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10.6.15

Gli zombi giusti in Italia


Questa sera iniziano a trasmettere su AXN Sci-Fi Z Nation, una serie d'azione, avventura, risate, amicizia e tanti guai ambientata in quel posto allegro ed accogliente che è il pianeta Terra dopo l'avvenuta apocalisse zombi. Non parte benissimo, ma poi cresce in maniera brutale e si magna tutto quanto. Ne ho scritto tempo fa a questo indirizzo qui e ne ho pure chiacchierato a quest'altro indirizzo qua.

Questa settimana mi sa che va un po' così, tutto un tripudio di post su "Oh, ma vi ricordate di quella volta in cui vi ho parlato di quella cosa?" Mi sto preparando a partire, abbiate pazienza.

9.6.15

Transparent in italia!


Questa sera iniziano a trasmettere su Sky Atlantic Transparent, una serie meravigliosa che ha (forse) dato la stura alle produzioni di Amazon e si portata a casa qualche premio l'anno scorso. Io l'ho vista a suo tempo e ne ho scritto mesi fa a questo indirizzo qui.

Se devo essere onesto non ero convintissimo che sarebbe arrivata in Italia. E invece.

8.6.15

As the Light Goes Out


Jiu huo ying xiong (Cina, 2014)
di Chi-kin Kwok
con Nicholas Tse, Shawn Yue, Jun Hu

Attivo ormai da quindici anni come sceneggiatore e da circa la metà come regista, Chi-kin Kwok (per gli amici Derek Kwok) si è girato un po' tutti i generi possibili e immaginabili e un paio di anni fa ha pure cosceneggiato e codiretto assieme al nostro amico Steven Chow l'ennesima rivistazione di Il viaggio in occidente. Il suo film successivo è questo As the Light Goes Out, melodrammone catastrofico di stampo classico, che si concentra su uno di quei disastri dalla scala "ridotta" che negli ultimi tempi sono un po' passati di moda. Il racconto trova infatti il suo culmine in un terribile incendio che scoppia nella notte di Natale in un impianto energetico dedicato a rifornire di elettricità Hong Kong. Il tutto, chiaramente, fa da pretesto per raccontare e risolvere le vicende personali e professionali di una squadra di pompieri dalla composizione piuttosto variegata, ma il cui nucleo è rappresentato da tre uomini le cui vicende si sono incrociate in maniera deflagrante durante un'operazione andata male diversi anni prima (e raccontata nel prologo).

La composizione del trio è semplice semplice: quello che si è preso la colpa per il bene degli altri, quello che se n'è rimasto da parte e quello che l'ha passata talmente liscia da essere l'unico a fare carriera. Lo sviluppo dei rapporti fra di loro, però, è meno banale del previsto, a cominciare dal fatto che l'infame dei tre non è poi così infame e, pur avendo un carattere che te lo raccomando, non diventa assolutamente il villain della storia. Più in generale, seppur col solito taglio da mariomerolata senza fine che caratterizza il cinema di genere orientale, è il buon lavoro sui personaggi a tenere in piedi il film. Poi, certo, nonostante qualche svolta magari abbastanza originale, ci sono tutte le situazioni classiche, tra morti impreviste, sacrifici estremi d'ordinanza e figli di uno dei protagonisti che GUARDACASO proprio quel giorno erano in gita alla stazione energetica e GUARDACASO proprio loro fanno casino e rimangono lì quando l'autobus parte e GUARDACASO proprio la squadra del loro paparino è l'unica che riesce ad arrivare sul posto nel macello generale. Guardacaso.

Non manca anche il tentativo di poetizzare l'incendio, trasformandolo in una sorta di creatura mitologica che brama le vite degli eroici pompieri. In Backdraft - Fuoco assassino c'era tutto il pippone sul fuoco come essere dotato di una vita propria che s'arrampica sulle pareti, qua abbiamo il fumo come nemico principale che ti insegue con un incedere degno di Jason Voorhees e all'interno del quale puoi perderti in una sorta di privazione sensoriale zen che ti porta ad affrontare ricordi, scheletri nell'armadio, timori e paranoie. Insomma, c'è tutto quel che serve e il film funziona abbastanza bene anche sul piano visivo, nonostante degli effetti speciali ben lontani dalle vette hollywoodiane, grazie al buon mestiere di Kwok. Paradossalmente, però, è proprio nel gran macello conclusivo che As the Light Goes Out perde buona parte della sua carica, affidandosi a tutti i cliché più ovvi del genere, rinunciando a quel tentativo di buttar lì invenzioni che si era visto nella prima parte e diventando insomma semplice routine. Insomma, poca cosa.

L'ho visto qualche settimana fa al festival del cinema cinese di Parigi, ma sembrerebbe essere uscito in sala solo in oriente, con qualche puntata in occidente fra home video e servizi di video on demand. Quindi, insomma, cercandolo, in qualche lingua intellegibile si trova.

7.6.15

6.6.15

La robbaccia del sabato mattina in una settimana in cui ieri era venerdì e porca miseria quanto faceva caldo


Questo qua sopra è il poster di Bridge of Spies (beh, sì, c'è scritto), il nuovo film di Steven Spielberg con Tom Hanks. A me i film di Steven Spielberg con Tom Hanks, in linea di massima, piacciono, quindi sono curioso. Ieri dovrebbe essere uscito il trailer, ma non so se quando uscirà questo post l'avrò visto, non l'avrò visto, l'avrò messo qua sotto, sarò morto per il caldo, vai a sapere. Comunque, a questo indirizzo ci sono un po' di bozzetti per progetti del caro Vincenzo Natali che non si sono mai concretizzati. C'è dentro anche Predator, sarà mica una mossa stile Neil Blomkamp con Alien?



Mh. Se la mena un po' troppo, ma secondo me c'è da divertirsi.



Il teaser trailer di Sharknado 3: Oh Hell No! Devo ammettere che di 'sta serie non me n'è mai fregato molto, però devo anche ammettere che, per qualche motivo, Mark Cuban presidente mi fa ridere.



Z for Zachariah, un altro film ad ambientazione postatomica in cui ci sono dei colori. Incredibile, è iniziata una nuova era. Comunque, Margot Robbie e due attori che mi piacciono in mano al regista di Compliance. Il trailer non è male. Ci sto. Anche perché Margot Robbie, oh.



The Walk, il film sul matterello francese che s'è fatto una passeggiata fra quei due palazzi là negli iuessei. Mi fa sempre un po' strano che si debbano prendere attori a cui far fingere l'accento straniero, ma insomma, comunque Robertino Zemeckis, I Want to Believe.



Everest, con Thanos e Jake Gillencoso che s'arrampicano su quella montagna là. Pare divertente.



Questo è il Macbeth del regista di Snowtown, con Michael Fassbender e Marion Cotillard che recitano fuori dalla grazia di Dio. L'ho visto ed è una roba che lascia senza fiato.



Il nuovo trailer di Mission Impossible 5 (Mission Impossible: Rogue Nation per gli amici), in cui il ruolo di Jeremy Renner è sempre più "quello che parla a quelli che hanno un ruolo". Boh, contento lui. Il film, comunque, sembra divertente.



99 Homes, il drammone/thriller sulla gente sfrattata negli iuessei. Al Sundance è piaciuto un sacco, dal trailer pare promettente. Mi dà un po' delle vibrazioni da Training Day, in qualche bizzarra maniera. Le espressioni nel fermo immagine sono fenomenali.



Lo schizzetto da The Good Dinosaur, la nuova pixerata. Oh, dinosauri, promette bene per forza. Vediamo cosa ne tirano fuori.



Teaser trailer Pavlov per Ash vs. Evil Dead. Stringiamoci fortissimo.



Caldo. Caldo. Troppo caldo. Caldo. Mioddiocaldo.

5.6.15

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet


The Young and Prodigious T.S. Spivet (Francia/Australia/Canada)
di Jean-Pierre Jeunet
con Kyle Catlett, Helena Bonham Carter, Judy Davis, Callum Keith Rennie, Niamh Wilson, Jakob Davies

Ah, che bello. Ogni tanto ci vuole proprio, un film leggero, dolce, onesto, che si racconta in maniera gioiosa e semplice senza per questo schivare necessariamente argomenti che possono farti sudare gli occhi. Ci vuole in particolar modo, poi, dopo che te ne sei tornato a casa dalla visione di Maggie, che veramente guarda è una botta d'allegria che non ti dico. Ma di quello ne parliamo un'altra volta. Oggi, invece, si parla del nostro amico Spivet, ultimo film di quello scombinato mentale di Jean-Pierre Jeunet, che quasi quindici anni dopo l'esperienza di Alien - La clonazione è tornato in zona USA. Certo, l'ha fatto con una coproduzione tra Francia, Australia e Canada e, considerando che il film è in buona sostanza un'appassionata lettera d'amore agli Stati Uniti, credo questo dica molto della sua opinione sull'esperienza con gli studi hollywoodiani. Ma insomma, poco importa. Quel che importa è che Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet è un gran bell'esempio di film per ragazzi che non tratta il suo pubblico come un branco di rincretiniti. Pare poco, non lo è.

È anche un film di Jean-Pierre Jeunet in tutto e per tutto, c'è il suo stile sopra le righe, il suo immaginario da favoletta bizzarra sempre e comunque, l'estremizzazione di tanti personaggi a livello macchietta, ed è bene puntualizzarlo a favore di chi non riesce a farselo piacere. Però, ed è un però non da poco, è tutto molto ben contestualizzato in quello che di fondo è un racconto filtrato dallo sguardo di un bambino di dieci anni, vale a dire lo Spivet del titolo, nato nel romanzo Le mappe dei miei sogni di Reif Larsen e interpretato con grande intensità dall'esordiente (sul grande schermo) Kyle Catlett. Magari non farà la differenza per tutti ma, per dire, io nel 2001, ogni volta che Amelie mi guardava dallo schermo del cinema volevo spararle in faccia con un bazooka. E invece qui mi sono emozionato, divertito, a tratti perfino commosso, per un centinaio di minuti abbondanti che sono davvero un piacere per gli occhi e per il cuore.

Intendiamoci, Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet non è certamente un capolavoro, anzi, ha i suoi momenti che non funzionano poi così bene. La sequenza con Dominique Pinon sembra un po' appiccicata ed è difficile non pensare che stia lì solo perché Jeunet non può fare a meno di infilarlo dappertutto. Il finale, forse, gestisce le cose in maniera un po' troppo semplicistica, ma insomma, tutto sommato si incastra bene nel tono generale di un film che racconta una favola deliziosa e toccante e lo fa appoggiandosi su una serie di cartoline fantastiche. Jeunet riprende gli Stati Uniti con una potenza esplosiva di colori, suoni, omaggi e riferimenti incrociati, infilando in ogni dove trovate visive e assurdità assortite, trasportandoti nella mente dei suoi personaggi, raccontando con delicatezza, umorismo e forza una fra le tragedie più grandi che possano capitare in una famiglia. E ne viene fuori un gran bel film.

Me lo sono visto ieri sera su Netflix e devo ammettere di avere un po' rosicato per il fatto di essermelo perso quando è passato al cinema dalle mie parti. In Italia è uscito la scorsa settimana.

4.6.15

The Lobster


The Lobster (Grecia/UK, 2015)
di Yorgos Lanthimos
con Colin Farrell, Rachel Weisz, John C. Reilly, Ben Whishaw, Léa Seydoux

Ci sono sicuramente tanti motivi diversi per i quali la giuria del Festival di Cannes ha assegnato un premio a The Lobster, ma fra i principali mi sento tranquillamente di inserire la sua natura totalmente fuori di cozza e il modo in cui sceglie di raccontarla. Per questo, e anche per il fatto che il film inizierà il suo regolare percorso nei cinema mondiali a ottobre, voglio dire il meno possibile in questo primo paragrafo: io mi sono presentato in sala sapendo solo che era il nuovo film di Yorgos Lanthimos, che i protagonisti erano quelli elencati là sopra e che si trattava di un film di fantascienza. Avevo in mente la foto promozionale con Colin Farrell e Rachel Weisz che corrono in un campo e fine. E, beh, guardare questo film senza saperne nulla in anticipo è davvero qualcosa di spettacolare. Quindi, come faccio in questi casi, chiudo così il primo paragrafo: se quanto detto fino a qui vi intriga, smettete di leggere, aspettate il film, guardatevelo e poi ne riparliamo.

Una Rachel Weisz di spessore per invogliare ulteriormente. Nel film non la trovate così.

Andiamo avanti, cercando comunque di svelare sempre il minimo indispensabile, perché davvero è giusto così. Innanzitutto, bisogna dire che quell'immagine promozionale là, quella di loro due che corrono, forse un po' mente. Magari la interpreto male io, ma mi evoca nella memoria un racconto di fantasia romantico e movimentato, con un po' d'azione. Una roba stile I guardiani del destino, magari. E invece, in The Lobster, di azione non ce n'è praticamente mai, neanche in quella scena lì con loro due che corrono. O, meglio, tecnicamente un po' di azione c'è, ma viene messa in scena nella maniera meno action possibile. E, già che ci siamo, diciamo pure che l'elemento fantascientifico è piuttosto labile: alla fin fine il punto è che si tratta di una società distopica in cui c'è un'invenzione scientifica molto particolare, ma per il resto potrebbe essere ambientato l'altro ieri. In un altro ieri alternativo, certo, ma pur sempre l'altro ieri. E quindi che cos'è? È un film che fa quella cosa che alla buona fantascienza riesce sempre tanto bene: prendere qualche tratto della nostra società, estremizzarlo e sfruttarlo per parlare di noi stessi, facendo una satira feroce e intelligente, nel caso specifico sulla natura dei rapporti coniugali, della vita di coppia e delle imposizioni dall'alto che la riguardano. È un film lento, estremamente dialogato, ricco di belle immagini, molto ben interpretato e con parecchio da dire. Se queste cose non vi spaventano, attendetelo con ansia, perché merita, nonostante il finale sia forse un po' tirato via. E smettete di leggere.

Neanche questa c'è nel film.

Siete ancora qui? E allora diciamo due cose sulla trama, ma proprio il minimo indispensabile e poi basta, eh! Nel mondo di The Lobster, essere single è fuorilegge. Se ti beccano al centro commerciale senza certificato di matrimonio, sono guai. Se tua moglie o tuo marito ti lascia o muore, sono guai. Oltre ai guai che di base derivano dall'essere abbandonati o dal rimanere soli, s'intende. I guai si concretizzano in un albergo d'alto profilo nel quale vieni spedito, con un mese e mezzo di tempo a disposizione per trovare una nuova dolce metà fra gli altri ospiti single. Se ce la fai e la coppia funziona, potete sposarvi e tornare a vivere in città. Se non ce la fai, scatta l'innovazione scientifica di cui sopra e vieni trasformato in un animale a tua scelta. Bonus: c'è chi non ci sta e decide di vivere da solitario nel bosco, ma ogni tanto gli ospiti dell'albergo vengono mandati a caccia dei ribelli e per ognuno di loro che catturano ottengono un giorno di permanenza in più. Ovviamente succedono tante altre cose, ma la sostanza è questa, una situazione in cui i sentimenti diventano secondari, l'affinità è una questione di forzature e si è disposti a tutto pur di accoppiarsi, perché ce lo dice la società, ce lo dice la legge, ce lo dicono la saggezza popolare e il sentire comune. Perché si fa così. Ne viene fuori un film incredibile, che nella sua maniera totalmente fuori di testa piazza uno specchio estremamente lucido di fronte al modo un po' stonato in cui spesso interpretiamo il rapporto fra noi picchiatelli esseri umani. Colin Farrell è fantastico nel suo vacillare in bilico proprio al centro di questa situazione assurda, un concentrato di emozioni represse e pronte ad esplodere in un mondo popolato da gente ridotta ad automi che sopravvivono rinunciando a loro stessi. Ma un po' tutto il cast funziona a meraviglia e il film è una vera bomba, anche se sì, lo ripeto, il finale sembra fare fatica a trovare una conclusione. Oppure no, magari è fantastico anche perché si conclude così.

L'ho visto un paio di settimane fa durante la rassegna parigina dei film del Festival di Cannes. In lingua originale è tutto un tripudio di gente che parla con accento irlandese, più un paio di francesi, un americano, un inglese... sembra una barzelletta. Non so ancora quando uscirà in Italia ma, come dicevo, dovrebbe manifestarsi in giro per il mondo a partire da ottobre.

3.6.15

Brotherhood of Blades


Xiu chun dao (Cina, 2014)
di Yang Lu
con Chen Chang, Shih-Chieh Chin, Zhu Dan

Brotherhood of Blades, per qualche motivo, mi ha fatto venire in mente John Carpenter. Non che stilisticamente lo ricordi, anzi, però racconta una storia che ha proprio quel sapore un po' politico e sociale di tanti film carpenteriani, col suo parlare di brava gente che si lascia tentare dal denaro e trasforma per questo le migliori intenzioni in un disastro completo. I protagonisti, qui, sono tre fratelli impiegati come guardie d'elite a palazzo reale sul finire della dinastia Ming. Per quanto cazzutissimi sul lavoro, sono di estrazione sociale bassa e faticano a uscire dal gorgo: il maggiore vorrebbe far carriera politica ma non ne ha i mezzi, il minore è malato e fugge da un passato che non lo molla, quello di mezzo vorrebbe aiutare gli altri due e, già che c'è, riscattare la libertà della prostituta di cui si è innamorato. Ma mancano i soldi. Un politicante dalla dubbia moralità li spedisce a far fuori un dissidente, ma quest'ultimo prova a cavarsela offrendo soldi ai nostri eroi e...

E insomma, bravi ragazzi in difficoltà che si fanno tentare dalla soluzione facile a base di quattrini e mondo che crolla loro attorno quando il destino si presenta a portare il conto. Ora, magari sovrainterpreto io a vederci del Carpenter, ma il punto è che si tratta di uno schema narrativo sicuramente classico, ma sempre molto efficace, che qui viene portato avanti con la classica mano pesante dell'estremo oriente, tutta melodramma, musiche incalzanti, cattivi schizoidi sopra le righe, buoni col senso dell'onore che strabocca, intrecci super complicati nello sviluppo dei rapporto e degli intrighi politici, tragedie interminabili all'orizzonte e scene d'azione esagerate. Ed è sicuramente un bel divertimento, anche grazie all'incredibile carisma del tris di protagonisti, che non fanno la minima fatica a tenere in piedi la baracca.

Dove Brotherhood of Blades non mi ha convinto fino in fondo, invece, è sull'azione. I combattimenti non mancano, sono spesso ingegnosi, o comunque interessanti e divertenti, per le coreografie, le premesse e i modi elaborati in cui si sviluppano, ma vengono per lo più penalizzati dalla regia. Quei bei momenti action a cui il cinema orientale ci ha abituati, quelli in cui la macchina da presa si allontana e se ne sta lì ferma a farci gustare il gesto atletico in tutto il suo splendore, beh, qui latitano in maniera pesante. È tutto un tripudio di shaky cam e montaggio frenetico che sembra uscito per direttissima dai film occidentali in cui bisogna far finta che sessantenni e gente fuori forma assortita sia in grado di combattere. Non so dire se si tratti di necessità o di scelta stilistica, ma il risultato fa perdere qualche punto a quello che altrimenti sarebbe un solidissimo esemplare all'interno di un filone ultraclassico. È un po' un peccato, ma insomma, non è comunque una tragedia.

L'ho visto al cinema, qua a Parigi, nel corso del Festival del cinema cinese di qualche tempo fa. Non è mai uscito e non so se mai uscirà in Italia, ma è stato distribuito nell'emisfero occidentale, con tanto di Blu-ray e passaggi sui vari servizi di video on demand, quindi, insomma, in qualche modo si trova.

2.6.15

Fury alla fine ce l'ha fatta


Oggi arriva finalmente nelle sale italiane Fury, il film sui carri armati con Brad Pitt, diretto dall'amico David Ayer, che io ho visto non ricordo neanche più quanto tempo fa e di cui ho scritto a questo indirizzo qua lo scorso gennaio, quando sarebbe dovuto uscire in Italia. Solo che poi è fallito il distributore e quindi niente. Ma, appunto, oggi esce, grazie all'intervento di Lucky Red.

Ormai neanche mi ricordo più se mi piace, se non mi piace, perché mi piace, perché non mi piace. Ma poi chi se ne frega, Ayer s'è messo a fare il film con il Joker coi tatuaggi da adolescente imbruttito, abbiamo perso ogni speranza.

1.6.15

Un giro all'Expo


Dunque, l'altro giorno, per la precisione venerdì 29 maggio, ce ne siamo andati all'Expo. Avevamo il biglietto da giornata intera, ci siamo presentati verso le undici scarse e siamo rimasti lì fino quasi alle sette di sera. Io sarei andato avanti, pur essendo a pezzi, perché funziono così, ma giustamente la mamma in divenire era brasata e ce ne siamo tornati a casa. Non so quindi come sia l'Expo serale, quello che - mi dicono - sta rubando tutta la clientela dell'ora di cena alla Milano da bere grazie al suo prezzo contenuto, alle luci, ai colori e alle mille fantabulose attività. E quello diurno? Quello diurno, secondo me, se lo prendi come "una fiera", una roba che vai a visitare e di cui ti gusti i lati positivi, è molto bello. Certo, è anche un bello sbattimento, considerando le dimensioni notevoli, la facilità con cui di fronte ai padiglioni migliori si creano code (soprattutto nel primo pomeriggio, specie poi quando arrivano le scolaresche), il fatto che le code te le devi sucare sotto al sole e pure il fatto, non secondario, che molti padiglioni sono abbastanza deludenti. Però, nel complesso, merita. E si mangia bene. Altro discorso, invece, se ti ci presenti abbagliato dal concetto di "Oh, caspita, l'ESPOSIZIONE UNIVERSALE, uah!", dal numero di anni in cui se n'è parlato e, non sia mai, dal fatto che dovrebbe essere interamente organizzata attorno a un tema specifico.

Nel padiglione zero il tema viene affrontato come argomento generale. E non è niente male.

In realtà per me l'aspettativa era bassa in partenza, perché, non ci posso fare nulla, nella mia capoccia l'Expo è un'altra cosa. L'Expo che ho sempre visto nei fumetti, nei libri, nei film, anche piuttosto di recente, è un mondo di tecnologia e futurismo spinto. L'Expo che hanno organizzato per quest'anno è un mondo di cibo e pappe assortite. Che va benissimo, eh! Non sia mai che io dica di no all'occasione di assaggiare roba buona. Però, appunto, non è quella cosa un po' fantascientifica e fuori dal mondo che la narrativa popolare m'ha inculcato per anni e anni. Forse, quindi, è anche per l'aspettativa di partenza un po' bassa che ne sono uscito abbastanza soddisfatto, mentre la mia gentile signora, che s'aspettava qualcosa di incredibile, ne è uscita sparando sventagliate di mitra per aria dal fastidio. E magari la verità sta nel mezzo.

Un'istantanea del mezzo, che è anche dove si trova l'ombra.

Dicevo del tema: a me è un po' parso che per la maggior parte sia stato affrontato fischiettando e facendo finta di niente. C'è Eataly, dove si magna, ci sono mille e più stand dove il punto è far pubblicità al proprio paese, con tanto di video promozionali in pieno stile ente del turismo, ci sono un po' di utensili, vasi, vestiti, piante, piatti, whatever. Qualcuno ha fatto l'attrazione ganza, tipo la rete dei brasiliani, e i poveretti del Nepal hanno un padiglione delizioso, ma disabitato per ovvi motivi. Sembra per la maggior parte di stare girando in una versione meno "densa" e meno concentrata sul venderti roba della fiera dell'antiquariato. Ma quella storia del "Feeding the Planet, Energy for Life", per gran parte della fiera, spazia fra il #fottesega e il "Sì, beh, OK, ci tocca, facciamo che se volete potete informarvi leggendo su questo terminale, però guardate che belle spiagge e che bei vasi che abbiamo dalle nostre parti".

In Messico ci sono tanti colori deliziosi, ma l'allestimento m'è parso un po' pigro.

Non che vada così dappertutto, eh! C'è chi ha saputo investire nella maniera giusta e ci ha provato, a tirar fuori cose che fossero allo stesso tempo marketing, spettacolino e percorso informativo. L'hanno fatto per esempio i coreani e gli statunitensi: i risultati non sono proprio da urlare per la gioia, ma insomma, quantomeno ci hanno provato. L'hanno fatto anche i giapponesi e ne è venuto fuori uno stand eccellente, informativo, dinamico, interattivo, con anche un po' di spettacolo e di autoironia, una roba deliziosa. E non a caso, per entrare, è abbastanza inevitabile la coda, anche se va detto che l'indicazione sulla durata della stessa tende ad essere un po' abbondante. Più in generale, è evidente che le code si formano soprattutto davanti agli stand migliori e quindi è soprattutto per questo, più che per le dimensioni in sé, che è difficile visitare tutto in un giorno: se vuoi vedere le cose che meritano, passi un po' tanto tempo a rosolarti al sole in attesa. Ed è stancante.

Kuwait e USA mano nella mano.

Di buono c'è che l'architettura è formidabile. Quasi tutti gli stand, anche quelli che poi all'interno lasciano a desiderare, visti da fuori sono spettacolari, fantasiosi, variopinti. Fra la cesta di vimini formato gigante, i mille colori delle aree latinoamericane, il legno giapponese, le sfere giganti trasparenti e i crisantemi cinesi, anche solo passeggiare nell'area centrale (l'unica coperta dal sole... o dalla pioggia) è un piacere. E infatti la mia impressione è che il modo migliore per godersi l'Expo sia girarselo senza ansia. Vai lì, ti fai una passeggiata, ti gusti gli stand, entri dove non c'è coda, decidi di dedicare il tempo necessario ad entrare in quel paio di stand "popolati" a cui tieni davvero, ti fermi a fare uno spuntino, ti organizzi magari per passare dai russi o dai coreani nell'orario in cui fanno gli assaggi di (rispettivamente) dolci e kimchi... l'importante è rilassarsi e godersela, non farne una malattia se entri dai vietnamiti e trovi il vuoto, anzi, calmarti e apprezzare quelle due o tre cose buone che hanno pure loro. E poi gironzolare, scoprire le cose magari un po' nascoste, arrivare in Svizzera con il fiato corto, accorgerti che è in corso uno strano concerto e sederti un'oretta a rilassarti. Noi abbiamo beccato due violoncellisti dell'orchestra di Basilea che si esibivano con arrangiamenti bizzarri, accompagnati da un DJ che metteva su le basi, e che hanno buttato dentro pure una strana versione della sigla de Il trono di spade. Assurdo ma piacevolissimo e ottimo come pit stop.

Il trono di Basilea.

E il cibo? Boh, ovviamente non posso giudicare per tutta la fiera. Noi abbiamo mangiato al ristorante dentro il padiglione coreano, spendendo cinquanta euro e spiccioli totali in due: un menu, due piatti a parte, un dolce, dell'acqua. Poco? Tanto? Alla fin fine mi sembra quel che si spende in un ristorante etnico. Per altro era molto buono, forse un po' addomesticato sul fronte delle spezie, ma davvero ottimo. E poi, in serata, ho speso 8,50 euro per un cartoccio di verdure e carne in pastella fritti, più una gazzosa, al padiglione dei miei amichetti omaniti. Certo, due esempi non fanno statistica, ma se devo basarmi sulla mia esperienza, mi sembrano prezzi normali da fiera. Anzi, ho visto ben di peggio in altre fiere. Poi, sì, se vai al ristorante giapponese di lusso col menu da 120 euro...

Pappa bona.

Quindi, insomma, merita, 'sto Expo? Mah, secondo me, se vivi a Milano o dintorni, ti incuriosisce anche solo un po' e, soprattutto, hai modo di andarci in un giorno della settimana, quando puoi sperare che ci sia un po' meno gente rispetto al weekend, merita eccome. Non so se meriti il viaggio da chissaddove, ma ovviamente è l'opinione mia. Anzi, a dirla tutta, se non fossi stremato dal caldo e se avessi avuto un po' più giorni a disposizione in questo mio viaggetto a Milano, forse, ci sarei pure tornato. Poi, sì, ci sono mille motivi per cui "No Expo", boicottiamolo, bla bla bla. Non ne dubito. Ma non di quello volevo chiacchierare.

Il cesto in vimini del Qatar...

... i deliziosi colori dell'Ecuador...

... questa foto non so neanche perché l'ho scattata... 

... la simpatica signora ungherese che crea "live"...

... e gli amici del sultanato.

Comunque il padiglione del Giappone merita. Sul serio. E mi hanno detto cose buone anche di Germania ed Emirati Arabi Uniti, ma fra stanchezza e code esagerate abbiamo preferito evitare.

Arrivato a questo punto pensi che la coda sia finita. Think again. 

 La parete della bava.

Questo tavolo è ricoperto di cose sfiziose. E poi arriva lo spettacolino demenziale.

L'angolo dello snob: tornare a Milano mi ha ricordato quanto faccio fatica a tollerare l'umidità di Milano. Girare per l'Expo mi ha ricordato quanto mi stiano sulle palle certi atteggiamenti e modi di fare tipicamente italiani. Abbiate pazienza, sono fatto così. Che poi sono italiano pure io. Anzi, peggio, sono pure mezzo abruzzese. Ce l'ho nel sangue. But still.

 
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