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10.8.07

Lost - Stagione 2

Lost - Season 2 (USA, 2005/2006)
creato da David Lindelof e J.J. Abrams
con Matthew Fox, Evangeline Lilly, Josh Holloway, Terry O'Quinn, Naveen Andrews, Michelle Rodriguez, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Jorge Garcia, Dominic Monaghan, Emilie de Ravin, Harold Perrineau, Daniel Dae Kim, Yunjin Kim, Maggie Grace, Cynthia Watros


Forse perché si erano rese conto di aver creato un cast di personaggi che mi sarebbero stati tutti, dal primo all'ultimo, tremendamente sul cazzo, le menti pensanti dietro a Lost han saggiamente deciso di introdurne uno interpretato da Michelle Rodriguez. E subito mi son ritrovato a rivalutare tutti gli altri in prospettiva, anche se, francamente, il nano tossicodipendente e la strafiga che fa sempre la peggiore scelta possibile fanno davvero di tutto per farsi odiare altrettanto.

Ma forse è proprio questo uno dei punti forti di un serial che riesce a farti appassionare al destino di personaggi che vorresti disperatamente prendere a schiaffi (anche se in effetti del destino del nano non me ne frega davvero nulla, spero anzi che esploda improvvisamente, senza motivo, per un buco di sceneggiatura, e si dimentichino tutti della sua esistenza). La seconda stagione di Lost, comunque, prosegue serenamente sul solco della prima, portando avanti il racconto sui paralleli binari del presente e del passato, riarrangiando e rimescolando di continuo le carte, le certezze e le convinzioni dello spettatore, dilatando mostruosamente i tempi del racconto.

Si svolge tutto nell'arco di qualche settimana, ma che impiega mesi a trascorrere. E, come nella prima annata, succede molto di più nei flashback che nel presente, spesso messo da parte e "ritardato" per far spazio. Ed esattamente come accadeva nella prima stagione, nei momenti più concitati del racconto "presente" il flashback del caso tende a spezzare un po' troppo il ritmo e a favorire l'orchite. Tanto più che non sempre questi ricordi di tempi che furono aggiungono davvero elementi importanti al racconto e talvolta finiscono per lasciare una certa sensazione di superfluo, di facile pretesto per allungare il brodo.

Ma proprio perché talvolta la brodaglia tende a sembrare davvero un po' troppo annacquata, spiccano ancora di più certi difetti strutturali, fatti di un modello ripetuto all'infinito e che finisce per rendere davvero un po' troppo prevedibili gli sviluppi del singolo episodio. Non solo per la caratterizzazione monocorde di certi personaggi, dei loro atteggiamenti, delle loro reazioni a ciò che accade, ma anche per la ripetitiva struttura di tutti gli episodi, che proseguono imperterriti nel riproporre simbolici, affascinanti e prevedibili paralleli, corsi e ricorsi nella vita dei personaggi.

Agli autori di Lost piace parlare di destino, di coincidenze che forse tali non sono, e dei gradi di separazione modello Kevin Bacon. Del fatto che tutti, ma proprio tutti, prima o poi hanno avuto a che fare l'uno con l'altro, della sensazione che nulla accada per caso, che ci sia un disegno più grande o che, se non c'è, il mondo sia davvero tremendamente, mostruosamente, deliziosamente piccolo. E nel raccontare di tutte queste scemenze facendole sembrare come le cose più naturali, interessanti e intelligenti del mondo, Lost si concede anche di mettere in piedi un universo narrativo affascinante, ricco di misteri e che, pur con qualche timida forzatura, continua a sembrare riuscito e coerente.

Ma il motore degli eventi, fra un mistero, una sorpresa, un colpo di scena e una rivelazione, rimane sempre la ragnatela di relazioni fra i personaggi. Il modo in cui interagiscono fra di loro, l'evoluzione delle loro personalità e la loro crescita come gruppo. Ed è forse in questo che, francamente, la seconda stagione mostra un po' la corda. Nell'incapacità di stare dietro come si deve a tutti quanti, dovuta forse al cast sempre più numeroso e alla necessità di dare maggiore spazio ai misteri dell'isola. Nell'impressione che sia un po' troppo facile giustificare con lo stress, il panico, la sfiducia, certi atteggiamenti estremi, assurdi, ma soprattutto talvolta un po' "fuori dal personaggio".

Eppure, nonostante i difetti, nonostante i passi falsi, il giocattolo funziona ancora a meraviglia, forse proprio perché talmente saturo di elementi interessanti da potersi permettere di trascurare a tratti qualche ingrediente per favorirne altri, mentre si aggiunge condimento e si procede imperterriti nella cottura. Lo zuppone che ne viene fuori, nel suo complesso, ha un sapore entusiasmante. La somma delle parti, ancora una volta, è superiore al singolo valore delle stesse.

8.8.07

Hotel Dusk: Room 215

Wish Room Tenshi no Kioku (Nintendo, 2007)
sviluppato da Cing


Sorta di via di mezzo fra l'avventura grafica punta e clicca e il romanzo (poco) interattivo, Hotel Dusk mira alto e prova a raccontare una storia adulta e matura, con un'atmosfera da Hollywood dei bei tempi e una sceneggiatura di livello. Splendidamente curato sul piano estetico, con uno stile grafico che ricorda i fumetti di Naoki Urasawa e un interessante utilizzo "registico" del doppio schermo nelle fasi narrative, la seconda uscita di Cing su Nintendo DS non riesce però a convincere fino in fondo sotto praticamente qualsiasi altro punto di vista.

A funzionare solo in parte è innanzitutto la pura e semplice componente narrativa, che da un lato ha la rara - perlomeno nel mondo dei videogiochi - dote di sapersi raccontare con personaggi molto ben caratterizzati e dialoghi davvero vari, credibili e ben scritti, ma dall'altro si perde in una ripetitiva e spesso superflua logorrea, affoga lo "spettatore" nei suoi tanti tempi morti e gli chiede di sorvolare su un po' troppe incertezze del plot (e, mi dicono, nella versione italiana è scritto di merda). Non aiuta una colonna sonora a dir poco altalenante e davvero troppo ripetitiva, soprattutto nella sua insistenza a riavviare le varie tracce musicali dopo praticamente qualsiasi azione compiuta.

Ma il vero problema di Hotel Dusk sta nelle meccaniche di gioco, che riescono fastidiosamente ad essere nello stesso tempo semplici, dirette, efficaci e ricche d'inventiva nell'utilizzo del touch screen, ma anche ripetitive, farraginose, superflue e macchinose. C'era davvero bisogno, per esempio, di rendere così estenuante la comunicazione con la ragazza muta? Di chiedere al giocatore di stare ogni volta a ripetere tutte quelle lunghe e pallose azioni per poter leggere una risposta da due parole?

Per non parlare, poi, dei più fastidiosi fra i classici difetti da avventura grafica moderna. Perché certi oggetti non possono essere raccolti fino a che non si "sblocca" l'enigma che li richiede? Non pretendo che il povero Kyle Hyde accetti di infilarsi in tasca una bottiglia di vino senza motivo, avrebbe in effetti poco senso ma, per dirne una, che ci sarebbe di male a poter raccogliere una semplice graffetta? Tanto più che si tratta di un limite gestito in maniera arbitraria e incoerente, visto che non è possibile raccogliere oggetti che si trovano nella propria stanza, ma non ci sono problemi a rubarne dalla cassetta degli attrezzi dell'albergo quando ancora non si ha nessuna idea dell'utilizzo che bisognerà farne.

E ancora, perché ci sono porte chiuse a chiave, che improvvisamente non lo sono più, e che poi tornano a esserlo (o anche no) senza nessun motivo logico che non sia la necessità di sbloccare/bloccare determinate aree per far proseguire la storia su precisi binari? Ma soprattutto, diamine, perché quando serve una matita per risolvere un enigma non è possibile utilizzare LA CAZZO DI MALEDETTA MATITA CHE STO USANDO FIN DALL'INIZIO DEL GIOCO PER PRENDERE APPUNTI ma devo tornare in camera a raccogliere quella che sta nella valigia (e che ovviamente prima non potevo raccogliere)?

Fra l'altro, a proposito di prendere appunti. L'idea del block notes, su cui è possibile scrivere a piacere utilizzando il pennino, è un perfetto esempio delle belle trovate capaci di sfruttare il touch screen in maniera deliziosa. Ma è anche un perfetto esempio di quanto gli sviluppatori siano malati terminali di "vorrei ma non posso", visto che poi, quando è necessario appuntarsi un codice particolarmente lungo che va poi inserito in un terminale, bisogna farlo con carta e penna vere, dato che il blocco appunti del gioco in quel contesto è inutilizzabile.

Nonostante tutto questo, comunque, gli evidenti pregi di Hotel Dusk sono in grado di dare gran piacere a chiunque abbia la costanza e la voglia di sopportarne i palesi difetti. Certo, con un filo di sintesi in più, con un lavoro di game design maggiormente curato, si sarebbe evitata l'estrema noia che in certi frangenti riesce a generare. Invece non è accaduto, e alla fine, purtroppo, si fa davvero fatica a scacciare dalla bocca quel fastidioso retrogusto di occasione sprecata. Non ho giocato il precedente Another Code, ma leggo quasi ovunque che era peggiore sotto molti punti di vista. Che dire, speriamo che la terza sia la volta buona.

7.8.07

L'ultima casa a sinistra

The Last House on the Left (USA, 1972)
di Wes Craven
con Sandra Cassell, Lucy Grantham, David Hess, Fred Lincoln, Jeramie Rain, Marc Sheffler, Richard Towers, Cynthia Carr


Fa quasi impressione che un regista obiettivamente limitato e monocorde come Wes Craven sia riuscito a tirar fuori tre film tanto importanti e significativi, tanto decisivi nel segnare la tendenza di un intero genere. L'ultima casa a sinistra, Nightmare e Scream hanno marchiato a fuoco l'horror che sarebbe venuto negli anni successivi alla loro uscita e simboleggiano un intero decennio a testa (anche se l'ultimo dei tre se la deve giocare con Blair Witch Project, via). E questo, a Craven, non glie lo potrà mai togliere nessuno. A prescindere da qualsiasi considerazione sulla fattura dei suoi film. Senza volerli far necessariamente diventare i capolavori che non sono.

L'ultima casa a sinistra è ancor più significativo se si pensa che è stato il film d'esordio di Craven. Una pellicola povera nei mezzi e nella sostanza, il cui unico obiettivo era di dare un colpo di spugna sulla violenza sfumata e ovattata del cinema di quei tempi. "Exploitation", la chiamano, l'atto di violenza, anche sessuale, messo in primo piano e rappresentato senza pudori e senza remore. La violenza di alcuni criminali evasi nei confronti di due ragazzine e quella di due genitori impazziti di rabbia, che sfruttano come meglio non si potrebbe l'occasione di trasformare i carnefici in vittime.

Ma anche la violenza della censura, che ha macellato e sfrattagliato questo film a più riprese, al punto che per vederne una versione integrale bisogna farsi un mazzo tanto. E allora non si capisce dove finisca il taglio imposto e dove cominci il montaggio sconclusionato, con questo continuo, straniante e un po' impacciato alternarsi di momenti comici e drammatici, di musichette da carosello e coltellate nella schiena.

Ci si ritrova così in mano un film delirante, affascinante in quella sua aria lontanuccia nel tempo che finisce anche per renderlo un po' innocuo, non in grado di lasciarti addosso la sensazione di disagio che t'aspetteresti e che invece si porta tutto sommato ancora dietro Non aprite quella porta. Certo, le persone (quasi) normali di Craven fan più paura dei freak di Hooper, ma nonostante questo il film affonda il coltello nelle budella dello spettatore molto meno di quanto, probabilmente, non facesse trent'anni fa. E, insomma, è vero anche che troppa acqua è passata sotto i ponti e troppe ne abbiamo viste, tanto più che i nuovi alfieri dell'ultraviolenza cinematografica, penso ad Alexandre Aja e, soprattutto, Rob Zombie, sono registi ben più dotati e belli da vedere.

6.8.07

The Big Kahuna


The Big Kahuna (USA, 1999)
di John Swanbeck
con Kevin Spacey, Danny DeVito, Peter Facinelli


The Big Kahuna racconta una giornata nella vita di Larry, Phil e Bob, tre impiegati di un'azienda che si occupa di lubrificanti. I tre devono partecipare a una convention e hanno come primario obiettivo quello di far diventare Dick Fuller (da Larry ribattezzato "Big Kahuna") cliente della loro azienda. Ma tutto questo è solo un pretesto, da cui il film di John Swanbeck parte per raccontare delle personalità, dei differenti sistemi di valori e di quanto è racchiuso nelle testoline dei suoi personaggi.

I ritmi sono quelli della piece teatrale da cui è tratto il film, e non c'è il minimo tentativo di nasconderne le origini. Al di là di qualche digressione, l'intera pellicola è ambientata nella stessa stanza ed è basata sui dialoghi fra i tre personaggi, dominati dai monologhi di Kevin Spacey. La sua interpretazione, elegante e riuscita come sempre, tiene in piedi da sola il film, senza comunque far sfigurare il sempre ottimo DeVito e uno sconosciuto, ma efficace Peter Facinelli.

Ricco di spunti interessanti e ben recitato, The Big Kahuna soffre un certo calo di ritmo nella seconda parte, paga il fatto di credersi più divertente di quanto non sia e mi sembra, in tutta franchezza, un po' troppo inconcludente. Allo stesso tempo, però, offre spunti molto interessanti e riflessioni non banali sul modo in cui le persone si approcciano alla religione, al lavoro, alle relazioni interpersonali. Magari a teatro funzionava meglio...

5.8.07

giopep in Japan - Ziburi & party

Già che in questo momento mi è tornata la voglia, mi faccio trascinare dall'entusiasmo e proseguo coi raccontini. Questo è il primo post della serie scritto interamente a grande distanza di tempo. Ma proprio grande, eh, l'ho partorito interamente in queste ultime due settimane. Probabilmente ci saranno meno dettagli che nei primi appuntamenti, ma vabbé, è inevitabile. In ogni caso, ho il supporto delle foto, delle guide e di altre piccole cosette accumulate durante il viaggio. E poi chissà, magari mi faccio davvero prendere dalla fregola e arrivo fino in fondo...

Tokyo, 26 dicembre 2006.
Si prospetta un'altra giornata impegnativa, ma parecchio interessante. In mattinata abbiamo la visita al museo dello Studio Ghibli, mentre nel pomeriggio dobbiamo incontrarci con Kazuhisa per una gitarella dalle parti del Monte Fuji. In serata, infine, c'è la cena di fine anno con lui e i suoi amici. Ci svegliamo quindi presto e ci dirigiamo verso la stazione, pronti a partire. Purtroppo il cielo è nuvoloso e la pioggia abbastanza insistente. Il nostro ombrellino cade a pezzi e stupidamente non abbiamo pensato di prenderne uno in albergo. Ci infiliamo così in un negozietto e in qualche modo, più che altro a gesti, riesco a fare capire a un simpatico vecchietto che cosa voglio comprare.

Il signore estrae l'ombrello standard bianco da giapponese medio, lo apre per farmi vedere che è tutto a posto e me lo consegna. Già che ci sono, preso da un impeto comunicativo, riprendo a gesticolare e riesco a fargli comprendere che, se possibile, gli lascerei il nostro scassatissimo ombrello da buttare. In qualche modo ci si capisce e il signore, gentilissimo, prende in consegna il catorcio e ci saluta. Si parte, quindi, in mezzo a una marea di ombrellini tutti uguali, diretti verso la stazione di Tokyo, pronti a zompare sul trenino.

Mitaka, sede del museo, è una prefettura poco fuori città e il viaggio è breve e, come al solito, confortevolissimo. Una volta balzati fuori dal treno, ci infiliamo al volo nello Starbucks della stazione per la solita, inevitabile e abbondante razione di zuccheri. Gestita la pratica, si esce dalla stazione seguendo le indicazioni per il museo che la tappezzano e, dopo esser rimasti a bocca aperta davanti a questo simpatico gattone, si impatta con il muro di pioggia che sta venendo giù. Le indicazioni per raggiungere il museo Ghibli cominciano fin dagli scalini dentro la stazione e conducono verso la fermata dell'autobus, ovviamente decorata a dovere (così come l'autobus, che però non ho fotografato). Un po' per la scoraggiante coda, un po' per curiosità, un po' perché sappiamo che comunque la strada è breve, decidiamo di andare a piedi.

La via verso il paradiso costeggia questa specie di fossato e ci vede percorrerla stretti stretti sotto un unico ombrello (ma comprarne due pareva brutto?), che ci copre a malapena. Eppure, nonostante la pioggia, nonostante i pantaloni zuppi, nonostante, insomma, la giornata potesse essere migliore, è tutto bellissimo e meravigliosissimo. E poi, quando stai passeggiando su un marciapiede come questo, come fai a non sorridere? A un certo punto ci facciamo incuriosire da un parchettino sulla destra e ci gironzoliamo dentro un minutino. Non siamo ancora arrivati al museo, eppure l'atmosfera già comincia a sembrare fumosa e sognante. Vien da chiedersi se la zona si sia ghiblizzata per la presenza del museo, o se il museo sia stato costruito qui perché non c'era luogo più adatto. Ma d'altra parte, ancora non abbiamo visto nulla.

Ebbene sì: svoltato l'angolo in fondo alla via che collega la stazione col museo, si attraversa la strada, si supera un cancello e ci si ritrova davanti questa roba che vedete in foto. Una bella insegna tutta arzigogolata, una costruzione che sembra davvero uscita da un episodio di Conan e un Totorone a far da bigliettaro. E si comincia a sorridere come deficenti, magari facendo caso ai batuffolosissimi Makkuro Kurosuke che ci osservano incuriositi attraverso quell'oblò in basso. Procediamo ridendo come due ebeti, ci mettiamo diligentemente in fila e veniamo accolti dai soliti, servizievoli e adorabili nippoinservienti. Ci viene spiegato che all'interno dell'edificio non è possibile scattare fotografie (e certo, devi comprare il catalogo) e ci vengono consegnati biglietti e bigliettini assortiti. Dopodiché ci si inoltra (e qui smetto un attimo di scrivere ed estraggo il catalogo, che ovviamente abbiamo comprato e mi sarà utile per far tornare alla memoria qualche ricordo in più).

Il primo impatto con gli interni del museo non rende neanche minimamente l'idea di cosa si troverà due passi più avanti. Certo, c'è qualche decorazione a tema, ci sono i bambini giapponesi che ti camminano attorno tutti contenti, c'è la sensazione di stare per entrarci, ma ancora non ti rendi conto. Scendi le scale, svolti a destra e approfitti dei portaombrelli e degli armadietti per appoggiare quel che non ti serve. Leggi gli avvisi e le indicazioni, su cui ne svetta una particolarmente piacevole secondo la quale non esiste, per questo museo, un percorso suggerito. L'idea è di farti entrare in un altro mondo, nel quale puoi divertirti a vagare e gironzolare seguendo il naso, l'istinto, la magia.

Ci siamo, sarebbe il momento di buttarsi, ma alla mia destra noto che le vetrate danno sul cortile interno e mi ci avventuro per gettare un occhio e scattare la manciata di foto che infilo qui sotto. A questo punto già si fa evidente la spettacolare cura con cui ogni cosa, anche la minima stronzata in cortile, è rifinita. Tutto serve a creare un'atmosfera da mondo magico e fiabesco. Ma in realtà, ancora non mi rendo bene conto.





Si entra nel museo vero e proprio e... mamma mia! Cercherò di non entrare troppo nei dettagli, perché è davvero una cosa che va visitata, per capirla, ma qualche cazzatiella la voglio raccontare e per farlo, beh, sfrutto il supporto del catalogo. Appena entrati, ci si trova in una sorta di grossa hall, con aperture, passaggi angusti, porte e porticine, scalinate di vario tipo, ascensori e mille altre cose, tutte minuziosamente decorate e rifinite. Perfino i bagni sono da sogno a occhi aperti.

Accarezzati da una tenue melodia di sottofondo, ci infiliamo in una stanza sulla destra, dove si trova una serie di oggetti, macchinari e diavolerie da esposizione, che illustrano in maniera poetica e affascinante la storia del mondo dell'animazione. Francamente, comincio ad essere quasi commosso per quello che sto vedendo e posso solo immaginare come debba essere l'esperienza per un bimbo lasciato a piede libero qua dentro. Dopo aver vagato a bocca spalancata per quest'area, giocherellando, toccando e pastrugnando tutto quanto, torniamo nella hall e decidiamo di salire, ovviamente non con l'ascensore o le scale normali, ma sfruttando una specie di scala a chiocciola angusta e piccolina, rinchiusa dentro una gabbia.

Al primo piano, fra vetrate splendidamente decorate, maniglie rifinite con gioielli e animalini strani, porte messe lì solo per curiosare, trovano spazio l'area dedicata alle mostre temporanee (a dicembre ce n'era una deliziosa sul lavoro della Aardman Animations) e il negozio. Esploriamo per bene l'esposizione, giocherellando con tutto quel che c'è da toccare, e decidiamo per il momento di schivare il negozio, ben sapendo che prima o poi ci toccherà entrare in quel luogo di perdizione. Al terzo piano, lo shock: un enorme gattobus, peloso e morbidissimo, pieno di bambini che ci si tuffano dentro come disperati. La tentazione di saltarci sopra è fortissima, ma sono costretto a trattenermi.

Mentre vago con lo sguardo perso nel vuoto, noto una porta. La apro, dietro c'è uno specchio. Ridacchiando, vado ad aprire un'altra porta: dà semplicemente sull'altro lato, dove c'è un tizio con il figlio in braccio. Ci guardiamo per un attimo e ci mettiamo a ridere. Sopprimendo il desiderio di saltare in testa ai bambini che giocano col gattobus, usciamo sulla balconata, dove giocherello con degli strani affari e osservo i passanti. Ci inerpichiamo lungo una scala a chiocciola per raggiungere il tetto della costruzione, dove una simpatica inserviente ci fotografa assieme al robot di Laputa. Ma se il robot è l'attrazione principale del tetto, inoltrandosi lungo un sentiero e passando di fianco al cupolone si raggiunge anche questo coso.

Dopo aver scattato una foto dall'alto, decidiamo di tornare giù per la scaletta, ovviamente facendo attenzione alla testa. Torniamo dentro e continuiamo a esplorare l'ultimo piano, scovando una biblioteca che contiene libri per bambini da tutto il mondo e infilandoci poi nella spettacolare riproduzione dello studio di Hayao Miyazaki. Qui dentro si trova di tutto, i libri che usa per documentarsi, statue e oggetti vari, bauli talmente pieni di roba da far paura, disegni, delizie e curiosità. Ci son perfino libroni di storyboard, da Porco Rosso a Nausicaa, abbandonati lì per la consultazione. E ovviamente non manca l'angolino per il piccolo cineasta, in cui giocherellare con obiettivi, pellicole e cineprese.

Siamo tutti a bocca aperta, io, la Rumi, i bambini e i genitori. Una favola, questo posto è una favola, e io non sono davvero in grado di raccontarlo come si deve. Oltretutto il tempo passa, poco oltre ora di pranzo abbiamo appuntamento con Kazuhisa e c'è ancora tanta roba da fare. Torniamo giù al piano terra e ci mettiamo in coda per la proiezione. Nel cinemino interno, infatti, vengono proiettati cortometraggi realizzati appositamente e con un ricambio penso abbastanza frequente (tant'è che il cortometraggio che andremo a vedere non è segnalato nel catalogo). Ovviamente la sala di proiezione è arredata da star male, come bello da star male è il cortometraggio, ambientato su un mondo fuori di testa tanto quanto il posto in cui ci troviamo.

Dopo il film, ci vuole la pappa. Torniamo su, usciamo, passiamo davanti a una finestra da cui due gatti ci osservano, e decidiamo di non fare la coda per entrare nella pasticceria. Ci limitiamo a scrutare i cuochi che preparano torte spettacolari mentre attendiamo il nostro hot dog. Dopo aver consumato, esserci rilassati e aver esplorato ulteriormente gli esterni, è il momento di tuffarsi nel negozio. Ed è il delirio, sia di gente che si accalca sugli scaffali, sia di oggetti e oggettini che escono dalle fottute pareti e ti urlano "comprami, comprami". A colpi di regali per amici e stronzate da portare a casa per noi, ovviamente, ci riempiamo di sacchetti. Fra gli acquisti effettuati, segnalo un pelosissimo Makkuro Kurosuke, il calendario di Kiki, la deliziosa tazza di Totoro, il già citato catalogo del museo e chissà quali altre cose che adesso mi sfuggono.

E, a proposito di sfuggire, è il momento di farlo, abbandonando questo luogo di perdizione: subito fuori, sotto il diluvio universale, coperti da un tendone, in attesa di Kazuhisa. Kazuhisa che non arriva, probabilmente perché bloccato dal traffico. Decidiamo di provare a chiamarlo da un telefono pubblico (che ovviamente trovo solo dopo essermi spiegato a gestacci con un simpatico vecchietto) ma, proprio mentre tiro su la cornetta, Elena lo avvista. Zompiamo in macchina e si parte, diretti verso la città: come ovvio, il tempaccio sconsiglia la gita al Monte Fuji. In compenso, il traffico sconsiglia la vita. Mi sento a casa, non ci si muove neanche per sbaglio e così decidiamo di fermarci a una specie di fast food, un posto che Kazuhisa sostiene essere molto popolare e in cui fanno cucina asiatica sui generis, con curry sparso un po' dovunque.

La pappa non è affatto male, la chiacchiera è piacevolissima e Elena si concede anche il lusso del dolce, generando un commento di Kazuhisa, una cosa tipo: "Noi giapponesi mangiamo di fretta e poi fuggiamo, voi italiani ve la prendete comoda, restate al tavolo, vi rilassate, il dolce, il caffé..." Oddio, io in questo sono in realtà molto giapponese, ma vabbé, lasciamo stare. Mentre mi affretto a pagare il conto, compio la tragedia e faccio cadere per terra, sfondandola, la meno peggio delle due macchinette fotografiche a disposizione. E infatti, da adesso in poi, la qualità delle foto (soprattutto in notturna) e dei filmati peggiorerà sensibilmente. Le foto venute meglio, per capirci, sono quelle scattate con la macchina di Kazuhisa.

Una volta usciti dal ristorante, decidiamo di separarci: io ed Elena pigliamo la metro per andare a visitare il Tokyo National Museum e l'appuntamento con Kazuhisa rimane fissato per la prima serata, dalle parti di Ueno. In realtà, una volta giunti a Ueno, decidiamo di fregarcene del museo e infilarci da Yamashiroya, pronti a spendere un'altra svagonata di quattrini in gadget e fesserie. Ne usciamo carichi come muli, pronti a raggiungere Kazuhisa sul luogo dell'appuntamento. Ovviamente fra pioggia, buio e totale perdita dell'orientamento, impieghiamo mezz'ora a fare cinquanta metri, ma alla fine ci becchiamo, e si parte in macchina verso casa Akutagawa, zona Ikebukuro.

Kazuhisa, gentilissimo, ci accoglie in casa sua, la tipica villettina in cui ti aspetti di veder spuntare fuori all'improvviso un bambino pallido e dallo sguardo vitreo o un fantasma di donna coi capelli lunghi e nerissimi. Ci leviamo (non senza qualche impaccio) le scarpe ed entriamo. La temperatura è bassina, e infatti sul tavolino è appoggiata una meravigliosa termocoperta, sotto la quale infiliamo tutti le gambe. Si chiacchiera del più e del meno, un po' a fatica, ma è normale, con Kazuhisa e la sua simpatica moglie. Kazu si dispiace perché ha un solo pad e non può sfidarmi a Winning Eleven, ma vabbé, sopravviviamo al dolore. Mentre sorseggiamo un the, attendiamo l'ora di uscire e poi, finalmente, si parte, lasciando a casa la donna e dirigendoci verso il luogo del misfatto.

Ci si sposta coi mezzi, quindi recuperiamo tutti i vari sacchetti, che poi depositiamo nei soliti armadietti della metropolitana (grazie mille a chi li ha inventati). E quindi via verso il locale, un ristorante nel quale ci è stata riservata un'intera sala, con due tavolate. Qui ritroviamo buona parte della gente con cui ho giocato a calcetto il 23 dicembre, le rispettive fidanzate e una simpatica figliola (la foto non le rende giustizia), chiaramente più giovane di chiunque altro sia presente, che non si capisce bene da dove sia giunta. Io comunque la stimo, perché a un certo punto esprime in italiano stentato il suo apprezzamento per la mia bellezza (ma probabilmente l'avrebbe detto a qualsiasi occidentale si fosse seduto a quel tavolo).

Ricordandomi di aver letto che a tavola fra giapponesi non bisogna versarsi da bere, ma bisogna farlo per gli altri, mi calo subito nel personaggio e comincio a versare birra a chiunque mi passi davanti, venendo ricompensato di conseguenza. Il metodo funziona: praticamente il bicchiere è sempre pieno e non hai modo di svuotarlo, perché appena lo appoggi sul tavolo c'è qualcuno pronto a riempirtelo. Le bottiglie di birra arrivano a getto continuo e la serata promette malissimo, anche se per fortuna i danni vengono limitati dal cibo. Inizialmente ci si limita a qualche delizioso stuzzichino, ma poi, appena i ragazzi si rendono conto di avere a che fare con delle ottime forchette, si spalancano i cancelli delle vivande. Il ragazzo seduto di fianco a me mi tempesta di domande stile "hai mangiato questo?", "hai provato quello?" e per ogni risposta negativa arriva un'ordinazione di conseguenza. Burp.

A proposito di ragazzo di fianco a me, trattasi di una specie di Cobra (chi deve sapere sa) giapponese, che tanti anni fa ha vissuto in Germania e per questo parla un buon inglese. Trascorro quasi tutta la serata chiacchierando con lui, mentre Elena fa altrettanto con la ragazza che mi aveva fatto da interprete il giorno del calcetto (non ricordo i nomi, uffa). Oltre a questo, ovviamente, l'alcool favorisce il delirio e in qualche modo si riesce a "conversare" - magari citando nomi di sportivi, o commentando l'arrivo in tavola di una bottiglia di vino italiano gelido (non ricordo quale, Elena potrà sicuramente integrare l'informazione con un commento) - anche con chi non spiccica una parola in inglese. Soprattutto con lo scemo del gruppo, un ragazzo simpaticissimo e stracazzaro. Oltretutto Kazuhisa, l'organizzatore, si è preoccupato di far avere a tutti (ovviamente sul telefonino) un email con un minidizionario italiano-giapponese. Non servirà a molto, se non a generare scene da sit-com con gente che mi dice cose senza senso lasciandomi perplesso, ma il pensiero è delizioso (e comunque trovarsi assieme a una quindicina di giapponesi che ogni trenta secondi alza il calice e urla "ALLA SALUTE!!!" è fantastico).

La splendida serata si conclude con una difficoltosa quest per il recupero dei sacchetti (varie sezioni della stazione della metropolitana, dopo un certo orario, vengono chiuse, e per tornare agli armadietti abbiamo dovuto fare un giro allucinante, non reso più semplice dallo stato alcolico), con gli un po' tristi saluti a gente che chissà quando rivedremo e con una fuga verso casa, pronti a morire. E la morte viene accolta a braccia aperte, anche perché il 27 sarà l'ultimo giorno pieno trascorso a Tokyo e di cose che vogliamo vedere ce ne sono non poche.









Altre cose
Mitaka
Da quel poco che abbiamo visto (la giornata non si prestava particolarmente alle passeggiate), Mitaka ci è parsa una cittadina deliziosa. Al punto che, in caso di tempo un po' più clemente, potrebbe valere la pena di dedicare un'intera giornata alla gitarella, così da poter visitare con calma il museo e ciò che gli sta attorno (per esempio il promettente parco Inokashira). Per arrivare, comunque, è sufficiente zompare sulla JR Chuo Line, che si incrocia con la Yamanote in più di una fermata (per esempio Shinjuku e Tokyo). Il viaggio dura una mezzoretta e la linea è coperta dal Japan Rail Pass. Questo, comunque, è il sito ufficiale di Mitaka.

Museo d'Arte Ghibli
Ho seri dubbi che chi segue questo blog non sappia cosa sia lo Studio Ghibli, ma giusto per andare sul sicuro lo dico: è, più o meno, la casa di produzione cui fanno capo Hayao Miyazaki e Isao Takahata, vale a dire due fra i registi giapponesi di film d'animazione più amati e riveriti in assoluto. I giapponesi, perlomeno quelli con cui abbiamo avuto a che fare, "Ghibli" lo pronunciano (e scrivono, se devono usare caratteri occidentali) "Ziburi". Qui trovate il sito ufficiale (in giapponese). Il Museo d'Arte Ghibli (scritto proprio così, eh, in italiano) è un posto delizioso, che davvero non saprei come altro descrivere. Se passate da Tokyo, una visita se la merita senza dubbio. Occhio, però, perché bisogna prenotare! Per evitare che si crei troppa ressa, infatti, c'è un limite al numero di visitatori ammessi nell'arco di una giornata. Sappiate, quindi, che se avete la sfiga di presentarvi senza biglietto in un giorno molto affollato potrebbe finire male. Comunque, il biglietto si può comprare in più modi, su cui non mi dilungo perché sono ottimamente spiegati qui, con tanto di mappette. Per la cronaca, noi l'abbiamo prenotato in anticipo tramite JTB Italia e ci siamo trovati molto bene.
Il sito ufficiale del museo.
La pagina con le indicazioni per l'acquisto dei biglietti.
La pagina del sito di JTB Italia con le indicazioni per l'acquisto dei voucher.

4.8.07

La settimana a fumetti di giopep - 04/08/2007

Novità
Civil War #5 *****
Thor & I nuovi Vendicatori #100 ***
Fantastici Quattro 274 ***
L'Uomo Ragno #465 ****
L'Uomo Ragno #466 ****
Wolverine #211 ***
Gli incredibili X-Men #205 ***
Giunto ormai al quinto mese, il super crossover Civil War continua a colpirmi in positivo. Ben congegnato fin dalle premesse, ottimamente strutturato negli sviluppi, davvero scritto e disegnato alla grande nella miniserie principale e nella "figlioccia" Frontline. Come sempre le storie e storielline tratte dalle serie regolari che si intrecciano con l'evento vivono di alti e bassi, a volte aggiungendo davvero tanta sostanza, altre dando l'impressione di episodi un po' tirati via e messi lì solo perché era necessario. Ma nel complesso l'evento è di quelli forti, si basa su un concetto potente e, in attesa di scoprire dove andrà a parare, sta offrendo tanti momenti drammatici e memorabili.

X-Men Deluxe #148 ***
Mentre Joss Whedon va avanti a raccontare un divertente - ma forse poco sentito - nulla, nelle altre storie si continua a respirare una sinistra e drammatica aria di Guerra Civile. Però i numeri senza l'X-Factor di Peter David sembrano davvero tanto più brutti.

Ultimates #29: "Il giorno dell'indipendenza" ****
Si chiude col botto il ciclo di Millar e Hitch su Ultimates. Tanta azione e tanto spettacolo per uno fra i fumetti più cinematografici che mi sia mai capitato di leggere. Ho un po' l'impressione che si tenda a sopravvalutarlo, ma rimane una delle cose migliori lette in questi ultimi anni. E forse si merita di essere ripreso in mano e gustato tutto d'un fiato, magari per rendermi conto che sono io a sottovalutarlo.

Ultimates #28: "Se il passato non fosse morto" ***
Una bella, intensa e piacevole storia di passaggio, interlocutoria come solo gli annual sanno essere.

Ultimate X-Men #40: "Cable #1" ****
Ho un po' paura a scriverlo prima di aver letto la seconda parte, ma Cable potrebbe essere la prima storia davvero convincente fra quelle scritte da Robert Kirkman per Ultimate X-Men. Un po' mi spiace dirlo, perché The Walking Dead e Invincible sono fra le mie attuali letture preferite, ma fino adesso mi aveva davvero lasciato perplesso.


Antiquariato
Cable & Deadpool: If Looks Could Kill (L.O.) ***
La copertina di Rob Liefeld fa un po' paura, ma per fortuna i suoi personaggi stitici e digrignanti non si manifestano ulteriormente. E all'interno c'è invece una storia piacevole e divertente, anche se non ai livelli del delirante Deadpool anni Novanta firmato Joe Kelly. Nulla di strepitoso, insomma, ma un minimo di curiosità per i numeri successivi mi è venuta.

Green Lantern: Wanted (L.O.) *
Una degna e illeggibile conclusione per il crimine contro l'umanità che è stato il ciclo di Ben Raab su Green Lantern.

Green Lantern: Homecoming? (L.O.) ***
Dovendo chiudere la serie, pare giusto affidare il compito al creatore di Kyler Rayner. E Ron Marz fa il suo solito onesto, pulito, lavoro da mestierante del fumetto. I nodi vengono al pettine e il colpo di spugna è bello che passato.

JLA: The Obsidian Age (L.O.) ***
JLA: Rules of Engagement (L.O.) ***
JLA #83: "American Nightmare" (L.O.) ***
Joe Kelly e Doug Mahnke sono secondo me una gran coppia. Ironia, ritmo, disegni spettacolari, tante intuizioni folli, soggetti geniali... ce n'è di che divertirsi assai. Il problema è che - immagino per l'impossibilità di stare dietro alla quindicinalità - non tutti questi numeri sono realizzati da loro. E il saliscendi è davvero insopportabile, anche perché i ricambi decisamente non sono all'altezza. Ed è un peccato, perché per esempio l'idea di affidare i due racconti paralleli di The Obsidian Age a due disegnatori diversi non sarebbe stata male, se l'altro non fosse stato una capra inguardabile.

JLA: Trial by Fire (L.O.) *****
Sei numeri di seguito realizzati interamente da Kelly e Mahnke generano, guarda un po', un ciclo strepitoso. Inventarsi ogni volta un nemico in grado di mettere in difficoltà un team composto da gente come Superman, Wonder Woman, Lanterna Verde e compagnia bella non è facile, ma qui Joe Kelly se la cava con una trovata semplice, già vista, ma efficacissima. E attorno ci costruisce un intreccio appassionante e dai ritmi perfettamente calibrati. Se c'è un solo volume da consigliare nella marea di storie della JLA che ho letto in fila, è questo.

JLA #90: "Perchance..." (L.O.) ****
Bella, divertente e riuscita storia autoconclusiva che risolve in maniera molto simpatica la questione del flirtarello fra Diana e Bruce Wayne.

JLA: Extinction (L.O.) **
Una saga che puzza di anni Ottanta lontano un miglio, ma si lascia tutto sommato leggere senza problemi. Peccato per i disegni del fratello scemo di Ted McKeever.

JLA: The 10th Circle (L.O.) ***
Solo a leggere in copertina i nomi di John Byrne, Chris Claremont e Jerry Ordway ho cominciato a sbadigliare, ma invece ho poi trovato una storia solida, classica e ottimamente narrata. Certo, anche abbastanza superflua.

JLA #100: "Elitism" (L.O.) ****
Ottimo punto esclamativo per porre fine alla travagliata gestione Kelly/Mahnke. Quando sono riusciti a lavorare insieme con continuità hanno sempre generato ottimi frutti e questo ne è l'ultimo, limpido esempio. Una storia appassionante, con bei colpi di scena e trovate molto fantasiose. Ed è anche un bel prologo per l'interessante Justice League Elite.

JLA: Pain of the Gods (L.O.) ***
Banalotto nelle premesse e in parte anche nello sviluppo, Pain of the Gods si pone come intenso e drammatico studio sui dubbi, le incertezze, le sofferenze interiori che possono colpire anche delle divinità monolitiche come gli eroi DC. Che in fondo, sotto la maschera, sono pur sempre uomini. Purtroppo l'obiettivo non viene centrato fino in fondo, immagino per i limiti di Chuck Austen, che insomma, un genio non lo è mai stato. Le tavole di Ron Garney, però, si lasciano sempre guardare che è un piacere.

JLA: Syndicate Rules (L.O.) ***
Una lunga - forse troppo lunga - e divertente battaglia a tre fra la JLA, il Sindacato e una razza aliena. Tante belle idee, gli ottimi disegni di Ron Garney e la sensazione che con un minimo di sintesi sarebbe stata una grandissima storia.

JLA: Crisis of Conscience (L.O.) ***
Era inevitabile, lo dice anche la copertina, trovare su JLA le conseguenze di Identity Crisis. Certo, magari le si poteva raccontare con un filo di approfondimento psicologico in più e qualche scazzottata in meno, ma questo ci tocca. Bisogna anche ammettere che si sarebbe potuto fare ben di peggio, ma che occasione persa, però...

JLA: World Without a Justice League (L.O.) *
Madonna, che modo squallido di chiudere una serie per certi versi gloriosa come questa.

Robin/Batgirl: Fresh Blood (L.O.) **
Robin #134/147 **/***
Robin, come serie, mi ha sempre dato una forte sensazione di inutilità. Molto più di qualsiasi altro personaggio minore DC, il Ragazzo Meraviglia mi è sempre parso quello meno efficace se raccontato "per i fatti suoi". Questo blocco di storie l'ho letto solo perché intrigato dalla partecipazione di Bill Willingham (autore dello strepitoso Fables) e devo dire di non essermi pentito. Nella prima metà fatica un po' a ingranare, soprattutto per la mancanza di un disegnatore fisso (e per il fatto che su sette numeri se ne trova solo uno con delle matite decente, grazie al sempre ottimo Giuseppe Camuncoli), ma dal numero 139 Scott McDaniel porta stabilità e la serie decolla. Senza scrollarsi di dosso quel sentore di superfluo, ma regalando storie ben scritte e sottotrame ottimamente pianificate. Certo, Fables rimane davvero un'altra cosa.

3.8.07

Voglio vedere il sangue

Mioddio mioddio, ho le scalmane, quanta bella roba, son tutto un fremito, ho il groppo in gola.

30 Days of Night, un trailer leggermente più lungo con in coda un'intera - e fichissima - scena del film.

Halloween, nuovo trailer, l'inizio è splendido.

The Dark Knight, teaserino con Heath Ledger che mi sembra faccia un po' il verso a Jack Nicholson, ma vai a sapere.

Qualcuno mi sa trovare qualcosa della roba vista alla Comicon su I Am Legend?
:D

Zodiac

Zodiac (USA, 1976)
di Robert Graysmith


Zodiac è un serial killer che ha agito nella California settentrionale a cavallo fra anni Sessanta e Settanta, senza essere mai arrestato. Esibizionista e spavaldo, ottenne la celebrità grazie a una serie di lettere spedite alla stampa dagli esordi fino al 1974. Queste lettere contenevano rivendicazioni degli omicidi e messaggi cifrati "a puntate", gesti di sfida la cui pubblicazione sui quotidiani era pretesa dallo stesso Zodiac. Sette vittime certe, due delle quali sopravvissute all'assalto, altre trenta rivendicate dall'assassino. Questo il bilancio di un caso mai risolto e che a tutt'oggi rimane ancora aperto.

Robert Graysmith all'epoca della prima lettera di Zodiac lavorava come vignettista satirico per il San Francisco Chronicle. Si ritrovò quindi a vivere in prima persona la ricezione dei messaggi di Zodiac e si appassionò al caso al punto di farne una missione, che lo portò a indagare sui fatti come - se non ben più a lungo di - praticamente qualsiasi detective coinvolto. Il risultato di quelle indagini, oltre probabilmente a una vita non proprio delle più rilassate, è questo libro.

Lo Zodiac letterario è un resoconto accurato e minuzioso - per quanto da alcuni accusato di inaffidabilità - degli eventi legati al caso Zodiac. La prima parte racconta, sulla base di prove e testimonianze, gli omicidi e gli assalti falliti di cui si ha prova certa. Lo fa con uno stile da romanzo, che contestualizza ricostruendo la storia personale delle vittime, immerge il lettore negli avvenimenti e finisce per essere davvero agghiacciante. Questa prima parte è, senza dubbio, quella più vicina al bel film di David Fincher che, pur limitandosi a citare il primo omicidio per aprirsi sul più "cinematografico" secondo, segue davvero fedelmente le pagine del libro. Ma su carta le azioni di Zodiac finiscono per risultare ancora più terribili e a tratti - certamente complice la consapevolezza dello stare leggendo di fatti realmente avvenuti - si fa quasi fatica ad andare avanti.

Nella seconda parte il lo Zodiac romanzo perde forse un po' di verve, lasciando spazio all'accumulo di dettagli e informazioni, all'inchiesta di stampo giornalistico e in parte anche al racconto in prima persona delle indagini condotte da Graysmith. La spaventosa quantità di dati, di dettagli, di documentazione fotografica, è talmente ben raccolta e "raccontata" da tenere alto l'interesse fino in fondo, specie quando poi l'autore si spinge appunto fino a narrare in prima persona i suoi approcci nei confronti del principale indiziato e le sue teorie.

Manca, ma è normale, il lavoro di "drammatizzazione" che nella pellicola di David Fincher - pur senza eccedere nell'approfondimento - offriva personaggi forti e capaci di portarsi sulle spalle il racconto. E manca quella strepitosa sequenza dell'interrogatorio sul posto di lavoro del principale sospettato, che invece viene qui appena citata nel raccontare il successivo incontro fra forze dell'ordine e presunto assassino. Ma sono differenze comprensibili, frutto anche del fatto che lo Zodiac cinematografico prova ad esplorare la vicenda secondo più punti di vista, mentre quello letterario si limita allo sguardo intenso, appassionato, forse anche un po' ossessionato, del suo autore.

2.8.07

Romanzo criminale

Romanzo Criminale (Italia/Francia/UK, 2005)
di Michele Placido
con Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Stefano Accorsi, Anna Mouglalis, Riccardo Scamarcio, Gianmarco Tognazzi


La famigerata banda della Magliana (dal nome del quartiere di cui sono originari buona parte dei membri) nasce verso la fine degli anni Settanta e opera per tutto il decennio successivo. Nel corso della sua attività, viene caratterizzata da forti legami con altre organizzazioni criminali, esponenti politici, e varie branche del governo. Legami che li portano ad essere coinvolti con avvenimenti come l'omicidio di Aldo Moro, la strage alla stazione di Bologna, l'attentato a Papa Giovanni Paolo II. Sulla storia di questa banda si è basato prima Giancarlo De Cataldo per il suo Romanzo Criminale e poi Michele Placido per il suo adattamento cinematografico.

Il Romanzo Criminale di Placido è un'operazione importante, positiva, perché simbolo di uno sforzo produttivo non molto comune nel cinema italiano moderno. Un film di genere, realizzato con grandi mezzi e grandi nomi, mettendo assieme un cast che racchiuda tutte le "stelline" del nostro cinema attuale e girando un film realmente popolare nella concezione e nello spirito. Il problema è che si tratta anche di un film mediocre.

Mediocre nella regia di un Placido che, volontariamente o meno, si aggiunge alla schiera dei fratelli scemi di Martin Scorsese (gruppone del quale fa parte anche lo Scorsese recente, ci mancherebbe). A metà fra il gretto cinismo di Quei bravi ragazzi e l'intensità di Casinò, Romanzo Criminale non va proprio da nessuna parte. Mira chiaramente a coinvolgere e commuovere, ma non ci riesce, non smuove le budella, non colpisce il bersaglio e anzi va fuori giri proprio quando tenta di spingere sul pedale del melodramma, per esempio con quella impacciata apertura e chiusura sulla banda di ragazzini.

Placido svolge il suo buon lavoro da onesto mestierante, ma non riesce a dare al film una propria identità, scivola fra un registo e l'altro, inciampa maldestramente nel tentativo di fondere romanzo e realtà, fatica a tenere in mano il racconto e non perde il controllo della situazione solo grazie alla bravura di alcuni attori. Alcuni, ma non tutti, comunque, perché se Favino e Rossi Stuart sono davvero ottimi, Accorsi - pur fisicamente adatto al ruolo - è come al solito inascoltabile. E con lui il doppiaggio della Mouglalis, fuori posto come di rado accade.

Nel guardare Romanzo Criminale, poi, il pensiero vola spontaneo verso La meglio gioventù, opera infinitamente più riuscita nel tentativo di amalgamare vicende fittizie e fatti di cronaca, ma altrettanto frustrata dalla dipartita in corsa del personaggio (e attore) più carismatico. Lì scatta lo spartiacque e inizia il crollo. La differenza è che comunque il film di Giordana è televisione dal forte respiro cinematografico, mentre quello di Placido è cinema tremendamente televisivo.

1.8.07

Sold Out

Oggi avrei voluto pubblicare un post squallidamente autocelebrativo sul fatto che nel mese di luglio ho tirato fuori la bellezza di 28 post, eguagliando il precedente record di giugno 2006. E sul fatto che, per una serie di motivi, questi 28 post li trovo più significativi rispetto alle precedenti occasioni in cui ho toccato 'ste cifre. E in effetti quasi lo sto scrivendo, quel post. E invece non lo scrivo. Scrivo piuttosto che la Spagna intera deve bruciare sotto il fuoco della punizione divina. Morirete tutti sepolti dal fango, maledetti bastardi. Voi, la corrida, la paella e la siesta di 'sto cazzo. Resta solo l'attesa del 15 ottobre. Dovesse fallire anche quella, non rispondo delle mie azioni.

 
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