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13.6.07

Pirati dei Caraibi - Ai confini del mondo

Pirates of the Caribbean - At World's End (USA, 2007)
di Gore Verbinski
con Johnny Depp, Orlando Bloom, Keira Knightley, Geoffrey Rush, Chow Yun-Fat, Bill Nighy, Naomie Harris


Ai confini del mondo è decisamente un degno e riuscito capitolo conclusivo per una trilogia che, pur con tutti i suoi difetti, ha saputo mettere assieme un colossale e divertente minestrone piratesco, rendendolo godibile e adatto a un pubblico ggiovane e moderno. In questo terzo episodio si confermano pregi e difetti dei precedenti, con un Verbinski che si rivela ancora una volta regista capace e, nel suo piccolo, anche piuttosto dotato. Il terzo Pirati dei Caraibi vanta una messa in scena sontuosa e spettacolare, con effetti speciali capaci di ridicolizzare qualsiasi altra produzione, e mette in mostra una discreta voglia di stupire e osare, magari anche andando un po' fuori dagli schemi del "blockbusterone", con trovate visionarie e affascinanti, personaggi dal destino tutto sommato non troppo prevedibile e un certo retrogusto amarognolo nel raccontare di stanchi pirati al tramonto e di amori destinati alla tragedia.

Si conferma la logorrea narrativa del secondo episodio, con una durata di quasi tre ore, snellite dal notevole senso del ritmo, ma forse comunque un po' eccessive. Specie se si pensa che, nonostante la lunghezza, alcuni passaggi sanno comunque di tirato via, con una sceneggiatura che paga i limiti della serialità senza saperne sfruttare a fondo i pregi. E così vediamo personaggi importanti dei precedenti episodi ridotti ad esili e inconsistenti macchiette, mentre spuntano fuori dal nulla fior di elementi narrativi ai quali in passato non si era concesso nemmeno un accenno. Ne viene così fuori una saga nel complesso stilisticamente omogenea, ma forse un po' troppo schizofrenica sul piano narrativo.

Nel complesso, comunque, Ai confini del mondo convince, grazie al carisma dei personaggi (ottimo davvero Sao Feng, purtroppo risibile il cattivone, specie se paragonato al Barbossa del primo film), alla saggezza di dare un po' meno spazio al sempre ottimo Jack Sparrow, che nel secondo episodio rubava forse troppo la scena, alla già citata capacità di affascinare con trovate visionarie e alla spettacolare baracconaggine dell'azione. E poi, via, stiamo parlando di un film in cui si mettono a consultare una mappa identica all'aggeggio per superare la protezione anticopia di Monkey Island. Come non amarlo?

12.6.07

Grim Fandango

Grim Fandango (LucasArts, 1998)
sviluppato da LucasArts - Tim Schafer


Con un ritardo davvero ingiustificabile (quasi dieci anni, mamma mia), mi sono finalmente giocato Grim Fandango, ultima grande avventura grafica LucasArts, nonché capolavoro del geniaccio Tim Schafer, autore anche di Full Throttle e del successivo Psychonauts (nonché parte fondamentale dell'associazione a delinquere che ha generato pietre miliari del calibro di Day of the Tentacle e dei primi due Monkey Island). E ho scoperto, per l'appunto, un capolavoro assoluto, un gioco che mostra i suoi anni sul piano estetico (oggi non sarebbe certo un problema realizzarlo interamente con la qualità che si vede nei filmati d'intermezzo), che indubbiamente continua a pagare i danni di un sistema di controllo impacciato ora come all'uscita, ma che nonostante questo rimane davvero impareggiato e impareggiabile per qualità della scrittura, originalità, visionarietà e puro divertimento.

Grim Fandango è uno splendido e delirante noir, che racconta le vicende di Manny Calavera, il più classico degli uomini comuni coinvolti in vicende più grandi di loro. Comuni per modo di dire, ovviamente, dato che Manny è morto e lavora come impiegato presso un'agenzia che si occupa di organizzare il viaggio delle anime defunte verso la loro destinazione nell'oltretomba. Proprio sul posto di lavoro, Manny s'innamora di Mercedes Colomar, un'anima persa finita nei guai anche a causa di un errore del protagonista. Vittima della passione, ignara pedina in un colossale gioco di potere, Manny finirà per vivere in compagnia dell'esuberante Glottis un'avventura lunga quattro anni, che lo porterà a visitare i più assurdi luoghi dell'oltretomba tradizionale messicano e a viaggiare fra le mille pieghe del genere noir.

Le avventure di Manny oscillano fra il poliziesco e il melodramma, raccontando con toni seriosi fino all'eccesso una storia che ha il coraggio di essere intensa e drammatica senza prendersi quasi mai sul serio. Grim Fandango diverte giocando con se stesso, infilando sempre una battuta, una caratterizzazione sopra le righe, una trovata visiva geniale, anche nei momenti più drammatici. E proprio per questo finisce per creare un mondo e un'atmosfera tremendamente intensi e coerenti, capaci di risultare per assurdo molto più credibili e coinvolgenti di chi ama prendersi troppo sul serio.

Grim Fandango è, insomma, un racconto vivo e pulsante, che si ciba di una sceneggiatura perfetta in ogni minimo dettaglio e si appoggia su una carica visionaria travolgente, fatta di scenari, ambientazioni e personaggi che rielaborano in maniera splendida l'immaginario fantastico messicano. Ciliegina sulla torta, il doppiaggio, ben realizzato nell'edizione italiana, ma semplicemente irresistibile in una versione originale che - a prescindere dalla divertente cadenza messicana impossibile da rendere a dovere nel nostro idioma - davvero non teme confronti per bravura, bellezza e intensità delle voci.

E tutto questo si poggia su un'avventura grafica estremamente solida, fatta di enigmi talvolta complessi e articolati, ma mai in grado di portare a eccessiva frustrazione, a patto di saper entrare nella logica perversa del gioco e di calarsi nella rude e adulta atmosfera di Grim Fandango. Un'avventura che, nonostante un sistema di controllo modello PlayStation zoppa, rimane piacevolmente ancorata ai suoi schemi più classici, che richiedono l'utilizzo di oggetti assurdi nei modi più incredibili, un occhio aguzzo e sempre attento ai minimi dettagli e la capacità di cogliere ogni minimo indizio fornito tramite il dialogo. Grim Fandango, insomma, è un vero capolavoro, certamente una delle migliori avventure grafiche di sempre. Forse, come molti sostengono, la migliore in assoluto.

9.6.07

La cura del gorilla

La cura del gorilla (Italia, 2006)
di Carlo Sigon
con Claudio Bisio, Stefania Rocca, Ernest Borgnine, Antonio Catania, Bebo Storti, Gigio Alberti

Gorilla è una specie di detective controvoglia, un personaggio stanco e logoro, che vaga fra le maglie del noir alla ricerca di uno scopo nella vita. Lui e Socio sono due facce della stessa medaglia, i due aspetti di una doppia personalità che alterna il lato buono e quello bastardo della stessa persona. A interpretare entrambi troviamo un Claudio Bisio fisicamente ed esteticamente perfetto (del resto il ruolo è stato scritto pensando a lui), ma dalle doti di attore molto limitate e del tutto inadatto a condurre la storia con una voce narrante dall'intonazione sempre sballata e fuori luogo.

Ma è un po' tutto il cast di La cura del gorilla, a lasciare perplessi, a partire dall'ormai proverbiale monoespressività di Stefania Rocca, per arrivare a Ernest Borgnine che, poverino, fa il suo dovere, ma interpreta un ruolo visto, rivisto e stravisto nel cinema italiano recente. E più in generale delude la pochezza di uno script che ha sicuramente il pregio di non prendersi troppo sul serio, ma propone trovate ormai logore (il classico contesto serio popolato da personaggi fortemente autoironici interpretati da cabarettisti) e nei minuti finali vede l'intreccio giallo sbriciolarsi nella sua pochezza.

Ci sono dei pregi, soprattutto in una regia molto moderna e in una cura per l'immagine tutto sommato non comune nelle produzioni italiane, ma nel complesso, vista anche la fama di giovane talento che Carlo Sigon porta in dote, La cura del gorilla è una discreta delusione.

8.6.07

Spider-Man - La trilogia

Spider-Man (USA, 2001)
di Sam Raimi
con Tobey Maguire, Kirsten Dunst, Willem Dafoe, Kirsten Dunst, James Franco

Rivedendo il primo Spider-Man a sei anni di distanza, ho trovato conferma per le impressioni contrastanti che ricordavo. Da una parte il piacere di poter osservare una versione in "carne e ossa", fedele all'originale nei tratti caratteristici e frutto di un evidente amore per il personaggio da parte di Sam Raimi. Dall'altra una pellicola debole, farraginosa, per certi sfilacciata. Un film d'azione con un antagonista incapace di andare oltre il suo pur divertente macchiettismo, una serie di personaggi poco più che abbozzati e uno script che paga la presunta necessità di raccontare sempre le origini nel film d'esordio.

E allora ci si deve sorbire una genesi lunga due ore, ben ritmata e, soprattutto, graziata dalla presenza dietro alla macchina da presa di una persona che gira le scene d'azione come davvero pochissimi altri, ma che dà l'impressione di non riuscire ad andare oltre il compitino svolto diligentemente. L'incredibile somiglianza di un po' tutti gli attori al modello originale (un Jameson migliore non si poteva proprio trovare), la voglia di rielaborare in chiave moderna i personaggi senza tradirne lo spirito e in generale la capacità di rendere così bene su pellicola l'impatto visivo dei fumetti rendono questo Spider-Man - perlomeno ai tempi dell'uscita - l'adattamento fumettistico meglio realizzato di sempre. E ancora oggi, nonostante degli effetti speciali poi surclassati dai seguiti, il film si conserva abbastanza bene. Certo, vien da chiedersi se fra una decina d'anni sarà invecchiato male come l'ormai decrepito primo Batman di Tim Burton...


Spider-Man 2 (USA, 2004)
di Sam Raimi
con Tobey Maguire, Kirsten dunst, Alfred Molina, James Franco

Così come accaduto anche per altre serie tratte da fumetti, il secondo episodio si rivela decisamente più compiuto, maggiormente vicino alla sensibilità di un autore forse anche più libero di lavorare fuori da costrizioni di produzione. Ma i pregi di Spider-Man 2 stanno innanzitutto in una sceneggiatura estremamente solida, che non va certo oltre l'ordinarietà di un manicheo conflitto fra super esseri, ma regala personaggi un po' più ricchi e mostra una maggiore capacità di dosare ritmi e tempi. Raimi, poi, abbraccia con più convinzione lo spirito spensierato e goliardico dell'Uomo Ragno che piace a lui, mostrandoci un personaggio carico di autoironia e scegliendo di affrontare eventi dal forte peso drammatico con un forte taglio umoristico e la consapevolezza di non poter prendere più di tanto sul serio queste storielline d'amore e questi iperbolici drammoni adolescenziali.

In Spider-Man 2, poi, c'è l'unico villain davvero ben caratterizzato (e interpretato) di tutta la serie, affidato a un Alfred Molina capace di spazzare via in un attimo le mossette e i sorrisini di Willem DaFoe. E regia ed effetti speciali raggiungono un livello strepitoso, capace di rendere su pellicola come forse non si pensava fosse possibile la spettacolare complessità dell'azione fumettistica. Tutta la sequenza del combattimento sul treno, per esempio, è incredibile per ritmo, intensità e capacità di riprodurre le dinamiche e le tematiche del fumetto di supereroi.

E non manca il gusto per l'ammiccamento, l'attenzione al fan che può riconoscere la storyline palesemente ripresa nell'intreccio, o le tante citazioni grafiche costruite su schermo come tavole del fumetto, fra le quali spicca senza dubbio lo Spider-Man No More citato a parole da Tobey Maguire e per immagini da Sam Raimi. Insomma, Spider-Man 2, nella sua semplicità di blockbusterone estivo, è forse il perfetto film dell'Uomo Ragno. Meglio di così era davvero difficile fare.


Spider-Man 3 (USA, 2007)
di Sam Raimi
con Tobey Maguire, Kirsten Dunst, James Franco, Thomas Haden Church, Topher Grace, Bryce Dallas Howard

Il terzo episodio della serie paga un po' il desiderio di inserire sempre di più, senza tregua e senza ritegno, cercando di accontentare in tutti modi i fan e di accumulare scene d'azione a raffica. Ne viene fuori una sceneggiatura sfilacciata, senza particolari buchi o passi falsi, ma che fatica a tenere insieme l'abbondanza di temi e personaggi e finisce per trascurarne in buona parte l'approfondimento. E così ci ritroviamo per esempio con un Venom piuttosto sprecato e una Gwen Stacy messa lì tanto per far numero.

Eppure, nonostante questo e nonostante un Tobey Maguire inguardabile, che sembra in procinto di trasformarsi in un Tom Hanks del tutto privo di carisma, Spider-Man 3 funziona, grazie soprattutto alla bravura di Raimi, uno che, tocca ripeterlo, gira come quasi nessuno. La scena della gru, da sola, vale il film, ma in generale, di momenti registici in grado di giustificare la visione e rendere marginale qualsiasi difetto la pellicola possa avere, Spider-Man 3 è davvero pieno.

Inoltre Raimi riabbraccia in pieno lo spirito autoironico e irriverente del secondo episodio, mostrandoci per esempio un Peter Parker che, grazie all'influenza "potenziante" del costume alieno, non diventa uomo di successo ma si limita a convincersene, rimanendo però il solito ingenuotto. Per non parlare dell'ennesimo cameo di Bruce Campbell, brillantissimo come sempre. Comicità per lo più di grana grossa, forse anche mirata a un pubblico infantile, ma che in fondo rende ancor più palese l'intento di mantenere un'atmosfera sognante, fiabesca, fumettosa, tutto sommato anche molto riuscita.

Spider-Man 3 è un degno capitolo finale per una trilogia omogenea e riuscita, ma che aveva decisamente bisogno di concludersi. Chiude i fili lasciati in sospeso, mostrando qualche ruga di troppo, ma rimanendo nella sostanza sui livelli dei precedenti film. Ora bisogna passare ad altro, come del resto sembra dire lo stesso Raimi, chiudendo per la prima volta non sull'Uomo Ragno in volo fra i palazzi, ma su Peter e Mary Jane uniti in borghese.

A margine, devo ancora una volta sottolineare la mia ormai totale insofferenza nei confronti dei film doppiati. Zia May, che nei primi due episodi appena rivisti in originale mi era parsa un'adorabile vecchietta interpretata da un'attrice davvero brava, in italiano diventa una lancinante e insopportabile lagna. Gwen Stacy, la cui versione cinematografica già in partenza non è il più ricco e profondo dei personaggi, ottiene in regalo una cadenza da Valeria Marini sotto effetto di sostanze stupefacenti. Tobey Maguire viene graziato da una voce certo degna della faccia da frolloccone che si ritrova, ma davvero insopportabile. E via così, senza fine, e senza neanche stare a discutere di gioiellini come "silicone" (chi deve capire capisca) e altre perle del genere. Non ce la faccio più.

7.6.07

Più di un gioco


More than a Game (USA, 2001)
di Phil Jackson e Charley Rosen


Phil Jackson ha vinto dieci titoli NBA, uno da giocatore, coi New York Knicks, e nove da allenatore, con Chicago Bulls e Los Angeles Lakers. Charley Rosen è uno stimato giornalista e scrittore sportivo, reduce da una ben più discreta carriera di giocatore e allenatore. Entrambi amano visceralmente la pallacanestro, le hanno dedicato buona parte della propria vita e in Più di un gioco ne raccontano gioie e dolori.

Sorta di autobiografia a quattro mani, che ripercorre carriera e vita dei due autori dagli esordi all'inizio del nuovo millennio, Più di un gioco è anche una diario della seconda stagione di Jackson ai Lakers e (soprattutto) una dichiarazione d'amore nei confronti dell'attacco triangolo. Creato dal guru Tex Winter, il triangolo è stato ed è tuttora il cuore pulsante delle squadre allenate da Jackson, che in questo libro ne analizza a fondo i pregi, e ne racconta varianti, utilizzi e storia.

Più di un gioco, insomma, rappresenta un'affascinante finestra sulla filosofia totalmente unica di uno degli allenatori più vincenti di sempre, una preziosa fonte d'informazioni su un sistema di gioco che ha fatto la storia della pallacanestro americana e un appassionante racconto delle prime due incredibili e travolgenti stagioni di Jackson alla guida dei Lakers.

6.6.07

Piano 17


Piano 17 (Italia, 2005)
dei Manetti Bros.
con Giampaolo Morelli, Elisabetta Rocchetti, Giuseppe Solari, Enrico Silvestrin, Antonino Iuorio, Massimo Ghini

In seguito a un blackout, un impiegato di banca, una zoccoletta di banca e un uomo delle pulizie rimangono bloccati nell'ascensore del palazzo. Uno dei tre, però, nasconde con sé una bomba dal timer improvvidamente attivato prima di salire in ascensore. Il tempo scorre implacabile e i due complici dell'attentatore, appostati in macchina fuori dal palazzo, non sembrano voler cooperare. Da questo intrigante spunto di partenza, i Manetti Bros traggono un sorprendente esempio di cinema di genere italiano, capace di funzionare scimmiottando sì la cinematografia americana, ma senza per questo rinunciare alla propria identità nazionale (anzi, la cavalca in pieno e proprio per questo regala momenti di ottima scrittura, per esempio nel personaggio del complice napoletano).

Piano 17 paga forse un po' l'estrema colonizzazione cinematografica cui siamo sottoposti, che fa inevitabilmente sembrare fuori posto, perlomeno in questo genere di film, chiunque e qualsiasi cosa "parlino" italiano. E nonostante questo funziona benissimo, grazie a due registi molto bravi nel costruire le scene, nel far rendere i propri attori più di quel che valgono, nel raccontare per immagini una sceneggiatura di ferro, perfettamente dosata nei tempi e nelle trovate, e soprattutto nel riuscire anche a non prendersi troppo sul serio, chiudendo poi con quell'inserto musicale finale che riesce ad essere allo stesso tempo giusto complemento per le vicende e adorabile presa per i fondelli.

Certo non un capolavoro, men che meno un film privo di difetti (il budget ridotto, che pur rende ancor più lodevole il risultato finale, si vede tutto), ma sicuramente una bella sorpresa, nel desolante panorama del cinema di genere italiano contemporaneo.

5.6.07

Zodiac

Zodiac (USA, 2007)
di David Fincher
con Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo, Robert Downey Jr., Anthony Edwards

Nel raccontare i trent'anni di storia del tuttora aperto caso Zodiac, l'ultimo film di David Fincher prende come modello d'ispirazione palese e dichiarato Tutti gli uomini del presidente e ne ricalca lo stile freddo e asciutto, mostrando nel dettaglio le dinamiche d'investigazione ed evitando quasi del tutto il coinvolgimento emozionale. I tanti protagonisti non vengono raccontati come personaggi a tutto tondo e non vedono esplorati più di tanto i loro dubbi, le loro motivazioni, i loro sentimenti. Fincher si concentra sull'esposizione sistematica e discorsiva dei fatti, mantenendo le distanze da tutti e raccontando un'indagine lunga, estenuante, interminabile, che si protrae per decenni fittizi e due abbondantissime ore di grande cinema.

Ma nel farlo non adotta uno stile documentaristico, firmando anzi il film in maniera anche pesante, inserendo trovate molto particolari ed efficaci, realizzando - per esempio con l'interrogatorio a quattro e i vari attacchi del killer - una manciata di scene strepitose per tensione e capacità di colpire allo stomaco e condendo il tutto con una colonna sonora di rara efficacia. Ad aiutarlo degli attori forse ormai un po' troppo costretti a recitare bene o male sempre lo stesso ruolo, ma che d'altra parte si rivelano come al solito estremamente efficaci.

Lungo, estenuante e inconcludente come le indagini che racconta, Zodiac svolazza placido dalle parti del capolavoro, rapisce nelle maglie della sua algida detection e non molla per oltre due ore e mezza. Ennesimo centro per un regista che, pur fra alti e bassi, continua a mostrare un gran voglia (e una gran capacità) di reinventarsi continuamente.

3.6.07

Piccole modifichine


Ho ulteriormente modificato la colonna di sinistra, aggiungendo l'elenco dei diari di viaggio e separando i post dedicati ai singoli film da quelli "cumulativi" dedicati alle rassegne. Così mi sembra tutto più chiaro e consultabile, ammesso che a qualcuno possa interessare consultarlo.

1.6.07

:-0

La città proibita

Curse of the Golden Flower - Man cheng jin dai huang jin jia (Cina, 2006)
di Zhang Yimou
con Gong Li, Chow Yun-Fat, Chou Jay, Liu Ye, Ni Dahong, Qin Junjie, Li Man, Chen Jin

Con La città proibita Zhang Yimou abbandona in parte la grandiosa ed esagerata spettacolarità dei precedenti Hero e La foresta dei pugnali volanti per raccontare di un angoscioso e asfissiante dramma familiare in quel del palazzo imperiale cinese. Padri che rinnegano madri, che abbandonano figli, che tradiscono fratelli, in un turbinio di melodramma esagerato e strabordante, interpretato però da bravissime marionette senz'anima. Tanto è splendida, abbagliante, stordente, la ricostruzione di usi e costumi, del rispetto di regole e usanze forse troppo lontane per poterle comprendere appieno, quanto è fredda e vuota l'indagine sui sentimenti e le passioni dei protagonisti. E se da una parte è chiaro come ci sia del voluto, in questa asettica claustrofobia, volta forse a restituire l'allucinantemente vuoto dei rapporti familiari all'interno della città proibita, dall'altra a perderne è la potenza del racconto, che fatica a travolgere nonostante un eccesso di passioni, drammi e tragedie e una prova notevole di quasi tutti gli attori.

Rimane il gusto per una deliziosa ricerca cromatica, una messa in scena che è davvero gioia per gli occhi, e per battaglie ancora una volta impressionantemente belle, sia quando mostrano il felpato incedere dei guerrieri ombra al soldo dell'imperatore, sia nel dispiegare eserciti in guerra. E l'efficacissima rappresentazione di un vivere che difficilmente può essere considerato tale, racchiuso fra mura, pareti di carta e tende che opprimono le passioni e i sentimenti.

 
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