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20.2.08

Pitch Black


Pitch Black (USA, 2000)
di David Twohy
con Vin Diesel, Radha Mitchell, Cole Hauser, Keith David


Lo scorrere del tempo intacca quasi sempre - nel bene e nel male - il fascino di un b-movie e Pitch Black non fa eccezione. Otto anni dopo, certi dialoghi e certe situazioni appaiono un po' troppo sopra le righe, i personaggi sembrano aver perso un po' di freschezza e lo stesso Vin Diesel, che pure in questo film mantiene ancora tutto il suo fascino e il suo carisma, non è più lo sfolgorante attore sconosciuto che bucava lo schermo, perché nel frattempo si è trasformato in una macchietta ombra di se stessa. Eppure ancora oggi Pitch Black non nasconde tutti gli ottimi motivi per cui a suo tempo divenne velocemente un piccolo cult.

David Twohy, maestro nel cavare il sangue dalle rape, pur lavorando con un budget ristrettissimo e forti limiti di tempo riuscì a creare un film dalla forte identità estetica, con immagini affascinanti ed evocative, per lo più basate sulla bella idea del sistema solare "multiplo". Di immagini forti in Pitch Black non ce ne sono molte, ma quando spuntano colpiscono nel segno, per esempio con quella bella fiammata alcolica nell'oscurità durante la fuga notturna, o con gli sguardi filtrati dagli occhi di Riddick, capace di vedere al buio grazie a un'operazione cui si è sottoposto durante il suo soggiorno in carcere.

E all'intrigante ricerca visiva si aggiungono tre protagonisti antieroi nel vero senso della parola: un serial killer, un cacciatore di taglie tossicodipendente e una donna pronta a sacrificare la vita di chiunque per salvare la propria. Twohy prende questo trio improbabile e lo rende preda degli ennesimi figli illegittimi di Alien, creature volanti refrattarie alla luce ma micidiali al buio. Proprio sul fascino inquietante dell'oscurità gioca le sue carte migliori la seconda parte del film, che appassiona grazie a un ritmo trascinante e a una certa imprevedibilità di alcuni snodi narrativi. Nulla di trascendentale, intendiamoci, ma, fra una morte prevedibile e l'altra, prima della fine ci lascia le penne qualcuno che, secondo i canoni del genere, non t'aspetteresti.

Pitch Black, insomma, pur con tutti i suoi limiti e con l'età che avanza, rimane ancora oggi un gran bel b-movie, ruspante e appassionante, dalla fascinosa caratterizzazione visiva e a modo suo ancora originale in certi sviluppi di sceneggiatura. Ottima, poi, l'edizione su HD-DVD, che rende davvero giustizia alla particolare estetica del film (anche se verso la fine si nota un po' qualche imperfezione della pellicola).

Avevo già parlato di Pitch Black ai tempi dell'uscita cinematografica. Se proprio non avete nulla da fare, potete leggere il vecchio post qui. Ma non ne vale la pena, ve l'assicuro.

19.2.08

Band of Brothers

Band of Brothers (USA, 2001)
con le mani in pasta di Steven Spielberg e Tom Hanks


Realizzata per volontà di Steven Spielberg e Tom Hanks e andata in onda tre anni dopo che i due avevano collaborato in Salvate il soldato Ryan, Band of Brothers racconta la storia della leggendaria Compagnia Easy del Secondo Battaglione, 506 Reggimento di fanteria paracadutista, 101a Divisione Aviotrasportata (o qualcosa del genere). Dieci "mini-film" da un'ora ciascuno, che accompagnano lo spettatore dall'addestramento in Georgia fino alle fasi finali della Seconda Guerra Mondiale. Gli eventi seguono quelli narrati nell'omonimo libro di Stephen Ambrose e vengono raccontati con un taglio realistico e credibile e una grandissima attenzione allo sviluppo dei personaggi, che rappresentano la vera anima della serie.

I soldati, gli uomini che vivono le storie raccontate in Band of Brothers, sono personaggi ricchi e affascinanti, esseri umani cui è impossibile non affezionarsi e per il cui destino viene spontaneo appassionarsi. Lo splendore delle sceneggiature e la bravura dell'intero cast rendono i dieci capitoli di questa serie qualcosa di realmente magico. Ogni singolo episodio è un piccolo, meraviglioso e intenso film, dotato di una sua peculiare e forte identità e spesso a modo suo originale e ricercato nell'offrire punti di vista non banali su avvenimenti stranoti. Basti pensare allo sbarco in Normandia mostrato attraverso gli occhi di paracadutisti solitari "depositati" a chilometri dal centro dell'azione, allo splendido sguardo sull'assedio di Bastogne raccontato tramite l'otiica del medico Roe, all'agghiacciante scoperta di un campo di concentramento nazista o al malinconico e amaro modo in cui viene narrato il termine della guerra.

Oltre ad essere uno splendido racconto, poi, Band of Brothers è anche un gran serial di guerra, che mette in scena le azioni di battaglia in maniera cruda, realistica, credibile. Non posso sapere fino a che punto quel che si vede aderisca alla realtà, ma certo è che sembra tutto tremendamente vero. Di certo, comunque, nel racconto c'è molto di romanzato, come del resto testimoniano gli stessi extra del cofanetto DVD, ma non si ha mai l'impressione di un'eccessiva mitizzazione dei personaggi, o di un moralismo o un patriottismo fuori dalle righe.

Appassionante, intenso e commovente, splendidamente diretto e recitato da un cast perfetto, curato all'inverosimile in termini di produzione, Band of Brothers è fra le migliori serie TV di sempre e ha pure un'edizione DVD all'altezza della situazione. La qualità audiovisiva è fuori scala e i vari inserti speciali sono uno più interessante e curato dell'altro. Toh, manca giusto un "Who's who" che punti il dito sulle tante facce note che fanno capolino dietro ogni angolo (Jimmy Fallon, James McAvoy, Jamie Bamber, Simon Pegg...), ma insomma, non si può avere tutto.

18.2.08

30 giorni di buio

30 Days of Night (USA, 2007)
di David Slade
con Josh Hartnett, Melissa George, Danny Huston, Ben Foster


Barrow è una piccola cittadina situata nell'angolo più sperduto all'estremo nord dell'Alaska, ad almeno trecento miglia da qualsiasi cosa, e che ogni anno, in pieno inverno, si trova ad affrontare una notte lunga trenta giorni. Un giorno un gruppo di vampiri particolarmente incazzosi decide di recarsi in questa amena località per trascorrere un mesetto di vacanza dalla frenetica vita del succhiasangue moderno, pasteggiando in serenità senza doversi preoccupare di nascondersi dalla luce del sole. I cittadini di Barrow, condotti dallo sceriffo senza macchia e senza paura Eben Oleson, faranno di tutto per sopravvivere.

30 giorni di buio è un discretamente riuscito tentativo di portare sul grande schermo la splendida e più o meno omonima saga a fumetti creata da Steve Niles e Ben Templesmith. Il risultato della trasposizione è un horror dall'atmosfera sordida e cupa, che gioca tantissimo sul fascino dell'ambientazione e sulla furia animalesca dei cattivi di turno. Tutta la prima parte di film è particolarmente riuscita, con una bella atmosfera morbosa di "preparazione" e uno splendido primo assalto dei vampiri. Slade non si preoccupa di trattenere i sacchetti di plasma e i risultati convincono grazie al ritmo serrato e a una discreta cura per l'immagine.

Poi il film si adagia, perdendosi in sviluppi abbastanza ordinari e prevedibili. A mantenerlo in piedi ci pensano le buone interpretazioni (Danny Huston mette davvero i brividi) e un'intrigante ricerca stilistica. Le schizoidi tavole pittoriche di Ben Templesmith erano difficile da riprodurre in maniera realmente fedele, ma il look dei vampiri e in generale la composizione delle immagini sono davvero notevoli e riescono a dare al film una faccia fresca e di grande personalità. Certo, le sorprese terminano abbastanza in fretta e da un certo punto in poi diventa facile capire dove si stia andando a parare, ma il ritmo trascinante e la carica violenta con cui si sviluppano gli eventi rendono 30 giorni di buio gustoso fino alla fine.

Discorso a parte andrebbe fatto sulle scelte di adattamento: durante la visione il film mi sembrava incredibilmente fedele al ricordo che avevo del fumetto, cosa che testimonia la capacità di coglierne l'atmosfera e il fascino particolare (o il mio rincoglionimento, magari). Poi, però, il fumetto me lo sono riletto e bisogna anche dire che in un certo senso se ne è tradito uno degli aspetti più particolari e caratterizzanti. Nella storia di Steve Niles gli esseri umani sono pochissimo approfonditi e solo i due protagonisti hanno un abbozzo di passato da raccontare, mentre i vampiri sono personaggi a tutto tondo, dalla forte personalità, che si comportano come esseri umani, parlano inglese e si atteggiano da sbruffoni "tarantiniani". La scelta di caratterizzare maggiormente le vittime e ripiegare su vampiri bestiali e stralunati che parlano una lingua tutta loro appare un po' troppo facile e adagiata su piste battute mille volte. Poco coraggiosa, insomma, e dal retrogusto di occasione persa.

A margine - non ce la faccio proprio a evitarlo - mi devo lamentare dell'adattamento italiano. Non tanto di un doppiaggio che mi è parso decoroso, ma della scelta di usare come titolo 30 giorni di buio, piuttosto che il già utilizzato per il fumetto e a parer mio ben più elegante, particolare ed evocativo (oltre che fedele all'originale) 30 giorni di notte. Questo senza nemmeno citare il fatto che in realtà, nel film, fra luci artificiali, luna piena, riverbero del ghiaccio ed esigenze sceniche, i protagonisti al buio non ci stanno praticamente mai. Altro che trenta giorni.

14.2.08

Papparapppaaaaaa... papparaaaaaa....

Momento di stanca mentale, chiedo scusa per la moria di aggiornamenti. Col trailerino che sta qua, però, un minimo ci si scalda il cuore. :)

6.2.08

Fahrenheit 451

Fahrenheit 451 (USA, 1953)
di Ray Bradbury


Fahrenheit 451 fa parte della nutritissima schiera di libri che avrei potuto leggere un millennio fa, se per un certo periodo non avessi sviluppato un'istintiva, ferrea, ingiustificata ma incontrollabile repulsione nei confronti di qualsiasi lettura mi venisse proposta a scuola. Non ci potevo fare niente, leggevo solo quel che volevo leggere e mi veniva l'antipatia per quel che mi veniva proposto dai professori. E infatti, tot anni dopo, sto recuperando un sacco di letture fondamentali che schivai per questi stupidi motivi.

Con Fahrenheit 451 Ray Bradbury narra la storia del "risveglio" di Guy Montag, pompiere di un futuro in cui la sua categoria, resa inutile dai materiali ignifughi con cui sono costruite le case, si dedica a dare fuoco ai libri, considerati merce pericolosa e sovversiva da un governo opprimente che mira a trasformare le persone in apatiche e ubbidienti marionette. Montag vive il suo impiego con disagio e il libro racconta della sua esplosiva ribellione, del tentativo di coinvolgere la moglie nel turbinio di sentimenti che l'ha colpito, della scoperta di non essere certo l'unico ad aver ritrovato la passione.

Il bello di Fahrenheit 451 sta nella sostanziale brevità del racconto e in ciò che questa si porta in dote. Bradbury non si perde in ampollose e complicate descrizioni, riassume e sintetizza splendidamente eventi e personaggi, descrive le personalità dei suoi attori in due righe e trascina il lettore nella disperata voglia di vivere di un protagonista affossato dall'apatia di tutto ciò che lo circonda. Impossibile, poi, non farsi coinvolgere dalla disperata angoscia di Montag e dalla sua impotenza di fronte agli eventi. Ogni volta che trova un segnale di speranza, questo gli viene portato via, ogni volta che sembra poter dare inizio a qualcosa, finisce tutto in disgrazia e fallimento. E solo alla fine, quando finalmente si manifesta un barlume di vita, l'apparente gioia viene appesantita dalla consapevolezza che nella lotta fra l'individuo e la società la vittoria dell'uno può avvenire solo sulle ceneri dell'altro. Bradbury chiude il suo romanzo con un finale tremendamente sgonfio, privo di eroismo e di pathos, che lascia addosso un senso di amara insoddisfazione e lacerante vuoto. C'è speranza, ma la strada è davvero lunga.

5.2.08

Hostel II

Hostel Part II - Unseen Edition (USA, 2007)
di Eli Roth
con Lauren German, Bijou Phillips, Heather Matarazzo, Roger Bart, Richard Burgi


Hostel II si apre riallacciandosi agli eventi del primo episodio e mostrando che fine ha fatto chi era sopravvissuto agli orrori dell'est europeo. Dopodiché si ricomincia da capo, con un tris di ragazze in vacanza nel vecchio continente e pronte a farsi travolgere da un carosello di squartamenti, facili vittime della loro ingenuità. Questa volta, però, Eli Roth preme meno l'acceleratore sulla cazzonaggine, mostra delle protagoniste un po' più interessanti e racconta anche la storia personale dei macellai di turno, mostrandoci come e perché si può finire a ritrovarsi in una di quelle stanze oscure armati di trapano e mannaia.

Oh, a me questo Hostel II è piaciuto più del primo. Sarà perché il prologo è meno sgrezzo, sarà perché fin dall'inizio si respira sottopelle una certa atmosfera malsana, sarà perché la butta un po' più sul truculento, in maniera più evidente ed efficace, anche a costo di sfiorare il ridicolo con scene come quella del bagno di sangue, sarà perché non c'è quell'improbabile e inguardabile fuga in macchina, sarà per la bella idea di mostrare anche l'altra faccia della medaglia e per la scelta di scrivere personaggi un filo più caratterizzati, che riducono magari l'impatto satirico ma incrementano il coinvolgimento emotivo, sarà perché fatico a non stimare almeno un po' un film che mostra al pubblico mainstream il "taglio" e la partita di calcetto che si vedono alla fine.

Fatto sta che mi è sembrato di aver visto un film coerente, sensato, volutamente sgangherato, prevedibile e caciarone, più riuscito nel mantenere le promesse e le premesse, oltre che più consapevole e curato nella scrittura e nella composizione dell'immagine. Ma magari è solo perché l'ho visto in Blu-Ray, vai a sapere.

4.2.08

My So-Called Life

My So-Called Life (USA, 1994/1995)
creato da Winnie Holzman
con Claire Danes, A.J. Langer, Wilson Cruz, Jared Leto, Devon Gummersall, Bess Armstrong, Tom Irwin, Devon Odessa


La cosa peggiore degli anni Ottanta è che sono andati avanti per buona parte degli anni Novanta. Fa veramente impressione mettersi a guardare un telefilm del 1994 e scoprire che il look, le acconciature, i vestiti dei personaggi sono quelli che mi aspetterei da una produzione del decennio precedente. Immagino sia un problema mio, di memoria selettiva, ma certo è che ci vuole un attimo per abituarsi. Passato quell'attimo, però, ci si può godere un vero gioiello, per il quale tutte le lodi e i rimpianti che si leggono in giro sono assolutamente meritati.

My So-Called Life racconta l'adolescenza con uno sguardo adulto, crea un microcosmo narrativo fatto di credibili persone, non personaggi, che interagiscono fra di loro, dipinge in modo realistico e delizioso la fantastica tendenza a vivere i sentimenti "per assoluti" che hanno i ragazzini e rapisce con la poesia della semplice e complessa quotidianità. Una Claire Danes che così bene non ha probabilmente mai più recitato in vita sua racconta in prima persona le sue giornate, i suoi pensieri, i suoi sentimenti, la cotta per il misterioso Jordan Catalano, il melodrammatico evolversi delle sue amicizie, il bel rapporto coi genitori. Tutta la serie, tranne un paio di splendide puntate "alternative", passa tramite i suoi occhi e la sua voce, regalando una visione stereotipata nella misura in cui quel che si vive a quell'età non può che esserlo.

Realistico, dolce, a modo suo anche abbastanza crudo, My So-Called Life funziona ancora così bene a distanza di tanti anni proprio perché è pensato e costruito per non essere legato alle mode del momento e per avere una sua efficacissima coerenza. Ogni personaggio è caratterizzato benissimo e ha una sua ricca storia personale, compresi quei genitori che in tanti altri serial fanno da tappezzeria e qui sono invece personaggi ricchi e vivi. Il tutto all'insegna di una ricerca del credibile che si manifesta anche nei dettagli, per esempio nella presenza di un vero e proprio guardaroba per ogni personaggio: invece di tirar fuori a ogni episodio un nuovo abito alla moda, ciascuno degli attori aveva un set di vestiti fra cui scegliere, regalando quindi continuità, credibilità e coerenza anche a questo aspetto.

E del resto la coerenza e il senso di continuità si ritrovano anche nel modo di scrivere, nell'armonia con cui le varie tematiche affrontate vengono inserite all'interno del racconto. Non c'è l'episodio del gay, quello della violenza sui minori, quello della droga e quello della cotta per il figo della classe accanto. Ci sono tante tematiche interessanti, inserite con gusto e delicatezza, portate avanti nell'arco del racconto in maniera coerente e armoniosa. E c'è anche una colonna sonora efficacissima e un bel gusto per l'immagine, con una regia tutt'altro che banale e insolitamente curata per quella che, teoricamente, dovrebbe essere poco più che una sit-com giovanile.

C'è il coraggio di inserire un ragazzo nero e omosessuale fra i protagonisti fissi di un serial TV del 1994, c'è una lunga serie di personaggi a tutto tondo, modellati per non rappresentare uno stereotipo manicheo, ma sfaccettati e dalla personalità interessante. Angela, Rayanne, Brian, Sharon e gli altri non fanno di tutto per risultare simpatici, anzi, finiscono spesso per essere odiosi ed è anche per questo che diventano i meravigliosi personaggi che sono.

E poi c'è ovviamente la tenerezza che solo dei ragazzini di quell'età sono in grado di regalare, per la melodrammatica serietà con cui vivono ogni lotta, ogni battaglia, ogni pensiero. Quella sensazione di portarsi il peso del mondo intero sulle spalle, di affrontare anche semplicemente un enorme brufolo sul mento come se per causa sua non ci fosse un domani. Insomma, un telefilm strepitoso, splendidamente confezionato e raccontato, con diciannove episodi uno più bello dell'altro, a parte forse quello natalizio, decisamente pacchiano (ma comunque importante per il modo in cui andava a introdurre il tema della violenza sui minori)

Fa rabbia il pensiero che un gioiello come questo sia durato solo diciannove episodi mentre Beverly Hills andava avanti per duecentonovantasei. E non è neanche tanto il fatto di voler sapere come sarebbe andata a finire, anche se il finale di questa "prima" stagione te ne mette addosso una voglia pazzesca. Perché in fondo è bello e appropriato che sia una semplice finestra aperta per un breve periodo sulla vita di quelle persone. Il problema è che così è troppo breve. Se ne vuole ancora, se ne vuole di più, come per tutte le cose belle che durano troppo poco.

3.2.08

La settimana a fumetti di giopep - 03/02/2008

Ben oltre un mese dopo l'ultima volta, torna la rubrica dedicata alle mie letture a fumetti, con un po' meno roba del solito. Non so bene perché vado avanti a scriverla, anche se in maniera non proprio puntuale. Mettiamola così: se anche solo un lettore dovesse trovarci dentro qualcosa di interessante e/o stimolante, La settimana a fumetti di giopep avrà fatto il suo dovere.

DC
Justice #2 ***
Prosegue l'intrigante storia dedicata ai supercriminali DC che decidono di prendere il controllo della situazione. Sinceramente mi sembra un po' troppo "riservata" ai profondi conoscitori dei personaggi coinvolti, ma certo le splendide tavole di Alex Ross sono sempre un clamoroso piacere da osservare per chiunque.

Wonder Woman: Blue Amazon ***
Capitolo conclusivo della trilogia costituita anche da Superman: Metropolis e Batman: Nosferatu, Blue Amazon prosegue nel cupo e inquietante omaggio al cinema tedesco messo in piedi da Randy Lofficier e Ted McKeever. Sinceramente l'ho trovato un po' troppo freddo e piatto, con personaggi caratterizzati in maniera poco incisiva. L'unico reale motivo d'interesse, per quanto mi riguarda, sono gli splendidi disegni di McKeever.

Wonder Woman: The Hiketeia ***
Una storia dagli sviluppi abbastanza ordinari, che prende spunto da un mito greco per raccontare del conflitto d'interessi fra il dovere e il volere, gli obblighi di tradizione e quel che si ritiene sia giusto fare. Gli sviluppi sono prevedibili, ma il tutto è raccontato con la solita maestria di Rucka e ne viene fuori una storia appassionante, splendidamente disegnata e di grande impatto emotivo.

Manga
Lone Wolf & Cub #26 ****
Momento cardine nella saga del lupo solitario, che finalmente si libera di un fardello pesante e prepara il campo per lo scontro finale col suo avversario di sempre. L'ennesimo tuffo in un'epoca lontana, esotica, che racconta in maniera affascinante i tempi e i modi del Giappone medievale.

Moonlight Mile #5 ***
Ho l'impressione che col progredire della storia questo Moonlight Mile stia un po' perdendo d'impatto, che l'estremo senso di melodramma e la narrazione esplicita stiano diventando un po' maniera e che a conti fatti il coinvolgimento emotivo non sia più quello degli esordi. O magari è solo un momento di stanca. Vedremo.

One Piece #45 ***
Si chiude una saga e se ne apre un'altra, con l'ometto di gomma e i suoi amici di nuovo in partenza verso incredibili avventure. La sindrome da Dragonball avanza e, pur continuando ad apprezzare l'ottimo stile grafico e l'adorabile demenzialmelodramma, ci si comincia a chiedere quando finirà.

Steel Ball Run #11 ***
A proposito di sindrome, Hirohiko Araki non la pianta più, anche se perlomeno bisogna dargli atto che i suoi continui pestaggi non si limitano a cazzottoni, onde energetiche e rilevazioni su quanto caspita è forte il nuovo nemico. Le idee non saranno frizzanti come nel JoJo dei tempi migliori, ma per esempio questa nuova bambina modello genio della lampada ha una sua bella dignità.

Bonelli
Gea #18: "La casa dei santi" ***
Sono passati quasi otto anni e finalmente Gea giunge all'annunciata conclusione, con un finale che più inconcludente di così non poteva essere. Certo, è dichiarato, voluto e conclamato, ma mi ha lasciato comunque parecchio insoddisfatto. Che fosse proprio l'insoddisfazione del lettore l'obiettivo di un autore che sembra spesso più interessato a stupire e che a raccontare una storia? Comunque, nel complesso, nonostante un finale discutibile Gea è stata una bella serie, e tutto sommato credo che gli evidenti limiti imposti dal "formato" abbiano giovato al tutto, limitando la stucchevole strapoliticizzazione da cui ogni tanto Enoch si fa prendere.

Altro
Alice in Sunderland ****
Uno splendido, complesso, un po' pesante, ma interessantissimo tuffo nella vita e nelle opere di Lewis Carrol, tramite il quale Bryan Talbot racconta una fetta di storia della sua Inghilterra e si lancia in un'analisi sociologica, storica e politica della storia di Sunderland. Un'opera tosta, difficile da digerire, che merita probabilmente più di una lettura, ma lascia il segno. E poi ce l'ho autografata!

Powers #6/10 *****
Un grazie al sempre ottimo Roncucci che mi ha permesso di colmare il gap nelle mie letture di Powers in breve tempo e spendendo un po' meno del previsto. E un grazie a Brian Michael Bendis e Michael Avon Oeming che hanno creato una serie strepitosa, un noir metropolitano ambientato su un pianeta in cui vivono supereroi (anzi, "poteri") tremendamente veri, realistici, vivi. In questi cinque volumi di Powers si vede tutto, dal giallo al thriller, dal trascinante "film" d'azione all'epica saga supereroistica, e ci sono colpi di scena, svolte narrative e cambi di direzione a catinelle. A occhio, succede più roba in cinque volumi di Powers che in cinque anni di Spider-Man.

The Walking Dead #7: "The Calm Before" *****
Ero indeciso se mettere in copertina Alice in Sunderland o Powers, ma play.com mi ha tolto il dubbio recapitandomi (finalmente) il settimo volume di The Walking Dead. Sarà che adoro le storie di zombie e che se ne vedono sempre poche e ancor meno di qualità, ma questa serie va molto vicina ad essere una fra le mie preferite di sempre. Robert Kirkman, c'è poco da fare, quando scrive le sue creature dà veramente il meglio di sé, riempiendo le pagine di personaggi fantastici, dialoghi intensi, storie dal ritmo trascinante ed emozionante. The Calm Before commuove con il rapporto fra Rick e sua moglie, angoscia con l'imminenza di un pericolo che potrebbe manifestarsi da un momento all'altro, solletica il groppo in gola con le mille storie dei rifugiati della prigione e appassiona come poche altre letture sono in grado di fare. E tutto questo in un fumetto sugli zombie nel quale gli zombie, ormai, fanno quasi da tappezzeria. Una tappezzeria che, per il lettore così come per i protagonisti della storia, è talmente spiaccicata sulle pareti che viene quasi da dimenticarsene, da sottovalutarla. Ed è proprio in quel momento che si corre il pericolo più grosso.

1.2.08

Killzone: Liberation

Killzone: Liberation (SCE, 2006)
sviluppato da Guerrilla Games


Come mio solito, ho giocato il primo Killzone in discreto ritardo rispetto al resto del mondo. Devo però dire di essermici divertito a sufficienza, pur non avendone provato neanche per sbaglio il celebratissimo multiplayer online. Senza dubbio le critiche alla forse eccessiva linearità e all'instabilità del motore grafico centravano il bersaglio, ma il gioco dei Guerrilla aveva dalla sua una grandissima atmosfera, una tremenda capacità di farti sentire realmente sul campo di battaglia, una buona intelligenza artificiale, che contribuiva al discreto livello di sfida, e una narrazione abbastanza coinvolgente, per quanto ordinaria negli sviluppi.

In attesa di scoprire l'atteso Killzone PS3, mi sono giocato - ovviamente in ritardo - quest'ottimo episodio "di mezzo". Killzone: Liberation, grazie al cielo, non è l'ennesimo FPS spostato di peso sullo schermo portatile Sony e reso quasi ingiocabile dall'inadatto "pad" PSP. Sempre di sparatutto si tratta, ma con una visuale "a volo d'uccello" e un'impostazione leggermente più tattica e ragionata, seppur fortemente caratterizzata da sparatorie interminabili e azione frenetica.

Il punto, però, è che la scelta di spostare l'inquadratura regala a un gioco che per certi versi contiene tutti gli elementi del suo "progenitore" un approccio completamente diverso. Bisogna sempre spostarsi da un punto A a un punto B, possibilmente abbattendo qualsiasi cosa si muova lungo il percorso, ma la visuale dall'alto implica una diversa visione dell'ambiente di gioco, e il livello di difficoltà abbastanza esigente impone un approccio tattico non banale.

In Killzone: Liberation bisogna gestire con cura le munizioni, valutare a dovere i vantaggi e i limiti proposti dall'ambiente e studiare il meglio possibile il percorso da seguire per non rischiare di essere sepolti vivi da orde di nemici. A tutto questo si aggiunge una discreta varietà di situazioni, con piacevoli trovate di gioco che si aggiungono in ciascuno dei cinque episodi (l'ultimo dei quali va scaricato dal sito ufficiale).

Fra jetpack, carri armati, barriere da abbattere, segreti da scovare e impegnativi boss di fine livello, Killzone: Liberation svela in ogni missione qualcosa di nuovo e tiene tutto sommato alta l'attenzione fino alla fine, offrendo poi al giocatore maniacale sufficienti stimoli per dedicarcisi nuovamente nella ricerca del punteggio perfetto. Ben lungi dall'essere un capolavoro imperdibile, è comunque un ottimo gioco d'azione, che vanta un paio di trovate particolarmente riuscite e, soprattutto, dimostra ancora una volta come i migliori titoli PSP siano quelli un attimino pensati per sfruttare le caratteristiche della console (o perlomeno adattarvisi al meglio).