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31.12.07

Loop

Loop (Giappone, 1998)
di Koji Suzuki


Ring, primo episodio della saga di Koji Nakata, era un romanzo horror in tutto e per tutto, fortemente incentrato sull'aspetto investigativo della vicenda e caratterizzato dallo stile morboso, malato, seducente tipico della narrativa del terrore nipponica. Il secondo capitolo, Spiral, si spostava con decisione sui binari della fantascienza, senza rinunciare a momenti di pura e sana inquietudine, ma svelando retroscena "tecnologici" e allontanandosi decisamente dalle suggestioni esoteriche per cui la serie è diventata famosa in Occidente. Con Loop Koji Nakata chiude il cerchio e stravolge nuovamente tutto, abbandonando quasi completamente temi e atmosfere dei primi due libri.

Loop non è neanche lontanamente un racconto dell'orrore, se non per il retrogusto amaro e inquietante con cui presenta le sue teorie, i suoi personaggi e i suggestivi dubbi che l'autore pone sulla natura stessa della razza umana. In compenso, è un romanzo coraggioso, proprio perché spiazza negando - o comunque rielaborando in una chiave totalmente diversa - praticamente tutto ciò che ci è stato raccontato in precedenza.

Lo stesso aspetto investigativo del racconto, unica vera costante dei primi due libri, viene qui messo in disparte e ridotto alla semplice presenza di un mistero da svelare. Un mistero la cui soluzione è chiara al lettore ben prima di quando lo diventi per il giovane Kaoru, ennesimo protagonista spento e abbattuto, sconfitto da una vita contro cui tenta disperatamente di combattere.

Al di là dell'insoddisfazione che il rimescolamento delle carte può generare in chi aveva gradito i primi due libri, il vero problema di Loop sta nello stile glaciale, asettico, con cui Suzuki racconta i suoi personaggi. Tanto bene funzionava nel rendere l'atmosfera morbosa dei primi due libri, quanto poco riesce a trasmettere l'estremo senso di melodramma che qui fatica ad emergere, e riesce solo a farsi percepire sottopelle.

Ma in ogni caso Suzuki ha la mia stima, perché non si è adagiato sul successo del primo libro e ha invece avuto il coraggio di stravolgere tutto e stupire con tre romanzi diversi fra di loro in maniera anche radicale. Loop si rivolge solo e unicamente a chi ha letto e gradito i primi due episodi, ma allo stesso tempo ne schiaffeggia le aspettative e nega loro la possibilità di ritrovare ciò che hanno amato. Il rischio di rimanere delusi è forte, ma mi riesce difficile non apprezzare la scelta.

28.12.07

I corti Pixar - Primo volume

Pixar Short Films - Volume One (USA, 1984-2006)

Una splendida raccolta, che mette assieme i cortometraggi prodotti dalla Pixar per accompagnare i loro lungometraggi animati e una selezione dei migliori "pezzi" risalenti ai primi anni di attività. Guardandoli in sequenza ci si stupisce per i mostruosi passi avanti tecnologici compiuti in poco più di due decenni, ma a lasciar davvero di sasso è la qualità della narrazione. Che a dominare siano i silenzi, le splendide musiche o i brillantissimi dialoghi cambia poco: il risultato in ciascuno dei tredici corti è un gioiello di invenzioni visive e narrative, di divertimento e di poesia.

Certo, se ci si scrolla un attimo di dosso l'entusiasmo, bisogna ammettere che un paio di corti sono meno riusciti della media, che qualcun altro ha senso solo se accompagnato al film "di riferimento" (e non a caso venne prodotto per l'uscita in home video) e che a conti fatti questo Blu-ray, pur semplicemente mostruoso per qualità audio e video, contiene un'ora scarsa di cortometraggi e una mezzoretta di extra (più i commenti audio, ci mancherebbe). Ma d'altra parte, come si fa a dire di no a un disco che contiene piccoli capolavori come Luxo Jr e Geri's Game?

27.12.07

I figli di Medusa

The Cosmic Rape (USA, 1958)
di Theodore Sturgeon


Uno schifido balordo alcolizzato e costantemente incazzato di nome Gurlick vive di stenti e maledice l'umanità intera, che ritiene ovviamente prima colpevole della sua squallida situazione. Un giorno, mentre pasteggia con un delizioso hamburger rubato a un cane che rovistava nella spazzatura, entra inconsapevolmente in contatto con una spora generata da Medusa, un'intelligenza aliena che vaga per lo spazio assimilando e sottomettendo civiltà intere. Medusa ha avviato la conquista del pianeta Terra e utilizzerà Gurlick come pedina per la messa in atto del suo piano.

È la prima volta che leggo un racconto di Theodore Sturgeon e non sarà certo l'ultima, perché ho scoperto un autore dalla prosa affascinante e coinvolgente, capace di tratteggiare personaggi sfaccettati e credibili in due righe. Gurlick è un protagonista meraviglioso, un perdente nato, squallido e insopportabile, da adorare proprio per la sua lurida bassezza. Ma oltre a lui, fra le vittime dello stupro cosmico da parte di Medusa ci sono tanti personaggi secondari, sparsi in giro per il mondo, che finiscono coinvolti nel piano di conquista e vengono usati come pretesto per raccontare la visione che Sturgeon ha dell'umanità.

Un'umanità incapace di sfruttare a fondo il proprio potenziale e limitata dall'individualismo e dal non voler, o poter, muoversi assieme verso un comune obiettivo. Medusa offre sostanzialmente alla razza umana l'opportunità di farlo, dandole una chance di unirsi a un'unica, grande intelligenza collettiva. E nel fare questo decreterà il proprio fallimento, per mano del virus che popola e infetta il pianeta Terra. Un fallimento raccontato in maniera spettacolare, vibrante, forse anche un po' autocompiaciuta, ma talmente scorrevole e appassionante che non si fatica a passarci sopra.

23.12.07

La settimana a fumetti di giopep - 23/12/2007

Comincio a pensare che dovrei cambiare nome a questa rubrica, visto che ormai la cadenza è diventata più casuale, che settimanale. Ma d'altra parte non saprei come chiamarla e, oltretutto, "La settimana a fumetti di giopep" mi piace. Boh, qualcuno ha suggerimenti da darmi? Comunque, stavolta parlo di tutto quello che ho letto dall'ultimo appuntamento, anche se magari facendo qualche "riassuntone" di gruppo. Anche perché col Natale incipiente non so quanti aggiornamenti potrò fare nei prossimi giorni, e quindi vi lascio con un bel lasagnone. Auguri. :)

DC
52 #26/30 ***
Batman #7 ***
Catwoman #3 ***
Freccia Verde #4 ***
Giovani Titani #4 ***
JSA #1 ***
Nightwing #2 ***
Outsiders #4 ***
Superman #6/7 ***
Questa DC mensile mi sta mettendo addosso una fastidiosa sensazione di mediocre inutilità. Lascia perplessi, soprattutto, l'incostanza dei disegni, con continui cambi e una qualità davvero troppo altalenante. Ed è un peccato perché, sotto sotto, serie come Catwoman o Freccia Verde sembrano avere davvero qualcosa da dire e perfino Outsiders e Giovani Titani paiono potersi tirare fuori dal pantano mostrato col pessimo inizio. Interessante, comunque, il Superman (co)sceneggiato da Richard Donner, che fra figli illegittimi e kryptoniani a rimorchio sta inserendo un po' tutti gli elementi topici dei film, senza che però la cosa risulti troppo forzata.

Marvel
Gli Eterni ****
Neil Gaiman prende in mano gli Eterni e li rielabora in chiave moderna e adulta. Olympia è una storia fresca e appassionante, che non inventa nulla di particolarmente nuovo ma riesce lo stesso a trovare soluzioni originali e che, soprattutto, vive delle splendide tavole di John Romita Jr. e della meravigliosa scrittura di Neil Gaiman. Insomma, uno spettacolo.

Thor & I Nuovi Vendicatori #104/105 ***
Capitan America: Morte di un eroe #1 ***
Sarà che l'avvenimento era ormai risaputo, ma la morte di Cap non mi ha colpito come pensavo avrebbe fatto. Non sono riuscito, insomma, a trovare nella storia il pathos e il coinvolgimento che mi sarei aspettato. Certo, in parte la cosa può essere dovuto al mio non aver mai amato fino in fondo il personaggio, eppure ci sono comunque molto affezionato e pensavo di "sentire" la storia un po' di più. Forse qualche colpa ce l'ha Brubaker, forse no, ma complessivamente mi sembra che l'evento stia venendo un po' sprecato, anche nella miniserie Morte di un eroe, che per il momento trovo più interessante per le intenzioni che realmente riuscita nei risultati.

Civil War: Epilogo ***/****
Già meglio. Quattro storie che provano a mettere un punto in fondo alla saga e ci riescono bene in maniere molto diverse. Toccante e riuscitissimo lo sfogo di Tony Stark e, all'estremo opposto, divertente e molto azzeccato il racconto di Howard il papero.

Civil War - L'iniziativa *
Mamma mia che invereconda puttanata e che clamoroso spreco di soldi. Ma che è 'sta presa per il culo? Un albo confezionato con pezzetti pubblicitari di storie a caso. Ma uccidetevi.

Devil & Hulk #132 ****
Dopo tanti anni Devil & Hulk continua ad essere uno dei migliori appuntamenti mensili Marvel. Il Devil di Brubaker giunge a un bel giro di boa, chiudendo la spettacolare saga del Matt Murdock fuggitivo con un epilogo amaro e malinconico. Planet Hulk, invece, prosegue sui suoi binari, certo più ordinari e prevedibili negli sviluppi, ma sicuramente ben scritti e disegnati. A conti fatti Greg Pak sta offrendo qualche spunto interessante, in attesa di lasciare spazio - immagino - agli eventi che terrano banco nel mega-crossover in divenire, col ritorno del verdone sulla Terra.

Fantastici Quattro #278 ***
Gli Incredibili X-Men #209 ***
Wolverine #213/215 ***
X-Men Deluxe #150/152 ***
Un bel mucchietto di letture piacevoli, in mezzo alle quali mi sento di segnalare il sempre ottimo Wolverine: Origini, il ritorno degli X-Men di Joss Whedon (frizzanti e divertenti come sempre) e soprattutto X-Factor, che continua a mostrare un Peter David davvero tornato ai suoi migliori livelli, adulto e intrigante come solo lui sa essere.

L'Uomo Ragno #471/474 ***
Sinceramente questa saga del ritorno al costume nero non mi sta dicendo molto. Immagino l'idea arrivi dal traino del terzo film di Sam Raimi, ma non è che questo debba necessariamente darmi fastidio. Il problema è che per il momento mi sembra le storie manchino di mordente.

Ultimates #31: "Potere supremo #2" ***
Prosegue il filmone action Potere supremo e lo fa con un continuo susseguirsi di colpi di scena e un fantastico ritmo che scandisce inesorabile il crescendo d'emozioni. Una serie fantastica per il semplice piacere della lettura se ce n'è una.

Ultimate X-Men #42: "Conseguenze" ***
Gli X-Men dell'universo Ultimate affrontano le conseguenze della morte di Charles Xavier elaborando il lutto e gestendo tutte le (innumerevoli) menate burocratiche, legali, amministrative, morali e umorali che ne possano conseguire. Più passa il tempo e più Robert Kirkman mi sembra stare prendendo in mano le redini della serie, con personaggi che acquistano spessore e storie che vanno oltre la semplice scazzottata.

Manga
Boken Shonen *****
Il miglior Mitsuru Adachi, quello malinconico e realista, che si sofferma sui sentimenti dei suoi personaggi e che li fa parlare con gli sguardi, i piccoli gesti, i dettagli. Boken Shonen raccoglie una serie di sette racconti autoconclusivi, pubblicati in Giappone nell'arco di altrettanti anni, dal 1998 al 2006. Intensi, divertenti e toccanti, non hanno ovviamente la ricchezza delle storie a più ampio respiro di Adachi, ma mi hanno comunque ricordato i motivi per cui lo considero uno fra i miei autori di manga preferiti.

Cesare #1/2 ***
Un intrigante manga pseudo-storico, che gioca tutto sulle solite suggestioni dell'autrice Fuyumi Soryo. Complicate macchinazioni, toni oscuri, personaggi ultraromantici, sottotesti sessuali neanche troppo accennati. L'ambientazione è sicuramente particolare e ne viene fuori una storia perlomeno intrigante. Sono curioso di vedere come andrà avanti.

Worst #13 ***
Numero abbastanza interlocutorio per una serie che personalmente adoro, per qualità dei disegni e per intensità del racconto. Certo è che la cadenza "a cazzo" causa vicinanza alla produzione originale in questi casi diventa ancora più insopportabile.

Bonelli
Brad Barron #10/18 ***
Ho iniziato a leggere Brad Barron in ritardo, pescandone un albo a caso ogni tanto in fumetteria e incagliandomi verso metà per totale irreperibilità di alcuni numeri. L'impressione fu di una serie senza dubbio banalotta nelle premesse, ma abbastanza ben scritta e piacevole da leggere, nella spensierata ottica da albo Bonelli "usa e getta". Sicuramente meglio di Demian, che ho trovato insopportabile fin da subito e ho abbandonato dopo un paio di albi. Circa un anno dopo, in quel di Lucca, ho recuperato la seconda metà della saga e me la sono letta tutta d'un fiato. Purtroppo ho ricominciato con un paio di storie tremende, retoriche e manieriste all'inverosimile, davvero dure da mandar giù. Assorbite quelle, ho proseguito fino in fondo e ho ritrovato il Brad Barron che - nella sua semplicità - mi divertiva e mi aveva convinto ad andare avanti, nonostante una serie di disegnatori deprimente. A bocce ferme, mi resta il ricordo di una lettura a tratti anche molto piacevole, ma tutto sommato abbastanza trascurabile. Non sono sicuro di aver letto altre opere scritte da Tito Faraci ma, se sono tutte di questo livello, mi chiedo sinceramente da cosa possa derivare la stima generale nei suoi confronti.

Magico Vento #112: "Alice nel buio" ***
Ormai le storie di Magico Vento si sono talmente adagiate su una sensazione di placida e rassicurante certezza che non so neanche bene come commentarle senza finire a ripetere sempre le stesse cose. Quindi facciamo che da adesso menzionerò solo quelle che mi colpiranno particolarmente, in positivo o in negativo.

Altro
B.P.R.D. #6: "La macchina universale" ****
Prosegue benissimo la saga "parallela" di Hellboy, con un altro avvincente volume dedicato ai suoi (ex) compagni di avventura. John Arcudi si conferma sceneggiatore di razza, capace di dare vita a storie che ricalcano molto bene le atmosfere morbose e l'umorismo tipici di Mike Mignola, senza per questo rinunciare all'impronta del proprio autore. Ottimi i disegni, appassionanti le vicende, molto ben costruito anche l'affresco generale, con le storie dei personaggi che tornano ad affacciarsi di volume in volume. Una lettura straconsigliata.

Concrete #3: "Fragile creatura" *****
Sono passati millenni dall'ultima volta che ho letto una storia di Concrete e sono felicissimo di aver finalmente messo le mani su qualcosa di nuovo e, soprattutto, di aver ritrovato la lettura splendida che ricordavo. Personaggi a tutto tondo, ricchi, vivi e affascinanti nella loro mediocre normalità, popolano storie che raccontano del vivere quotidiano, di drammi universali e di emozioni fresche e pulsanti. Concrete è un personaggio di fantascienza, ma è quanto di più vero e reale si possa leggere nel mondo del fumetto. E Paul Chadwick è un grandissimo.

Halo Graphic Novel ***
Compri il fumetto di Halo senza sapere bene il perché, temendo di ritrovarti fra le mani l'ennesima porcata su licenza, e invece scopri che quantomeno ci hanno provato, a fare le cose per bene. Che magari Bisley e Moebius non hanno realizzato le migliori opere della loro spettacolare carriera (anzi, soprattutto il primo appare un filo sottotono), ma è comunque sempre un piacere leggere e ammirare le loro tavole. Che questa raccolta di storielline brevi non cambierà la storia del fumetto, ma rappresenta di sicuro una piacevole sorpresa.

Hellboy #7: "La strega troll e altre storie" ****
Una bella raccolta di storie brevi che, nell'ormai classico stile di Hellboy, rielabora miti e leggende da tutto il mondo infilandoci dentro l'adorabile diavolazzo dalle corna spezzate. Un malato e morboso piacere per gli occhi e per la mente.

Strangers in Paradise #22 ****
Strangers in Paradise si avvia dichiaratamente alla conclusione e lo fa riavvicinandosi definitivamente alle atmosfere e ai toni che ne caratterizzarono gli esordi e che - prima della svolta pseudo/action/spy/supermelodramma da me poco gradita - me ne fecero innamorare. Un bel volume, che sembra preparare il terreno per una fase conclusiva da groppo in gola.

20.12.07

La sposa cadavere

Corpse Bride (USA, 2005)
di Tim Burton
con le voci di Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Emily Watson, Tracey Ullman, Albert Finney, Christopher Lee


Rivisto a due anni di distanza da quando me ne innamorai nel contesto del Festival di Venezia, e soprattutto con ancora fresca in memoria la (ri)visione del precedente Nightmare Before Christmas, La sposa cadavere mi ha lasciato un po' di amaro in bocca.

Certo, è e rimane una bellissima espressione del delirante immaginario di Tim Burton, che fra l'altro qui ha scelto di dirigere in prima persona. Una favola nera, romantica e ammaliante, che si bea del talento visivo di un regista magari un po' logoro e ripetitivo, ma dal fascino sempre innegabile. La Sposa Cadavere cita tutto il citabile con amore e passione, balla e canta divertendo e commuovendo, sciorina belle idee ogni due secondi (dalle variazioni cromatiche a certi numeri musicali, passando per i piccoli dettagli nascosti un po' dappertutto). Insomma, non mi si fraintenda, è e rimane un gran bel film d'animazione, dalla maestosa messa in scena (fra l'altro esaltata da un'edizione in Blu-Ray che mozza il fiato).

Epperò, non saprei, mi pare gli manchi qualcosa. Quel pizzico di magia, quella capacità di coinvolgere nello struggersi amoroso dei protagonisti, quell'intensità fiabesca che diventa d'attualità forse solo nell'amaro, poetico ma anche un po' manieristico finale. Certo è che Nightmare Before Christmas mi sembra davvero più riuscito, vuoi per la travolgente colonna sonora, vuoi per lo splendore assurdo di personaggi e ambienti, vuoi, forse, per quella folle, totale e divertentissima assenza di contatto con la realtà.

19.12.07

Hitch

Hitch (USA, 2005)
di Andy Tennant
con Will Smith, Eva Mendes, Kevin James, Amber Valletta


Sconvolto da passate delusioni amorose e giunto negli anni a costruirsi un'immagine da perfetto rubacuori, Alex Hitchens si guadagna da vivere aiutando altri uomini a conquistare l'oggetto del proprio desiderio. Unica condizione: deve trattarsi di amore, non semplice desiderio sessuale. Mentre si dedica al suo nuovo, complicato cliente, Hitch conosce la giornalista "gossippara" Sara e se ne innamora. Seguiranno baci, incomprensioni, pianti e risate.

Diretta dall'esperto Andy Tennant, Hitch è una commedia romantica intelligente e piacevolissima, caratterizzata da dialoghi spesso acuti e situazioni molto riuscite. Ben interpretata da due attori protagonisti davvero in parte e una Eva Mendes sorprendentemente efficace, ha forse il solo vero limite di un finale già visto mille volte e mortalmente telefonato.

Quel che viene prima, però, è proprio buono, seppur nel contesto di un'innocua commediola sentimentale. Un filmetto trascurabile, ma che per una serata spensierata e rilassante si rivela meglio di tanti altri. D'altra parte, MySky serve pure a questo.

18.12.07

Paprika - Sognando un sogno

Paprika (Giappone, 2006)
di Satoshi Kon
con le voci di Megumi Hayashibara, Tôru Furuya, Kôichi Yamadera, Katsunosuke Hori


Paprika è una dottoressa dei sogni che utilizza il DC Mini, un apparecchio ancora in fase di sviluppo, per entrare nelle teste di persone addormentate e aiutarle ad affrontare i propri problemi. Il DC Mini, però, è una macchina molto potente e che nelle mani sbagliate può creare danni enormi. Inevitabilmente, quando un esemplare svanisce dai laboratori dell'azienda che lo sta sviluppando e sembra essere finito nelle mani di un terrorista, si scatena il caos.

Paprika è solo il secondo film che guardo di un autore, Satoshi Kon, davvero bravo e affascinante, che qui sfrutta il tema onirico per esibire il suo incredibile talento visionario. Il racconto scivola velocemente in un continuo compenetrarsi di sogno e realtà e sullo schermo scorrono variopinte immagini che mettono in mostra tutti i possibili stereotipi da mondo dei sogni.

Schizoide e ammorbante, Paprika si perde in un delirio che mescola stili e visioni diverse. C'è l'esuberante ostentazione della parata, che affascina coi suoi colori vivaci e le sue musiche allegre e sottilmente inquietanti. C'è la sottile indagine nel passato del detective Kogawa, che ci racconta i suoi dubbi e le sue angosce con lievi simbolismi e immagini struggenti. C'è il piano diabolico di un terrorista che mescola sogno e realtà e crea una serie di situazioni allucinate e travolgenti.

Arzigogolato e complesso da seguire più nei dettagli che nelle vicende, Paprika è un carosello di luci, colori e immagini dirompenti. Visione splendida e barocca, affascinante e travolgente, si appoggia sui classici, posati, ritmi del racconto orientale e chiede un piccolo sforzo da parte di spettatori abituati all'amichevole familiarità dell'animazione occidentale. Lo ripaga, però, con tanta, davvero tanta bella roba. E se, come sembrano dire tutti, i veri capolavori di Satoshi Kon sono altri, beh, non vedo l'ora di gustarmeli (possibilmente su dei Blu-Ray spettacolari come questo).

17.12.07

Let's put a smile on that face-ah!

Casomai fosse sfuggito, esso è online.

In versione HD, sparato sul plasmone col volume a palla e i bassi che fanno bum bum, mamma mia stavo male.

Prova a incastrarmi

Find Me Guilty (USA, 2005)
di Sidney Lumet
con Vin Diesel, Ron Silver, Peter Dinklage


Prova a incastrarmi racconta del più lungo processo per associazione a delinquere di stampo mafioso che si sia mai visto negli Stati Uniti d'America. Un interminabile procedimento al termine del quale, dopo dieci anni di indagini, ottocentocinquanta prove esibite, oltre cinquecento giorni di estenuante procedura legale, i venti accusati furono tutti assolti.

Nel raccontare queste vicende, Sidney Lumet si concentra sulla figura di Jack DiNorscio. Quando inizia il processo, Jackie è già stato incastrato per traffico di droga e sta scontando la sua condanna. Nonostante le allettanti proposte che gli vengono fatte, si rifiuta di tradire i suoi amici per collaborare con l'accusa e decide di difendersi da solo. Il personaggio interpretato da un ottimo Vin Diesel diventa così il simbolo di un processo delirante, e viene usato da Lumet per mettere in luce le assurdità di un sistema giudiziario talmente complesso e deficitario da sfidare il buon senso.

Nel fare questo, però, il regista si dimentica - magari volontariamente - della tensione drammatica. Prova a incastrarmi non è il classico film "legale" in cui l'esito del processo tiene lo spettatore col fiato sospeso. Vive di bei momenti, delle "sparate" di DiNorscio davanti a giudice e giuria, del confronto col cugino che ha tentato di ucciderlo, dell'incontro con l'ex moglie. E a rendere queste scene piacevoli ci pensano i dialoghi brillanti e azzeccati e le ottime interpretazioni di tutti gli attori.

Una volta giunti al termine dell'estenuante processo, però, diventa difficile relazionarsi emotivamente agli eventi. Certo, il film ci presenta un gruppo di mafiosi come simpatiche e piacevoli macchiette, messi di fronte a un procuratore insopportabile, che chiama al banco testimoni incerti e inconsistenti al punto da far venire dubbi sulle verità che indubbiamente presentano. Ma allo stesso tempo non ci viene permesso di dimenticare che, per quanto divertenti possano essere, si tratta pur sempre di mafiosi, gente dalla vita inaccettabile e imperdonabile, e che difficilmente si può gioire per la loro assoluzione.

Lo stesso protagonista è un personaggio ambiguo, dai modi ammalianti e accattivanti, disposto a tutto per non tradire l'affetto e la fiducia dei suoi amici, ma contemporaneamente squallido e miserevole nei racconti del suo passato. Ed è infatti tutto per lui un finale agrodolce, che unisce al sorriso della vittoria la consapevolezza di non poter sfuggire all'ancora lunga condanna da scontare. Prova a incastrarmi è un film amaro e interessante, cui manca però la scintilla che avrebbe potuto renderlo davvero grande.

P.S.
Sì sì, lo so, sono monotono, ma chi se ne fotte: ho visto questo film su Sky, in originale coi sottotitoli in italiano. Non so se i sottotitoli seguano il doppiaggio alla lettera, ma se lo fanno spiace davvero, perché contengono una gran quantità di ingiustificabili cambiamenti, apparentemente finalizzati a volgarizzare e rendere più bassa la comicità dei personaggi. Insomma, ci siamo capiti.

16.12.07

Due anni di blog



Oggi cade il secondo anniversario della nascita di questo blog. Per la precisione, è caduto sette minuti prima del momento in cui ho iniziato a scrivere questo post. Il bello è che mi trovo a scrivere questo post proprio stasera semplicemente per caso, non è che l'abbia fatto apposta. Figurarsi, ero convinto che l'anniversario fosse caduto una settimana fa, o qualcosa del genere. Beh, meglio così.

Secondo anniversario, si diceva, che cade abbastanza significativamente in un momento di coma totale del blog. A novembre, con soli sei post, ho toccato il minimo storico, in calo rispetto anche al già pessimo ottobre. Il fastidio sta poi nel fatto che questa specie di coma è arrivato a seguito di quattro mesi da "over 20", col record personale di 29 post segnato ad agosto. I motivi per la grafomania dei mesi estivi non ci vuole molto a capirli: stavo bene perché erano cambiate (in positivo) delle cose nella mia vita e avevo pure un sacco di roba di cui parlare, fra film, festival e tragedie cestistiche della nazionale.

Poi il crollo, dovuto in parte - temo - al cambio di stagione, che ho percepito come raramente mi è capitato, in parte a una vaga sensazione di scazzo, in parte all'essermi ritagliato tanto tempo per stare dietro alle mie varie passioni e in parte anche al fatto che un po' di energie "scrittorie" mi sono state risucchiate da Nextgame. Chiunque segua questo blog con regolarità sa che lo scorso giugno ho mollato la redazione di PSM per finire a lavorare in Binari Sonori. Quello che magari ho pubblicizzato meno è il mio aver continuato a lavorare come giornalista, con qualche traduzione per GMC e XMU e con un po' di articoli per Nextgame, sito che ha segnato i miei esordi da professionista del settore, che ho in minima parte contribuito a creare (tra mille polemiche, fra l'altro :D) e sul quale mi ha fatto molto piacere tornare a scrivere.

Per inciso, sempre a favore dei distratti, segnalo che da qualche parte nella colonna a destra ci sono, da un po' di tempo, un paio di menu a tendina tramite cui accedere ai miei articoli su Nextgame. Non ho inserito anche la roba scritta nel periodo precedente all'assunzione in Future perché si tratta di materiale davvero datato e ormai quasi illeggibile.

Comunque, sto divagando. Il punto è che 'sto secondo anniversario lo celebro con un bel restyling del blog. Cambio di template, riorganizzazione di alcuni aspetti e così via. Ho lavorato quasi due settimane su un blog "finto" che uso proprio per questo tipo di test, eppure l'inaugurazione dela nuova "faccia" è stata lo stesso un gran casino. E, insomma, non è neanche detto che sia la forma definitiva, perché ci sono un paio di cose che non mi convincono del tutto.

Il nuovo template, che ho trovato qui, mi piace molto, come colori e come aspetto. Di buono ha che le dimensioni non sono completamente fisse: la colonna centrale si adatta alla finestra del browser di chi legge, quindi tutti gli elementi importanti sono sempre visualizzati, a prescindere dalla risoluzione utilizzata. Le colonne laterali sono fisse, ma non hanno confini, quindi eventuali widget troppo larghi - per esempio il filmato pubblicitario - possono essere comunque visualizzati tramite barra di scorrimento.

Eh, giusto, l'altra novità, l'unica vera per quanto riguarda le colonne laterali, è la pubblicità. Non vi invito a cliccarci sopra perché mi sentirei ridicolo e perché comunque credo sia pure vietato dal regolamento. Oltretutto quella attualmente visualizzata è una campagna chiusa, ma per il momento ce la lascio perché mi piace. Comunque, se con le future campagne dovessi farci su qualche centesimo, mica me ne lamenterei.

Bene, per il momento è tutto. I commenti sono ovviamente stragraditi e magari potrei finire pure per darvi ascolto. Di base, comunque, la sostanza è quella definitiva, ma nei dettagli devo ancora sistemare parecchio. Spero che comunque il risultato vi piaccia. E adesso vado a giocare a FIFA 08 con DeSangre.

15.12.07

Like me!

HAhahahaha, fantastico, su youtube stanno fioccando.
Questo mi sembra quello meno peggio, fino a che non lo toglieranno.

14.12.07

Why so serious?

Interrompo il coma del blog per dire due cose:

1. ai miei fedeli lettori (incredibile, ne ho davvero) che han cominciato a lamentarsi, dico di stare buoni: ho un sacco di cose da scrivere, devo solo ritrovare il ritmo. Nel frattempo, per aiutarmi nell'impresa, sto anche preparando un nuovo cambio di "faccia" del blog;

2. questa cosa che ho messo lì sopra mi fa venire i brividi, anche se è una merda che si vede appena e si sente da schifo. E magari nel frattempo l'hanno pure fatta rimuovere da youtube.

6.12.07

Prison Break - Stagione 1

Prison Break - Season 1 (USA, 2005/2006)
creato da Paul Scheuring
con Wentworth Miller, Dominic Purcell, Robin Tunney, Amaury Nolasco, Peter Stormare, Wade Williams, Robert Knepper, Sarah Wayne Callies, Paul Adelstein


Prison Break, mettiamolo in chiaro fin da subito per evitare equivoci, è fra le migliori serie televisive su cui mi sia mai capitato di posare gli occhi. Teso, appassionante, ben scritto e splendidamente girato, con interpreti efficaci e personaggi adorabili. Un gioiello, nei cui momenti migliori ci si ritrova a tagliare la tensione con la motosega e che mi ha appassionato come i vari Lost, Heroes e 24 non sono riusciti a fare e come forse solo le migliori annate dei serial di Joss Whedon avevano fatto.

Nato come miniserie e poi - ringraziamo il cielo - confermato come serial a lunga gittata, Prison Break racconta dell'ingiusta condanna a morte di Lincoln Burrows e del disperato tentativo di salvarlo da parte del fratello Michael Scofield, che arriva a farsi arrestare per finire nel suo stesso carcere e organizzare un'evasione. Attorno a questo gli sceneggiatori costruiscono un turbine di generi che si mescolano fra di loro, mettendo nel pentolone dramma carcerario, ipotesi di complotto, piani d'evasione, romance e dramma.

Nel mucchio ci sono tutti gli stereotipi del genere carcerario, dalla guardia infame all'assassino pedofilo, passando per mafiosi di mezz'età, dottoresse di buon cuore e criminali di mezza tacca dall'animo candido. Se a questa parata di banalità si aggiungono una premessa ai limiti del risibile e una serie di grandi e piccole forzature narrative, il risultato - perlomeno sulla carta - dovrebbe essere un chiaro disastro. E invece con la carta mi ci pulisco il culo e Prison Break è fra i migliori pezzi di televisione che si siano mai visti.

Il serial ideato da Paul Scheuring è, tanto per cominciare, scritto benissimo, con personaggi ricchi di sfaccettature ben più di quanto l'apparenza dica, eventi che si sviluppano come un perfetto meccanismo a orologeria, colpi di scena e stravolgimenti continui, morti inattese e benvenute e una capacità strepitosa di alzare la tensione e il coinvolgimento. Gli episodi più riusciti, come Riots, Drills and the Devil, The Rat e il trittico finale, spezzano le reni dello spettatore in un crescendo pazzesco e lasciano regolarmente di sasso con l'inevitabile cliffhanger conclusivo.

Ma è tutto il "progetto" Prison Break a funzionare tremendamente bene, con una regia efficacissima, una fotografia sporca, ruvida, di stampo cinematografico e una serie di attori tremendamente in parte. I due fratelli protagonisti, pur nella loro biespressività, giocano sul carisma e fanno bene il proprio lavoro. Ma la serie dà il meglio nel cast che ruota loro attorno, con un gruppo di caratteristi splendidamente efficaci, in grado di far appassionare alle vicende di personaggi disgustosi e deprecabili, portando a tifare per loro e per la riuscita del tentativo di fuga.

Prison Break, se preso come semplice dramma carcerario, probabilmente non è all'altezza di alcuni suoi colleghi, come per esempio il celebratissimo Oz. Ma non è quello il punto, perché siamo in realtà di fronte a un crocevia di stili e temi, che getta sul fuoco le traversie quotidiane dell'istituto di Fox River, il piano di fuga, la cospirazione che si dipana fuori dalle mura per zittire la verità e una travolgente capacità di mettere in scena azione e divertimento. Ed è vero che il passaggio da miniserie a stagione lunga si fa un pochino sentire in qualche lungaggine, ma ne nascono comunque episodi spettacolari e in una visione complessiva finisce per essere difficile dargli reale peso. Insomma, una prima stagione da leccarsi i baffi, straconsigliata, che rimarrà per sempre nel mio cuore anche se le successive non dovessero rivelarsi all'altezza.

5.12.07

Exit 2

Kangaeru Exit (Taito, 2005)
sviluppato da Taito


Exit 2 è un seguito nel senso più banale e tipico del termine. Riprende in toto la struttura del primo episodio, tutta puzzle astrusi e mappe contorte, ne elimina i principali difetti (per esempio l'impossibilità di cambiare idea un volta "imboccata" una scala) e offre altri cento livelli, con nuove fantasiose ambientazioni e uno stile musicale leggermente diverso, più moderno e attuale.

Chi ha vomitato bestemmie sugli enigmi del primo Exit può spaventarsi di fronte a un gioco molto simile, ma che innalza il tasso di sfida imponendo quasi da subito enigmi complessi e articolati e aumentando il numero di possibili azioni. La maggior varietà di "civili" da salvare porta in dote numerose caratteristiche peculiari, dai chilometrici salti dei cani all'atletismo di alcuni personaggi. A questo si aggiungono una maggiore flessibilità del sistema di spostamento degli oggetti e una serie di nuovi meccanismi con cui interagire che rendono Exit 2 decisamente più vario e ricco del suo predecessore.

Insomma, nulla di nuovo e tanto di nuovo allo stesso tempo, con ancora una volta il rimpianto di non vedere maggiormente sfruttati gli alieni che popolavano l'ultima ambientazione del primo episodio. Nemici da evitare, ma allo stesso tempo oggetti da utilizzare per risolvere gli enigmi, i visitatori da un altro pianeta rappresentavano un'idea davvero azzeccata e piange il cuore a non vederli usati di più.

Exit 2 si rivolge fondamentalmente a chi ha apprezzato il suo predecessore fino al punto di scaricarsi e giocarsi tutti e 110 i bastardissimi livelli aggiuntivi. La difficoltà più elevata, infatti, scoraggia un po', e la struttura fondamentalmente ripetitiva non aiuta. O perlomeno non ha aiutato il sottoscritto: il primo Exit l'ho giocato fino in fondo, ma questo ammetto di averlo mollato un po' prima e certo non mi è venuta voglia di provare anche l'edizione Live Arcade.

4.12.07

Pagati per giocare

Paid to Play
An Insider's Guide to Video Game Careers
(USA, 2006)
di David SJ Hodgson, Bryan Stratton e Alice Rush


Pagati per giocare è un manuale, tipicamente anglosassone nella concezione e nell'impostazione, che spiega in maniera divertente e semplice quali possano essere le carriere lavorative nel fantastico mondo dei videogiochi. Diviso in pratiche sezioni a tema, esplora tutti gli aspetti della questione, mostrando vantaggi e svantaggi, doti richieste e comportamenti da sconsigliare, stipendi "medi" e lati negativi delle varie professioni possibili. Si parla di testing e programmazione, stampa specializzata, producer e programmatori, passando anche per il temuto lavoro nei negozi di videogiochi e lo stressante impiego come creatori di guide ufficiali.

Scritto a sei mani da tre professionisti del settore, il libro pubblicato in italia da Multiplayer.it è una lettura piacevole e frizzante, che ogni tanto si impantana nelle tediosità tipiche del suo genere, ma del resto non è necessariamente concepita per essere vissuta "dall'inizio alla fine". Lo stile è ironico e graffiante, ma nelle oltre duecento pagine si trovano davvero una marea di informazioni e di consigli utili e qua e là si nota anche un certo lavoro di adattamento alla "situazione" italiana.

Bisogna comunque dire che il libro rimane fortemente legato alla realtà americana, in parte per limiti di una traduzione che poteva forse osare un pochino di più, ma in grossa parte perché, obiettivamente, la scena italica è ancora "un filo" meno ricca e interessante. Da (più o meno) addetto ai lavori è comunque divertente notare come certi consigli valgano a tutte le latitudini: il mondo dei videogiochi, per dirne una, è tremendamente piccolo anche al di là dell'oceano e il consiglio di non lasciarsi terra bruciata alle spalle è vivo anche in una nazione da oltre cinquanta stati.

In compenso, a leggere altre cose si finisce per sorridere, quando non sghignazzare, con un filo di consapevole amarezza. Che so, nello scorrere le cifre che a quanto pare si guadagnano occupando le varie posizioni nella stampa specializzata americana o nello scoprire che alcuni editori a stelle e strisce non vedono di buon occhio i giochi regalati dai P.R. ai redattori (nel libro si legge addirittura di giornalisti licenziati per aver accettato copie promozionali!). La perla migliore, poi, è il passaggio in cui si parla di John Keefer, formatosi con vent'anni di carriera nel giornalismo, senza alcun legame col mondo dei videogiochi, assunto da una GameSpy in cerca della credibilità e della professionalità proprie di una persona esperta nella conduzione di una testata giornalistica. Una persona, insomma, capace di formare giovani redattori e di portare in dote una cosetta chiamata etica. Sigh.

3.12.07

Condemned


Condemned: Criminal Origins (Sega, 2005)
sviluppato da Monolith Productions - Frank Rooke


Condemned è un'affascinante, disturbante, divertente, piacevole, grezza e rozza bozza del gioco completo che, credo e spero, sarà il secondo episodio, in uscita l'anno prossimo. Un curioso esperimento, una specie di picchiaduro in prima persona dal sistema di combattimento estremamente tattico e che mette raramente armi da fuoco in mano al giocatore. Condemned punta tutto sugli scontri all'arma bianca, su un'atmosfera inquietante e su un'intensa narrazione da film horror. A questo si aggiunge una fase investigativa stile C.S.I., molto gustosa e intrigante, ma forse un po' troppo limitata e guidata (non a caso è fra gli aspetti che dovrebbero essere più ritoccati nel seguito).

La storia di Ethan Thomas si ispira alla tradizione di thriller "malsani" e subdoli come Se7en e Il silenzio degli innocenti. Racconta di personaggi costantemente in bilico fra bene e male, di investigatori accusati d'omicidio e assassini a caccia di serial killer. Mostra una vertiginosa discesa verso l'abisso e seduce il giocatore con la sua atmosfera cupa e la sua visione forte. Popola una città di creature demoniache, ma insinua il sottile dubbio che siano in realtà frutto della delirante mente di un protagonista combattuto e incapace di dare una rotta precisa alle sue azioni. Propone in ultimo una scelta, fra vendetta e perdono, ma sfuma nell'incertezza senza svelare tutti i suoi segreti.

Una storia disturbante e coinvolgente, che batte piste collaudate all'insegna del solido mestiere. Buono il doppiaggio, con la bella ed espressiva voce di Greg Grunberg a dar vita al protagonista, coinvolgenti le musiche, decoroso un motore grafico che mostra tutti i limiti di un gioco di lancio ma sa regalare qualche bel guizzo e convince grazie alle magari banali, ma sempre efficaci scelte di fotografia, con colori e toni cupi, forte rumore video nei momenti più angoscianti e tutti i classici trucchetti tipici del genere.

Il vero problema di Condemned è la sua linearità eccessiva, ma soprattutto "sbagliata". Non c'è nulla di male in una serie di begli eventi scriptati ma, all'ennesimo pazzo scatenato che apre o sblocca una strada facendo cadere un barile o sfondando un muro, la sensazione di forzatura comincia a diventare fastidiosa. La linearità, poi, tarpa le ali soprattutto all'aspetto potenzialmente più intrigante del gioco.

Ethan Thomas ha a disposizione tutta una serie di gadget tecnologici, che può utilizzare per trovare indizi rilevando impronte, tracce di DNA e altro. Il giocatore, però, non può mai scegliere se e quando adoperarli e deve invece limitarsi ad eseguire gli ordini, in una struttura fastidiosamente recintata. Il tutto scade poi nel ridicolo quando viene imposto di utilizzare un rilevatore per trovare solo alcuni degli oggetti nascosti in giro per il gioco: perché mai dovrei poterlo fare solo in quelle occasioni e non quando voglio?

I limiti di queste imposizioni risultano ancor più evidenziati di fronte allo splendido penultimo capitolo, che propone una casa intera nella quale aggirarsi cercando ilberamente gli indizi ed evitando nel frattempo gli assalti delle creature annidate nel buio. Qui si mescolano alla perfezione le atmosfere da survival horror, le fasi di combattimento e la ricerca libera di indizi e vengono fuori brani di gioco entusiasmanti, tesi e inquietanti. Un bel trailer di quello che, con maggiore libertà offerta al giocatore, potrebbe diventare Condemned 2.

27.11.07

Die Hard - Vivere o morire

Live Free or Die Hard (USA, 2007)
di Len Wiseman
con Bruce Willis, Justin Long, Timothy Olyphant, Maggie Q, Cliff Curtis, Mary Elizabeth Winstead


Quando, venti giorni fa, sono andato a vedere questo nuovo Die Hard, sono uscito dal cinema convinto di volerlo commentare sul blog con una specie di parodia, una presa per i fondelli sullo stile di quanto fatto con Episodio III. Di elementi da perculare ce ne sarebbero del resto non pochi: penso per esempio all'inascoltabile doppiaggio, al fatto che uno dei terroristi è identico a Roberto Donadoni e a tante altre cose che, già mentre guardavo il film, mi immaginavo parodiate. Però, ringraziando lo scazzo, sono appunto passati venti giorni e sinceramente non penso ne valga poi tanto la pena.

C'è comunque da dire che questo Die Hard 4.0 mi ha stupito, innanzitutto perché su Len Wiseman, dopo essere rimasto scottato dal soporifero Underworld, non avrei puntato un soldo. E poi, diciamocelo, la semplice solidità del primo Die Hard è ineguagliabile, anche per il posto mitologico che quel film occupa nell'immaginario collettivo e che gli proietta addosso meriti se vogliamo pure superiori al dovuto. Tant'è che i pur decorosi precedenti sequel vengono - forse ingiustamente - considerati inferiori, anche di ampie spanne.

Ed è pure tenendo in mente questo che considero decisamente riuscito il tentativo di Wiseman, autore di un action movie solido, efficace, divertente. Certo, più che in un regista obiettivamente anonimo e non confrontabile con un vecchio marpione come John McTiernan, i meriti del film stanno soprattutto in Lui. Bruce, uno che a cinquant'anni suonati tiene la scena come quando ne aveva trenta, anche se magari con un filo di atletismo in meno e un pizzico di granitica fisicità in più. Invade lo schermo col suo faccione e la sua presenza, domina il film e lascia gli spiccioli ai suoi compagni di sventura.

Gli sceneggiatori lo sanno e gli costruiscono tutto attorno, ricamando una lunga serie di scene in cui permettergli di sfottere i suoi avversari a suon di battutone e strizzare l'occhio "autocitandosi" senza tregua. Oltre a lui, comunque, sono efficaci un po' tutti i personaggi, a partire da un Timothy Olyphant che non ha il carisma elegante di Alan Rickman e Jeremy Irons, ma svolge bene il suo ruolo di impreparata vittima del sarcasmo di McClane. E poi ci sono una spalla giovane e simpatica, una figlia che si rivela personaggio azzeccato ed efficace contraltare alle battute del padre e una terrorista dagli occhi a mandorla insopportabile come il ruolo richiede.

Ma oltre all'azione spettacolare, devastante, completamente fuori dal comune e dal credibile, Len Wiseman si concede perfino di sbattere dentro al film qualche vago accenno di contenuto. Una lieve riflessione sullo scomparso eroismo, una fugace e magari anche involontaria simbolica genialata in quel trucchetto della Casa Bianca brasata al suolo, un banale ma sempre efficace contrasto fra il vecchio e romantico protagonista di celluloide e la nuova era digitale, nella quale il nostro eroe si trova inizialmente spaesato e impreparato, ma che alla fine sconfigge dall'interno, come e peggio di un virus informatico.

Insomma, i veri problemi di questo quarto Die Hard, al di là delle solite forzature di sceneggiatura che, purtroppo, sono ormai congenite nel genere "puttanatona hollywoodiana", vengono da fuori. Per esempio nel fatto che - prima volta nella serie - si è voluto schivare il rating R e, come suggerisce simpaticamente il sempre ottimo Roger Ebert, sembra di guardare la versione del film censurata per la proiezione in aereo. E poi c'è il doppiaggio.

C'è la scelta di voci una più sbagliata dell'altra, tutte distanti dall'originale come peggio non si potrebbe. C'è la figlia, che siccome è la figlia, deve avere la vocina, mica il vocione da scaricatore di porto della Winstead (che peraltro ben si adatta alla linguaccia del personaggio). C'è Kevin Smith che parla come lo stereotipo che interpreta, e ovviamente non può che avere quella voce. C'è John McClaine costantemente fuori giri, sopra le righe, che sbraita sempre, nonostante il Bruce in originale abbia sempre un tono calmo, duro, freddo. E ci sono una serie di volgari e tristi battute, inventate, infilate a caso, perfino in punti nei quali i personaggi dovrebbero starsene zitti, nate da non so cosa, anche se mi viene da pensare che si tratti di presunzione. Io al cinema a queste condizioni non so se ci voglio ancora andare.

26.11.07

The Prestige

The Prestige (USA, 2006)
di Christopher Nolan
con Hugh Jackman, Christian Bale, Michael Caine, Piper Perabo, Scarlett Johansson, David Bowie, Andy Serkis


Basato sull'omonimo romanzo di Christopher Priest, The Prestige mette in scena la rivalità ossessiva fra due uomini, avversari nella carriera di prestigiatori e nella vita, impegnati nello scontro fino al punto di vacillare sull'orlo del baratro e tuffarsi anche oltre. Dal romanzo mutua il racconto basato sugli scritti dei protagonisti, che svelano gli eventi appuntando la loro vita sulle pagine dei propri diari personali, portando quindi lo spettatore a credere - o non credere - alle parole di chi forse non è interessato a dire tutta la verità. Ne nasce una storia fatta di bugie e raggiri, nella quale si manifesta fin dall'inizio la voglia di giocare con chi guarda, raggirandolo e perculandolo proprio come in uno spettacolo di magia.

The Prestige si scopre fin da subito, spiega le tre fasi in cui si articola uno spettacolo e poi le abbraccia apertamente. Il vero show è il film, costruito come un numero che si sviluppa su più livelli, distraendo, rimescolando, creando dubbi e illusioni, aggiungendo elementi fuori dall'ordinario e preparando un gran finale scoppiettante. Nolan gioca sul tema del doppio, su quanto in là possa essere disposto a spingersi l'animo umano per ottenere ciò che cerca, e sugli abissi a cui il desiderio di rivalsa, la rivalità, la brama di successo possano spingere.

A far da spartiacque fra i suoi due Batman, insomma, Nolan gira un film più personale, per quanto comunque basato su un'opera altrui. Un film che va contro gli stereotipi hollywoodiani nel mostrarci due protagonisti dalla moralità sfumata, che difficilmente possono essere inquadrati come positivi o negativi e che si muovono spinti dalla rivalità, dal desiderio di successo, arrivando a compiere atti inaccettabili e a danneggiare chiunque stia loro attorno, oltre che se stessi. Due bei personaggi, insomma, interpretati da degli ottimi Bale e Jackman, che certo sfigurano di fianco al sempre impressionante Michael Caine, ma quantomeno tengono la scena meglio del barilotto dal cognome svedesoide.

E attorno a questi due personaggi Nolan costruisce un gioco a incastri, un film moderno e splendidamente raccontato, che si trastulla con il suo pubblico dall'inizio alla fine e propone un intreccio complesso e articolato. Quello di Nolan non è cinema didascalico, non offre la pappa pronta, sciorina invece misteri e ombre, sui quali lo spettatore è portato a riflettere e interrogarsi. È insomma un cinema intelligente e raffinato, che ha forse l'unico limite di essere un po' asettico e poco propenso al melodramma.

Nolan pare interessato alla sola costruzione del racconto, realizza un film di genere che non propone riflessioni di peso e non impone "messaggi" d'autore. E se questo non deve per forza essere considerato limitante, è già più difficile non dare importanza a una certa mancanza di "stomaco". The Prestige, pur mettendo in scena tragedie e drammi terrificanti, non colpisce nelle budella e scorre via distante, forse proprio per il suo non voler concedere neanche un po' di fascino eroico ai dannatissimi Borden e Angier. Visto chi è il regista, era difficile immaginare il contrario, eppure un pizzico di insoddisfazione rimane lo stesso.

19.11.07

La settimana a fumetti di giopep - 19/11/2007

La settimana a fumetti è finita nel vortice d'inedia che ha colpito il blog di recente e putacaso questo è avvenuto proprio quando sono passato in fumetteria e ho portato a casa un paio di quintali di carta. Il risultato è che ho una marea di cose da raccontare. Pensavo di limitarmi solo ad alcune, ma alla fine mi sono fatto prendere dalla logorrea e ne ho segate giusto un paio per sfinimento o per manifesta inutilità. A voi.

52 #8/13 ***
Ok, lo ammetto, andando avanti il meccansimo che sta dietro a 52 mi sta prendendo. La curiosità di scoprire nei dettagli cosa si sono inventati per questo anno "mancante" di universo DC non poteva che fare breccia nel mio cuoricino di amante del seriale e della continuity. Ma è una buona storia? Sinceramente non credo. E, ribadisco, non è esattamente quello che mi aspetterei da Geoff Johns, Grant Morrison, Greg Rucka e Mark Waid messi assieme. E poi, diciamocelo, non è un po' stancante questa svolta iperdrammatica, forzatamente tragica, sempre volta al peggio che ha preso l'universo DC?

Aquaman - La spada di Atlantide ***
Un prodotto onesto, poco più che mediocre, che - come spesso accade - prova a rilanciare un personaggio storico facendone vestire i panni da una nuova identità. Non stravolge e non colpisce, ma non si può certo dire che sia realizzato male. E poi, diciamocelo, al confronto di porcate come il nuovo Flash, sembra quasi un capolavoro.

Batman #3/6 ****
Catwoman #2 ****
Nightwing #1 **
Robin #1/2 ****
Davvero notevole, la "Batman Family" del dopo Infinite Crisis. Interessante l'idea del figlio di Bruce Wayne, del rapporto conlittuale col padre e dell'ovvia rivalità con Robin. Intensa e appassionante la serie del ragazzo meraviglia, come raramente era stata in passato, e piacevole come al solito Catwoman, anche lei alle prese con le gioie e i problemi dell'avere un poppante in casa. Delude solo Nightwing, abbastanza stucchevole e "vecchio". Marv Wolfman e Dan Jurgens son due nomi storici, ma a legger questa serie sembra davvero che non abbiano più nulla da dire.

Checkmate #1 ***
Giovani Titani #2/3 ***
Cospirazioni, tragedie, personaggi scivolati nel lato oscuro, drammi dietro ogni angolo. L'ho detto e lo ripeto: a me questa nuova DC super dark non è che faccia impazzire.

Dampyr #91: "I cacciatori del sogno" ***
L'ennesimo discreto Dampyr, che si lascia leggere senza travolgerti e che ti incuriosisce con il suo affondare le mani in miti locali oscuri e poco noti (stavolta si parla di stregonerie assortite in Corsica).

Death Note #7 ****
Sempre più appassionante e sorprendente, col settimo volumetto Death Note compie ancora una manciata di svolte a sorpresa, ammazza un altro paio di personaggi, cambia di nuovo le carte in tavola (anzi, cambia proprio mazzo). Tsugumi Ohba non ha proprio paura di niente e non si ferma davanti a nulla. Complimenti, davvero.

Fantastici Quattro #276 ***
L'Uomo-Ragno #470 ***
Gli ultimi scampoli di Guerra Civile si segnalano per una simpatica rissa fra Ercole e "Thor" nelle storie di Pantera Nera e un'apparente svolta nella vita di Peter Parker, personaggio stravolto se ce n'è uno dagli eventi dell'ultimo mega crossover. Non so come le cose siano andate avanti, perché in fumetteria mi han saltato un numero e son fermo a prima di Back in Black. :D

Jenny Sparks ****
Una bella miniserie, che racconta la graffiante "carriera" di Jenny Sparks e la sua vita nell'arco di tutto il secolo, tappando i buchi e facendo luce sui punti oscuri. Ha forse il solo limite di essere espressamente dedicata a chi ne ha seguito le avventure su Authority: per chiunque altro dubito abbia molto senso.

Justice #1 ****
Suggestivo e affascinante come tutti i fumetti disegnati da Alex Ross, Justice spinge ovviamente il pedale sul senso di meraviglia e sulla potenza grafica che i giganti del fumetto supereroistico sono in grado di scatenare. La storia si incentra su un tema abbastanza ricorrente nelle serie DC recenti, mostrando i suoi eroi in preda alle tragiche conseguenze di un possibile fallimento su scala globale. A raccogliere i cocci, anzi, a impedire che ci siano cocci da raccogliere, ci pensano i supercriminali, ovviamente capeggiati da Lex Luthor. L'inizio è promettente, vediamo come va avanti.

Manhunter #8/10 ****
Dopo un momento di calo, Manhunter chiude (per scarse vendite) tornando sui livelli piacevoli del pre-Crisi. Una serie tutt'altro che perfetta, soprattutto rivedibile nei disegni, ma che mi ha rapito con la sua voglia di pescare nel torbido e affascinato coi suoi protagonisti dalla dubbia moralità. Non ho capito se alla fine la pubblicazione in America è stata ripresa, ma sinceramente spero di sì.

Naruto #33 ***
Un po' Dragonball, un po' Ushio & Tora, un po' qualsiasi altra roba per ragazzi pubblicata in Giappone negli ultimi vent'anni, Naruto sta un po' esaurendo il credito conquistatosi grazie al bello stile pulito e alla simpatia dei personaggi. Ho voglia di vedere come si chiuderanno le vicende, ma comincio anche a stancarmi un po'.

Outsiders #2/3 **
Sinceramente mi sembra che le intenzioni di Outsiders vadano un po' oltre le capacità di chi tiene le redini della serie. Sembra la versione scema di Authority.

S. *****
Al secondo tentativo, finalmente mi faccio convincere da Gipi. Rispetto ad Appunti per una storia di guerra, qui latitano i poetismi forzati e c'è invece gran scrittura, voglia di raccontare un'intensa storia di rapporti famigliari con uno stile intenso e particolare. Splendidamente narrato, toccante, meraviglioso anche solo da sfogliare per immergersi nelle bellissime tavole di Gipi. Ora sì che ne voglio un altro.

Squadron Supreme: Hyperion vs. Nighthawk ****
Una riflessione sul potere assoluto e sui modi più o meno leciti di metterlo in pratica. Bello, bello per davvero, ma ultimamente nei fumetti di supereroi non si parla quasi d'altro. E che palle!

Supergirl e La Legione dei Supereroi #2/4 ***
Continuo a non capire se e quanto questa serie mi piaccia. I toni stralunati e sognanti sono quasi adorabili, ma c'è qualcosa - saranno i disegni, sarà la sovrabbondanza di personaggi - che non me la fa amare fino in fondo. Comunque, voglio andare avanti.

Thor & I Nuovi Vendicatori #103 ****
Bella davvero, questa serie dedicata agli Illuminati, che rilegge sotto una luce diversa gli avvenimenti più importanti della storia Marvel. Belle storie, bei dialoghi, bei disegni. Detto questo, tocca notare come anche l'universo di Spidey e compagni stia vacillando sempre più pericolosamente sull'orlo del baratro iperdarkeggiante. Ma per il momento non siamo ancora oltre il livello di guardia, via.

Tribeca Sunset *****
Una bella, intensa e toccante storia, che parla con due approcci diversi della New York del prima, durante e dopo 11 settembre 2001. Un racconto autobiografico su quel folle giorno, narrato da un autore che ha vissuto il crollo delle Twin Towers da non troppo lontano, e un episodio su quattro amici che s'incontrano a New York pochi mesi dopo. Semplice e commovente, senza doverti schiantare in faccia la poesia a tutti i costi. Questo è il fumetto d'autore che piace a me.

Ultimate Spider-Man #53: "La saga del clone #2" ****
Ma che bella, questa saga del clone in versione Ultimate! Piena di spunti interessanti, con ancora una volta tanti temi bene o male storici dell'Uomo Ragno classico rielaborati e riarrangiati in maniera intrigante e nuova. E poi che ritmo, che capacità di tenere incollati alla pagina! Bendis, su questo genere di storie, sbaglia davvero poco.

15.11.07

Dante's Equation

Dante's Equation (USA, 2003)
di Jane Jensen


Nel 1999 Jane Jensen aveva realizzato, in versione digitale e con quattro anni di anticipo, Il codice da Vinci. Si chiamava Gabriel Knight 3 ed era un videogioco. Un'avventura grafica, per la precisione. Rispetto alla merda fumante di Dan Brown, il gioco della Jensen aveva il pregio di essere scritto gran bene e, incidentalmente, finì anche per rappresentare uno degli ultimi grandi esemplari nel suo ancora oggi agonizzante genere. Otto anni dopo, la cara Jane sta per tornare sulla scena dei videogiochi col promettente Gray Matter, ma nel frattempo non se n'è stata con le mani in mano e ha pubblicato le "novelization" dei primi due Gabriel Knight e due romanzi: il divertente Judgment Day e questo ottimo Dante's Equation.

Le prime trecento pagine di Dante's Equation sembrano, sostanzialmente, una variazione sul modello Dan Brown, con intrighi sociopolitici che ruotano attorno a clamorose scoperte scientifiche, strampalate teorie religiose, pericolose cospirazioni governative e gran girandole di eventi avventuosi. In più, rispetto alla pattumiera di chi sappiamo, hanno il notevole pregio di essere leggibili. Ma non basta: quella che per metà libro si evolve come una storia piacevolissima, ma tutto sommato abbastanza già vista, prende poi un'improvvisa piega fatta di delirio.

La Jensen, infatti, apre improvvisamente le porte a una serie di universi paralleli, in cui le leggi del bene e del male si comportano in maniera diversa rispetto al nostro e nei quali la fantasia dell'autrice statunitense può scatenarsi. Ci si ritrova così in mondi futuristici devastati dal troppo bene, in asettiche e distorte società orwelliane, in mondi selvaggi popolati da creature longilinee e mostri selvaggi, in regni demoniaci nei quali esseri indescrivibili vivono all'insegna del male puro.

Un viaggio allucinante dal quale sembra non esserci uscita e che rappresenta un metaforico specchio in cui i protagonisti osservano la loro anima. Dante's Equation è uno splendido romanzo del fantastico, che si evolve grazie ai suoi personaggi e alla profondità con cui vengono tratteggiati, che affonda le mani in spiegazioni scientifiche oltre il limite dell'assurdo e le rende intrigante fiaba. È l'ennesima dimostrazione di come sia possibile scrivere ottima narrativa di genere senza scivolare nel patetico, senza limitarsi a far finta di essere intelligenti.

14.11.07

Heroes - Stagione 1

Heroes - Season 1 (USA, 2006/2007)
creato da Tim Kring
con Jack Coleman, Hayden Panettiere, Masi Oka, Sendhil Ramamurthy, James Kyson Lee, Greg Grunberg, Milo Ventimiglia, Adrian Pasdar, Ali Larter, Noah Gray-Cabey, Zachary Quinto, Leonard Roberts, Santiago Cabrera


È difficile osservare l'apocalittica profezia dipinta da Tim Sale nei quadri che appaiono in Heroes e non pensare alle Torri Gemelle, a quanto la narrativa di genere (e non solo) americana sia stata e continui ad essere influenzata da quel tragico evento. E d'altra parte il terrore di una possibile, colossale, esplosione nel centro di Manhattan non può che essere e rimanere vivo nel cuore e nella testa di tutti. Al punto di colpire e ritrovarsi evocato anche nella testa di uno spettatore lontano e che certo non ha vissuto tanto da vicino quei momenti. Magari a Tim Kring, Jeph Loeb e compagni non interessava rievocare il World Trade Center, magari sì, ma di sicuro, perlomeno nella testolina del sottoscritto, l'hanno fatto.

Di buono c'è che nel farlo hanno aggiunto un seducende strato d'inquietudine a una serie comunque già interessante per altri motivi. Heroes è un riuscito tentativo di mettere (più o meno) su pellicola la narrazione seriale a fumetti americana. Si appoggia sul format televisivo per fare ciò che con un film non sarà mai possibile, raccontando una storia ad ampio respiro, fatta di tante piccole sottotrame che crescono piano piano, sedimentando, finendo poi per esplodere quando i fili che le collegano vengono improvvisamente strattonati.

Heroes mostra il suo DNA in maniera esplicita, quasi dozzinale se vogliamo, nel didascalismo con cui spiega la sua natura di polpettone adolescenziale e fumettistico. Riempie le immagini di colori saturi e dirompenti, appiccica lettering da nuvolette per dare il la ai suoi episodi, parla (ultimo arrivato dopo decine di altri) di un mondo in cui tanti individui sviluppano improvvisamente, e tutti assieme, poteri fuori dall'ordinario.

Racconta tutti quei temi che da sempre caratterizzano questo genere di narrativa, parlando di paura dell'ignoto e del diverso, di possibili tragici futuri e dell'eroe potenziale nascosto in ognuno di noi, ma anche dell'inevitabile possibilità che l'afflato eroico venga corrotto e portato agli estremi opposti. Tesse trame e cuce fili che si sviluppano lentamente, per poi accelerare improvvisamente in un crescendo vertiginoso.

Il primo vero limite di Heroes sta proprio in questo suo sviluppo "diesel", che fa trascorrere quasi una decina di episodi accumulando carne al fuoco prima di prendere sul serio il via. Un limite di struttura, insomma, programmatico, che però toglie un po' di mordente a un meccanismo narrativo non in grado di reggersi sul singolo episodio. Là dove un Battlestar Galactica, così come i rimpianti serial di Joss Whedon, riesce a coniugare le esigenze dell'appuntamento settimanale autoconclusivo con quelle del tassello di un grande mosaico, Heroes raramente regala un senso compiuto al singolo episodio.

Il ciclo narrativo che va a costituire la prima stagione, però, al di là di qualche forzatura funziona bene, grazie anche ai valori di produzione elevati, ai tanti ottimi caratteristi che riempiono la scena e a qualche idea interessante, capace di convincere anche lo scettico fumettaro convinto di non poter essere sorpreso dall'ennesima storia di supereroi. Delude forse un po' solo un episodio finale obiettivamente sgonfio, loffio, specie dopo il bel crescendo che lo precede. Ma la voglia di andare avanti c'è, nonostate un cliffhanger che sembra davvero tirato via.

Heroes, insomma, è una bella sorpresa, un serial che riesce ad essere sufficientemente maturo pur nel suo palese strizzare l'occhio all'adolescente un po' nerd, tirandogli di gomito con un personaggio - simpaticissimo - "diverso" e sognatore, appassionato di fumetti e di Star Trek, perfino figlio del tenente Sulu. Un prodotto onesto e riuscito, ampie spanne sopra all'inguardabile 4400, che al contrario prova a mirare ben più in alto e, per quel che ho visto, fallisce miseramente.

Ah, la versione in HD-DVD di Heroes è davvero notevole. Paga il classico difetto di tutte le serie in DVD, mostrando un po' troppa grana a video in alcune scene, ma complessivamente la visione è spettacolare, con immagini definite e coloratissime, che ben si adattano ai toni fantastici della serie. In più gli extra sono tanti e tutti molto gustosi, anche perché sfruttano bene le potenzialità del nuovo formato. Se non interessa l'audio italiano, la straconsiglio, che tanto la versione americana funziona anche da noi e costa meno.

8.11.07

Ratatouille

Ratatouille (USA, 2007)
di Brad Bird
con le voci di Patton Oswalt, Ian Holm, Lou Romano, Peter O'Toole, Janeane Garofalo, Brad Garrett, Brian Dennehy


Nato come primo lungometraggio da solista per Jan Pinkawa (che in passato aveva diretto l'ottimo cortometraggio Geri's Game), Ratatouille ha goduto dell'essere stato raccolto in corsa dal talentuoso Brad Bird. E il regista de Il gigante di ferro e Gli Incredibili ha dimostrato ancora una volta di essere il più "grosso" autore sulla piazza dell'animazione occidentale.

Pur non scaturito dalla sua testa, Ratatouille porta chiaramente impresso il suo marchio, fatto di narrazione per adulti tenera e ammiccante, che ipnotizza il bambino ma solo di fronte a un pubblico maturo svela tutte le sue carte. Bird parla un linguaggio semplice e al tempo stesso articolato, mette in scena ratti che si muovono in branco con dinamiche schifosamente credibili e cucine organizzate in maniera realistica. Dipinge una storia dai toni fiabeschi ancorandola alla realtà, rendendola divertente e colorato luna park ma anche solido e maturo racconto.

Ratatouille schiva poi il classico buonismo Disneyano in maniera mirabile, senza aver per questo bisogno di ricorrere a rutti, scorregge e citazioni stantie. Bird non prova a raccontarci che chiunque può farcela, ma inneggia anzi al valore del talento, potenzialmente di tutti, effettivamente di pochi. Mostra un personaggio che, come spesso accade, sceglie di aprirsi, mettersi a nudo, raccontare la verità... e per questo finisce abbandonato malamente dai suoi amici. Chiude con un lieto fine rassicurante, ma che giunge solo dopo un atroce fallimento, materiale se non morale. Insomma, va perfino oltre il già lodevole anticonformismo che da sempre caratterizza i film Pixar.

Anticonformismo che si manifesta anche nelle scelte visive, nel mettere in scena ratti (ratti, non topi, RATTI) parlanti che meno umanizzati di così sarebbe stata davvero dura, nella regia ricercata e virtuosa, al suo apice in quella musicale e meravigliosa scena della scoperta di Parigi. Ratatouille è una gioia per gli occhi non solo per la strepitosa tecnologia, ma per il gusto con cui viene utilizzata, per il taglio registico moderno e ricercato, per la capacità di far recitare i personaggi in maniera efficace e deliziosa.

Remy occhieggia e si esprime con piccoli gesti e sguardi significativi, recita senza mai andare sopra le righe e interpretando il suo personaggio in maniera incredibile. E tutto questo avviene grazie a un'attenzione per il dettaglio viva in tutti gli aspetti del film, a partire dalle trovate di sceneggiatura, dal modo in cui con piccoli accorgimenti anche le situazioni più assurde vengono rese coerenti e credibili. Ratatouille, insomma, è un grandissimo film, poetico, appassionante, divertente, che ha forse il solo "difetto" di partire da premesse non proprio originali, ma anche la saggezza di svilupparle in maniera tutt'altro che canonica.

30.10.07

Facciamoci del male

"Da martedì 30 ottobre Sportitalia trasmetterà in lingua originale, ogni notte dalle ore 1:00 alle ore 7:00, NBA TV la tv ufficiale della lega professionistica americana."

No, cazzo, ragazzi, io devo dormire la notte, non potete farmi questo.

28.10.07

La settimana a fumetti di giopep - 28/10/2007

52 #1/7 **
E questo sarebbe il super evento (l'ennesimo) dopo il quale l'universo DC non sarà più lo stesso? Questa robetta sarebbe quello che quattro menti del calibro di Geoff Johns, Grant Morrison, Greg Rucka e Mark Waid, unite, riescono a tirare fuori? Sinceramente sono perplesso, anche se indubbiamente leggere in fondo a ogni albo "Storia dell'UDC" mi fa molto ridere.

Batman #1/2 ***
Catwoman #1 ***
Lanterna Verde #1 ***
Ottimo storie che riprendono, bene, da dove ci si era interrotti, introducono elementi interessanti e portano avanti delle serie che ottime erano e ottime, per fortuna, sono rimaste. Allora la DC non sta andando completamente a puttane!

Flash - Un anno dopo *
Madonna che porcheria. Ero preparato a una roba mediocre, ma qui siamo ben oltre la spazzatura, siamo là dove nessuno schifo è mai arrivato prima. Meno male che 'sto nuovo Flash ha chiuso in fretta.

Freccia Verde #1 **
Manhunter #1 *
Serie in decadenza? Manhunter, che nelle storie pre-Crisi era davvero intrigante, sta diventando quasi illeggibile. Decisamente meglio Freccia Verde, anche se comunque mi sembra manchi un po' di mordente. Oliver Queen sindaco, comunque, non è una brutta idea: vediamo come si evolve.

Giovani Titani #1 *
Outsiders #1 **
Gente che mena, si mena, viene menata e fra un cazzotto e l'altro si lascia un po' andare alla prosopopea. Se non cambia qualcosa in fretta, queste son le prime serie DC a cui rinuncio.

Supergirl e La Legione dei Super-Eroi #1 **
Ecco, questa serie invece mi lascia perplesso. Ha un'atmosfera strana, quasi da delirio ragionato, ma non riesco a capire se è realizzata bene o se è un tentativo clamorosamente fallito. A Mark Waid mi sento di dare fiducia, andiamo avanti per un po'.

Superman - Un anno dopo ***
Un bel volumozzo, non convincente come quello dedicato a Batman, ma comunque capace di riportare in scena Superman in maniera solida e intrigante. L'unica vera pecca sta forse nel fatto che - come del resto si è visto accadere molto spesso in casa Marvel negli anni scorsi - sembra quasi che il motore unico della storia stia nel voler rendere la continuity dell'azzurrone la più vicina possibile a quanto visto in Superman Returns. Luthor torna ad essere un criminalucolo ossessionato, ci sono i cristalletti che fanno emergere la terra da sotto Metropolis e così via. A 'sto punto mettiamoci pure il figlio, che tutto sommato è l'idea forse più interessante del film.

23.10.07

Heavenly Sword

Heavenly Sword (SCEE, 2007)
sviluppato da Ninja Theory


Quindici anni fa, per raccontare una bella storia in forma digitale era sufficiente mettere assieme 256 colori, 16 bit di scheda audio e una sceneggiatura con due palle così. Bastava far alzare in piedi Gabriel Knight e farlo gironzolare, mentre ciondolava in salotto muovendo le manine, e ci si convinceva di stare davanti a un film, con personaggi che recitavano incredibilmente bene. Oggi si spendono gozzillioni di dollari per attaccare pallini in faccia ad Andy Serkis, si registrano colonne sonore orchestrali, si spreme il Cell per realizzare texture fuori dal mondo, mettere in scena migliaia di soldati e dipingere volti dal realismo scioccante. Eppure, paradossalmente, giocando a Heavenly Sword non mi sono dimenticato neanche per un attimo di stare davanti a un videogioco che tentava disperatamente di sembrare un film.

Sarà forse perché la sceneggiatura di questa robetta le palle non sa nemmeno cosa siano? Sarà perché all'alba del 2007 fa un po' tristezza vedere un cattivo che gigioneggia come se fosse il Jack Nicholson di Batman e dice battute che mi avrebbero fatto ridere, forse, vent'anni fa? Heavenly Sword, il film, è una cosetta piccola piccola, un filmuccio nato vecchio, fatto di vicende prevedibili, retorica stagnante e personaggi stereotipati fino al midollo, che guardi con la stessa tenerezza con cui osservi una grande produzione di cinematografie minori (tipo Nomad, un filmone d'avventura kazako visto a Venezia l'anno scorso).

Grandi mezzi piazzati in mano a gente non in grado di sfruttarli per ottenere qualcosa di grande per davvero. Certo, il termine di paragone fa la differenza, perché è chiaro che piazzarsi su un livello cinematografico mediocre significa, purtroppo, stare comunque ampie spanne sopra a buona parte di ciò che si vede nel mondo dei videogiochi (ma comunque sotto, per stile e potenza narrativa, a tanti "colleghi" realizzati con dispiegamento di mezzi ben minore). Ma i termini di paragone non li decido io, li decide chi realizza una grafica iper realistica, chi assolda fior di attori da far recitare, chi scrive prendendosi maledettamente sul serio, chi tira fuori un film da svariate ore che ogni tanto ti permette, bontà sua, di giocare. E il paragone, spiace, stride.

Ma l'impianto narrativo, per quanto forzatamente e volutamente messo in primo piano, non è certo l'unico tratto caratterizzante di Heavenly Sword, che è anche, se non soprattutto, un videogioco. Un videogioco che, purtroppo, lascia anch'esso a desiderare. Un videogioco che si ispira abbastanza chiaramente, nelle meccaniche e nella "regia", a God of War, ma non riesce a trovare la stessa fluidità di gioco, la stessa compatezza e solidità.

Heavenly Sword non ce la fa. Non ce la fa a nascondere all'occhio la progressione a compartimenti stagni e il continuo passaggio da una micro arena all'altra. Non ce la fa a dare un senso compiuto a un sistema di controllo per certi versi pregevole, ma sprecato in un susseguirsi di avversari dalla pochezza imbarazzante. Non ce la fa - ma su questo, va detto, è in buona compagnia - a far venire voglia di esplorare la ricchezza di mosse e combo, perché tanto poi basta premere a caso un po' di tasti per arrivare quasi fino in fondo. Non ce la fa, insomma, a convincermi di avere un po' di arrosto sotto tutto quel fumo.

Ma c'è comunque del buono, in Heavenly Sword. Perché il dispiego di forze si vede e colpisce, anche se come al solito tanta apparente perfezione visiva pone ancor più in risalto i difetti, l'animazione impacciata, l'ombra traballante, la texture fuori posto, la scalettatura in primo piano. Perché comunque nel roboante mare di già visto (in fondo anche le centinaia di soldati su schermo non è che siano 'sta novità, anche se forse non si erano mai visti così ben fatti) prova a battere qualche strada nuova, mette in scena un utilizzo sensato del Sixaxis, regala qualche sporadico passaggio davvero riuscito fino in fondo. Ma la verità è che 'sti Ninja Theory devono ancora mangiarne, di pagnotte.

22.10.07

Crash - Contatto fisico

Crash (USA, 2004)
di Paul Haggis
con Don Cheadle, Matt Dillon, Terrence Howard, Thandie Newton, Michael Peña, Brendan Fraser, Sandra Bullock, Ryan Phillipe


Con tre anni di ritardo e dopo aver visto il successivo Nella valle di Elah a Venezia, finalmente poso gli occhi sul pluripremiato Crash. E trovo un film ben pensato e costruito, con una di quelle sceneggiature "circolari" in cui tutto torna e nulla viene lasciato al caso. Ogni storia in Crash ha una conclusione, ogni personaggio ha un suo senso, tutto è collegato nel grande gioco del caso. Ma è proprio questa perfezione, forse, a far stonare un po' il racconto.

Crash parla del razzismo che si insinua e si radica anche nella più insospettabile delle "vittime", specie in una città come Los Angeles. Parla di società multietnica e di rapporti umani sempre e costantemente sull'orlo dell'esplosione furiosa. E ne parla talmente bene da far sfumare le distinzioni anche per lo spettatore, che spesso, tanto quanto i personaggi del film, fatica a distinguere fra arabo e persiano, fra cinese e tailandese, fra cubano e messicano. Lo fa, però, concentrandosi sul personale, raccontando storie piccole piccole e mescolandole fra di loro in maniera un po' forzata e tendenziosa.

C'è troppo caso, troppa coincidenza, nel portare avanti vicende che al contrario vengono presentate come terra-terra e realistiche e che sono raccontate con uno stile ben lontano dal pomposo e virtuoso surrealismo di un Magnolia. Haggis viaggia su un confine labile, oscilla fra reale e surreale, racconta la cruda quotidianità ma scivola in un buonismo un po' patetico, tira tremendi pugni nello stomaco e poi si scioglie in mediocri sviolinate sotto la neve. E, esattamente come nel suo film successivo, sgrattuggia le palle piazzando sulle immagini finali una retorica lagna al femminile.

Crash non è un brutto film, anzi, ha momenti di ottima scrittura, passaggi evocativi, qualche prova di attore davvero notevole, ma a conti fatti sembra vincere (e aver vinto) più per le intenzioni che per i risultati. Gioca su temi attualissimi e importanti, fa leva sul senso di colpa che qualsiasi (nord)americano sotto sotto prova. Ma si limita a solleticare la piaga, a giocherellarci col ditino. Il coltello, Haggis, non ha proprio le palle di affondarlo.

20.10.07

La settimana a fumetti di giopep - 20/10/2007

Novità
Crisi Infinita ***
Crisi Infinita, letta tutta d'un botto, sinceramente non mi è parsa male come la si dipinge. Certo è una storia tutt'altro che eccezionale, niente più che l'ennesima maxisaga piena di gente che fa a botte, poco più che un Guerre Segrete disegnato meglio. Soprattutto, anche nel confronto con Civil War, paga quella che è poi la differenza più "luogocomunista" fra DC e Marvel, con una storia troppo incentrata sul conflitto di scala cosmica, sulle mazzate universali, sulle divinità assolute, e troppo poco attenta ai personaggi. Un gran caos di eventi e azione, che diverte dall'inizio alla fine, ma tocca davvero pochino il cuore e lo stomaco. Al limite, ci si potrebbe un po' commuovere per le vicende dei personaggi storici, ma si tratta comunque di gente che non calca le scene dagli anni Ottanta (e la cui "vera" vita editoriale risale a ben prima), e francamente mi chiedo perché dovrei essere toccato dai drammi di personaggi per i quali non provo affetto. In compenso, rispetto a Civil War, Crisi Infinita dà più l'idea di una storia fatta e finita. Vero che l'assunto di partenza è basato su altre cinquantamila saghe precedenti e può risultare confuso a chi non le ha lette, vero che vengono appositamente lasciati discorsi in sospeso, ma perlomeno non c'è quell'impressione di coito interrotto lasciata addosso dalla saga Marvel. Che però, tocca ribadirlo, mi è parsa molto più sentita e coinvolgente.

Superman - Crisi Infinita **
Una mezza robetta, una scusa per giocare un po' con la nostalgia sfruttando il caos di universi generato da Crisi Infinita. Inutile.

Batman - Un anno dopo ****
Un nuovo gran bel punto di partenza per il pipistrellone, non a caso scritto da uno sceneggiatore di razza come James Robinson. Personaggi, prima che mazzate, approfondimenti, studio dei rapporti fra i protagonisti e un bel crescendo che porta al ritorno in scena di un vecchio amico e allo stabilirsi di un nuovo status quo. Certo non un capolavoro, ma di sicuro un bel modo per ricominciare dopo Crisi Infinita.

Antiquariato
Superman Family - Ottobre 2005/Marzo 2006 (L.O.) ***
Un cumuletto di storie fra l'inutile e il riempitivo, il cui unico scopo è palesemente quello di aspettare ardentemente l'arrivo della Crisi.

Wonder Woman #220/226 (L.O.) ***
Qui va già meglio, con perlomeno una riuscita analisi delle conseguenze di Sacrifice e del gesto compiuto da Wonder Woman. Ma insomma, si respira la stessa aria di sbaracco che ho visto in tutte le fasi conclusive pre-crisi.

17.10.07

I Fantastici 4 e Silver Surfer

Fantastic Four: Rise of the Silver Surfer (USA, 2006)
di Tim Story
con Ioan Gruffud, Jessica Alba, Chris Evans, Michael Chiklis, Julian McMahon e la voce di Laurence Fishburne


Secondo, inevitabile episodio di una saga che inevitabilmente ne conterà tre, Rise of the Silver Surfer prosegue nel solco tracciato dal capostipite e porta avanti un discorso fatto di comicità leggera e fumettosità spensierata. Tim Story firma un altro film per famiglie, che incita ai valori sani e all'umorismo di grana grossa. Consapevole di stare dirigendo un sequel, perde meno tempo con le introduzioni e i prologhi, concedendosi invece il lusso di un racconto vagamente più ricco e di personaggi un filo più approfonditi.

A guadagnarne sono soprattutto le del resto già ben tratteggiate dinamiche "famigliari" che da sempre caratterizzano le storie degli F4. L'aspetto comico, però, sembra un po' meno riuscito. Non che il primo film fosse esilarante, ma c'era qualche battuta azzeccata, e l'atmosfera solare e il carisma di Chris Evans facevano il resto. Qui Evans, che pure s'impegna, sembra un filo più spento e soprattutto gli sceneggiatori faticano a mescolare lo spirito goliardico della serie con le tematiche più seriose offerte dalla presenza di Silver Surfer e Galactus.

In compenso, si diceva, c'è un po' più storia, si tocca di sfuggita un tema interessante come quello del libero arbitrio e va in scena un personaggio sfolgorante come il surfista d'argento, bellissimo da vedere e, grazie a Laurence Fishburne, pure da ascoltare. Il tutto condito con un gusto per lo spettacolo sicuramente più scatenato. Certo Story non ha e non avrà mai il talento visivo di altri registi che si sono cimentati coi supereroi prima di lui, ma le scene d'azione sono ricche e solide, con effetti speciali particolarmente riusciti e tante belle strizzatine d'occhio per i fan (lo pseudo Super Skrull su tutti). Un'altra scemenzucola, insomma, ma onesta, ben realizzata e (a tratti) divertente.

A margine, il Blu-ray de I Fantastici Quattro e Silver Surfer è pazzesco. Spettacolare per definizione, ricchezza dei colori, pulizia dell'immagine. Non perde un colpo anche nelle scene più complesse, particolarmente scure o invase da effetti speciali. A cercare col lanternino, qualche artefatto si trova di sicuro, ma del pelo nell'uovo faccio a meno. Nettamente la cosa migliore che ho visto in accaddì, anche se in effetti devo dire di averne viste poche.

 
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