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2.11.09

Metal Gear Solid 4: Guns Of The Patriots

Metal Gear Solid 4: Guns Of The Patriots (Konami, 2008)
sviluppato da Kojima Productions - Hideo Kojima, Shuyo Murata, Kenichiro Imaizumi


Metal Gear Solid 3 ha rappresentato il punto più alto della saga in termini di sintesi fra narrazione e interazione. Meglio di così, perlomeno lavorando sul modello e sulla struttura sanciti dal primo episodio, non è forse possibile fare. Piacesse o meno la svolta "pop", che abbandonava almeno in parte le pretese di narrativa alta in favore di un romanzettone di genere emozionante e perfettamente raccontato, l'equilibrio fra le varie componenti era perfetto e creava un mix di racconto e gioco da mozzare il fiato.

Metal Gear Solid 4, invece, torna alla sua natura imperfetta e schizofrenica, fatta di equilibri inesistenti e parti mescolate senza apparente criterio. Anzi, la accentua, dividendosi nettamente in cinque capitoli dalle meccaniche di gioco quasi del tutto sconnesse fra loro. Ne nascono cinque diversi Metal Gear Solid in uno, che mescolano il tutto con la sceneggiatura più pretenziosa, pretestuosa, logorroica, impacciata, densa, inutilmente e pretestuosamente ricca dell'intera saga. Un pastrocchio narrativo e ludico, ma anche un frullato talmente ricco di spunti da far venire il mal di testa. Un film che non sa dove stia di casa il ritmo e una sceneggiatura che ignora l'arte del costruire caratteri, preoccupandosi piuttosto di spiegare tutto quel che c'è da spiegare, unire tutti i puntini e tappare tutti i buchi (facendo venire in mente due tragiche e disgustose parole: "George" e "Lucas").

Questa folle impostazione forse nasce dal dover dare seguito a un precedente come quello citato in apertura, forse è figlia della voglia di tirare nuovamente una spallata alle aspettative, come abilmente fatto in ogni singolo episodio, forse è dovuta al semplice gusto di mettersi a sperimentare con le potenzialità offerte da PlayStation 3, o forse è solo che a Kojima gli girava così. Ma certo la natura schizoide di Metal Gear Solid 4 è il suo aspetto di maggior interesse. Molto più che scoprire quale mistero si nasconda dietro al delirio di cazzate messo assieme in vent'anni di sceneggiature ricucite col nastro adesivo. Molto più che tentare disperatamente la ricerca di una qualsiasi emozione mentre si osservano le storie di personaggi (volutamente?) svuotati della propria personalità, fotocopie di se stessi quando non spente citazioni il cui unico scopo sta nello strizzarti l'occhio. Enormemente più che assistere allibiti a una serie di finali talmente superflui da far rimpiangere l'imbarazzo conclusivo degli Anelli di Peter Jackson, esclamando con forza e prosopopea - cito - "Shut the fuck up!"

Ecco, insomma, tanti paroloni, ma la sostanza è semplice: MGS4, il film, è poca cosa, ma non perché contenga poca cosa. Anzi, come al solito, idee, temi, riflessioni, per quanto magari un po' sempliciotte e tendenti allo stantio, ce n'è a strafottere e ce ne sarebbe per scrivere trattati senza fine. Il punto è che si va un po' verso la filippica fine a se stessa, il comizio interminabile, l'autore pretenzioso che sale sul palco ed elargisce al suo pubblico adorante. Il tutto - aggravante - dimenticandosi completamente (ben più che nel vituperato Sons Of Liberty) di cosa sia una narrazione verace, di quanto conti appassionare a una storia, di come risulti spento anche il più forte momento drammatico se non è adeguatamente costruito. E che se imposti l'intera struttura di un racconto sul dovere di cronaca, sull'appiccicare con lo sputo pezzi di un puzzle delirante, poi il racconto lo perdi di vista per forza e ti autoflagelli mentre sei convinto di star facendo quel che devi.

E piange anche un po' il cuore, a vedere girata in questa maniera una roba scritta in quella maniera. Perché se una cosa non si può togliere a Kojima (o chi per lui), ancora una volta, è lo stare anni luce sopra a chiunque altro nella capacità di costruire la regia. Nulla, e ribadisco nulla nel mondo dei videogiochi si avvicina a MGS4 per solidità, naturalezza, senso cinematografico, qualità della regia, del montaggio, delle scelte visive. Certo non l'impacciata "camera a mano" di una qualsiasi tamarrata Epic. Certo non le statiche "riprese" e l'assurda assenza di proporzioni di buona parte delle sequenze di dialogo di Mass Effect. Forse solo Capcom, ogni tanto, mette in mostra un barlume, una vaga scintilla, qualcosa che si avvicini a questo.

In ogni caso, si diceva, Metal Gear Solid 4 è anche un gioco, che purtroppo o per fortuna ogni tanto interrompe i filmati. Anzi, è cinque giochi, magari non uno più bello dell'altro, ma sicuramente uno più interessante dell'altro. Ciascuno dei cinque episodi di cui è composto racconta un gioco diverso, un approccio differente alle stesse meccaniche, mettendo in scena un pastrocchio centrifugato forse pari a quello narrativo e un'ammirevole voglia di tentare strade nuove, particolari, spiazzanti. Un minestrone capace, quando funziona al meglio, di emozionare per la sua essenza di gameplay puro - e penso soprattutto a certi momenti di guerriglia iniziale, che davvero regalano una bella sensazione di esserci, e a quella deviazione noir del terzo capitolo - ma anche per lampi di reale mix fra gioco e racconto - e qui vengono in mente soprattutto l'amarcord di Shadow Moses e l'emozionante scazzottata finale.

Manca di coesione, certo, ma non manca l'idea di un progetto unico, coerente, finito, che sembra per l'appunto essere quello di mostrare tutte le facce della pietra preziosa. Se davvero questo dovesse essere l'ultimo episodio della saga - e non lo sarà - il senso di reale conclusione passa anche per il modo in cui esplora fino in fondo il suo essere puramente videogioco. E, anzi, convince molto più in questo che sul fronte narrativo. E poi, via, come non apprezzare una simile fiera dell'eccesso, del superfluo, dell'inutile, dell'accumulo? Quante possibilità, quante opzioni, quante cose ci sono in MGS4 che la maggior parte della gente non vedrà mai? No, dico, l'iPod, con le musiche e i podcast! I mille modi in cui è possibile affrontare le singole situazioni! La quantità di armi e l'applicazione delle stesse! I segreti, i segretini e le minchiatelle! Guns Of The Patriots è, forse, soprattutto, un gioco dedicato a chi veramente lo ama. Perché se davvero lo ami, lui il tuo amore lo ripaga. Ha tantissimo da darti, forse anche troppo, e ti chiede solo di volerlo davvero.

Insomma, MGS4 è uno splendido, divertente e (a tratti) emozionante carrozzone, e lo è pur pagando su ogni singolo fronte i suoi troppo forti legami col passato. La necessità (ma dove?) di dare una conclusione a ogni cosa, l'incapacità e la non voglia di rinnovarsi completamente in meccaniche ormai vecchie un decennio. Certo, tutto è ripulito, perfezionato, portato agli estremi, in più direzioni diverse, che declinano come meglio non si potrebbe la versatilità forse mai espressa a dovere da questo sistema di gioco. E alla fine ne vien fuori una conclusione più che degna, magari non forte come avremmo voluto, anzi deludente sotto alcuni aspetti, ma in un certo qual modo anche all'altezza della situazione. Ora, però, sarebbe bello se si potesse buttare tutto nel cesso e tirare lo sciacquone. No? Non si può? Uffa.

Ho giocato Metal Gear Solid 4 usando un pad Sixaxis. Psychomantis ha provato a farlo vibrare e ci è rimasto molto male. Metal Gear Solid 4 non è il mio gioco preferito (fra quelli che ho giocato) del 2008. Quello è Mirror's Edge. E magari un giorno troverò la forza di scriverne. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: (Antichrist Television Blues) - Arcade Fire. Si sminuzzava un morbidissimo dolcetto nipponico alla banana.

30.10.09

Nel paese delle creature selvagge

Where The Wild Things Are (USA, 2009)
di Spike Jonze
con Max Records, Catherine Keener e le voci di James Gandolfini, Paul Dano, Catherine O'Hara, Forest Whitaker, Chris Cooper


Where The Wild Things Are è un bel libro scritto e illustrato da Maurice Sendak, che in una manciata di pagine racconta a meraviglia il caos esistenziale di un bimbetto, l'accapigliarsi con i genitori, il fuggire nei mondi della propria fantasia, la pura forza distruttiva dell'entusiasmo, il bisogno totale di tornare sempre e comunque a casa. Un testo brevissimo - nove periodi - da cui Spike Jonze ha estratto un film da centoun minuti, che magari tira un po' troppo la corda nel raccontare una storia che non c'è, ma è altrettanto efficace nel mostrare con emozionante sincerità le stesse identiche cose.

Quella del piccolo Max non è una storia in senso classico, quanto piuttosto un mettere in fila temi, sensazioni, pensieri che sì, classici lo sono dall'inizio alla fine. Nel paese delle creature selvagge è la giornata tipo di un bimbo carico di fantasia, che fugge dal brutto rinchiudendosi nei mondi assurdi della sua immaginazione. È tutto un gironzolare avanti e indietro nella testa di una persona che cerca in un paese abitato da pupazzi giganti le risposte a domande importanti della propria vita. È urlare per immagini la furia, l'entusiasmo, la passione, la potenza pura di un bambino. È la semplicità delle piccole cose che stanno nella sua testolina. Piccole cose che sanno essere dolci, dense d'affetto, divertenti, ma anche tremendamente cupe e paurose, cariche di terrori, lacrime e timori.

Nel paese delle creature selvagge è un film storto. Non assurdo, non completamente folle, non del tutto fuori dalle righe. Però sì: storto. E quindi magari non si mette lì a braccia aperte, disposto a tutto pur di farti entrare in totale sintonia con lui. Però, se sei un po' storto anche tu, e decidi di abbracciarlo, qualcosa di veramente bello te lo sa lasciare. Magari non te ne accorgi subito, ma lui te lo lascia e poi te lo ritrovi lì, in tasca, il giorno dopo, quando stai sbattendo i pantaloni in lavatrice. Ed è un bel trovare.

Il film l'ho visto in versione italiana, nella sala Verde del cinema Orfeo (anteprima offerta da Warner Home Video, ciao e grazie). Importanza di guardare questo film in lingua originale? Non saprei, il doppiaggio mi è parso buono, ma certo sarebbe bello sentire le voci dei tanti begli attori che si son prestati per i pupazzoni. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Life Wasted - Pearl Jam. Digerivo le sarde grigliate del Tomoyoshi Endo.

Netwronging

Fino a oggi ho importato il blog su Faccialibro sotto forma di Note. Tutto bene, tutto automatico, tutto bello, a parte un filo di lag. E frega nulla se poi la gente non arriva sul blog e non aumenta i clic, mi piace anzi che si possa leggere direttamente in Facebook e commentare lì. Però, problema: l'importazione come Note mi brasa completamente la formattazione. I corsivi, i grassetti, le puccettate varie. E ciò mi ha un po' rotto le palle. Quindi mi adeguo a quello che vedo fare in giro e via di Networked Blogs. Nell'impeto da "proviamo le cose" che segue sempre l'iscrizione a un servizio, ho pure aggiunto nel profilo qualche blog a caso che seguo. Dubito comunque che il mio intervenire sulle impostazioni della cosa andrà mai oltre a questo.

Ah, ho l'estro creativo. Non so quanto dura, ma dopo aver pubblicato nientemeno che due post questa settimana, ne ho già pronti tre e in arrivo altri. Non so quanto durerà, ma del resto noi siamo gente che lavora, mica come quegli altri là.

Utilizzo Facebook con l'interfaccia in inglese, perché mi piace così, perché sono uno stronzetto snob e le traduzioni di 'ste robe solitamente puzzano. Se vent'anni fa vi avessero detto che il bambino panzone di Stand By Me si sarebbe sposato con una fra le modelle più gnocche del pianeta, ci avreste creduto? Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: La peggio gioventù - Le luci della centrale elettrica. Si masticava amaro.

29.10.09

Up

UP (USA, 2009)
di Pete Docter e Bob Peterson
con le voci di Edward Asner, Christopher Plummer, Jordan Nagai, Bob Peterson, Delroy Lindo


Non sono un fan irriducibile della produzione Pixar. Certo, anche la loro roba peggiore mi sembra più interessante, sincera, semplicemente bella di quel che fanno gli altri. Però, oh, Monsters & Co. e In cerca di Nemo non mi hanno mai fatto impazzire e, caspita, Cars non dico mi abbia fatto schifo, ma, eh, insomma. Ma d'altra parte che caspita gli vuoi dire, a questi, quando ti tirano fuori di fila tre film della madonna come gli ultimi tre? Che caspita gli vuoi dire, a gente capace di sparare in sequenza Ratatouille, Wall-E e Up? Io non gli voglio dire niente, a gente che riesce a fare queste cose qui, questi film che sono loro, sono fortissimamente loro, sono tremendamente loro, e nonostante questo non rinunciano ad avere una propria identità come singoli, una firma, uno stampo e non uno stampino.

No, perché magari uno vede il vecchio scemo coi palloncini e i cani parlanti e pensa che questa roba sia un po' Ice Age, un po' tirata via, un po' "si, ok, dai, sarà divertente, ma ecco, eh, Wall-E, il film che non parlano, il postmodernismo, l'era n'artra roba". E invece - cazzo! - Up è un film della madonna. È fra le robe migliori che Pixar abbia mai fatto. Ed è, quindi, fra le robe migliori che gli anni zerozero abbiano partorito. Ed è, anche, uno fra i film più puramente, semplicemente, spudoratamente, sinceramente emozionanti che siano mai usciti dai computer (senz'anima) disneiani.

Un racconto di un classico che più classico non si può, messo assieme con una magia, una genialità, una capacità quasi infame di toccare - ma che dico toccare: strappare! - le corde del sentimento. Ché già quell'incipit totalmente inatteso e fuori dalla grazia di Dio da solo basta a farti affermare: "caspita!". Ma poi le trovate continue, la bellezza travolgente di certe immagini, lo splendido mescolare azione, comicità, sentimento. Il ridere cinque minuti buoni (giuro: li ho contati!) per una singola trovata. I bambini che intasano la sala e osservano in silenzio, ammaliati, senza rompere le palle, con giusto qualche genitore che si concede un bisbiglio. Il piangere come uno scemo davanti a un mucchio di pixel che sfogliano un album di fotografie. Ma che vuoi, ma che fai, ma che caspita, ma che che che.

Il film l'ho visto in italiano, nella sala Energia dell'Arcadia di Melzo. In 3D. Vale la pena andarselo a guardare lì? Cazzo sì! Importanza di guardare questo film in lingua originale? Ma anche no, dai, che il Giancarlo Giannini a doppiare lo si apprezza ed è bravin bravino. Oddio, poi sicuramente ci sarà qualche meravigliosa battuta andata persa in traduzione, ma va bene così, va bene per davvero. Ah, da ieri non lo proiettano più in sala Energia. C'è Michael Jackson. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: Ore d'amore - Mike Patton. Denti appoggiati sui cinque cereali di un morbido Kinder Colazione Più.

27.10.09

Bastardi senza gloria

Inglorious Basterds (USA, 2009)
di Quentin Tarantino
con Brad Pitt, Mélanie Laurent, Christoph Waltz, Eli Roth, Diane Kruger


Allora, dunque. Inglorious Basterds è un film che prende in giro, si prende in giro e cazzeggia, raccontando cose che, boh, oh, insomma, non son proprio i massimi sistemi. È il solito film in cui Tarantino fa un po' quel che gli pare, si diverte come un scemo, legge, rilegge e riscrive. È il suo cinema, è quello che vogliono i fan, è quello che fa incazzare i detrattori, è quello che a me, boh, interessa ormai fino a un certo punto. Ah, è c'è qualche lungaggine, qualche momento qui e lì in cui hai quasi l'impressione che quella scena duri un pochino troppo e magari si potesse stagliuzzare, e poi però ti viene il dubbio che l'abbia fatto apposta per ammorbarti e coglierti in contropiede quando arriva la FIGATA. Ecco, i "difetti" di Inglorious Basterds son questi qui, direi. Il resto è la FIGATA.

È la panna montata arrotata dal cucchiaio. È Aldo Raine che dice le cose che dice. È David Bowie che canta mentre Shosanna si prepara. È il modo in cui gioca coi sottotitoli, che ora ci sono e ora - bubusettete! - non ci sono più. È Hans Landa. Mamma mia che bravo Hans Landa. Lo voglio sposare, Hans Landa. Lui e lo sguardo tremendo di Melanie Laurent quando si alza e se ne va dal tavolo, Hans Landa. È Eli Roth con la canotta. È la cantina, con le carte nella cantina, col mexican standoff nella cantina, con la gente che muore, la gente che non muore, la gente che si salva, la gente che fa i colpi di scena, la gente. È uno spacco, un divertimento, un piacere per gli occhi, un due ore e mezza che avercene, di due ore e mezza del genere. È Quentin Tarantino. È la FIGATA.

Ed è Aldo Raine che dice le cose.

Il film l'ho visto in lingua originale, all'UCI Cinema Bicocca. Importanza di guardare questo film in lingua originale? ROTFL! Mettiamola così: a Milano, Inglorious Basterds è stato proiettato in lingua originale e con sottotitoli in italiano al cinema Anteo. A tutti gli orari e a tutti gli spettacoli, dal primo all'ultimo giorno di programmazione. Nella penultima settimana di ottobre l'hanno dato in lingua originale agli UCI Certosa e Bicocca. In quest'ultima settimana di ottobre lo stanno dando in lingua originale nel ciclo Sound & Motion Pictures (quindi Anteo ieri, Arcobaleno oggi, Mexico dopodomani). Se vivi a Milano e non hai ascoltato Brad Pitt che parla italiano con l'accento del Tennessee, beh, amico, sei un po' stronzo. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: In My Time of Dying - Jimmy Page & The Black Crowes. Si sorseggiava disgustoso cappcioc.

20.10.09

Unemmezzo

Episodio extra di Outcast, dedicato alla IVDC. E no, non parliamo di quelle altre brutte cose lì che potrebbero venirvi in mente. A voi.

19.10.09

Pelham 123

The Taking of Pelham 1 2 3 (USA, 2009)
di Tony Scott
con Denzel Washington, John Travolta, John Turturro


Tony Scott è e rimarrà sempre uno di quelli che a noi che ci parliamo addosso di cinema piace chiamare "bravo artigiano". Bravo guaglione, anche. È il fratello scemo di Ridley? Boh, può essere, ma chissenefrega. Certo, lui un Alien o un Blade Runner non li ha mai tirati fuori, ma vogliamo buttarla, l'importanza culturale pop di un Top Gun? Uhm, sì, in effetti io la butterei volentieri. E allora va bene, è vero, le peggiori porcate di Tony - e non sto parlando di Top Gun - sono davvero impresentabili. Però, non so, fanno comunque tenerezza, e perlomeno non ti mettono addosso quel senso di depressione, di occasione sprecata, di "ma che cazzo stai facendo?" che hai di fronte a una roba come 1492. Insomma, se fai due film come quelli là, poi non è che puoi permetterti di tirar fuori Soldato Jane e farla franca, no? E comunque, dai, non rompetemi le palle, ché L'ultimo boy scout Ridley non sarebbe in grado di farlo. Sarebbe capace di girarlo, certo. Ma non sarebbe in grado di farlo.

Ma basta divagare: Pelham unduettré è un gran bel (poliziesco? thriller? che caspita è?). L'ha scritto quel figo di Brian Helgeland, quindi si torna al punto del discorso: se al Tony i film glie li scrivi bene, lui te li dirige bene. Se gli metti in mano una sceneggiatura con bei dialoghi, dei personaggi un minimo apprezzabili e coi tempi del racconto organizzati bene, lui il suo dovere lo fa. Certo, magari si fa un po' prendere la mano con quelle macchine che saltano in giro come se le avesse prese a calci Optimus Prime, ma sostanzialmente ti mette assieme un bel film, teso, appassionante, fico. E usa John Turturro senza fargli fare lo scemo del villaggio, una volta tanto.

E vai a capire se lo scivolone finale, con quel momento un po' impacciato sul ponte e quel Denzellino che cammina stanco, sorridente e col suo bel gallone di latte in braccio, è più colpa di Tony, di Brian o chissà chi altro. Però, insomma, intanto fino a lì ci sei arrivato divertendoti, e parecchio. Addirittura provando un filo di tensione, nonostante uno sviluppo tutto sommato ordinario. E soprattutto gustandoti il fatto che a tirare avanti la baracca siano sostanzialmente dialoghi via radio. Un film d'azione che campa - e campa bene - grazie ai dialoghi. Poi tu dimmi se un regista capace di una roba simile dev'essere considerato "quello scemo".

Ah, e comunque, Ridley, il fratello bravo, è talmente bravo che si è messo a fare il prequel di Alien. No, dico, il prequel di Alien. T'ammazzo, se mi tocchi.

Il film l'ho visto in lingua originale, all'UCI Cinemas Certosa. Sono stronzi, costan tanto, non prendono le tessere, hanno la coca piccola che "pesa" mezzo litro e la macchinetta dei biglietti non funzionava. Però fanno i film in lingua originale, quindi stringo i denti e frequento. Importanza di guardare questo film in lingua originale? Media. C'è qualche bel giochetto di parole, non c'è grande incidenza di accenti e cadenze varie, ci son tantissimi "fuck" che in italiano non possono rendere allo stesso modo. Possibilità che la versione italiana sia inascoltabile: mediobassa, via. Diamo fiducia a questo mondo di amori all'improvviso. Canzone ascoltata nello scrivere questo brutto post: All You Do Is Talk - Black Rebel Motorcycle Club. Si sgranocchiavano Tenerezze al limone.

16.10.09

Attentacolato

Secondo episodio per Il Tentacolo Viola. Uno ha il mal di gola, uno ha il mal di testa, uno ha il mal di connessione. Ne viene fuori una bella conversazione. Ascoltatèvela.

12.10.09

Episodio 1 (La minaccia con lo spasma)

Ops, mi sta morendo di nuovo il blog. E che ci vuoi fare: non ho tempo, non ho voglia, non ho forza. Nel frat(tempo), comunque, ho (abbiamo) partorito il primo episodio di Outcast. Forse è meglio dello zero. Forse no. Di sicuro, pur essendomi fatto due passate complete di editing, m'è sfuggito qualche "eeeeee" e qualche "aaaaaa". Però, perlomeno, non c'è il fruscio. Abbeveratevi.

2.10.09

Qualcosa è cambiato

Qualche mese fa notavo come al cinema Arcobaleno di Milano Il curioso caso di Benjamin Button venisse proiettato in lingua originale, senza sottotitoli. Solo in lingua originale, eh, a tutti gli spettacoli! E come di lì a poco Gran Torino avrebbe ricevuto lo stesso trattamento. Oggi noto che Basta che funzioni, Whatever Works, Whatever, comevepare, è proiettato all'Apollo in lingua originale, coi sottotitoli. Solo in questa forma, a tutti gli spettacoli. E che Inglorious Basterds subirà lo stesso trattamento all'Anteo. E che al Medusa in centro (l'Odeon, insomma) ogni settimana o giù di lì c'è un film diverso in lingua (questa settimana Pelham unduettré). E che agli UCI Certosa/Bicocca c'è ogni settimana un film diverso in lingua. E che questa è tutta roba proposta in originale in contemporanea (o poco dopo) l'uscita "regolare" dei film. Tutta roba che si aggiunge al solito ciclo Sound & Motion Pictures.

Significa che siamo pieni di immigrati che vogliono il film in lingua? Boh, può essere, anche se questo non spiega esattamente la scelta di sottotitolarne sempre più. Significa che c'è più gente interessata a quel che interessa a me? Non ci conto, ma un po', lo ammetto, ci spero. Io, comunque, come sempre, ne approfitto, spargo la voce, premio il più possibile, godo. A buon rendere.

 
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