il semaforo dice rosso, innanzitutto ci si butta in strada e si comincia ad attraversare, poi si procede a braccio. A Monaco, se attraversi col rosso, i bambini ti guardano come se avessi rubato loro un giocattolo e i poliziotti minacciano multe. Oh, poi, gusti.

Affacciandomi alla finestra sul retro ho scoperto che G.I. Joe non è un documentario.

Vado in giro e non mi piacciono le facce che vedo. Le trovo proprio mediamente brutte e antipatiche, anche se mi rendo conto che la cosa è pure un po' figlia dell'abitudine e del condizionamento culturale. In compenso c'è una discreta quantità di belle figliole, cosa che fa sempre piacere quando vai in giro, anche se già mi mancano le bionde bavaresi. Su come sia la gente non credo di avere ancora elementi a sufficienza per esprimermi. Posso dire che i vicini di casa che ho intravisto mi sembrano amichevoli e in generale quasi tutte le persone con cui ho avuto a che fare, tra padrone di casa, negozianti, ristoratori, commessi e quant'altro, le ho trovate estremamente gentili e disponibili. Mi sembra anche che in giro per negozi si faccia perfino meno fatica che a Monaco a trovare qualcuno che spiccichi due parole di inglese, però il campione è davvero ristretto e soprattutto limitato in larga parte alle grosse catene. Fra le persone incontrate a caso, invece, sempre al momento, sempre con beneficio del dubbio, la media sembra essere più o meno come a Monaco: non tutti lo parlano. In compenso non sembra esserci la stessa quantità di gente "appassionata" di quel posto chiamato Italia.

A Monaco, dovunque ti giri becchi qualcuno che ha studiato italiano, vedi un ristorante o una pizzeria dall'italianità moderatamente "fedele", scorgi un negozio che vende prodotti italiani. A Parigi i ristoranti italiani non mancano di certo, figurati (anzi, diciamo pure che ne è piena), ma mi sembra che siamo un po' meno "presenti". In particolare, vedo in giro molti meno biscotti del Mulino Bianco. La De Cecco si trova, però. Le cose importanti. E a proposito di cibo: ristoranti ovunque, tanta roba che mi sembra essere di qualità, ristorazione etnica fatta come si deve, con posti tipici che fanno una cucina più o meno fedele a quella che sostengono di proporre. In questo mi sembra si stia perlomeno bene come a Monaco, sicuramente meglio che a Milano. Cosa curiosa: è pieno di rosticcerie cinesi/orientali con piatti già pronti da scegliere a buffet, come non mi pare di averne mai viste altrove (soprattutto non così tante). Fanno cacare.

L'ottimo libanese a due passi da casa.

Già che si parla di cibo, parliamo di prezzi. Parigi costa. Sono l'ultima persona a voler perpetrare il mito secondo cui la Germania sarebbe un paese iper-economico, in parte perché non conosco la vita in tutta la Germania, in parte perché a Monaco non è per niente vero. La mia esperienza a Monaco dice che la vita, lì, costa bene o male come a Milano. Chiaramente immagino dipenda anche da come vivi e cosa fai del tuo tempo libero, ma in media, facendo una tara fra quel che costa di più e quel che costa di meno, a Monaco spendevo bene o male i soldi che spendevo a Milano. E Milano non è esattamente una fra le città più economiche d'Italia. Ecco, sono appena arrivato, vediamo con calma, ma la prima impressione è che a Parigi si spenda sostanzialmente il doppio. La prima impressione si basa su (1) affitto, (2) fare la spesa e (3) andare al cinema. Grazie al cielo non è il mio lavoro il motivo per cui ci siamo spostati a Parigi.

A proposito di cinema. Ce n'è una valanga. E oltre ai vari multisala e in generale ai cinema con gli spettacoli "nuovi", ci sono diverse sale che proiettano film del passato e ce n'è perfino una tutta dedicata ai classici del cinema d'azione. No, dico. Inoltre, mentre a Monaco ci sono i film doppiati e anche quelli in lingua originale a Parigi ci sono i film in lingua originale e anche quelli doppiati. Per un esempio sulla quantità, basta andare a questo indirizzo. La differenza non è solo quantitativa, è proprio elevata a sistema. Il sottotitolo è istituzionalizzato. A Monaco c'è qualche cinema che appiccica i sottotitoli, ma in genere vai e ti vedi il film inglesoide esattamente come è uscito in America o in Gran Bretagna. A Parigi, almeno da quanto ho visto e quanto ho capito, il film viene sottotitolato in francese, pensato per un pubblico francese che si vuole guardare il film in lingua originale. La conseguenza di questo è che se un film ha un personaggio che parla, che so, in turco e in originale è sottotitolato in inglese, qua levano i sottotitoli in inglese e mettono quelli in francese. Se c'è un personaggio che parla in francese, beh, levano i sottotitoli in inglese e basta. Fra l'altro, conseguenza di questo è il fatto che spesso i DVD hanno solo i sottotitoli in francese. Non sempre, ma spesso. Insomma, ho un motivo aggiuntivo per mettermi a imparare la lingua.

Inoltre c'è la flat. Paghi venti euro e spiccioli al mese per farti la tessera e vai al cinema quanto ti pare, nelle grosse catene e pure in una manciata di sale indipendenti. C'è pure la tessera per la coppia, che costa trentaqualcosa euro (e fra l'altro la seconda persona non è fissa, puoi andarci con chi vuoi, e puoi pure far pagare il biglietto ridotto a una terza persona). Ora, mi rendo conto che per chi magari va poco al cinema possa sembrare un prezzo esagerato, ma per me è la manna dal cielo, significa (1) risparmiare un sacco di soldi, anche considerando che di base qua il cinema non costa poco, come tutto il resto, e (2) probabilmente andare ancora di più al cinema, perché "Mh, non so se andare a vedere quel film, non mi convince... ma che me ne frega, tanto c'ho la tessera". A proposito: per il momento sono andato a vedere solamente un film, Rush, a uno dei centododicimila Gaumont Pathe che ci sono in città e che descriverei dicendo che sembra l'UCI. Non è un complimento. Bisognerà approfondire.

 No, niente, è che la linea Belin mi fa molto ridere.

Dicevo, la lingua. La parlo bene tanto quanto il tedesco (nel senso di "no"), però la trovo molto più comprensibile del tedesco, per ovvi motivi di somiglianza all'italiano. Sia a leggere che ad ascoltare, tendenzialmente, capisco quasi tutto quello che viene espresso, anche se magari mi perdo qualche dettaglio. Il che significa che davanti a un film come Rush, in cui ogni tanto qualcuno parla in francese e ogni tanto Niki Lauda parla in tedesco sottotitolato in francese, non ho avuto problemi. Certo, di fronte a un Bastardi senza gloria, le cose potrebbero farsi molto più complicate. Insomma, qua mi si sta toccando nell'intimo, potrei essere motivato. Anche perché c'è la questione fumetti.

Già lo sapevo, ma fa comunque una certa impressione vedere quanta importanza venga data ai fumetti e non solo come prodotti per bambini. Non è tanto la quantità di fumetterie - che comunque sono tante e, da quel che ho visto, molto belle - o lo spazio che viene dato loro da Fnac, è il fatto che entri in una libreria a caso e trovi esposti all'ingresso, assieme ai romanzi e ai saggi "seri", diversi volumi a fumetti. E non solo il roman graphique che se la tira, anche magari il paperback di Superman. Bello. Senza contare che c'è addirittura la via dedicata alle fumetterie, Rue Dante, in cui ancora non sono stato ma che, ehi, mi sembra già una bella idea solo a scriverla.

Fra l'altro, due settimane fa, durante il nostro primo weekend da parigini, quando ancora non avevamo una casa, girando per la metropolitana siamo incappati nell'onnipresente pubblicità del Paris Manga & Sci-Fi Show e la domenica ci siamo andati. Bello, anche se magari io sono un pochino fuori target, ormai, per una fiera quasi interamente dedicata a manga, anime e relativi gadget (cosa che comunque non mi ha impedito di spendere dei soldi fra una bancarella e l'altra). Però c'era uno stand sul retrogaming con delle console e dei giochi che mi hanno fatto sanguinare il cuore, c'avevo letteralmente le lacrime agli occhi. Poi ho visto i prezzi e mi sono allontanato fischiettando, but still. Comunque agevolo veloce documentazione fotografica.

Qua mi sembrava di essere alla fiera campionaria di Milano.

Per fortuna tutti i DVD avevano solo i sottotitoli in francese.

Il torneo di mahjong!

Kimono e altre giapponeserie.

L'angolo Babich.

 L'angolo Calcaterra.

L'angolo takoyaki.

L'angolo attori mediocri di telefilm che fanno autografi.

Poco sopra ho menzionato la Fnac. Qua vicino a casa ce n'è una particolarmente fornita, ci sono andato e ho trovato tutto quel che cercavo. Non era scontato, non mi posso lamentare. Nonostante questo, devo dire che, pure mettendo assieme Fnac e Darty, rimpiango fortissimo il Mediamarkt più grande dell'universo che c'è a Monaco. Non che ci vivessi, anzi, ci sarò andato cinque volte in due anni e mezzo, ma quando ci andavo, scorrere tutti quegli scaffali era divertente, così come era bello ritrovarmi nella sezione PC più grande del pianeta, con versioni "fisiche" di roba che non ti aspetteresti mai. In generale, comunque, i negozi della roba multimedialosa che piace a me, qua a Parigi (e soprattutto qua nel mio quartiere) non mancano. Non ho visto una quantità esagerata di Gamestop, in compenso vedo dappertutto negozi di una catena che si chiama Micromania. Ma insomma, non mi sembra ci sia particolarmente da esaltarsi, sotto questo punto di vista: tutto molto istituzionalizzato e sotto forma di catene, per di più con prezzi che "OK, compro online", anche considerando il rischio di ritrovarmi fra le mani roba che parla solo francese. A margine, la prossima settimana, nello stesso posto della fiera mangosa di cui sopra, c'è una roba che si chiama Paris Games Week e a cui immagino che farò un salto.

Già che si è parlato di catene, alla faccia della Francia super nazionalista, l'invasione a stelle e strisce è totale. C'è tutto: Subway, McDonald's, Burger King, Kentucky Fried Chicken, ovviamente Starbucks. Gli Starbucks, poi, sono dappertutto. È pazzesco. Ci sono più Starbucks nel mio quartiere qua a Parigi che in tutta Monaco di Baviera. C'è più densità di Starbucks per metro quadro che nella maggior parte delle città americane che ho visitato. La stazione di treni e metropolitana ne contiene due. Esci dalla stazione e te ne trovi uno davanti. Attraversi la strada e ce n'è uno dentro il centro commerciale. Vai a destra, cammini per cento metri e ce n'è uno enorme, su due piani, nella piazza lì vicino. Allucinante. Fra l'altro c'è anche Domino's Pizza. Non ho ancora avuto il coraggio.

La cosa ottima è che nella maggior parte di questi posti c'è il Wi-Fi gratuito. C'è anche in svariate stazioni della metropolitana e in altri luoghi pubblici. Inoltre, praticamente tutte le aziende telefoniche/internettare hanno hot spot dappertutto. Tipo, per dire, Free, che è quella con cui ho fatto l'abbonamento io, ne ha qualcosa come tre milioni. Pure da casa, ne becco uno. Tra l'altro sembra una presa per il culo: si chiamano Free Wi-Fi, tu li vedi, dici "Ah!", ti connetti e poi scopri che è una roba a pagamento. A proposito, l'internet: chiaramente non dipende strettamente da Parigi ma da dove ho trovato casa, però passare dalla gloriosa VDSL teutonica alla mediocre ADSL che ho qua è un po' deprimente. Anche se l'impatto è stato ammorbidito dal fatto che, dopo due settimane spese attaccandomi in tethering e correndo da uno Starbucks all'altro per scaricare episodi di telefilm, anche la peggior ADSL del mondo dà l'impressione di stare attaccati alla dorsale del paradiso. Comunque, ho fatto tutto con Free, mi ci hanno infilato dentro pure la televisione (che ha una valanga di canali, con tanto di PVR integrato, una decorosa programmazione in lingua originale, internet sulla TV, app assortite e perfino un gamepad nella confezione, casomai volessi acquistare la manciata di giochi supportati) e tutto sommato l'offerta mi sembra dignitosa. E poi il router e il decoder c'hanno il design di Philippe Starck, mica pizza e fichi! Detto questo, c'è la fibra ottica nel quartiere, bisogna aspettare che allaccino il palazzo, attendiamo fiduciosi.

 Il router che fa tendenza.

Ah, fra l'altro, la velocità/qualità dei servizi. Mh. Diciamo che su alcune cose 'sti parigini mi sembrano lenti/storditi stile Italia, ma insomma, d'altra parte non è che a Monaco lo stereotipo della Germania tutta precisina e super funzionante si sia rivelato esattamente veritiero. In compenso, a livello burocratico, i francesi, per il momento, mi sembrano ben più scopinculo precisini regoletti dei tedeschi, anche solo per darmi una cacchio di SIM. Poi, non so bene cosa c'entri ma non so dove altro infilarla: la questione carte di credito. Ai francesi - che per inciso usano ancora un sacco gli assegni - le carte di credito stanno antipatiche tanto quanto ai tedeschi, ma hanno risolto la cosa in maniera più intelligente. Mentre a Monaco trovare un negozio (e soprattutto un ristorante) che accetti carte di credito è più difficile che trovare un macellaio che non abbia il 90% dell'assortimento a base suina, a Parigi accettano le carte di credito più o meno dappertutto. Solo che non sono carte di credito.

Intendiamoci, accettano, per dire, Visa e Mastercard, e se hai una carta di credito Visa italiana la usi senza problemi e come al solito, ma le Visa e le Mastercard che ti fai qua non funzionano come carte di credito, sono carte di debito (o bancomat, se vogliamo). Nel senso che ti prendono subito i soldi dal conto. Funzionano perfettamente, eh! Ci compri su Amazon, per dire. Però paghi subito (o quasi, comunque non un mese dopo). A me, tutto sommato, la cosa non dispiace: penso sia più saggio spendere i soldi che hai, rispetto a spendere i soldi che avrai all'inizio del mese successivo. O magari non ci ho capito nulla, che può pure essere, ma che vi devo dire, ce l'hanno spiegata così. Ah, se ho capito bene, fa eccezione American Express: la loro è una carta di credito pure qua. Credo. Fra l'altro, a proposito di carte di credito, fun fact: l'edicola della metropolitana di non so quale stazione grossa in centro accetta il pagamento con bancomat/carta. E vende Empire. Quello inglese, dico. Sembra - ed è - una fesseria, però trovalo, in tanti altri posti, un edicolante che ti permette di pagare con la carta se non hai dietro spiccioli. E in generale trovalo, Empire, a Monaco.

Ad ogni modo, direi che possiamo chiudere qui. Ci sono sicuramente mille altre cose che potrei e vorrei dire, ma adesso non mi vengono in mente e, insomma, anche basta. Vi saluto con un bel copincolla di quanto scritto su Facebook a tema baguette.

"Hahahaahah cmq la cosa delle baguette uno pensa sia una battuta, lo stereotipo e invece escono davvero dalle fottute pareti. Ho scritto questo status, mi sono affacciato alla finestra e tac, passa uno con la baguette in mano e non solo: la solleva e la annusa voglioso. Hanno proprio un rapporto morboso, con 'ste baguette. La proprietaria dell'appartamento temporaneo dove stiamo in 'sti giorni ci ha fatto trovare un'ottima baguette sul tavolo. Da McDonald's c'è il McBaguette. Vai in giro e la gente ha in mano sacchi da dieci baguette. Sembra un film horror. Dal panettiere nessuno può sentirti urlare."

Quasi ventimila caratteri usciti così, come se niente fosse, durante una (ovviamente) piovosa domenica mattina. Mi sa che mi mancava, scrivere qua sul blog.

20.10.13

Lo spam della domenica mattina: Traslocamentre


Dunque, fra la scorsa settimana e questa, ovviamente, non sono riuscito a produrre molto, al di là del ricominciare a scrivere di The Walking Dead e del continuare a scrivere di Agents of S.H.I.E.L.D. correndo da uno Starbucks all'altro per scaricare i rispettivi episodi. Comunque, qualcosina sono riuscito a farla. Per esempio, su Outcast non ho saltato gli appuntamenti con Old! e ho parlato dell'ottobre del 1983 e di quello del 1993. Inoltre, ho enucleato un Librodrome dedicato ai fumetti di Dead Space e, siccome l'altro giorno m'è apparsa la connessione a internet, ci siamo lanciati e abbiamo subito registrato un podcast, il primo The Walking Podcast dedicato alla quarta stagione di The Walking Dead. In tutto questo, ho fatto anche cose per IGN e in particolare segnalo l'intervista su The Witcher 3: Wild Hunt, estratta dal fondo della monnezza riportata dalle fiere.

Sono ormai quasi installato. Quasi. Ma installato. Baguette!

19.10.13

La robbaccia del sabato mattina: cose accadute mentre traslocavo

 
Allora, mentre mi spostavo dalla Germania alla Francia, bizzarramente, il mondo non si è fermato. E quindi sono successe una caterva di cose e sono apparsi una valanga di video che normalmente commenterei qua sul blog. Vediamo un po' di fare selezione e iniziamo da questo bel corto animato a firma Zack Snyder / Bruce Timm per celebrare i settantacinque anni di Superman.



Poi abbiamo quest'altra robetta sfiziosa, Il cavaliere oscuro riprodotto sotto forma di videogioco a otto bit. Quanto sono belli, 'sti filmati ottobittari?



Poi è saltato fuori un trailer per Lo hobbit: La desolazione di Smaug che ha fatto lanciare una serie di ululati d'esaltazione in giro per l'internet.



E onestamente, mah, sì, per carità, bello, c'è dell'azione, c'è dello spettacolo, c'è la voce di Sherlock Holmes, c'è la faccia da fesso di Orlando Bloom e c'è Evangeline Lily truccata da donna delle pulizie, però non so bene cosa ci sia da gasarsi tanto. Mboh. Intanto, mentre Edgar Wright twitta robe su Ant-Man, viene confermata Elizabeth Olsen per Avengers: Age of Ultron, probabilmente nei panni di Scarlet Witch (comunque è brava, bene così) e arriva la conferma pure per Aaron Taylor-Johnson nei panni di suo fratello Quicksilver (secondo me è perfetto). Ma andiamo avanti.



Il primo trailer del nuovo Jack Ryan. Per quanto mi riguarda, la cosa più divertente del trailer sta nel fatto che Kenneth Branagh sia diventato "quello di Thor". Per il resto, ha detto tutto Stanlio Kubrick, facendomi tra l'altro ridere un sacco. E a proposito di ridere un sacco...



Hahahaha, ma quanto è bello che cagate simili siano diventate produzioni mediamente grosse, con dentro attori attori sulla carta dignitosi? Cioè, I, Frankenstein. Contro i goblin dei cartoni animati. Con l'esercito di cadaveri. E Yvonne Strahovski, che è sempre un piacere. Magari è divertente. Boh. Non so se crederci. Va detto che io mi sono divertito con Hansel e Gretel.

Chiudiamo con una roba deliziosa firmata Guillermo Del Toro.



Anzi, chiudiamo con un'altra roba.



Sono più o meno tornato operativo. Più o meno. Meno. Lo sapete che qua si può fare la flat del cinema? La tessera, dico. Venti euro al mese e vai quanto vuoi. Non ne esco vivo.

17.10.13

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X04: "A occhi chiusi"


Agents of S.H.I.E.L.D. 01X04: "Eye Spy" (USA, 2013)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Roxann Dawson
con Clark Gregg, Brett Dalton, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge

Attenzione, colpo di scena: il quarto episodio di Agents of S.H.I.E.L.D. è il primo che mi convince più o meno fino in fondo. Nulla per cui strapparsi i capelli, correre in strada urlando e mettersi a ribaltare le macchine dalla gioia, però è una puntata che, oltre a lasciarsi guardare, mi ha addirittura abbastanza appassionato e non mi ha lasciato alla fine addosso una sensazione di "Sì, OK, però andiamo al dunque". Addirittura Ward, per brevissimi tratti, è sembrato poter manifestare un minimo di carisma e i suoi scambi con Skye non mi hanno fatto venire il latte alle ginocchia. Ma soprattutto l'episodio ha ritmo. Che magari può sembrare una cosa scontata, per una serie almeno in parte incentrata sull'azione, ma secondo me tutte le precedenti puntate - compreso il pilota, che ho apprezzato meno rispetto a quella che sembra essere "l'opinione pubblica" - pativano gravemente di carenza dello stesso. Qua, invece, le cose procedono con un minimo di trasporto, c'è una regia un po' più dinamica del solito, la scena d'apertura è abbastanza d'effetto e tutta la parte conclusiva, per quanto non esattamente strabordante di colpi di scena imprevedibili, funziona a modino e ha pure un paio di gag simpatiche.

Dopodiché rimangono i problemi (o supposti tali) della serie, a cominciare dal fatto che può risultare un po' bizzarro seguire le avventure dei cazzutissimi agenti dello S.H.I.E.L.D. che sono una banda di ragazzini scemotti e un po' incapaci. Io in realtà non lo trovo particolarmente incoerente con l'universo cinematografico Marvel, caratterizzato fin dall'inizio come tutto un tripudio di scemate colorate e autoironiche, a maggior ragione se consideriamo che si tratta del team guidato da Phil Coulson, uno che cammina come se avesse un aspirapolvere infilato dove non batte il sole e che nelle sue apparizioni cinematografiche è sempre stato lo scemo del villaggio. Ma, ehi, capisco possa dar fastidio.

Più che altro, però, quel che serve è che la serie prenda un po' il volo, smetta di concentrarsi solo sulla struttura da caso della settimana e inizi a unire i puntini dei vari indizi sparsi in giro, fra organizzazioni segrete antagoniste e 'sta storia di che cacchio è successo a Coulson con cui ce la menano dal pilota. Probabilmente bisognerà avere un po' di pazienza, perché ho idea che, in termini di ambizione del racconto, si sia andati anche un po' a spanne in attesa di sapere se e quanto sarebbe durata la stagione (in questo mi ricorda un po' la prima annata di The Good Wife, alla faccia dei paragoni arditi). Ce l'avremo, la pazienza? Io sì, sono una persona paziente. Ma gli altri? Boh.

Comunque è affascinante leggere le recensioni in giro per l'internet e vedere che su ogni singolo elemento di ogni singolo episodio ci sono opinioni completamente opposte. Non capisco se sia un buon segno, ma è affascinante. O forse divertente? Boh, qualcosa del genere.

15.10.13

The Walking Dead 04X01: "Calma apparente"


The Walking Dead 04X01: "30 Days Without An Accident" (USA, 2013)
con le mani in pasta di Scott Gimple e Robert Kirkman 
episodio diretto da Greg Nicotero
con Andrew Lincoln, Scott Wilson, Chandler Riggs, Norman Reedus, Melissa McBride, Chad L. Coleman, Danai Gurira, Emily Kinney, Steven Yeun, Lauren Cohan

Negli scorsi due o tre mesi, un po' tutto il cast di The Walking Dead, a cominciare dal nuovo showrunner Scott Gimple, ha ripetuto e ribadito che in questa quarta stagione avremmo visto entrare in scena una nuova minaccia, in aggiunta a zombi ed esseri umani esterni al gruppo. Non era difficile immaginarsi cosa potesse essere e il finale di questo primo episodio ha confermato l'ipotesi che andava per la maggiore, proponendo una situazione che è sicuramente credibile veder manifestarsi in un contesto del genere, suggerendo un intrigante possibile coinvolgimento di Daryl e in generale ponendo basi interessanti per gli sviluppi nell'immediato futuro, oltre che per l'inevitabile massacro di tutto il nuovo cast di contorno gettato evidentemente nel mucchio solo per fare da carne da macello.

Più in generale, questo 30 Days Without An Accident è un solido primo episodio, molto ben orchestrato nel porre le basi per la stagione e mostrarci l'evoluzione dei vari personaggi rispetto a come li avevamo lasciati. Non ha magari la forza dirompente e la carica emotiva dei "season opener" visti nelle nella prima e nella terza stagione (sarà che il pari porta sfiga?), ma fa il suo dovere e piazza diversi colpi riusciti. Dove magari fallisce un po' è per l'appunto nel segmento che più di tutti dovrebbe puntare sull'emotività, con le vicende di Rick fuori dal campo, pure intriganti di per sé, ma dal forte sapore di già visto, soprattutto perché non è che al nostro simpatico sceriffo non sia già capitato, in passato, di trovarsi davanti a uno specchio deformante in grado di mostrargli le condizioni in cui ci si può ridurre se si abbraccia la disumanizzazione da post-apocalisse.

Ma è soprattutto nel dedicarsi al suo compito principale, proporre spunti per quanto ci aspetta, che questo episodio ha fatto egregiamente il suo dovere. Innanzitutto, ci viene illustrato il passaggio dalla "ricktatura" a una sorta di consiglio dei saggi (?), sullo stile di quanto avvenuto anche nei fumetti, e questo è interessante anche perché sembra presupporre una svolta netta per la serie, fino a oggi sempre incentrata sui conflitti di leadership fra Rick e i vari Shane, Hershel e Governatore. Dopodiché viene messo chiaramente in evidenza quello che sarà probabilmente uno fra i temi principali della stagione: la ricerca di normalità, la lotta contro la perdita di umanità. Lo vediamo in un Carl improvvisamente tornato bambino che legge fumetti, in una comunità che sta cercando di adattarsi a una qualche forma di vita organizzata, in Daryl e Carol versione chioccia, in Tyreese e Sasha che hanno imboccato nuove strade, in Hershel che ara i campi, in Michonne che abbandona le pose da Arnold e addirittura ride. Poi, però, emergono le piccole e grandi cose che ricordano quanto in mezzo e tutto attorno ci sia lo schifo, fra la lezione di coltelli, Rick che fa cose strane (e ha i suoi incontri nel bosco), il costante vociare dei morti che si appoggiano al recinto, quel bel momento in cui Glenn e Maggie discutono su fino a che punto sia il caso di inseguire una vita normale. C'è insomma l'aspetto più umano di The Walking Dead, importante per la riuscita della serie tanto quanto i momenti zombi. E a proposito...


Ma lui torna capellone e col carro armato?

A proposito di zombi, la scena clou dell'episodio, con i cadaveri che piovono dal cielo, è una delizia, regala un non morto appeso per le budella che entra di diritto nel gruppone dei migliori mai visti nella serie e in generale permette a The Walking Dead di mostrare i muscoli e far vedere che sotto questo punto di vista non c'è da preoccuparsi. Del resto, se si mette a dirigere l'episodio Greg Nicotero, è evidente che si vuole dare spettacolo sul fronte budella. In più, nel contesto, vediamo nascere un altro paio di spunti, con da un lato l'introduzione di un altro personaggio pescato dai fumetti e proposto in una forma abbondantemente diversa e dall'altro un'evoluzione di Beth che sembra poter dare il via a un arco narrativo potenzialmente interessante. Insomma, la carne sul fuoco è stata gettata, sembra esserne rimasta pure parecchia in frigo, vediamo come si va avanti.

Nel mentre, oltre sedici milioni di persone han visto l'episodio, con degli ascolti che han preso a schiaffi praticamente qualsiasi altra cosa, NFL compresa. Leggo che ci si aspetta che con le repliche si sfondi il tetto dei venti milioni. A posto, insomma.

10.10.13

Agents of S.H.I.E.L.D. 01X03: “La risorsa”


Agents of S.H.I.E.L.D. 01X03: "The Asset" (USA, 2013)
creato da Joss Whedon, Jed Whedon, Maurissa Tancharoen
episodio diretto da Milan Cheylov
con Clark Gregg, Brett Dalton, Chloe Bennet, Iain De Caestecker, Elizabeth Henstridge

La scorsa settimana chiacchieravo del fatto che, nel seguire una serie televisiva e magari anche nello scriverne, a un certo punto bisogna cominciare a dare per scontate alcune cose, a prenderle come dati di fatto e farsene una ragione. Agents of S.H.I.E.L.D. è una specie di bizzarro ibrido whedoniano che mescola serio e faceto, dramma e scemenze, scambi fra personaggi che hanno sempre la battuta pronta e momenti più introspettivi, il tutto strizzando l'occhio ai geek con rimandi a catinelle e inserendosi in una continuity sempre più corposa legata all'universo cinematografico Marvel. Ed è anche una serie che racconta un mondo di supereroi con un budget da televisione e una messa in scena per forza di cose povera rispetto a quella cui il cinema ci ha abituato. Ce ne siamo fatti tutti una ragione? Bene, proseguiamo.

Questa settimana, mentre guardavo il terzo episodio, mi sono trovato a pensare che forse c'è un altro aspetto che sarebbe il caso di accettare: Agents of S.H.I.E.L.D. non è niente di speciale. Magari un giorno ingranerà, o magari un giorno accetterò addirittura il fatto che si tratti di una serie mediocre, ma per il momento siamo in quella zona lì, la zona di una cosa che non è niente di speciale e che, diciamocelo, se non fosse il telefilm della Marvel avrei abbandonato dopo l'episodio pilota. Dopodiché, intendiamoci, gli spunti ci sono, l'idea delle persone (quasi) normali alle prese con l'impossibile ha dei possibili ottimi sviluppi, il mistero dell'agente Coulson continua a spingere con forza sempre nella stessa direzione dal gran potenziale (muscle memory, certo) e i personaggi sono dei sagomati di cartone talmente vuoti che possono solo crescere, però... però.

Però il problema è che manca il mordente. Per dire, questo terzo episodio, si apre con un bel prologo d'impatto, potente e anche ben supportato dagli effetti speciali (in generale, tolti magari gli imbarazzanti esterni con fondale bianco, l'estetica della puntata è forse meno pezzente del solito) e ha tutta una parte conclusiva con qualche idea simpatica tanto nel setup quanto negli sviluppi, però... però. Però Ward è un buco di carisma talmente grande che spesso pure chi gli sta attorno inciampa, ci finisce dentro e scompare (e non basta raccontare due scemenze sul fratello per cambiare la situazione). Però gli antagonisti continuano ad essere poco interessanti, questa settimana con l'aggravante che ci siamo trovati di fronte al Nathan Fillion del discount. Però – e alla fine il problema è soprattutto questo – quando non ci sono in ballo cose che saltano per aria, tende un po' ad ammosciarsi tutto e la narrazione procede in maniera stanca, pur regalando qualche sussulto qua e là (magari coi dialoghi fra Coulson e May). Poi, certo, si lascia guardare, a tratti ci si diverte e ci siamo pure goduti le origini segrete di un nemico storico dei Vendicatori, ma, insomma, siam sempre lì: se non fosse un telefilm che può permettersi di raccontarti le origini segrete di un nemico storico dei Vendicatori, continuerei a guardarlo?

Fra l'altro domenica ricomincia The Walking Dead, a proposito di serie TV ispirate a fumetti con esiti a dir poco polarizzanti.

 
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